Mark Z. Danielewski Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-z-danielewski/ un blog di approfondimento culturale Tue, 31 Mar 2020 15:07:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mark Z. Danielewski Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-z-danielewski/ 32 32 Dentro “Casa di foglie” di Danielewski: seconda parte https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-casa-foglie-danielewski-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dentro-casa-foglie-danielewski-seconda-parte/#respond Wed, 01 Apr 2020 12:30:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42852 Pubblichiamo la seconda e ultima parte di uno speciale sul libro di Mark D. Zanielewski Casa di foglie, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa sezione sono presenti due interviste: la prima con Edoardo Brugnatelli, curatore della prima edizione Mondadori, e la seconda con Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, traduttori dell'ultima versione del libro uscita per 66thand2nd. Qui la prima parte dell'approfondimento.

di Leonardo G. Luccone

Intervista a Edoardo Brugnatelli

Ti ricordi come e quando ti sei imbattuto in «Casa di foglie»? Fu grazie a un agente?

Me lo ricordo per un motivo assurdo: noi ai tempi già avevamo un vantaggio su molte case editrici perché eravamo in contatto (e lo siamo tuttora) con l’agenzia di scouting di Maria Campbell, che è stata la prima agenzia di scouting letterario al mondo. Ci segnalavano le cose molto prima che venissero pubblicate, e quindi avevamo la possibilità di chiedere dattiloscritti o altri materiali con un certo anticipo. In quel periodo io abitavo in fondo a viale Monza a Milano, in una zona abbastanza spopolata, e di solito leggevo la sera, passeggiando, quando tornavo a casa e portavo fuori il cane. Mi ricordo che mi arrivarono due manoscritti quella settimana.

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Pubblichiamo la seconda e ultima parte di uno speciale sul libro di Mark D. Zanielewski Casa di foglie, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa sezione sono presenti due interviste: la prima con Edoardo Brugnatelli, curatore della prima edizione Mondadori, e la seconda con Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, traduttori dell’ultima versione del libro uscita per 66thand2nd. Qui la prima parte dell’approfondimento.

di Leonardo G. Luccone

Intervista a Edoardo Brugnatelli

Ti ricordi come e quando ti sei imbattuto in «Casa di foglie»? Fu grazie a un agente?

Me lo ricordo per un motivo assurdo: noi ai tempi già avevamo un vantaggio su molte case editrici perché eravamo in contatto (e lo siamo tuttora) con l’agenzia di scouting di Maria Campbell, che è stata la prima agenzia di scouting letterario al mondo. Ci segnalavano le cose molto prima che venissero pubblicate, e quindi avevamo la possibilità di chiedere dattiloscritti o altri materiali con un certo anticipo. In quel periodo io abitavo in fondo a viale Monza a Milano, in una zona abbastanza spopolata, e di solito leggevo la sera, passeggiando, quando tornavo a casa e portavo fuori il cane. Mi ricordo che mi arrivarono due manoscritti quella settimana.

Non è il libro più adatto da portarsi dietro mentre si passeggia, quello…

No, ma la cosa tremenda fu che il primo giorno di quella settimana portai il primo dattiloscritto ed ebbi una folgorazione: nevicava, il cane si era nascosto in un garage, erano le tre di notte e avevo tra le mani L’opera struggente di un formidabile genio. Il giorno successivo feci immediatamente l’offerta e lo comprammo, poi iniziai a leggere il secondo manoscritto. Ho avuto subito una sensazione strana che ricordo benissimo, un misto di euforia e di terrore. Mi dicevo: «Ma adesso scrivono tutti così? Con un libro così al giorno, come faccio?!». Ero davvero terrorizzato, perché avevo deciso di prendere Eggers presentandolo come qualcosa di pazzesco, invece sembrava stesse diventando il cibo quotidiano. Poi per fortuna non fu così, però mi ricordo che la prima sensazione che ebbi leggendo le prime cose di Danielewski fu quella. A quei tempi era come se quegli scrittori facessero sport sui limiti della letteratura, e tu stavi a guardare fin dove arrivavano: una sensazione molto bella. Quando leggi Eggers vieni trasportato da una parte, con Danielewski arrivi da un’altra. Entrambi proponevano grandi invenzioni formali, ma non gratuite, ed è ciò che ha fatto la differenza negli anni successivi: molti hanno continuato a utilizzare questi effetti speciali, ma senza avere niente da dire. Mentre per Eggers e Danielewski tutto aveva un senso, a partire dall’organizzazione grafica della pagina: tutto era importante e rilevante, non si trattava di un gioco fine a sé stesso. Ecco, la sensazione che ebbi quando lessi Danielewski fu quindi di meraviglia, e contemporaneamente mi dissi: «Oddio, catastrofe, sono tutti stupendi!».

In che forma hai letto i manoscritti? Erano due dattiloscritti?

Sì, ai tempi ancora non c’erano computer, adesso è tutto cambiato: se ti interessa un libro ora lo dici all’agente e dopo venti minuti hai il pdf da stampare.

Quindi tu la follia grafica la percepivi. Erano fotocopie?

No, erano già bozze non corrette, perché mi mandavano dei pezzi. Uno era il testo completo con indicazioni su come doveva essere impaginato, poi c’erano una settantina di pagine con l’impaginazione vera, e quindi vedevo proprio come funzionava, anche se essendo una stampa così non aveva, ad esempio, la parola «house» sempre colorata come nel testo americano originale. Una cosa che mi dispiace che non ci sia più, tra l’altro, è avere dei dattiloscritti schifosi in mano, male impaginati, magari battuti a macchina. È bestiale perché spesso adesso hai di fronte un libro già impaginato, con la copertina, e questo già gli dà un’aria minima. Se hai un foglio schifoso in mano, la dignità minima del libro deve essere nel testo, e quindi in un certo senso è molto più forte il modo in cui saltano fuori libri veri da quelli mediocri. Era un elemento che già mi dava delle indicazioni chiare.

E quindi anche in quel caso hai fatto un’offerta abbastanza immediata.

Immediatissima.

Costò molto il testo?

No… Non mi ricordo di aste o permessi particolari, ma non c’era ancora molta concorrenza. Anni dopo su un libro del genere ci sarebbero state molte offerte. In più con Danielewski sapevi in partenza che ti pigliavi una gatta da pelare spaventosa in termini di costi, perché fra traduzione e, soprattutto, impaginazione andavi incontro a un lavoro notevole. Quindi suppongo che non costò tanto, anzi sono sicuro, altrimenti mi avrebbero ammazzato.

Quando il libro poi ce l’hai tra le mani, ti rendi conto che è un’impresa e servono delle persone con molto tempo a disposizione e una mano salda. Alla fine addirittura c’entri pure tu nel pool di traduzione con Anzelmo a fare da pivot. Magari hai qualche aneddoto…

Allora, per quanto sia ufficializzabile la cosa [ride], ai tempi eravamo in una situazione che io definisco un’età dell’oro, perché fisicamente in Mondadori io ero seduto di fianco a Giuseppe Strazzeri, che adesso è il capo di Longanesi, e a Francesco Anzelmo, che adesso è il capo di Mondadori e che ai tempi era il mio junior di Strade blu. Era bellissimo perché chiacchieravamo di libri ininterrottamente, soprattutto guidati da Strazzeriche è un americanista che ha vissuto negli Stati Uniti e ha fatto un mucchio di cose. Quando iniziammo a parlare di Danielewski capii che a Francesco sarebbe piaciuto farlo, e siccome non lo conoscevo molto come traduttore, ma sapevo che era uno che fa le cose alla perfezione o non le fa affatto, mi fidai ciecamente. E sapevo che avrebbe utilizzato i vicini di banco, Giuseppe e io, per avere eventuali consigli. Alla fine facemmo alcuni pezzi della traduzione anche noi, perché avevamo delle deadline per la produzione che si stavano avvicinando molto pericolosamente e Francesco a un certo punto chiese una mano, ma fu veramente una cosa quasi simbolica.

Certo, ma io penso già solo alle parti diagonali che dovevate tirar fuori per capire cosa c’era scritto, perché non si legge dato che sono sovrapposte, ma bisognava comunque tradurle…

Il numero di mal di testa su quel libro è infinito, anche se continuo a pensare che era veramente un libro bellissimo. Forse è uno di quelli che ho più amato, tra i tanti libri che ho fatto. In realtà di solito amo molto quelli che non sono stati filati da nessuno, mentre questo al contrario ha venduto un po’.

Ma lui collaborò? Lo chiamaste per qualche dubbio?

No, noi avevamo un contatto con il suo agente, Moses Cardona, il quale era molto seccato perché noi andammo molto per le lunghe tra impaginazione e altro, anche una volta rispettati i termini della traduzione.

Ma quindi quando avete acquisito il libro? È uscito nel 2005, un anno e mezzo prima circa?

Anche due anni prima, perché ricordo che un anno andai alla fiera di Londra e incontrai l’agente che mi aspettava con un bastone. È una cosa buffa, poi, perché lui stava per bastonarmi ma si rendeva conto che ero anche l’unico al mondo che stava facendo il libro, praticamente.

In realtà era uscito in Francia per Denoël, l’aveva fatto Claro, il traduttore dei libri impossibili.

Sì, ma oltre a lui nessun altro – era un libro di un coraggio immenso. Quell’anno lì però noi avevamo ancora problemi con l’impaginazione, quindi quando vidi l’agente passai momenti piuttosto difficili… Alla fine andò tutto bene.

E la copertina?

Ho ricordi vaghi e curiosi sulla copertina, che fu fatta da uno studio grafico. Ai tempi il nostro art director era Giacomo Callo, ma di quella copertina si occupò, Emanuele Scalia, un ragazzo molto in gamba, che suonava e suona tuttora in una rock band piuttosto dark, ed era in contatto con quello studio grafico. A me il suo lavoro non dispiacque.

No, infatti, è bella. Il nostro è uno dei pochi paesi che ha optato per una copertina creativa, interpretante, che fa un lavoro diverso rispetto a quello americano, è interessante. Con lui avevate un’opzione di approvazione?

No, ma credo che gliela feci vedere comunque. Anche quella è una delle tante cose che sono cambiate: un tempo avevi una libertà sulle copertine e sui titoli mostruosa. Adesso, giustamente, deve essere approvato tutto. Prima non dico che potevi fare quello che volevi, però quella lì la facemmo abbastanza in autonomia. Io comunque gliela mandai, il suo agente era dell’agenzia Hawkins.

Sì, Moses Cardona, ci ho lavorato qualche volta, bravissimo.

Spero si sia dimenticato di quella fiera di Londra. Però avevo capito che ci tenevano moltissimo che il testo fosse fatto bene, e fu questo il motivo per cui ci mettemmo d’accordo, perché nemmeno noi volevamo fare una vaccata. Ricordo che la caporedattrice che lavorava sul testo stava diventando matta perché, l’avete visto, ci devono essere delle corrispondenze di pagine e tutti quei giochi grafici mostruosi…

E poi voi avevate il problema dell’allungamento naturale dell’italiano.

Esatto, tutti aspetti che con la foga rendono il lavoro molto complesso. Per cui gli feci capire che ci mettevamo più tempo perché lo volevamo fare bene.

Entriamo invece nel capitolo delle vendite. Il tuo primo ricordo è che il libro andò abbastanza bene.

Sì, non ho i numeri, ma andò bene, penso anche che ristampò. Pubblicammo una decina di migliaia di copie e ne vendemmo almeno ottomila credo.

Più o meno i dati che qualcuno mi diede qualche anno fa erano questi. Il dubbio che non ho mai chiarito, ma nessuno mi seppe rispondere anche se ne ho indicazione indiretta, è che il libro fece una sola stampa. Qualcuno dice che ristampò. Tutte le copie che ho visto negli anni sono della prima edizione e quando mi capita qualche collezionista pazzo mi conferma che è la prima, anche perché adesso viene venduta a prezzi abbastanza elevati.

Sì, ricordo che ci fu una seconda edizione per un motivo molto semplice, perché se tu arrivi ad aver venduto ottomila copie, fai una ristampa: se non la fai sei un pazzo, non sono tanti i libri che vendono.

Entriamo nel mistero: perché il libro abbastanza brevemente diviene irreperibile, non viene ristampato nonostante i primi fan comincino a chiederlo alla Mondadori nel 2007-2008? In quegli anni quella mania scoppiata prima negli Usa e poi in Francia arriva pure da noi: ricordo che nel 2009 era conclamato, perché feci fare uno studio nel nostro corso per redattori editoriali e c’erano newsgroup e siti di letteratura ergodica e mystery che parlavano di questo libro irraggiungibile, introvabile, giravano addirittura le fotocopie. Che cosa successe? Scaddero i diritti?

Mi piacerebbe avere una risposta ma non ce l’ho. Prima di tutto, credo che libri come quello necessitino di un «editor babbo» che li segua, li sostenga e li accudisca. Il mio sospetto è che gli Oscar diedero numeri di prenotazione che non gli garantivano la profittabilità anche solo di una edizione. Però non ho proprio idea, è una cosa che ho visto succedere anche recentemente ad altri libri.

Qualcuno sostiene che l’Oscar sia stato fatto, ma non c’è menzione da nessuna parte. In ogni caso avrebbe avuto quel formato più piccolo, abbastanza rigido, non ci sarebbe mai entrato.

Beh, no, avrebbero potuto farlo, ci sono state delle eccezioni. Strade blu nasceva come un calco ingrandito dei volumi della Piccola biblioteca Oscar dal punto di vista grafico. Il quadrotto era lo stesso. Secondo me ci fu proprio un vuoto editoriale.

Ma tu, quando eri al timone, non ricordi di pressioni, di qualcuno che ti chiedeva di rifare questo libro?

In genere quando mi arrivavano richieste simili andavo all’ufficio marketing e lo facevo presente, ma loro avevano i loro sistemi di conteggiare le copie in magazzino, era tutto subordinato al funzionamento di Segrate di un tempo. Io non potevo fare più di tanto. Faccio un esempio simile ma non uguale: in quegli anni un altro capolavoro di cui sono orgogliosissimo fu Il libro sacro del Prodigioso Spaghetto Volante, che è stato il libro fondativo del pastafarianesimo, un sistema che prendeva per il culo le interferenze religiose nei confronti dei testi scientifici. Lo pubblicai e vendette anche quello abbastanza bene. Io mi iscrissi e sono tuttora membro del capitolo della Chiesa Pastafariana del Sacro Casoncello di Bergamo, quindi rimasi a contatto con quel contesto, e molta gente mi chiedeva di ristamparlo. Il pastafarianesimo ha avuto e continua ad avere un seguito anche in Italia, e ancora adesso c’è gente che mi scrive di ristamparlo, e ancora adesso io vado dagli Oscar in ginocchio e mi dicono di no. Tant’è che recentemente ho proposto di toglierlo dal catalogo, così torna disponibile e qualcun altro può farlo almeno.

I diritti infatti saranno scaduti, sarà stato il 2007 o 2008. Non so se è un dato che avvalora quello che dici, ma io ricordo che lo comprai su una di quelle bancarelle tipiche di Roma che vendono libri usciti da poco…

Sono alimentate dagli editor: è il modo con cui ci si paga da vivere [ride].

I libri che arrivano gratis e uno si rivende…

Esatto, le copie staffetta… Il lato più oscuro dell’editoria.

Alcune sono anche con la dedica, ma tralasciamo il discorso.

Ricordo un autore americano che me ne raccontò una meravigliosa: aveva cercato per curiosità i suoi libri su eBay per vedere a quanto li vendevano con la firma e la dedica, e ne trovò un paio senza la foto. Scoprì poi che gli annunci erano dei suoi genitori: io trovai straordinario che i genitori avessero venduto il libro con la dedica del figlio… Almeno lo consideravano economicamente interessante.

Tornando alle ristampe e agli Oscar: fu una rigidità mondadoriana più che altro, quindi.

Sì, un po’ dipendeva dalla direzione editoriale del paperback, perché a un certo punto i libri automaticamente diventavano passibili solo di edizioni in Oscar, e un po’ dipendeva dal fatto che io ho sempre gestito male quegli aspetti. Ho sempre lanciato i libri, li seguivo per un po’, poi iniziavo a seguire altre farfalle… Capivo poco bene alcune dinamiche; mi piacerebbe dare la responsabilità solo agli altri, ma un po’ di mia ce n’è. Anche perché, appunto, io ricordo bene di aver ricevuto in prima persona diverse richieste di ristampa, perché alla fine la gente risaliva al mio nome e mi contattava.

Io ricordo che nel 2009 provai a chiederlo all’agente, che nel frattempo era diventata la De Angelis, e mi disse che «Casa di foglie» per il momento non si poteva toccare. Se mi interessava potevamo fare «Only Revolutions», che però lo prese Rizzoli in un battibaleno dopo l’uscita, probabilmente per fare un dispetto a voi, ma poi non riuscì a pubblicarlo. La traduzione era ancora più proibitiva.

Posso dire che, con tutto l’amore, Only Revolutions e i romanzi successivi non mi hanno entusiasmato.

«Only Revolutions» è pura follia…

Ma non solo, Casa di foglie ha un’unità di forma e contenuto pazzesca. Questa è stata la cosa che mi ha reso la vita amara negli anni successivi: questa enorme quantità di autori, soprattutto americani, che facevano fuoco e fiamme di cose molto esuberanti, strane, ma senza una reale necessità del libro. Tant’è che alla fine di tutti quelli lì un po’ matti, l’unico che feci fu The Selected Works of T.S. Spivet di Reif Larsen, che tradussi Le mappe dei miei sogni.

Quindi questa è stata la storia di Danielewski…

Sì, che per me rimane un libro bellissimo… A un certo punto, tanto per dirtene una, cercai di convincere i miei colleghi a fare un’edizione ridotta come la stava facendo negli Stati Uniti la Red Edition, e mi ricordo che prendemmo accordi e, non so bene perché, andammo alla sede milanese della Heineken che doveva fare una megafesta, e lì ci dissero che era un libro cool e che poteva andar bene per chissà che cosa… Poi non se n’è fatto più niente e benedico il Signore che non sia successo, però quella fu l’occasione in cui cercai di piazzare l’edizione rossa.

Ma la storia di questo libro in Italia continua, perché lo acquisì Neri Pozza per farlo nei Super Beat, credo nel 2013. Stampò pure un preprint che distribuì, e che adesso è merce rarissima per i collezionisti, ma poi il libro non uscì. È una storia molto curiosa.

Molto in sintonia con il libro, devo dire.

Ma negli anni qualcuno vi ha chiesto i diritti di traduzione per usare la vostra? Come mai 66thand2nd l’ha ritradotto? Non gliel’avete data, non ve l’ha chiesta, ha deciso di rifarla autonomamente?

Non mi risulta di aver ricevuto richieste, anche perché essendo io avidissimo me ne ricorderei alla perfezione.

L’edizione Beat di Neri Pozza era sicuramente con la vostra traduzione, me lo ricordo.

Ah, fico. Ma guarda, scopro oggi di questa edizione. Avranno avuto un accordo con la Mondadori in cui compravano i diritti di riproduzione e quindi anche la traduzione. La traduzione per alcuni anni non è più di tua proprietà ma dell’editore, quindi suppongo che sia andata così.

L’avrete ceduta per dieci o forse vent’anni; ne erano passati solo otto… chi lo sa.

Mah, è un’ipotesi, non sapevo nemmeno che fosse uscita una riedizione… Da un certo punto di vista è la stranezza di questo mestiere: quando smisi di fare questo lavoro ero convinto di essere un cane come editor, e che Saviano era stato un colpo di fortuna disastroso, come una foglia di fico su un’incapacità totale di fare quelle cose. Adesso che sono passati degli anni, mi sono fortificato, e ricevere questi feedback da un lato mi fa piacere, dall’altro mi dà un po’ di dolore perché penso che se fossi stato più oculato forse avrei lavorato anche meglio… Però almeno un po’ di cose belle le abbiamo fatte.

Strade blu era una collana veramente bella. Anche quando ebbe l’evoluzione saggistica un po’ più commerciale ha fatto cose buone.

La cosa divertente e strana è che c’è un po’ di dna della casa editrice e molto dna degli editor nelle collane. Alla fine mi sono reso conto che anche un disgraziato senza arte né parte rendeva molto più delirante e quindi potenzialmente buona questa letteratura.

L’amalgama veniva da un’assoluta libertà di scelta e dall’erraticità.

Tanto per dirti come funzionava la mia testa… Ai tempi c’era Franchini, uno serio, che ha studiato letteratura. Io sono un somaro, in realtà, sono un grande appassionato di saggisti, sono laureato in filosofia e leggerei saggi dalla mattina alla sera. E quando facevo quelle cose lì avevo sempre la sensazione di essere un dilettante che nascondeva la sua incapacità. Ora, dopo anni, mi rendo conto, dando una veste più seria a questa mia psicosi, che c’è un lato buono: io ero molto poco editor e molto lettore; non avevo degli inquadramenti estetici particolari. Poi naturalmente una mia estetica me la portavo dietro, faccio tutti libri molto dark, con delle cupezze, però alla fine non avevo un ideale d’arte o di libro da portare avanti. Ero ancora un lettore selvaggio allo stato brado, e ogni tanto dice bene, ogni tanto dice male… Ma almeno ti toglie da determinati peccati, ti lascia fare delle cose belle. Era un’attività molto divertente ai tempi perché era fatta insieme ad altre persone: quegli anni in cui stavamo a chiacchierare con Franchini, Anzelmo e Strazzeri li ricordo come il paradiso in terra. Da quando sono tornato a fare questo lavoro ho già vissuto delle belle esperienze.

Non c’è un mistero sulla sparizione dei diritti di Danielewski, quindi, è più semplice di come pensavo, ma è inquietante lo stesso, perché è un libro che comunque va. È vero che all’epoca le soglie per ripubblicare erano importanti… adesso per ottomila copie la gente farebbe le capriole triple.

Ma certo, però mi viene da pensare che ci fossero duemila copie ancora in magazzino, e che questa fu la premessa per non ripubblicare.

Ma se si scoprisse che furono mandate al macero…

Non lo escludo.

Nei sistemi non c’è più traccia, vero?

No, almeno io non ho accesso a dati antecedenti al 2010 ormai. Penso che la macchina sia andata avanti da sola, e che io stesso non ho avuto la presenza di insistere.

Poi è vero che c’è un altro elemento che ridimensiona il mito: se cerchi in rete c’è una marea di gente che scrive di volere questo libro, ma per come è la psicologia di queste persone, a cercarlo non sono molti più di quelli che lo scrivono.

Non solo, ma alla fine le ristampe e gli Oscar sono fatti sulla base delle prenotazioni dei librai, e se non c’erano grandi richieste non si ristampava. E poi probabilmente chi chiedeva la ristampa chiedeva in ambiti che non venivano visti da quelli che potevano ristampare.

Sì, penso sia più semplice di quello che pensiamo.

Beh, adesso per fortuna tornerà.

So che il prenotato è superiore a quello che fa la casa editrice normalmente, forse non è stravolgente, però bisogna vedere con il libro in pista. I blog e i bene informati la notizia se la sono passata. Vediamo che succede. Tra l’altro in questo caso non sappiamo se prima hanno chiesto anche a Mondadori, ma è uscito con una traduzione nuova, con un investimento considerevole da parte di 66thand2nd. La traduzione è stata affidata a Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, i due bravi editori di Black Coffee, una casa che sta pubblicando buoni autori.

Sì, li ho conosciuti a Mantova perché c’era John Freeman (che io conoscevo per altri motivi, perché è il fidanzato dell’agente di Whitehead), e loro lavorano molto con lui, quindi ci siamo visti al loro evento dove c’era anche Valeria Luiselli.

Probabilmente avranno tenuto il vostro lavoro immane a fare da base, è un lavoro mostruoso comunque.

Chi lo sa, è comunque una buona roba. Le traduzioni nuove sono sempre benedizioni dal cielo, a meno che non siano quelle…

Beh, come diceva Agostino Lombardo, grande traduttore di Shakespeare e insegnante, «le traduzioni vanno rifatte ogni quindici o venti anni, comprese le mie».

Un signore dotato di notevole saggezza. Faccio un’unica eccezione su una mia passione divorante: Wodehouse. Io ho ancora traduzioni che aveva il mio babbo, di un secolo fa praticamente. Ed essendo così vecchie, la voce di questi aristocratici un po’ deficienti inglesi è meravigliosa.

Veramente. Coglievano tutta l’ironia?

Non lo so, però quella traduzione vecchissima parla una lingua di un mondo che non c’è più ed è la lingua perfetta per quei romanzi. Le traduzioni nuove sono belle ma le vecchie sono un’altra cosa.

* * *

Intervista a Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, traduttori dell’edizione 66thand2nd

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Com’è stato tradurre a quattro mani un’opera così complessa?

Considerando che siamo compagni di vita e traduciamo in casa, per lunghi mesi siamo sprofondati entrambi nei meandri della mente di Danielewski. Eravamo ossessionati, ma quando uno dei due si perdeva, l’altro andava a recuperarlo.

Avevate a disposizione la traduzione Mondadori (avete visto quella francese di Claro e quella spagnola?). Ve ne siete serviti? Vi è stata utile?

Abbiamo avuto modo di consultare l’edizione Mondadori, ma ci siamo presto resi conto che le parti più spinose avevano messo in difficoltà i colleghi (nel 2005, quando è uscita la versione Mondadori, il forum che ci ha illuminato la via non era stato ancora aperto). E in ogni caso preferiamo sempre evitare di consultare traduzioni precedenti alla nostra, per non farci influenzare troppo.

Quali pensate siano i punti di forza della vostra versione?

Abbiamo fatto particolare attenzione ai giochi di parole, agli acrostici, ai richiami nascosti nel testo e a tutta una serie di indizi che rendono Casa di foglie il libro che è. Credo che in generale siamo riusciti a rendere in italiano anche le parti più ambigue, rispettando l’intento originale dell’autore di stranire il lettore con soluzioni… estreme.

Conoscevate il mondo di Danielewski e tutto ciò che ruota da venti anni intorno a «Casa di foglie»?

Sì, tanto che avevamo addirittura pensato di acquisire i diritti del libro e ripubblicarlo in Black Coffee. Poi però ci siamo resi conto che Casa di foglie non rientrava nella linea editoriale che avevamo scelto, e abbiamo deciso di lasciar perdere. Mai avremmo pensato che nel giro di poco tempo il libro sarebbe venuto a cercare noi.

Avete fatto riferimento a un forum in particolare:quanto è stata importante la rete per comprendere meglio aspetti misteriosi della trama e i giochi linguistici?

È fondamentale consultare i blog specializzati per districarsi tra le mille trappole che Danielewski ha disseminato nel testo. Alcune soluzioni traduttive, infatti, non ci sarebbero mai venute in mente senza comprendere il significato di un passaggio criptico, di un gioco di parole, di una frase apparentemente oscura. In questo siamo grati al principale forum dedicato all’opera di Danielewski, fondato da un gruppo di americani letteralmente ossessionati dalla sua opera. Certo, le nostre sono solo delle ipotesi, perché l’autore ama mantenere un alone di mistero sul suo lavoro e ha elegantemente trascurato di rispondere nel dettaglio a domande che ci avrebbero chiarito le idee una volta per tutte sui misteri di Casa di foglie.

Un esempio di gioco linguistico che vi ha messo in difficoltà?

Dunque, premesso che è difficile estrapolare esempi comprensibili da un contesto così complesso, e che non siamo troppo entusiasti di rivelare le «soluzioni» di certi enigmi nascosti (non perché ce la tiriamo ma perché il lettore di un libro simile in genere non ama che gli vengano svelate cose che vorrebbe capire da solo), ecco un gioco linguistico:

In una delle tante note al testo (la 298, per l’esattezza) si legge:

«I mean tha’s what you get for wanting to turn The Minotaur into a homie… no homie at all»[il rosso di Minotaur e il grassetto sono nel testo].

Ci siamo accorti che sottraendo dall’espressione «The Minotaur» (ci aveva insospettito, così scritta in grassetto/rosso) la parola «homie», le lettere restanti formavano il nome Truant (ovviamente non in ordine, sia mai), ovvero il cognome di Johnny, una delle due voci di questo libro.

Dunque:

«Ecco cosa si ottiene a voler trasformare il Truce Minotauro in un docile agnellino da chiamare cuore mio… Cuore mio un corno!».

A Minotauro abbiamo dato un aggettivo al posto dell’articolo, e il loro «homie» è diventato «cuore mio».

Questa soluzione ci è sembrata adeguata al contesto e al significato generale della frase, oltre che rispettosa del gioco nascosto voluto dall’autore. Ad ogni modo forse in pochi capiranno davvero il lavoro che c’è stato dietro a questo libro, ma il suo bello risiede anche nel fatto che può esser letto su più livelli. Non è necessario penetrare in tutti i meandri dei richiami e degli echi di cui è composto. Ognuno leggerà una storia diversa perché il libro muta nelle mani di chi lo legge, così come la casa muta sotto gli occhi di chi vi si addentra.

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Dentro “Casa di foglie”, il libro-matrioska di Mark Z. Danielewski https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dentro-casa-foglie-libro-matrioska-mark-z-danielewski/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dentro-casa-foglie-libro-matrioska-mark-z-danielewski/#respond Tue, 24 Mar 2020 07:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42753 Pubblichiamo uno speciale in due parti dedicato a Casa di foglie, il romanzo di culto di Mark D. Zanielewski, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa prima sezione pubblichiamo un articolo apparso originariamente su Repubblica e qui pubblicato in una versione molto più estesa.

di Leonardo G. Luccone

«Fin dall’apertura della Versione di Navidson siamo catapultati in un labirinto: seguiamo il percorso tortuoso tracciato sulla celluloide, spiamo il fotogramma successivo sperando di intravedere una soluzione, un centro, un senso di completezza, solo per svelare l’ennesima sequenza che conduce in una direzione completamente diversa, a un discorso in continua evoluzione, alla promessa di una scoperta che per tutto il tempo non ha fatto che dissolversi in caotiche ambiguità troppo fumose per poter essere comprese a fondo».

Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti?

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Pubblichiamo uno speciale in due parti dedicato a Casa di foglie, il romanzo di culto di Mark D. Zanielewski, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa prima sezione pubblichiamo un articolo apparso originariamente su Repubblica e qui pubblicato in una versione molto più estesa.

di Leonardo G. Luccone

«Fin dall’apertura della Versione di Navidson siamo catapultati in un labirinto: seguiamo il percorso tortuoso tracciato sulla celluloide, spiamo il fotogramma successivo sperando di intravedere una soluzione, un centro, un senso di completezza, solo per svelare l’ennesima sequenza che conduce in una direzione completamente diversa, a un discorso in continua evoluzione, alla promessa di una scoperta che per tutto il tempo non ha fatto che dissolversi in caotiche ambiguità troppo fumose per poter essere comprese a fondo».

Cosa si prova a perdersi nella propria casa, dopo aver percorso un corridoio che non c’era e aver svoltato prima a destra poi a sinistra in passaggi che sembrano infiniti? Una casa le cui dimensioni misurate dall’interno non combaciano con quelle esterne. Una casa viva, direttamente collegata al regesto delle proprie paure. Casa di foglie (o Casa di fogli) di Mark Z. Danielewski è una delle narrazioni più ardite degli ultimi cinquant’anni, un libro che si forma intersecando libri, un libro-matriosca figlio delle intuizioni di Derrida e Escher, compagno di Fuoco pallido di Nabokov, delle sperimentazioni di Perec e Pynchon, e naturalmente delle falsificazioni di Borges, incapsulate però in un infingimento di Shirley Jackson.

Il solito manoscritto ritrovato da Johnny Truant – venticinquenne tatuatore tossico, orfano e dall’animo devastato – è la scusa per una babele di piani narrativi, con una sovrapposizione di scostamenti tra ciò che è voce e ciò che è commento, con l’impressione di sentire proprio tutte le voci nella testa dell’autore, contemporaneamente, come la letteratura dovrebbe fare. E così abbiamo un romanzo che schiavarda l’idea stessa di interpretazione a forza di false piste: un’effervescenza tipografica multicarattere dove la linea di base è un ricordo e la componente paratestuale (citazioni, note, appendici, collage, lettere della madre del protagonista) tra vero, verosimile e inventato che si innerva così tanto nel testo da annientare le gerarchie; perfino Heiddegger, Derrida e Bloom vengono convocati a contribuire all’interpretazione della Versione di Navidson, un film che nessuno ha visto e che il vecchio Zampanò descrive a mo’ di ecfrasi – e che Truant sta chiosando e che un gruppo di editor ha a sua volta lavorato.

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Chiaro il triplo salto mortale? Will Navidson e famiglia si sono da poco trasferiti in Virginia; tra Navidson – premio Pulizer per la fotografia per un servizio in Sudan – e la moglie Karen Green (che, non fortuitamente, è anche il nome della moglie di D.F. Wallace) le cose non vanno troppo bene, e così – come buon auspicio – Will ha deciso di documentare ogni istante della loro «presa di possesso» della casa. È ancora ignaro che sarà la casa a impossessarsi delle loro vite. La casa reagisce, respira con ombre e suoni sinistri. I bambini non riescono più a dormire, la crisi della coppia peggiora. Quando la narrazione sembra arrivare alla fine, siamo ancora al centro del libro, con Navidson – sfiancato dalle esplorazioni nella casa mutante – che rischia di morire assiderato in un corridoio mai visto – con «il valore di un minuto o di una settimana [che] non è più affar suo», le batterie della telecamera agli sgoccioli, gli attacchi di nausea insopportabili e le domande gli vorticano nella testa –, e non gli rimane che leggere l’unico libro che ha, Casa di foglie, guarda un po’, lo stesso nelle mani del lettore, e per leggerlo in quel buio deve bruciare le pagine appena concluse.«[…] non fa alcuna differenza se il documentario alla base di questo libro sia una mera fantasia. Zampanò ha sempre saputo che non ha importanza cosa sia vero e cosa no».

*

Danielewski fa risalire l’innesco di Casa di foglie a quattro circostanze: Redwood (Sequoia), il manoscritto che scrisse di getto quando venne a sapere della grave malattia del padre Tad (regista polacco che ha partecipato alla Rivolta di Varsavia ed è stato internato in un campo tedesco e poi liberato dagli americani; e che dopo essersi perfezionato a Londra è emigrato nel 1948 negli Stati Uniti) – un flusso di coscienza durato tre giorni insonni sul pullman Greyhound che lo portava da New York a Los Angeles. «Si trattava di uno sfogo, un modo di incanalare il torrente di emozioni contrastanti che provavo per mio padre». Il padre reagì con rabbia alla lettura del testo («pensavo di fargli un regalo»): si sentiva oltraggiato per il solo fatto che il figlio avesse osato scrivere qualcosa di così profondo su di lui. La reazione fu drastica: Mark Danielewski distrusse il racconto e lo gettò in un cassonetto. Fu la sorella Poe, qualche tempo dopo, a presentarsi da lui con i pezzi del manoscritto riattaccati con lo scotch. «Dubito che avrei continuato a scrivere se lei quella notte non mi avesse salvato».

Nel 1993 il padre muore e, seconda circostanza, nel testamento dispose che le sue ceneri fossero disperse in una foresta di sequoie. Tempo dopo Danielewski e Poe tornano nel posto: «Ho avuto la visione di una casa di mezzo centimetro più grande all’interno che all’esterno. All’inizio non sapevo se quella visione contenesse una storia o qualcos’altro, ma l’immagine persisteva. Anni dopo, di punto in bianco, ho avuto l’illuminazione che sognano tutti gli artisti e mi sono detto: “O mio dio! I personaggi a cui lavoro vivono in questa casa! E tutti gli aspetti teorici su cui mi sto scervellando appartengono a questa casa!”». La storia delle Versione di Navidson deriva da un ricordo familiare. I Danielewski vivevano in Spagna e il padre stava lavorando a Spain: Open Door, un documentario – ispirato a Rossellini – su come la Spagna franchista dovesse dare più spazio agli artisti. L’opera fu però confiscata dalla polizia e il film andò perduto. Ma il padre continuò a parlarne per anni. «All’inizio non me sono accorto ma più ne scrivevo, più l’influenza di Open Door diventava cruciale». Infine, quarta circostanza, c’è la casa dell’infanzia. «Le ombre erano ovunque, profondissime e impossibili da illuminare. Molte stanze ci erano proibite, e la maggior parte dei corridoi ci facevano così paura che evitavamo di percorrerli da soli.

La casa si trasformava in continuazione: a un tratto era calda e confortevole, e mio padre mi diceva: “Sei il migliore, diventerai un grande artista, ti manderemo a studiare nelle migliori università!”; qualche istante dopo, senza la minima avvisaglia, la casa diventava fredda e oscura, e il mio futuro radioso svaniva. Mio padre era come il padre in Shine, talmente pieno di bizzarre contraddizioni che sembrava nutrirsene».

*

«Grovigli infiniti di parole che contorcendosi andavano a formare un significato, ma più spesso no, e si diramavano in frammenti sempre nuovi in cui mi sarei imbattuto più avanti – su vecchi fazzoletti, sui bordi sgualciti di una busta da lettere, una volta perfino sul retro di un francobollo; non c’era nulla, ma proprio nulla, su cui non fosse stato scritto qualcosa; tutto era ricoperto di anni e anni di dichiarazioni affidato all’inchiostro, sovrapposte, cancellate, corrette, scritte a mano, a macchina, leggibili, illeggibili, imperscrutabili, chiarissime, lacerate, macchiate, tenute insieme con lo scotch; alcune integre e linde, altre scolorite, bruciate o piegate e ripiegate così tante volte su loro stesse che le pieghe avevano ormai cancellato interi brani di dio solo sa cosa – senso? verità? inganno? Un’eredità profetica o folle, o forse niente del genere? Un espediente, in definitiva, per designare, descrivere, ricreare – scegliete un po’ voi la parola, io le ho finite; oppure ne ho ancora molte, ma perché? e per dire… cosa?».

*

Casa di foglie fa il suo debutto sul web nella seconda metà degli anni Novanta, sul sito dell’autore. Ancora prima di firmare con la Pantheon, Danielewski decide di sguinzagliare il testo in cerca dei suoi lettori. Si materializzano copie variamente rilegate del manoscritto presso strip club, tatuatori, studi di registrazione. «Casa di foglie di Zampanò, con un’introduzione di Johnny Truant» c’era impresso sul frontespizio. «Non capivo cosa stavo leggendo ma era esattamente ciò che cercavo» dice uno dei primi testimoni. Danielewski capisce che la direzione è quella giusta ma non smette di sperimentare. «È un ipertesto mentale, una specie di mappa dei pensieri durante una divagazione» commenta su un forum un altro lettore.

Nel 2000 il lancio è sontuoso: Stephen King lo definisce la sua «casa dell’orrore»; per Bret Easton Ellis c’è «un’intelligenza da togliere il respiro». Da noi il libro ci mette cinque anni per uscire. Edoardo Brugnatelli, allora editor di Strade Blu, la collana più audace di Mondadori, la stessa di Gomorra, rammenta: «Quando iniziai a leggere Casa di foglie ebbi subito una sensazione strana, un misto di euforia e terrore. Sapevo che stavamo prendendo una spaventosa gatta da pelare in termini di costi. Avevo la scrivania accanto a Giuseppe Strazzeri, che adesso dirige la Longanesi, e a Francesco Anzelmo, ora alla guida della Mondadori, allora mio junior. Capii che a Francesco sarebbe piaciuto tradurlo e glielo affidai» (nella prossima parte pubblicheremo l’intervista integrale a Brugnatelli, ndr). Anzelmo ha un ricordo nitido: «Fu un’autentica impresa e un’esperienza indimenticabile, per le sfide che quel testo poneva. Mi affidai alla sapienza di Strazzeri, traduttore molto esperto».

Giuseppe Strazzeri ha ricostruito per noi l’organizzazione del lavoro: «Ripensandoci oggi, a distanza di poco meno di un quindicennio, quello che più nitidamente ricordo di quel ponderoso, labirintico lavoro che fu la traduzione di Casa di foglie è un sodalizio febbrile e un po’ folle tra colleghi che nel leggere quel romanzo ci eravamo convinti, da subito un po’ Navidson di noi stessi, che in realtà tradure quel libro fosse impossibile, perlomeno nell’ambito di un’ordinaria relazione editor/traduttore/redattore. Stabilimmo invece che occorresse seguire il libro proprio nel suo dipanarsi in serie ininterrotte di cunicoli linguistici e concettuali, utilizzando anche noi un intreccio ininterrotto e anche un po’ folle di idee, discussioni, contraddizioni, revisioni, in tempo reale. Per farlo, o almeno per provarci, occorreva un prerequisito: vivere insieme per la gran parte della giornata. Che è poi quello che succede spesso agli editor di una casa editrice. Al tempo io lavoravo da qualche anno agli Oscar Mondadori, ancora fresco di un decennio circa di immersione nella lingua e cultura americane e con qualche anno di esperienza traduttoria alle spalle. Edoardo Brugnatelli e Francesco Anzelmo rappresentavano invece le due anime caratterizzanti della giovane collana Strade Blu: quella delle vie più imprevedibili della fiction d’oltreoceano (erano gli anni in cui la collana presentava autori come Chuck Palhaniuk, Dave Eggers o David Sedaris) e quella di una saggistica più contemporanea, più nervosa e meno paludata rispetto a quanto l’editoria italiana, perlomeno quella dei grandi gruppi editoriali, era solita offrire.

Su queste premesse il lavoro procedette sulla base di una divisione dei compiti traduttori secondo le linee narrative del romanzo: quella dei Navidson Records, la voce di Johnny Truant così come desumibile dal corpus delle note, e tutto quanto eccedeva i precedenti due filoni e che andava dalle appendici, alle interviste fittizie ai numerosi box e didascalie immagini. Spettò infine a me il compito di accogliere da ognuno colleghi le loro parti e procedere a una rilettura finale che cercasse di individuare e superare eventuali discrepanze, facesse delle scelte di consistenza terminologica, prendesse responsabilmente decisioni di ordine stilistico e concettuale.

La fine del lavoro ci trovò euforicamente spossati, con la certezza di avere toccato con mano una scrittura che, a dispetto delle premesse concettuali superficiali, si era dimostrata l’esatto contrario della sterilità sperimentatrice che di solito si associa al termine postmoderno, con in più la rassicurante sensazione di essere riusciti alla fine a sfuggire a un Minotauro che però restava lì, nascosto in quelle pagine, vivo e vegeto. Sopravvivergli adesso era compito dei lettori. Ben venga quindi questa nuova edizione 66thand2nd, che pare giungere in tempi forse più maturi e pronti per cogliere l’oscura, ipertestuale genialità di Danielewski».

Un’altra questione complessa era dare un vestito Strade Blu al libro. Scartata l’ipotesi di riproporre la copertina originale l’art director della Mondadori affida la copertina a Emanuele Scalia, uno dei grafici interni. Abbiamo rintracciato Emanuele, che ricorda: «La cosa che mi rimase più impressa della trama era proprio la casa. Più grande all’interno che all’esterno. Immaginai quindi una casa viva, come un albero secolare, con profonde e malefiche radici nel terreno.

Il caso volle che proprio in quei giorni al Leoncavallo di Milano venisse organizzata una mostra-convention di poster art: manifesti illustrati e stampati a mano in serigrafia. Fu proprio lì che conobbi il gruppo dei Malleus. Avevo bene in mente i loro lavori, in quanto già parecchio attivi in ambito underground, ma non ci conoscevamo personalmente. Dopo qualche giorno li invitai in Mondadori e ci trovammo immediatamente in sintonia, inaugurando di fatto la prima di una lunga collaborazione.

L’illustrazione che i Malleus hanno prodotto per Casa di foglie rimane, a distanza di tempo, un bellissimo esempio di come si sia riusciti a coniugare il linguaggio e i colori della poster-art, con la copertina di un romanzo.

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E, in perfetto stile Danilewski, la copertina la si può leggere girandola in verticale: le radici diventano gli artigli di una figura demoniaca che, ancora, si fonde nuovamente nel cielo infiammato sopra la casa».

*

Pubblicato nel 2005 il libro tradotto a sei mani, la sua vita editoriale si ammanta di mistero: in nemmeno due anni diventa irreperibile, e quando i lettori cominciano a chiederlo con una certa insistenza spuntano decine di copie a prezzi assurdi su Maremagnum. In Francia succede la stessa cosa, e la gran baldoria intorno a Casa di foglie è amplificata dalla mania per la letteratura ergodica, con un proliferare di forum in cui si discuteva di questo libro introvabile e di copie pirata. Ma perché il libro sparì? Brugnatelli risponde cauto: «Vendette benino, ottomila copie su diecimila stampate. Credo venne ipotizzato di fare il tascabile ma le prenotazioni non garantivano la profittabilità anche solo di una edizione». Quindi le copie c’erano? «Mi viene da pensare che ci fossero duemila copie ancora in magazzino, e che questa fu la premessa per non ripubblicare». Ci manca solo che le abbiano mandate al macero.

Strazzeri usa parole diverse, ma in fondo dice la stessa cosa: «Il libro all’epoca non ebbe un significativo successo di pubblico, perlomeno proporzionalmente all’orizzonte di attesa di una casa editrice come Mondadori. Né di certo deve avere giovato la sua complessa e onerosa struttura grafica nell’incoraggiare il comparto paperback a predisporne un’edizione tascabile. Resta il fatto che il libro “c’era”, per dirlo in brutto editorialese, come c’era l’editor per capirlo. E quella prima edizione di Casa di foglie in fondo mi pare rappresenti un altro di quegli esempi, più numerosi di quanto a volte si ami ricordare (Haruf e la Ernaux in questo senso sono casi simili) in cui il grande editore, checché se ne dica, non viene meno a un mandato di ricerca, assumendo ovviamente su di sé il rischio, connaturato all’editoria, di non trovare un pubblico».

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«Sebbene entusiasti e detrattori abbiano da sempre depredato i dizionari nel tentativo di descriverla o schernirla, la parola “autenticità” resta a tutt’oggi una fonte inesauribile di dibattito. Questa dilagante ossessione – di certificare l’autenticità o meno di nastri e bobine – solleva immancabilmente una questione secondaria e più generale: se con l’avvento della tecnologia digitale l’immagine abbia perso la sua un tempo indiscussa aderenza al reale».

Casa di foglie, come i film di Christopher Nolan, come i libri di D.F. Wallace, richiede un considerevole lavoro del lettore. Chi legge è chiamato a diventare ingranaggio della storia. Non c’è un solo percorso di lettura, né una sola verità di interpretazione. Queste sono opere che dispiegano la loro complessità e rifiutano qualsiasi riduzionismo interpretativo («Questo non è per te» compare sulla soglia della lettura). Più di un critico considera Casa di foglie una delle massime rappresentazioni della letteratura ergodica. Danielewski ovviamente non commenta, ma in Casa di foglie ci fornisce almeno due piste di lettura: la prima, convocando nel testo Stephen King che ci invita a svincolarci «dai simboli. Certo, sono importanti, ma… guardi la balena di Achab. Quello sì che è un grande simbolo. Alcuni sostengono che rappresenti Dio, il mistero e il senso della vita. Altri l’assenza di scopo e il vuoto. Ma ciò che tendiamo a dimenticare è che la balena di Achab era in primo luogo questo, una balena»; la seconda è più che altro un monito: «Se siete fortunati vi stancherete di questo libro, avrete la reazione in cui Zampanò aveva sperato, lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso – parola vostra –, assurdamente concepito, e ne sarete convinti, lo metterete da parte – anche se sento dire «da parte» emi vengono i brividi, perché che cosa riusciamo mai a mettere da parte in realtà? – e andrete avanti,mangerete, berrete, sarete felici e soprattutto dormirete sonni sereni. Ma è possibile anche che non vada così.

Di una cosa sono certo: non accade tutto».

*

Il 15 febbraio 1999 iuniverse.com e Pantheon annunciano che House of Leaves sarebbe stato pubblicato a puntate on line. Gratis. Con 19,95 dollari era possibile accaparrarsi «the novel’s stunning package» comprendente l’edizione brossurata del libro e altri ammennicoli. Per 40 dollari si poteva avere la versione con la copertina rigida. La serializzazione in effetti poi non venne completata e si dovette aspettare il 7 marzo del 2000 per la prima vera edizione (anche se venne chiamata «second edition»). Oltre all’edizione normale (brossurata) uscirono 2000 copie con la copertina rigida, diventate immediatamente un oggetto di culto. Pare che Danielewski ne abbia firmate 1200 con la Z di Zampanò in blu; 280 con JT (Johnny Truant) in rosso; 15 con Phl (Pelafina Heather Lièvre) in viola; 4 con tutte e tre le firme in blu, rosso e viola; una sola con Mark Z Danielewski in nero.

*

Tornado all’irreperibilità del testo di Mondadori un’ipotesi fascinosa possiamo azzardarla, anche se ridimensiona il mito: se si cerca in rete ci si imbatte in una marea di persone che ha bramato il libro, un esercito, ma per come funziona questo mercato meravigliosamente di nicchia, coloro che lo cercavano sono esattamente gli stessi che lo avrebbero comprato. Puoi contarli.Risultato: niente più copie acquistabili, prime sparizioni dalle biblioteche. Ma la storia è appena cominciata.

casa_beat-neripozzaIl primo ottobre 2013 il crepitio dei questuanti viene placato dall’annuncio che Beat avrebbe pubblicato Casa di foglie. In rete si trovano ancora il comunicato e la copertina. Venne fatto perfino un preprint promozionale (stessa traduzione, sebbene Anzelmo-Brugnatelli-Strazzeri ne siano all’oscuro); gli oggetti di culto diventano due. Quell’edizione, infatti, non vede mai la luce. Ci confessa Giuseppe Russo, direttore editoriale Neri Pozza: «Mi è dispiaciuto non poterlo pubblicare per le richieste impossibili dell’autore (colore dei caratteri, formato eccetera). Casa di foglie è per me come la balena di Melville, l’estensione infinita della potenza di Dio, estensione che ci sfida, ci angoscia e ci spinge a una struggente continua interrogazione. Dio qui va inteso, naturalmente, in senso spinoziano: Deus sive natura, la potenza infinita dell’essere, per la quale vi è sempre un mondo dietro un mondo, una stanza dietro una stanza, un luogo dietro un luogo in cui poter mettere piede. Il problema di Danielewski non è il terrore del vuoto, del nulla, che caratterizza molta sci-fi, ma quello degli infiniti “luoghi”, degli infiniti eventi e degli infiniti rapporti o incontri che la potenza dell’essere genera. Casa di foglie è perciò un romanzo eminentemente filosofico». Il contratto parla chiaro: rispetto del formato, dei colori e delle caratteristiche tipografiche (la parola casa, per esempio è sempre in blu).

Nel novembre del 2019 66thand2nd pubblica il testo nella versione filologica a colori e in una nuova traduzione (a cura di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti; nella prossima parte l’intervista integrale, ndr) che beneficia del vasto patrimonio interpretativo prodotto dai forum. Danielewski segue queste evoluzioni da lontano e si rifiuta di rispondere alle richieste di chiarimenti, e quando risponde lo fa con nuovi rompicapi.

E così, finalmente, migliaia di nuovi e vecchi lettori si confrontano con Casa di foglie: è una risposta incredibile, stratificata. «Erano anni che non leggevo più un libro» dice su un forum un appassionato di serie tv. «Questo libro è definitivo». «Dovrebbero farlo studiare a scuola». «Questo sì che è coraggio». Si sprecano le nuove interpretazioni. Come tutti i grandi libri che si affrontano due o tre volte nella vita, pensi di conoscere il testo benissimo ma, ovviamente, durante la lettura, e soprattutto alla fine, sperdimento e speculazioni si sprecano. Zampanò era cieco come Borges. Basta che qualcosa sia possibile affinché esista. Come Tlön, se la casa è un labirinto è un labirinto ordito dagli uomini e per questo può essere decifrato dagli uomini. Danielewski si è sempre rifiutato di spiegare gli enigmi. «Ognuno deve trovare la sua interpretazione e scrivere un pezzo della storia». E noi aspettiamo il prossimo colpo di scena perché Truant stesso dice: «La realtà è solo il doppio fondo della fantasia». Non esiste quindi Zampanò, non esiste la casa maledetta in Virginia: è tutto nella testa di Truant. È lui l’autore di Casa di foglie, è lui l’autore di Don Chisciotte e di Moby-Dick, è lui Pierre Menard.

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Le letture di James Franco, adesso https://minimaetmoralia.it/cinema/le-letture-di-james-franco-adesso/ Tue, 05 Jan 2016 06:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29583 Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.Questo articolo è uscito su Icon, che ringraziamo (fonte immagine).

Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d'ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I'll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest'ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

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james

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Questa conversazione con James Franco inizia da uno scambio di messaggi. Sono da Strand Bookstore, a New York, una mattina d’ottobre. Ho appena letto il bel memoir di Grace Jones, I’ll Never Write My Memoirs, e i due magnifici libri di Ta-Nehisi Coates, The Beautiful Struggle e Between the World and Me (quest’ultimo uscirà in Italia per le edizioni Codice). Tra i tavoli affollati della libreria cerco un libro che stia al passo, che sia altrettanto bello. Scrivo un messaggio a James Franco per chiedergli cosa leggere.

Che James Franco sia una delle persone a cui rivolgersi per un valido consiglio su cosa leggere l’ho scoperto traducendolo. Nel 2012 ho tradotto per minimum fax il suo romanzo d’esordio, In stato di ebbrezza, e nel 2015 per Bompiani Il manifesto degli attori anonimi. Durante le traduzioni gli scrivevo chiedendogli cosa leggere, libri non necessariamente collegati ai suoi, ma che in qualche modo era stati utili alla sua scrittura. Perfezionismo da traduttori, o solo un modo per capire meglio la scrittura. Nelle sue liste di titoli c’erano soprattutto William Faulkner e Cormac McCarthy, molta poesia (da John Berryman a Frank Bidart e Louise Glück), romanzi sperimentali (tra tutti Casa di foglie di Mark Z. Danielewski), qualche saggio (Fame di realtà di David Shields, che James Franco ha diretto nel bel documentario I Think You’re Totally Wrong: A Quarrel). Alcuni li avevo letti, altri li ho scoperti così.

– ciao james, sono da strand. che libro compro?

– elena ferrante.

Che sia un attore americano a consigliare di leggere l’italiana Elena Ferrante non stupisce nessuno. Da quando nel 2012 L’amica geniale è uscito in America non c’è giornale o rivista americana che non ne abbia scritto (bene). Adesso che tutti e quattro volumi sono fuori in inglese, la serie completa è in bella vista in scaffali e vetrine di tutte le librerie. Da Strand è sul tavolo all’ingresso dove tengono il “Best of the Best”. La libreria McNally Jackson, a Soho, ha fabbricato uno scaffale apposito con una cornicetta che con una grafica stile Febbre del sabato sera dice: Ferrante Fever. A confermare che di “fever” si tratti sono i numeri: cinquecentomila copie vendute in Italia dei quattro volumi della serie, quattrocentomila in America. Se chiedi in giro scopri che in questo momento la sta leggendo mezzo cast di Dawson Creek (nello specifico Busy Philipps, Michelle Williams, Jennifer Morrison).

La conversazione con James Franco inizia proprio da qui, da Elena Ferrante, per poi spostarsi verso altri autori e altri libri. Mentre mi scrive è a Toronto, nei giorni successivi si sposterà a Dallas, in buona compagnia di Stephen King e J.J. Abrams con cui sta girando (nei panni del protagonista Jake Epping) la prima stagione della serie tv tratta dal romanzo di King 22/11/’63.

Hai letto solo L’amica geniale o anche gli altri tre?

Adesso sono al secondo volume, La storia del nuovo cognome. E fino a qui mi piacciono moltissimo. Ho anche letto I giorni dell’abbandono, quello sulla donna che viene lasciata dal marito.

Com’è che hai scoperto Elena Ferrante?

Ho visto che la leggevano tutti. Una delle mie amiche più care stava leggendo la serie e mi ha detto che non voleva finire per quanto la amava. Poi ho visto che James Wood ha scritto sul New Yorker un’ottima recensione dei suoi libri e lì mi sono convinto definitivamente. Anni fa ho seguito un workshop con lui alla Columbia e i suoi gusti mi piacciono parecchio.

Allora dammi cinque motivi per leggerla.

1. La centralità che dà alla giovinezza all’interno della storia. 2. E quella che dà alle vite delle donne. 3. L’abbondanza di dettagli. 4. La ricca vita interiore dei personaggi. 5. Un cast di personaggi interessanti e ben descritti.

Ok. Ci vedi qualche legame con il cinema italiano contemporaneo?

Più che a quello contemporaneo mi sembra sia vicina al vecchio cinema italiano. Al neorealismo del primo Pasolini, a Fellini, Antonioni, De Sica. Facevano tutti film sulla vita della gente comune in piccole cittadine italiane, e sui microdrammi vissuti dalla classe operaia.

Altri scrittori italiani che hai letto e che ami? Anche non contemporanei.

Luigi Pirandello, Italo Calvino, Umberto Eco, Primo Levi.

E di autori contemporanei non italiani? Chi ti piace?

Tom Franklin. Scrive degli stati americani del Sud con durezza ma ha anche una sensibilità che scrittori come Cormac McCarthy non hanno. Tra gli scrittori contemporanei dell’America del Sud McCarthy è il maestro assoluto, ma non tutti reggono la violenza implacabile delle sue storie.

Cos’è che secondo te rende contemporaneo un libro? Al di là dell’appartenenza anagrafica dell’autore. Trovare una buona storia che sia anche contemporanea, o si tratta più di essere contemporanei nel raccontarla?

Dipende, ci sono libri validi in entrambe le categorie. Hell at the Breech di Tom Franklin funziona per la ricchezza dei personaggi e delle descrizioni, anche se la storia procede in modo lineare. Casa di foglie di Mark Danielewski funziona perché rompe ogni convenzione stilistica.

Tu da scrittore, cerchi buone storie da raccontare, o un nuovo modo per raccontarle?

Entrambe le cose, dipende dal libro. In stato di ebbrezza è un libro convenzionale costruito mettendo insieme racconti alla Salinger o alla Carver che sono legati tra loro. Il manifesto degli attori anonimi è più un collage di stili e approcci, è un libro più sperimentale.

Adesso stai lavorando con J.J. Abrams e Stephen King, due esempi perfetti dell’una e dell’altra categoria. Abrams ha scritto un libro, S. La nave di Teseo, che è sperimentale e contemporaneo soprattutto nella forma, nel modo in cui è confezionato e si presenta il libro. King è uno dei migliori narratori viventi, che si tratti di storie di finzione o, come in 22/11/’63, di romanzi storici.

 D’accordo con te, e come vedi sono tutti e due contemporanei e bravissimi. Sanno entrambi come attingere all’immaginario collettivo. Molte delle loro opere, Lost e It per esempio, ci portano in strani posti, ma sono anche storie abitate da personaggi forti a cui ci sentiamo collegati. L’elemento soprannaturale rimane comunque connesso ad emozioni comprensibili.

Ta-Nehisi Coates lo hai letto? Ecco, trovo che lui tra i contemporanei sia uno dei migliori a raccontare il presente, lo stato delle cose.

Sì. Ho letto un po’ di articoli che ha scritto, e ho letto anche Between the World and Me. Chiaramente m’interessa moltissimo l’argomento principale dei suoi scritti, l’essere nero in America. E m’interessano le posizioni nette che prende sulle questioni riguardanti la razza. Ma mi piace anche il modo in cui scrive. Mi piace il suo restare a metà tra scrittura accademica e scrittura personale. Mi piace il modo in cui mescola la ricerca alla vita privata. Between the World and Me parla di grandi questioni, ma le inserisce in una cornice specifica che è una lezione al figlio adolescente. E in questo rende tutto incredibilmente personale.

Quanto l’appartenenza geografica è importante per uno scrittore? L’appartenenza dello stesso scrittore, il luogo dov’è nato e dove vive, ma anche la geografia delle storie, i luoghi in cui accadono.

Anche qui non ci sono regole, ma in linea di massima la geografia serve a dare radici a una storia. I luoghi sono importanti per costruire una storia, per darle le fondamenta. Hanno la stessa importanza dei personaggi.

Cosa leggo adesso?

Hell at the Breach di Tom Franklin. E sempre di Tom Franklin Alabama Blues e Smonk.

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James Franco in arte Re Mida https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/ https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/#comments Fri, 27 Apr 2012 13:07:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7635 Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D - La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: "All writers are starfuckers". Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c'è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa "fucker "di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m'ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s'è rallegrato e m'ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l'ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

L'articolo James Franco in arte Re Mida proviene da Minima et Moralia.

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Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

Per l’esattezza, un quarto d’ora l’ho passato cercando di spiegargli che nelle lingue non anglofone la gente ogni tanto si dà del lei (no, non lo sapeva, e io avevo bisogno di capire se la protagonista di uno dei racconti che ha una storia con il suo allenatore gli dà del tu da subito, o solo dopo che iniziano a fare sesso), e nei restanti cinque minuti si è parlato di nomi propri. Io: “Vicky the hickey (Vicky detta il succhiotto, ndr) non lo possiamo tenere così, ché in italiano non c’è con cosa fargli fare rima”. Franco: “Be’, mettiamo un nome italiano, no?”. Io: “No, mica si fa che quando traduci un libro traduci anche i nomi propri”. Franco: “Ah”. Mezzo minuto di silenzio. Poi, io: “Non ti preoccupare, in qualche modo risolvo”. Franco: “Ah, bene, grazie. Se vuoi puoi cambiare anche gli altri nomi. Cambia pure tutti i nomi che vuoi”. Cosa che mi sono ben guardata dal fare, cambiando alla fine solo “Vicky the hickey” in “Sheena la sveltina”. Fine della telefonata. Ciao James Franco. Ciao traduttrice.

In veste di giornalista

Qualche mese dopo (poche settimane fa) ho provato a richiamare James Franco per intervistarlo. Ma lì dove da traduttrice ero riuscita, ho fallito miseramente da giornalista. Il suo manager mi ha detto che sono iniziate le riprese di un nuovo film (Spring Breakers di Harmony Korine, in cui Franco fa il rapper Riff Raff, la rete è già piena di immagini), si è scusato, ma non sapeva se James sarebbe riuscito a trovare il tempo per un’intervista. Comunque ci avrebbe provato. Gli ho detto ok, e come in uno dei racconti migliori di Dorothy Parker, mi sono ritrovata a fissare il computer per giorni sincronizzata col fuso orario di Los Angeles in attesa di un’email che mi dicesse quando e a che numero chiamarlo (ai tempi di Dorothy Parker i computer non c’erano e la protagonista del suo racconto fissava il telefono aspettando direttamente la telefonata, ma il concetto resta lo stesso). Quando ho capito come andava a finire, ho provato a chiedere a Twitter quello che avrei chiesto a Franco. Ecco il risultato.

Per chi parla la mamma

Anche James ha una mamma che va fiera di lui. E dei suoi fratelli. Le soddisfazioni che James nega ai fan che lo seguono sui social network (e coi quali si guarda bene dall’interagire), le dà la madre. È registrata come FrancosMom, perché oltre che di James va fiera dei figli più piccoli Dave e Tom (rispettivamente, attore e artista). Mamma Franco twitta spesso, rispondendo anche a nome della progenie. A volte riesce addirittura ad anticipare le domande dei fan dei figli, e scrive cose tipo: “Per chiunque se lo stia chiedendo, Dave non è su Twitter”. Vi vergognate dei vostri genitori che non fanno che raccontare agli estranei gli affari vostri? Be’, grazie a mamma Franco potrete smettere di farlo.

 Perché James è Figlio di Dio

Sarebbe stato retorico, ma la domanda sullo scrittore vivente preferito l’avrei comunque fatta. E il fondato sospetto è che la risposta sarebbe stata: Cormac McCarthy. Nel 2011 Franco aveva deciso di dirigere un film da Meridiano di sangue di McCarthy. Abbandonato il progetto, è rimasto fedele allo scrittore e ha cambiato romanzo, optando per il più semplice (almeno in termini di produzione) Figlio di Dio. Le riprese sono presto iniziate e già finite, con Scott Haze nei panni di Lester Ballard e una particina anche per lo stesso Franco (Jerry). L’uscita del film è prevista per il 2013, ma in rete si trovano già alcuni filmati del backstage.

Di top in top

Se un solo scrittore non vi dovesse bastare, e voleste sapere gli altri nomi degli autori più amati da Franco, c’è in rete una top 5 dei suoi libri preferiti. Direttamente dal sito di Oprah Winfrey (con relativo tweet), ecco i magnifici cinque: Mentre morivo di William Faulkner, Love & Fame di John Berryman, Perché corre Sammy? di Budd Schulberg, Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (vero capolavoro, ma per favore, leggetelo in inglese) e Jesus’ Son di Denis Johnson. Sempre in rete, sul sito del Daily Beast, si rimedia facilmente anche una top 6 dei suoi libri preferiti: escono dalla classifica Berryman, Schulberg e Danielewski, raddoppia Faulkner con il racconto L’orso, ed entrano Ernest Hemingway con I racconti di Nick Adams, Frank Bidart con In the Western Night e Charles Bukowski con Panino al prosciutto. Aggiungiamo all’autorevole gruppo anche il poeta Hart Crane, su cui Franco ha diretto e interpretato (come tesi del master di regia che ha fatto alla NYU) un film biografico uscito a fine marzo in dvd. Si chiama The Broken Tower. L’ho comprato su Amazon e appena visto. Ed è bello come tutto.

Dopo le opere prime arrivano sempre le opere seconde

Qualche giorno fa, Julia25 ha twittato a mamma Franco: “Che dolce la scritta di James “A mio padre” con sotto un cuoricino…”. E mamma Franco: “Dov’è che hai visto la scritta di James che dice “A mio padre”?”. Julia25 ha mandato prontamente un’immagine, che è di una delle prime pagine del secondo libro a firma James Franco. Quest’opera seconda si chiama Dangerous Book Four Boys, è appena uscita negli States per Rizzoli Usa, effettivamente è dedicata al padre ed è un libro d’arte. Curato da Alanna Heiss, il volume monografico contiene immagini e testi dell’omonima personale di James Franco ospitata nel 2010 dalla Clocktower Gallery di New York e nel 2011 dalla Peres Projects di Berlino. La mostra (foto, video e installazioni) è un percorso attraverso la propria infanzia e adolescenza e un’indagine sulla sessualità. Dice Franco a un certo punto del libro: “Uomo e donna sono ideali impossibili… siamo tutti sessualmente incasinati, a metà strada tra i due generi, sospesi come angeli”. Di sicuro sono sessualmente incasinati il Capitano Kirk e Spock di Star Treck che in una delle opere di Franco in mostra (e nel libro) si innamorano l’uno dell’altro e fanno sesso.

Come trasformare una soap opera in opera d’arte

Ammettiamolo, a noi James Franco piace anche perché fa General Hospital. Ha iniziato che era già famoso (è entrato nel cast nel novembre del 2009), ha smesso per un breve periodo, e poi è tornato. Oltre che per l’accettare un ruolo in una soap opera a scapito di molte altre cose che potrebbe e saprebbe fare, lo amiamo perché all’ultimo giro di riprese si è presentato sul set con una piccola troupe. E mentre intorno a lui si girava General Hospital, lui s’è fatto un film tutto suo. Il film si chiama Francophrenia (or: Don’t Kill Me, I Know Where the Baby Is), lo ha codiretto insieme a Ian Olds, ea d è una via di mezzo tra uno psychothriller e un documentario. Le immagini le trovate tra i tweet del Tribeca Film Festival, dov’è stato appena presentato.

Come trasformare se stessi in arte

Grazie al Moca rivedremo James Franco nei panni di James Dean. Aprirà il 15 maggio in un nuovo spazio del Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles (il negozio JF Chen, al 941 di North Highland Avenue) una collettiva ideata dall’attore e ispirata a Gioventù bruciata. Poco più di dieci anni dopo avere interpretato James Dean nel film tv diretto da Mark Rydell, James Franco torna a vestire i panni dell’amato attore nelle foto e nelle opere degli artisti Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Terry Richardson, Ed Ruscha e Aaron Young. Pensata come un omaggio al film di Nicholas Ray più che a Dean, Rebel reinterpreta il film e il suo making of in chiave contemporanea. In mostra vecchi e nuovi video a tema diretti da Franco: da Sal (un omaggio al coprotagonista di Gioventù bruciata Sal Mineo, presentato nel 2011 a Venezia) al recentissimo The Death of Natalie Wood (su Youtube).

Non ci facciamo mancare niente

Vi state chiedendo se Franco sa anche cantare? Fate bene, e anche questa risposta arriva con un tweet. È il fan blog italiano James Franco Italia a farci partecipi della notizia che James ha scritto, cantato e registrato una canzone. La canzone è anche bellina. Parla della madre e del padre, Betsy e Doug, che si sono incontrati e innamorati a Stanford quand’erano studenti. Si chiama Love in the Old Days, Amore ai vecchi tempi.

Diventa “fucker” di te stesso

James Franco è un grande attore, un bravissimo regista, un ottimo scrittore e un artista di successo. In qualunque cosa si cimenti, riesce. E non c’è alcuna ironia in queste parole. Sana invidia piuttosto, come per chiunque sappia fare tutto e bene. James Franco è anche su Twitter, dove è parco di parole e prodigo di immagini. James Franco posta quasi solo foto di stesso, e qualche video. Delle sue amiche o delle vernici a cui ha presenziato. Anche nei social network James Franco ha una sua eleganza. Gli viene bene anche quello. Volete essere come lui? Provate così: smettete di perdere tempo scrivendo inutili parole su Twitter, Fb e simili. Usateli come mezzi per promuovere la vostra immagine. Fotografatevi, postate le foto, e restate in silenzio. Ignorate i commenti degli altri. Soprattutto, non concedete interviste. Mai. E chi ha altre domande si risponda da sé.

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