Mark Zuckerberg Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-zuckerberg/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Feb 2022 09:44:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mark Zuckerberg Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mark-zuckerberg/ 32 32 Mark Zuckerberg nel metaverso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mark-zuckerberg-nel-metaverso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mark-zuckerberg-nel-metaverso/#comments Mon, 08 Nov 2021 07:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49480 Dovremmo esser grati ogni volta che altri esseri umani ci permettono di essere altrove grazie alle loro opere. Poeti, artisti, musicisti, registi, sceneggiatori. Da qualche decennio però il nostro altrove preferito è creato anche, forse soprattutto, da ingegneri, sviluppatori, CEO di piccole aziende divenute poi gigantesche, più importanti di interi stati e continenti. Poco meno […]

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Dovremmo esser grati ogni volta che altri esseri umani ci permettono di essere altrove grazie alle loro opere. Poeti, artisti, musicisti, registi, sceneggiatori. Da qualche decennio però il nostro altrove preferito è creato anche, forse soprattutto, da ingegneri, sviluppatori, CEO di piccole aziende divenute poi gigantesche, più importanti di interi stati e continenti.

Poco meno di trent’anni fa, l’altrove digitale si presentava come un carnevale notturno in cui si indossavano maschere – i nickname – e costumi piuttosto pittoreschi – gli avatar – per ballare in feste sconosciute e sovvertire, potenzialmente, le regole della vita di ogni giorno. Era tutto lentissimo, nettamente separato dalla nostra esperienza quotidiana da interfacce fisiche, prima ancora che virtuali, piuttosto ingombranti: modem, schermi e cassettoni di computer fissi, mouse, tastiere e tanti, tantissimi cavi.

Sul finire degli anni ’90 abbandonai i videogiochi, la mia primissima esperienza d’altrove digitale, per gettarmi a capofitto in quella prima internet di siti, forum, chat d’ogni sorta. Online potevi conoscere un sacco di gente, per quanto in incognito, che non avresti mai potuto incontrare nella vita reale. Persone verso cui, a parte rarissimi casi, non avevi alcuna responsabilità – proprio come in un videogioco.

Quella internet era molto utile in provincia, dove tutto sembrava distante dai centri della vita contemporanea, per sentirsi vivi. Per sentirsi vivi era fondamentale – nonché meraviglioso – smettere di essere sé stessi con la propria forma fisica, la propria faccia, i propri pensieri, la pesantezza della vita d’ogni giorno. Potevi essere un ladro, un assassino, un eroe, un soldato o un grande musicista e continuare la tua vita quotidiana come se niente fosse. Potevi essere tutto, per non essere il niente delle etichette che da adolescente ti cuciva addosso una piccola città di provincia. L’unico inconveniente era lo stigma sociale: passare tutto quel tempo online, un tempo per la verità sempre crescente, poteva fare di te uno sfigato, uno che non aveva una vita socialmente accettabile.

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Non molti anni dopo, Facebook e gli smartphone hanno cambiato tutto. La tecnologia si è rimpicciolita, ha iniziato ad assottigliare la distanza tra reale e virtuale. Il primissimo Facebook rendeva desiderabile palesarci online con nomi, cognomi e facce vere. Lo rendeva prima desiderabile – questo aspetto va sottolineato – e poi in qualche modo obbligatorio quando era ormai chiaro che il modello di sviluppo delle nuove piattaforme si sarebbe basato sull’estrazione di dati dalle nostre esperienze in digitale, sulla produzione di valore separata tuttavia da lavoro e salario. Stare online tutto il tempo non era più un problema, al contrario: via lo stigma sociale, trasformarsi in veri e propri performer digitali sempre connessi era tutto.

Facebook all’inizio mi attirò subito: ancora una volta, mi dava la possibilità di sentirmi al centro pur vivendo lontano dal centro, la possibilità di essere connesso con vere e proprie personalità dei mondi che avrei voluto abitare, per lo più legati a musica ed editoria, quella di essere conosciuto, amato, apprezzato – in fondo, a chi non piace? Per quanto pure si agitava in me il sospetto che stessimo definitivamente trasportando online, insieme ai nostri lati più luminosi, anche quelli più sconvenienti, imbarazzanti ed emotivi, inconsapevolmente tristi e narcisisti.

E così la tecnologia, mentre si rimpiccioliva con l’obiettivo finale di arrivare a smaterializzarsi, smaterializzava tutte e tutti noi. Assottigliati fino a diventare puro dato, nel nostro piccolo potevamo vivere l’ebbrezza di essere personalità pubbliche popolari e controverse (popolari perché controverse) come qualsiasi star del mondo precedente. Dall’anonimato della prima rete si passava a commentare a nostro nome fatti di attualità, con la certezza che la spietata intensità retorica della nostra argomentazione ci avrebbe portato rispettabilità e ragione, rafforzando la nostra identità agli occhi altrui. Dal non voler nemmeno sapere chi sono, dal voler dimenticare il peso di avere un’identità fissa, univoca e coerente, al più classico e comico del “lei non sa chi sono io”.

Su tutto, da allora, domina e si perfeziona ogni giorno un linguaggio promozionale, pubblicitario. Da un lato quello strettamente informatico degli algoritmi, ancora imperfetti, che ci propongono oggetti e servizi da acquistare in base ai nostri gusti, persino quelli più inconfessabili e provvisori, dall’altro quello utilizzato da noi. Ogni post e ogni foto pubblicata su Facebook e Instagram ha come sottotesto, spesso involontario, un invito all’acquisto, a fidarsi di noi, delle nostre idee, ad apprezzare le nostre vite, anche quando oggettivamente inguardabili, disperate e prive di senso.

Sotto questo profilo, i social hanno davvero rotto qualcosa, disinnescando ogni tipo di critica radicale ai modelli sociali ed economici che conformano le nostre vite: non c’è un solo messaggio credibile, tra quelli che diffondiamo sui social. Ogni messaggio, anche il più illuminato e socialmente, politicamente o culturalmente rilevante, ne porta con sé un altro implicito e ancora più pervasivo che è un invito ad acquistarci, ad acquistare qualcosa di noi. Comunicazione automatizzata ben oltre i bot e le intelligenze artificiali, comunicazione per macchine verso altre macchine, per quanto sempre emotiva e performativa, ancora apparentemente umana.

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Certo, non eravamo preparati, non lo era nessuno di noi. Qualcuno è stato in grado di muoversi meglio in questo vasto oceano promozionale, qualcun altro meno. In Italia il filosofo Luca Morisi, ex social media manager ed esponente politico di spicco della Lega, è sicuramente tra coloro che hanno saputo sfruttare al meglio Facebook, combinando la creazione di contenuti controversi e divisivi con le caratteristiche tecniche intrinseche della piattaforma.

Realizzato tutto questo, qualche anno fa ho deciso di tornare al mio primo amore digitale, i videogiochi – su cui pure lo stesso Morisi, non a caso, si era formato, scrivendo su riviste di settore negli anni ’90 – videogiochi tuttavia giocati rigorosamente offline e in solitudine. Non ero più disposto a essere sempre connesso, sempre stanabile e costretto in questa o quella categoria (“scrittore”, “intellettuale”, “militante”, “giornalista”, “femminista”, “novax”, “provax”, “nivax”, eccetera) né di infilarci gli altri, in categorie fisse e predeterminate, come ero stanco dell’inevitabile confusione tra pubblico e privato che i social innescano nelle nostre vite. In passato, grazie al digitale, fuggivo proprio da questi aspetti tipici della vita di provincia, e adesso mi sembrava che tutto il mondo funzionasse come la mia piccola città di provincia.

D’altra parte, se l’interazione con altri esseri umani nell’altrove digitale è artificiosa e guidata da narcisismo e opportunismo, tanto valeva tornare a interagire con personaggi non giocabili e autentiche intelligenze artificiali, a cui non puoi nuocere davvero, e che nulla possono rispetto alle tue debolezze. Tornando ai videogiochi potevo comunque preservare il mio desiderio di essere altrove, per me fondamentale, nella forma dell’interazione (non mi bastano film, serie o libri, perché non posso agirli direttamente), provando ad autoeducarmi nella rinuncia alla gratificazione dei like (a chi non piacciono, suvvia?) e più in generale provando a contenere il narcisismo e le piccole forme d’odio che Facebook aveva tirato fuori da me come da chiunque altro.

Eppure proprio i videogiochi – per la verità quelli giocati online e in multiplayer come Fortnite – diventavano nel frattempo la base per le nostre nuove esperienze online, espandendo e caratterizzando sempre meglio giganteschi mondi digitali in cui non ci si limita più solo a giocare. Ecco quindi che nella primavera del 2021 si inizia a parlare del metaverso di Epic Games. A seguire, in autunno, Mark Zuckerberg presenta la sua versione del metaverso, annunciando anche il cambio di nome – da Facebook a Meta – della società di Menlo Park.

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Il video di presentazione del metaverso zuckerberghiano è piuttosto chiaro su quello che ci aspetta nei prossimi anni: un’esperienza digitale decisamente più immersiva rispetto a quella odierna, in cui saremo presenti con avatar pacciocconi e potremo condividere esperienze come faremmo dal vivo – anzi di più, visto che potremo giocare a ping pong sulla luna o per le strade di Pasadena mentre siamo a casa nostra nei sobborghi di una qualsiasi città italiana.

Potremo costruire oggetti e ambienti digitali da soli, oppure acquistarli da sviluppatori più o meno indipendenti, e interagire con chiunque vogliamo, quando vogliamo, dove vogliamo, per giocare, lavorare, fare sport o guardare film attraverso ologrammi e teletrasporto. Un’idea di altrove digitale che non suonerà nemmeno tanto futuristica a chiunque abbia familiarità con i videogiochi – soprattutto quelli online, come dicevo prima – o ha memoria di cosa fu e soprattutto cosa non fu Second Life. Con la differenza che questa, nei piani di Zuckerberg, potrebbe diventare la nostra First Life.

In un parallelo che ho trovato infelice, Zuckerberg ha paragonato il metaverso al film Ready Player One, di cui ricordo poco – e quel che ricordo non è poi tanto incoraggiante: gente che vive altrove, in un eterno videogioco, a cui è collegata con un visore mentre continua ad abitare in un tugurio. Per cui molte persone si sono chieste: che vita farò da questa parte, mentre sarò nel metaverso? In che tipo di abitazione vivrò? Avrò ancora bisogno di un lavoro? Tuttavia, nel video di presentazione Zuckerberg sostiene almeno una tesi condivisibile: i device e le interfacce con cui oggi viviamo il nostro altrove digitale sono assai limitanti.

Schermi e tastiere, fisiche e digitali, non ci bastano più, è vero. In particolare lo schermo ci separa dalla realtà digitale, delimitandola in un riquadro irraggiungibile. Ci ricorda che quella realtà non è ancora la nostra – etimologicamente, lo schermo è separazione, una cornice proprio come quella di un quadro o il rettangolo delle pagine di un libro.

“Non si tratta di passare più tempo davanti allo schermo” ha spiegato Zuckerberg, “ma di migliorare la qualità di quel tempo”. Tanto vale fluire liberi – su questo non si può non essere d’accordo – in forma di dati aggregati e condensati in un avatar, in ambienti digitali condivisi con altre persone con la netta percezione di essere davvero lì con gli altri. Perciò i device, in attesa di smaterializzarsi del tutto nel corso dei prossimi cinque-dieci anni necessari alla realizzazione del metaverso, diventeranno indossabili: visori, occhiali e piccole protesi che ci permetteranno di essere e produrre noi stessi Realtà Virtuale e Aumentata.

È come se ci apprestassimo a passare dal multiverso della prima internet, che funzionava appunto come un universo parallelo ancora ben separato da questa realtà, alla possibilità che l’intera realtà venga inglobata dal digitale grazie al metaverso. Se poi l’attuale rete social ci ha dato un nome e un’identità e ci ha fatto esistere, come particelle quantiche, soprattutto nell’interazione con gli altri, il metaverso ci permetterà di vivere appieno quel nome e quell’identità insieme agli altri in ambienti condivisi e, promette Zuckerberg, sicuri dal punto di vista della privacy. Sulla qualità delle interazioni, vero tasto dolente di ciò che è l’internet social che viviamo, nulla dice Zuckerberg, dando per scontato che le nostre relazioni non potranno che essere ulteriormente migliorate dal metaverso.

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Eppure proprio il video di presentazione del metaverso è forse la peggior pubblicità a questa nuova visione della rete. Se il kitsch, diceva Milan Kundera, è negare l’esistenza della merda, nel suo metaverso Zuckerberg ci propina ancora una volta l’estetica pacchiana delle grafiche e degli avatar che già oggi accompagnano i suoi servizi livellando verso il basso la qualità delle nostre esperienze online, con tramonti che sembrano usciti da un vecchio videogioco per PlayStation e interni in computergrafica di quart’ordine. È tutto posticcio, infantilizzante, progettato alla buona e votato a una giocosità che non ha nulla di divertente, per cui la cosiddetta gamificazione equivoca e inibisce ogni possibilità che l’intrattenimento possa essere qualcosa di davvero rilevante, per non dire sacro, nelle nostre vite.

Alla lunga, l’intero video di presentazione del metaverso finisce con l’assumere i toni della parodia involontaria: la voce di Zuckerberg ricorda quella sintetica di Fitter Happier dei Radiohead, i suoi dialoghi con gli sviluppatori di terze parti sembrano usciti da una puntata dei Simpson, e quegli stessi sviluppatori paiono esplicitare un entusiasmo del tutto finto, espresso sotto ricatto – li immagino, terminata la registrazione del video, tornare mesti a lavorare alacremente su applicazioni e tecnologie ben lontane dall’essere pronte, quantomeno nel breve, per un utilizzo commerciale e popolare.

Se la rivoluzione di Facebook e degli smartphone ci ha trovato impreparati perché non era stata annunciata, insomma, questa non ci lascia meno dubbiosi nonostante Zuckerberg si sia premurato di raccontarcela dettagliatamente con qualche anno di anticipo. Il fatto è che dopo quasi vent’anni di utilizzo, è chiaro a molti che Facebook non ci ha resi più felici e non ha migliorato le nostre interazioni, come accennavo prima. L’essere umano è prosa e, per quanto sono certo che Zuckerberg riuscirà a rendere inizialmente assai appetibile abitare il metaverso come fu con Facebook, mi chiedo se non riempiremo di rancore e narcisismo anche questo altrove digitale. Se non lo riempiremo con i nostri guai – sarebbe forse auspicabile? – inverando l’ipotesi che con questo annuncio Zuckerberg stia semplicemente cercando di sviare l’attenzione da un mostro ormai ingestibile, ossia un business model e una multinazionale in forte crisi di credibilità anche a livello politico.

Zuckerberg continua a immaginare e a disegnarci addosso un presente e un futuro fatto di ambienti puliti, igienici e igienizzanti, sulla carta molto divertenti, dove non ci sono sangue, ingiustizia, sporcizia, sudore, virus e batteri. Ma l’altrove come esperienza artistica (e pertanto umana, per come cioè la inquadravo all’inizio di questo intervento), necessita insieme di vizi e virtù, incoerenza e incompletezza, dispiaceri, tradimenti e conflitto. Ho l’impressione che la posta in gioco, nel metaverso, sia proprio questo tipo di irriducibilità che ci rende umani. Vorrei avere la forza (e forse anche l’età giusta) per guardare con curiosità e senza pregiudizi a questa sfida: non ho dubbi che l’alieno Zuckerberg, nonostante i problemi di Facebook, sia in qualche modo sincero nel suo intento – e questo, però, è forse ciò che fa più paura.

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Dave Eggers e la democrazia digitale https://minimaetmoralia.it/libri/il-cerchio-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-cerchio-dave-eggers/#comments Wed, 19 Nov 2014 18:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24428 di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

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(Fonte immagine)

di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

Ne “Il Cerchio”, Eggers racconta la carriera pressoché fulminea della giovane Mae, tipica ragazza americana che lascia la provincia e un grigio impiego da burocrate per essere assunta dal Cerchio, compagnia multinazionale che somiglia tanto a Google – con l’assorbimento di Facebook, Twitter e PayPal (nel libro solo una volta si parla di “followers” ed è una briciola lasciata lì non a caso) – capace di far fuori la concorrenza e assumere il monopolio della rete.  Il Cerchio è stato fondato da Ty, pensatore simil-asceta che volendo combattere l’anonimato sulla rete ha fatto in modo che ogni persona potesse avere un solo account e dunque, una sola password. Sin dalla nascita. Ma se la nostra identità è certa non solo scompaiono i troll (“ricacciati nelle tenebre”) e il cyber-bullismo (“nel giro di una notte tutti i forum di commenti diventarono civili”) ma ogni transazione economica sarà perfettamente efficace. In breve ne Il Cerchio, grazie al racconto di Mae che prima fatica ad “integrarsi” ma finisce per esserne l’emblema aumentando in modo vertiginoso la sua popolarità virtuale, si sviluppa la teoria dell’infocomunismo, manifestata da una serie di motti su cui spicca “la privacy è un furto”. Condividere diventa non più un’opportunità ma un obbligo e chi si eclissa, chi si ripara dagli occhi della rete, chi semplicemente si difende, viene accusato di celare oscuri segreti, additato dalla pubblica accusa che viaggia sulla fibra ottica, messo alla berlina o convinto a redimersi.

In nome della sicurezza e dell’accessibilità, telecamere open-access vengono piazzate in ogni luogo che ciascun utente del Cerchio può controllarle e la classe politica, sempre in nome della Trasparenza e sotto la spinta della rete, accetta di indossare una microtelecamera al collo che li segue passo-passo durante la giornata. E chi non accetta può semplicemente dire addio al futuro in politica. E ed è così che comportarsi eticamente è la mera conseguenza del fatto che tutti sono sempre osservati e ben visibili (“chi commetterebbe un reato sapendo di essere sorvegliato in ogni momento, dappertutto?”). Esattamente come profetizzava nel 1791 il giurista Jeremy Bentham pensando al Panopticon, il carcere ideale.

La lettura de “Il Cerchio” colpisce perché così come accadeva nei romanzi di Dick, parla di noi e delle nostre ossessioni. Così tutto nasce  dall’account con password unico per combattere l’anonimato finché, fra i numerosi progetti segreti di ricerca del Cerchio (proprio come accade per Google) si giunge ad ideare un chip che innestato nelle ossa del bambino, lo renda sempre rintracciabile, prevenendo crimini e rapimenti. Perfetto, niente da dire. Ma se abbiamo un solo account, una sola password e siamo utenti dall’identità certa, perché non bloccare il nostro account social, finché non saremo andati alle urne? Un account, un voto. Immaginate semplicemente di non poter più twittare o navigare finché non avrete votato, come vi sentireste?

Ma come avviene questa sottomissione alla rete? Come si giunge alla “democrazia digitale obbligatoria”? In modo assolutamente spontaneo ed è questo, in fondo, il tratto che spaventa di più e che rende “Il Cerchio” un romanzo distopico eppure paurosamente possibile. In uno dei più bei dialoghi del libro, sarà proprio Mae, divenuta ormai emblema della Trasparenza e progenitrice dei tre motti (I segreti sono bugie; Condividere è prendersi cura; La privacy è un furto) a chiarire che essere controllati va bene. Tutto può andar bene. A patto di lasciare un segno e non morire soli e dimenticati, in un mondo troppo grande per potervi lasciare davvero un segno. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha dichiarato: “qualsiasi attività è migliore se se svolta socialmente”. Il problema è che nel prossimo futuro potremmo non poter più scegliere di scollegarci, restando in una stanza, da soli, con le nostre idee. E senza connessione wi-fi.

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Facebook e l’ideologia positiva dei social network https://minimaetmoralia.it/libri/su-facebook-flavio-pintarelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/su-facebook-flavio-pintarelli/#comments Sat, 16 Aug 2014 05:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22829 Questo pezzo è uscito su la Repubblica.
Nel finale di The Social Network – il film di David Fincher del 2010 che racconta la genesi di Facebook – un giovane Mark Zuckerberg (interpretato da Jesse Eisenberg), risolta la disputa relativa alla proprietà della sua creatura si ritrova seduto da solo nella sala riunioni di un ufficio legale. Accende il portatile, si collega a quella che è ancora una versione embrionale di ciò che oggi raduna nel suo ventre oltre un miliardo di utenti, seleziona il nome di Erica (la ex fidanzata che nella prima scena del film lo ha mollato) e le chiede l’amicizia. L’espressione neutra, una mano che per un attimo si allunga a cliccare refresh, Zuckerberg-Eisenberg rende chiaro che Facebook è (anche) un nido di fantasmi; un luogo in cui le relazioni sociali si riconfigurano in termini del tutto inediti

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Nella foto: Jesse Einsenberg in una scena del film The Social Network)

Nel finale di The Social Network – il film di David Fincher del 2010 che racconta la genesi di Facebook – un giovane Mark Zuckerberg (interpretato da Jesse Eisenberg), risolta la disputa relativa alla proprietà della sua creatura si ritrova seduto da solo nella sala riunioni di un ufficio legale. Accende il portatile, si collega a quella che è ancora una versione embrionale di ciò che oggi raduna nel suo ventre oltre un miliardo di utenti, seleziona il nome di Erica (la ex fidanzata che nella prima scena del film lo ha mollato) e le chiede l’amicizia. L’espressione neutra, una mano che per un attimo si allunga a cliccare refresh, Zuckerberg-Eisenberg rende chiaro che Facebook è (anche) un nido di fantasmi; un luogo in cui le relazioni sociali si riconfigurano in termini del tutto inediti.

Su Facebook di Flavio Pintarelli, primo titolo della collana “nativo-digitale” deep di :duepunti edizioni (disponibile in formato epub e pdf), è uno studio che ha prima di tutto il merito di non incorrere nell’idea automatica per cui fb, e in generale tutto quello che emana dalla rete, è qualcosa che riscrive i legami in una declinazione aberrante. Ciò da cui il saggio di Pintarelli (che è digital strategist e studioso di cultura digitale) prende le mosse è semmai la consapevolezza che al cospetto di una moltiplicazione di variabili, e dunque di una complessità che cresce esponenziale, si deve reagire facendo proprie più diottrie possibili.

Facebook è allora un’occasione perfetta per ragionare sull’evoluzione di ciò che intendiamo per soggettività. Già a partire dalla costruzione del proprio profilo, chiedendo di scegliere due diverse immagini, fb suggerisce al suo utente una precisa idea di mondo distinguendo – e non è per nulla scontato – tra presentazione (il profilo) e rappresentazione (la copertina): «Così caratterizzato, lo spazio virtuale aperto dai social network si colloca in equilibrio sul confine che delimita lo spazio pubblico da quello privato e così ne determina un sostanziale ridimensionamento, aprendo a nuove, inedite dimensioni».

Un altro vincolo che la grammatica interna dei social network ci impone riguarda il set di azioni sociali consentite. Tra Facebook e Twitter è possibile reagire a un contenuto tramite like, share, comment, retweet, prefer, replay. Latita – o al limite si esprime, spesso brutalmente, nel commento – la possibilità del dissenso. L’assenza di questa azione «denuncia l’ideologia della positività che anima il dispositivo Facebook e costituisce uno dei pilastri più solidi della retorica della rete».

L’architettura dei social network è in grado persino di agire sulla nostra visualizzazione del tempo (per esempio attraverso la timeline), dunque sulla nostra memoria, generando un dilemma sintattico che nel prossimo futuro potrebbe risultare decisivo. Perché laddove la memoria in rete è uno spazio composto da particelle ognuna luminosa e irrelata dalle altre, il problema che si pone è quello di ripristinare o inventare ex novo connessioni tra questi frammenti.

La riflessione di Pintarelli chiarisce che senza una comprensione profonda delle implicazioni culturali e politiche di ciò che accade in internet accediamo solo a un moncherino di conoscenza: «Dal momento in cui si comprende e si accetta che la dimensione reale e quella virtuale della nostra esistenza sono coestensive e coalescenti, negli spazi della rete tendono a riprodursi i rapporti di forza che regolano il mondo reale».

Anche sui social network, a segnare la differenza è il passaggio da una fruizione inerte a qualcosa di più consapevole: al diritto, nonché alla responsabilità, di diventare autori (oltre che attori) di un’esperienza complessa.

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Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo https://minimaetmoralia.it/interventi/momo-zuckerberg-e-il-reddito-di-consumo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/momo-zuckerberg-e-il-reddito-di-consumo/#comments Sat, 07 May 2011 17:08:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4315 Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri

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di Christian Raimo

Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo. In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente. Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.

La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo dello sfruttamento capitalistico nell’era dell’economia immateriale. È di ieri un terzetto di notizie che viene direttamente da Palo Alto, la sede di Facebook. 1) Il signor Mark Zuckerberg si è comprato la prima casa come si deve: una villa da sette milioni di euro. Non quell’appartamentino da nerd in cui ha vissuto fin adesso. 2) Il signor Mark Zuckerberg ha deciso di competere con Google per l’acquisto di Skype. 3) (ed è la notizia più interessante) Il signor Mark Zuckerberg sta pensando di pagare dieci centesimi di dollaro a chi guarda – fino in fondo – degli spot su Facebook: il pagamento avverrà in crediti virtuali che però diventeranno l’unica moneta disponibile su Facebook per comprare gadget, applicazioni, etc… e magari in futuro varranno come moneta valida per tutto internet e, perché no, anche per il mondo reale.

È un’iniziativa win-win, dicono la maggior parte dei siti in Italia, da Repubblica.it ai vari blog di smanettoni. Ossia tutti ci guadagnano: l’utente guadagna fruendo del suo contenuto culturale, l’azienda sa che il consumatore ha visto lo spot fino in fondo. Siamo contenti anche noi? Sorrideremo anche noi ai nuovi capitalisti che siedono al posto d’onore con Barack Obama alla prima apparizione del presidente americano per la campagna elettorale 2012?

Facebook è un congegno strano: sta compiendo in maniera cristallina quello che il capitalismo non era mai riuscito a fare. Mettere a profitto ogni singola attività umana – come direbbero i Signori Grigi: il tempo. Perché perdere tempo a chiacchierare, oziare, guardare video, scambiare foto, commentare le notizie del mondo, farsi i fatti degli altri, vivere insomma, perché farlo altrove quando lo puoi fare meglio qui? Perché si chiama tempo perso se invece ci si può guadagnare sopra?

Ed ecco, se ci pensate, ogni volta che postate un video, cambiate uno status, invitate un amico, insomma ogni volta che svolgete una piccola azione su Facebook, le quotazioni virtuali a Palo Alto aumentano di un’anticchia, uno zero virgola zero zero zero uno.

Ma, come si dice, le gocce nel mare.

Quello che circa mezzo miliardo e passa di persone (bambini e vecchi compresi) producono, alle volte per sei, otto, dieci ore della loro vita, non è altro che quello che potremmo definire pluslavoro cognitivo e relazionale: che non gli viene retribuito. Il plusvalore generato da questi più di 600 milioni di “amici” secondo l’ultima proiezione del New York Times di qualche mese fa corrisponderebbe a 50 miliardi di dollari. È comprensibile che Mark Zuckerberg si senta abbastanza sicuro dell’investimento per comprarsi la sua villa da vip; come è comprensibile che decida di monetizzare esplicitamente questo pluslavoro cognitivo e relazionale, e di distribuire qualche spicciolo a coloro che sono disposti a farlo per bene. Hai cinque minuti per guardare un video pubblicitario fino in fondo? Ecco il tuo soldino. Effettivamente sembra proprio una situazione win-win. La pubblicità non finanzia più le aziende, ma i consumatori. Pare quasi Keynes in salsa Paypal.

Cosa che allora fa storcere il naso? Immaginate una scena di questo tipo. Immaginate che un giorno vi chiami un amico un po’ di giù di corda e vi chieda se vi va di farvi una chiacchierata. Vi vedete, un giro al parco, una birra. Alla fine della serata, questo vostro amico vi sorride e vi dice: “Grazie. Mi sei stato di grande aiuto. Scusami, ma visto che ci sono, un podcast con la registrazione di questa nostra bella conversazione amicale lo posso mettere su e-bay e venderlo?”. Questo è Facebook, come è stato fin adesso. Così, se voi alla proposta del vostro amico ci pensate un po’ su e replicate: “Va bene, ma magari un centesimo per ogni utente che se lo scarica me lo versi?”, avete capito il senso del nuovo Facebook.

Che è un pochino diverso dall’idea di una redistribuzione equa degli utili, attenzione. Perché uno potrebbe dire, facciamo due calcoli approssimativi. 50.000.000.000 di dollari che sono prodotti da 500.000.000 di utenti: fanno cento dollari a capoccia, e potrebbe proporre invece della nuova funzionalità Facebook: facciamo che ve tenete 50 e mi date il resto, e io lo continuo a usare come voglio?

Nel mondo che ci aspetta si sta profilando uno scenario talmente limpido che non l’avevamo immaginato. Ieri uno sciopero di quattro ore chiedeva per l’ennesima volta una serie di tutele per chi vive in una società in cui il mondo del lavoro si sta trasformando molto in fretta. Le parole nuove sono precariato, lavoro atipico, terziario avanzato, reddito di cittadinanza… Nello stesso giorno il signor Mark Zuckerberg inaugurava il suo nuovo sistema di welfare del futuro: il reddito di consumo. Pensaci, lavoratore del 2020: quanto tempo affettivo, relazionale, ozioso della tua vita sei disposto a passare su Facebook? Quanto tempo della tua vita puoi dedicare a vedere spot? E se un giorno ti pagheranno anche per scrivere soltanto Mi piace o per Mandare un poke o per invitare più amici possibile o per fare la corte a una vecchia fiamma del liceo? Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?


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