Mario Borghezio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-borghezio/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Sep 2015 11:58:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mario Borghezio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mario-borghezio/ 32 32 Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

L'articolo Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo proviene da Minima et Moralia.

]]>
federico

(fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

L'articolo Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/feed/ 3
Nazifascismo: «Non è male…» https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/#comments Thu, 22 Mar 2012 09:51:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7091 Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell'isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L'articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

L'articolo Nazifascismo: «Non è male…» proviene da Minima et Moralia.

]]>

Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

L’attentatore sembra essere uno solo. Biondo, occhi azzurri, norvegese doc. Si chiama Andres Behring Breivik, 32 anni, cristiano, di estrema destra, carico d’odio per islamici, gay, decadenza morale dell’Occidente, debolezza dell’Europa piegata alla follia del multiculturalismo. Il modello Pavlov agisce ancora: è un folle. Come Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklaoma City nel 1995.

I giornali raccontano la sua biografia, come ha costruito la bomba nella casetta di legno nel cuore agricolo della Norvegia, com’è arrivato all’isola di Utoya, come ha sparato, come se n’è andato. Dicono della sua passione per videogame violenti e film epici. Analizzano il suo profilo Facebook, costruito ad hoc per creare un personaggio (“amici”, però, nessuno). Accennano al neonazismo (con mappe e grafici sull’estrema destra europea, istituzionale o meno) e all’integralismo cattolico, spesso alleati.

Sotto vesti pacifiche, la Norvegia cova braci pericolose? Il diavolo passa per la musica, sempre, e i nordici gruppi black metal (noti satanisti…) e le loro imprese sono considerati indice di un’inquietudine diffusa, che i lettori di gialli scandinavi già conoscono.

Gabriele Romagnoli ne parla su Repubblica (24/07/2011), ricordando che «la funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle». Cita Anne Holt, Arne Dahl, Stieg Larsson, parla dell’ombra neonazista nei loro libri, ma chiude con Lars Saabye Christensen, nel cui romanzo La modella la moglie del protagonista cura la scenografia di un lavoro di Ibsen. «Lei è molto fiera di una sua trovata: ha fatto dipingere di rosso il muro alle spalle degli attori sul palco. Lui osserva perplesso, poi dice: “Non è eccessivo? Manca solo che tu appenda un cartello con su scritto: qui sta per accadere qualcosa di terribile”. Ecco: la letteratura nordica degli ultimi anni è stata quel muro rosso. Ma abbiamo continuato a pensare che fosse il fondale di un palco dove si recitava e poi tutti tornavano a casa, felici e assistiti».

Ecco, a ben vedere, quel palco esiste da tempo ovunque, anche in Italia. Quella scenografia rossa si è arricchita di svastiche o celtiche, ed è entrata nel nostro campo visivo senza produrre reazioni di massa efficaci, anzi: arrivando a non produrre più allarme.

Torniamo ai giorni di luglio, alle notizie norvegesi. Si trova on line A European Declaration of Independence – 2083, manuale-manifesto di Andrew Breivik (così si firma). Un memoriale con giustificazioni teoriche, analisi storiche, individuazione di buoni e cattivi, una lunga autointervista. Il quotidiano norvegese Verdens Gang lo mette in relazione con Theodore Kaczynski, Unabomber (quello americano). L’analogia è ripresa da tutto il mondo. Breivik mescola Odino, Crociati, Templari, Adorno e molto altro in un collage da brivido. Immagina una sorta di ordine cavalleresco: Commilitones Christi Templique Salomonici, pro crociata paneuropea, conservatori monoculturalisti, inneggianti al patriarcato, antiislamici, cattolici, anticomunisti e (in qualche modo) antifascisti, in lotta contro femminismo, Unione Europea e globalizzazione. Breivik si definisce «cultural conservative, revolutionary conservative, Vienna school of thought, economically liberal», e non si ritiene né nazista, né fascista, né razzista. Ha però ammirazione per l’English Defence League, estrema destra inglese (che sostiene abbia allontanato dal suo interno i neonazisti) e indica tra gli schieramenti politici stranieri da appoggiare anche gli italiani Alleanza Nazionale, Lega Nord, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, La Destra, Fronte Sociale Nazionale, Forza Nuova e Destra Nazionale.

Proprio in Italia, nella fiammata d’interventi sorpresi del nemico in casa, cristiano, conservatore, di destra, appaiono articoli sorprendenti. Vittorio Feltri su Il Giornale (Quei giovani norvegesi incapaci di reagire, 25/7/201) non discute le tesi di estrema destra, ultranazionaliste, integraliste cattoliche, razziste, dell’attentatore norvegese, non attacca i frasari violenti di ambienti di destra, non solo estrema (frasari considerati in Italia folclore di certi partiti), che alimentano un modo banalizzante e pericoloso di vedere la complessità del presente. Si chiede invece come mai i 500 giovani sull’isola di Utoya non siano riusciti a fermare la carneficina.

In compenso, Mario Borghezio (già frequentatore di raduni europei di estrema destra) dichiara ai microfoni della Zanzara su Radio24 che Breivik «è il risultato di questa società aperta, multirazziale, direi orwelliana», che «questo tipo di società è criminogeno» e che «certe situazioni di disagio e di insofferenza è inevitabile che sfocino in tragedia», perché «quando una popolazione si sente invasa, poi nascono dei fenomeni di reazione», anche se gli eccessi «sono da condannare» (26/7/2011).

Insomma, Feltri ignora il problema, Borghezio conferma il manifesto di Breivik. Con l’europarlamentare, per pressioni internazionali, c’è una parvenza di reazione, anche nella Lega Nord, con Roberto Calderoli che prende le distanze (d’altronde, nel ’94 Bossi tuonava: «mai coi fascisti!»). Ma la reazione dura il tempo della notizia in prima pagina, poi arriva il “generale agosto”.

Negli stessi giorni, su Radio Popolare Network esperti e studiosi dicono che non si può parlare di gruppi nazisti in Norvegia, perché là esiste una diffusa lotta antifascista e antinazista. Lo stesso Breivik, infatti, sostiene di non esserlo. E comunque ha poco senso parlare di problema “nazionale” nell’era di internet. Già nel 2001, all’esplosione del web 2.0, Manuel Castells in Internet galaxy scriveva: «i movimenti sociali di ogni tipo, da quelli ambientalisti a quelli di estrema destra (per esempio nazismo e razzismo), hanno tratto vantaggio dalla flessibilità della rete per dare voce alle loro visioni e collegarsi alla nazione e al globo».

L’Italia, più volte citata da Breivik, è come il resto del mondo connessa alla rete, e saltuariamente il rapporto tra neofascismo e web arriva alle sue cronache. Succede o in occasione di atti di violenza, o in presenza di fatti troppo clamorosi per essere ignorati. Come nel 2008, sulla scia del caso dei video su youtube dei 99 Fosse, gruppo anni ’90 con canzoni inneggianti al nazismo e al razzismo su musiche di brani come “Laura non c’è” di Nek, che diventa “Anna non c’è”, su Anna Frank. L’Unità (20/11/2008) dedicò alcune pagine al dilagare dell’estrema destra nei social network, a suoi presunti rapporti con il fondamentalismo islamico, e a una task-force israeliana, i “Wiesenthal del Terzo Millennio”, cacciatori di nazisti sul web, mappatori dell’odio antisemita in rete, tra revisionismo e negazionismo.

Che i gruppi organizzati esistano e usino la rete è cosa nota. Come che i social network siano grandi contenitori, come d’altronde il web, in cui sta di tutto, in conflitto. Ed è ipocrita gridare al neonazifascismo quando avvengono fatti eclatanti. Il problema è piuttosto che si diffonde da anni l’humus: la familiarità e l’indifferenza verso icone, slogan e simboli di estrema destra. «Un’onda nera appiccicosa, che cola dalle tv e dai settimanali rosa», cantavano in Giro di vite i Modena City Ramblers nel ’96. Gli anni in cui Francesco Guccini, intonando ai concerti Canzone del bambino nel vento (Auschwitz) diceva che quando l’aveva composta, mai avrebbe creduto di dover continuare a cantarla così a lungo. E non si riferiva al compiacere il desiderio del pubblico.

Facciamo un esempio. Nei giorni successivi ai fatti di Oslo, in un post del 23/7, Nicolò Mingozzi nel suo blog denuncia con un video la presenza di gadget nazifascisti nei negozi della passeggiata estiva riminese, viale Regina Elena. Bottiglie di vino con etichette con Hitler, Mussolini, svastiche, croci celtiche e affini, tra giochi per bambini e molto altro. Un fatto che l’Anpi denuncia da anni. La notizia rimbalza in rete, su quotidiani, ma dopo un po’ di clamore estivo, contenuto, tutto parrebbe passato.

Le immagini del revival nazifascista sono ovunque. Non solo nel web, non solo in spazi di gruppi neofascisti organizzati. Ed è tutto “normale”, quotidianità. Nella moda, appaiono da tempo vestiti decorati con croci celtiche, o richiami a esse. Se ne discute in rete, ma c’è sempre o il saputello che ricorda l’origine celtica (e quella orientale della svastica), o il “democratico” che dice che se non scompaiono falci e martello e Che Guevara, perché devono scomparire i simboli di destra?

Ragioniamo a partire da quest’ultima provocazione. Prendiamo il Che. Non a caso Viktor Pelevin nel suo Babylon (1999, trad. it. Mondadori 2000) mette in scena lo spirito del Che: spiega a un copywriter i meccanismi della pubblicità. Non è nulla di blasfemo, anzi: quale icona più commercializzata, più svuotata di significato? Nel migliore dei casi, politicizzato, il suo viso sulla bandiera esprime desiderio di giustizia, generica protesta (nulla a che vedere con: guerra no, guerriglia sì). E quanto rivoluzionarie sono magliette, perizoma, bandane, sciarpe, magliette, gadget vari col suo volto? Per non parlare del suo utilizzo su orologi e addirittura in pubblicità di finanziarie, com’è avvenuto negli anni zero.

Ci si abitua, diventa folclore, nessuno lo teme più. Così succede anche per i simboli della destra: nella civiltà delle immagini, l’homo videns familiarizza. E quindi l’allarme scema. Ma c’è un problema. A un certo punto, in Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia (Feltrinelli, 2004), Babi vuole farsi un tatuaggio; per sceglierlo, sfoglia un catalogo con l’amato Step, che le indica una svastica nazista dentro una bandiera dal fondo bianco dicendo «non è male…».

Ecco: «non è male…». Quei puntini lasciano in sospeso un’affermazione che può leggersi come «non è cattivo», un po’ come i bambini dicono per giustificarsi dopo una parolaccia o qualcosa di sbagliato: «non è una brutta cosa». Insomma, «non è un/il male». Oppure può leggersi come­ «non è brutto», un commento estetico: è carino. In entrambi i casi, cessa di essere segno di ciò che è stato. Cessa di essere l’orrore. E, nel secondo caso, guadagna in simpatia. E si associa al concetto di forza. E magari il saputello ne ricorda l’origine orientale e che il nazista ne ha solo invertito l’andamento. Insomma, viene sdoganata, piace, fa figo.

Il fatto è che Berlusconi nel ’94 ha sdoganato la destra postfascista, ma la storia politica istituzionale della destra italiana dell’ultimo ventennio dentro i Palazzi è stata accompagnata da tante cose successe fuori dal Palazzo, ben più importanti come impatto e capillarizzazione di un certo tipo di discorso. Si sono moltiplicati i centri sociali di destra, ad esempio, argomentazioni razziste e sessiste sono filtrate ovunque, si è scambiato il dimenticare/rimuovere/riscrivere il passato (basta con comunismo, fascismo, antifascismo, destra e sinistra! L’insopportabile e barboso Novecento!) con il desiderare un futuro, guardare avanti. E parole e gesti hanno perso valore, usati con troppa leggerezza. Berlusconi è solo un epifenomeno quando insulta Martin Schultz al Parlamento Europeo offrendogli la parte di “kapò” in un film sui campi di sterminio (2003), o quando dice ai giornalisti del tabloid inglese Spectator che il Duce “non ha mai ammazzato nessuno” e che “mandava la gente a fare vacanza al confino” (2001), o quando nel 2006 in campagna elettorale è acclamato da ragazzi di Forza Nuova al grido “Duce Duce”.

Il vero sdoganamento del nazifascismo è nelle strade. Il comune paesaggio visivo quotidiano è costellato di oggetti che fanno familiarizzare con simboli e slogan atroci: la maglia “boia chi molla: o con noi o contro di noi” venduta tra i souvenir all’entrata di luoghi meta di gite scolastiche come le Grotte di Frasassi o nelle piazze di città d’arte; il saluto romano del calciatore Paolo Di Canio ai suoi tifosi, gli ultras laziali, già autori dello striscione “Onore alla tigre Arkan”; il fiorire di celtiche, svastiche e altro nelle curve degli stadi, conquistate dalla destra; i “documentari” televisivi sulla vita di Mussolini volti a scoprire l’uomo, così sensibile e delicato, nella sua intimità, tra camera da letto e cucina; le collanine con croci celtiche e icone naziste vendute nelle bancarelle di qualsiasi località turistica; i calendari e i busti del duce in qualsiasi mercatino più o meno d’antiquariato; la celtica al collo del sindaco di Roma Gianni Alemanno giustificata con il ricordo per l’amico…

Nel luglio 2011, la “Bild” tedesca costringe Michelle Hunziker a licenziare la sua guardia del corpo tatuata con il pugno bianco White power, per poi riassumerlo dopo pochi giorni, pentito, coperto il pugno con una rosa. E in Gran Bretagna, nel 2005, il principe Harry in divisa nazista alla festa in maschera immortalato sul Sun (“Harry The Nazi”) ha causato scandalo, riprovazione, ma si parlava di “gaffe”. «Non è male…»? I casi citabili sono tanti.

Massimo Zamboni, ex Cccp e Csi, ora solista, nel libro Prove tecniche di resurrezione (2011) ha inserito il racconto “Le ceneri, il ritorno”, riflessione sul Treno della memoria, che da Carpi ha portato 700 studenti ai campi di Auschwitz e Birkenau il 27 gennaio, giorno della memoria. E proprio a Birkenau, nel campo, ha incontrato quattro naziskin in divisa nera con una bottiglia di vino, per festeggiare.

Il problema è internazionale. Il circuito delle immagini pure. La scenografia rossa che annuncia qualcosa di terribile è sotto gli occhi di tutti. Ma in Italia, paese in cui da sempre si citano trame nere, in cui neofascisti condannati sono rimasti latitanti, in rapporti “curiosi” con i servizi segreti, si fa presto a dimenticare i coretti su Pinochet cantati alla caserma di Bolzaneto nei giorni di Genova 2001. Figurarsi quindi cosa importa quel che dice un Borghezio. E quel norvegese (come si chiamava?) era un povero pazzo. Non c’è tempo per pensare all’humus in cui si è nutrito. Voltiamo pagina.

Che distanza con l’immagine del carabiniere al processo per il Mostro di Firenze! Fine anni ’90: Vanni in vestaglia blu che sproloquia in aula urlando «Viva il Duce, il lavoro e la libertà! Ritorneremo! Prima o dopo!», e il carabiniere alla sua sinistra, appena inizia, gli afferra un braccio per farlo smettere. Perché inneggiare al fascismo non si può, l’apologia di fascismo è un reato, e un uomo dello Stato, un tutore dell’ordine deve intervenire per impedire un reato. Ma oggi, quel carabiniere sarebbe forse “antidemocratico”, e il giudice “comunista”, perché non lo lasciava parlare e lo trattava male, come si legge nei commenti al video su youtube.

L'articolo Nazifascismo: «Non è male…» proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/feed/ 2