Marisa Laurito Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marisa-laurito/ un blog di approfondimento culturale Thu, 02 May 2013 13:47:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marisa Laurito Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marisa-laurito/ 32 32 Siamo tutti obesi https://minimaetmoralia.it/libri/teresa-ciabatti-marco-lazzarotto/ https://minimaetmoralia.it/libri/teresa-ciabatti-marco-lazzarotto/#comments Thu, 02 May 2013 13:47:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14181 (Immagine: Fernando Botero, Adamo ed Eva.)

di Fabio Viola

Il titolo è falso, lo so che non siete obesi. Anzi. Ma c'è un'obesità diversa, psichica, che serpeggia tra i nostri gangli ed è quella cosa che non ci fa mai sentire all'altezza. Standard e asticelle si alzano, i modelli che fingiamo di ignorare ci vanno sotto pelle e pur non volendo ecco che si interiorizza tutto: non andiamo mai bene.

Gli standard estetici la metà della gente li irride, l'altra metà li accetta inconsapevolmente. Si va da chi disprezza la bella apparenza televisiva a chi la dà per acclarata, quasi darwinisticamente, e semmai aspira a quella. Nel suo piccolo, magari, ma non solo.

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(Immagine: Fernando Botero, Adamo ed Eva.)

di Fabio Viola

Il titolo è falso, lo so che non siete obesi. Anzi. Ma c’è un’obesità diversa, psichica, che serpeggia tra i nostri gangli ed è quella cosa che non ci fa mai sentire all’altezza. Standard e asticelle si alzano, i modelli che fingiamo di ignorare ci vanno sotto pelle e pur non volendo ecco che si interiorizza tutto: non andiamo mai bene.

Gli standard estetici la metà della gente li irride, l’altra metà li accetta inconsapevolmente. Si va da chi disprezza la bella apparenza televisiva a chi la dà per acclarata, quasi darwinisticamente, e semmai aspira a quella. Nel suo piccolo, magari, ma non solo.

L’obeso, a differenza di chi è percepito come brutto tout-court, ha una chance in più: la simpatia. Quanti personaggi diversamente magri hanno affollato schermi e immaginari para-televisivi? Tanti: Platinette, Marisa Laurito, Lino Banfi, Paolo Villaggio, Gegia e, prima che dimagrisse, Geppi Cucciari (notare che solo quest’ultima, la traditrice che si è messa a dieta – e non per rilanciare la propria carriera ma forse per implementarla, o semplicemente perché le andava così – non appartiene ai decenni passati bensì all’adesso).

Al bello non si chiede di essere per forza simpatico, all’obeso sì. Te ne accorgi guardando la televisione ma anche quel tuo amico cicciotto passivo-aggressivo che fa i salti mortali per strapparti una risata. Un grassone in televisione che non fa nemmeno ridere è uno specchio di come ci vediamo noi: infelici e non all’altezza. Un altro che ci fa ridere è come potremmo essere – se non fossimo irrimediabilmente noiosi.

L’obesità non è che un esempio, uno facilmente riconoscibile, ma anche un esempio che, a differenza di problemi estetici di altro tipo (vitiligine, statura, falangi in eccesso, ipertrofia delle orecchie), può aver riguardato chiunque nel corso della propria vita. Fasi, depressioni, euforia concentrata sul cibo, queste cose potenzialmente potrebbero riguardare chiunque. Dunque l’obesità (o il sovrappeso) è lo spauracchio estetico per eccellenza, ci facciamo i conti tutti, anche come rimosso.

Due romanzi italiani, usciti a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, affrontano la piaga emotiva del grasso, dell’affetto commestibile, ognuno da prospettive diverse e complementari.

Il primo romanzo, scritto da Teresa Ciabatti (Il mio paradiso è deserto, Rizzoli) prende la questione di petto: Marta Bonifazi, ventenne figlia dell’uomo più ricco di Roma, pesa cento chili e odia se stessa, la sua famiglia e il mondo in egual misura. Alla madre che le fa una domanda qualunque risponde “Non rompere il cazzo”. Al padre, che da bambina amava, riserva solo indifferenza e astio. Ignora suo fratello perché lo vede come il figlio perfetto che lei non è riuscita a essere. Detesta la servitù filippina della sua villa sull’Appia Antica. L’unico ragazzo che prova a esserle amico lo usa come un pugile fa col sacco in palestra. Non si fa fotografare, non esce di casa, spara (davvero e per finta) dalla finestra della sua cameretta con televisore da 80” a cui è spesso incollata, investe un uomo durante una crisi isterica, fa una liposuzione che non serve a niente perché prima di togliersi i punti ha ripreso a mangiare con la stessa foga di prima: “Infine si vide, implorante, impaurita, addolorata, Marta si vide: nello specchio c’era ancora lei, quella cicciona. ‘Sono uguale’ disse trattenendo a stento le lacrime, ‘sono uguale identica a prima’.”

Nel romanzo di Teresa Ciabatti l’obesità è sia causa che conseguenza di un’infelicità senza fine, è l’esito di un buco nero che le si apre davanti con la fine dell’infanzia dorata, ma è anche lo stesso buco nero che la inghiotte in un isolazionismo più violento che malinconico. L’assoluta assenza di moralismo, messaggi di speranza, insomma la natura anti-didascalica de Il mio paradiso è deserto, è tutta nel continuo fluire le une negli altri di cause ed effetti, di azioni e reazioni. Siamo obesi anche prima di essere grassi, e lo saremo anche dopo.

Il secondo romanzo è Il Ministero della bellezza (Indiana), di Marco Lazzarotto. In un universo distopico ma contemporaneo il neo-ministro della Bellezza Dominic Ardemagni impone regole ferree ai cittadini basate sul loro aspetto fisico: centri storici chiusi ai meno belli (con vigili incaricati della selezione all’ingresso), sacchetti per il pane in testa obbligatori per i volti meno cesellati, mobbing istituzionalizzato in ufficio per i brutti, smaccati favoritismi per le chiome bionde e ricce. E il protagonista, scrittore promettente dall’estetica grunge anni Novanta, fa i conti con la sua calvizie incipiente e le maniglie dell’amore in un contesto in cui le librerie Feltrinelli sono diventate negozi di abbigliamento con l’accessorio dei libri, e per andare in spiaggia in costume serve il bollino delle autorità.

A differenza che nel romanzo di Teresa Ciabatti, ne Il Ministero della bellezza la chiave è quella dell’ironia. Ok, siamo grassi, brutti, disarmonici e non siamo all’altezza: bisogna industriarsi. Il protagonista del romanzo assume un avatar palestrato e spigliato che si spacci per lui alle presentazioni, e nel giro di poco arriva a milioni di prenotazioni per un romanzo che non ha neanche finito di scrivere, e che quando uscirà sarà “un blocco di polistirolo in un elegante cofanetto”.

Per concludere: inutile dirsi che andiamo bene così come siamo, perché è falso e consolatorio. Possiamo fingere di fregarcene del nostro aspetto fisico, o possiamo illuderci che la nostra apparenza sia il mero involucro che contiene altro, tanto altro tutto da scoprire conoscendoci, ma l’ossessione umana per la bellezza è sempre esistita, ed è lei che ci spinge a fare ciò che facciamo per rendere le nostre vite belle e degne. Il problema è se l’unica bellezza che siamo in grado di riconoscere è quella di un corpo scultoreo, una capigliatura luminosa, due labbra carnose che ci baciano da dentro un monitor.

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