Martha Nussbaum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/martha-nussbaum/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Mar 2015 09:27:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Martha Nussbaum Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/martha-nussbaum/ 32 32 Che cos’è l’innovazione culturale? https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cose-linnovazione-culturale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cose-linnovazione-culturale/#comments Wed, 12 Nov 2014 14:40:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24071 Presentiamo una versione ridotta dell’intervento che Michele Dantini ha tenuto al Festival Nuove pratiche di Palermo, dedicato ai temi dell’innovazione culturale, in programma ai Cantieri culturali alla Zisa il 17 e 18 ottobre. (Immagine: Pablo Picasso, Chitarra partitura e bicchiere)

di Michele Dantini

Possiamo definire l’innovazione culturale in modi diversi. È “pura” quando è indipendente da punti di vista applicativi. Ci muoviamo allora nei territori dell’arte, della filosofia, della scienza. Parliamo di Grande Creatività. Oppure è applicata: ci muoviamo negli ambiti della tecnologia, dell’economia d’impresa responsabile o del no-profit. In questo secondo caso è preferibile parlare di innovazione sociale.

Quale punto di vista intendiamo adottare? Questa è la prima domanda. La seconda: quali rapporti esistono tra innovazione culturale da un lato, “crescita” o “sviluppo” dall’altro? O tra innovazione culturale e sfera pubblica?

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Pablo Picasso Chitarra partitura e bicchiere 1912 McNay Art Museum San Antonio

Presentiamo una versione ridotta dell’intervento che Michele Dantini ha tenuto al Festival Nuove pratiche di Palermo, dedicato ai temi dell’innovazione culturale, in programma ai Cantieri culturali alla Zisa il 17 e 18 ottobre. (Immagine: Pablo Picasso, Chitarra partitura e bicchiere)

di Michele Dantini

Possiamo definire l’innovazione culturale in modi diversi. È “pura” quando è indipendente da punti di vista applicativi. Ci muoviamo allora nei territori dell’arte, della filosofia, della scienza. Parliamo di Grande Creatività. Oppure è applicata: ci muoviamo negli ambiti della tecnologia, dell’economia d’impresa responsabile o del no-profit. In questo secondo caso è preferibile parlare di innovazione sociale.

Quale punto di vista intendiamo adottare? Questa è la prima domanda. La seconda: quali rapporti esistono tra innovazione culturale da un lato, “crescita” o “sviluppo” dall’altro? O tra innovazione culturale e sfera pubblica?

L’economista e premio Nobel Edmund Phelps ha affermato recentemente che l’umanesimo italiano è alle origini del paleocapitalismo Whig: l’apprezzamento rinascimentale dell’intraprendenza avrebbe alimentato in seguito gli animal spirits della prima rivoluzione industriale. Agli occhi di Phelps il “capitale umano” incide molto concretamente sul PIL.

Esistono modelli di innovazione che intrecciano la dimensione personale a quella politica. Per un sociologo come Richard Sennett sono innovative le consapevolezze profonde: aiutano a lasciarsi alle spalle rancori e soggezioni. Per la filosofa Martha Nussbaum è invece innovativa la capacità di elaborare emozioni “negative” come rabbia, timore o vergogna.

Stiamo imparando a decifrare i modi complessi attraverso cui la creatività modella gli ambiti più diversi (l’astrofisica, il design o il salto con l’asta) sospinti dalle circostanze più varie: ingegno e ambizione personale, logiche interne degli ambiti di riferimento, caso. Cosa accende la scintilla dell’innovazione? Certo non un’unica pietruzza focaia. Si è osservato che artisti e scienziati innovativi tendono a stabilire relazioni molteplici, a impegnarsi attivamente in comunità di ricerca formali e informali e a muoversi tra indagine istituzionale e attivismo (ambientale, civile, sociale etc.). L’”individualità” dell’innovatore ha sì importanza, ma altresì le istituzioni culturali, il contesto storico o sociale, la qualità dell’apprendimento specifico.

Sta di fatto che l’”innovazione culturale” ci sembra oggi tanto importante da indurci a invocarla in modi quasi ossessivi. Perché? In parte per i timori connessi a una presunta crisi della creatività: da decenni, sostengono i più pessimisti, non si registrano innovazioni di rilievo in arte, filosofia, scienza o tecnologia. La grande evoluzione dell’umanità si è forse arrestata agli anni Settanta? In parte perché in tutto l’Occidente confidiamo che l’ascesa della “classe creativa” possa contrastare il ciclo recessivo.

E in Italia? Il terziario avanzato, l’industria creativa e culturale e le nuove professioni della Rete producono effetti anticiclici? Non si direbbe, a giudicare dai dati sull’occupazione giovanile, catastrofici, sul reddito degli under 40, in costante decrescita da oltre vent’anni; e sulla spesa in welfare, fortemente sperequata. Per l’economista Mariana Mazzucato lo Stato dovrebbe assumersi il ruolo di risk taker e incoraggiare ricerca non applicativa (o “curiosity driven”), più o meno come un venture capitalist paziente. Ma è appunto quello che l’Italia non fa, vuoi per ristrettezze di bilancio vuoi soprattutto per scelte ideologiche retrive sostenute da influenti comunità industriali. Dunque?

L’innovazione culturale difende occupazione qualificata e svolge importanti compiti redistributivi se avvicinata al mercato e trasformata in impresa; o se sostenuta dalle amministrazioni pubbluca e trasformata in iniziative di durevole efficacia pedagogica (esempi? una casa editrice di ricerca, una legge pro-Open access, un centro d’arte e di produzione distribuita no profit, etc.). Definiamo innovativo un “servizio” che aiuta a costruire comunità e assicura una migliore infrastruttura sociale e culturale al territorio. Discutiamo invece di “innovazione sociale” con riferimento privilegiato a processi o tecnologie open source, istituzioni inclusive e piattaforme socializzanti.

La tecnologia ha spesso giocato un ruolo importante nella nascita di nuovi indirizzi di ricerca. Tutti gli ambiti del ragionamento complesso sono oggi posti in questione, sollecitati e rimodellati dalle tecnologie digitali. Lo spostamento dal supporto cartaceo al digitale ha conseguenze decisive sul modo in cui leggiamo, annotiamo, memorizziamo un testo, e influisce in modo ancora scarsamente indagato sulle modalità di attenzione. Possiamo chiederci: come comunicare on line conoscenze fini? La domanda è tanto più urgente se, come ricercatori, giornalisti, intellettuali intendiamo davvero prendere parte al processo di formazione della nuova “cultura generale”. Dobbiamo sforzarci di chiarire e chiarire e chiarire, in primo luogo a noi stessi, per essere più diretti.

Se pubblichiamo in Rete ci rivolgiamo a un pubblico non specialistico e che va di fretta. Spesso parliamo di “divulgazione”, ma questa non è una buona descrizione della posta in gioco. Raggiungere platee più ampie equivale a modificare dall’interno le istituzioni scientifiche, mostrarle più aperte e accessibili e rendere l’opinione pubblica partecipe della loro sorte. Ne va dei rapporti tra conoscenza e potere, dunque del buono stato di salute delle nostre democrazie: non di semplici mutamenti linguistici. A mio avviso questa è “innovazione”.

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La dannosa fuffa delle competenze https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/#comments Thu, 22 Aug 2013 16:07:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15280 di Christian Raimo Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci […]

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di Christian Raimo

Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.

La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.

La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori. Da una parte, anche qui, c’erano gli oppositori del concorso pensato ancora una volta una tantum, dall’altra – ex ministro Francesco Profumo in testa – coloro che hanno millantato questo concorso come l’inizio di un rinnovamento della scuola, con l’assoldamento di nuovi insegnanti 2.0 armati di tablet e di una cultura didattica à la page.

Ma cos’hanno in comune la Fiom e il concorsone? C’è uno strano spettro che aleggia su entrambi. Quello di un concetto-mondo che fluttua nel linguaggio aziendale e nel linguaggio della scuola. Chi per esempio ha preparato l’orale del concorso in questa mezza estate l’ha dovuto ruminare fino all’assorbimento osmotico: stiamo parlando delle famigerate “competenze”. Una parola stravincente di una neo-lingua ibrida. Le competenze: la scuola del futuro sarà una scuola delle competenze; questa scuola del futuro preparerà una società del futuro basata anche questa sulle competenze. I tre operai della Fiat sospesi forse non lo sapevano, voi: sappiatelo.

Non si tratta di un restyling meramente linguistico, ma di un concetto che evoca un progetto di formazione abbastanza nuovo. La sua elaborazione compiuta per la scuola può essere datata al 2010 quando le Indicazioni Nazionali (che sarebbero il modo in cui sono stati riorganizzati i programmi scolastici) si sono adattate a una poco visibile rivoluzione teorica partita dagli anni Novanta che ripensava il mondo in cui viviamo alla luce di una fantomatica “società della conoscenza”.

Chi è stato a voler ripensare il mondo? Beh, parliamo soprattutto dell’Unione europea e altri organismi internazionali tipo l’Ocse, secondo i quali esiste un presupposto che dovremmo dare per scontato nell’educazione del futuro: se si migliora la qualità del servizio d’istruzione, si offrono ai cittadini le condizioni per “la costruzione di una vita realizzata” e per “il buon funzionamento della società”.

Il punto di partenza è stato il progetto DeSeCo (“Definition and Selection of Competencies”), da cui sono man mano scaturiti fior di documenti fino ad arrivare alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 2006, dove si definiscono quali sono le competenze di base che servirebbero in questa nuova società. Sono nello specifico otto: 1) comunicazione nella madrelingua, 2) comunicazione nelle lingue straniere, 3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, 4) competenza digitale, 5) imparare ad imparare, 6) competenze sociali e civiche, 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità, 8) consapevolezza ed espressione culturale.

Ecco qui, i requisiti che un bel cittadino europeo 2020 – per esempio i vostri figli, oppure voi (dato che siamo tutti coinvolti in processi di life-long learning come si dice) – dovrebbe possedere (Se ne volete sapere di più, la loro formulazione più precisa la potete trovare in libro-menhir, una specie di manuale di un nuovo ordine mondiale della “conoscenza” del 2003, edito da FrancoAngeli a firma di questi due grandi teorici delle competenze, D.S. Ryken e L.H. Salganik, che s’intitola Agire le competenze chiave. Scenari e strategie per il benessere consapevole. Sì, il titolo echeggia un po’ Scientology, ma che volete che sia). Prima di provare a capire cosa sono queste benedette competenze, possiamo già concordare a naso su una sensazione: la mancanza in questo microelenco di qualsiasi traccia di – come lo vogliamo chiamare? – sapere critico, né da un punto di vista della conoscenza, né da un punto di vista politico…

Il buon funzionamento della società non deve educare cittadini che mettano in crisi la società stessa? Questa potrebbe essere un’ingenua domanda.  A cosa serve la scuola? A adattarsi al mondo così com’è, o a ripensarlo da capo a piedi?

E simili questioni se le pone un saggio illuminante di Edoardo Greblo – contenuto nel numero appena uscito (un numero monografico sulla scuola) di Aut aut – intitolato La fabbrica delle competenze. Per Greblo la conclusione è semplice: si educa alle competenze per avere lavoratori flessibili, adattabili a un mercato del lavoro sregolato e precario. Si educa l’individuo perché sia capace di sopravvivere nella giungla di un mercato feroce e deregolato, facendo di lui un possessore di competenze frammentarie e intercambiabili, più che una persona (come era pensato nella pedagogia deweyana che ha informato il Novecento e la nostra Costituzione, compromesso di cattolicesimo e socialismo).

Leggi il resto qui.

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Martha Nussbaum. Tutti i capricci della filosofia https://minimaetmoralia.it/interviste/martha-nussbaum-tutti-i-capricci-della-filosofia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/martha-nussbaum-tutti-i-capricci-della-filosofia/#comments Fri, 31 Aug 2012 13:00:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9240 Pubblichiamo un'intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

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Pubblichiamo un’intervista di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», alla filosofa Martha Nussbaum

Una ventina di anni fa, mentre sognavo di realizzare una carriera accademica e passavo il giorno intero su brevi frasi di Platone, mi arrivò tra le mani un libro di cui si parlava fin dalla sua uscita americana. S’intitolava La fragilità del bene. Erano ottocento pagine in cui l’autrice newyorkese, Martha Nussbaum, rileggeva Platone, Aristotele, i tragici e i grandi temi etici del mondo classico. Mi entusiasmai. Io che soffrivo nell’estenuante lavoro filologico, mi trovavo finalmente di fronte a un lavoro di ampio respiro. “Così si deve fare”, dicevo al mio migliore amico, anche lui studioso e molto migliore di me, che scuoteva la testa e ripeteva “nulla di nuovo, nulla di nuovo”, sottoponendo a critica punto per punto le tesi del libro. Io ridevo e non gli davo ascolto. Del resto, di Martha Nussbaum si sparlava parecchio, come spesso capita nel mondo accademico di fronte a chi ha successo, e questa mi pareva la migliore conferma che quel mondo fosse, prima o poi, da abbandonare.

Negli anni ho ripensato molte volte a quelle discussioni. Anche perché Martha Nussbaum, nel frattempo, ha abbandonato gli studi di filosofia antica e si è dedicata a questioni sempre più legate ai grandi temi contemporanei. E il suo successo è diventato addirittura travolgente. Sarebbe difficile anche solo elencare tutte le cariche, onorifiche o meno, che le sono state attribuite, come la molteplicità delle sue pubblicazioni. Temi dominanti: la giustizia globale, una particolare forma di femminismo, la centralità delle emozioni e l’importanza degli studi umanistici nella formazione dell’individuo. Sessantacinquenne, Martha Nussbaum è oggi una voce molto ascoltata dall’establishment, nonché un punto di riferimento per lettori, studiosi, critici da tutto il mondo.

Ero felicissimo, dunque, domenica scorsa, di poterla incontrare. Camminavo per una Roma deserta che bruciava a quaranta gradi, ripensavo al mio amico, oggi professore noto in tutto il mondo, e già mi preparavo a chiamarlo appena avessi terminato l’intervista. Ho attraversato i corridoi freschi dell’albergo lussuoso al centro dei Parioli e finalmente ero lì. Esile, elegante, Martha Nussbaum era seduta in poltrona di fronte a una macedonia e una Coca Cola. “Non ho voglia di parlare” ha esordito stringendomi la mano. Credevo che scherzasse. “Eppoi su cosa mi vorrebbe intervistare?” “Ho qui il suo ultimo libro” le ho detto, mostrandole Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil (Il Mulino). “Non è il mio ultimo libro” ha risposto. Le ho spiegato che si trattava però certamente dell’ultimo suo lavoro tradotto in Italia e che speravo volesse raccontare, a chi ancora non ha letto il libro, dove hanno portato i suoi studi, cominciati assieme ad Amartya Sen sul cosiddetto “approccio delle capacità”, ossia il rifiuto dell’imperante valutazione della ricchezza dei Paesi in base al Pil, in favore di un approccio che guarda alla dignità delle persone e alla realizzazione delle loro capacità. “Ne ho già parlato abbastanza” ha detto.

Per un attimo mi sono chiesto cosa fare, poi ci ha pensato lei a rompere il ghiaccio “Se vuole può venire fra tre ore alla mia conferenza per la Società Internazionale di Musicologia”. Poiché ricordavo di aver letto molti suoi commenti sull’importanza del mettersi nei panni degli altri, le ho raccontato che ero tornato apposta dal mare alle due, in quella domenica torrida, per parlare con lei. “Del resto possiamo anche chiacchierare degli antichi” ho provato “Amai molto il suo La fragilità del bene quando lavoravo all’università”. “Non parlo di ciò che ho scritto vent’anni fa”, ha mormorato. “Ma anche in questo libro” ho insistito “lei si rifà agli antichi. Qui c’è Aristotele, per esempio”. “Giusto un paragrafo” ha sbuffato.

Il nostro perfetto dialogo socratico – uno dei punti forti a cui spesso la Nussbaum si richiama (la necessità di ascoltarsi, domandare e rispondere) – è finito così. Le ho detto di parlar pure di ciò che voleva e lei ha deciso di raccontarmi l’argomento della sua lezione, ossia quel che apparirà in un libro la cui uscita è prevista nel 2013. “Nella mia carriera, ho affrontato principalmente due temi: l’importanza delle emozioni e la giustizia sociale. È venuto il momento di unire le due questioni. Il punto è questo: i cittadini devono sostenere la società giusta e, per farlo, devono interessarsene, dunque le loro emozioni devono essere mosse perché se ne interessino. Nel mio libro partirò da un vostro pensatore molto sottovalutato: Giuseppe Mazzini. È proprio Mazzini a sostenere che l’uomo è chiuso su se stesso, egoista e avido, dunque per stimolarlo a sostenere una società giusta vanno suscitate in lui emozioni di attaccamento patriottico. Ma come si fa? Storicamente, ossia la prima parte del mio libro, le risposte sono state molteplici, ma la più interessante credo sia quella di Stuart Mill che, criticando le soluzioni eccessivamente prescrittive di Auguste Comte, sostenne la necessità di creare un sistema educativo capace, attraverso l’arte e la letteratura, di estendere tra gli uomini un senso di solidarietà e compassione. Su questa linea avrebbe poi lavorato in senso pratico Rabindranath Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1931. Egli creò una scuola, tutta centrata su musica e danza, per formare individui in cui la solidarietà riuscisse a prevalere sull’individualismo. Scrisse duemila canzoni popolari che contengono un enorme spirito di generosità e altruismo, convinto che la musica è l’arma più forte, l’unica capace di attraversare lingue e culture. Dobbiamo lavorare in questa direzione. In parti del libro che ancora devo scrivere, cercherò di spiegare come, proprio attraverso la musica,  possiamo educare le nostre emozioni, rendere forte la compassione e superare il disgusto”.

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