Mario Benedetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-benedetti/ un blog di approfondimento culturale Tue, 11 May 2021 13:03:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mario Benedetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-benedetti/ 32 32 La morte tersa delle parole https://minimaetmoralia.it/poesia/la-morte-tersa-parole/ https://minimaetmoralia.it/poesia/la-morte-tersa-parole/#respond Tue, 11 May 2021 12:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48664 La vita di Mario Benedetti sembra riassumersi, per un gioco linguistico, nelle sue parole. Quelle parole che oggi sembrano non esserci più. Del resto, quante parole non ci sono più (?), si era chiesto in Tersa Morte prendendone forse solo coscienza. Vi è una fragilità di fondo nella poesia di Benedetti che non appartiene alla […]

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La vita di Mario Benedetti sembra riassumersi, per un gioco linguistico, nelle sue parole. Quelle parole che oggi sembrano non esserci più. Del resto, quante parole non ci sono più (?), si era chiesto in Tersa Morte prendendone forse solo coscienza.

Vi è una fragilità di fondo nella poesia di Benedetti che non appartiene alla sua figura, ma che attraversa, e talvolta piega, le parole del poeta. La sua poesia piange, perché piange per prima la sua parola (E piange la parola che riesce a dire), e piange perché coglie gli aspetti reali della vita che riesce, in un ultimo fiato, persino a raccontare. E non è lo spettro di un pianto edonistico a gettare lacrime sulla terra, ma piuttosto la coscienza viva, e spesso assurda, del tempo. Un tempo in cui Benedetti percepisce un’afasia per cui non c’è più possibilità di fingersi e toccarsi nella morte della parola (io nel pensier mi fingo) per riscontrarne un piacere o per provare a sopravvivere, attraverso un rapporto che forse è persino umano; ma vi è invece e soltanto, senza alcuna certezza e senza pensieri, il tempo per fingere se stessi, per nascondersi agli altri, e solo poi toccare e avvertire ciò che è l’effetto (e solo l’effetto) della morte di quella e quell’altra parola.

Le parole si sono perdute in un’atonia monocromatica che Benedetti ricerca continuamente nei colori, quasi fosse Rimbaud o un pittore di fine Settecento, cui pur essendo conveniente ritornare sul nero e avvertire lo Spleen, per un’ostinazione profonda, rilancia le proprie Vocali.

Così non c’è modo per scappare da questo tempo se non dopo averne preso coscienza, ritrovando una propria dimensione, che forse in Benedetti è una dimensione antica. Perché, Benedetti, delle parole (e del senso?) aveva colto la drammatica mancanza che questa epoca e forse soltanto questa società, si trova ogni giorno a vivere.

Forse ne sono rimaste poche, di parole, e questo è certamente vero, ma quante di queste, verrebbe da chiederci, sono parole autentiche o ancora meglio: sono autentiche parole?

Certo, Benedetti, per descrivere e prima ancora per rappresentare il tempo, avrebbe usato l’oscurità bituminosa dei sogni di Goya, ma in quelle parole evocanti Pitture nere su carta avrebbe forse ritrovato soltanto una parte del sogno di Goya, quel sogno che Baudelaire, con tanta verità, dice essere un incubo di cose sconosciute. Perché mentre nell’oscuro, orrido, fondale di verità del pittore di Fuendetodos vi è l’emergere di una follia – la stessa che abolisce l’uomo e il mondo per Foucault – c’è da dire invece che permane in Benedetti, forse ancora più tragico, lo specchio della razionalità.

Eppure, anche senza follia, in quell’oscurità tanto ricercata, vaga e infinita, è possibile cogliere per Benedetti – come pure per Goya – la pochezza delle parole, lo svolgersi di un incubo e, infine, la mancanza della notte.

Del resto, è vero, siamo in un’epoca senza sogni né parole, e in un certo senso siamo nel nero di Goya, nell’Incubo Notturno di Füssli e allora, forse solo per questo, possiamo dirci nel tempo della follia.

Così in quella notte, in quell’oscurità, Benedetti non solo avverte il disperdersi (?) delle parole, ma forse, ancora prima, ancora più oscena, avverte la mancanza della notte e dunque l’emergere del dolcissimo nulla.

Quante volte vediamo ricorrere proprio nelle sue Pitture nere la parola nulla, e quante volte sembra che questa parola comporti un lacrimare (Lacrime), un ferimento delle sue lettere che divengono, pian piano, sempre più grigie, opache, e infine si perdono, lasciando gli uomini senza più viso.

Benedetti cercava la gente (Trovarsi è molto bello) che aveva smarrito le parole, che si era trovata gettata in una vita inautentica; in questo, Benedetti aveva compreso la forza pericolante dei silenzi, o delle parole fuori luogo, in-sensate e del resto diffuse e ancora più, confuse.

Cercava allora la sua gente rigorosa ma non per questo ambiva alla precisione; perché troppo spesso precisione è inautenticità o ancora meglio automaticità.

Per quella sua ricerca, del resto da ripensare, non c’era un Tempo, ma c’era tempo. Il tempo in cui le porte sapevano restare aperte e restituire nelle parole il proprio equilibrio fraterno.

Godiamoci allora la poesia nera – e mai oscura –  di Benedetti, perché siamo ancora in tempo per conseguire e cominciare da nuovo, magari ripartendo dalle stesse parole! Ricordando che dietro e davanti e persino oltre (ma dov’è l’oltre?) non c’è più niente da dire.

 

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Memorie dall’esilio. “Impalcature” di Mario Benedetti https://minimaetmoralia.it/libri/memorie-dallesilio-impalcature-mario-benedetti/ https://minimaetmoralia.it/libri/memorie-dallesilio-impalcature-mario-benedetti/#comments Mon, 09 Sep 2019 08:26:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41023 Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie, di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

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Le dittature non finiscono con la destituzione dei dittatori, lasciano strascichi, ferite insanabili, dolori che non se ne andranno. Rimangono nelle memorie,  di chi ne è stato vittima, gli atti, le torture, le fughe, le distruzioni, i morti, i cari morti, i figli, gli amici, le persone amate perdute. Le dittature prima o poi finiscono ma non se ne vanno, perché hanno intaccato un nucleo, perché hanno cucito del filo spinato sul cuore dei sopravvissuti, perché il cuore lo hanno strappato dal petto dei morti, anche prima di ammazzarli.

Le dittature non se ne vanno mai del tutto, perché il segno rimane anche sotto la pelle degli esiliati, di chi è riuscito a scappare in tempo. Il segno rimane, che torni o meno, che torni una volta sola o che torni molte volte. Anche i ritorni, come le dittature, tendono a non finire. Le dittature in Sudamerica sono state diverse, alcune di queste sono molto vicine a noi nel tempo. Sono appena accadute e mettono ancora i brividi. La dittatura di Videla in Argentina, quella di Pinochet in Cile, e i dodici anni di dittatura in Uruguay. Di quest’ultima, di un ritorno a casa dopo la sua fine, parla il bellissimo Impalcature di Mario Benedetti (nottetempo 2019, trad. di Maria Niola).

“No, caro. È tutto finito. Ma è rimasto qualcosa, qualcosa che ci unisce. A volte ricordiamo. Cose. Cosette. Cosettine che ci pungono. Ci divertiamo, ridiamo. Di colpo ci prende la tristezza. Come in questo fottuto crepuscolo. Il guaio è che la malinconia ci prende a ogni ora. Abbiamo i crepuscoli della colazione, del mezzogiorno e della sera. Non nego che sia bello saperci tutti vivi e in salvo. In salvo per modo di dire, obietterebbe la tua Raquel. C’è sempre un’automobile bruciata, una croce uncinata su qualche muro, come un memento qua e là, magari qualcuno legge l’oroscopo per vedere se tornano i tempi propizi.”

Mario Benedetti passò circa dieci anni fuori dall’Uruguay durante la dittatura, più o meno dal 1973 al 1984, girò molto, ma visse soprattutto in Spagna, che rimase la sua seconda casa anche quando torno a Montevideo. Egli stesso definisce questo come il libro del ritorno, specificando, nell’introduzione, che non si tratta di un vero e proprio romanzo, ma di una storia costruita di struttura in struttura, fatta di impalcature, appunto. In tutti i suoi libri la condizione di esiliato è sempre presente, a volte più a margine, a volte più al centro, la solitudine è uno dei suoi grandi temi, e l’esiliato è quasi sempre un uomo solo, quando se ne va, quando vive lontano e quando gli capita di ritornare. L’esiliato è un uomo senza casa per definizione e, sovente, è uno che davanti a uno specchio fa fatica a riconoscersi.

Le impalcature sono 75, una dopo l’altra tracciano il ritorno a Montevideo di Javier, scappato in Spagna con l’avvento della dittatura. Javier lascia in Europa una figlia e Raquel sua compagna storica. Raquel e lui si sono lasciati, o meglio, a un certo punto, le loro strade hanno deviato verso i lati opposti dell’Atlantico.

“Camila mi manca molto. Mi sento in esilio da mia figlia. In una lettera di qualche settimana fa, Raquel citava Pessoa: ‘La mia patria è dove non sono’. Quando ho letto questa frase, che non conoscevo, anche se l’ho letto a fondo il mio Pessoa, l’ho sentita subito mia. Sì, quando ero a Madrid la patria era l’Uruguay, dove non ero. Ma qui e ora, la patria è ancora il luogo dove non sono? Non saprei e mi amareggia non saperlo. A volte credo di averla ritrovata, ma altre volte mi sento in esilio anche qui. Altre ancora, penso che la mia patria è Camila, e che Camila è il luogo in cui non sono.”

E subito torna in mente Bolaño, quando ne L’ultima conversazione (Sur, trad. Ilide Carmignani) afferma: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volti o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria.»

Javier torna, prende un cane, ritrova la madre – con lei Mario Benedetti disegna un personaggio straordinario -, avvia un’attività di noleggio film, cerca e incontra gli amici di un tempo, quelli con cui ha diviso le serate, le nottate, le idee politiche, le paure, il terrore di essere presi dai militari, l’averla scampata, nel caso di Javier, non averla scampata, nel caso di Fermín, fatto prigioniero e torturato; o nel caso di Rocío, a donna con cui Javier ritroverà qualcosa che somiglia all’amore, donna che durante gli anni del terrore ha subito di tutto.

Quel qualcosa che somiglia all’amore, come accade in quasi tutto quello che ha scritto Benedetti, è destinato a durare poco, un’altra tregua (come nel suo romanzo più celebre La tregua edito sempre da nottetempo). Javier avrà modo di incontrare il fratello e la sorella, che vivono negli Stati Uniti, con i quali non ha rapporti da anni. Passo dopo passo, conversazione dopo conversazione, il protagonista tornerà a casa e in qualche modo non ci tornerà. Sarà e starà in un altro posto, perché Montevideo è un’altra cosa, lui è un’altra persona, tutti sono altro da prima, ma i segni e le ferite sono uguali per ognuno.

“Fra noi ci riferiamo al ‘governo militare’ e, ogni tanto, per distrazione, diciamo perfino ‘dittatura’. Dopotutto, non era un problema semantico.”

Le 75 impalcature fanno affiorare le storie dentro la vita di Javier a poco a poco. Pochi hanno davvero voglia di parlare di quegli anni, eppure le cose vengono fuori, dalle parole dette qua e là, da quelle non dette, dagli abbracci non troppo forti, da qualche discorso sulla politica fatto ancora come se ci fossero delle microspie sotto il tavolo.

Le storie verranno fuori dagli articoli che scrive Javier e che manda in Spagna, verranno fuori dai fax che scambia con Raquel e la figlia, dalle conversazioni con la madre, da altri incontri mai troppo marginali. Verranno fuori dalle descrizioni di Montevideo, dei passanti, delle vie, delle costruzioni, l’architettura dice sempre molto. Verranno fuori dalla delicatezza, dal desiderio e dalla tenerezza con cui Javier e Rocío si cercheranno, si ameranno e si proteggeranno.

“Se trovi qualcosa che valga la pena tenere, lo metti da parte; il resto, senza misericordia, lo butti nella spazzatura, che è sempre stata la più saggia anticamera del nulla”.

Attraverso le vicende dei personaggi, Mario Benedetti ricostruisce la storia di un paese, quello che nasce sopra le ferite degli uomini e del territorio. Nulla prescinde da ciò che è accaduto ma tutto cambia. Le impalcature tra precipizi, obli, ritrovamenti, derive, memorie, dubbi, profondi silenzi, pongono domande cruciali su ciò che si è stati, su quel che si diventa, su come si è sempre soli, e su come ognuna di queste solitudini sia diversa.

Benedetti è un grande scrittore, anche qui, come ha fatto in passato in almeno un paio di strepitosi racconti, parla di dittatura da un’altra prospettiva. In Impalcature il punto di vista cade là dove mutano le ideologie e su quel che resta delle nostre identità dopo che molti fatti sono accaduti.

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Le impalcature della malinconia, il romanzo del ritorno di Mario Benedetti https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-impalcature-della-malinconia-romanzo-del-ritorno-mario-benedetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-impalcature-della-malinconia-romanzo-del-ritorno-mario-benedetti/#respond Fri, 01 Feb 2019 07:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39363 Il romanzo del ritorno di Mario Benedetti, Impalcature, appena uscito con la traduzione di Maria Nicola da Nottetempo, traccia i tentativi di una ricostruzione messi in atto da chi decide, dopo oltre dieci anni di esilio, di ricongiungersi alla terra natìa, l'Uruguay, confrontandosi però con i traumi generati dagli stravolgimenti sociali e politici della dittatura. Emerge un racconto solo in apparenza disarmonico, per la scelta di strutturarlo slegandosi dalla tradizionale forma romanzo in favore di una costruzione per frammenti, rimandi temporali e inserimenti di voci che si alternano a quella del protagonista Javier.

Attraverso un insieme di impalcature narrative caratterizzate dalla frammentarietà che definisce i ricordi, Benedetti delinea la costruzione immaginaria della storia di un uomo, attuando continue immersioni nella memoria e un contemporaneo distacco dalla realtà.

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Il romanzo del ritorno di Mario Benedetti, Impalcature, appena uscito con la traduzione di Maria Nicola da Nottetempo, traccia i tentativi di una ricostruzione messi in atto da chi decide, dopo oltre dieci anni di esilio, di ricongiungersi alla terra natìa, l’Uruguay, confrontandosi però con i traumi generati dagli stravolgimenti sociali e politici della dittatura. Emerge un racconto solo in apparenza disarmonico, per la scelta di strutturarlo slegandosi dalla tradizionale forma romanzo in favore di una costruzione per frammenti, rimandi temporali e inserimenti di voci che si alternano a quella del protagonista Javier.

Attraverso un insieme di impalcature narrative caratterizzate dalla frammentarietà che definisce i ricordi, Benedetti delinea la costruzione immaginaria della storia di un uomo, attuando continue immersioni nella memoria e un contemporaneo distacco dalla realtà.

La frammentarietà del ricordo cela la sua natura ingannevole, anche nell’accostarsi a luoghi che sono associati a un tempo, portando, così, il protagonista a vestire la nostalgia della forma della casa dell’infanzia; delle premure nei gesti della madre Nieves; del vuoto generato dall’assenza del padre e occupato, nella personale impalcatura che lo sorregge, da Don Angelo; dei sogni, tra desiderio e tormento, che si rincorrono nel suo immaginario.

La scelta di non piegarsi a un formato narrativo statico viene presto chiarita al lettore: “Come avviene nelle impalcature reali, anche da queste, più o meno metaforiche, può capitare che qualche personaggio precipiti nel vuoto, un vuoto spirituale. Ora, se le impalcature, reali o metaforiche, non sono di suo interesse, consiglio al lettore di chiudere il libro e andare a cercarsi un romanzo vero, di quelli che cominciano e finiscono”.

È anzitutto questa scelta formale a innescare un’indagine sul corpo che innerva l’intera narrazione anche attraverso innesti poetici, perché è nel verso che Benedetti rintraccia l’arma primaria di denuncia e di lotta, anche politica, per staccarsi dall’artificio d’invenzione in favore del racconto interiore, convinto, come scriverà in un haiku, che la poesia racconti abissi che la prosa tace.

L’indagine sul corpo richiama, al contempo, la dimensione del singolo resa nella ricerca di sé del protagonista attraverso l’esercizio del ritorno, e quella di un paese che cerca di riaffermare la propria identità confrontandosi col significato di patria, di democrazia, di lotta per la rivendicazione dei diritti, seppur nel conflitto vissuto con la memoria.

“Solo una cosa non c’è, ed è l’oblio”, sostiene Borges. Riecheggia questa consapevolezza nei pensieri del protagonista Javier, che prende presto coscienza della difficoltà generale a parlare del passato, che però per lui si tradurrà nell’autoimposizione di una resistenza alla dispersione, anche a costo di “annaffiare ogni sera i propri rancori”.

Benedetti si addentra negli esiti della malinconia, della solitudine, della rassegnazione davanti all’impossibilità di un reale ritorno inteso come un riconoscimento di quanto lasciato in luoghi che rappresentano un passato irraggiungibile, attraverso i tentativi di Javier di riappropiarsi di una parte di sé lasciata alla partenza. Non un mero bilancio esistenziale ma l’avvio di un’indagine, inevitabilmente inesaurita, che parte dal modo di affrontare il distacco dalla moglie Raquel e dalla figlia Camila, per cercare risposte nel riavvicinamento con amici e compagni di lotte sociali, con la madre Nieves e con i fratelli.

L’intera produzione letteraria di Benedetti è dominata dalla riflessione sulle costruzioni personali che definiscono l’individuo, a partire da un’idea di coscienza e di giustizia davanti alle quali fare i conti nel tessere i fili della propria vita, anche attraverso i traumi, come quelli che in Impalcature sono legati alla prigionia e riemergono dalla voce di amici finiti in carcere durante la dittatura: “Nella caverna personale di ciascuno non esiste cautela, né circospezione, né reticenza, i rimproveri si sovrappongono alla malinconia, e a ogni svolta del raziocinio, al termine di ogni via tentata dal rimuginare, c’è sempre un muro che è la mancanza di libertà, quella frontiera purulenta e rovinosa che impedisce il proseguimento della vita”.

In quelle esistenze logorate dalle separazioni e dalle partenze, Mario Benedetti inserisce anche la propria, quella del poeta, narratore, giornalista, dirigente di primo piano del Movimento delle Indipendenze 26 marzo, che dopo il colpo di Stato nel 1973 si sarebbe diviso prima tra l’Argentina, il Perù, Cuba e la Spagna, per tornare in Uruguay solo dopo dieci anni, lontano anche dalla moglie Luz Alegre.

Il ritorno è il vero oggetto d’indagine narrativa in Benedetti in relazione alle ragioni dell’esilio. L’idea di abitare di nuovo la casa dell’infanzia, che nella sua poetica assomma a sé l’idea di patria e di coscienza al tempo stesso, racchiude il modo personale di rapportarsi all’esilio. E, come scrive ne Il diritto all’allegria (Nottetempo), in fondo qualsiasi esilio è l’inizio di un’altra storia, fatta di dolore e scoperta insieme, “ha qualcosa di simile all’abbandono, ai piccoli spaventi, alle aspettative irraggiungibili, al fiore di un giorno”. In tal senso la casa rappresenta il terreno d’investigazione non solo nel rimarcare la natura ingannevole dei ricordi e permettere continui distacchi dal reale, ma per raccontare, a partire dalla descizione della fragilità del nucleo famigliare, per estensione le fratture generazionali della seconda metà del Novecento, come anche in Grazie per il fuoco (LaNuovaFrontiera).

La prima elaborazione interiore del ritorno risiede nel modo di rapportarsi al tempo, resa anche nella scrittura che, attraverso un gioco di sovrapposizioni, restituisce gli esperimenti intrapresi dal protagonista nell’identificare nel passato l’unica stagione che cresce ogni giorno, un cimitero in cui giacciono speranze e chimere, come ricorda al lettore nelle sue ultime prose. Tra quei resti riposano aspettative disattese un tempo mosse da esplorazioni del sentimento amoroso. Ciò che non è oggettivabile può assumere le sembianze del desiderio quando si confina nell’immaginario ciò che si è incapaci di afferrare, come accade a Javier nel ripensare all’oggetto dei suoi sogni tormentati, o nell’osservare ciò che resta in chi sceglie di lasciare andare la persona amata aggrappandosi alla convinzione dell’impossibilità.

Ogni poema e prosa di Benedetti è sorretta dal dialogo costante tra memoria e utopia. Racconta la natura del ricordo e rintraccia percorsi emotivi che distorcono la realtà per darle una forma alternativa, congelando la nostalgia per rifuggire il presente, come in quella “rettifica della memoria” vissuta davanti alla tomba del padre. A partire dai frammenti del ricordo che, nel sedimentarsi, definiscono la natura del suo presente, l’individuo può riconoscere il senso della propria esistenza in funzione dell’appartenenza alla società resa anche nelle battaglie condotte in virtù di quella coscienza collettiva, e cercare di contrastare una miseria morale generale anzitutto provando a “saltare i fossati dell’indifferenza”. Sarà questa impronta a caratterizzare gli interrogativi di Benedetti sul significato di patria, quella che per Fernando Pessoa “è dove non sono”: l’alienazione vissuta nella percezione della non appartenenza a quei luoghi, di un nuovo esilio nel ritorno.

La patria è l’oggetto primario di indagine che muove l’intera produzione letteraria di Benedetti: ne Il diritto all’allegria assume le sembianze di un fantasma che appare di notte pronto ad aprire le sue ali, sparire nelle tenebre “e lasciarci stranieri per un lungo minuto”. Le vicende politiche dell’Uruguay e le voci dei suoi protagonisti diventano il mezzo usato da Benedetti per allargare la riflessione sull’incapacità generale di rapportarsi a un’idea di democrazia senza doversi confrontare con la distanza, il pregiudizio, la sfiducia che il cambiamento attraversa. Tema legato a quello della perdita nel tratteggiare non solo i sentimenti dell’esilio ma quelli del “disesilio”, come in Grazie per il fuoco, dove la descrizione di un conflitto dal suo interno è resa nell’impossibilità di una classe sociale di riscattarsi da quello che poi ne La tregua definirà il totale degrado dei costumi. Nell’indagine su una realtà che appare al contempo familiare e estranea, tra affondi analitici e riflessioni politico sociali, emergono i tentativi di fissare la nuova immagine di un paese in ridefinizione, attraverso i dialoghi con ex militanti sull’idea di stato, il senso dell’identità e il concetto di popolo, e quelli con i giovani che vivono la rassegnazione del presente, oscillando tra la disperazione e la noia, incapaci persino di “imparare la malinconia”.

L’osservazione degli esiti degli avvenimenti storici sulla società uruguayana porta il protagonista di Impalcature a riflettere sull’attitudine all’isolamento dei “figli del rigore”: “Più passa il tempo, più erigiamo barriere attorno ai nostri sentimenti, volontariamente, senza che le circostanze ce lo impongano. [..] Ci creiamo i nostri rigori privati e poi non possiamo fare a meno di rimanervi fedeli”.

È il racconto di un ritorno fatto di volti e di voci, Impalcature. L’osservazione di una trasformazione che ancor prima che storica è percepita come una variazione dell’atmosfera, “un certo compromesso etico, come se la città avesse un’altra aria, la società un’altra inerzia, la coscienza un’altra noncuranza e la solidarietà altri vincoli”. La scrittura allora può rappresentare uno strumento per provare a mettersi in ascolto, anche di quella voce dei silenzi capace di rivelare “più segreti delle grida”, perché come scrive nel 1999 nell’Angolo di Haiku: “Tanto assordanti/ poche cose ci sono/ quanto il silenzio”.

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Quando compare La Bombonera https://minimaetmoralia.it/mondo/compare-la-bombonera/ https://minimaetmoralia.it/mondo/compare-la-bombonera/#comments Tue, 27 Feb 2018 07:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36395 Ti dicono di stare attento quando vai a La Boca, quartiere di Buenos Aires, appena sotto lo storico e letterario San Telmo; ti dicono di restare dentro il percorso turistico e – contemporaneamente – ti dicono che il percorso turistico è troppo turistico. Fai a modo tuo e vai. Il tuo obiettivo è guardare il quartiere, in particolare la zona di El Caminito, le case colorate, i murales, la vista sul fiume e sul ponte, la splendida Fondazione Proa (dove in questi mesi si può ammirare una personale di Ai WeiWei). Il cielo azzurro di gennaio a Buenos Aires ti avvolge totalmente, ti senti inevitabilmente un po’ azzurro anche tu.

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Ti dicono di stare attento quando vai a La Boca, quartiere di Buenos Aires, appena sotto lo storico e letterario San Telmo; ti dicono di restare dentro il percorso turistico e – contemporaneamente – ti dicono che il percorso turistico è troppo turistico. Fai a modo tuo e vai. Il tuo obiettivo è guardare il quartiere, in particolare la zona di El Caminito, le case colorate, i murales, la vista sul fiume e sul ponte, la splendida Fondazione Proa (dove in questi mesi si può ammirare una personale di Ai WeiWei). Il cielo azzurro di gennaio a Buenos Aires ti avvolge totalmente, ti senti inevitabilmente un po’ azzurro anche tu.

Arrivi e cosa vedi? Bancarelle, naturalmente, e un mercatino, e una casa blu e rossa che taglia ad angolo due strade, e il tizio che ti fa mettere in posa se vuoi farti fotografare in un finto tango, e quelli che saltano fuori dai ristoranti per trascinarti dentro come se fossi a Venezia, o a Trastevere, o a Napoli. Sorridi e guardi in su perché queste case sono davvero splendide. Blu, gialle, rosse, verdi, fatiscenti e meravigliose. Alcune case sono di pietra, altre sembrano di legno, altre di materiali vari meno stabili, dalla resistenza poco credibile. Qua e là qualche altarino, candele accese davanti a immagini di sconosciuti, un misto tra religione, diavoleria e superstizione.

Appena puoi esci dal percorso raccomandato, segui i murales e i vecchi binari del tram. Vaghi in attesa di qualcosa, come Martin di Sopra eroi e tombe quando attendeva l’istante della comparsa di Alejandra. Alla tua destra ecco i murales giganteschi che ricordano i desaparecidos della Boca: “La Boca no olvida a sus desaparecidos”. Altre case, e alla tua sinistra un primo segnale che ti illumina, ma che la tua ragionevolezza ignora, un disegno di Maradona in corsa che controlla il pallone col ginocchio; lo fotografi e prosegui. Il sole scalda sempre di più. Davanti a un negozietto di alimentari tre anziani che se la raccontano, e ti sorridono, come tutti da queste parti.

Ed ecco Tevez su un muro giallo, ecco Messi (che in tutta Buenos Aires tra disegni e immagini se la gioca col Papa e con Diego) ecco un doppio Maradona, ecco un Maradona in primo piano, non puoi più scappare, da queste parti c’è il tempio anche se tu non l’hai visto ancora. Un altro Maradona ancora, ma quanti sono? Diego, ti chiedi, quanti sei?

Alzi la testa e in mezzo alle case, appena sopra gli alberi, come se fosse un’altra casa popolare tra le popolari (e non lo è?) compare un primo pezzo di Bombonera, quello più in alto. Un po’ di giallo, un po’ di blu, capisci e allo stesso tempo non puoi crederci. Cosa ci fa lo stadio – quello stadio – in mezzo a due strade strette, piantato lì come se fosse un condominio abusivo? Un po’ di giallo, un po’ di blu.

Ti accorgi di essere emozionato e ti dici – giocando con Guccini – che a Baires “lungo una linea morta” c’è lo stadio e ci arrivi se esci dal percorso turistico, se vai a vedere il quartiere vero, gli argentini veri, se vai lì dove la gente vive. Tua moglie ti guarda e capisce, è pronta a scattarti delle foto. Aspetti il tuo turno, prima ci sono due operai che si fanno i selfie sotto i volti dei calciatori scolpiti sul muro dello stadio. Il gioco è indicare Maradona col dito, il gioco è trovarlo tra i tanti volti scuri. Uno dei due lo scova e sorride felice, poi ti fa ciao. A qualcuno sembrerebbe stupido, a qualcuno lo sembreresti tu, ti metti in posa per la foto, ma della foto ti importa poco perché sei lì dove hanno giocato Maradona e Tevez, dove ha giocato Riquelme, dove ha giocato Marzolini che ha l’età di tuo padre e che qui ha vinto qualcosa. O Rattin detto “El Rata”. Tocchi il muro, lo tocchi in più punti, più volte, fai il giro intorno allo stadio.

E quando passi sotto, nella strada così piccola, di nuovo ti sembra un condominio in stato di abbandono. Più avanti c’è l’ingresso del museo di cui non vi dirò; lo capirete bene, statue dei più forti da Maradona a Martin Palermo, la stanza di Diego, la chitarra gialla e blu che si fece costruire Lenny Kravitz quando suonò qui. Più del museo sono belle le persone che aspettano di entrare. Una serie di anziani che senza i colori sociali sembrerebbero ad una gita dell’azione cattolica, del resto sempre di fede si tratta. Le stelle sul marciapiede come a Hollywood.

Non capisci come facciano ad arrivare qui 50000 persone quando si gioca, non capisci come riescano ad andarsene, ma non te ne importa. Sai da tempo che è quasi impossibile vedere una partita di campionato se non sei socio, sai che esistono dei biglietti speciali per turisti, sai che a gennaio in pratica non si gioca. Un po’ di giallo, un po’ di blu, tocchi il muro. Lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti, in un libro, indica il passaggio di Maradona dall’Argentinos Juniors al Boca Juniors tra le cose che segnano il declino irreversibile dei tempi. Completi il tuo giro e continui ad ammirare Benedetti per la prosa ma capisci perfettamente Maradona, lo capisci fino alla fine.

Ti fermi a fare due chiacchiere con un vecchio, gli chiedi del Boca e di Maradona, parla piano e il suo spagnolo risulta comprensibile. Ti dice di non essere mai entrato dentro lo stadio pur essendo un tifoso. Aggiunge che una volta, una soltanto, ha visto Maradona scendere dal bus della squadra. “Era davvero piccoletto”, mi fa. Lui che sarà alto un metro e sessanta. I suoi occhi si inumidiscono, ma forse è solo suggestione. “Signore, Maradona, tanto vicino da poterlo toccare”, prosegue. Gli dici che lo hai visto giocare tante volte, lui approva.Essere tifoso del Napoli qui è una specie di lasciapassare, al controllo passaporti quasi ti abbracciavano.

Fuori da un negozio di cianfrusaglie c’è una statua di Diego, puoi infilare la testa nel buco per farti una foto, soprassiedi.

L’istante in cui è comparsa la Bombonera te lo ricorderai per sempre, lo metti accanto alla prima volta in cui mettesti piede al San Paolo o a quella in cui ti apparve San Siro.

Due giorni dopo chiacchieri di politica con un tassista, ma è evidente che un napoletano a Buenos Aires non può che finire a parlare di pallone, gli racconti del tuo giro a La Boca, ti dice cose che già sai, si trovano su Google, ma che a sentirle dire da lui diventano più vere e più commoventi.

“Durante le partite – quando tutti saltano – la Bombonera si muove e pulsa come un cuore che batte”.

(E tu lo ha sentito quel cuore battere, hai immaginato lo stadio ondeggiare).

E ti pare che te lo stia dicendo Ricardo Piglia, che te lo sussurri Borges, che te lo mostri Silvina Ocampo, che te lo racconti Julio Cortázar; Voi non gli credereste sulla parola?

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Benedetti, l’europeo https://minimaetmoralia.it/letteratura/benedetti-leuropeo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/benedetti-leuropeo/#comments Wed, 19 Oct 2016 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32321 Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede oggi (fonte immagine).

“Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua”: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos.

La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine,con l’auspicio di una sua effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

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benedetti

Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede oggi (fonte immagine).

“Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua”: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos.

La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine,con l’auspicio di una sua effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

Nottetempo presenta l’uruguayano Mario Benedetti, nato nel 1920 e scomparso sette anni fa, come “uno dei massimi narratori e poeti del Novecento” e sarà il caso, allora, di dare una sbirciata ai due libri che ha in catalogo, La tregua e Chi di noi. Il primo, scritto nei primi cinque mesi del 1959, inizialmente pubblicato dall’editore romano nel 2006 e riproposto in una nuova veste nel 2014, sarebbe un “piccolo classico della letteratura sudamericana”, “uno dei grandi romanzi novecenteschi”, ed è stato tradotto in decine di lingue, ma anche adattato per il teatro, la radio, il cinema e la televisione: più che un romanzo, però, questo è un diario che copre un anno o poco più di vita del protagonista, un impiegato prossimo al pensionamento che vive le proprie giornate di ordinaria solitudine, indecisione e mediocrità a Montevideo e le mette su carta con l’esplicita volontà di non “sembrare patetico”.

Vedovo con famiglia disastrata, ai componenti della quale estende l’amara conclusione: “ormai siamo tutti irrecuperabili”. Là fuori, la società uruguayana degli anni Cinquanta, al cui alto tasso omofobico si conforma il protagonista, che così reagisce alla scoperta che uno dei suoi tre figli è “finocchio”: “Avrei preferito che fosse uscito ladro, morfinomane, ritardato. Vorrei sentire pietà nei suoi confronti, ma non ci riesco”. Poca o punta, la magia quotidiana, almeno fino all’innamoramento per una ragazza che ha meno della metà dei suoi anni: è questa “la tregua”, la momentanea fuga dal proprio destino.

Se mi fidassi della mia psiche storica, il mio gusto eurocentrico assocerebbe Benedetti a Moravia – più che all’Italo Svevo di Senilità cui allude la quarta di copertina, forse –, al Moravia immaginario e giovane che avesse (anzitempo) rinvenuto e spalancato il baule di Fernando Pessoa: che avesse ritrovato e sfogliato Il libro dell’inquietudine, certo, ma senza lasciarsi intenerire da certe fughe astrali. C’è da dire che sembra difficile che Benedetti si lasci intenerire da alcunché: non da se stesso, cioè dalla possibile promozione di sé, dalle tendenze culturali che sarebbe stato agevole abbracciare, proprio come i suoi personaggi introspettivi non si lasciano abbindolare dall’analisi psichica freudiana e sembrano provare molta pietà verso gli altri e nessuna per sé stessi. Se freudismo c’è, è così annacquato (dall’Oceano che c’è di mezzo) da farsi subito universale disposizione dell’individuo al proprio esame asistematico, auto-confessione e fuga esistenzialistica dalla ripetizione ordinaria.

“Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me”: a riflettere è Miguel, uno dei tre protagonisti di Chi di noi, il “romanzo” tripartito con cui Benedetti esordì nel 1953, recentemente pubblicato da Nottetempo – tripartito perché si compone di un diario intimo, di una lettera e di un racconto, con i tre personaggi della vicenda che prendono la parola, a turno, in una giustapposizione anti-gerarchica, per esporre il proprio punto di vista.

Un triangolo amoroso li coinvolge e li sfianca: Miguel e Lucas incarnano l’uno per l’altro – un europeo sprecherebbe una maiuscola: “l’Altro” – un modello, e si potrebbeapprofittare, in un caso del genere, davvero “di scuola”, della metodologia girardiana del mimetismo inter-personale. (René Girard, al tempo della pubblicazione di Chi di noi, era appena trentenne e lontano da certe intuizioni: giusto per fugare ogni dubbio di reciproche influenze). Che cosa succede, quando uno dei due conquistatori immagina l’altro come un modello irraggiungibile e vincente? Che la combinazione amorosa si svela come self-fulfilling prophecy: quando temiamo che la nostra amata se ne vada con l’altro, sarà proprio questa nostra paura a spingerla verso quelle braccia sconosciute, che continuano a sembrarci più forti e capienti delle nostre, tanto che finiranno per esserlo davvero.

“Ho realizzato il mio unico proposito: essere il più sincero dei mediocri, l’unico consapevole della propria banalità”: Miguel, ancora, che avverte gli assalti di quella noia di sé che è invariabilmente in agguato. Alla massima sincerità, nella narrativa di Benedetti, risponde il dolore che non si sana e sanguina, e la letteratura non è altro che un distanziarsi dalla ferita, per mezzo di un artificio esile e riconoscibile: così, infatti, la terza voce del libro, quella dello scrittore Lucas, è tanto iper-letteraria da contraffare e mascherare l’esistenza dolente che le sottostà. Quello letterario, insomma, è l’atto della confusione inutile: quando comincia il teatrino dell’arte, nell’alzarsi dei suoi fumi, il dolore sembra sparire, ma resta la consapevolezza del trucco.

La vita rientra a modo suo, e fa strage di certi mezzucci: con le note a piè di pagina dello stesso Lucas, per esempio, crepe nel tessuto letterario che s’infittiscono e gettano ombre sul testo. Ma anche “la vita”, se non è quella interiore, la vita come realtà esterna, non è altro che un effetto secondario della partita che si gioca dal di dentro, nel dialogo imperfetto e non cerebrale del sé con se stesso: tanto basta per rendere complicata la scrittura dei tanti romanzi a una voce sola che sarebbero possibili, ma finiscono per sovrapporsi gli uni con gli altri – il romanzo perfetto è la voce sola di un uomo solo, la cui verità non sia contraddetta da quelle altrui.

Di certo, Benedetti non è uno attorno al quale sia possibile allestire mitografie, essendo la sua figura così refrattaria a quella stilizzazione eroica che tanta parte ha avuto, nelle fortune di altri conterranei (García Márquez, Bolaño…), e sembra che la sua narrativa abbia raggiunto il proprio vertice molto presto, con La tregua: un vertice relativo, non assoluto, perché diffiderei di certe iperboli e mi sarebbe difficile non considerare Benedetti come un ottimo “scrittore minore”. Poi, però, qualsiasi gerarchizzazione finisce per sembrarmi uno sgarbo, di fronte al sorriso così pudico e signorile dei suoi ritratti, e la smetto.

Proprio all’altezza di questo romanzo sui generis di Benedetti, negli stessi mesi, Goffredo Parise andava tirando le proprie conclusioni sulla sopravvenuta inutilità di questo genere letterario: un’inutilità non italiana e non europea, ma globale, dato che ogni società si stava imborghesendo e finiva per somigliare a tutte le altre, tanto che risultava impossibile la produzione di quei romanzi “ideologici” che fecero la fortuna del genere, fino all’esaurimento della prima metà del Novecento. Allora, Benedetti potrebbe essere un autore proprio di questa crisi, uno che continua a tentare la narrazione lunga e a ribadirne i fallimenti: è un cronachista domestico o, al massimo, urbano, incapace di romanzi, maestro di blocchi di testo brevi, che vanno fortunosamente a comporre qualcosa che sembra un romanzo, ma non lo è. Dopo, e per decenni, mi pare che egli si sia dedicato quasi unicamente alla produzione poetica e saggistica, ma aspetto chi ne sappia più di me.

Molto novecentesco,ma di difficile collocazione: primo-novecentesco nelle aspirazioni, più tardo negli esiti, e comunque immune dai colpi e contraccolpi teorici dell’epoca, sembra che Benedetti, come certi suoi personaggi, il secolo se lo sia lasciato scorrere dentro e che anche la geografia sia un’opzione non definitiva, se è vero che si avverte bene il suo essere latino e meno l’americanità, come controcanto epicizzante della Storia – Benedetti non ha alcunché di whitmaniano, né di paziano o walcottiano o nerudiano. Uno così sembra e non sembra smaliziato: è ancora naïf chi abbia oltrepassato le mode e le scuole semplicemente passeggiando, come non avvertendo ostacoli? (Questo articolo risente del passato colonialista dell’estensore, nonché della sua ignoranza tipicamente europea: con la promessa che cercherà di emendarsi, in futuro).

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Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/#comments Wed, 15 Apr 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26225 «Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell'ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov'era nato il 3 settembre 1940, dov'era vissuto prima e dopo i lunghi anni d'esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell'America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

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eduardo-galeano-1Questo ricordo di Gianni Mura è uscito ieri su La Repubblica. (Fonte immagine)

«Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell’ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov’era nato il 3 settembre 1940, dov’era vissuto prima e dopo i lunghi anni d’esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell’America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

Non è questo il momento migliore per stilare una classifica di grandezza degli scrittori sudamericani e cercare un posto a Galeano nella lista dei Borges, Coloane, Benedetti, Cortázar, Rulfo, García Márquez, Mutis. Li ha incrociati, frequentati, anche impaginati. Quando si dice la vocazione: a 21 anni dirigeva la rivista Marcha , cui collaboravano, tra gli altri, Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Poi diresse Epoca , altra testata di sinistra. Nel ‘73, quando i militari presero il potere, fu incarcerato, poi riparò in Argentina. Ancora militari al potere (Videla) e molto sbrigativi nei confronti dell’opposizione. Il nome di Galeano figura nella lista nera dei condannati dagli “squadroni della morte”. Altro esilio, in Spagna, e di nuovo in Uruguay nel 1985, con il ritorno della democrazia.

Tra le sue opere: la trilogia di Memoria del fuoco, La conquista che non scoprì l’America, Splendori e miserie del gioco del calcio, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), Specchi, Le parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti d’amore e di guerra, Le labbra del tempo, I figli dei giorni (pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer). Nel 2009 Hugo Chavez, presidente del Venezuela, regalò a Obama l’edizione inglese di Le vene aperte, dicendogli che si trattava di un’opera fondamentale per capire l’America Latina. Non è dato sapere se Obama l’abbia letto. Si sa però che Galeano ha preso le distanze dal suo libro più famoso, che quel giorno del duetto Chavez-Obama ebbe una prodigiosa impennata nelle classifiche di Amazon: era oltre la sessantamillesima posizione e risale nelle prime dieci.

«Non ho voglia di rileggerlo», disse Galeano, criticando la sua relativa ignoranza in fatto di economia. Fondamentalmente, Galeano si è sempre considerato un giornalista. Non uno storico, non un economista, non un romanziere, non un poeta. Uno «che ha imparato a raccontare nei vecchi caffè di Montevideo». Uno che si definiva «uno scrittore ossessionato dalla memoria». E come si diventa scrittori? «Guardando e ascoltando. Per questo abbiamo due occhi, due orecchie una sola bocca». Già, parliamo di parole. «Uso soltanto quelle che possono migliorare il silenzio».

Ne ha usate tante e ha migliorato un silenzio sinonimo di indifferenza, ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Tra le frasi più citate, dal diario degli adolescenti ai propositi dei vecchi combattenti, quella sull’utopia: «È come l’orizzonte, cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare ». Nelle sue pagine la critica ha scorto parentele con Faulkner e Dos Passos, Lorca e Pasolini. È stato certamente uno scrittore militante, ai tempi s’era candidato con Pepe Mujica nel Frente Amplio. Da ossessionato della memoria, era legato a Che Guevara: «Aveva capito che la vita è darsi, e si è dato». Spesso Galeano usa una prosa che, salgarianamente, vien da definire lussureggiante. Dentro ci sono i colori dei mercati guatemaltechi, il calore delle passioni e degli sguardi, la malinconia di chi è nato in un Paese di emigranti che confina con altri Paesi di emigranti. Aveva radici gallesi, Galeano (il secondo cognome è Hughes) e forse, da parte dei bisnonni paterni, venete. Aveva anche un modo brechtiano di descrivere il Sistema: «I funzionari non funzionano. I politici parlano ma non dicono. Gli elettori votano ma non scelgono, I mezzi d’informazione disinformano. I centri d’insegnamento insegnano a non imparare. I giudici condannano le vittime. I militari sono in guerra contro i loro compatrioti. I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli. I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano. È più libero il denaro che la gente. Le persone sono al servizio delle cose».

Gli piaceva il calcio, tanto da dedicargli un libro intero, anche se la sua storia è triste «perché passa dal piacere al dovere». Non gli piaceva la sinistra che snobba il calcio in quanto oppio dei popoli (qui evidente la vicinanza con Pasolini). Si definiva «mendicante di bellezza» e si specchiava solo in Messi. Però sapeva a memoria la formazione tipo dell’Inter del Mago (Sarti, Burgnich, Facchetti ecc). Con Osvaldo Soriano, Galeano è la stella (uruguayana) nel cielo dei giornalisti sportivi che non vivono di solo 4-3-3. Ha scritto: «Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma anche: «Se non ci fosse il diritto di sognare tutti gli altri diritti morirebbero di sete». Ci teneva agli etimi: «Democrazia, parola che significa potere del popolo, è stata umiliata fino a ridursi al contrario di giustizia». E ancora: «Ricordare deriva da re-cor, significa ripassare dalle parti del cuore». Non faceva sconti: «La carità è verticale, va dall’alto al basso. Non mi piace. La solidarietà invece è orizzontale, ha rispetto degli altri». Si era appuntato un cartello degli Indignados spagnoli: «Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire». Credeva nella grandiosità delle piccole cose. Dalle parti del cuore non ha mai smesso di abitare né di scrivere. Mi piace immaginarlo come un ambulante di generi un po’ così, la dignità e la speranza. A cosa serve, in definitiva, leggere Eduardo Galeano? A non smettere di sognare, di lottare e di stare, per quanto è dato, dalle parti del cuore.

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Una milonga per Eduardo Galeano https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/#comments Tue, 14 Apr 2015 08:05:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26203 Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

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eduardo-galeano_184vtr3umgiab15i9a26lov3ibIn ricordo di Eduardo Galeano

di Fabio Stassi

Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

Era nato in quella città nel 1940 e aveva avuto una geografia del sangue mista e desterrada: gallese, tedesca, spagnola e italiana. Ma per scrivere aveva scelto il nome della madre. Il cancro lo aveva colpito ai polmoni. Un primo intervento nel febbraio del 2007, e dopo il consueto e feroce tariffario della malattia: gli esami, le terapie, le altre operazioni.

Diceva di avere appreso l’arte di narrare nei vecchi caffè di Montevideo, e che la sua università erano stati quei posti allagati da una luce così forte da ingiallire i sorrisi alle donne e da ombre tanto estese e nette da tracciare la mappa e i contorni della nostra locura. Per uno come lui, la memoria era una bettola straripante di voci, di amici e di musica. Una lanterna degli affogati, dove ogni ricordo è il soffio di una diceria. La sua adolescenza e giovinezza di operaio e portalettere, cassiere di banca e pittore di insegne, dattilografo e imbianchino. Un fumetto politico venduto a 14 anni all’organo del Partito Socialista uruguayano. E poi le prime avventure di cronista, i giornali fondati e diretti, le collaborazioni. L’idea di tentare una grande angiografia letteraria di un continente e di chiamarla Le vene aperte dell’America Latina. E subito dopo la censura, il carcere, le fughe. Da una dittatura all’altra. La condanna degli ” escuadrón de la muerte” di Videla e il riparo in Spagna. E il tiro di dadi di un’altra impresa, ancora più spericolata e gigantesca: racchiudere in tre libri La memoria del fuoco e comporre così gli annali del Nuovo Mondo, dalla creazione e la scoperta fino al secolo del vento e al suo definitivo ritorno a Montevideo nel 1985. Senza nessuna pretesa di neutralità. Perché la storia non è neutrale, e Galeano lo ha sempre saputo e sempre ha preso partito, e raccontato ogni cosa a modo suo, dal massacro di Tlatelolco del 1521 a quello degli studenti di Città del Messico nel 1968, consumatosi nello stesso posto. Sacrilegi, profezie, colonie e rivoluzioni, guerre di corsa e colpi di tacco, perdite e riconquiste. La spoliazione e lo scialo. Il fiato e la dignità.

Da allora, ogni libro fu per lui la fine di un esilio. Si consacrò alla brevità come Borges, lo scrittore dell’altro lato del mar del Plata, ma dilatandola a dismisura fino a gareggiare in estensione e fiato con il romanzo, la storiografia, la saggistica e le opere degli antichi. La sua scrittura, senza mai smettere di essere denuncia e affrancamento, divenne almanacco, diario, cronaca, scatto fotografico e aneddoto, paradosso e capriola, libro degli abbracci e labbra del tempo, specchio, splendori e miserie di un gioco e di un’intera epoca e inesausto esercizio di speranza e di lucidità.

Aveva lo sguardo oceanico puntato sempre contro l’orizzonte dell’utopia.

Per tutto questo, stasera, terrò una lampada accesa sul tavolo, a migliaia di chilometri dalla luce della sua stanza in un sanatorio di Montevideo, lasciando entrare la tristezza e respirando a pieni polmoni le tante parole che ha scritto e che ora sono l’ultima rimessa della sua voce. Tenendo bene a mente, come diceva lui, che il verbo ricordare viene dal latino re-cordis, e significa ripassare dalle parti del cuore.

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I giganti passi dell’uomo e l’importanza di essere piccoli https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-limportanza-di-essere-piccoli/ https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-limportanza-di-essere-piccoli/#respond Thu, 31 Jul 2014 14:37:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22580 di Daria Balducelli e Azzurra D’Agostino

“Quando uno spettacolo riesce a risuonarci come una festa, accade qualcosa, si rimane sbigottiti dall'entusiasmo collettivo. È un processo di ipnotica meraviglia, ed è così che da spettatore singolo e isolato si diventa pubblico - diventare pubblico significa avere una postura e farla risuonare con gli altri.”

Spettatori e pubblico, una differenza complicata, qui difficile da spiegare, ma su cui ci piace riflettere riprendendo la bella intuizione di Piergiorgio Giacché appuntata dopo un incontro pubblico al Festival Kilowatt di San Sepolcro, all'interno del progetto “Centro della Visione”. Incipit che ci serve per parlare delle persone che “fanno” un festival, una lettura, un concerto, qualsiasi evento culturale collettivo.

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(La foto è di Guido Mencari)

di Daria Balducelli e Azzurra D’Agostino

“Quando uno spettacolo riesce a risuonarci come una festa, accade qualcosa, si rimane sbigottiti dall’entusiasmo collettivo. È un processo di ipnotica meraviglia, ed è così che da spettatore singolo e isolato si diventa pubblico – diventare pubblico significa avere una postura e farla risuonare con gli altri.”

Spettatori e pubblico, una differenza complicata, qui difficile da spiegare, ma su cui ci piace riflettere riprendendo la bella intuizione di Piergiorgio Giacché appuntata dopo un incontro pubblico al Festival Kilowatt di San Sepolcro, all’interno del progetto “Centro della Visione”. Incipit che ci serve per parlare delle persone che “fanno” un festival, una lettura, un concerto, qualsiasi evento culturale collettivo.

Ecco, allora, due istantanee scelte dall’album de l’importanza di essere piccoli,  festival di poesia e musica quest’anno al varo della quarta edizione.

Per iniziare una del 2011: il poeta Fabio Franzin nel cortile di una vecchia casa di campagna che attende insieme al cantautore Giangrande che la serata inizi. Le persone arrivano lentamente, passi brevi e attenti alla terra che calpestano, il buio appena illuminato dalle torce non regala niente e a ogni metro si può trovare il dosso che fa inciampare. Arrivano piano tutti quegli individui che tra un’ora diventeranno “pubblico” grazie all’ascolto comune.  E la postura di quelle persone che hanno lasciato l’auto lungo la strada provinciale per il lago di Suviana e compaiono a piccoli gruppi nella penombra è una postura che ha qualcosa di non ordinario. Portamento che dipende forse anche dalla scelta di andare a sentire un poeta, o di scoprire una frazione di montagna sconosciuta e semiabbandonata. Poi donne, bambini, anziani e ragazzi si siedono sulla stortura delle sedie disposte nel terreno sconnesso, guardano l’aia, la casa, il campo con uno sguardo strano e bello, per delle parole dure come quelle che dicono il nostro presente:

(…) restano le foglie secche che / corrono per l’aia di un mondo idiotad’acciaio / e plastica, di bande elettroniche fitte di voci che hannoperso per / sempre il nome dei fiori, menzogne che in un / istanteoltrepassano oceani e montagne, / anime che si vendono per compraredelle cose, che / rubano l’aria agli alberi, il canto all’acqua.

Alla fine si rimane lì anche se non c’è più niente da ascoltare: il padrone di casa abbraccia il poeta, un bambino suona il pianoforte che ha accompagnato il concerto, e noi raduniamo le nostre cose con l’allegria di chi ha allargato la sua idea di felicità a un paese.

L’altra immagine si apre con un bosco di castagni che si concede nella sua tempesta privata di insetti voraci che pungono le foglie facendole appassire. Il bosco è su un crinale disabitato che esploriamo con Giuliano Scabia, il poeta che fa diventare i sopralluoghi dei sentieri di canti, aperture che fanno girare la testa. Ecco Rita sul ciglio di un vecchio e sdentato borgo, in ciabatte, che ci guarda perplessa: siamo effettivamente gente strana, per i boschi con taccuini, libri e matite e l’aria di essere un po’ persi. Poi Giuliano entra nella casa di lei, dove il fratello e un altro uomo stanno ancora mangiando; la cerimonia dell’accoglienza nelle dimore dei contadini è una stretta di mano e una sedia che si stacca dalle altre per farti accomodare. Ripartiamo per il bosco insieme a Rita e i suoi racconti di lupi che di notte la fanno star sveglia, delle mulattiere abbandonate, della malattia dei castagni che la rende triste e del fatto che non ha mai scritto una poesia.

L’immagine si chiude alcuni mesi dopo, Rita che aspetta il pubblico in una tappa della passeggiata condotta da Giuliano Scabia durante il festival. È pronta per leggere la sua prima poesia, il ‘compito’ datole da Giuliano, la sua serenata al lupo. Indossa un vestito lungo e scarpe eleganti. Ha cucinato tutto il giorno, ora sono pronte cento ‘tigelle’ da offrire alle persone che ci hanno seguito, ha la voce rotta ed è tanto emozionata, e forse non si è accorta che mentre l’ascolta Giuliano si è  commosso.

Sono tracce come queste, ricordi che entrano a far parte della vita, a farci  credere nel  valore di  un’azione di politica culturale e a farci riconoscere la dignità di questo lavoro che non può continuare ad essere afflitto dalle leggi di un mercato troppo grande o essere scambiato per un passatempo. Per noi la valenza di un progetto culturale sta nel sentimento che si respira tra le persone, in quel sorprendente risuonare.

Si tratta del senso che può avere per noi oggi aprire degli spiragli che lascino intravedere altre possibilità di stare tra noi e nel mondo, si tratta di fornire a noi stessi e agli altri l’occasione di esperire un’alternativa: condividere un momento collettivo che sia il contrario della ‘distrazione’ e dell’intrattenimento’ , di cui oggi c’è forse fin troppa abbondanza di offerta, e di fare un passo indietro rispetto alla spettacolarizzazione e all’individualismo.

Quello che viviamo molto spesso non ci piace, ci fa stare e sentire fuori luogo. La poesia (nelle sue varie forme, fatte di versi ma anche di piante, di musicisti, di contadini, di appassionati) è allora, nel suo essere sempre fuori misura, lo spazio in cui le contraddizioni e le complessità possono diventare occasione. Certo è complicato cercare di realizzare questa (ma sì, usiamola questa parola desueta) utopia dovendo agire secondo le regole che sembrano osteggiare questo tipo di pensiero e  accadimento in luoghi minoritari. Eppure c’è chi ancora crede in tutto questo, e bastano alla fine pochi – o meglio, rari – esploratori e il margine in cui ci si muove diventa un giardino fertile di confine.

Questo è dunque un ringraziamento a tutte le persone che sono diventate e che ancora vorranno diventare ‘pubblico’, custodi di quel dialogo taumaturgico tra il paesaggio e chi lo abita. Ci riproviamo dal 5 al 9 agosto, sotto l’immagine di una libellula che nella sua fragilità comunque se ne sta ferma nell’aria in un punto esatto. La libellula, il ‘panegirico della libertà’ cantato dal poemetto di una poetessa amatissima e centrale come Amelia Rosselli, da cui abbiamo preso i versi che ci guidano quest’anno:

io amo più forse

le colline e le fresche brezze e le verdescuro

pinete, che i giganti passi dell’uomo

 

www.sassiscritti.wordpress.com
fb: l’importanza di essere piccoli

 

Programma 

5 agosto – “Scaialbengo” centro culturale ippico, Castel di Casio ore 21
Dina Basso, Yari Bernasconi, Alberto Cellotto (letture)
Roberto Angelini (live acustico)

6 agosto – Molino del Pallone, Granaglione ore 21
Luigi Socci (lettura/incontro)
Davide Toffolo (concerto/spettacolo Graphic Novel is Dead)

7 agosto – Pieve della Rocca di Rofeno, Vergato ore 21
Mario Benedetti (lettura/incontro)
Felpa Daniele Carretti degli Offlaga Disco Pax, Magpie (live acustico)
Riccardo Sinigallia (concerto)

8 agosto – Capugnano, Porretta Terme ore 21
Fabio Pusterla (lettura/incontro)
Peppe Voltarelli (live acustico)

9 agosto – Castagno, Pistoia ore 21
Chandra Livia Candiani (lettura incontro)
Mara Redeghieri (concerto progetto Dio Valzer)

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