Marlon James Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marlon-james/ un blog di approfondimento culturale Sun, 01 Mar 2020 18:42:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marlon James Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marlon-james/ 32 32 La sfida di Marlon James con “Leopardo nero, lupo rosso” https://minimaetmoralia.it/libri/la-sfida-marlon-james-leopardo-nero-lupo-rosso/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-sfida-marlon-james-leopardo-nero-lupo-rosso/#respond Mon, 02 Mar 2020 13:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42547 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

C’è una “quest”, come usa nei romanzi fantasy. Un uomo dotato di olfatto finissimo – diremmo soprannaturale – viene ingaggiato per ritrovare un bambino smarrito. Pur essendo il classico lupo solitario, “Inseguitore” si crea per l’occasione una piccola compagnia malassortita, fra cui spicca un uomo-leopardo mutaforma. La banda lascia dietro di sé una scia di sangue. Attraversa mondi bizzarri. Prima di ogni sezione c’è una mappa. Le descrizioni, le invenzioni letterarie sono appassionanti, i dialoghi appesantiti dal gergo da fantasy (“sono semplicemente un uomo che qualcuno ha chiamato lupo”… “Era troppo sconvolto per implorare che lo risparmiassi”…).

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

C’è una “quest”, come usa nei romanzi fantasy. Un uomo dotato di olfatto finissimo – diremmo soprannaturale – viene ingaggiato per ritrovare un bambino smarrito. Pur essendo il classico lupo solitario, “Inseguitore” si crea per l’occasione una piccola compagnia malassortita, fra cui spicca un uomo-leopardo mutaforma. La banda lascia dietro di sé una scia di sangue. Attraversa mondi bizzarri. Prima di ogni sezione c’è una mappa. Le descrizioni, le invenzioni letterarie sono appassionanti, i dialoghi appesantiti dal gergo da fantasy (“sono semplicemente un uomo che qualcuno ha chiamato lupo”… “Era troppo sconvolto per implorare che lo risparmiassi”…).

Il libro va letto se si è appassionati di fantasy o di Thomas Pynchon, Gabriel Garcia Marquez e Salman Rushdie (per la proliferante costruzione di mondi) o di Quentin Tarantino (per il pop della violenza) o del Black Panther portato al cinema di recente (per il tentativo di de-occidentalizzare il racconto dell’Africa a favore di un pubblico occidentale). Ma c’è dell’altro.

Quando si scrive un romanzo, si raccontano due storie: una è quella nel libro; l’altra è esterna al testo e comincia così: “Siete disposti a credere che questo sia un romanzo?” Nel caso di autori di talento e ambizioni “letterarie”, la domanda diventa: “Siete disposti a credere che questo sia un romanzo letterario che spinge nel futuro la forma?”

Non c’è libro migliore di Leopardo nero, lupo rosso, oggi, per riflettere su come i romanzi raccontano e negoziano questa seconda storia. Per questo libro, che è solo il primo episodio di una trilogia fantasy in lavorazione, più che la trama è affascinante raccontare quali sfide pone alla scena letteraria.

James, primo Booker Prize giamaicano con Breve storia di sette omicidi, sta giocando una partita piena di rischi con il mondo letterario: ha già scritto della tratta degli schiavi – sempre in modo ultraviolento – e del più grande mito giamaicano importato in occidente – Bob Marley. Ora vuole strapazzare il fantasy trasformandolo in una schidionata di storie di sesso e violenza con sinceri elementi queer: «Noi siamo quelle bestie dove è la donna a decidere i compiti e l’uomo a svolgerli. E dato che gli uomini hanno stabilito che chi ha il c… più grosso comanda il cielo e la terra, non è forse logico che sia la donna ad avere il c… più grosso?»

Si sente il gusto antioccidentale di deturpare il mondo tolkeniano, tutto valori e senso, e allo stesso tempo si vede il modus operandi occidentalissimo di ridurre la violenza ad alienante intrattenimento, come vediamo, a campione, in questa descrizione della “Casa di piacevoli beni e servizi della signorina Wadada”. “Una volta aveva permesso a un mutaforma di s… una delle sue ragazze come leone, solo che all’apice dell’estasi lui le aveva dato una zampata, spezzandole il collo… La signorina, veniva dalla terra della luce d’Oriente, il che significava che un emissario aveva violentato e ingravidato una ragazza, lasciandola poi con il bambino per tornarsene da sua moglie e dalle sue concubine. La ragazza aveva affidato il bambino alla signorina Wadada, che ne guardò la pelle e ogni quarto di luna gli fece il bagno nella crema di latte e burro di pecora…” È una miscela ipnotica.

Marlon James viaggia su queste contraddizioni approfittando di un talento sicuro. Qualcuno lo stronca, qualcuno lo esalta, e non è ancora chiaro se il capolavoro sia la storia raccontata nel libro o lo storytelling esterno, il ritratto che James fa di se stesso lanciando questa sfida metaletteraria. Ma è una sfida avvincente. Marlon James vale il suo grande appetito: vuol essere lo scrittore che disperde in centinaia di storie gli schemi convenzionali del fantasy, ma pure colui che si imbuca sul carro di Trono di Spade e Black Panther. Vuole la gloria e vuole i soldi. Vuole l’impenetrabilità, il racconto come labirinto di bugie, e vuole la chiarezza lampante della tradizione che detesta, del “lupo solitario”, della “compagnia”. Vuole Rushdie e vuole Marvel. Al lettore forse basterà quest’ultimo accostamento per decidere al volo se lo leggerà o no.

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Vivere e lavorare alla Shakespeare & Company di Parigi https://minimaetmoralia.it/letteratura/vivere-e-lavorare-alla-shakespeare-company-di-parigi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/vivere-e-lavorare-alla-shakespeare-company-di-parigi/#comments Thu, 31 Aug 2017 05:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32168 Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell'appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po' a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c'è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un'immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Sara Marzullo apparso su minima&moralia il 4 ottobre 2016.

È in una sera di fine giugno che Julia mi invita a cenare con gli altri tumbleweed nell’appartamento che un tempo era stato di George Whitman. Da un po’ a questa parte lo hanno messo a disposizione dello staff e dei ragazzi che dormono tra i libri, perché abbiano un posto dove cucinare; in questa stagione il tramonto arriva tardissimo e fuori dalla finestra Notre Dame è splendida come sono splendide le cose che non paiono mai vere.

Sotto il tavolo c’è Aggie, la gatta chiamata come Agatha Christie che un giorno è apparsa nella sezione dei gialli e che ha finito per essere adottata dalla libreria; se questa non fosse un’immagine davvero troppo stucchevole, direi che chiunque qui si sente come quel gatto: una volta che impari a muoverti in mezzo a quegli scaffali, andarsene diventa difficile.

George Whitman ha fondato la sua libreria al chilometro zero di Parigi: tutte le strade, come nei proverbi, partono e arrivano qui, in un palazzo di qualche piano, con le porte di legno pitturato di verde e le insegne con l’altro Whitman, quello delle foglie d’erba, e Shakespeare. Era il 1951 e questo posto si chiamava in un altro modo, Le Mistral. Solo nel 1964, nel quattrocentesimo anniversario dalla nascita del bardo inglese, Whitman avrebbe pagato tributo al poeta e alla libraia più famosa di Parigi, Sylvia Beach che con la sua Shakespeare and Company (situata poco distante da qui, in Rue de l’Odeon 12) aveva dato rifugio degli scrittori della lost generation.

Grazie a Sylvia, insomma, quella generazione era stata un po’ meno perduta: Hemingway l’aveva inserita nel suo Festa mobile, Fitzgerald aveva passato qui i suoi giorni parigini e senza di lei Joyce non avrebbe pubblicato il suo Ulisse. Poi era arrivato il 1941 e la libreria si era arresa all’arrivo dell’occupazione nazista, ma la sua storia era lontana dall’essere conclusa.

Servono dieci anni e un sognatore: Parigi viene liberata nel 1945, Hemingway torna a sedersi al Ritz e gli americani ad affollare le strade del quartiere latino. Tra di loro c’è un ragazzo nato nel 1913 in New Jersey, che risponde al nome di George Whitman.

Dopo la laurea in giornalismo nel 1935, Whitman, negli anni della Grande Depressione,  decide di partire per l’America del Sud con pochi soldi e uno zaino. In tasca ha solo 40 dollari: vive di espedienti, dorme dove capita e, se può, si fa ospitare dalla gente del posto; in uno stato febbrile – un po’ come accadde a Joseph Beuys – ha un’illuminazione: questa gentilezza, i gesti generosi e liberi, queste cose sono il senso della vita. Tornato negli Stati Uniti, lo scoppio della seconda guerra mondiale lo obbliga a partire per la Groenlandia: a fine missione, George saluta la sua fidanzata eschimese e ricomincia a viaggiare, stavolta per l’Europa. Nel 1946 è a Parigi.

Ha una sorella a New York: Mary studia alla Columbia e racconta al ragazzo che frequenta le avventure di George in Sud America; i due, pensa, si piacerebbero. Quel ragazzo è Lawrence Ferlinghetti e si dà il caso che stia per partire anche lui per Parigi, così Mary Whitman lo saluta e gli lascia l’indirizzo del fratello: Hotel de Suez, Boulevard Saint-Michel. La stanza è poco più che un loculo che George ha già provveduto a riempire di libri, vendendone ogni tanto qualcuno agli studenti americani in città; questo il fondale su cui i due instaurano un’amicizia indissolubile (Ferlinghetti fonderà poi la City Light Bookstore di San Francisco, la sorella oltreoceano della Shakespeare).

Finalmente nel 1951 George riesce a realizzare il suo sogno: comprarsi i locali di Rue de la Bucherie 37 e trasformarli in una precaria e ambiziosa libreria. Se per farlo è costretto a dormire su un divano ricavato da una finestra rotta, non è importante: questo posto, decide, sarà un’isola felice in cui sono in vigore le regole della condivisione e il comunitarismo. Questa, dice, è la mia utopia socialista mascherata da libreria. Qui le persone potranno essere accolte come lui era stato accolto nei suoi viaggi in Sud America: per adesso può cedere solo il divano, ma la sua mitologia è già in costruzione.

Quello che nel diciassettesimo secolo era un monastero, La Maison du Mustier, con Whitman torna alla sua antica funzione: “sono solo un frate che tiene accesa una luce di notte”, diceva di se stesso. La sua missione è sempre stata quella di creare un posto dove le persone si sentissero accolte, leggessero qualche libro, condividessero con lui spazi, le parole, le idee. Lo scrive sopra una porta al primo piano: “Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise”.

George Whitman non ha scritto molto, ma il suo miglior libro è la Shakespeare and Company, ogni stanza un capitolo diverso, ogni cliente, amico, scrittore, un diverso personaggio. C’è qualcosa di impossibilmente romantico in un’affermazione del genere, nella pretesa di un negozio di libri di essere un’utopia socialista (un ruolo non senza conseguenze durante gli anni della guerra fredda), un posto per scrittori, innamorati, studenti che non possono permettersi di comprare libri e allora si riparano dal freddo e dal mondo nella biblioteca del primo piano, eppure è così, la Shakespeare and Company di Parigi è esattamente quella luce nella notte che George Whitman si preoccupava di tenere accesa, è casa per chiunque si sia fermato per un po’ nelle sue stanze.

Prendete il gatto, Aggie, per esempio. E prendete i venti, trentamila ragazzi che vi hanno soggiornato: in cambio di un paio di ore di lavoro, con il compito di leggere un libro al giorno e di produrre una pagina di biografia prima di andarsene, studenti, scrittori ancora sconosciuti (Dave Eggers, Ethan Hawke, Ian Rankin, per nominarne solo tre, hanno soggiornato qui da ragazzi), idealisti e viaggiatori di ogni sorta hanno trovato un letto in cui riposare, in mezzo ai libri e alle storie.

Nessuna possibilità di prenotazione, bisognava (e bisogna) presentarsi lì e sperare di fare una buona impressione a George; una volta aveva permesso a un ragazzo di restare un paio di settimane solo perché aveva l’aspetto di uno scrittore: il ragazzo stava semplicemente cercando un libro sugli scaffali, ma rifiutare un’offerta di Whitman non è mai stata cosa facile. Oggi è Sylvia Beach Whitman, la figlia di George, a continuare la missione del padre: quasi ogni giorno c’è qualcuno che chiede di essere ospitato e raramente i letti della biblioteca al primo piano restano vuoti.

In sessantacinque anni l’archivio dei tumbleweed – chiamati così, perché volano nel vento, come i semi delle erbe spontanee – è cresciuto a dismisura, le biografie si sono sommate, i ragazzi che un tempo abitavano queste stanze sono andati via, hanno messo le radici altrove oppure sono tornati a lavorare qui, hanno portato i figli, i nuovi fidanzati. Almeno uno di loro si è innamorato in mezzo a queste stanze: Nathan e Karolina si sono conosciuti quando lei lavorava qui e lui era un tumbleweed di San Francisco; oggi sono sposati e il libro di poesie di Nathan, Joy of the Capital, è stato presentato al piano terra di Rue de la Bucherie. Ma centinaia di altre storie restano intrappolate tra queste pareti, in attesa di essere raccontate: A History of the Rag and Bone Shop of the Heart, la prima biografia della libreria prova a farlo.

Il volume, curato dalla stessa Shakespeare and Company, è appena stato pubblicato: una ricollezione di lettere di George Whitman, biografie di tumbleweed e una selezione di fotografie private che, decennio dopo decennio, raccontano quanto radicale, romantico e politico possa essere il lavoro di librai (sull’argomento: Jorge Carrión ha scritto un bel saggio, Librerie, pubblicato lo scorso anno da Garzanti).

Come quando nel 1966 Whitman fu obbligato a chiudere l’esercizio, forse perché privo di licenze adeguate, forse perché temibile ritrovo comunista inviso alla CIA; il Don Chisciotte del quartiere latino continuò imperterrito a ospitare tumbleweed nel suo hotel particolarissimo, accettando di mandare alla prefettura i profili di ciascuno di loro: “ama la poesia e il rumore della pioggia”, spiffera riguardo a una ragazza americana; alla fine, nel 1968, la prefettura si arrende e gli concede di riprendere a lavorare.

Aperto tutti i giorni, dal lunedì alla domenica, dalle 10 di mattina alle undici di sera, questa libreria non ha mai mancato un giorno di apertura, tranne per il funerale di George: da quando non c’è più è compito della figlia Sylvia a illuminare queste stanze, con la sua luce angelica e sensuale, una specie di sirena che richiama gli scrittori e fa innamorare tutti di sé.

Ho lavorato qua per tre mesi quest’estate e poi sono tornata da tumbleweed, perché certe cose bisogna farle bene, ovvero: sentimentalmente. Nei mesi ho conosciuto ragazzi che avevano lasciato il lavoro per viaggiare attraverso l’Europa, australiani che sapevano parlare indonesiano perché è l’unica altra lingua che gli avevano insegnato al liceo, un ragazzo di New Orleans che si pagava le spese scrivendo poesie su commissione, ragazzi che trascorrevano il gap year prima di iniziare il college, parigini che miglioravano il loro inglese durante le vacanze estive.

È vero che la composizione di gran parte delle persone che orbitano quotidianamente attorno a questa libreria è piuttosto omogenea: una nicchia di anglofoni iperistruiti, diciottenni che possono permettersi di passare qualche mese lontano da casa, parigini acquisiti con uno spiccato gusto per la letteratura di qualità, turisti che preferirebbero definirsi viaggiatori. Eppure a una seconda occhiata si capisce come questa sia una seconda casa per molti, frequentata da regulars non sempre amati, persone sole, studenti confusi e solitari innamorati: la Shakespeare and Company è un posto dove sentirsi meno isolati, più compresi, e, se non contiene il mondo, è disposta ad accogliere il mondo.

Per molti è una specie di porto sicuro: è il primo posto dove si è andati una volta trasferitisi a Parigi, è il punto di ritrovo per una comunità intera che si regge sulle regole della gentilezza e della condivisione – “give what you can, take what you need” è il comandamento che George Whitman ancora obbliga a sottoscrivere se si aspira a entrare in questa clique.

Quanto a me, lo avevo sottoscritto subito, dai primi turni: mentre imparavo la disposizione dei libri e degli scaffali, aiutavo Pamela per il suo tè domenicale (venite muniti di poesie, perché ve le farà leggere) o scovavo bigliettini romantici abbandonati qua e là (gli stessi che anni prima avevo lasciato io), mi accorgevo di essere ogni volta più disposta a credere che le utopie si realizzano – e che ci stavo lavorando dentro.

Non sempre è semplice indossare tanta romantica giovinezza: deve esserci una combinazione di possibilità lavorative, economiche e di sincera fede nella letteratura per non sentire una ironica distanza tra sé e gli altri. Potevo davvero rimanere seria con chi mi chiedeva perché non considerassi l’opzione di trasformarmi in una traduttrice, scrivere un libro (uno qualsiasi, a quanto pare), o iscrivermi alla Sorbona, nonostante il mio livello di francese continuasse a permettermi solamente di ordinare cappuccini? Forse nessuno dei ragazzi che ho conosciuto quest’estate si trasferirirà a Parigi e gran parte dei progetti di vita che abbiamo condiviso non vedrà mai la luce, ma quella arroganza, quella vibrazione che parte dalle mani e arriva al cielo, le pagine bianche e le cose che farai appena avrai tempo, queste cose significavano un’attitudine che se non ti acceca, ti aiuta a immaginarti diversa.

Un posto in cui puoi ancora credere che tutto quello che desideri si realizzi come per magia serve sempre: in questo caso è una libreria che vende più libri di quanti è capace di ospitarne, che ti culla per giornate intere, che due volte a settimana organizza incontri con i migliori scrittori in circolazione. Questo è un posto in cui la letteratura non è una cosa che devi proteggere, ma una cosa che si frequenta tutti i giorni (a volte piuttosto letteralmente, per dire Sylvia Whitman ha passato il suo secondo Natale con Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e William Burroughs: è questo che significa frequentare la letteratura, qui).

Alla fine era capitato anche a me di assistere a Ethan Hawke che appare a sorpresa e suona una canzone dedicata a Sylvia Whitman, mi ero davvero svegliata e avevo fatto colazione nella stessa cucina con Jeanette Winterson: c’è una dose di magia e serendipità mescolata alla polvere, e le fotografie con cui sono ricoperte le stanze servono a ricordarti che quelle cose erano accadute sul serio. L’ultimo giorno che ho passato qui, dopo aver battuto a macchina la mia biografia perché finisse per perdersi in mezzo alle altre, mi sono seduta sui gradini della cucina, mentre la ragazza con cui avevo condiviso la stanza, Flora, si accingeva a copiare la sua, e ho guardato le pareti piene di libri, la scritta sopra la stanza da letto, “The Museum of the Lost Generation”, e cercato di ricordare la lista delle persone che avevano camminato, dormito, chiacchierato nello stesso luogo.

Solo nell’ultima estate, Zadie Smith aveva letto un capitolo dal suo nuovo Swing Time e Frederick Wiseman aveva annunciato il suo nuovo documentario sulla New York Public Library, poi c’erano stati i reading di Jack Hirshman, Marlon James, Olivia Laing, Michael Chabon e Ayelet Waldman, Aleksandar Hemon, Valeria Luiselli, e decine di altri.

Alla fine della lista ho mentalmente aggiunto il mio nome, quello di Flora e quello di Anneli, una ragazza dall’ossatura fragile e i lineamenti drammatici che avremo lasciato in città. In una città così densamente scritta, dove ogni angolo porta la targa di uno scrittore o di un artista e dove tutto ha la dimensione mastodontica della storia, è ancora possibile scrivere la propria canzone.

Sono serviti dieci anni e un sognatore come George Whitman per riaprire la Shakespeare and Company e a adesso, per mantenere la magia intatta, servono decine di centinaia di ragazzi che chiedono di dormire su materassi di fortuna, si svegliano con le campane di Notre Dame e, dopo aver chiuso il negozio, si raccontano com’è essere a Parigi e sentirsi al centro del mondo.

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78 rifiuti: Marlon James e il romanzo giamaicano https://minimaetmoralia.it/letteratura/78-rifiuti-marlon-james-e-il-romanzo-giamaicano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/78-rifiuti-marlon-james-e-il-romanzo-giamaicano/#respond Thu, 12 Nov 2015 16:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29075 di Pierfrancesco Matarazzo

78 rifiuti possono bastare a far cedere un aspirante scrittore?

Un libro su cui si è lavorato tre, cinque, dieci anni, limandolo, bruciandolo, riscrivendolo, detestandolo e alla fine inviandolo alle case editrici, aspettando. I primi rifiuti sono prammatica. I secondi servono a rafforzare il carattere, perché, si sa, tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere. I terzi cominciano a dare un po’ fastidio: psioriasi, coliti, ulcere, emicranie, depressioni. Compagni di viaggio dello scrittore. I quarti si cercano di ignorare, i quinti si accartocciano mentre si leggono perché non meritano di essere conservati. I sesti, i sesti si lasciano sulla scrivania vicino al computer, un sfida: riuscirà lo scrittore aspirante a continuare a scrivere mentre la pila cresce in altezza? E se alla fine i rifiuti fossero 78?

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di Pierfrancesco Matarazzo

78 rifiuti possono bastare a far cedere un aspirante scrittore?

Un libro su cui si è lavorato tre, cinque, dieci anni, limandolo, bruciandolo, riscrivendolo, detestandolo e alla fine inviandolo alle case editrici, aspettando. I primi rifiuti sono prammatica. I secondi servono a rafforzare il carattere, perché, si sa, tutti vogliono scrivere e nessuno vuole leggere. I terzi cominciano a dare un po’ fastidio: psioriasi, coliti, ulcere, emicranie, depressioni. Compagni di viaggio dello scrittore. I quarti si cercano di ignorare, i quinti si accartocciano mentre si leggono perché non meritano di essere conservati. I sesti, i sesti si lasciano sulla scrivania vicino al computer, un sfida: riuscirà lo scrittore aspirante a continuare a scrivere mentre la pila cresce in altezza? E se alla fine i rifiuti fossero 78?

Il libro da buttare. Se lo dicono in tanti, se nessuno è interessato, se tutti lo hanno odiato, non è più probabile che abbiano ragione loro? È questo che è successo anche Marlon James, scrittore giamaicano trapiantato in USA, che per un suo romanzo ha collezionato 78 rifiuti e ha deciso che era stupido continuare a insistere: era uno scrittore fallito.

La convinzione era tale da cancellare ogni copia del romanzo in questione dal PC, distruggerne ogni copia cartacea e fare il giro delle case degli amici perché facessero lo stesso con le copie in loro possesso e lo facessero davanti a lui. È lo stesso James a raccontarlo in un’intervista su The Guardian: «volevo cancellare ogni traccia di quel libro. Pensavo che se tante persone erano convinte che non potesse essere un buon libro, non aveva alcuna possibilità di diventarlo. Forse non ero tagliato per essere uno scrittore.»

Fine della storia? Nemmeno per idea, perché Marlon James prima di essere uno scrittore era un lettore. Così lesse, Marquez, Rushdie e Toni Morrison. Sula (romanzo di Toni Morrison del 1973, pubblicato in Italia da Frassinelli nel 1991) cambia il modo di James di pensare a se stesso. Sula, personaggio ribelle, pronto a correre ogni genere di rischio e a provare ogni emozione, sembra non interessarsi a cosa pensano gli altri, tanto che la sua storia si conclude con un amico che le chiede cosa ha voluto dimostrare con la sua vita. Lei risponde: «Dimostrare? Dimostrare a chi?»

Da quella lettura Marlon James capisce che non deve dimostrare niente a nessuno e se anche 78 editor ritengono la sua opera non interessante, lui è l’unico a poter decidere se è o meno uno scrittore, anche perché se si sceglie di essere uno scrittore verrà certamente un momento in cui si sarà gli unici a credere in se stessi. «È allora che non bisogna fallire – racconta James – Io ho fallito quel test.»

Sì, Marlon James ha fallito quel test, ma non ha rinunciato, ha scritto un altro romanzo, A Brief History of Seven Killing, Breve storia di sette omicidi (Frassinelli). Un romanzo ‘difficile’, 668 pagine con 75 diversi personaggi di cui 15 parlanti (spesso in patois, lingua creola nata in Giamaica nel XVII secolo) e dotati di un proprio punto di vista. Ambientato in uno dei momenti più violenti della storia giamaicana (fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento), Breve storia di sette omicidi racconta il tentato assassinio di Bob Marley nel 1976, due giorni prima di un importante concerto organizzato dall’allora primo ministro giamaicano Michael Manley, leader del People’s National Party, il partito social democratico al potere in Giamaica in quegli anni.

Bob Marley sopravvivrà all’attentato, lasciando il Paese per due anni di esilio. Ma Marley è solo un’occasione per l’autore per iniziare a seguire i sette sicari potenziali. Marlon James immagina cosa faranno negli anni successivi, concedendo al lettore la possibilità di vedere attraverso i loro occhi gli anni ’90, spostandosi rapidamente fra luoghi, periodi storici e punti di vista, fino a concentrarsi sulla storia di un gangster giamaicano arrivato in USA per essere libero di esprimere la sua sessualità.

Pubblicato da Riverhead Books (prestigioso marchio editoriale Penguin) nell’ottobre del 2014 e lo scorso ottobre insignito del Man BookerPrize 2015 (blasonato premio letterario per autori in lingua inglese, vinto negli anni da scrittori come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, J. M. Coetzee e Kazuo Ishiguro), Breve storia di sette omicidi ha dimostrato che 78 rifiuti possono bastare, ma è sempre concesso cambiare idea.

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