Marsilio Ficino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marsilio-ficino/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 May 2016 10:10:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marsilio Ficino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marsilio-ficino/ 32 32 Le nuove prospettive della Qabbalah. Conversazione con Moshe Idel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-nuove-prospettive-della-qabbalah-conversazione-con-moshe-idel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-nuove-prospettive-della-qabbalah-conversazione-con-moshe-idel/#comments Thu, 15 Oct 2015 14:30:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28749 Moshe Idel è tra le massime autorità mondiali sul tema, affascinante e insidioso, della Qabbalah (la tradizione di ricerca mistico-esoterica dell'ebraismo rabbinico).

Succeduto al grande Gershom Scholem nella cattedra di Mistica Ebraica all'Università di Gerusalemme, Idel deve  la sua fama internazionale al libro Qabbalah- nuove prospettive (Adelphi). Un saggio fondamentale, pubblicato nel 1988, in cui lo storico rumeno, naturalizzato israeliano, capovolse l'approccio tradizionale alla storia cabbalistica, destando grande clamore e furiose reazioni da parti dei fedeli discepoli di Scholem.

Eppure, Idel ha sempre rifiutato l'accusa di aver tradito il fondatore degli studi moderni sulla tradizione cabbalistica. Illuminante la sua risposta a Gad Lerner in un'intervista su Repubblica del 2010: “Quando mi ricevette la prima volta io ero un giovane laureando e lui già un professore emerito.

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Moshe Idel è tra le massime autorità mondiali sul tema, affascinante e insidioso, della Qabbalah (la tradizione di ricerca mistico-esoterica dell’ebraismo rabbinico).

Succeduto al grande Gershom Scholem nella cattedra di Mistica Ebraica all’Università di Gerusalemme, Idel deve  la sua fama internazionale al libro Qabbalah- nuove prospettive (Adelphi). Un saggio fondamentale, pubblicato nel 1988, in cui lo storico rumeno, naturalizzato israeliano, capovolse l’approccio tradizionale alla storia cabbalistica, destando grande clamore e furiose reazioni da parti dei fedeli discepoli di Scholem.

Eppure, Idel ha sempre rifiutato l’accusa di aver tradito il fondatore degli studi moderni sulla tradizione cabbalistica. Illuminante la sua risposta a Gad Lerner in un’intervista su Repubblica del 2010: “Quando mi ricevette la prima volta io ero un giovane laureando e lui già un professore emerito. Gli sottoposi quelle che a me parevano delle contraddizioni fra suoi testi di epoche diverse. Fu brusco, se li fece lasciare sul tavolo, sottolineati. Alcuni giorni dopo ricevetti a casa una sua lettera di meticolosa risposta. Si concludeva con una frase che non dimentico: ‘Benedetto colui che ti aiuta a correggere i tuoi errori invece di scagliarteli contro’. Seguo ancora quell’insegnamento del maestro Scholem che mi accolse al suo fianco”.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con Moshe Idel durante il recente convegno “L’eredità di Salomone. La magia ebraica in Italia e nel Mediterraneo”organizzato dal MEIS a Ferrara, dove lo studioso ha illustrato magistralmente la storia della presenza cabbalistica in Italia.


Può riassumere brevemente i risultati dei suoi studi sulla presenza della Qabbalah in Italia?

Negli ultimi 25 anni, la Qabbalah è divenuta più popolare in Italia, come risultato di un fenomeno globale di rinnovato interesse, che ha investito paesi come la Francia, l’America, perfino Israele. In Italia questo fenomeno ha avuto senz’altro una risonanza maggiore, poiché è un paese dove la Qabbalah ha antiche radici. Negli ultimi anni, inoltre, in Italia l’interesse è stato ridestato anche da libri dedicati o correlati all’argomento, come alcuni romanzi di Umberto Eco. Quindi c’è stata una combinazione di vari elementi: una riscoperta globale e un particolare interesse locale, che ha ad esempio fatto sì che i miei libri fossero tradotti in italiano.

Non è un caso che la sua conferenza si sia tenuta a Ferrara, in una zona carica di un passato legato alla ricerca alchemica, ad esempio. Ha trovato particolari connessioni con la città?

Ci sono stati alcuni cabbalisti nei vari secoli, ma non è diventata un centro cabbalistico preminente, come ad esempio Roma, Venezia o Mantova. In generale, il Nord Italia è stato, tra il Quattrocento e il Cinquecento, un crocevia importante di studi cabbalistici. In seguito, ci fu un declino.

Qual è stata la centralità dell’Italia nella diffusione della Qabbalah in Europa?

Geograficamente, l’Italia è situata tra Occidente e Medio Oriente, e noi sappiamo che la cultura ebraica giunse in Occidente dal Medio Oriente. La posizione geografica dell’Italia la rese un fortunato punto di snodo per la diffusione della Qabbalah. Possiamo chiamarla un crocevia o un ponte, comunque un punto di passaggio. La stampa delle opere cabbalistiche fu un’importante contributo, soprattutto, dell’Italia: nel Cinquecento molti dei libri cabbalistici furono stampati in Italia. Il percorso della sapienza cabbalistica fu dalla Spagna all’Italia, dall’Italia all’attuale Israele, e poi nuovamente dal Medio Oriente all’Italia dove, grazie alla stampa, fu disseminata in tutta Europa. Solo in seguito la Qabbalah si diffuse anche nell’Europa Orientale, nel ramo ashkenazita della cultura ebraica.

So che già le hanno posto questa domanda, ma è una questione molto interessante: lei crede che ci siano connessioni tra il Rinascimento e la riscoperta del Neoplatonismo, e la Qabbalah in Italia? Quale movimento culturale ha influenzato l’altro?

Io credo che la connessione ci fosse già. Nel senso che Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, e altri studiosi del Rinascimento, consideravano la Qabbalah più antica del neoplatonismo. Ma questo non è vero storicamente. In realtà è il neoplatonismo che ha influenzato la Qabbalah, ma nell’immaginazione dei grandi pensatori rinascimentali, come Egidio da Viterbo, avvenne il contrario.

Ha citato Egidio da Viterbo, che era un cardinale cabbalista. Quali sono le sue considerazioni sul particolare fenomeno della Qabbalah cristiana?

È un fenomeno che è nato proprio in Italia, per poi diffondersi in Francia e in Inghilterra. Non esprimo valutazioni, non dico che sia corretta o meno, è ciò che è: un’interpretazione della Qabbalah, come esiste quella magica o quella filosofica, quella conservativa o quella linguistica. In questo modo, la Qabbalah divenne parte integrante dell’esoterismo occidentale, pensiamo alle influenze sui Rosacroce o la Massoneria.

N
on a caso una delle iniziazioni classiche alla Massoneria evocava l’assassinio del leggendario maestro Hiram, il costruttore del Tempio di Gerusalemme…

Si, ma vorrei chiarire che non tutto nella Massoneria è cabbalistico, ci sono soltanto alcune tracce. Certo, ci sono dei dettagli comuni, ricorrono alcune figure, alcuni nomi, l’influenza è innegabile.

Uno dei punti in cui lei si è distaccato da Scholem è l’influsso (per lei maggiore) della Qabbalah sulla Gnosi cristiana. Pensa che si possano trovare relazioni tra la Qabbalah e la corrente mistica dell’altra principale religione monoteistica, cioè il Sufismo nell’Islam?

La mia opinione è che ci siano delle somiglianze, ma la Qabbalah è un fenomeno storico più tardo, che ha uno sviluppo nel Medioevo. Probabilmente, è il Sufismo che ha complessivamente influenzato la Qabbalah, più che il contrario.

In una precedente conferenza, sempre in Italia, assieme a Massimo Cacciari ed altri esperti, lei ha trattato il tema dell’aspetto femminile del Divino, nel Cristianesimo e nell’Ebraismo. Crede che la visione della Shekinah ebraica possa essere collegata ad archetipi orientali come la Grande Madre o la Kundalini? Lo chiedo perché lo schema dell’Albero della Vita cabbalistico presenta sorprendenti affinità con lo schema del corpo sottile nelle dottrine yogiche indiane.

Ha ragione, si possono comparare i due schemi. Il problema è capire se c’è una relazione storica o meno. La mia opinione è che il concetto di Shekinah non derivi dall’aspetto femminile del Divino nella tradizione induista (che è presente e molto potente, pensiamo allo Shaktismo), ma sia piuttosto di derivazione siriana. Non nego che ci sia un’influenza dell’induismo sulla Qabbalah, ma credo che questo sia avvenuto su altri temi.

Una volta lei negò l’influenza della Qabbalah sulle tesi di Freud.

Certamente.

Cosa pensa, invece, dell’influenza sul pensiero di Jung? C’è un libro molto interessante di uno studioso italiano (Il Sé nella Kabbalah di Ivan Alibrandi) che esplora questa relazione, mostrando come l’illustrazione della psiche umana da parte del grande studioso svizzero sia simile allo schema delle Sefirot cabbalistiche.

La risposta è semplice: Jung studiò la Qabbalah, nella traduzione latina. Conosceva molto bene la Qabbalah, ebbe contatti con Scholem, era molto più interessato ad essa di Freud. Freud aveva un atteggiamento apologetico a riguardo, non voleva apparire “ebraico”! Quindi, semmai egli sia mai stato influenzato dalla Qabbalah, Freud l’ha nascosto molto bene. Jung, invece, lo ha dichiarato apertamente. La differenza era nel diverso approccio psicologico dei due.

Lei ha menzionato Gershom Scholem. Nella sua carriera, ha dovuto spesso smentire coloro che l’hanno accusata di averlo “tradito” intellettualmente. Può raccontarci qualcosa del vostro rapporto?

Ho sempre ascoltato le sue parole con grande rispetto. Senza di lui, sarebbe stato impossibile il mio lavoro di studioso della Qabbalah. Da questo punto di vista sono molto attaccato alla sua figura. La nostra relazione era molto buona, è stato per me fondamentale.

Qual è il rapporto nella Qabbalah con il proprio maestro? C’è un rapporto guru/discepolo come in Oriente o esso viene visto più come un saggio consulente, un sapiente a cui chiedere consigli?

Sicuramente, è un rapporto più vicino al secondo esempio. C’è pochissima “devozione” rispetto al rapporto con un guru orientale o anche la figura dello sheikh nel Sufismo. Nella Qabbalah c’è un forte rapporto personale con il maestro, ma è più il rapporto con un insegnante, non necessariamente un modello.

Il maestro è un tramite di sapienza, non ne è un’incarnazione.

Esattamente.

Perdoni la domanda che le avranno già posto molte volte: cosa pensa della moda hollywoodiana, lanciata da Madonna, di studiare la Qabbalah?

Non giudico. Lo accetto per ciò che è. È una moda, come quella che scoppiò in Italia anni fa. In venti anni fa ad Hollywood la moda era il buddismo, c’era un tempio famoso a Malibu. Tra venti anni chissà quale sarà!

Però, mi perdoni, in Italia la moda è partita dai romanzi di Umberto Eco, in America da Madonna, c’è una certa differenza di profondità…

Ovviamente, l’approccio di Eco era molto diverso: era interessato alla Qabbalah come un modo per creare nuovi significati nel linguaggio. Il discorso di Eco era semiotico, quello che fa Madonna è collegato ad una superstizione magica. Si pensa che se si fa una determinata cosa, l’universo ti aiuterà. Ma io non critico: è solo un modo diverso di interpretarla.

Qual è per lei il ruolo della Qabbalah nella società attuale? È un mero oggetto di studio o può essere una filosofia di vita ancora valida?

Non credo che la Qabbalah possa insegnarci molto della vita al giorno d’oggi. Non raccomanderei alle persone di diventare cabbalisti per migliorare la loro vita. Ma dal punto di vista psicologico, molte persone amerebbero avere delle credenze, dei significati ulteriori. Io lo rispetto, ma personalmente non uso la Qabbalah in quel senso. Non cerco soluzioni in essa. Il mio è uno studio storico, fenomenologico, sociale. Non cerco il significato della vita nella Qabbalah. È per me l’oggetto di studio più interessante, ma non è la mia filosofia di vita.

Ringrazio il professor Mauro Perani per la preziosa collaborazione.

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Figurine mondiali https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali/#respond Mon, 04 Aug 2014 09:01:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22612 Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

Poco a poco le cose sono cambiate. Il corpo ha perduto l’esilità, il gioco di gambe è rallentato: le volte in cui ho provato a dribblare – in una delle partite espiatorie disseminate nel corso degli ultimi venticinque anni – mi sono ritrovato impigliato in un groviglio generato dal mio stesso movimento, il fiato intralciato dentro il petto, lo sguardo rarefatto, le ginocchia arrossate come quelle dei calciatori norvegesi. L’avversario – tutto ciò che da un certo momento in avanti ho cominciato a percepire come tale – era diventato una struttura minerale invalicabile.

Eppure è stato soltanto in quel momento, confrontando la gloria adolescente col disfacimento organico attuale, che ho pensato di comprendere, in ritardo di una trentina d’anni, il dribbling in tutto il suo struggimento: uno sfarfallio veloce delle gambe che inganna alludendo, l’avversario appena superato ancora per un istante percepito con la coda dell’occhio, l’inoltrarsi febbrile nello spazio, la ricerca di altri avversari per dribblare e dribblare ancora, e lo stupore, il desiderio di ridere, il sudore che percorso ogni lineamento del viso si annida negli occhi; e in fondo, in fondo a tutto, nel tremolio liquido dello sguardo, la luce della porta che si riduce a un crepuscolo, ogni meta che si rivela nella sua natura di miraggio. 

Francesco Longo
Goal

All’apparenza, sembra solo che una sfera di cuoio bianca e nera rotoli fino a ficcarsi in una rete da pesca. Una palla sconfina in una zona di prato dove non c’è niente, e tutto finisce. Questa frontiera è segnalata da una striscia bianca in terra e in alto da una traversa a mezz’aria. A tutti gli effetti, c’è una specie di barriera tra due pali, ma sarebbe del tutto immaginaria se questo limite non fosse stato consacrato a essere un traguardo.

Il goal fa parte della famiglia dei terremoti. È quell’evento sismico in grado di suscitare a continenti di distanza dall’epicentro una ola su un divano, o un’esplosione di euforia tale da riempire le strade e le piazze di una città. Il passaggio della palla attraverso questo sipario impalpabile genera boati come davanti a una nascita prodigiosa, dà vita a cori di esultanza che possono sfociare in pura commozione. O al contrario, il goal sprigiona la potenza straziante dei lutti, suscita fitte di delusione talmente violente che possono portare al lamento e addirittura al pianto.

Nel gioco del calcio il goal – che avvisa che una delle due squadre in campo ha segnato – è un miracolo che incanta generazioni di spettatori, rende leggendari i giocatori, può umiliare per sempre un portiere, può promuove una città o una nazione innalzandola sopra le altre.

Il goal è l’istante risolutivo di una partita. Per la sua forza simbolica può fissarsi in modo indelebile nell’immaginario collettivo, essere rivisto all’infinito, come avviene per certi goal storici che sono diventati metafore di un’epoca intera. Che sia il risultato di una rovesciata al volo o di un calcio di rigore, il goal si carica di ambizioni e desideri di un piccolo gruppo, di una comunità estesa, o di una nazione intera. Attenzione però, si tratta di un passaggio fulminante e spesso controverso. Subito dopo, l’aria è rotta dal fischio dell’arbitro. 

Antonella Lattanzi
Tiro primo

Quando ero piccola per me era tutta questione di dimostrazione della forza. La forza, mi pareva che dicessero un po’ tutti, aveva a che fare sempre e solo col maschile. Dunque, pensavo, se riuscivo a dimostrare che ero maschio, avrei dimostrato di conseguenza che ero forte. Per mio padre, poi, ero stata l’ultima speranza: aveva una moglie donna, sorelle tutte donne, il cane che avevano preso a mia sorella era una femmina, e la sua primogenita era appunto una bambina. Nacqui, e venne a vedermi sicurissimo: non potevo che essere il maschio che gli spettava dalla nascita. La delusione fu cocente. Ma che ero maschio nella testa potevo ancora dimostrarglielo. Il calcio era da maschi. Il calcio era la passione di mio padre. Il calcio era, dunque, la dimostrazione assoluta della forza. E, dentro il calcio, il tiro.

Il tiro era la prova che ti faceva definitivamente forte. Era l’attesa prima, la speranza e il sogno mentre, il successo virile o l’insuccesso femminile dopo. Dunque passavo ore in cortile, le altre femmine che giocavano a campana, a provare il tiro che mi avrebbe resa uomo. Per il calcio non ero portata, mi annoiavo: ma l’eccitazione dell’impresa mi mandava in estasi totale. Passavo le domeniche seduta con mio padre, la radiolina grigio chiaro in mezzo a noi, a seguire le cronache di calcio. Non ci capivo niente, dopo un po’ non riuscivo più a tenere gli occhi aperti, ogni volta mi illudevo di cominciare a capire qualche cosa, ma bastavano tre minuti perché mi venisse un sonno intollerabile. Era un po’ come la messa.

La messa era la dimostrazione che ero femmina, che mia madre mi aveva fatto buona e giusta, che il vestitino rosa della festa me l’ero guadagnato a forza di chiacchiere con Dio. Prima e dopo la messa, però, tornavo in cortile ad allenarmi. Mi sfilavo con garbo il vestitino rosa, attenta a che non si sporcasse, era bellissimo, e sotto c’era la divisa del calcetto: una maglietta, un paio di pantaloncini, mi ostinavo però a tenere addosso i sandali confetto. – Papà, vieni! – un giorno decisi che ero pronta.

Lo chiamai in cortile, lo misi in porta tra due macchine, mi sentivo una perfetta HollyeBenji. Volai sopra il cortile, mi confusi tra la gente sugli spalti, non ero più nel mio quartiere; ero allo stadio ed ero il capocannoniere. Mio padre si chinò tra le macchine e annuì, posizionai il pallone. Tirai un respiro, tirai indietro il piede, lo misi di taglio come mi avevano insegnato, colpii la palla, tirai più forte che potevo. Il sandalo rosa mi tradì. Tirai anche quello dietro il pallone bianco e nero. Volarono mezzo metro, ripiombarono per terra. Sentii la delusione espirare dalle labbra di mio padre. Non ebbi il coraggio di guardarlo. Raccattai mesta sandali e pallone. Mi diressi seria verso le femmine dall’altro lato del cortile. Senza una parola, mi misi a giocare alla campana. Tirai la pietra e feci un gol perfetto nel quadrato giusto. Alzai la testa, e vidi mio padre che applaudiva.

Francesca Serafini
Porta

Ogni parola è una porta. La soglia per universi paralleli. Un piccolo significante che si moltiplica in tanti significati diversi, generando storie. A ogni storia, tante possibili metafore. E quando la parola è porta, a varcarla, le storie e le metafore potrebbero essere infinite. Ma “Inizio, con l’invecchiare, a odiar le metafore – la loro esattezza e la loro inadeguatezza”, come ha scritto Norman MacCaig. E allora mi costringo al compito, alle limitazioni del tracciato e scopro che anche questa è una porta: l’accesso a una scoperta dal piacere inatteso. Definire “porta” nel calcio, dunque. La sua dimensione del traguardo. La porta da riempire, da violare. L’obiettivo nitido e specchiato. Se solo ci fosse stato il calcio – le sue porte – nel 1457; se solo Marsilio Ficino se ne fosse appassionato, chissà che ne sarebbe stato della sua accidia; chissà che cosa avrebbe scritto a Giovanni Cavalcanti nella lettera che Ian McEwan ha citato in Cani neri. Però il calcio a quei tempi non c’era. E infatti Ficino scriveva: “in un certo senso, non so che cosa voglio; forse non voglio quel che so e voglio quel che non so”. Ecco il miracolo del calcio. Sapere esattamente che cosa volere. Raggiungere la porta, superarla. E se mi guardo intorno, e vedo tante altre persone che non sanno che cosa volere; e persone che lo sanno benissimo, ma non hanno i mezzi per raggiungere quello che vogliono: nel nodo, nel groviglio – nello gnommero, per dirla con Gadda – di tutte le infelicità possibili, intravedo un orizzonte di sollievo nello spazio circoscritto di novanta minuti o poco più. Quel territorio mitico in cui l’obiettivo è chiaro, definito dal legno e dalla rete in cui il pallone resta incagliato nell’istante perfetto in cui il desiderio s’appaga e un grido più che umano – collettivo, ancestrale – ci ricorda che qualche volta, anche a scapito di chi dall’altra parte intanto vede polverizzare per contraccolpo quella stessa speranza, possiamo raggiungere quello che desideriamo. Oltrepassare la soglia. Entrare nella porta, restando vivi. Scoprendo, anzi, di non esserlo mai stati tanto.

Sergio Garufi

Fallo

Partiamo da un assunto fondamentale: esistono infiniti dizionari, tanti quanti sono i parlanti. Quelli che consultiamo ogni tanto, voluminosi e cartacei, sono i dizionari ufficiali. Poi ci sono i dizionari interiori, impalpabili, mentali, e ognuno di noi ne ha uno. Lo scarto fra i primi e i secondi è il motivo per cui facciamo così fatica a intenderci. I problemi di relazione fra le persone sono, di base, tutti problemi linguistici. Dipendono dall’importanza e dal significato che ognuno di noi dà alle parole.

La parola in esame oggi è fallo. Nei dizionari ufficiali è registrata con due accezioni di significato diverse. Nella prima significa errore, sbaglio, imperfezione. Si applica sia in ambito lavorativo e commerciale (un tessuto fallato), che in ambito sportivo (il fallolaterale o il fallodi mano nel calcio, il doppio fallo nel tennis).

Nella seconda accezione di significato ufficiale fallo è sinonimo di organo sessuale maschile. Un sinonimo nobile, che si usa in ambiti colti, come l’archeologia e la religione, tant’è che nell’Antica Grecia il fallo era un oggetto di culto che si portava in processione.

I dizionari interiori di solito si formano nei primi anni di età. Di norma ricalcano quelli ufficiali, ma poi lo scarto si realizza nella declinazione personale, che tiene conto di diversi fattori, quasi tutti riconducibili al proprio background culturale. Nel mio caso penso di aver sovrapposto e confuso un po’ i due piani semantici, nel senso che pure in ambito sportivo e agonistico il fallo per me non era una cosa così negativa. La prova sono i motivi per cui da piccolo scelsi di tifare Milan. La scelta della squadra del cuore di solito si fa in età prescolare, proprio quando va formandosi il dizionario interiore. È un imprinting. La influenza in primo luogo la scelta del padre, o la città in cui si vive, oppure la figura carismatica di un campione. Mio padre non amava il calcio. Lui preferiva sport più duri, quelli che aveva praticato in gioventù, come la lotta greco-romana, il rugby e il canottaggio. Questo fece sì che tutti e tre i suoi figli maschi scegliessero ognuno una squadra del cuore diversa dall’altro. La Juventus mio fratello maggiore, io il Milan e mio fratello minore l’Inter. Essendo nato a Milano nel 1963, quasi tutti i miei coetanei tifavano Milan o Inter. Allora i campioni di queste squadre erano Rivera e Mazzola, e tutti noi bimbi volevamo somigliare all’uno o all’altro. Io però, forse perché qualcosa comunque ereditai da mio padre, e cioè la passione per il gioco duro, scelsi il Milan per un altro giocatore, molto meno noto e ammirato di Rivera: Romeo Benetti. Benetti passò alla storia come una specie di killer, un sicario mandato in campo per eliminare gli avversari più pericolosi. Era indubbiamente meno dotato di Rivera, ma la sua funzione di contrasto e interdizione era altrettanto utile per la sua squadra. Sì, forse aveva una visione del gioco un po’ “ortopedica”, e se non ricordo male in un’occasione fu perfino inquisito dalla magistratura, per un’entrata a gamba tesa che costò il ricovero in ospedale a un avversario, ma ai miei occhi lui rappresentava il riscatto degli umili contro i talentuosi.

In fondo il talento è un dono di Dio con cui si nasce e di cui non si ha alcun merito, mentre la determinazione di Benetti era una virtù sommamente democratica, di ristabilimento dell’ordine naturale. In questo la penso come un personaggio di Ernesto Sabato, che in una discussione a tavola sui grandi artisti del passato disse: “I tipi come Michelangelo o el Greco mi disturbano. È talmente aggressiva la grandezza, la drammaticità! Non credi che sia quasi maleducazione? Io credo che l’artista dovrebbe imporsi il dovere di non essere mai esibizionista. Mi indignano gli eccessi di drammaticità e di originalità. Penso che essere originali consista in un certo modo nell’evidenziare la mediocrità degli altri, cosa che mi sembra di dubbio gusto. Credo che se io dipingessi o scrivessi farei cose che non richiamerebbero in nessun modo l’attenzione“.

Romeo Benetti scendeva in campo per vendicare quella maleducazione, quella mancanza di riguardo, e giocava per tutti noi che non eravamo stati baciati dalla dea bendata. Quello di Benetti era un gioco maschio perché un uomo senza fallo non è un uomo, e forse è proprio grazie a lui che cominciai ad apprezzare le scritture con un registro antifrastico. Scrittori come Giorgio Manganelli, che per elogiare un libro lo definiva “irritante”; oppure Giorgio Vasari, che per stroncare il freddo e algido Andrea del Sarto lo definì “pittore senza errori”. Nei dizionari ufficiali l’espressione “senza fallo” vale per infallibilmente. Ecco, in questo senso io sono ateo. Non credo per esempio all’infallibilità papale, e difatti le prime parole di Wojtila furono “se sbaglierò mi corigerete”. Se Dio creò il calcio, lo fece come il mare crea la spiaggia: ritirandosi.

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