Mark Strand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-strand/ un blog di approfondimento culturale Thu, 06 Dec 2018 08:41:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mark Strand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-strand/ 32 32 Storie di fantasmi: “Piena”, il nuovo libro di Philippe Forest https://minimaetmoralia.it/letteratura/storie-fantasmi-piena-romanzo-philippe-forest/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/storie-fantasmi-piena-romanzo-philippe-forest/#comments Thu, 06 Dec 2018 06:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38890 Questo pezzo è uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramente perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza». È un ragionamento del protagonista e voce narrante di Piena, il nuovo romanzo di Philippe Forest (Fandango, traduzione di Gabriella Bosco), vincitore nel 2016 del Premio Langue Française e del Premio Franz Hessel, un pensiero che può essere considerato come il nucleo del lavoro di Forest negli ultimi vent’anni, fin da Tutti i bambini tranne uno, il suo esordio del ’97 in cui raccontava la morte di cancro di Pauline, la sua bambina.

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

«Qualunque perdita fa provare la strana sensazione di aver perso tutto insieme all’essere o all’oggetto che sono scomparsi. Sicuramente perché c’è qualcuno o qualcosa che ci manca da sempre e ogni nuova defezione ce ne ricorda l’assenza». È un ragionamento del protagonista e voce narrante di Piena, il nuovo romanzo di Philippe Forest (Fandango, traduzione di Gabriella Bosco), vincitore nel 2016 del Premio Langue Française e del Premio Franz Hessel, un pensiero che può essere considerato come il nucleo del lavoro di Forest negli ultimi vent’anni, fin da Tutti i bambini tranne uno, il suo esordio del ’97 in cui raccontava la morte di cancro di Pauline, la sua bambina.

Per lo scrittore francese, al centro di ogni vicenda umana, senza esclusioni o remissioni, c’è un ininterrotto sentimento di mancanza, la coscienza di qualcosa – o di qualcuno – che, svanendo, riattiva la percezione di tutto ciò che nel tempo è scomparso e scomparirà ancora, il disorientamento se non l’obnubilamento che ne discende, lo stupore e la disperazione che avvertiamo al cospetto di questa costellazione di vuoti. Sentire la mancanza smette di essere, nell’opera di Forest, uno stato d’animo contingente e in teoria superabile, affermandosi semmai come un punto di vista assoluto, un modo di stare al mondo, addirittura come un metodo che ha forse il suo esito naturale nel venire meno di sé, nel mancare a se stessi («Wherever I am / I am what is missing», recita un verso di Mark Strand: Dovunque sono / io sono ciò che manca).

In Piena, un uomo che si descrive come un everyman – e che come ogni everyman letterario si rivelerà fisiologicamente unico – va a vivere nella periferia di una grande città, a ridosso di un fiume, in uno spazio fisico in cui coesistono, opposte e inestricabilmente connesse, le due diverse anime del luogo: il substrato originario, sempre più misero e fatiscente, e l’impulso al rinnovamento, che si esprime nella costruzione di altissime torri.

Abulico, labilmente presente, reduce da un dolore così abissale da renderlo incredulo («Che cosa vuol dire la morte di un bambino tutti lo sanno, nessuno lo sa»), quest’uomo postumo vive immerso nel vago e nello sporadico, appartato e disorientato, con la sensazione di aver esaurito, in un istante, tutto il tempo che gli era stato accordato.

Poi, un giorno, a partire da una circostanza apparentemente minima (che riprende lo spunto del precedente romanzo di Forest, Il gatto di Schrödinger), l’intuizione improvvisa che tutto ciò che esiste se ne sta in prossimità di un vuoto incombente: «Quella che chiamo “l’epidemia” cominciò così: con un gatto che immaginavo si fosse infilato tra due palizzate e si fosse poi perso in fondo a un terreno abbandonato senza lasciare tracce né dare mai più segni di vita a nessuno. Era una scomparsa che significava tutte le altre e da un certo punto di vista, per paradossale che possa apparire un tale punto di vista, ne era la causa».

Intorno al protagonista ogni cosa prende a svanire: la madre muore, una vicina di casa con cui era appena iniziata una relazione scompare, scompare un vicino che a sua volta teorizza proprio la sparizione del mondo («Est enim magnum chaos», è la sentenza su cui si concentra: «In verità, c’è un grande caos», ma il vicino preferisce tradurre«In verità, c’è un grande vuoto»). Fino a quando a scomparire è lo spazio intero:le grandi piogge fanno esondare il fiume, l’abitato precipita nell’oscurità, iniziano i saccheggi e la violenza.

Raccontare la percezione del vuoto è l’ossessione letteraria di Philippe Forest. Quando la descrizione di uno stato d’animo non è più sufficiente, quello stato d’animo viene reificato e diventa cosa, spazio, materia. Persino una città intera. Se la mancanza è ciò che ininterrottamente si sperimenta, se è così potente da far sentire, come si dice, con l’acqua alla gola, allora la narrazione evoca il diluvio, la piena che inonda il vuoto, la catastrofe che toglie il respiro: «L’acqua si era riversata nella voragine che l’umanità, incurante dei suoi atti, aveva contribuito a creare. Si era gettata in quel buco».

Viene in mente Denis Diderot che il 10 giugno 1759, mentre si fa sera e la luce diminuisce, sta terminando una lettera a Sophie Volland, la donna che ama. «Scrivo senza vedere», annota il filosofo, «senza sapere se formo dei caratteri». E prima di staccare la penna dal foglio, conclude: «Dove nulla ci sarà, leggete che vi amo».

Quelle di Forest sono storie di fantasmi. Storie in cui la scrittura è una parvenza che allude a un corpo, una presenza che rimanda a un’assenza, un presente che si lega a un altro tempo. Un libro dopo l’altro Forest scrive nel buio, scrive nella mancanza,trasformando il nulla in una dichiarazione d’amore rivolta a chi è scomparso.

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Gli scrittori e i libri da Strand, a New York https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-scrittori-e-i-libri-da-strand-a-new-york/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-scrittori-e-i-libri-da-strand-a-new-york/#comments Mon, 23 May 2016 12:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31067 (fonte immagine)

"Upstairs at the Strand", il terzo piano di Strand (la libreria indipendente più famosa di New York, all'angolo tra la Broadway e la Dodicesima Est, a pochi metri da Union Square), è un luogo che per alcuni di noi rientra nella lista dei posti dove vai quando: 1) vuoi sentirti a casa; 2) vuoi spendere qualche soldo senza poi sentirti in colpa; 3) devi incontrare un tuo simile, per caso o per appuntamento; 4) devi comprare un regalo a qualcuno che come te ama i libri incondizionatamente.

Il terzo piano di Strand è quello dove c'è la stanza dei libri rari (e dove per raro si intendono anche le fanzine punk degli anni settanta e ottanta, vendute a un prezzo onesto, o i gialli tascabili degli anni sessanta). La maggior parte delle volte ci vai più per sentimento che per ammazzare il tempo, laddove l'affetto che provi per libri e scrittori è a tutti gli effetti un sentimento.

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“Upstairs at the Strand”, il terzo piano di Strand (la libreria indipendente più famosa di New York, all’angolo tra la Broadway e la Dodicesima Est, a pochi metri da Union Square), è un luogo che per alcuni di noi rientra nella lista dei posti dove vai quando: 1) vuoi sentirti a casa; 2) vuoi spendere qualche soldo senza poi sentirti in colpa; 3) devi incontrare un tuo simile, per caso o per appuntamento; 4) devi comprare un regalo a qualcuno che come te ama i libri incondizionatamente.

Il terzo piano di Strand è quello dove c’è la stanza dei libri rari (e dove per raro si intendono anche le fanzine punk degli anni settanta e ottanta, vendute a un prezzo onesto, o i gialli tascabili degli anni sessanta). La maggior parte delle volte ci vai più per sentimento che per ammazzare il tempo, laddove l’affetto che provi per libri e scrittori è a tutti gli effetti un sentimento.

Da circa quindici anni, la stanza dei libri rari ospita interessanti incontri tra scrittori. Gli incontri non sono le solite presentazioni di libri, ma conversazioni. Le migliori sono appena state raccolte in America in un libro curato da Jessica Strand (che per anni è stata coordinatrice degli eventi della libreria) e la giornalista Andrea Aguilar. Il libro si chiama Upstairs at The Strand. Writers in conversation at the legendary bookstore (W.W. Norton & Company, pagg. 224, $ 15,95).

Dentro ci sono, in ordine alfabetico e a dialogare tra loro: Renata Adler, Edward Albee, Hilton Als, Paul Auster, Blake Bailey, Alison Bechdel, Tina Chang, Junot Díaz, Deborah Eisenberg, Rivka Galchen, A.M. Holmes, Hari Kunzru, Rachel Kushner, Wendy Lesser, D.T. Max, Leigh Newman, Téa Obreht, Robert Pinsky, Katie Roiphe, George Saunders, David Shields, Charles Simic, Tracy K. Smith, Mark Strand e Charles Wright.

Nelle conversazioni parlano dei loro libri e dei libri degli altri, raccontano aneddoti della propria vita o delle vite degli altri, dicono com’è la vita da scrittore. In una delle conversazioni più belle (tra il poeta Charles Simic e la scrittrice Téa Obreht) Simic racconta di come ragazzo arrivò a New York con la volontà di rimanerci, di come nel fine settimana fosse sempre al verde e costretto a vendere i libri per alzare qualche soldo, di come andasse a venderli proprio da Strand, di come un giorno decise di separarsi da un libro lasciatogli in regalo da un ex coinquilino.

Il libro era un dizionario di latino, pesava moltissimo, Simic era convinto valesse almeno dieci se non quindici dollari. A fatica (per il peso oltre che per l’idea di separarsi dal libro) lo portò fino da Strand, gli diedero solo cinque dollari, se li fece andare bene. Probabile che li abbia spesi per comprare altri libri. “Ho passato parecchio tempo nelle librerie”, racconta Simic, “e la cosa fantastica di quei posti, o di una grande libreria come Strand, è che te ne vai in giro, di colpo vedi qualcosa, e ti ritrovi senza fiato a dire: Non ci posso credere che esista quel libro lì! E ti fiondi verso il libro e lo afferri, con la paura che qualcuno possa arrivare a prenderlo prima di te. Quelli sì che sono momenti eccitanti”.

Alla sopravvivenza del sentimento provato a cospetto di scrittori e libri è dedicato un altro impeccabile libro appena pubblicato in Italia. L’autore è Giulio D’Antona, il libro si chiama Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America (minimum fax, pagg. 346, 13 euro) ed è un attento e appassionato reportage sull’editoria in America in questi complicati tempi di crisi.

A essere intervistati sono scrittori esordienti, affermati o semplicemente pubblicati, editori, manager di librerie, direttori di riviste letterarie, scrittori che per sbarcare il lunario insegnano scrittura. Malinconico ma mai pessimista, il libro si presenta piuttosto come un antidoto al pessimismo, onesto e utile nel portare gli intervistati a interrogarsi evitando le facili risposte e nel portare il lettore a mettere a fuoco le certezze utili alla sopravvivenza del mestiere.

Così l’autore, in ordine sparso dentro le pagine del libro: l’energia fiorisce dove mancano le certezze; il pubblico va educato e non si può cercare di rifilargli continuamente quello che ha amato una volta; i casi editoriali sono sempre più “casi”, cioè eventi capitati per caso; senza gli aspiranti scrittori non ci sarebbero gli scrittori e senza gli scrittori non ci sarebbe l’industria; non è un mestiere per scrittori dire cosa succederà agli scrittori. Dice D’Antona verso la fine, e noi con lui nel parlare di libri: “Spero di risultare di parte, come lo sono le persone innamorate”.

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Santo cielo, dove, dove mi trovo? https://minimaetmoralia.it/estratti/santo-cielo-dove-dove-mi-trovo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/santo-cielo-dove-dove-mi-trovo/#respond Tue, 30 Dec 2014 11:15:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24879 Ripubblichiamo, grazie all’autrice, l’introduzione a Leggere sul posto di Mark Strand. di Moira Egan Il principale modus operandi dei poeti statunitensi verso la fine del XX secolo e all’inizio del XXI è stata la sineddoche: tradizionalmente, l’uso della parte per il tutto (o viceversa), ma in termini più pratici l’uso del Minuscolo Momento che si […]

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Ripubblichiamo, grazie all’autrice, l’introduzione a Leggere sul posto di Mark Strand.

di Moira Egan

Il principale modus operandi dei poeti statunitensi verso la fine del XX secolo e all’inizio del XXI è stata la sineddoche: tradizionalmente, l’uso della parte per il tutto (o viceversa), ma in termini più pratici l’uso del Minuscolo Momento che si schiude a Spiegare al Lettore il Significato Più Profondo.

Mark Strand, d’altro canto, utilizza la Metafora, creando un arguto, composito, spesso (anche letteralmente) sconcertante Universo Alternativo per descrivere… beh, cosa? Uno dei “temi” maggiori della poesia di Strand è la poesia stessa: come la si compone, come si vive la vita che ad essa conduce, cosa si fa una volta che la si è scritta.

Ma le sue poesie non sono mai ars poeticae dirette o autobiografie poetiche: come le voci che raccontano queste storie esse sono ironiche, allusive, brillanti e spiritose.

Quante volte si ricorda a chi si interessa di poesia che uno dei compiti principali del poeta è quello di mantenere viva la Memoria, di essere elegiografo? (E ciò è perfettamente in linea con la tradizione greca per cui le Muse sono figlie di Zeus, la suprema forza progenitrice, e Mnemosine, la dea della memoria). Nel “Sempre” di Strand sono invece “i maestri dell’oblio” a starsene seduti attorno a un tavolo sotto una lampadina nuda, intenti a causare la scomparsa delle cose invece che a crearne la memoria. Il surrealismo della poesia riflette in parte il tono tipico del dedicatario, ma mette anche in discussione il normale “uso” della poesia.

In “Una notte d’inverno” la voce narrante iperbolizza la vita del Famoso Poeta, che arriva a una festa piena di star hollywoodiane e sesso inottenibile, mentre i più melensi cantanti americani degli anni ’50, I Platters, cantano una canzone che pare più Poesia della poesia: “Scendono le celestiali ombre della sera…” e che porta alla consapevolezza che si tratta di un sogno. Il narratore poi si trova, di nuovo in un sogno, a guardare il più fallico dei tori (“enorme e rosa”) che sia mai stato raffigurato da quando Freud ha iniziato a registrare fenomeni onirici.

“La storia della poesia” si ispira malinconicamente, ma pur sempre con ironia, alla teoria della “poetic belatedness” di Harold Bloom. La voce che narra si rende conto che tutte queste immagini “le montagne invetriate di luna e il paese con le sue porte / e i serbatoi piezometrici muti” sono state materia di poesia per millenni, eppure i poeti hanno in sé sempre il medesimo istinto a riscriverle, a “contare alberi, nubi”, a pensare che “che non dovremmo / essere severi con noi stessi, che il passato non era meglio / di adesso”. Ma alla fine ci si ritrova in panne, perché “la chiesa del mondo [è] già in macerie”.

Infine, in “Leggere sul posto” ci viene offerta la storia di una coppia metaforica che scruta una valle metaforica, la valle dell’esperienza, espressa nei termini di libro e poesia, e che si chiede quale sia il significato di tutto ciò. E questo, dopo tutto, è il motivo per cui noi lettori siamo qui: a chiederci cosa significhi, a utilizzare libri e lampade e “l’espandersi viola del crepuscolo” per creare qualcosa che abbia significato per noi.

In un’era che pare offrire scarsi significati nel “mondo reale”, forse il luogo giusto in cui cercare significato è proprio un universo interamente costituito da metafore, come le poesie di Strand: “Santo Cielo, dove, dove mi trovo?”

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Buon Natale da minimaetmoralia https://minimaetmoralia.it/poesia/buon-natale-da-minimaetmoralia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/buon-natale-da-minimaetmoralia/#respond Thu, 25 Dec 2014 11:38:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24850 Vi auguriamo un buon Natale, qui da minimaetmoralia, dalla redazione e dai collaboratori, con una piccola poesia di Mark Strand, che ci ha lasciato quest’anno, ma non ci ha lasciato del tutto. Mangiare poesia di Mark Strand Mi sgoccia inchiostro dagli angoli della bocca. Non c’è contentezza pari alla mia. Ho mangiato poesia. La bibliotecaria […]

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Vi auguriamo un buon Natale, qui da minimaetmoralia, dalla redazione e dai collaboratori, con una piccola poesia di Mark Strand, che ci ha lasciato quest’anno, ma non ci ha lasciato del tutto.

Mangiare poesia
di Mark Strand

Mi sgoccia inchiostro dagli angoli della bocca.
Non c’è contentezza pari alla mia.
Ho mangiato poesia.

La bibliotecaria non crede ai suoi occhi.
Ha gli occhi tristi
e cammina con le mani tra le pieghe della gonna.

Le poesie sono scomparse.
La luce è fievole.
I cani sono sulle scale dello scantinato e salgono.

Roteano gli occhi,
le zampe bionde bruciano come stoppie.
La povera bibliotecaria comincia a battere i piedi e a piangere.

Non capisce.
Quando cado in ginocchio e le lecco la mano,
urla.

Sono un uomo nuovo.
Le ringhio contro e abbaio.
Faccio le feste felice nel buio libresco.

(traduzione di Damiano Abeni)

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In ricordo di Mark Strand https://minimaetmoralia.it/poesia/in-ricordo-di-mark-strand/ https://minimaetmoralia.it/poesia/in-ricordo-di-mark-strand/#comments Sat, 29 Nov 2014 23:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24552 Oggi è morto Mark Strand, uno dei più grandi poeti contemporanei. Lo ricordiamo pubblicando due sue poesie - La collina e la luce che viene - tratte dalla raccolta Il futuro non è più quello di una volta, curata da Damiano Abeni per minimum fax.

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mark-strand12Oggi è morto Mark Strand, uno dei più grandi poeti contemporanei. Lo ricordiamo pubblicando due sue poesie – La collina e La luce che viene – tratte dalla raccolta Il futuro non è più quello di una volta, curata  da Damiano Abeni per minimum fax. (Fonte immagine)

 

LA COLLINA

 

Sono arrivato fin qui con le mie gambe,

perso l’autobus, persi i taxi,

sempre in salita. Un piede avanti all’altro,

è così che faccio.

Non mi inquieta, la collina di cui non vedo fine.

Erba sul ciglio della strada, un albero che fa risuonare

le foglie nere. E allora?

Più cammino, più mi allontano da tutto.

Un piede avanti all’altro. Passano le ore.

Un piede avanti all’altro. Passano gli anni.

I colori dell’arrivo sbiadiscono.

È così che faccio.

 

da Darker (1970)

 

LA LUCE CHE VIENE

 

Perfino così tardi avviene:

l’amore che arriva, la luce che viene.

Ti svegli e le candele si sono accese forse da sé,

le stelle accorrono, i sogni entrano a fiotti nel cuscino,

sprigionano caldi bouquet d’aria.

Perfino così tardi gli ossi del corpo splendono

e la polvere del domani s’incendia in respiro.

 

da The Late Hour (1978)

 

(c) minimum fax, 2006 – Traduzione di Damiano Abeni.

 

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Buona estate da minima&moralia https://minimaetmoralia.it/interventi/buona-estate-da-minimamoralia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/buona-estate-da-minimamoralia/#comments Tue, 08 Jul 2014 14:15:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21970 Care lettrici e cari lettori di minima&moralia,

questa è la nostra lettera di ringraziamento di mezza estate per averci continuato a seguire anche negli ultimi mesi. Nel precedente aggiornamento – in cui vi auguravamo un buon 2014 – mettevamo le mani avanti, scrollandoci di dosso il dovere di migliorare il blog rispetto al lavoro dell'anno precedente. Perché mettere le briglie a un caos creativo che quando va bene catalizza affetto e stima e quando va male si attira una caterva di insulti che, trasmettendosi per osmosi ai post successivi (e infiammando le telefonate di una redazione in cui nessuno è mai d'accordo con l'altro) generano proprio malgrado ulteriore caos creativo?

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(Fonte immagine)

Care lettrici e cari lettori di minima&moralia,

questa è la nostra lettera di ringraziamento di mezza estate per averci continuato a seguire anche negli ultimi mesi. Nel precedente aggiornamento – in cui vi auguravamo un buon 2014 – mettevamo le mani avanti, scrollandoci di dosso il dovere di migliorare il blog rispetto al lavoro dell’anno precedente. Perché mettere le briglie a un caos creativo che quando va bene catalizza affetto e stima e quando va male si attira una caterva di insulti che, trasmettendosi per osmosi ai post successivi (e infiammando le telefonate di una redazione in cui nessuno è mai d’accordo con l’altro) generano proprio malgrado ulteriore caos creativo?

In questi ultimi mesi è successo però che minima&moralia entrasse nella top ten dei blog più influenti e consultati in Italia, attirandosi attenzioni (creando ansie da prestazione nella sola parte marcia di noi stessi) a cui non eravamo preparati. Arrivare così in alto, davvero, non ce l’aspettavamo. Ottenere senza capitali gli stessi risultati di chi ha investito (e a volte perso) centinaia di migliaia di euro è un dato di fatto che ci riempirebbe d’orgoglio o appensantirebbe il nostro super io se l’amore per Antonin Artaud non fosse innaffiato dalla visione ripetuta di “Duck Soup” dei fratelli Marx.

È il motivo per il quale molti di noi in questi giorni pensano non tanto a cosa potrà diventare minima&moralia se dovesse continuare a crescere così, ma a Giordano Meacci. Giordano Meacci. Giordano Meacci. Dopo aver previsto in “Brechtdance” i dieci anni successivi di politica italiana, farà la stessa cosa per i Campionati mondiali di calcio? Se anche la profezia contenuta in “L’affinale” andasse a realizzarsi, dovremmo utilizzare Meacci come arma di ricatto contro Lottomatica?

Sappiamo di avere per compagni di viaggio delle firme eccezionali, e che questo è un privilegio. Sappiamo di non meritarci tutti questi lettori. Sappiamo di essere discontinui, e che essere molto volenterosi spesso non basta. Sappiamo persino che tutto ciò non dà ancora la consapevolezza necessaria. Ma vi ringraziamo. Vi salutiamo con affetto. Vi comunichiamo che minima&moralia ha deciso di continuare regolarmente la sua programmazione per tutto il corso dell’estate (ci sono redattori che hanno estratto la pagliuzza più corta e ora si maledicono per ritrovarsi con le ferie rovinate). E, pur con tutti i nostri difetti, vi promettiamo qualche importante novità per le prossime stagioni. Ci ripromettiamo vale a dire (e potrete forse vedere i risultati a partire dalla fine del prossimo autunno) non di sentirci troppo responsabilizzati da questi risultati eccezionali, ma di usarli per continuare a esplorare e sperimentare in quella strana dimensione non data una volta per tutte che è il tempo in cui stiamo vivendo. La previsione non è certa, specie se riguarda il futuro.

Valentina Aversano, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia, Christian Raimo

***

Pubblichiamo una poesia di Mark Strand tratta da Il futuro non è più quello di una volta. La traduzione è di Damiano Abeni.

Mappe nere

Non la platea di pietre
né il vento che applaude
ti faranno capire
che sei arrivato,

non il mare che celebra
solo le partenze,
non le montagne,
né le città morenti.

Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.

Puoi camminare
e credere di emanare
luce attorno a te.
Ma come farai a saperlo?

Il presente è sempre buio.
Le sue mappe sono nere,
escono dal nulla,
descrivono,
nel loro lento salire
dentro se stesse,
il proprio viaggio,
il proprio vuoto,

la fosca, sobria
necessità di completarlo.
Mentre vengono in essere
sono come il respiro.

E se pure le studi
è solo per scoprire,
troppo tardi, che quelli che
ritenevi fatti tuoi

non esistono.
La tua casa non c’è
su nessuna di quelle mappe,
né ci sono gli amici,

che aspettano che ti faccia vivo,
né i tuoi nemici,
che elencano le tue mancanze.
Ci sei solo tu,

e saluti
ciò che sarai,
e l’erba nera
sostiene stelle nere.

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Il Monumento https://minimaetmoralia.it/poesia/il-monumento/ https://minimaetmoralia.it/poesia/il-monumento/#respond Wed, 02 Jun 2010 10:39:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2515 Stasera nell’aula magna della John Cabot University il poeta Premio Pulitzer Mark Strand incontra il pubblico italiano in un reading di poesie tratte dalla sua opera. Qui sotto vi riportiamo l’introduzione che Carlo Carabba ha scritto per la raccolta pubblicata in questi giorni da Fandango, Il Monumento evita ad arte ogni riferimento alla biografia e […]

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Stasera nell’aula magna della John Cabot University il poeta Premio Pulitzer Mark Strand incontra il pubblico italiano in un reading di poesie tratte dalla sua opera. Qui sotto vi riportiamo l’introduzione che Carlo Carabba ha scritto per la raccolta pubblicata in questi giorni da Fandango,
Il Monumento evita ad arte ogni riferimento alla biografia e all’identità dell’autore, e più volte ribadisce la necessità dell’anonimato. Dal testo apprendiamo soltanto che l’autore è vissuto, è morto e in qualche momento della sua vita ha scritto poesie. Eppure Il Monumento è un libro edito, che si trova in libreria a firma Mark Strand. Così, all’aforisma 39 un riferimento intraducibile a un «single strand» (letteralmente ‘unico filo’), ha l’apparenza di un indizio nascosto, che permetta al futuro traduttore di risalire all’identità dell’autore, ma, ribaltando il punto di vista, è un ammiccamento al lettore, ben facile da cogliere.
Lo stesso destinatario del Monumento è in prima istanza un ipotetico traduttore di un «futuro remoto», di una civiltà che ha fatto seguito alla nostra e parla un’altra lingua, ha differenti strutture di pensiero. Ma, di nuovo, sappiamo che Il Monumento è in commercio, accessibile a qualsiasi lettore contemporaneo. Lo stesso Strand gioca con questa ambiguità all’aforisma 25,

immaginiamo che accada il peggio e io sia ancora in giro mentre tu leggi questa cosa. Immaginiamo che in giro ci siano tutti,

per chiudere scrollando le spalle

beh, c’è sempre la scatola di cristallo!

crystal box che allude a un acquario o a una teca funeraria che lasci in vista luminoso il suo contenuto, il corpo di Biancaneve che splende sui sette nani. Eppure, sembra sorridere Strand, può essere che Il Monumento sia entrambe le cose, un sarcofago sepolto e misterioso per i posteri, e, per i contemporanei, una teca trasparente.
Lo stesso traduttore immaginario si fa autore, scrivendo due note, agli aforismi 26 e 31. All’aforisma 26 l’autore chiede al traduttore di inserire una falsa profezia dal futuro, di modo che di lui si possa dire «Lo sapeva! Lo sapeva!» Il traduttore però risponde che no, non ha potuto:

Per quanto volessi ottemperare alla richiesta dell’autore, non avrei potuto farlo se non violando quello che mi pareva essere il suo desiderio di sincerità.

e aggiunge

Credo che non solo avrebbe voluto che così fosse, ma che avrebbe potuto predirlo.

Il movimento stordisce. Una finta nota dal futuro, scritta dal presente, che rifiuta di pronunciare una finta profezia che comunque, evidentemente, non avrebbe potuto essere pronunciata, chiosando sulla possibilità di predire il rifiuto che però è arrivato dalla stessa persona che ha fatto la richiesta, Mark Strand, l’unico autore del Monumento. Eppure, in tutta questa finzione, il «desiderio di sincerità» sembra, in un certo senso autentico.
Perché questo è l’ultimo inganno, il padre di ogni inganno: che Il Monumento sia un metatesto cinico e distaccato. Il vero bersaglio di Strand non è il lettore più o meno sprovveduto. Il Monumento è una sofferta e appassionata partita a scacchi, un tentativo di ingannare morte e oblio partendo dalla consapevolezza che morte e oblio non possono essere ingannati.
All’aforisma 17:

Quanto [Il Monumento] vorrebbe essere qualcosa che non può essere – la propria nascita perpetua invece della propria morte reiterata di continuo, ogni frase un monumento funebre.

Il presagio consapevole della fine attraversa sotterraneo ogni aforisma del Monumento, prendendo forme differenti e sarebbe possibile stilare, simmetrico all’elenco degli inganni, un elenco di consapevolezze dolorose.
Il traduttore vive in un futuro in cui la terra è semideserta e le poche persone che ci sono «non visitano mai le rovine della metropoli», gli abiti del nostro tempo gli sembrano «assurdi» e l’inglese è una lingua morta e strana. Non c’è dubbio, la storia è ciclica e la civiltà occidentale scomparirà[3]. Lo stesso oblio, l’autore è chiaro, attende le nostre vite:

Nulla è il destino di chiunque[4]

e la positività della vita, si sa, andrà perduta, né la pagina la può salvare,

non è la mia immagine che voglio tu possieda, né la vita, né la vita attorno a me[5]

La debolezza dell’uomo di fronte alla natura è espressa nell’aforisma 35, una sorta di controcanto a Walt Whitman e a ogni tipo di entusiasmo panico.
Perfino l’identità, l’io come centro unificatore, è messa in dubbio e il sé diviene «un altro, un altro del tutto simile», «dissimile somiglianza»[6], nel gioco di riflessi tra l’autore e il traduttore immaginato, specchio ineguale del primo.
Ma se non siamo individui forse non siamo nemmeno destinati a disgregarci. Così l’autore del Monumento, per sottrarsi all’inevitabile sorte degli uomini, decide strategicamente di astenersi da ogni riferimento biografico, verso un annichilamento del sé. Secondo una formula quasi scaramantica più volte l’autore chiede di esser fatto nulla, per evitare il nulla, così come l’evitare di pronunciare il proprio nome è un modo magico di evitare di essere posto di fronte alla morte.
Ma ogni tentativo fallisce, la morte e l’oblio restano all’orizzonte. Di nuovo gli ultimi due aforismi usano l’inganno e il paradosso. L’aforisma 51, l’ultimo scritto dall’autore, comincia

Morissi adesso senza Il Monumento…

Il libro finisce e l’autore lamenta di non averlo scritto, come se Il Monumento che noi leggiamo non sia il monumento che scongiura la morte che lui avrebbe voluto scrivere.
E all’aforisma successivo, l’ultimo, l’autore chiude ricorrendo, come in larga parte del Monumento, alle parole altrui, brani di autori amati, che solo l’uso del corsivo e una nota finale rivelano essere frasi tratte d’altri e non di pugno di Strand (ma ancora ci si può chiedere, conta la priorità o conta l’uso? Sono forse meno di Strand le parole solo perché non fu lui il primo a utilizzarle?). L’autore conclude con Nietzsche

Oh, come tollero di continuare a vivere? E come potrei tollerare di morire ora?

e (con poetica ironia) proprio con Whitman

O vivere sempre, sempre morire!

In questo modo, fino all’ultima parola, l’ironia che percorre Il Monumento è ancipite, l’ironia buona e dolente di chi sa che in prospettiva cosmica ogni cosa è vana eppure al tempo stesso ogni sciocchezza della vita è fondamentale.
Come in una vecchia barzelletta americana.
«Un tale, trovandosi depresso, prenota una visita da uno psicologo.
– Dottore, ultimamente sono molto giù di morale. Non faccio che pensare alla mia morte e al fatto che un giorno il sole smetterà di bruciare e la vita cesserà di esistere. Mi potrebbe prescrivere qualcosa?
– Guardi, sono pensieri umani, non le prescrivo niente. Piuttosto pensi a distrarsi. Ho sentito che è in città Pagliacci, il grande clown. Lo vada a vedere, la tirerà su.
– Dottore.
– Sì?
– Pagliacci sono io».

Note
[1] Quinto Flacco Orazio, Odi, III, 30, vv. 1-2 (in Odi e Epodi, Garzanti, 1985, p. 230, traduzione italiana di Mario Ramos).
[2] Cfr. sezioni 15 e 16, pp. 37-45.
[3] Cfr. aforismi 4, 5, 6, 14, 22.
[4] Aforisma 9.
[5] Aforisma 3, cfr. anche aforisma 44.
[6] Aforismi 2 e 11.

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Caleidoscopi in versi https://minimaetmoralia.it/poesia/caleidoscopi-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/caleidoscopi-in-versi/#respond Tue, 01 Jun 2010 12:15:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2506 In occasione della venuta in Italia di Mark Strand, e con l’intento di presentare a chi ancora non lo conoscesse questo straordinario poeta contemporaneo statunitense, abbiamo assemblato un paio di interventi riguardanti il suo stile e la sua poetica. Cominciamo oggi con l’introduzione di Massino Gezzi a una plaquette uscita per la casa editrice L’Obliquo. […]

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In occasione della venuta in Italia di Mark Strand, e con l’intento di presentare a chi ancora non lo conoscesse questo straordinario poeta contemporaneo statunitense, abbiamo assemblato un paio di interventi riguardanti il suo stile e la sua poetica. Cominciamo oggi con l’introduzione di Massino Gezzi a una plaquette uscita per la casa editrice L’Obliquo.
Qui invece potete trovare i dettagli sui due incontri che si svolgeranno stasera e domani alla John Cabot University di Roma
.

di Massimo Gezzi

Sfogliando le pagine delle due antologie italiane di Mark Strand, entrambe curate dal suo fedelissimo traduttore Damiano Abeni, i lettori avranno avuto l’occasione di constatare le due modalità che il poeta americano sceglie più di frequente per comporre versi: poesie isolate, brevi, spesso di intonazione lirica; oppure testi più lunghi articolati in serie più o meno fitte e numerose. Qualche esempio di questa seconda modalità: The Sargentville Notebook (1973) [interamente tradotto in Il futuro non è più quello di una volta, minimum fax, 2006], composto di 43 fulminee annotazioni in versi; The New Poetry Handbook (da Darker, 1970), articolato in 21 frasi ipotetiche disposte su due versi, del tipo «If a man understands a poem, / he shall have troubles»; Some Last Words (da Blizzard of One, 1998), suddivisa in 7 testi di tre versi, dei quali l’ultimo è sempre uguale («Just go to the graveyard and ask around»). O ancora, testi eloquenti sin dai titoli come Seven Poems da Darker, Seven Days da The Late Hour (1978) e Five Dogs da Blizzard of One. In altre poesie le serie sono costituite dai singoli versi, martellanti a mo’ di litania: Giving Myself Up, da Darker, è una cascata di anafore di sapore liturgico («I give up», ossia «Rinuncio», ripetuto almeno quindici volte); From a Litany, sempre da Darker, è un’incontenibile lode di tutto ciò che esiste, celebrato da un turbine di metafore scatenate dall’anafora continuata di «I praise» («Glorifico»).

Il libro che Abeni ed Egan ora ci regalano, traducendo con la consueta perizia ed empatia con il poeta e amico, è tutto costituito da poesie di questo tipo: 20 temi, o parole chiave, che dal titolo si diramano in ciascuno dei versi che compongono i rispettivi testi, dando vita a una sorprendente serie di litanie o list-poems che talvolta ricordano l’archetipo provenzale del plazer. Basta scorrere i titoli delle 20 composizioni per accorgersi che Strand consegna a questo libro, uscito per Turtle Point Press nel 2000, una specie di inventario del suo immaginario poetico: Ombra, Paradiso, Vento, Gola, Sole, Luna, Sonno, Ora (o tempo), Mano, Piede, Cane, Isola, Pollo, Viaggio, Sedia, Dolore, Vetro, Capelli/Pelo (l’ambiguo Hair), Lago e Quadri potrebbero benissimo essere i titoli di schede tematiche o «polizzine» sotto cui rubricare molte sue poesie o versi. Per fare pochissimi esempi: l’Ombra è la stessa di Dark Harbor; Sedia riconduce a L’inizio di una sedia (Donzelli 1999), titolo della prima antologia italiana di Strand tratto da un verso di What it Was, una delle sue poesie più belle (da Blizzard of One); la splendida Lago evoca lo stesso scenario di The Untelling, il poemetto che chiude The Story of Our Lives (1973) e che Abeni ha tradotto e pubblicato nel 2005 ancora per L’Obliquo, con il titolo La denarrazione; Quadri fa venire in mente Edward Hopper (Donzelli 2003), il libro che il poeta ha dedicato al celebre pittore americano. E si potrebbe continuare a lungo.

Ciò su cui varrà la pena soffermarsi, prima di lasciare spazio ai testi, è la tecnica con cui queste sorprendenti litanie sono state costruite. Strand è abilissimo, infatti, ad allineare versi di differente statuto e tipologia, provocando ad ogni a capo una piccola vertigine ai suoi lettori, costretti a dipanare le sue associazioni mentali, a metabolizzare le sue potenti metafore, a sillabare le sue improvvise invocazioni o preghiere. È persino possibile tentare una schedatura delle tipologie più ricorrenti: 1) versi tautologici, del tipo: «L’erba non cresce in una gola»; o «La luna di traverso è pur sempre la luna»; o ancora: «Un viaggio che si ferma non è più un viaggio»; 2) versi refertuali, che constatano un evento o descrivono un particolare, reale o immaginario, come: «Il vento bianco dell’Himalaya»; «Quando il sole è alto le api si scatenano»; «Cinquanta giovanotti fissavano il lago»; 3) frammenti di dialogo o di invocazione pronunciati da una voce non localizzabile: «Dì che non ci sarà mai dolore più grande»; «Dolores sciogli i tuoi capelli e piangi con me»; «Di che lago parli?»; 4) versi-metafora nei quali il lettore è ancora in grado di ricostruire quelli che I. A. Richards chiamava tenor e vehicle della figura: «Le ombre sono vesti che il sole continua a smarrire»; «Il vento della cipolla lascia un sentiero di lacrime»; «La mano fredda della neve sul fianco della collina»; 5) versi in cui le metafore si fanno più oscure e perturbanti, resistendo all’interpretazione: «L’erba del sonno copre le ossa della verità»; «Il piede angelico su cui non cresce muschio»; «I pascoli del dolore sono coperti di elettrodomestici scassati». Alternando liberamente e imprevedibilmente queste e altre tipologie (per esempio arguti witz come: «Se un pollo ti viene ad aprire la porta, sei andato alla festa sbagliata»), Mark Strand assembla in queste pagine un caleidoscopio di parole che cambiano di continuo forma e statuto enunciativo, costringendo il lettore a modificare ad ogni linea la messa a fuoco.
Qualcuno ha paragonato questi versi alla pratica cinese e giapponese del kōan, il problema arguto che un maestro zen usava consegnare a un discepolo perché lo risolvesse attraverso la meditazione, ricavandone il giusto insegnamento. Di sicuro, se la metafora può essere una pratica conoscitiva e la meraviglia una reazione dell’intelletto, Mark Strand, con tutto il suo understatement e la sua sprezzatura, compilando questi list-poems ha saputo insieme divertirci, sbalordirci ed insegnarci a guardare meglio.

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