Marjane Satrapi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marjane-satrapi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 02 Jul 2016 09:39:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marjane Satrapi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marjane-satrapi/ 32 32 A girl walks home alone at night, punti luce per ricomporre la memoria https://minimaetmoralia.it/cinema/a-girl-walks-home-amirpour/ https://minimaetmoralia.it/cinema/a-girl-walks-home-amirpour/#respond Sat, 02 Jul 2016 09:38:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31453 Cosa accadrebbe se una storia illustrata di Marjane Satrapi incontrasse l’adattamento cinematografico di Quentin Tarantino? E se un polveroso  campo lungo alla Sergio Leone si sovrapponesse al primo piano di un personaggio creato da Jim Jarmusch? Se il deserto dell’Iran venisse trasportato nei sobborghi industriali della provincia americana? Gotham City diventerebbe una fusione di oriente e occidente, un non luogo dentro a un altro non luogo; diventerebbe la Bad City di A girl walks home alone at night, miscela cinematografica di candore e violenza, epica e quotidiano, rigore e leggerezza, sempre con una sorprendente continuità nel linguaggio espressivo.

Lo chador è qui l’uniforme della ragazza in cerca di giustizia, la tuta gialla di Bruce Lee reindossata da Uma Thurman in Kill Bill. Questo è lo scenario del film di esordio dell’iraniana-americana Ana Lily Amirpour, presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2014 e ora distribuito anche in Italia. A girl walks home alone at night, oltre a possedere un fascino irresistibile, ha tutte le caratteristiche per diventare un film di culto.

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Cosa accadrebbe se una storia illustrata di Marjane Satrapi incontrasse l’adattamento cinematografico di Quentin Tarantino? E se un polveroso  campo lungo alla Sergio Leone si sovrapponesse al primo piano di un personaggio creato da Jim Jarmusch? Se il deserto dell’Iran venisse trasportato nei sobborghi industriali della provincia americana? Gotham City diventerebbe una fusione di oriente e occidente, un non luogo dentro a un altro non luogo; diventerebbe la Bad City di A girl walks home alone at night, miscela cinematografica di candore e violenza, epica e quotidiano, rigore e leggerezza, sempre con una sorprendente continuità nel linguaggio espressivo.

Lo chador è qui l’uniforme della ragazza in cerca di giustizia, la tuta gialla di Bruce Lee reindossata da Uma Thurman in Kill Bill. Questo è lo scenario del film di esordio dell’iraniana-americana Ana Lily Amirpour, presentato alla Festa del Cinema di Roma del 2014 e ora distribuito anche in Italia. A girl walks home alone at night, oltre a possedere un fascino irresistibile, ha tutte le caratteristiche per diventare un film di culto.

Una vampira a bordo di uno skateboard attraversa le strade della città fantasma  ̶  è giovane, è giustiziera, è fragile, è supereroe  ̶  per ristabilirne i valori. Bad City è una città senza madri e senza padri, senza famiglie e senza memoria.

Il Monello (The Street Urchin) girovaga e rubacchia per il quartiere: nessuna traccia dei genitori. Arash, novello James Dean con la sostanza proletaria del Martin Sheen della Rabbia giovane, cura le siepi di una villa che sembra uscita dalle colline di Hollywood. Shaydah La Principessa aspetta di togliere la benda al naso rifatto per andarsi a sballare in discoteca. Saeed Il Pappone, l’unico vero villain della storia, esercita il suo potere sui più deboli. Intanto, oltre il guardrail di una strada si apre una fossa comune che accoglie i cadaveri.

Non esistono tombe a Bad City che possano conservare il nome di chi se n’è andato, come non esistono buoni e cattivi. Ci sono personaggi soli, perduti, brandelli di una società che ha esaurito modulazione e individualità, fotografati in un bianco e nero contrastato che ne amplifica l’ambiguità, l’opacità.

La colonna sonora si sviluppa per contaminazioni, come fosse un’eco della visione: il rock mediorientale (Koisk, Radio Theram) si alterna a sonorità western alla Ennio Morricone (sono gli statunitensi  Federale), l’elettronica del producer armeno-americano Bei Ru è intervallata a parentesi punk, disco, techno, alla ballata persiana.  Eppure gli avvenimenti si succedono attraverso dialoghi rarefatti e in una messa in scena rigorosa che isola i «rottami umani» del racconto per amplificare il vuoto che vi abita attorno.

La salvezza a Bad city la trovano i diversi che hanno il coraggio di non chiudersi in sé stessi. Accadeva lo stesso nel bellissimo Lasciami entrare di Tomas Alfredson (Svezia, 2008) che elaborava la figura del vampiro in chiave esistenziale.  Nutrirsi di sangue è una necessità, ma il bisogno primario è farsi accettare dall’altro; l’atto d’amore sta nell’accogliere la natura dell’altro per quella che è.  Ed è una storia d’amore, A girl walks home alone at night, in fondo.

Ricco di attinenze, nondimeno forte di un’identità specifica, il film di Amirpour assimila più generi: l’horror, il noir, il western, il cinema indie americano. Una commistione di linguaggi a servizio di personaggi in cerca di una decodificazione del mondo, di una consapevolezza che consenta di accarezzare nuove prospettive di vita, capace di disciplinare le proprie azioni e di educare le altrui, chiarificatrice del cambiamento: del tempo, dello spazio, di una cultura in divenire.

Nello sguardo di Amirpour, gli interni delle abitazioni coincidono con la frontalità di una parete: sui cui si adagia Hossein Il Tossico; in cui sono affissi i poster dei miti che La Ragazza ammira; contro cui si staglia la silhouette di Atti La Puttana triste, che balla per compiacere l’altro, succube innanzitutto di se stessa.

Inoltre, tagli di luce che illuminano parte di un volto come a volerne preservare almeno una traccia, prima che la figura reimmerga nel proprio oblio esistenziale. Nell’elegante composizione fotografica di Lyle Vincent troviamo la medesima frontalità anche nella lavorazione degli esterni, restituiti con inquadrature che limitano la profondità di campo. Ampio è l’uso del grandangolo, ma a prevalere è la figura isolata sullo sfondo scuro, sfuocato, a sottolineare la disconnessione, la distanza dalla fonte, l’indeterminatezza scenica.

Con lo stesso principio: le luci dei lampioni in strada hanno contorni imprecisati. Punti luce vacillanti, smagliati, rovesciati in uno spazio che prescrive una sospensione, impone un ellissi. I punti luce diventano fantasmi astratti in mezzo ad altri fantasmi: i personaggi della storia. Come il travestito Rockabilly, figura ricorrente, nonché protagonista della scena più ispirata, surreale e politica del film.

Raccontando una storia semplice, solitaria e struggente, A girl walks home alone at night custodisce un messaggio silenzioso ma assordante, e usa i generi piegandoli a detonatori di significato e di simboli.

Infine un gatto, Masuka. (Vi verrà voglia di andare a cercare le generalità di Masuka su internet, una volta visto il film.) Il Gatto, personaggio al pari degli umani, passerà di mano in mano, di casa in casa. Sentinella della visione, afflato spirituale a cui tutti a Bad City, senza saperlo, aspirano. Potrebbe indicare una nuova via da percorrere; potrebbe essere l’ultimo testimone di una città fantasma che ha perso la dignità, la felicità e il ricordo, ma li ritrova tutti con il Cinema.

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Tutta la grazia del punk https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/tutta-la-grazia-del-punk/#comments Tue, 17 Nov 2015 14:37:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9814 Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. "La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale", raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

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Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. “La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale“, raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

Guantanamo Bay, dicevamo, non a caso citata nel titolo dell’album d’esordio della punjabi islampunk band di Boston The Kominas (“i bastardi” in punjabi) che uscirà a novembre come Wild Nights in Guantanamo Bay. Basta trascorrere qualche giorno con i Kominas e gli altri musicisti della scena islampunk, che la domanda arrivi inesorabile: “Ma tu hai presente cosa succede a Guantanamo Bay?”

A me viene chiesto a Baltimore, Maryland, in una libreria anarcoindipendente del centro, dove incontro Michael Knight, i Kominas e le altre band durante una delle tappe del Taqwa Tour, ovvero la prima tournée taqwacore che da Boston a Chicago ha portato in giro per la East Coast il meglio della musica islampunk d’America. Un evento memorabile, si direbbe. O quantomeno l’inizio di qualcosa di nuovo e dirompente. “Già”, mi conferma Michael, “la cosa più bella è che lungo la strada si vanno unendo al tour musicisti che arrivano da posti diversi: dal Texas al Pakistan, da Boston a Chicago”. Il che corrisponde esattamente al loro sound, contaminazione riuscita di Oriente e Occidente che ha in sé l’irriverenza del punk e tutta la grazia della musica. Perché, di fatto, è uno stato di grazia quello che raggiungono i taqwacores quando cominciano a suonare. Una di quelle esperienze che non ha niente di forzatamente mistico, ma che ha in sé tutta la vitalità dei vent’anni e la forza spudorata e travolgente del punk. Ma tutto questo lo scoprirò solo la sera dopo, cantando e pogando qui a Baltimore, dentro la chiesa metodista di St. Joseph.

“Il tour è cominciato a Boston, a casa di amici”, mi racconta Michael, “e la serata è andata talmente bene che se non fosse arrivata la polizia a interrompere il concerto nessuno avrebbe smesso di suonare”. Polizia a Boston, e polizia anche a New York, seconda tappa del tour, dove il bus è stato fermato e perquisito. “La polizia ha cercato e non ha trovato quello che cercava”, mi racconta Kim, fotografo ufficiale del tour, “per cui ci hanno lasciato andare. Ma da qui alla fine del tour ci fermeranno ancora. Quantomeno ce l’aspettiamo”.

Intanto, fuori dalla libreria, i musicisti discutono animatamente di un articolo pubblicato lo scorso giugno dal settimanale Newsweek. L’articolo si chiamava Slam Dancing for Allah e parlava proprio di loro, irriverenti musicisti della nuova dirompente scena islampunk americana. Ma loro non ne sembrano affatto contenti. “Il fatto è che i giornalisti finiscono sempre per scrivere stereotipi e luoghi comuni. Ci fanno lunghe interviste e poi semplificano, generalizzano, riducono il tutto a frasi che devono fare comunque notizia. E la notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale”, mi spiegano, precisando poi che non tutti i musicisti delle band islampunk sono musulmani, e che si può essere musulmani in molti modi diversi. Faccio sì con la testa, e immediatamente mi presento, consapevole che dire di volere scrivere di loro adesso probabilmente equivale a dire di essere il diavolo. E invece resto totalmente spiazzata quando li vedo aprirsi in grandi sorrisi, incuriositi principalmente dal fatto che dall’Italia sia arrivata fino al Maryland per vederli dal vivo. “Già”, dico, pensando tra me e me che talvolta ne vale anche la pena. “E sei proprio sicura di volere venire in tour con noi?”, mi domanda Shahjehan, chitarrista dei Kominas. “Certo”, dico. “E allora sali sul bus che andiamo in aeroporto a prendere Kourosh”. Dico ok, e sono già sul bus.

Il tour bus di fatto è uno school bus ridipinto di verde e con in testa, grande e a stampatello, l’eloquente scritta TAQWA, parola islamica che sta per “consapevolezza di Dio” e che consiste pressappoco in una costante oscillazione tra amore e timore. Dentro il bus una manciata di sedili, un paio di divani sul retro, strumenti musicali di ogni sorta, e scritte, disegni e foto appiccicate più o meno dappertutto. “L’ho comprato su eBay”, mi dice fiero Michael, proprietario del bus e autista ufficiale del tour. Cresciuto in una famiglia cattolica irlandese, convertitosi all’Islam a quindici anni dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e avere scoperto la musica dei Public Enemy, partito alla volta del Pakistan a diciassette per studiare l’Islam, e di lì in Cecenia per partecipare alla jihad, Michael se n’è infine tornato in America dedicandosi alla ricerca di un Islam non integralista e alla scrittura: romanzi fotocopiati e distribuiti a mano, fanzine, siti web e infine libri. Attualmente è autore di tre volumi importanti: il bel romanzo The Taqwacores, l’impeccabile saggio The Five Percenters (scissione della Nazione dell’Islam di cui fanno parte i Wu Tang Clan e altri musicisti della scena hip hop americana) e il più recente Blue-eyed Devil, affascinante racconto autobiografico di un viaggio di sessanta giorni in Greyhound in cerca dell’Islam americano. Avendo coniato la parola “taqwacore” Michael è anche formalmente responsabile della nascita della nuova scena islampunk americana (precisiamo: le singole band esistevano anche prima, lui le ha semplicemente collegate tra loro).

Nel frattempo siamo già in aeroporto, e anche Kourosh, in arte Vote Hezbollah, sale sul bus. Ci presentano e mi domanda: “Sicura di volere venire in tour con noi?” Faccio sì con la testa. “Ma sei l’unica ragazza!”, insiste dopo essersi guardato intorno. Faccio ancora sì con la testa, e lui spiazzandomi mi dice: “Ok, ti proteggeremo noi!” Marwan, della band di Chicago Al-Thawra (“la rivoluzione” in arabo), intanto guarda le mani di Fatima che porto alle orecchie, e sorridendo esclama: “I tuoi orecchini sono belli”. Poi mi dice che anche lui e Basim, cantante e bassista dei Kominas e dei Dead Bhuttos (progetto parallelo che ha appena avviato in Pakistan), hanno la mano di Fatima. Tatuata addosso.

“Il mondo viene da Allah, per cui prendi ciò che t’ha dato”, scrive a un certo punto del suo Blue-Eyed Devil Michael, rendendo a pieno il senso della musica taqwacore. Una musica che è indubbiamente legata all’Islam, ma che è talmente urlata e irriverente da riportare la religione alla dimensione privata che le appartiene. Michael si definisce – appropriatamente e con cognizione di causa – radical femminista. E di fatto sono impreziositi da figure femminili tutti i suoi scritti e discorsi, così come è costellato di ritagli del fumetto Persepolis il soffitto del bus, che se provi a dormirci dentro e di colpo spalanchi gli occhi invece delle stelle ti ritrovi davanti la faccia fumettata di Marjane Satrapi incorniciata di nastro adesivo azzurro. Ed è ancora una donna la persona che Michael attualmente ammira di più della nazione islamica. “Si chiama Ingrid Mattson, è presidente dell’Isna, la Islamic Society of North America. Ed è una persona che rispetto enormemente”, mi dice. Una donna è anche il personaggio più ammaliante del suo romanzo. Si chiama Rabeya, “che è il nome di una famosa santa sufi che ha promosso una visione dell’Islam più comprensiva e tollerante”, mi spiega. E se chiamando Rabeya l’eroina del suo romanzo ha voluto rendere omaggio a quella che considera una figura eroica dell’Islam, di sicuro c’è riuscito inventando un personaggio talmente estremo, onesto e bello da farla apparire agli occhi di chi legge come una sorta di Anna Karenina punk, femminista e in burqa (per scelta). “Si direbbe un’Anna Karenina della nostra generazione”, gli dico. “Alla fine Rabeya però mi taglierà la testa”, mi dice lui, anticipandomi la fine del romanzo che ha appena finito di scrivere. “Il libro si chiama Osama Van Halen, è la continuazione di The Taqwacores ed è un’altra tappa del cammino che sto facendo. Sto cercando di confrontarmi con la natura dell’autorità religiosa, sto cercando di capire cosa significhi esattamente essere un profeta, e cosa significhi seguirne uno. Probabilmente finirò per nascondermi in un qualche ordine sufi con i miei blocchi per appunti. Lì comincerò a scrivere e vediamo cosa ne salta fuori”. Approdiamo, intanto, al motel, e la notte avanza tra chitarre e tamburi, senza che nessuno abbia voglia di smettere di suonare.

La mattina dopo sono la prima a svegliarmi. Rimedio giornale e caffè, e mi siedo nel cortile del motel. Uno dopo l’altro i musicisti escono dalle stanze e dal bus, attrezzato di amaca per riuscire a sfangare tutti quanti, più o meno comodamente, la notte. Da una delle stanze esce fuori Omar Majeed, regista indipendente che è qui con la sua crew per girare un documentario sulla scena taqwacore (The Taqwacores il titolo provvisorio del film). “Ho contattato Michael via email, e abbiamo deciso di organizzare le riprese durante il tour”, mi racconta. “Finito il tour andremo in Pakistan con Basim per girare la seconda parte del film. L’idea è di raccontare la scena taqwacore in Occidente e in Oriente”. Poi mi domanda com’è che dall’Italia sono arrivata fino a lì, e ancora una volta rispondo che volevo sentirli dal vivo. Tutto qui.

Ancora una mezza giornata e il concerto comincia. Dentro la chiesa di St. Joseph ad aprire la serata sono i Kominas, accompagnati da Marwan degli Al-Thawra, e poi da Kourosh alias Vota Hezbollah e da Omar dei Diacritical (band che si è appena sciolta, a quanto mi dicono proprio per colpa dell’articolo del Newsweek). Ancora assenti all’appello le Secret Trial Five, unica islampunk girl band che li raggiungerà nella tappa di Chicago, dove i taqwacores si esibiranno per l’annuale convention dell’Isna. “Le Secret Trial Five al momento sono l’unica girl band della scena taqwacore, e non vediamo l’ora di sentirle dal vivo. La leader della band è una musulmana queer che canta travestita da drag king”, mi dice Michael. Di sicuro non è roba per signorine, mi dico tra me e me, consapevole che di lì a poco sarò anch’io totalmente travolta da melodie e testi al punto da ballare e pogare su canzoni tipo The Suicide Bomb The GAPI Want a Handjob Fuck You.

A metà concerto si avvicina Omar con la sua troupe e mi domanda se secondo me la musica può riuscire a cambiare la mentalità della gente. Gli rispondo che non lo so, e che magari il punto non è nemmeno quello. Gli dico che si tratta solo di trovare la propria identità e difenderla. E demolire i propri idoli può essere un buon modo per farlo. Perché si può pure non credere in Dio né in Allah, o crederci enormemente, e in entrambi i casi ritrovarsi a cantare a squarciagola che, sì, “Muhammad was a punk rocker / he tore everything down / Muhammad was a punk rocker / and he rocked that town…”

Qualche giorno più in là, il Taqwa Tour sbarcherà a Chicago, alla convention dell’Isna, e a esibirsi per prime saranno proprio le Secret Trial Five. Il pubblico, fatto prevalentemente di giovani musulmane rigorosamente in velo, apprezzerà la loro musica, non altrettanto gradita dall’organizzazione della convention. Un paio di canzoni, e la polizia farà irruzione sul palco interrompendo il concerto adducendo come giustificazione che trattasi di “materiale islamicamente inappropriato”. A detta dei presenti, la cosa più inappropriata è stata giudicata il fatto che un manipolo di sfrontate ragazzette abbia osato salire su un palco e suonare della musica punk senza nemmeno indossare il velo. Be’, che Allah le benedica.

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