Martina Testa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/martina-testa/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Jun 2025 07:38:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Martina Testa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/martina-testa/ 32 32 “Goodbye Hotel”: intervista a Michael Bible https://minimaetmoralia.it/interviste/goodbye-hotel-intervista-a-michael-bible/ https://minimaetmoralia.it/interviste/goodbye-hotel-intervista-a-michael-bible/#respond Tue, 10 Jun 2025 07:38:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55257 Se Donnie Darko e Flow si unissero e insieme diventassero un libro, verrebbe fuori Goodbye Hotel, il nuovo romanzo di Michael Bible pubblicato da Adelphi (traduzione di Martina Testa). Sarà per una storia d’amore particolare, per la provincia americana dove i ragazzi sognano l’impossibile, per gli animali, due tartarughe soprattutto, Lazarus e Little Lazarus, le […]

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Se Donnie Darko e Flow si unissero e insieme diventassero un libro, verrebbe fuori Goodbye Hotel, il nuovo romanzo di Michael Bible pubblicato da Adelphi (traduzione di Martina Testa). Sarà per una storia d’amore particolare, per la provincia americana dove i ragazzi sognano l’impossibile, per gli animali, due tartarughe soprattutto, Lazarus e Little Lazarus, le cui vite, lunghissime, aiutano il lettore a misurare il tempo che passa, e il peso di alcuni ricordi. Chiedo a Bible come mai, nell’edizione italiana, non abbiano mantenuto il titolo originale, Little Lazarus, e lui mi confessa che in realtà Goodbye Hotel era il titolo che lui aveva immaginato fin dall’inizio, e che quando Roberto Colajanni (direttore editoriale di Adelphi) gliel’ha proposto, ne è stato felice. Ambientato un po’ a New York (dove si trova il Goodbye Hotel, una sorta di rifugio per chi ormai si sente fuori dal mondo), un po’ a Harmony (come L’ultima cosa bella sulla faccia della terra, il suo libro precedente), Goodbye Hotel è un romanzo ipercontemporaneo, commovente, in cui non esistono certezze, ma solo piani temporali che si litigano un po’ di spazio, ricordi che cambiano forma, in cui si passa dalla prima alla terza persona, da un personaggio all’altro, fino ad arrivare ad animali come Lazarus, che attraversa lentamente una città elettrica, e in fondo sembra chiedersi: “Che differenza c’era fra un secolo e un giorno quando tutto era destinato a finire?”.

Giacomo Leopardi ha scritto che quelli che vivono nelle grandi città hanno una mentalità più aperta di quelli che vivono in provincia. Tu che ne pensi?

In generale è così, ma non sempre. Tu puoi andare nelle grandi città e trovare persone che hanno delle menti chiuse, ottuse, e viceversa. Nel sud noi abbiamo un modo di dire, Bless your heart (Che Dio ti benedica!), che rappresenta la massima finzione, un modo cortese di approcciarsi, di mostrarsi, mentre dietro ti arrivano le pugnalate. Quindi, bisogna fare attenzione a certi cliché.

Il tuo stile è limpido, fatto di similitudini inaspettate e periodi brevi, soprattutto quando vengono raccontati i ricordi, quanto c’è qualcosa di premeditato? Quanto conta per te l’aspetto musicale della scrittura?  

Non so se sia una cosa conscia o meno, però sì, ho imparato dal mio maestro. I periodi, le frasi brevi appartengono a una grande tradizione americana, ed è lì che sono andato a cercare la mia voce. Quando ho cominciato a scrivere, poi, ero molto orientato verso la poesia, verso la ricerca della concisione. Adoro la brevità di una frase. Il linguaggio è musica. È composto da tensione e rilascio. La caduta leggera e la risalita più grande, diceva Leonard Cohen. Lo stile è tutto per me. Il modo in cui parliamo tradisce qualcosa della nostra vita interiore, della nostra anima.

E quali sono i tuoi maestri, i tuoi modelli?

Be’, direi Denis Jonson, William Faulkner, Carson McCullers e Samuel Beckett, che per me è il più grande scrittore di sempre.

Tu vivi a New York, e solo a New York una tartaruga come Lazarus può camminare liberamente senza che nessuno ci veda niente di strano. Qual è il tuo rapporto con New York?

Oh, io amo New York, è un posto selvaggio, sì, ma allo stesso tempo, non so bene come, riesce a calmarmi, ho sempre sognato di viverci. Mi piacciono le persone, amo sembrare invisibile e osservare le loro vite, e New York è il posto migliore del mondo per farlo.

Simenon, pensando ai suoi personaggi, diceva che non esistono colpevoli ma soltanto vittime. Tutti i tuoi personaggi sembrano aver perso qualcosa.

Assolutamente, è proprio così, amo Simenon, e sono d’accordo con lui. Siamo tutti vittime delle nostre circostanze, del nostro passato, per aver ricevuto troppo amore o per non averne ricevuto abbastanza. La perdita è una condizione umana permanente. Credo che prima ci ritroviamo a portare dei fardelli, più siamo propensi a tendere la mano agli altri e ad alleggerire le loro vite.

Il nome Lazarus significa “colui che è assistito da Dio”, ci avevi pensato? Essere assistiti da dio significa avere un buon rapporto con il tempo, riuscire ad avere un buon rapporto con gli altri?

Sì, ci ho pensato molto, è una questione enorme, questa. C’è una frase famosa di Sartre, “l’inferno sono gli altri”, con cui non sono affatto d’accordo. Simone Weil dice che Dio è essenza, silenzio, e tu come riempi la tua vita? Con i tuoi rapporti, con le tue relazioni, è questo mutuo scambio umano che rende la tua vita vivibile, ecco.

A un certo punto, nel capitolo in cui prende la parola Eleanor, si legge: “La cosa difficile dell’essere giovani è sapere che cos’è che non si sa”. Qual è la cosa difficile dell’essere adulti?

È sapere tanto, saperlo troppo bene, dimenticare quella specie di silenzio, di ignoranza, di innocenza, che è sacra. Anzi no, forse innocenza non è la parola giusta. Direi più speranza, una speranza senza ottimismo, però, perché l’ottimismo ha un obiettivo, l’ottimismo ci dice che poi arriveremo a qualcosa. Invece io penso a una sorta di speranza che non sa, che è simile all’ignoranza.

Come mai c’è sempre qualcosa che va a fuoco nei tuoi libri?

È vero, non saprei, forse perché mi piace molto quella zona, quel momento in cui le persone non sanno bene cosa fare, in cui non si sa che cosa sta per accadere. Sai, io andavo in una piccola scuola del Tennessee, un’ottima scuola in cui si imparava a scrivere, ma anche come diventare geologi, o scienziati forestali. Quindi venivano allevati questi due aspetti dell’umano. Ci hanno insegnato come controllare il fuoco, come tenere a bada un incendio, come padroneggiarlo. E nei miei libri le fiamme, i possibili incendi non rappresentano delle metafore per raccontare le relazioni, ma devono essere prese per quello che sono, come delle cose che bruciano. Certo, in generale bruciare la sterpaglia ha a che vedere con l’onestà. Mia moglie, che è la persona più vicina a me, quando mi dice qualcosa, mi aiuta a capire come agisco, come sono da fuori, mi porta poi ad evitare alcuni errori che potrei commettere. È qui, in questa continua ricerca della verità, che è possibile evitare che scoppi un incendio.

Com’è la tua giornata tipo?

Sarò molto onesto con te, cerco sempre di fare il meno possibile. In America c’è questa idea secondo cui più fai, meglio è, e sui social posti diecimila parole, dici che hai scritto, hai pubblicato un sacco di cose, e questo è assurdo. La contemplazione, per me, è la vera attività che poi ti permette di scrivere. Le parole ti rimangono dentro per mesi, a volte per anni, poi le idee, con il tempo, vengono riempite dal mondo esterno. Parlo del momento in cui le persone si trovano di fronte al fuoco, che cercano di capire cosa fare, e il fuoco che divampa, in fondo, è la scrittura. Scrivere non è semplicemente battere le dita sulla tastiera. La scrittura è qualcosa che richiede molto tempo, che richiede sedimentazione. Una volta che ho fatto questo lavoro interiore, allora scrivere non mi costa nulla, sono velocissimo.

 

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Pensare al disprezzo come a un virus. “Questa strana e incontenibile stagione” di Zadie Smith https://minimaetmoralia.it/libri/pensare-al-disprezzo-un-virus-questa-strana-incontenibile-stagione-zadie-smith/ https://minimaetmoralia.it/libri/pensare-al-disprezzo-un-virus-questa-strana-incontenibile-stagione-zadie-smith/#respond Tue, 06 Oct 2020 08:40:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44289 Che i saggi di Zadie Smith non siano aderenti a una forma standardizzata di genere e usino continuamente l’elemento privato e intimo per collocarlo all’interno di un quadro sociale da analizzare criticamente non stupisce il lettore ormai avvezzo a quella pratica di graduale disvelamento con cui l’autrice si muove tra le pagine. È nel piccolo accadimento apparentemente insignificante lo strumento con cui avviare un’indagine: il punto di partenza si palesa come metafora, o contribuisce ad allestire un’allegoria del presente.

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Che i saggi di Zadie Smith non siano aderenti a una forma standardizzata di genere e usino continuamente l’elemento privato e intimo per collocarlo all’interno di un quadro sociale da analizzare criticamente non stupisce il lettore ormai avvezzo a quella pratica di graduale disvelamento con cui l’autrice si muove tra le pagine. È nel piccolo accadimento apparentemente insignificante lo strumento con cui avviare un’indagine: il punto di partenza si palesa come metafora, o contribuisce ad allestire un’allegoria del presente.

La scelta di affrontare il racconto dei primi mesi della crisi legata alla pandemia usando i Pensieri di Marco Aurelio come “assistenza pratica” – al pari di un manuale di istruzioni – annuncia però la volontà di compiere un superamento rispetto alle visioni narrative sinora offerte. Attraverso contributi ibridi che condensano la critica sociale e l’autobiografia, l’analisi politica e l’ispezione delle proprie inquietudini, Zadie Smith sperimenta continui tentativi di decodifica di un presente oscuro.

Questa strana e incontenibile stagione (traduzione di Martina Testa, Sur, 2020) assomma riflessioni sulle paure personali e collettive che si rivelano fondamentali per compiere una disamina della società del presente, con una particolare attenzione alla realtà americana in cui vive, spesso posta a confronto con quella britannica di cui è originaria.

Autrice di romanzi, racconti e saggi, inclusa nell’antologia di Granta tra i migliori scrittori britannici under 40 e due volte candidata al Man Booker Prize, con l’uscita nel 2000 di Denti bianchi, Zadie Smith si è imposta ben presto come una delle autrici di riferimento nel panorama letterario internazionale. Proprio con l’edizione di Denti bianchi per Mondadori nella traduzione di Laura Grimaldi, il pubblico italiano inizia ben presto ad amarla, apprezzando anche altre opere uscite per lo stesso editore nella traduzione di Bernardo Draghi, come L’uomo autografo e Della bellezza, e i romanzi NW, Swing Time, L’ambasciata di Cambogia e i racconti Grand Union tradotti da Silvia Pareschi.

Sarà però l’uscita dei saggi Cambiare idea e Perché Scrivere per minimum fax e Feel Free (National Book Critics Circle Award) per Sur, tutti tradotti da Martina Testa, a rivelare l’acuto e originale punto di vista sul presente di Zadie Smith, con una ripresa e uno sviluppo di alcuni dei temi affrontati nei romanzi e nei racconti, tra cui il confronto tra culture e generazioni diverse, la relazione con il radicamento ai luoghi, lo sguardo sulle contraddizioni della società.

La sua prosa sposta costantemente l’inquadratura, gioca a evidenziare le luci della metropoli e le ombre della comunità che osserva, un’urgenza inesausta evidente nella scelta di dare forma a un’esplorazione sociale aperta, perché tesa al dialogo con chi legge, attraverso cui strutturare un’analisi politica puntuale e un’acuta critica culturale.

La forma e il pensiero trovano in questi scritti una profonda identificazione: la sua storia, le radici politiche, etiche e esistenziali del suo impegno intellettuale si riconoscono anzitutto nella scelta di ridefinire il genere, forgiandone uno inevitabilmente limitante perché basato anzitutto sull’esperienza affettiva individuale, ma profondamente libero, tanto per chi scrive – nel non imporre una verità ma aprendo continuamente nuove visioni – quanto per chi legge, nell’accoglierne o rigettarne le istanze.

In tal senso colloca la scrittura nell’intersezione di elementi precari e incerti quali “la lingua, il mondo e l’io”, come sottolinea già in Feel Free: “La prima non mi appartiene mai del tutto; il secondo lo posso conoscere solo parzialmente; il terzo è una reazione malleabile e improvvisa ai primi due”.  Aspetto, quello delle ragioni della scrittura, che muove a più riprese le interrogazioni dell’autrice, convinta che sia legato a una forma di resistenza, al controllo.

Significa nuotare in un mare di ipocrisie, in ogni momento. Sappiamo di essere degli illusi, ma la cosa strana è che l’illusione è necessaria, almeno temporaneamente: serve a creare lo stampo, quello su cui riversiamo tutto ciò a cui non riusciamo a dare forma nella vita.

La personale visione con cui racconta il periodo compreso tra marzo e maggio 2020 in un’America investita dalle proteste per l’omicidio di George Floyd, restituisce una riflessione sull’instabilità e sull’indeterminatezza di una prova collettiva, resa con pari intensità nelle pagine vicine al diario intimo, nel racconto delle lotte antirazziste, nella narrazione degli incontri con la dea della fertilità alla fermata del 98, e in quelle dove condensa un’aspra critica all’operato di Donald Trump attraverso amare considerazioni sulle gerarchie americane.

Il racconto di una New York trasfigurata e confusa rivela il peso delle distinzioni di ceto anche nel tasso di mortalità tra neri e ispanici doppio rispetto a bianchi e asiatici: “La mappa del virus nei quartieri di New York diventa più rossa precisamente nelle stesse aree che si colorerebbero se la sfumatura di scarlatto misurasse non la diffusione del contagio e la mortalità ma le fasce di reddito e la qualità delle scuole.” Si interroga sul proliferare di strani capovolgimenti come l’incoerenza di quanti arrivano a rivalutare oggi un sistema sanitario nazionale segnato dal taglio di fondi: “C’è chi ringrazia Dio per l’esistenza di certi lavoratori «essenziali» che prima guardava dall’alto in basso, che fino a poco fa schifava quando li sentiva prendere quindici dollari l’ora”.

Tra i temi cardine della sua intera produzione la questione razziale, le disuguaglianze sociali, analizzate osservando gli esiti di qualsiasi forma di estremismo. Si interroga su un disprezzo forse mai realmente metabolizzato dagli Stati Uniti, pensandolo come un morbo capace di infettare il singolo per poi diffondersi nelle famiglie, tra i popoli, nelle strutture di potere. “Meno vistoso dell’odio. Più letale”, il disprezzo si insinua come un virus nelle sembianze di un terrore segreto la cui permanenza rivela responsabilità politiche sottaciute, tanto dai repubblicani che dai democratici. “Sono ben felici di «annerire» i loro social media per un giorno, di leggere libri solo di autori neri, e di «farsi una cultura» sui problemi dei neri, purché questa cultura non prenda la forma di bambini neri reali che frequentano le loro scuole reali”.

Convinta che l’omogeneità razziale non sia garanzia di pace, considera l’eterogeneità come non inesorabilmente destinata al fallimento, tuttavia non si è ancora pronti secondo Zadie Smith ad accogliere un reale cambiamento per scoprire “che tipo di America potrebbe esserci all’uscita del tunnel della segregazione”.

Non hanno capitale, neanche la propria forza lavoro./ Gli si può fare di tutto./ Non possono appellarsi a nulla./ Tre filamenti nel DNA del virus. In teoria, questi principi della schiavitù sono stati estirpati dalle leggi in vigore nel paese – nonché dal cuore e dalla testa delle persone – tanto tempo fa. In teoria. In pratica si trasmettono come un virus nelle chiese e nelle scuole, nelle pubblicità e nei film, nei libri e nei partiti politici, nelle aule di tribunale, nel complesso carcerario-industriale e, ovviamente, nei dipartimenti di polizia.

Questa strana e incontenibile stagione è anzitutto un’indagine sul privilegio, sulla relatività delle sue forme in rapporto alla classe sociale, alla razza, al genere. “Il privilegio e la sofferenza hanno molto in comune. Entrambi si manifestano sotto forma di bolle: circondano completamente le persone e ne distorcono lo sguardo. Ma la bolla del privilegio è possibile penetrarla e perfino farla scoppiare: mentre la bolla della sofferenza è impermeabile”.

Un mosaico in prosa che pone l’accento sulle distorsioni della civiltà del benessere, tra equivoci ideologici e dinamiche opache nel marcare le nuove tendenze dell’ambiente intellettuale. Pur alternando i registri, il contributo alla discussione sul presente offerto da Zadie Smith si rivela nelle immagini di un quotidiano sbiadito, nei volti e nei luoghi trasfigurati dalle paure, con una narrazione folgorante, a tratti caustica e ironica, che intarsia nuove visioni della contemporaneità.

Non credo che ci sia un’identità politica o personale che possa attribuirsi l’innocenza pura e la rettitudine assoluta. Ma non credo neanche nei viaggi nel tempo. Credo nei limiti umani, non per un senso di fatalismo ma per una cautela che ho imparato dalla storia recente e antica.

La sua peculiare forma satirica non cede al grottesco nello stigmatizzare alcuni dei paradossi del contemporaneo. Attacchi sferzanti accanto a tenere visioni sulla vita altrui dall’ascolto di discorsi rubati per immaginare di cogliere nei pensieri di donne sconosciute una comunanza ideale che spesso cela fraintendimenti sintomatici.

Irriverente e ironica, la sua scrittura trafigge tendenze, protagonisti e leggende dell’attualità, evidenziandone le storture. Una lucida osservazione sulla contemporaneità che rifugge l’idea di un affresco unitario ma che rivendica in quella frammentarietà una costruzione composita sui limiti dell’umano, sull’incapacità di autentica comunicazione in una realtà dominata da feroci disuguaglianze economiche, sociali, razziali, di genere e da un complesso e ambiguo concetto di sottomissione. Pagine che non intendono offrire una mera istantanea del presente ma contribuire da una prospettiva personale e privata al dibattito collettivo per ripensare il cambiamento.

Erano tulipani. Avrei voluto che fossero peonie. Nella mia storia sono, continuano a essere, erano e saranno per sempre peonie: perché, quando scrivo, il tempo e lo spazio stessi si piegano alla mia volontà.

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Salvarci. Servono idee per il mondo culturale, e presto. https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/salvarci-servono-idee-mondo-culturale-presto/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/salvarci-servono-idee-mondo-culturale-presto/#comments Sat, 25 Apr 2020 16:03:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43101 Questo pezzo è stato pubblicato originariamente su Medium. Ringraziamo l’autrice di averci permesso di ripubblicarlo. di Martina Testa Sul Corriere della Sera di ieri c’è un articolo in cui Riccardo Cavallero, titolare della casa editrice milanese SEM, chiede allo stato misure immediate di salvataggio per la piccola editoria. «È indispensabile che vengano adottate rapidamente delle […]

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Questo pezzo è stato pubblicato originariamente su Medium. Ringraziamo l’autrice di averci permesso di ripubblicarlo.

di Martina Testa

Sul Corriere della Sera di ieri c’è un articolo in cui Riccardo Cavallero, titolare della casa editrice milanese SEM, chiede allo stato misure immediate di salvataggio per la piccola editoria. «È indispensabile che vengano adottate rapidamente delle misure economiche che sostengano veramente la piccola editoria al fine di permetterne la mera sopravvivenza. Poi ragioneremo su come cambiare la dinamica di mercato e rettificare vecchie abitudini». In pratica, un “bailout” immediato per la piccola editoria (un settore che non deve fallire perché «la bibliodiversità è un valore»). Lo stato, insomma, deve salvare SEM, la casa editrice di Cavallero — e immagino anche SUR, la casa editrice di Roma per cui lavoro io: perché noi piccoli editori siamo importanti! Peccato che Riccardo Cavallero fosse direttore generale di Mondadori negli anni in cui nel gruppo Mondadori si costringevano decine di lavoratori a mettersi a partita IVA; peccato che sia stato in prima fila nell’inquinare una filiera malsana, che non crea lavoro sicuro, in cui non c’è concorrenza leale, che non crea reale valore, ma solo una quantità enorme di materiale stampato che il mercato non assorbe, che finisce in resa e poi al macero. Peccato che fosse in prima fila, Cavallero, nel novembre 2014, la volta che ho visto Silvio Berlusconi “presentare un libro” di Bruno Vespa in quello che è stato un comizio elettorale di un’ora e mezza (io, dalle retrovie della sala, un paio di volte ho urlato). Peccato, infine, che la sua SEM sia piccola, sì, come fatturato, ma sia per il 37,5% proprietà di un grande gruppo editoriale: Feltrinelli. No: io lavoro nella piccola editoria indipendente da vent’anni, e Riccardo Cavallero non mi rappresenta, come non mi rappresenta la sua richiesta di salvataggio.

Ecco invece come la penso.

Il settore privato è, appunto, privato. Lo stato è la sfera del pubblico. Allo stato non si deve chiedere di salvare il settore privato, lo stato deve salvare i suoi cittadini.
Lo stato non deve salvare filiere che hanno intere parti marce, rovinate da posizioni monopolistiche, da una vastissima precarietà, da strategie industriali che privilegiano il profitto sulle persone, da sistemi di mercato che creano “bolle” sempre in procinto di scoppiare. Quei bubboni devono scoppiare.
Lo stato non ha il dovere di continuare a salvare un sistema in cui i lavoratori vivono nella precarietà; ha il dovere di creare nuovi posti di lavoro sicuri e sensati per i lavoratori che verranno travolti dalla crisi del coronavirus; deve reinvestire le loro energie in attività innovative, sostenibili, con autentiche ricadute positive sulla vita delle persone, e in servizi ai cittadini sul territorio.

Non deve salvaguardare il lavoro di un redattore free lance che corregge le bozze, a cottimo e senza tutele, di libri che finiranno a marcire nei magazzini; dovrebbe dire a quel correttore di bozze: vieni a insegnare italiano agli stranieri, perché ne stiamo regolarizzando tanti e servono mediatori culturali; ai precari del settore della ristorazione: vieni a lavorare in un grosso progetto di mense per le scuole dell’obbligo e le università; a chi insegnava in una palestra che ha chiuso: posso formarti per farti lavorare in strutture di assistenza ai disabili e agli anziani; ai precari della comunicazione e dell’audiovisivo: stiamo provando a trasformare questo pezzo della Rai in un’azienda innovativa e di alta qualità, venite a darci una mano; ai precari della musica, del teatro: stiamo mettendo su scuole di musica e di teatro per bambini e ragazzi nelle periferie e nelle zone rurali, cerchiamo professionisti del settore; ai fattoni: alzatevi dal divano, stiamo legalizzando la produzione di erba, vi aiutiamo a mettere su aziende green che coltivino marijuana di qualità. E c’è anche un sacco di amianto da bonificare, ci sono impianti di smaltimento dei rifiuti da costruire, ci sono piste ciclabili da progettare.

Io penso che il compito dello stato, in un momento di crisi epocale, sia questo. Non salvare l’impresa privata. Avviare un piano per salvare i cittadini, in cui coinvolgere le forze sane dell’imprenditoria privata. (Che sono più spesso quelle locali, sostenibili, in ogni settore, piuttosto che quelle dei giganti.) E da finanziare almeno in parte con una fiscalità diversa, più equa, fatta di tassazione realmente progressiva, lotta all’evasione, web tax per le multinazionali del digitale.

(E quando dico “lo stato” intendo noi: perché lo stato siamo noi, me l’hanno insegnato alla scuola dell’obbligo, non so se si insegna ancora. Lo stato, quantomeno il nostro stato, la Repubblica Italiana democratica e antifascista nata dalla Resistenza, non sono “loro”, siamo noi.)

Se questi vi sembrano sogni folli, puro idealismo, e non pensate che sia possibile e doverosa una battaglia su questo, che vada iniziata subito, se non pensate che i nostri cervelli, specie se siamo persone che lavorano col cervello, vadano resettati drasticamente in questa direzione: non a pensare come mantenere il lavoro che avevamo, ma a immaginare la creazione di nuovi lavori, per noi, per gli altri, per chi oggi ha 15 anni, per chi consegna la pizza durante le pandemie e non ha manco un’ora di permesso per malattia, a me sembrate più ottimisti di me. Vuol dire che immaginate che fra un anno il lavoro che facevate fino a qualche mese fa esisterà ancora. Ve lo auguro, ma io rispetto al mio non ho nessuna certezza. (E non penso nemmeno che tenermi il lavoro di editor della narrativa americana sia un mio diritto: gli articoli 1 e 4 della Costituzione per me non hanno mai significato che se voglio fare l’editor, lo scrittore, il film-maker, il calciatore, la Repubblica Italiana deve realizzare il mio sogno: significano che deve creare le condizioni perché tutti i cittadini possano trovare impieghi stabili, sicuri per la salute e utili per la comunità.)

Insomma: fra un anno i cittadini di questo paese non avranno bisogno di tanti editor di narrativa americana quanti ce ne sono ora; non mostravano di averne bisogno neanche prima della crisi (perché le librerie già chiudevano, e i magazzini erano già pieni di rese); figuriamoci dopo. Allora posso disperarmi pensando a quanto è ingiusto il mio destino, o mettermi a pensare come battere la concorrenza degli altri editor di narrativa americana in modo da restare a galla più a lungo di loro (scegliere libri più paraculi? aprirmi un profilo Instagram dove parlare dei libri che scelgo? farmi assumere da Mondadori?). Ma a me sembra molto più sensato cominciare a immaginare che futuro costruire per gli editor di narrativa americana (e i musicisti, i giornalisti, gli attori, i fonici, le insegnanti di salsa, gli agenti immobiliari, eccetera eccetera eccetera), che non ce la faranno.

A immaginare questo futuro mi stanno aiutando due economisti, Mariana Mazzucato e Fabrizio Barca, e il lavoro che stanno facendo con i loro gruppi di ricerca. Leggete i loro libri, ascoltate le loro interviste. Ascoltate le cose che dice Barca, per esempio, qui. Leggete le proposte del Forum Disuguaglianza e Diversità, che mette insieme, per elaborare un piano di azione economica progressista, forze laiche e cattoliche e del terzo settore. Barca è un ex ministro; Mazzucato è consulente di una task force di governo. Non sono parolai e non arringano col megafono un pubblico di venti persone, sono figure autorevoli e riconosciute come tali, che lavorano con team di esperti. Le loro idee non sono lontane dai tavoli dei decisori politici. Ma non basta, se le loro idee non permeano il paese. Bisogna far sì che queste idee, queste proposte, questa idea di stato diventino temi di cui parlare coi nostri amici, con le nostre famiglie, coi nostri colleghi; prepararsi a dare battaglia per queste idee. Questo vuol dire per me essere di sinistra, in Italia, oggi.

Buon 25 aprile. Cerchiamo di arrivare al Primo Maggio con delle idee nuove in testa.

 

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“Topeka school”, il nuovo romanzo di Ben Lerner https://minimaetmoralia.it/libri/topeka-school-romanzo-ben-lerner/ https://minimaetmoralia.it/libri/topeka-school-romanzo-ben-lerner/#respond Thu, 09 Apr 2020 07:52:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42925 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

È un romanzo a chiave: in America, il paese degli avvocati, le scuole partecipano ai campionati di retorica. Non è la retorica di Cicerone, del ragionare e costruire un mondo, quella nel libro non compare; invece “un ragazzino con indosso un completo della misura sbagliata era in grado di parlare della crisi in Kashmir come se ne avesse un’idea precisa[,] la raffinatezza formale poteva compensare la scarsità della sostanza”. Nel 1997, Adam, maturando, cresce tra queste gare, l’affine gangsta rap, e la comunità di psichiatri di provincia cui appartengono i genitori, due ex newyorkesi sofisticati. Un giorno diventerà un poeta sensibile e impegnato, come Lerner, ora è un ragazzino con la parlantina che deve confrontarsi con temi oratori come: «La caduta del Muro di Berlino segna il trionfo globale della democrazia liberale?»

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

È un romanzo a chiave: in America, il paese degli avvocati, le scuole partecipano ai campionati di retorica. Non è la retorica di Cicerone, del ragionare e costruire un mondo, quella nel libro non compare; invece “un ragazzino con indosso un completo della misura sbagliata era in grado di parlare della crisi in Kashmir come se ne avesse un’idea precisa[,] la raffinatezza formale poteva compensare la scarsità della sostanza”. Nel 1997, Adam, maturando, cresce tra queste gare, l’affine gangsta rap, e la comunità di psichiatri di provincia cui appartengono i genitori, due ex newyorkesi sofisticati. Un giorno diventerà un poeta sensibile e impegnato, come Lerner, ora è un ragazzino con la parlantina che deve confrontarsi con temi oratori come: «La caduta del Muro di Berlino segna il trionfo globale della democrazia liberale?»

Topeka School  (uscito in Italia per Sellerio) fa girare una saga famigliare intorno a quell’anno senza eventi. Oscilliamo tra l’umanesimo steroideo della scuola, dei maschi selvaggi, e l’interessante vita professionale dei genitori, che si occupano di disagio giovanile e ruolo della donna nel patriarcato. Ogni tema è affrontato con esaustiva profondità in lunghi, fluidi capitoli che hanno l’unico difetto di far sentire troppo la chiave: la retorica, e quindi il linguaggio, il gioco di potere, l’analisi, la lingua come simbolo soverchiante: “Come interagire con Amber in un modo che rendesse evidente la sua differenza in positivo rispetto agli altri tipi, in quanto poeta, protofemminista e futuro iscritto all’Ivy League, senza però annullare nel contempo la propria virilità? Con il cunnilingus: l’arte della linguistica…”.

Come si vede, al centro c’è la formazione di Adam, che è l’adolescenza di Lerner raccontata in terza persona con uno stimolante senno di poi: “Uno di loro, quando la storia riprenderà il suo cammino, diventerà uno dei principali architetti del governatorato più a destra che il Kansas abbia mai conosciuto, operando tagli radicali ai servizi sociali e all’istruzione…”. Siccome il romanzo è scritto per un pubblico che legge non fiction, pubblico che Lerner ha conquistato con l’ibrido Nel mondo a venire, anche questo romanzo profuma di non fiction: si consegna come documento della Storia che porta a Trump, e Martina Testa, oltre a tradurre bene lo arricchisce di note che ci rinfrescano la memoria sui fatti di politica e costume con cui Lerner ritrae il suo paese infantile e rissoso (“l’America è un’adolescenza senza fine”), trumpiano ante-litteram.

Questa chiave – il presente è fatto di quella retorica frattanto esplosa nel populismo reazionario – si stabilisce in via definitiva con l’ultimo capitolo, una coda ambientata oggi che non “spoilera” niente anzi starebbe bene anche come introduzione. È un dittico di scene, una sull’attivismo politico e una su quello privato. Adam-Ben, in veste di padre, affronta la retorica della polizia e quella di un altro padre che al parco giochi non interviene a limitare i comportamenti del figlio, un irritante bulletto che monopolizza lo scivolo. Con finezza, Lerner illustra come tutta la retorica di cui si è detto nel corso del libro, quella tendenza ad asfaltare, si giochi poi nel pubblico e nel privato, e dobbiamo usarla anche noi, a fin di bene.

Questa coda “spiega” a cosa è servito raccontare il 1997. Topeka School ci chiede una lettura complice e usa un apparato romanzesco, tra virgolette postmoderne, per tenere il timone della nostra lettura quasi fossimo a un’orazione pubblica.

Questo atto di forza e di retorica risulta insieme affascinante e immorale, ma merita, perché Lerner, che nel libro precedente aveva giocato con verità e finzione imponendosi come scrittore guida della nuova generazione americana (la letteratura americana giovane è una competizione molto simile alle gare di retorica dei licei e deve sempre avere un vincitore; Lerner ha preso il posto di David Foster Wallace, amante dal canto suo di linguistica e dizionari), qui si gioca tutta la vincita precedente sfidando il classico romanzo di provincia a tossire la sua bruttezza intrinseca, il marciume classista, razzista e misogino che si raccoglie sotto la parvenza di semplicità della brava gente della nazione.

In patria il romanzo è stato accolto pacificamente dai quotidiani principali: non si è notato come Lerner abbia forzato la mano. Ci si dovrebbe chiedere invece dove il poeta Lerner stia cercando di portare la sua introspezione.

Topeka School lascia indizi in certe frasi un po’ prog: “Dovrebbe esistere una parola per indicare il sollievo che prova quando l’architettura attorno a lui diventa abbastanza specifica da risultargli poco familiare ma non inquietante come le catene di ristoranti”. Molto di questo romanzo è scritto così, nello sforzo da vate di dare senso a ogni cosa, contro la trama e la drammaturgia, che non sembrano preoccupazioni di quest’epoca, serie tv permettendo.

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Ribellarsi nell’America segregazionista. “Un altro tamburo” di William Melvin Kelley https://minimaetmoralia.it/libri/ribellarsi-nellamerica-segregazionista-un-altro-tamburo-william-melvin-kelley/ https://minimaetmoralia.it/libri/ribellarsi-nellamerica-segregazionista-un-altro-tamburo-william-melvin-kelley/#respond Wed, 13 Nov 2019 07:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41614 di Giorgia Sallusti

«What we did was to help our generation realize
They got to get busy cause it wasn’t gonna be televised.»
Gil Scott-Heron, Message to the Messengers

In The Tempest, scritta intorno al 1610, William Shakespeare arma Prospero delle seguenti parole: «But as ’tis, we cannot: he does make our fire, fetch in our wood, and serve in offices that profit us. What ho! Slave! Caliban! Thou earth, thou!», e così nel primo atto entra in scena Caliban lo schiavo. È selvaggio, bestiale, deforme, «fango» lo chiama Prospero; soprattutto, Caliban è nero. Caliban è fango anche per i personaggi di The Turner Diaries (in Italia per Bietti editore col titolo La seconda guerra civile americana), romanzo distopico di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce) del 1978, manifesto e bibbia dei suprematisti bianchi ancora oggi. Macdonald-Pierce ipotizza una guerra civile che porti alla pulizia etnica di tutti i non bianchi (neri, asiatici, ebrei), spazzati via dal Nordamerica, e renda finalmente gli Stati Uniti lo specchio della Gerusalemme celeste cantata nell’Apocalisse di Giovanni. Ma se i neri scomparissero dall’America, sarebbe davvero così? E se ne andassero di loro spontanea volontà?

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«What we did was to help our generation realize
They got to get busy cause it wasn’t gonna be televised.»
Gil Scott-Heron, Message to the Messengers

In The Tempest, scritta intorno al 1610, William Shakespeare arma Prospero delle seguenti parole: «But as ’tis, we cannot: he does make our fire, fetch in our wood, and serve in offices that profit us. What ho! Slave! Caliban! Thou earth, thou!», e così nel primo atto entra in scena Caliban lo schiavo. È selvaggio, bestiale, deforme, «fango» lo chiama Prospero; soprattutto, Caliban è nero. Caliban è fango anche per i personaggi di The Turner Diaries (in Italia per Bietti editore col titolo La seconda guerra civile americana), romanzo distopico di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce) del 1978, manifesto e bibbia dei suprematisti bianchi ancora oggi. Macdonald-Pierce ipotizza una guerra civile che porti alla pulizia etnica di tutti i non bianchi (neri, asiatici, ebrei), spazzati via dal Nordamerica, e renda finalmente gli Stati Uniti lo specchio della Gerusalemme celeste cantata nell’Apocalisse di Giovanni. Ma se i neri scomparissero dall’America, sarebbe davvero così? E se ne andassero di loro spontanea volontà?

Tucker Caliban è uno che ha «qualcosa di speciale nel sangue», forse quella stessa forza che aveva l’Africano, il leggendario schiavo da cui discende, che a mani nude spezzava le catene. Da suo figlio First Caliban, cognome assegnato loro dal padrone, il generale Willson alla fine dell’Ottocento, si arriva fino a Tucker, che incontriamo negli anni Cinquanta mentre lascia lo stato. Situato tra Mississippi e Alabama, questo luogo immaginario ma radicalmente verosimile di cui non ci viene detto il nome, è lo stato nel quale William Melvin Kelley cala il romanzo Un altro tamburo (NN, traduzione di Martina Testa), scritto nel 1962 ma ambientato cinque anni prima. «Nel giugno del 1957, per ragioni ancora da stabilire, tutti gli abitanti neri dello stato ne hanno abbandonato il territorio. A tutt’oggi è l’unico stato dell’Unione che non conta fra i suoi cittadini neanche un membro della razza nera», scrive Kelley nel primo capitolo.

Cercando di immaginare il vuoto risultante da questo abbandono, Kelley costringe i bianchi di questo Sud letterario a un’analisi della propria condizione, ora aggravata dalla mancanza di quel bacino umano dal quale hanno sempre pescato per i propri «offices that profit us», come dice il Prospero shakespeariano.

I neri in questo stato vivono da uomini liberi, ma poveri e discriminati, sulle stesse terre che hanno visto schiavi i loro antenati; la piazza di Sutton, che attraversano tutti i giorni, si chiama ancora piazza delle Aste. Ma un giorno comincia qualcosa: Tucker Caliban dà fuoco alla propria casa, sparge sale sui terreni, e se ne va assieme alla moglie e al figlio, sotto lo sguardo sbigottito degli abitanti di Sutton. «Comincia cosa, papà?» chiede il piccolo Harold Leland: «Quello che è già cominciato» risponde il padre; così, seguendo l’esempio di Tucker e grazie al passaparola, tutti i neri dello stato partono verso nord per non tornare più.

Un altro tamburo parla di un’assenza, di un esodo volontario e definitivo raccontato dai bianchi che restano: ogni capitolo è un punto di vista privilegiato sull’evento, quella cosa già cominciata. Il racconto corale acquista sfumature diverse via via che cambia il narratore al passaggio di ogni capitolo, fino al personaggio collettivo finale, i bianchi sulla veranda dell’emporio Thomason. Saranno loro a salutare, nel sangue, l’ultimo nero che abbia mai messo piede nello stato: «Lo sapete che questo è il nostro ultimo negro? Pensateci un attimo. Il nostro ultimo negro, per sempre».

C’è il signor Leland, come viene chiamato dai compaesani il bambino Harold; la versione maschile della Scout Finch di Harper Lee nel Buio oltre la siepe, romanzo che lo precede di soli due anni. E se la dimora padronale dei Willson dai tempi del Generale assomiglia all’Approdo della famiglia Finch nel libro di Lee, e Leland senior nella sua casa modesta sembra perseguire la rettitudine del figlio Harold come Atticus fa con Scout: «Io e tua madre stiamo cercando di fare di te un essere umano decente». Ma cos’è questa cosa che stanno facendo i neri? Una ritirata, presumibilmente, perché «se sei rimasto con trenta uomini e gli altri ne hanno trentamila, e allora ti volti e scappi, perché ti dici: Che cavolo, non serve a niente fare i coraggiosi se poi ci restiamo secchi. Indietreggiamo per un pezzo e magari domani gli diamo un po’ di filo da torcere».

È incredulo Dewey, ultimo discendente maschio di quel Willson che comprò l’Africano con mille dollari e per la cui famiglia, da allora, tutti i Caliban hanno lavorato; proprio con lui parla il reverendo Bradshaw della Chiesa risorta del Gesù Cristo nero d’America, sceso nel profondo Sud segregazionista per capire cosa sia successo a tutti quei «neri, signor Willson. Neri. Gente di colore. Facce scure. Scimmie. Bingobongo. Bestie africane. Negri. Neri. Più neri alla stazione di New Marsails, oserei dire, di quanti ce ne siano mai stati, e più di quanti mai ce ne saranno». È così che ha inizio una leggenda.

Figlio del sindacalismo di Marcus Garvey e delle lotte per i diritti dei lavoratori neri, negli anni di Malcolm X e Martin Luther King Jr, Kelley, nato nel 1937 in un sanatorio per tubercolotici a Staten Island dove la madre era ricoverata, entra a Harvard con l’intenzione di seguire la strada dell’avvocatura e occuparsi di diritti civili. Come il reverendo Bradshaw del romanzo, il primo della sua produzione letteraria, lascia l’università a un passo dalla laurea, ma invece di fondare una chiesa si dedica a un preghiera più laica e efficace: la scrittura, tanto da pubblicare quattro romanzi e un buon numero di racconti e articoli, e insegnare scrittura creativa a New York dal 1989 fin quasi alla morte, sopraggiunta nel 2017.

Un altro tamburo è un esordio potente, così tanto da richiamare l’autore al confronto con James Baldwin e William Faulkner, la cui rivelazione consiste nel dichiarare apertamente il peso della popolazione afroamericana – ma grazie alla sua improvvisa partenza. Eppure questo libro è stato dimenticato per lungo tempo, è ricomparso sugli scaffali delle librerie di nuovo nel 2018 grazie al lavoro di riscoperta della giornalista Kathryn Schulz, imbattutasi in una prima edizione di un romanzo del poeta afroamericano Langston Hughes, Ask Your Mama, con dedica a Kelley sul frontespizio: «Inscribed especially for William Kelley ~ on your first visit to my house ~ welcome!».

Si riaffaccia quindi sulla scena letteraria mondiale con la stessa deflagrazione degli anni Sessanta: l’Immigration act del 1965 elimina le quote razziali negli stati americani che erano in vigore dal 1924, eppure ancora oggi c’è chi si lamenta di una perduta bianchezza degli Stati Uniti come uno degli uomini in veranda che assistono all’esodo. E sono, i nostri, gli stessi anni in cui è necessario ribadire che Black Lives Matter, come il movimento per i diritti civili contro la brutalità delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani.

«Ci sono anni che pongono le domande, e anni che danno le risposte», scriveva Zora Neale Hurston nel 1937. Un altro tamburo esce ora in Italia dopo quasi sessant’anni, e ancora non abbiamo le risposte. Non le ha neppure il reverendo Bradshaw, che da questo evento ne esce sconfitto: non è servito a nulla andare al Nord, studiare a Harvard, perché è vicino il momento in cui la gente si renderà conto che non ha più bisogno di uomini al comando: e Tucker è il simbolo di un’azione personale che diventa lotta collettiva. «I Tucker si alzeranno e diranno: “Posso fare quello che mi pare; non devo aspettare che qualcuno mi conceda la libertà; me la posso prendere da solo”».

La famiglia Kelley si trasferisce a Parigi poco dopo il processo agli assassini di Malcolm X, e al rogo del Tempio n. 7 della Nation of Islam. In Francia apprenderà dell’omicidio del dottor King, mentre sarà a Roma quando sentirà dell’assassinio di Kennedy: «era quella che i giamaicani chiamano guerra tribale», dichiarerà Kelley a proposito di quei giorni. Lo scrittore decide quindi di non voler crescere i figli in America: non è giusto, non c’è dignità. Tornerà a New York solo nel 1977, e si stabilirà a Harlem, di cui sarebbe diventato uno dei cantori più raffinati. La trama di Un altro tamburo dipinge le azioni autonome degli afroamericani lungo il racconto dei soli bianchi, lasciati soli, indietro; e resta come la versione letteraria dell’affermazione dello storico Lerone Bennett, Jr., «there is no Negro problem in America. The problem of race in America is a white problem».

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“Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/ https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/#comments Thu, 04 Apr 2019 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39899 Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

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Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

Quello che non è, ed è questo che lo rende interessante e diverso dalle tante pagine e riflessioni a cui siamo abituati quando parliamo di maternità o del suo rifiuto, è una polemica. Siccome è un romanzo, non ho voglia rivelare il finale, il risultato di tanta ruminazione, anche se quasi tutte le recensioni seguite alla sua uscita non si sono fatte questi scrupoli – ma tutto sommato non serve. In queste pagine, Heti davvero si chiede se vuole avere un figlio, lei davvero non sa la risposta quando comincia la sua meditazione che vediamo dipanarsi capitolo dopo capitolo, frammento dopo frammento. Seguiamo il fluire serpeggiante delle sue riflessioni senza davvero sapere in che direzione la porteranno, e noi con lei, se arrivando alle ultime pagine saremo informati che sta per avere un bambino oppure che no, ha deciso di no.

E a noi, interessa? E se sì, perché?

Era appunto il bersaglio della polemica di Solnit, questo eccessivo interesse di tutti sulle scelte riproduttive delle donne, interesse che giustifica le interferenze più poliziesche e impiccione. Solnit ricorda di una sua partecipazione a un festival letterario di molti anni prima, e del modo in cui il suo presentatore aveva dirottato l’intera conversazione sulla sua non maternità:

Il signore inglese che m’intervistava, anziché parlare dei frutti della mia mente insisteva per parlare di quelli dei miei lombi, o della loro mancanza. Continuava a chiedermi perché non avessi avuto dei figli. Nessuna delle mie risposte lo soddisfaceva. A quanto pare era convinto che dovessi averne e trovava incomprensibile che non ne avessi, e così abbiamo parlato di perché non avevo figli, anziché dei miei libri.

Le domande dell’intervistatore erano indecenti, continua Solnit, perché partivano dal presupposto che le donne debbano avere figli, e che il loro fare figli o meno sia in qualche modo affare di tutti. Per arrivare ai giorni nostri e dalle nostre parti, il presidente del Family Day Massimo Gandolfini, pochi giorni fa, ha detto in una conferenza  stampa che “L’unione feconda tra un uomo e una donna resta il nucleo fondante di ogni società umana”. Se qualcuno ancora si chiedesse dove porta quest’idea che la fecondità di ciascuna sia ricondotta alla salute complessiva della società tutta, basterà seguire gli avvincenti sviluppi del congresso nazionale della famiglia a Verona.

Per Solnit, il solo fatto che una domanda possa trovare risposta non ci obbliga a rispondere, e non vuol dire che sia una domanda ammissibile. A chi si impiccia delle faccende del suo utero replica in maniera, secondo la sua definizione, ‘rabbinica’: “perché mi stai chiedendo questo”? Perché certo, chi ti chiede se hai dei figli o se ne avrai, sta di solito creando il pretesto per dirti la sua opinione in merito. La risposta rabbinica di Solnit mi piace, ma mi piace altrettanto e forse di più la risposta di Heti: Quanto tempo hai? Mettiti pure comodo, ci vorranno ore. Che sia o meno una domanda lecita, Heti ha deciso di rispondere, scrivendo un libro, rispondendo quindi pubblicamente – e sono tante le cose a cui ho finito per pensare, leggendola.

Quello che fa una donna del suo corpo non sono affari di nessuno ma interessa a tutti. Io stessa so bene di essere fin troppo interessata alle scelte procreative delle altre, e non so nemmeno perché, dal momento che la mia decisione di non avere figli non è frutto di alcuna tormentata ruminazione ma è stata anzi istintiva, spontanea e autoevidente – mi verrebbe di essere pilloniana e dire, addirittura, “naturale”. La mia ruminazione si è consumata tutta a posteriori, sotto forma di un’insaziabile curiosità verso me stessa e verso quante non provano affatto quell’ impulso che pensavamo, per secoli abbiamo pensato, ci accomunasse e che prendesse tutti a un certo punto della vita, l’istinto di generare – ma la mia curiosità abbraccia tutte, non tralascia nemmeno le spinte e le motivazioni di quante invece sentono che devono assolutamente farlo, un figlio, uno o undici. Cosa c’è dentro di loro che io non ho? Cosa ci ha fatto diverse?

Tra le donne della nostra età la prima cosa che una vuole sapere di un’altra è se ha figli e, nel caso non li abbia, se ha intenzione di farli. È come una guerra civile: tu da che parte stai?

Heti cerca di ricomporre con il pensiero questa partigianeria innecessaria. Vorrebbe capire in cosa consiste l’esperienza dell’avere figli ma, anche, che tipo di esperienza si vive nel non averli, trasformarla in un’azione attiva invece della mancanza di un’azione. 

È questo, più di ogni altra cosa che ci dà un tuffo al cuore: il fatto che le donne senza figli e le madri sono equivalenti; eppure è per forza così: che c’è un’esatta equivalenza e un’uguaglianza, che sia, uguali nel vuoto e uguali nella pienezza, uguali nelle esperienze fatte e uguali in quelle perse, e nessuna delle due strade è migliore o peggiore, più spaventosa o meno irta di paure.

E ciò nonostante, la partigianeria è ovunque. Posso decidere di vedere questo divide et impera, questa eterna riconfigurazione degli stereotipi del merito, come una perfetta strategia sabotatrice del patriarcato. La serafica fattrice, l’angelo del focolare o l’odierna e iper-connessa ‘pancina’. Ma anche la sua ombra, il suo rovescio sinistro: la madre ancestrale, ctonia, generatrice e distruttrice, depositaria del più arcano potere su tutti i viventi (tra cui il più arcano di tutti, decidere chi vivrà e chi non), l’oggetto di un odio inammissibile che ha fatto salpare mille e più misoginie. Da una parte lei, dall’altra le disseccate zitelle della tradizione, le donne bambine, le nevrotiche, le isteriche, ma anche le vincenti, le amazzoni dell’happy hour, le Samantha Jones della nostra immaginazione. Ammetto che raramente resisto alla tentazione di poggiare l’orecchio sul furioso alveare virtuale in cui si agita questo tribunale dell’opinione comune. Di ogni articolo o status che vedo sui media online o sulle piattaforme social, che riguardi l’ultimo memoir di una donna che annuncia la sua fiera decisione, di ogni think piece sulla maternità o sul suo rifiuto, di ogni notizia di cronaca su una famiglia dei record, io leggo i commenti, a volte li copincollo su un documento word. Non so perché lo faccio e non serve che vi dica cosa c’è scritto, cosa leggo, c’è tutto quello che state immaginando.

Ma la partigianeria non ci è imposta, è alle radici della tradizione femminista che abbiamo ricevuto. Da una parte il pensiero della differenza, l’esaltazione del femminino generatore, accudente, sociale e solidale che nella nascita, nella prova fisica del dare alla luce vede l’affermarsi della sua forza superiore, l’antitesi al principio maschile della distruzione, dell’individualismo, del consumo.  Dall’altra, l’idea altrettanto longeva che a nessuna ideologia spetta il compito di definire  cos’è e come dovrebbe essere una donna, e che una rivoluzione, per essere davvero tale, sarebbe un processo grazie al quale queste dicotomie perderebbero di senso. È sempre stato tutto lì, lo era nel 1971, quando nella Dialettica dei Sessi, Shulamith Firestone argomentava che “l’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere […] non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale”.  Questo orientamento poi è passato sotto traccia, troppo massimalista, forse, troppo ‘altro’ rispetto al sentire comune. L’orientamento si è inabissato, si è ritirato sull’Aventino dei campus universitari, ci ha dato le decostruzioni degli anni ‘90, come il pensiero queer, il cyberfemminismo, e ora pare riemergere, si pensi a Xenofemminismo, manifesto politico del collettivo Laboria Cuboniks pubblicato ora anche in italiano da Nero edizioni con la firma di Hester Helen. È riemerso in parte perché c’era bisogno, forse, di ridiscutere l’essenzialismo biologico in cui siamo ricaduti un po’ tutti e in parte perché le due innovazioni tecnologiche che Firestone considerava necessarie perché la sua rivoluzione prendesse forma ora sono realtà o, se non ancora pienamente realizzate, decisamente a tiro di sguardo: la riproduzione artificiale, che può liberare le donne dalla tirannia biologica della procreazione, e la robotica, che rendendo obsoleto il lavoro umano permette di ripensare la necessità della famiglia nucleare come unità di produzione e riproduzione. Placenta artificiale, piena automazione – ammetto che sono tentata di dipingere anche io un tazebao e partire per Verona.

Cosa c’entra tutto questo con Sheila Heti? A prima vista niente, perché il suo romanzo non è, come dicevo, una polemica. Non c’è pugnacità libellistica, non ci sono riferimenti teorici espliciti, non è una perorazione. In queste pagine non vediamo Heti dialogare esplicitamente con le tante altre scritture dell’ambivalenza materna (possiamo averle marginalizzate, dimenticate, ma esistono da sempre, formano quasi un canone e, come ha scritto Valentina Della Seta su Rivista Studio, non sono tutte opere di autrici), la vediamo piuttosto dialogare con le sue amiche, con sconosciuti incontrati per caso, con il tutt’altro che neutrale fidanzato Miles (quando lei gli chiede se non sarebbe bello avere un figlio, la sua risposta è: sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare) con cartomanti e indovine. Dialoga con i messaggi ambigui che riceve nei sogni, e persino con le monete degli I Ching. Il suo libro è un distillato, un compendio di bellissime frasi – quotabile all’infinito, sottolineabile nella sua interezza, è un ricondurre continuo di tutto all’esperienza. La teoria è trascesa, è digerita:

Perché facciamo ancora bambini? […] Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate. Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliano una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli. C’è qualcosa di minaccioso in una donna che non è impegnata coi figli. Una donna del genere dà un senso di instabilità. Cos’altro si metterà a fare? Che razza di guai combinerà?

Il libro di Sheila Heti c’entra perché non si chiama Genitorialità, ma Maternità. La precisazione è pedante ma c’è questo problema, che per quanto gli amici del Family Day si disperino al pensiero che la nostra società stia diventando liquida, su certe cose è rimasta tenacemente solida: per una donna decidere di fare un figlio implica, per forza, diventare madre, e per ciascuna è molto complicato stabilire questo cosa voglia dire. Molte sospettano che, per quanta democratizzazione siamo riusciti a iniettare nella ridefinizione dei ruoli parentali, essere madre resti comunque un format, un format problematico, e che ci penserà il mondo in cui vivi a scaricarti addosso il peso di tutte le sue conflittuali aspettative. Molte pensano che se ha ragione Rachel Cusk, quando nel suo memoir Puoi dire addio al sonno, scrive che una madre, per definizione, non potrà mai più essere sola, dal momento che “un’altra persona è esistita dentro di lei, e anche dopo la nascita vive dentro la giurisdizione della sua coscienza”, se ha ragione lei, e che motivo abbiamo di dubitarne, ci sarà sempre qualcuna che dirà: questo per me non va bene.

Sappiamo tutti che esiste una differenza importante tra l’essere madri e quello che possiamo chiamare ‘il culto istituzionalizzato della maternità’ – culto che, nostro malgrado, possiamo aver interiorizzato un po’ tutti. Le due cose non si equivalgono, non coincidono. Posso immaginarlo bellissimo, un mondo in cui il desiderio di essere madre esiste senza le pressioni esercitate dal culto e anzi, costituisca una sfida al culto. Penso che debba esistere, senz’altro dovrà esistere una via grazie alla quale si potrà essere madri senza sentirsi addosso il fiato della domesticazione, senza sospettare che stiamo collaborando alla nostra civilizzazione, alla normalizzazione di qualcosa che è dentro di noi e che da sempre è guardato con timore.

Ma ci siamo già? È arrivato, questo tempo? E come ci si arriva?

In diverse interviste che ho letto, Heti riflette sul fatto che se gli uomini potessero partorire, la decisione sul fare o non fare figli sarebbe stata la questione cruciale di ogni filosofia dall’alba dei tempi e non, come è ora, un dilemma appiattito e presentato come frivolo, una questione di life style. E non sarebbe, aggiungo io, solo il campo di battaglia in cui si scontrano le conquiste femminili e le destre misogine del mondo. Sarebbe la madre, ma anche il padre di tutte le domande, da sempre, e lo sarebbe in particolare ora, dal momento che beh, siamo in 7,69 miliardi di persone a dovercela porre.

Nascere non è intrinsecamente un bene. Se non nascesse, al bambino non mancherebbe la sua vita. Invece, nulla fa più male alla terra che la nascita di un altro essere umano, e nulla fa più male a un essere umano che venire al mondo.

E con queste due righe Heti ha sintetizzato – in modo molto più succinto e chiaro di quanto abbiano saputo fare loro – il pensiero degli anti-natalisti come David Benatar. Il suo libro chiave, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, è stato pubblicato nel 2006 ma se ne parla molto più oggi, tredici anni dopo – e non soltanto qui in Italia dove, appunto, è stato pubblicato solo quest’anno. Se ne parla perché finalmente stiamo capendo che far nascere o meno è un dilemma che va molto oltre la già ben documentata e infinitamente reiterata ambivalenza femminile in proposito?

Ammetto che mi fa impressione scrivere queste righe mentre leggo di quello sta succedendo a Verona. Parte di me si ricorda che nel racconto dell’ancella, la repubblica di Gilead nasceva più o meno così, con congressi come questo a cui nessuno prestava più di tanto attenzione, e allora mi inquieto. Un’altra parte di me, invece, proprio non ce la fa a prenderli sul serio. Scalmanatevi quanto vi pare, pensa questa parte, ergetevi a difensori della maternità, ma ricordatevi che al dunque ciascuna di noi vota con i piedi (in questo caso non proprio con i piedi) – ognuna fa quello che gli pare. C’è questo di risvolto insperatamente positivo nel fatto che, come dice Heti, le donne vengono sempre fatte sentire come criminali, qualunque scelta facciano, per quanto possano impegnarsi. Le madri si sentono come criminali. E le non madri pure. Se siamo tutte criminali, non importa cosa facciamo. Ognuna fa quello che gli pare.

Come scrisse Clara Sereni tanto tempo fa, quando si tratta di scelta, se fare figli o non farne, l’assenza di qualsivoglia senso di colpa o anche solo disagio è un pezzetto di libertà vera.

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Fare politica, dopo il voto https://minimaetmoralia.it/politica/politica-martina-testa/ https://minimaetmoralia.it/politica/politica-martina-testa/#comments Wed, 21 Mar 2018 13:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36650 Riprendiamo un intervento di Martina Testa apparso originariamente su Medium.

di Martina Testa

I miei amici di Facebook li conosco tutti; sono, quasi senza eccezioni, persone mediamente colte, e progressiste come me. E, senza eccezioni, gli voglio bene. Ma tutti i loro post che ho letto prima durante e dopo le elezioni, post di accuse, controaccuse, sconforto, indignazione e presa per il culo nei confronti, complessivamente, di ogni forza politica italiana, nessuna esclusa, mi hanno stomacata. Tutti salvo uno, quello della mia amica Sabrina, militante di un certo movimento politico fin dalla prima ora, che ha postato una sua foto sorridente con il badge di rappresentante di lista al collo. Era felice di prestare servizio quel giorno al seggio, ed è stata felice del risultato.

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Riprendiamo un intervento di Martina Testa apparso originariamente su Medium.

di Martina Testa

I miei amici di Facebook li conosco tutti; sono, quasi senza eccezioni, persone mediamente colte, e progressiste come me. E, senza eccezioni, gli voglio bene. Ma tutti i loro post che ho letto prima durante e dopo le elezioni, post di accuse, controaccuse, sconforto, indignazione e presa per il culo nei confronti, complessivamente, di ogni forza politica italiana, nessuna esclusa, mi hanno stomacata. Tutti salvo uno, quello della mia amica Sabrina, militante di un certo movimento politico fin dalla prima ora, che ha postato una sua foto sorridente con il badge di rappresentante di lista al collo. Era felice di prestare servizio quel giorno al seggio, ed è stata felice del risultato.

Non ho votato né penso che voterei mai il movimento politico di Sabrina, ma il suo post mi è sembrato la lampante dimostrazione del fatto che certo, oggi in Italia la politica sarà spesso una merda, ma di sicuro è sempre una merda per chi la lascia fare agli altri e la segue in tv, sui media e sui social network.

Non potendone più di pensare alla politica come una merda, di piangere (letteralmente) per quanto è una merda, sabato 17 marzo ho fatto una cosa che in 42 anni non avevo mai fatto: mi sono svegliata alle sei di mattina per prendere il treno e andare in una città lontana dalla mia a sentire un’assemblea — gli Stati Generali — del partito italiano a cui, dalla sua fondazione, mi sento più vicina. Sono stata seduta per sette ore e mezza in un cinema ad ascoltare gli interventi di un segretario dimissionario, della dirigenza e di circa sessanta delegati provenienti da ogni regione italiana, dai grandi centri e dalla provincia, che facevano l’analisi di un voto disastroso, raccontavano gli errori e le storture della formazione delle liste e della campagna elettorale, caldeggiavano diverse prospettive per il futuro.

Alcuni interventi li ho capiti e altri no, alcuni li condividevo e altri no, alcuni erano rabbiosi e frustrati, altri potenti e pieni di entusiasmo, alcuni avevano la lingua tecnica e a volte verbosa dei documenti di partito, altri erano informali e a volte un po’ confusi, altri ancora avevano la precisione e l’efficacia che si vorrebbe sempre dai leader. Particolarmente belli mi sono sembrati quelli di due donne membri della dirigenza, e quelli dei delegati sotto i 25 anni.

Dagli interventi è apparso chiaro che l’assemblea avrebbe riconfermato a grandissima maggioranza l’incarico al segretario uscente, il quale però ha obiettato che non era interessato a una frettolosa riconferma per mancanza di alternative, e ha proposto di tenere in tempi brevi un congresso per ragionare meglio sulle questioni organizzative e la linea politica, e per scegliere eventualmente un’altra dirigenza. Mozione approvata all’unanimità.

Pur non essendo iscritta al partito, non avendo mai fatto politica in prima persona, non dovendo scrivere di questa giornata per nessuna testata, pur non avendo insomma nessuna concreta posta in gioco, ma essendo spinta solo dalla curiosità e da un’urgenza che direi esistenziale, per sette ore e mezza non ho mai aperto Facebook, non mi sono mai distratta, non mi è mai venuto sonno, non mi è mai venuta voglia di uscire a fumare. A me piace andare ai festival letterari, alle presentazioni dei libri, ai concerti, a guardare la partita con gli amici, a ballare, alle serate di stand up comedy, nei posti dove la gente sta insieme a fare cose. Ma raramente mi è capitato di rimanerci per così tanto tempo di fila senza perdere interesse. Quando sono uscita avevo un umore molto migliore di quello che avevo quando ero entrata (che era suppergiù: ma come cazzo ti è venuto in mente, hai dormito tre ore e ti sei fatta 400 chilometri per venire a sentire quattro marginalissimi come te che si parleranno addosso). Non mi illudo che questa esperienza possa ripetersi due, cinque, dieci volte con lo stesso effetto. Ma stavolta è andata così, e sono contenta di averla fatta.

C’è una morale? C’è una morale, sì, ed è questa: se la politica non vi interessa, a posto così, avrete altro a cui pensare; ma se riveste per voi qualche interesse, se occupa dello spazio nei vostri pensieri, se vi stimola delle reazioni emotive a volte forti, allora vorrei raccomandarvi, non so, non dico di provare a farla, ma anche solo di cominciare ad andare a guardarla fare. Possibilmente da chi la fa con autentica passione e competenza. Credo che dobbiamo smettere di mortificarla soltanto guardandola in tv, leggendola sui giornali, scrollandola su Twitter, commentandola su Facebook e riducendola a meme. In quel modo lì mi sembra che la politica ci stia facendo solo schifo, e che ci stia facendo solo male. Questa cosa può (e deve, in fretta) cambiare.

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Perdersi con Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/#comments Wed, 21 Dec 2016 13:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33157 di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

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di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

Il processo evolutivo e il reale rispondono, insomma, solo a un principio autoconservativo, e forse già qui affonda il primo pilastro del loitering del titolo originale del libro: ogni tentativo di ricostruzione, di confronto con le proprie radici – familiari, sociali, culturali – e di rappresentazione di una geografia esistenziale attraverso luoghi, situazioni, personaggi e oggetti, assecondano un bisogno di sopravvivenza non tanto identitaria quanto fisica e psicologica.

È per questo che un traguardo non c’è, che è tutto un perdersi, attardarsi, girare in tondo alle trame di se stessi: il naufragare è dolce proprio perché il mare che si affronta è una tempesta, perché siamo al tempo stesso l’onda che si abbatte e il legno che si schianta e cola a picco.

Ed è per questo che il perdersi del titolo non fa altro che consacrare la sua antitesi, il ritrovarsi (così come, proustianamente, il tempo è perduto e insieme ritrovato), perché in questi testi di D’Ambrosio ogni spunto di autobiografia – sia esso la corrispondenza come unica forma di comunicazione con il padre, la degenerazione di un litigio domestico sfociata in massiccio intervento della polizia o la visita a un ecovillaggio di Austin – che innesca una scrittura capace di portarti in giro per una psicogeografia tutta americana alla velocità delle galoppate autostradali di Neal Cassady attraverso il continente in una via crucis costellata anche di stazioni che pretendono un tributo amaro e silenzioso, è un modo per sentirsi sani e salvi alla fine del viaggio, toccarsi le diverse parti del corpo per rassicurarsi di essere tutti interi, ritrovarsi – appunto – a rifiatare una consapevolezza sempre nuova di se stessi.

Da una Seattle in cui l’autore stenta a riconoscersi agli anfibi che il fratello indossava quando si è suicidato (impossibile dimenticare l’immagine che ne offre D’ambrosio: questo paio d’anfibi, riempiti di sassi, a tenere strette le lettere del fratello, che campeggia sulla scrivania dell’autore); dalla cronistoria familiare del rapporto col denaro (nonno allibratore, padre broker e insegnante di finanza, e lui giovanissimo risparmiatore di dollari d’argento) ai destini dei giocatori d’azzardo nel piccolo bar gestito dallo zio nei sobborghi di Chicago le cui vite creano l’esatta sovrapposizione tra perdere e perdersi (losing e loitering sembrano così evidenziare una loro radice comune); dall’esperienza simil-beat di viaggiare sui treni merci e dalla trasversale opinione sulla caccia alle balene nel «profondo Ovest» alla Hell House di Dallas e al suo posticcio olocausto di orrore che invece di creare repulsione verso il degrado umano, ne legittima una fascinazione; dalla bellezza della prosa grezza di Brautigan ai temi del suicidio e del silenzio che percorrono sotterranei tutta l’opera di Salinger: tutto compone un mosaico che altro non è se non uno specchio in cui riflettersi per constatare di essere vivo e vitale.

E le tessere di questo mosaico sono le ferite fisiche e le cicatrici della memoria, la galleria di personaggi e di odori della «novità americana», le mappe metropolitane e gli scorci di nature incontaminate, per una lunga elegia sulla solitudine, intima dell’autore, dei personaggi che cattura anche con mezza riga di descrizione perfetta («aveva la bellezza rozza e sinistra di un porno divo», «era quasi nano e sembrava una scultura abbandonata, un proposito dimenticato»), delle città dell’Ovest e dell’America intera,  nel collaudato «processo brutale» che è «la costruzione degli americani».

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Vent’anni di Infinite Jest https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/appunti-su-un-discorso-su-infinite-jest/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/appunti-su-un-discorso-su-infinite-jest/#comments Mon, 01 Feb 2016 14:00:48 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=666 Esattamente vent'anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l'occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»...) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

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fritz

Esattamente vent’anni fa usciva negli Stati Uniti Infinite Jest. Ripubblichiamo per l’occasione un saggio di Christian Raimo sul romanzo di David Foster Wallace, originariamente apparso su Lo Straniero.

TEMI

Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pannolone per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere

IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)

Un’intervista a Wallace: «Avete mai letto Larry Niven? È veramente un grande scrittore, fantascienza d’altissimo livello. Parla di gente con i fili impiantati nel cervello. Trovate tecnologiche di questo genere ce ne sono un sacco in IJ. Si collegano al tuo cervello e ti danno la possibilità di avere un sistema attraverso il quale tu ti attacchi a una presa in un muro e i tuoi centri del piacere vengono stimolati. E in Niven – e io non avevo letto Niven prima di aver pubblicato IJ – questi tizi con i fili in testa muoiono. Perché non mangiano e non bevono niente. Una specie di orgasmo continuo. Dunque, se ci fosse la tecnologia disponibile e uno avesse i soldi per farlo, e tu potessi in pratica darti un bacio d’addio per tutto il resto della tua vita, lo faresti? Io non ne ho idea. E quello che è interessante è che 60, 70 anni fa la persona media avrebbe risposto: “Assolutamente no. Solo i perversi, i devianti, gente dalla volontà corrotta potrebbe comportarsi così”. Oggi penso che l’individuo morale medio risponderebbe: “Sinceramente non lo so”. Anche a me piacerebbe dire di no, ma la prima volta che sono stato veramente depresso e la vita mi sembrava una merda, mi sarei collegato volentieri a una presa». (con David Wiley, Minnesota daily, 27.2.1997)

Paranoia

La paranoia come stato basico della percezione del mondo. DeLillo lo mostra in modo meraviglioso in Rumore bianco, dove la quotidiana comprensione della realtà è completamente devastata dalle abitudini provocate dall’intrusione dei media (i bambini si fidano che piove solo se lo sentono alla radio) e dalla diffusione degli psicofarmaci (l’utopia del libro è la quest di una pillola che curi dalla paura della morte, ossia dall’umanità stessa).

Ma un mondo colonizzato dalla paranoia, questo è chiaro a DeLillo come a Palahniuk come a Saunders come a Wallace…, non esaurisce né annulla la gamma emozionale, ma la perverte/trasforma, e crea quelle non così fantascientifiche possibilità dell’umano. «…Ed è per questo che Hal e Schacht gli hanno regalato per il suo ultimo compleanno un poster che hanno messo sopra una mensola della stanza di Pemulis, e nel poster c’è un re divorato dalle preoccupazioni con una grande corona in testa che siede sul trono e si gratta il mento e rimugina, con una didascalia: SÌ, SONO PARANOICO – MA SONO ABBASTANZA PARANOICO?» (IJ, p. 1376).

Televisione

(…)
«Questo gap generazionale nella concezione del realismo dipende, ancora, una volta, dal ruolo della tv. La generazione di Americani nati dopo il 1950 è stata la prima per cui la televisione era un qualcosa con cui vivere invece che un semplice qualcosa da guardare. I nostri vecchi tendono a considerare l’oggetto televisione come le ragazzine smaliziate negli anni venti consideravano le automobili: una curiosità diventata prima una forma di divertimento e poi di seduzione vera e propria. Per gli scrittori più giovani, la tv fa parte della realtà tanto quanto le Toyota o gli ingorghi» («E unibus pluram», in Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), minimum fax 1999, p.85). La televisione ha formato le nostre coscienze al punto che si può parlare di era pretelevisiva e post-televisiva, e al punto in cui la televisione non soltanto occupa di stanza il nostro immaginario presente, ma ha finito con l’informare anche tutti gli altri nostri sentimenti.

«Mi manca la TV», disse Orin, guardando di nuovo in basso. Non sorrideva più con distacco. «La vecchia televisione delle trasmissioni commerciali. […] Mi mancano le pubblicità a volume più alto dei programmi. Mi mancano le frasi “Ordinalo subito prima di mezzanotte” e “Risparmia più del 50 percento”. Mi manca quando dicevano che i programmi erano stati filmati in studio davanti a un pubblico vero. Mi mancano gli inni a tarda notte e le riprese della bandiera e i jet da combattimento e i capi indiani con la pelle color del cuoio che piangevano davanti ai rifiuti. Mi mancano “Sermonette” ed “Eversong” e le videate di prova e quando ti dicevano a quanti megahertz il trasmettitore stava trasmettendo. […] Mi manca di prendere in giro le cose che amavo. Come quando ci riunivano nella cucina con le piastrelle a scacchi di fronte al vecchio scatolame Sony a raggio catodico la cui ricezione era sensibile agli aeroplani e prendevamo in giro l’insulsaggine commerciale della roba trasmessa. […] Mi manca quella roba con un denominatore così basso che potevi guardarla e sapevi in anticipo quello che avrebbero detto gli attori. […] Mi mancano le repliche estive. Mi mancano le repliche infilate in fretta nei programmi per riempire gli intervalli degli scioperi degli scrittori o degli attori. Mi mancano Jeannie, Samantha, Sam e Diane, Gilligan, Hawkeye, Jed e tutti gli altri onnipresenti mostri della televisione. Capito? Mi manca vedere e rivedere sempre le stesse cose». (IJ, p.799)

La pubblicità

(…)

L’invasione degli oggetti

(…)

L’adolescenza

I ragazzini diciottenni allievi dalla Enfield Academy di tennis non sono protagonisti di racconti di formazione. I ragazzini in Wallace non si formano, perché il loro mondo dell’adolescenza è già iperformato, e le scelte esistenziali che in genere spettano a quest’età, all’età della ragione, sono state già (non) fatte da qualcun altro, o da una volontà impersonale della società. Quali sono le possibili alternative esistenziali in una società dove l’autorealizzazione (leggi, il successo mediatico) e l’orgoglio di quest’autorealizzazione possono essere considerate le uniche possibilità di una vita degna di essere vissuta?

Un tentativo serio e commovente di rispondere Wallace lo fa in uno dei suoi primi saggi, L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano, in cui dopo aver descritto la vita di un uomo schiacciato fin dall’età di cinque anni dalla devozione assoluta per quella epitome dello show-business che è lo sport professionistico, così conclude: «A prescindere dal fatto che finisca o meno nella top ten e che diventi un nome conosciuto da tutti, Michael Joyce è, in altre parole, un uomo completo (anche se in una maniera grottescamente limitata). Ma vuole di più. Non maggiore completezza; non pensa in termini di virtù o di trascendenza. Vuole essere il migliore, vuole che il suo nome sia famoso, vuole sollevare trofei da professionista sopra la propria testa voltandosi pazientemente in ogni direzione verso i fotografi e le telecamere. È un americano e vuole vincere. Questo vuole, ed è disposto a pagare per ottenerlo ed è disposto a pagare con la gioia senza rimpianti di un uomo per cui il problema della scelta è diventato irrilevante molto tempo fa. Per Joyce, a 22 anni, è già troppo tardi per qualunque altra cosa: ci ha investito troppo, c’è dentro fino al collo. Penso che sia tanto fortunato quanto sfortunato. Lui dice che è felice, e dice sul serio. Augurategli buona fortuna». (Tennis, tv…, cit., p. 300)

La tecnologia

(…)

Vedere

Una delle più grandi impasse nella possibilità di trasmettere emozioni attraverso la letteratura deriva semplicemente dal fatto che la maggior parte di noi ha sviluppato un’iperconsapevolezza del proprio sguardo, si vede vedere(1). L’equazione fallace è semplicemente questa: maggiore possibilità di comunicare non vuol dire maggior comunicazione, ma può voler significare anche una crescita delle difficoltà di aprirsi nei confronti degli altri, una nascita di psicosi provocate da quella contraddizione in termini della società delle immagini che recita: «Cerca di essere spontaneo».
Per esempio: da un saggetto-nel-romanzo, che sta dentro IJ: «Venne fuori che c’era qualcosa di tremendamente stressante nelle interfacce telefoniche visuali, che in quelle solo audio stressante non era stato affatto. Gli utenti videofonici sembrarono rendersi improvvisamente conto di essere caduti in un’insidiosa ma stupenda illusione riguardo alla telefonia solo vocale. Non l’avevano mai notata prima, l’illusione – è come se fosse stata così complessa sul piano emozionale da poter essere capita solo nel contesto della sua perdita. La buona vecchia conversazione telefonica tradizionale solo audio consentiva di presumere che la persona dall’altro lato stesse prestando un’attenzione completa alla telefonata […]. Si giungeva a credere di poter ricevere la completa attenzione di qualcuno senza doverla ricambiare. […] La video-telefonia rese questa fantasia insostenibile». (IJ, p. 196)

La matematica nella fiction

(…)

Le ferite

Quando Marco Cassini e Martina Testa hanno raccolto i testi per l’antologia dei Burned children of America (minimum fax), non cercavano altro che i migliori racconti inediti dei migliori nuovi scrittori americani. Non avevano una tendenza da mostrare, e in molti casi si sono ritrovati per problemi di diritti a ripiegare su delle seconde scelte. Fatto sta che l’antologia che hanno curato mostra delle affinità di fondo tra i racconti, e la più emergente è quella della continua presenza di traumi fisici, esemplificazione ostentata di un disagio morale talmente pressante da esplodere sulla pelle: e allora escoriazioni, mutazioni, amputazioni, ustioni, deformazioni. Remote o recenti.

I personaggi di IJ hanno spesso la stessa attitudine a imporsi ferite. E c’è qualcosa di virtuosistico in quest’autolesionismo, quasi si dovesse trovare una nuova e più intensa forma di pietà per venire incontro a questi uomini cutaneamente addolorati. James O. Incandenza si suicida infilando la testa in un forno a microonde la cui chiusura elettronica ha precedentemente sabotato in modo che funzionasse anche con lo sportelletto aperto, Eric Clipperton gioca e vince sempre i suoi match di tennis puntandosi una pistola alla testa e minacciando di spararsi in caso di sconfitta.
Il programma radiofonico di culto dei ragazzi della Enfield e della Ennet è E adesso più o meno sessanta minuti con Madame Psychosis. C’è una puntata in cui lei fa il suo struggente Discorso della Montagna: «Obesità. Obesità con ipogonadismo. Anche obesità morbosa. Lebbra nodulare con facies leonina. Gli agromegalici e gli ipercheratosici. Gli enuretici, quelli con gli spasmi da torcicollo. Quello con il naso incurvato. Quelli con gli arti atrofici. E sì, i chimici e matematici puri, anche quelli con il collo atrofico. Scleredema adultorum. Quelli che trasudano, quelli con la dermatite seborroica. […] Gli idrocefalici. I tabescenti e i cachettici e gli anoressici. Quelli con il morbo di Brag con le loro pesanti piaghe di carne rossa. Quelli con l’angioma e il carbonchio o gli steatocriptici, o Dio salvi tutti e tre. Sindrome di Martin- Amat, dici? Vieni avanti. Quelli con la psoriasi, con l’eczema. Gli scrofodermici. Gli steatopigi a forma di campana, con i vostri pantaloni speciali. Gli afflitti da Pityriasis Rosea. C’è scritto: Venite tutti a me, voi detestabili. Beati i poveri in corpo perché di loro…» (IJ, p. 251)

Le metafore

(…)

La possibilità del riconoscimento del male radicale come cammino soterico

La società americana, sembrano dire i vari Burned children, sembra una società del tutto diseducata al senso di colpa, alla consapevolezza del male, una società infinitamente autoindulgente. Per questo l’identificazione del male, della colpa può avere un effetto deflagratorio all’interno di una prospettiva di soffocamento della coscienza. La teoria del male in IJ comprende le variazioni di un male inspiegabile e di un dolore abissale come viatico alla possibilità stessa di riconquistare una dimensione etica, preclusa da un’esistenza normalmente votata a un grado estetico (nei due sensi: visivo, di piacere).

Franzen che parla del mistero: «Il senso di solitudine e inutilità e smarrimento che la frammentazione sociale può produrre – tutta roba che si può raccogliere sotto la generica intestazione o’connoriana di mistero – è già sufficiente per etichettarla come malattia. Una malattia ha delle cause: anomalie nella chimica del cervello, abusi sessuali infantili, il patriarcato, le disfunzioni sociali. E ha anche delle cure: Zoloft, terapia di recupero della memoria, il Contratto con l’America, il multiculturalismo, il World Wide Web. Una cura parziale, o meglio ancora, una serie infinita di cure parziali, ma, in mancanza d’altro, anche la semplice consolazione di sapere che hai una malattia – qualunque cosa è meglio del mistero. La scienza aggredì il mistero religioso molto tempo fa. Ma fu soltanto quando la scienza applicata, sotto forma di tecnologia, modificò sia la richiesta di narrativa che il contesto sociale in cui la narrativa veniva scritta, che noi scrittori ne avvertimmo in pieno gli effetti».

(il male)

Una scena con Kate Gompert, una tizia gravemente depressa e il suo medico, l’interno. È lei (con una potenza poetica pari a dei brani sulla follia e la sofferenza di Sylvia Plath o di Sarah Kane), è lei che parla per prima: «”Me l’hanno già fatto l’elettroshock e mi hanno tirato fuori. Le infermiere con le scarpe da ginnastica chiuse nei sacchetti verdi. Le iniezioni antisaliva. Quell’affare di gomma per la lingua. L’anestesia totale. Solo qualche mal di testa. Non mi dispiaceva affatto. So che tutti pensano che sia orribile. Quella vecchia cartuccia2 con Nicholson e l’indiano gigante. È una visione distorta. Ti fanno la totale qui, vero? ti addormentano. Non è così male. Lo faccio volentieri”. L’interno stava scrivendo sulla tabella la cura che la ragazza voleva ricevere, era un suo diritto. Scriveva molto bene per essere un dottore. Mise tra virgolette il suo mi tiri fuori. Quando Kate Gompert si mise a piangere per davvero lui stava aggiungendo la sua domanda postvalutativa: E poi?»

QUESTIONI STILISTICHE

Il realismo

La sfida del realismo è la sfida (per cui la mimesi ha già in sé una forza etica) che Wallace non si esime dall’affrontare, ma non prima di averla riformulata tenendo conto della ridefinizione avvenuta da parte dell’invasione (spesso dittatoriale) della rappresentazione per immagini. La questione è la stessa con cui a metà degli anni novanta si trova a fare i conti Jonathan Franzen, quando si pone il problema di come essere un romanziere popolare. In Forse sognare (in “Harper’s” 1996, ora in Come stare da soli, Einaudi 2003) Franzen si mostrava ossessionato dal potere nefasto nella formazione simbolica esercitato dalla televisione e dai media in generale: come fare sì che il romanzo non venga ridotto a una reliquia culturale? Come è possibile contrastare il dominio della mitopoiesi commerciale? Wallace non ha mai questo tono manicheo nei suoi saggi; piuttosto ogni volta sembra avere a cuore la comprensione della continua trasformazione di ciò che viene richiesto a uno scrittore, gli standard di percezione del reale, la sua capacità di rielaborazione.

«Realismo letterario a un mondo degli anni novanta la cui definizione è stata deformata dal segnale dell’antenna. Proprio perché uno dei più grandi compiti della narrativa realistica era di rendere possibile il passaggio oltre i confini, aiutando il lettore a superare le barriere dell’individualità e della geografia, a inventare e a mostrarci genti, culture e modi di essere mai visti e neppure sognati. Il realismo rendeva ciò che è strano familiare. Oggi, che noi possiamo mangiare cucina messicana con le bacchette, mentre ascoltiamo musica reggae e, attraverso un satellite sovietico, vediamo al telegiornale la caduta del muro di Berlino – cioè oggi che quasi ogni dannata cosa ci si presenta come familiare – non è certo sorprendente che la parte più ambiziosa della narrativa realista contemporanea sta cercando in tutti i modi di rendere ciò che è familiare strano”. (Tennis, tv…, cit., p. 78)

Il mimetismo fonetico e il mimetismo visivo: queste sembrano due sotto-sfide all’interno della sfida del realismo, che ha in mente Wallace quando scrive. La possibilità di arrivare a uno sguardo e a una voce, si direbbe, fenomenologicamente pura: rispetto allo standard radiofonico e fotografico al quale siamo abituati dalla confidenza con la nostra normale attività di fruitori di entertainment, si dovrà pensare allora di tendere a un grado maggiore di realismo, a un iperrealismo spesso epifanico, dove quell’iper ha la stessa funzione catartica nei confronti dell’espressività, che nei dipinti di Estes o Going.

Vocabolario

Aprendo a caso IJ: «Nodo kekuliano», «nubi teratogene», «prospettiva anticonfluenzionale», «il compagno di stanza adoneideo»…. Il lessico di Wallace è uno dei più estesi della letteratura contemporanea; le sue traduzioni italiane di riflesso delineano uno degli italiani più ricchi oggi esistenti: capaci di abbracciare con una compenetrazione capillare campi linguistici disparatissimi, la botanica come il gergo del rap, la teoria dei numeri come la chimica degli psicotropi. L’enciclopedismo per Wallace è una questione personale che diventa rilevante letterariamente e anche politicamente. Sua madre ha curato l’edizione di diversi vocabolari (Avril, la madre dei tre fratelli Incandenza nel libro riveste un ruolo importante nella associazioni di correttisti The Grammarians of Massachusetts) e nel saggio Tense present uscito su Harper’s, racconta di quando, lui piccolo, nella famiglia Wallace si faceva questo gioco a tavola: se c’era uno dei bambini che sbagliava una parola o un’espressione, la signora Wallace faceva finta di rimanere soffocata dal cibo, finché il bambino non si correggeva.

Nello stesso saggio la questione principale è il dibattito tra grammatici prescrittivisti e grammatici descrittivisti (e i vocabolari corrispettivi) e quella che potrebbe essere una lunga digressione accademica «arida come la polvere», finisce col riformulare attraverso l’analisi dei vocabolari, e dei vocabolari d’uso soprattutto, questioni di non mera lettera: l’importanza di una autorevolezza storica non paradigmatica in una lingua contro i riduttivisti del cambiamento; la molteplicità di fattori apparentemente marginali nell’evoluzione di una lingua (come per esempio l’eufonia: l’espressione Where’s it? suona molto peggio metricamente dello scorretto Where’s it at?); il disegno orwellianamente eufemistico del politically correct; e soprattutto il razzismo intrinseco del linguaggio americano standard insegnato nelle scuole (l’americano medio bianco è solo un dialetto in mezzo ad altri dialetti dell’inglese).

Gli elenchi e le anafore

Se si vuole essere realisti e quindi si vuole riflettere mimeticamente sulla pagina il senso di accumulo che respiriamo come non farlo con gli elenchi e le anafore? Come Rick Moody nel libretto-intervista Col pianoforte ero un disastro che rivendica anche teoricamente l’elencofilia come impronta forte della sua generazione di scrittori. Oppure con due pagine intere di «poveri in corpo», l’intera cinematografia di James O. Incandenza (che comprende titoli come L’unione dei grammatici teorici di Cambridge, L’uomo che cominciò a sospettare di essere fatto di vetro, Accordo pre-nuziale di inferno e paradiso…), oppure tutte le cose che si possono scoprire in una struttura statale di recupero da Sostanze: «Che le persone dipendenti da una Sostanza che smettono all’improvviso di assumere quella Sostanza soffrono spesso di una forma perversa di acne papulosa che può durare mesi in attesa che gli accumuli di Sostanza abbandonino lentamente il corpo. […] Che esiste una categoria di persone che porta la foto del proprio medico nel portafogli. […] Che si riesce ad avvertire una specie di microsballo anfetaminico se si consumano in rapida successione tre Millennial Fizzy e una confezioni di biscotti Oreo a stomaco vuoto. (Per avere il microsballo bisogna però riuscire a trattenerli nello stomaco, cosa che i vecchi residenti spesso dicono ai nuovi.) […] Che alcune persone sembrano dei roditori. Che certe prostitute tossicodipendenti hanno più difficoltà. Che certe prostitute tossicodipendenti hanno più difficoltà a smettere con la prostituzione che con la droga, fornendo poi una spiegazione che riguarda l’opposta direzione del flusso di denaro nelle due attività. […] Che ci sono persone alle quali semplicemente non piacete, qualsiasi cosa facciate. […] Che anche il gioco d’azzardo può essere una fuga abusabile, e così il lavoro, lo shopping, rubare nei negozi, e il sesso, e l’astinenza, e la masturbazione, e il cibo, e l’esercizio fisico, e la preghiera/meditazione, e lo stare così vicino al vecchio cartuccia-visore D.E.C. del TP della Ennet House da avere il campo visivo interamente invaso dallo schermo e l’elettricità statica che ti pizzica il naso. […] Che è possibile imparare cose preziose da una persona stupida. […] Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. […] Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso che poi ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un Dio o meno piuttosto in basso nella lista di cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano». (IJ, pp. 270-275)

ironia, meta- e image-fiction

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«Surrealmente astratto e melodrammatico”: ironia e Alcolisti Anonimi

Il cinema del regista James O. Incandenza, patriarca della famiglia Incandenza, fondatore della Enfield Academy, e regista sperimentale viene definito così, «surrealmente astratto e melodrammatico» a pag. 91 di IJ. Questa stessa definizione sembra quella che si adatta meglio all’intero libro.
«Gli Alcolisti Anonimi della Ennet House sono una delle due comunità più importanti di protagonisti di IJ (l’altra è composta dai tennisti della Enfield Academy) e le loro storia, le loro possibilità retoriche hanno la funzione di creare uno set limitato di regole strutturali significanti rispetto al possibile caos di un virtuosismo postmoderno. Negli AA la forma narrativa è sempre funzionale. Sia il postmoderno che la narrazioni degli AA sono risposte a quella frammentazione che Wallace descrive nella sua metafora della festa. Ma dove il postmoderno risponde alla frammentazione con una frammentazione della struttura narrativa, le narrazioni degli AA rendono coerente il materiale frammentato. I membri degli AA imparano tutti a raccontare la propria storia in una nuova forma che ristruttura la loro identità. Forniscono un complesso di convenzioni narrative che permettono ai membri di comprendere se stessi in quanto alcolisti e in quanto membri degli AA. Queste convenzioni narrative condivise inoltre eliminano le differenze concettuali e stilistiche che potrebbero bloccare la comunicazione. Dal punto di vista formale, i testi postmoderni vanno in direzione opposta. Inventano nuovi blocchi concettuali e stilistici che rendono la comunicazione una sfida più stimolante». (Brooks Daverman, The Limits of the Infinite: The Use of Alcoholics Anonymous in «Infinite Jest» as a Narrative Solution after Postmodernism, Senior Honors Paper, Oberlin College, 25 aprile 2001.)

Nel saggio E unibus pluram, nel 1990 (citato sopra), Wallace pronosticava (cogliendo nel segno) che la prossima generazione emergente di scrittori sarebbe stata capace di elaborare una nuova retorica credibile dell’empatia, dell’ingenuità, della melodrammaticità. In questo senso il percorso di discesa e risalita degli AA riflette questo bagno di purificazione che è necessario alla narrativa.

«”E insomma a quarantasei anni mi tocca imparare a vivere in base a dei luoghi comuni”, è quanto Day dice a Charlotte Treat subito dopo che Randy Lenz ha chiesto l’ora, ancora una volta, alle 08.25h. “Devo piegare la mia volontà e la mia vita ai luoghi comuni. Un giorno alla volta. La calma è la virtù dei forti. Comincia dal principio. Il coraggio è la paura che ha detto le preghiere. Chiedi aiuto, Sia fatta la Tua e non la mia volontà. Funziona se ci credi. Cresci o vattene. Non mollare”» (IJ, p. 360)
«Come fanno le cose squallide a essere squallide? Come mai di solito la verità non è soltanto non interessante, ma anche antiinteressante?» (IJ, p. 478)

Le ellissi

Perché un libro di 1434 pagine è costituzionamente ellittico e falsamente ricorsivo?
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Il postmoderno

Il postmoderno è stato un movimento liberatorio, cruciale per la letteratura americana tra gli anni sessanta e settanta (i nomi da tenere a mente sono i soliti Pynchon, Gaddis, Coover, Barth, Elkin, Barthelme). Parallelamente, altri autori percorrevano (più singolarmente) strade stilistiche più penetrate in una tradizione di fiction realista: Carver, Paula Fox, DeLillo, Roth… I migliori scrittori americani contemporanei sono cresciuti nutrendosi dei migliori principi di queste due specie di prospettive e oggi tentano di lavorare su/superare quei limiti che le due visioni implicavano, integrandole.

«Per me, gli ultimi anni del postmoderno mi hanno dato un po’ l’impressione tipo quando stai al liceo e i tuoi stanno fuori, e tu organizzi una festa… Per un po’ è fico e ti dà un senso di grande libertà, del genere dionisiaco quando il gatto è fuori. Ma poi il tempo passa e la festa diventa sempre più un casino, tu ti sballi di droghe… e quindi gradualmente cominci a sperare che i tuoi genitori ritornino e restaurino qualche cazzo di ordine nella tua casa… è la sensazione che percepisco della mia generazione di scrittori e intellettuali o quello che è: sono le 3 del mattino e il cuscino ha parecchie bruciature e… speriamo che il bordello finisca» (Dall’intervista di Larry McCaffery, An Interview with David Foster Wallace, «Review of Contemporary Fiction», 13, 2 (1993), 127-50.)

Cosa deve avere uno scrittore oggi in più rispetto agli altri scrittori?

(La soluzione: la morte del romanzo diventa la morte nel romanzo, la crisi del romanzo diventa la crisi nel romanzo).
Credo che siano due le principali caratteristiche che fanno di Wallace «senz’altro il più geniale fra i giovani scrittori americani», come recita senza pudore la quarta di copertina dell’edizione italiana di IJ.

La prima è il riuscire a superare, nella scrittura, gli standard di appeal che l’entertainment stabilisce a dispetto della letteratura. Wallace scrive dialoghi che sono più intensi, profondi, scoppiettanti, eufonici, incisivi, divertenti… delle più alte vette cinematografiche e televisive. Wallace sa immaginare una serie di scene che sono figurativamente più esplosive e originali di qualsiasi film ad altissimo budget. Wallace conosce alla perfezione i meccanismi di seduzione che esercitano le immagini, e sa come rovesciare o intensificare questi meccanismi. La sua non è mai una scrittura di retroguardia, per lui la letteratura non è mai un genere in disuso dell’arte. Ma il genere massimo, la possibilità rinascimentalmente enciclopedica di conoscere il mondo e di dire la propria.

La seconda è la capacità di percepire i limiti e la finitezza della stessa pratica letteraria. Wallace racconta di avere avuto La Crisi precocemente, a 21 anni: non aveva progetti, non sapeva che fare della sua vita, avrebbe voluto implodere e mandare alle ortiche il proprio talento. Il racconto che sancì, a suo dire, la sua vocazione è il sublime The baloon di Donald Barthelme, una storia surreale e bizzarra su una mongolfiera in cui alla fine lo scrittore stesso confessa ai lettori che tutte quelle righe non derivano altro che dalla nostalgia della persona amata. Credo che chi scriva debba almeno una volta, se non ciclicamente, confrontarsi, sul senso più profondo del mettere delle parole sulla carta. E debba leggersi oltre a The baloon, Lost in the funhouse di John Barth, il wallaciano Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, il saggio sulla malattia del padre di Jonathan Franzen, il racconto Demonology di Rick Moody… È la contingenza necessaria della letteratura: che non serve a salvarci l’anima, ma aiuta a farci sapere come è fatta.

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Rileggere “La Strada” di McCarthy dopo essere diventato padre https://minimaetmoralia.it/letteratura/rileggere-la-strada-di-mccarthy-dopo-essere-diventato-padre/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rileggere-la-strada-di-mccarthy-dopo-essere-diventato-padre/#comments Fri, 15 Jan 2016 14:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29650 Questo articolo è uscito sul blog dell'autore, che ringraziamo.

di Fabrizio Coppola

Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

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Questo articolo è uscito sul blog dell’autore, che ringraziamo.

di Fabrizio Coppola

Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

Avevo regalato la mia copia a un amico, una sera di diversi anni fa: ci eravamo messi d’accordo per una cena all’ultimo minuto, io volevo regalargli quel libro perché stava attraversando un momento difficile e pensavo che gli avrebbe fatto bene leggerlo, così non avendo il tempo per andare in libreria avevo preso la mia copia, avevo scritto una dedica sul frontespizio e gliel’avevo portata quella sera. Prima di allora l’avevo letto anche in versione originale, attratto dalla forza di quella scrittura così efficacemente resa dalla traduzione di Martina Testa. E l’altro giorno, aggirandomi nel salotto, nella libreria che contiene i libri di m, l’occhio mi era finito sul dorso del volume. Pochi istanti dopo ero sul divano, immerso nella lettura. Ora che ho finito di rileggerlo, realizzo che in qualche modo sapevo che avrei voluto tornare su quelle pagine dopo essere diventato padre ‒ una di quelle cose che sai anche se non in maniera consapevole.

Finito il caffè sono venuto qui nel mio studio per recuperare la copia in inglese e sfogliarla. L’ho estratta dallo scaffale e neanche il tempo di girarmi che alcuni libri sono scivolati fino a colpire una cornicetta che è precipitata al suolo producendo un rumore spaventoso nel silenzio della casa delle 6:26. Sarà un segno, forse? mi sono chiesto.

L’ho finito in due giorni, usando il poco tempo libero che ho in questo periodo. Ne ho letto la maggior parte seduto sul divano, con la piccola g tra le braccia, avviluppata in una copertina di lana di colore blu. Non mi ha fatto male come le altre volte in cui l’avevo letto. Anzi, a un certo punto mi son detto che questo romanzo è pieno di luce, una luce che in pochi forse hanno riconosciuto. La luce che anima le persone che lottano per ciò in cui credono anche quando tutto sembra o è perduto, la luce della volontà, che poi alla fine, molto spesso, è l’unica cosa che ci resta. Questo racconto atavico di un uomo in lotta contro l’orrore e la morte, una morte onnipresente nell’assenza di un qualsiasi, minimo accenno del suo contrario, la vita, spazzata via in ogni sua forma da un olocausto nucleare, eccezion fatta per alcuni pochi (s)fortunati esseri umani che si trovano a vagare in un mondo carbonizzato e deceduto nel tentativo di sopravvivere in un qualche modo.

Alcuni passi li ricordavo quasi a memoria (il bunker antiatomico, la barca a vela, l’uccisione di uno dei cannibali) e anche se il libro ormai lo conosco bene, la scrittura così secca e coinvolgente me lo ha fatto sembrare un romanzo nuovo a me sconosciuto ‒ o, forse, sconosciuto al me di adesso. La luce, dicevo. A ben pensarci, sembra quasi un romanzo sull’ottimismo, per assurdo, sul mantenere un atteggiamento disperatamente positivo anche quando il mondo intorno è crollato (in questo caso, in senso letterale…). Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà, diceva qualcuno. E un’altra cosa che mi è venuta in mente è che La strada e il suo protagonista sono assolutamente privi di eroismo. Quell’eroismo madido di retorica che oggi fa apparire come straordinari gesti (che dovrebbero essere) banali ed elementari e che le cronache ci spacciano quotidianamente per macinare qualche clic in più in favore dei contratti pubblicitari. Invece non c’è nulla di eroico nella vicenda dell’uomo e del bambino. E il tono e la scrittura di McCarthy ci suggeriscono più volte che è così. E anche se il narratore non giudica né in un modo né nell’altro la scelta compiuta dalla madre, quella cioè di rinunciare all’esistenza in un mondo in cui ogni esistenza sembra impossibile ‒ o forse lo è, quando si presenta priva delle caratteristiche che oggi per noi ne definiscono il concetto ‒, allo stesso modo non giudica neanche le scelte dell’uomo. Si limita a registrarle. A raccontarcele.

La scrittura di McCarthy non cerca di farci empatizzare con il protagonista quanto piuttosto di descriverci minuziosamente, con un miracoloso gioco di dentro e fuori, di immagini dell’esterno che riecheggiano le sensazioni interne, la realtà che sta vivendo. Una realtà che sfugge quasi alla comprensione, una realtà quasi irreale nelle sue caratteristiche principali, una nuova realtà che non ha nulla a che fare con quella alla quale siamo abituati: sole, cieli blu, animali, alberi, piante giù giù fino a strade, ponti, case, città, ogni cosa è scomparsa, cancellata o ricoperta dalla cenere di una Dust Bowl atomica che rimane il tratto distintivo di questo nuovo mondo, la cui caratteristica principale è quella di non essere quasi pensabile per quanto è lontano dal vecchio mondo.

Niente retorica quindi, così come niente eroismo. Ma moltissima paura, un terrore sbiancato come le ossa esposte dei morti che i due incontrano lungo la strada. Una paura che ci parla, a noi ex benestanti della ex classe media di questo nuovo mondo occidentale post-crisi, post-crescita, post-industriale, post-espansione continua, post-culturale, ecc. Una paura che si nasconde nel nostro cuore mentre seduti nei nostri divani di fronte alla libreria ‒ che orgoglio, tutti questi dorsi ordinati di tutti questi libri che ci vantiamo di aver letto e in qualche fortunato e raro caso addirittura compreso ‒ culliamo tra le braccia un qualche piccolo alieno di neonata indifesa appena precipitata lì dal grande nulla che ci precede e che ci attende. Un terrore che era già nei nostri cuori prima che arrivasse lei. E prima che leggessimo questo romanzo. E che resterà con noi, accanto a quella luce che sgocciola dalle pagine del libro. E che, forse, sarà la nostra fortuna.

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10:04, Ritorno al futuro https://minimaetmoralia.it/cinema/ben-lerner-ritorno-al-futuro/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ben-lerner-ritorno-al-futuro/#respond Wed, 21 Oct 2015 13:36:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28809 Celebriamo il Back to the Future day, dedicato alla saga di Robert Zemeckis, con un piccolo estratto da uno dei libri più belli usciti in Italia quest'anno, Nel mondo a venire dello scrittore americano Ben Lerner (pubblicato da Sellerio, che ringraziamo). Il titolo originale del libro, 10:04, fa riferimento all'ora in cui in Ritorno al futuro un fulmine colpisce un orologio, consentendo a Marty McFly/Michael J. Fox di tornare nel suo presente.

traduzione di Martina Testa

Le ombre degli alberi che si piegavano sotto il vento sempre più forte fuori dalla finestra si muovevano sopra l’immagine proiettata sul muro bianco e divennero parte del film, quasi andassero a tempo con gli arpeggi di cetra della colonna sonora: com’è facile passare da un mondo a un altro, dissi a me stesso, e poi ad Alex, che mi zittì: avevo la pessima abitudine di parlare durante i film. Continuammo a guardare finché Alex non si addormentò e Orson Welles non fu ucciso dalla mano di un amico a Vienna, e sentivo la pioggia intensificarsi sul piccolo lucernario che temevo venisse presto mandato in frantumi da qualche rottame volante.

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Celebriamo il Back to the Future day, dedicato alla saga di Robert Zemeckis, con un piccolo estratto da uno dei libri più belli usciti in Italia quest’anno, Nel mondo a venire dello scrittore americano Ben Lerner (pubblicato da Sellerio, che ringraziamo). Il titolo originale del libro, 10:04, fa riferimento all’ora in cui in Ritorno al futuro un fulmine colpisce un orologio, consentendo a Marty McFly/Michael J. Fox di tornare nel suo presente.

di Ben Lerner

traduzione di Martina Testa

Le ombre degli alberi che si piegavano sotto il vento sempre più forte fuori dalla finestra si muovevano sopra l’immagine proiettata sul muro bianco e divennero parte del film, quasi andassero a tempo con gli arpeggi di cetra della colonna sonora: com’è facile passare da un mondo a un altro, dissi a me stesso, e poi ad Alex, che mi zittì: avevo la pessima abitudine di parlare durante i film. Continuammo a guardare finché Alex non si addormentò e Orson Welles non fu ucciso dalla mano di un amico a Vienna, e sentivo la pioggia intensificarsi sul piccolo lucernario che temevo venisse presto mandato in frantumi da qualche rottame volante.

Quando il film finì spulciai gli altri titoli e misi Ritorno al futuro, che tempo prima avevo trovato su Fourth Avenue in uno scatolone di dvd buttati via, ma lo guardai senza audio, per non svegliarla.

Attaccai gli auricolari alla radio, me ne misi uno nell’orecchio sinistro e ascoltai le notizie sul meteo mentre Marty viaggiava all’indietro nel tempo fino al 1955 – l’anno, fra parentesi, in cui l’energia nucleare illuminò per la prima volta una città: Arco, nell’Idaho, sede del primo grave incidente a un reattore, nel 1961 – e poi si ingegnava a tornare nel 1985, quando avevo sei anni e i Kansas City Royals vinsero il campionato di baseball, in parte per via di un ridicolo errore arbitrale grazie al quale si andò in gara 7, mentre dal replay era chiaro che Orta doveva essere eliminato in prima base.
Ai protagonisti del film manca il plutonio per alimentare la macchina del tempo, mentre nel mondo reale il plutonio si è infiltrato nel suolo di Fukushima: Ritorno al futuro precorreva i tempi. Guardando il film in silenzio cominciai a preoccuparmi per i reattori di Indian Point, poco più a nord lungo l’Hudson.

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“Nel mondo a venire”, un oggetto narrativo di incerto statuto https://minimaetmoralia.it/libri/ben-lerner-nel-mondo-a-venire/ https://minimaetmoralia.it/libri/ben-lerner-nel-mondo-a-venire/#comments Sat, 02 May 2015 05:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26199 Questo articolo è apparso su alias/il manifesto. (Fonte immagine)

di Luca Briasco

C'è una parola insolita che ricorre con cadenza regolare in Nel mondo a venire, titolo, meravigliosamente infedele, con il quale Sellerio propone ai lettori italiani 10.04, secondo, acclamato romanzo di Ben Lerner (292 pagine, 16 euro, traduzione, davvero eccellente, di Martina Testa). Si tratta del termine "propriocezione", mutuato dalla neurologia, che indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. Fondamentale al fine di mantenere il controllo dei movimenti, la propriocezione è una virtù imprescindibile, per il protagonista di questo strano oggetto narrativo, sospeso tra realtà e invenzione della realtà, tra passato e futuro, tra morte e vita.

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Author Ben Lerner visits the the Metropolitan Museum of Art in New York.

Questo articolo è apparso su alias/il manifesto. (Fonte immagine)

di Luca Briasco

C’è una parola insolita che ricorre con cadenza regolare in Nel mondo a venire, titolo, meravigliosamente infedele, con il quale Sellerio propone ai lettori italiani 10.04, secondo, acclamato romanzo di Ben Lerner (292 pagine, 16 euro, traduzione, davvero eccellente, di Martina Testa). Si tratta del termine “propriocezione”, mutuato dalla neurologia, che indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. Fondamentale al fine di mantenere il controllo dei movimenti, la propriocezione è una virtù imprescindibile, per il protagonista di questo strano oggetto narrativo, sospeso tra realtà e invenzione della realtà, tra passato e futuro, tra morte e vita.

Riconoscere in ogni istante dove ci si trova e raggiungere una sorta di precario e miracoloso equilibrio in una dimensione spaziotemporale che sembra aver perso il proprio continuum: questo imperativo etico e filosofico, dal quale dipende la possibilità stessa di un mondo a venire, è la sostanza più profonda di un libro che ondeggia sinuoso tra più trame e vicende, che divaga, si espande e si comprime, oscilla tra derive autoriflessive, frammenti narrativi di grande potenza, divagazioni sull’arte e sui suoi mille modi di confrontarsi con l’instabilità del reale, nell’ostinato tentativo di cristallizzarla in un oggetto, o nella pagina scritta.

Nel mondo a venire – come del resto il primo e già promettente romanzo di Lerner, Un uomo di passaggio – è, in un certo senso, un libro senza trama, nel quale l’intreccio si costruisce attraverso un cumulo di elementi che appaiono irrilevanti o sconnessi e che la è coscienza centrale dell’io narrante a tentare di ordinare e organizzare in una sequenza interiore, trasformandone o manipolandone il senso al solo scopo di renderli pienamente funzionali ai suoi esercizi di propriocezione. L’innominato protagonista – che coincide in ampia misura, ma non in toto, con l’autore, così come con Adam Gordon, personaggio centrale e narratore di Un uomo di passaggio – si è costruito una reputazione come poeta e critico d’arte, ha una cattedra universitaria a Brooklyn, dove vive, e ha pubblicato da poco, per un piccolo editore, un romanzo accolto con grande favore, anche se non con grandi vendite. Sull’onda di questo succès d’estime, ha venduto al New Yorker un racconto che la sua agente ha proposto a diversi editori come se fosse il nucleo di un nuovo romanzo, fino a strappare un anticipo spropositato.

Nel frattempo Alex, la migliore amica del protagonista, gli chiede di aiutarla a concepire un figlio attraverso la fecondazione intrauterina, e nello stesso torno di tempo al narratore viene diagnosticata una malformazione congenita dell’aorta che, ove dovesse aggravarsi, lo costringerebbe a un delicato intervento. Il presentarsi in contemporanea di due prospettive diametralmente opposte – la morte e il prolungamento di sé attraverso la paternità – innesca una riflessione sul tempo, sulla presenza del passato e la proiezione nel futuro che segnano la quotidianità di un presente incerto e instabile. E le peregrinazioni del protagonista in una New York resa con straordinaria, imagistica vividezza si trasformano in un esercizio da flaneur nel quale in gioco entrano al contempo il destino personale dello scrittore – e per suo tramite dei vari esemplari umani che affollano le vie della città – e la possibilità per la letteratura di riprendere a raccontare il mondo, facendone propria e riproducendone la perenne precarietà.

Se in Un uomo di passaggio le ansie e le incertezze di Adam Gordon, sospeso tra la coscienza oscillante del proprio talento poetico e la sensazione di essere solamente un impostore e un plagiario, subivano una scossa forse definitiva con gli attentati alla stazione ferroviaria di Madrid, e l’irruzione brutale di una tragedia collettiva, in Nel mondo a venire le vicende narrate si collocano nell’intervallo tra due uragani che colpiscono New York nel medesimo anno e che creano una strana atmosfera ovattata e subacquea, di attesa, sospensione e inquietudine, prefigurando lo scenario di un’apocalisse sempre vicina e sempre rimandata, acquattata nel futuro come un predatore in attesa, ma anche capace di segnare il presente, trasformando i rapporti umani, le aspettative di vita, le aspirazioni e gli obiettivi.

Più che un romanzo, si diceva, questo di Lerner è un oggetto narrativo nel quale realtà e finzione, poesia e prosa, descrizione e illustrazione (il libro è dotato, come già Un uomo di passaggio, di un apparato iconografico che risulta totalmente organico alla storia e alla scrittura) coesistono e si armonizzano per forza di stile e ragionamento. All’invito della sua agente, che lo esorta in questi termini: “Ricordati solo che questa è la tua occasione di raggiungere un pubblico molto più vasto”, e che sembra alludere a un romanzo che sviluppi “una trama chiara, geometrica”; descriva “le facce, anche quelle della gente al tavolo accanto”, e garantisca “che il protagonista subisca un drammatico cambiamento”, il narratore-autore oppone un’idea di libro nel quale a subire un cambiamento sia solo la sua aorta, dimodoché, alla fine, tutto sia “uguale, solo un po’ diverso”.

Un’idea che si traduce nella determinazione di “sostituire il libro che avevo proposto all’editore con il libro che state leggendo ora, un’opera che, come una poesia, non è una storia vera né di fantasia, ma un guizzare fra le due cose”. Il racconto del New Yorker non si dilaterà più, dunque, “in un romanzo sulla frode letteraria, sulla falsificazione del passato, ma in un vero e proprio presente vivo di molteplici futuri”.

La falsificazione del passato, la sua reinvenzione attraverso il plagio, era già stata un tema portante di Un uomo di passaggio, e anche in questa seconda opera narrativa di Lerner occupa uno spazio, ma tutto residuale, nelle false lettere che fanno la loro comparsa in alcune pagine del libro, autentici plagi dello stile epistolare di alcuni grandi poeti, primo fra tutti Robert Creeley. Ma Nel mondo a venire vuole essere qualcosa di diverso: una riflessione sui futuri che si affacciano nel presente, e lo cambiano; un elogio dell’arte che accetta di accogliere in sé l’indeterminato, ciò che è ancora di là da venire, facendone oggetto di discorso.

Sospesi tra poesia meditativa, autofiction, racconto, riflessione filosofica, lo stile e il progetto di Lerner hanno i loro precedenti più ovvi – e subito notati dalla critica – in autori europei come Sebald o Carrère, inventori di pastiche narrativi non meno radicali. E tuttavia, nell’esaltazione consapevole, programmatica e innovativa di un’immaginazione sospesa tra arte e filosofia, cognitivismo e neuroscienza, così come nella capacità di mettersi in scena come autore e insieme differenziarsi da se stesso, oggettivarsi dentro la storia, questo romanzo deve tanto anche al Richard Powers di Galatea 2.2 o di Orfeo. Lerner sembra volerne ripercorrere le tracce e la ricerca estetica, forse con minor rigore e maggiore varietà di toni e registri, spaziando tra comicità e piccoli e grandi drammi con una leggerezza e ampiezza di respiro che hanno dell’ammirevole, e che gli sono valsi l’omaggio di autori importanti, da Franzen a Eugenides. Resta da chiedersi quale sarà il suo prossimo progetto, e se sia lecito attendersi un ulteriore passo avanti verso uno stile e una grammatica del racconto sempre più depurati da orpelli e da tutto ciò che non sia propriocezione.

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Al limite estremo della finzione: Ben Lerner, o di come il meta-romanzo può diventare poesia https://minimaetmoralia.it/libri/ben-lerner-o-di-come-il-meta-romanzo-puo-diventare-poesia/ https://minimaetmoralia.it/libri/ben-lerner-o-di-come-il-meta-romanzo-puo-diventare-poesia/#comments Fri, 27 Mar 2015 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25882 di Fabrizio Spinelli

Uno dei pensieri fissi che faccio quando sono a letto e non riesco a dormire, esattamente tra le aspirazioni igieniche e la formazione che schiererei per la prossima partita della squadra per cui tifo, è l'immagine dei faldoni di fogli che Marcel Proust riempirebbe parlando di Facebook e Whatsapp se qualche scienziato lo riportasse in vita. Tutte le sue riflessioni su assenza e presenza (assenza nella presenza e presenza nell'assenza), su essenza e rappresentazione, sugli infiniti spettri semantici irradiati da un nome, avrebbero trovato nei social network un ambiente biologico unico. È un'idea banale, ma di notte mi rilassa. Ci ho ripensato, insolitamente in un'ora diurna, leggendo lo straordinario 10:04 di Ben Lerner (uscito in Italia il 19 febbraio per Sellerio, con il titolo di Nel mondo a venire, traduzione di Martina Testa), e più nello specifico questo passo: una mail ricevuta da una vecchia amica che annuncia che il marito, Bernard, un anziano professore di letteratura, cadendo si è rotto una vertebra del collo, scatena nel narratore una riflessione in cui tempo e spazio si scambiano metonimicamente, procedimento proverbialmente proustiano.

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10-04

(Fonte immagine)

di Fabrizio Spinelli

Uno dei pensieri fissi che faccio quando sono a letto e non riesco a dormire, esattamente tra le aspirazioni igieniche e la formazione che schiererei per la prossima partita della squadra per cui tifo, è l’immagine dei faldoni di fogli che Marcel Proust riempirebbe parlando di Facebook e Whatsapp se qualche scienziato lo riportasse in vita. Tutte le sue riflessioni su assenza e presenza (assenza nella presenza e presenza nell’assenza), su essenza e rappresentazione, sugli infiniti spettri semantici irradiati da un nome, avrebbero trovato nei social network un ambiente biologico unico. È un’idea banale, ma di notte mi rilassa. Ci ho ripensato, insolitamente in un’ora diurna, leggendo lo straordinario 10:04 di Ben Lerner (uscito in Italia il 19 febbraio per Sellerio, con il titolo di Nel mondo a venire, traduzione di Martina Testa), e più nello specifico questo passo: una mail ricevuta da una vecchia amica che annuncia che il marito, Bernard, un anziano professore di letteratura, cadendo si è rotto una vertebra del collo, scatena nel narratore una riflessione in cui tempo e spazio si scambiano metonimicamente, procedimento proverbialmente proustiano.

«Leggendo provai quella che stava diventando una sensazione familiare: il mondo si ricombinava intorno a me mentre io metabolizzavo le parole comparse su un display a cristalli liquidi. Fra le notizie personali più importanti che avevo ricevuto negli ultimi anni, erano così tante quelle che mi erano arrivate via smartphone mentre ero in giro per la città che avrei potuto segnare su una mappa, rappresentare geograficamente, gli eventi principali, di fatto, dei miei primi anni dopo i trenta. Attaccare una puntina sul muro o piantare una bandierina su Google Maps in corrispondenza del Lincoln Center, dove, accanto alla fontana, avevo ricevuto la telefonata con cui Jon mi informava che, per chissà quale complesso di ragioni, un nostro amico si era sparato; cerchiare il Noguchi Museum di Long Island City, dove avevo letto il messaggio (“Scusate l’email cumulativa”) inviato da una cugina stretta per descrivere le tragiche condizioni del suo bambino appena nato; mentre facevo la fila su Atlantic Avenue, e dagli altoparlanti della vicina moschea usciva un gracchiante adhan, avevo ricevuto l’annuncio del tuo matrimonio ed ero rimasto sconvolto da quanto ero rimasto sconvolto, distrutto, cominciando poi una spaventosa curva discendente durata varie settimane, tanto peggiore perché era un imbarazzante cliché; mentre ero nelle toilette del punto vendita Crate and Barrell di SoHo – i migliori bagni semipubblici di Lower Manhattan – avevo appreso di aver vinto una borsa di studio che mi avrebbe portato oltremare per un’estate, e quindi avevo finito per associare l’incrocio fra Boradway e Houston Street con tutto quello che era successo in Marocco; a Zuccotti Park avevo saputo che la mia ragazza di allora non era, al contrario di quanto credeva, incinta; mentre compravo dei calzini da sera a prezzo scontato ai grandi magazzini di Century 21, di fronte a Ground Zero, mi era stato comunicato via sms che un amico di Oakland era stato portato in ospedale dopo che la polizia gli aveva spaccato le costole. E così via: ciascuna di queste esperienze di ricezione restava, di fatto, in situ, così che ogni volta, tornando in una zona dov’ero stato raggiunto da una notizia importante, scoprivo che quella notizia e un’eco delle conseguenti emozioni mi aspettavano ancora come una tenda di perline».  

E solo poche pagine dopo, uscendo in strada dopo una visita al malato, il narratore dirà che «I bip di un furgoncino della FedEx in retromarcia diventarono il cardiofrequenzimetro di Bernard», così come nelle Recherche il tintinnìo di un cucchiaino su una tazza diventa la martellata di un ferroviere sulla ruota di un vagone di un treno durante una sosta verso Parigi (che a sua volta diventa il bosco che Marcel osserva durante quella sosta).

La trama di 10:04 può essere riassunta così: un poeta di trentatré anni (alter ego di BL stesso) che ha scritto un romanzo di successo e che ha ricevuto un lauto anticipo per scriverne un altro, vive una serie di esperienze cruciali che lo costringono a fare i conti col proprio tempo. Conti che si trasformano in una riflessione sul Tempo in generale.

Che il Tempo sia al centro dell’opera è chiaro fin dal titolo, il quale più o meno esplicitamente rimanda a The Clock, un’installazione video di Christian Marclay lunga 24 h e formata da spezzoni di film e programmi TV montati in sequenza (in modo da scorrere in tempo reale). Ogni spezzone indica l’ora esatta, tramite o un’inquadratura o un dialogo. Tempo del film e tempo storico sono perfettamente sincronizzati (quando nel film compaiono le 14:53 sono le 14:53 anche nella realtà etc). Il narratore va più volte a vedere quest’opera, assiste anche al momento climatico delle 00:00, e il video torna spesso nelle sue riflessioni, così come il mitico Ritorno al futuro, o la nota epigrafe di Benjamin all’Angelus Novus di Paul Klee («Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle»). Ciò ha chiaramente conseguenze endemiche nelle struttura del libro. Non solo la scansione temporale del racconto (quella che i critici chiamano diegesi) non è lineare: il libro si apre con una prolessi (un salto in avanti, il momento in cui il narratore firma alla sua agente il contratto per il libro che sta scrivendo e che noi stiamo leggendo), per poi proseguire in maniera abbastanza lineare, prima di subire altri scossoni in avanti e indietro, di raggiungere nel racconto il momento dell’inizio (la firma del contratto, che praticamente viene rinarrata), per poi proseguire in maniera oscillante fino alla fine, che sembra racchiudere sincronicamente tutti i tempi insieme. Non solo dunque la struttura diegetica è abbastanza ingarbugliata, ma all’interno di una stesso paragrafo possono oscillare più tempi, legati da una continuità tematica o esperienziale:

«La qualità della foto è troppo alta per essere plausibile», dissi, «e non ci sono stelle».

«“L’angolazione è incompatibile con le ombre, e fa pensare all’uso di una luce artificiale”», disse lei – era una citazione – con gli occhi che cominciavano a diventare lucidi.

All’università Alex era uscita con un laureando in astrofisica totalmente privo di senso dell’umorismo, che adesso era il più giovane ordinario di qualcosa al MIT; dopo qualche mese di crescente intimità si era sentita obbligata a farci conoscere. Ci vedemmo per cena a un ristorante cambogiano non lontano dal campus dove, scollandomi una lattina dietro l’altra di Angkor, insistetti che l’atterraggio dell’Apollo sulla luna era stato una messainscena. Mi ci ostinai così tanto che il tipo credette che fossi quantomeno mezzo serio e la cosa lo mandò fuori di testa. Quando ormai la cosa aveva smesso di essere divertente da un pezzo, e dopo che Alex aveva più volte tentato di cambiare argomento, stavo ancora enumerando con grande passione le presunte incongruenze nelle immagini e nei racconti degli astronauti. […]

Adesso eravamo seduti fianco a fianco sulle altalene in mezzo al grande giardino poco curato sul retro di una casa di New Platz e, dopo aver indicato la luna gibbosa ben visibile nel cielo diurno sopra di noi, mi ero rimesso a elencare le ragioni per cui ero «convinto» che l’allunaggio fosse una truffa. 

Qui un dialogo del passato è riutilizzato nel presente, che viene giustificato tramite un’evocazione del passato. Nel lettore si giustappongono due immagini temporalmente ben distinte (la cena al ristorante cambogiano al college e il dialogo tra i due amici sull’altalena) senza soluzione di continuità. Il risultato è una vera e propria pancronìa, o, usando le parole di Lerner è «come il matte painting: temporalità distinte collassano in una sola».

Rispetto al romanzo d’esordio, Leaving the Atocha station, anch’esso autobiografico, 10:04 è molto più spinto verso il meta-romanzo. Il narratore non ha più bisogno di chiamarsi Adam per mascherare la sua identità, e credo di aver più o meno già detto che la trama (una delle) del libro è l’ormai consueto sto scrivendo il libro che state leggendo. Ma il tema della manipolazione della realtà e della falsificazione dell’esperienza, il fulcro del primo romanzo, è anche qui centrale. Un esempio: Alex, la migliore amica del narratore, deve subire un’operazione odontoiatrica ed è indecisa se scegliere un’anestesia locale o una endovena più invasiva; ugualmente il protagonista di un racconto scritto dal narratore (e che costituirà il fulcro del futuro romanzo…) dovrà sottoporsi alla stessa operazione e allo stesso dilemma. O ancora: l’anziano avanguardista Bernard racconta la storia di un poeta francese dell’800 costretto a falsificare il proprio epistolario per renderlo più appetitoso agli editori e venderlo a un maggior prezzo; omologamente, nei primi progetti del narratore, il  romanzo avrebbe dovuto parlare di un suo alter-ego impegnato in un’identica operazione di falsificazione, e così via. Lo stesso10:04 nella sua totalità dovrà apparire come un’operazione di questo tipo, frutto di un ulteriore allontanamento prospettico, una rielaborazione menzognera di una rielaborazione di un’esperienza più o meno vera (lo stesso autore ci avverte nelle note alle fine del libro che non è mai stato a vedere The clock durante il minuto 00:00, e che la descrizione di quel momento l’ha letta su una rivista).

Quello di Lerner è quindi un gioco di scatole virtualmente senza fine. Sembra procedere a livelli sempre superiori di astrazione: la storia di uno scrittore che falsifica il passato per scrivere un romanzo diviene quasi automaticamente la storia di uno scrittore che nel proprio romanzo inserisce la storia di uno scrittore che falsifica il passato per scrivere un romanzo, e così via. Ma il pregio è che il libro non si limita mai al puro formalismo e interroga continuamente il significato della forma, anzi la sua forma è proprio un’interrogazione sulla forma, che si risolve unicamente in un significato impreciso e sfuggente.

C’è un’ambiguità che domina tutto il libro, temporale e spaziale, e più correttamente propriocettiva, per usare un termine lerneriano. In molti punti la convenzione del realismo sembra piano piano scollarsi, smaterializzarsi, riprodurre l’instabilità percettiva del narratore, la sua improvvisa incapacità di leggere correttamente gli stimoli del reale. Il lettore non è messo nella posizione di capire se questa demenza sia dovuta a una malattia che gli è stata diagnosticata (la sindrome di Marfan, apparentemente asintomatica, ma che porta come disturbo una dilatazione spropositata dell’aorta) o a cause psichiche, o a altro. Ma ciò consente al mondo di apparire, per un momento, «com’è ora, solo un po’ diverso». Nelle prime pagine, mentre il narratore si sottopone a una visita medica, descrive le capacità percettive di un polpo paragonandole alle sue, nella convinzione che sia abitato da un’ intelligenza cefalopode, che si stia realmente trasformando in un polpo. Ma è una convinzione che si riferisce alla scena precedente, quella iniziale del libro (la firma del contratto in un ristorante in cui sono stati serviti dei polipetti), come detto cronologicamente più avanzata rispetto alle successive, creando appunto quel tipo di ambiguità trasversale di cui sopra (prima o dopo, umano o animale, realtà o immaginazione):

Quest’essere riesce a sentire il sapore di ciò che tocca, ma ha una scarsa propriocezione, il cervello è incapace di determinare la posizione del corpo nella corrente, in particolare delle mie braccia, e la predominanza della flessibilità sugli input propriocettivi significa che gli manca la stereognosia, la capacità di crearsi un’immagine mentale della forma complessiva di ciò che tocco: è in grado di identificare le variazioni della consistenza delle superfici, ma non riesce a combinare quei dati in un quadro generale, non riesce a leggere la narrazione realistica che il mondo appare essere. Ciò che intendo è che le varie parti del mio corpo stavano arrivando a possedere una terribile autonomia neurologica non solo in senso spaziale ma anche temporale: il futuro mi crollava addosso man mano che ogni contrazione espandeva, anche solo di un grado infinitesimale, le tubature troppo flessibili del mio cuore. Ero più vecchio e più giovane di tutte le persone presenti nella stanza, me stesso compreso. 

Ma di solito queste oscillazioni propriocettive sono dovute a oggetti che accendono in qualche modo una particolare qualità dello sguardo, trasportando il narratore in una sorta di extradimensionalità: un cartellone pubblicitario, delle stelle filanti, una busta di caffè, una certa vista del ponte di Brooklyn. Ma anche, nel racconto (in terza persona) inserito nel romanzo e già citato, la luce di un lampione:

L’aria fredda e la luce a gas dei lampioni gli diede per un momento la sensazione di aver viaggiato all’indietro nel tempo, o di vivere in due epoche distinte e sovrapposte, due realtà temporali accavallate. No: era come se la fiammella del lampione a gas davanti al quale si era fermato stesse bruciando contemporaneamente nel presente e in diversi passati, nel 2012 ma anche nel 1912 o nel 1883, come se fosse un’unica fiamma che guizzava simultaneamente in ciascuna di quelle epoche, collegandole. Gli sembrò che tutti coloro che si erano mai fermati davanti al lampione come stava facendo lui fossero per un attimo suoi contemporanei, che stessero tutti osservando lo stesso punto tumultuoso dei loro rispettivi presenti. Poi immaginò il suo narratore di fronte a quel lampione, immaginò che il lampione attraversasse mondi e non solo anni, che l’autore e il narratore, pur non potendo guardarsi in faccia, potessero intuire la presenza dell’altro guardando la stessa luce, in una sorta di corrispondenza.

Questa rivelazione del lampione sarà più volta ricordata nel romanzo come un’esperienza concreta, non come la scena di un racconto fittizio. La vita immaginata e quella vissuta, la virtualità e l’effettività non si distinguono mai perché la coscienza li interpreta allo stesso modo. Perché l’atto di ricordare è un atto di immaginazione, perché non fa differenza ricordare un ricordo vero o uno falso. È questa ambiguità endemica (che collasserà nell’indistinto del finale) a formare il vero nucleo lirico del libro. Perché sì c’è la sperimentazione formale, ma la scrittura di Lerner è tanto limpida quanto profonda e aperta e, come dire, inaspettata. Ciò contribuisce, insieme a un uso forsennato della ripetizione (autocitazioni vertiginose, ripetizioni di parole, di sintagmi e di intere frasi in contesti sempre differenti capaci di complicarne il senso, e che riattivano continuamente una memoria interna al romanzo: un procedimento che ricorda vagamente il mot refranh della sestina due/trecentesca o più da vicino il montaggio della poesia d’avanguardia) tutto ciò contribuisce a rendere l’opera letteralmente e non metaforicamente «un romanzo che si dissolve in poesia».

La scorsa notte, dopo aver capito che si era fatto troppo tardi per pensare di andare a correre al mattino e aver riflettuto passivamente su Proust, i vantaggi di un 4-3-3 flessibile e l’idea di una prosa fatta solo di parola e non di senso, non riuscendo a dormire per via dei continui cambiamenti di temperatura in casa a cui non so dare una spiegazione, mi sono visto aggirarmi per la libreria aprendo e sfogliando libri a caso che non ero in grado di capire. In uno di questi, un’antologia di poesie sull’Italia scritte da autori stranieri, ho trovato delle righe che mi hanno improvvisamente scosso dal sonnambulismo. Erano dei versi in traduzione di John Ashbery, poeta citato più volte da Lerner, e che sembravano dischiudere il senso complessivo del suo romanzo. Non ricordo poi quando ho dormito.

E niente esiste, finché non lo nomini, nel ricordo, e persino allora

potrebbe non essere esistito, oppure esistito solo come risultato

di una disfunzione percettiva che ti porti appresso da anni.

Il risultato è magia, poi terrore, poi pietà per il vuoto,

poi aria che a poco a poco bagna e riempie il vuoto mentre cola

inondando d’emozione qualcosa che forse è solo reportage

eppure ama essere inondato.

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Nel mondo di Ben Lerner https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mondo-a-venire-ben-lerner/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mondo-a-venire-ben-lerner/#comments Wed, 11 Mar 2015 14:33:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25715 Questo pezzo è uscito su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Tra il settembre e l’ottobre del 2010 la galleria d’arte contemporanea White Cube – prima di chiudere, due anni dopo – ospitò la première di The Clock, opera dell’artista visuale Christian Marclay, un lungometraggio della durata di 24 ore, tributo al tempo e al cinema. Ecco cos’era: un collage di scene (quel genere che fa Blob, per intenderci) tratte da film di ogni epoca, in cui sul set compaiono orologi che segnalano l’orario di un momento particolare. Ma Marclay non si fermò qui, perché gli orari di The Clock erano sintonizzati sul tempo reale, o perlomeno sul fuso di Londra: per cui uno spettatore che fosse entrato in sala alle 16.07 avrebbe trovato sullo schermo Robin Williams in One Hour Photo, con l’orologio che indicava esattamente le 16.07. Oppure, trovandosi sulla poltrona alle 22:04, si sarebbe imbattuto in Michael J. Fox nei panni di Marty McFly, con un fulmine che colpisce l’orologio presente nel film in quell’istante – consentendo a Marty di ritornare nel suo presente, il 1985.

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Ben Lerner

Questo pezzo è uscito su Il Mucchio. (Fonte immagine)

Tra il settembre e l’ottobre del 2010 la galleria d’arte contemporanea White Cube – prima di chiudere, due anni dopo – ospitò la première di The Clock, opera dell’artista visuale Christian Marclay, un lungometraggio della durata di 24 ore, tributo al tempo e al cinema. Ecco cos’era: un collage di scene (quel genere che fa Blob, per intenderci) tratte da film di ogni epoca, in cui sul set compaiono orologi che segnalano l’orario di un momento particolare. Ma Marclay non si fermò qui, perché gli orari di The Clock erano sintonizzati sul tempo reale, o perlomeno sul fuso di Londra: per cui uno spettatore che fosse entrato in sala alle 16.07 avrebbe trovato sullo schermo Robin Williams in One Hour Photo, con l’orologio che indicava esattamente le 16.07. Oppure, trovandosi sulla poltrona alle 22:04, si sarebbe imbattuto in Michael J. Fox nei panni di Marty McFly, con un fulmine che colpisce l’orologio presente nel film in quell’istante – consentendo a Marty di ritornare nel suo presente, il 1985.

Esattamente l’attimo a cui avrebbe voluto assistere Ben Lerner, tanto che il titolo originale di Nel mondo a venire è proprio 10:04. Poco importa se il protagonista del libro (un autore di nome Ben Lerner, il cui primo romanzo ha avuto un discreto successo; mentre un suo racconto apparso sul New Yorker ha destato ancora più attenzioni tra la critica specializzata – esattamente quello che è accaduto al Ben Lerner reale) non riesce ad assistere alla scena, per colpa di un treno perso dalla sua accompagnatrice, Alex. Più probabilmente, parte di uno dei significati più reconditi che risiedono in questo libro sta proprio in quel treno mancato. Dopotutto, Ben Lerner è un poeta… e se questa recensione può apparire cervellotica, c’è da assicurare che il romanzo lo è molto meno.

Il tempo, il flusso ininterrotto del tempo, domina Nel mondo a venire in ciascuna linea della sua espansione narrativa: lungo questo asse, Lerner fa in modo che s’innestino altri temi, digressioni avvolte di volta in volta in un futuro minaccioso, o ricco di promesse, o in improvvise sterzate verso il passato. L’ossatura più visibile del romanzo si regge sulla decisione che prendono l’Autore e Alex di concepire un figlio attraverso l’inseminazione artificiale – è Alex a volerlo, e l’Autore decide di mettere a disposizione dell’impresa “il sostanzioso anticipo” per il suo secondo romanzo (proprio quello che stiamo leggendo adesso); uno dei momenti migliori di Nel mondo a venire è il dialogo immaginario che l’Autore ha al parco con quella che potrebbe essere sua figlia… le domande di lei, le risposte via via più impacciate di lui.

Un altro nocciolo filosofico alla base di Nel mondo a venire sta nell’identità. Per chiarire meglio il concetto, Lerner introduce la storia di una sua conoscente che scopre solo in età adulta di aver avuto un padre diverso – per origini etniche e sociali – da quello che ha sempre creduto, una rivelazione che obbliga la donna a rivedere sé stessa nella sua interezza: un paradosso esistenziale-filosofico a tutti gli effetti. Ma c’è dell’altro a fare di Nel mondo a venire una delle opere più interessanti della narrativa americana di questi anni. C’è una New York allucinata in cui s’annunciano uragani che potrebbero spazzare via la città, alterando le relazioni sociali e la stessa economia (“Un altro storico uragano non era riuscito ad arrivare, come se vivessimo fuori dalla storia o stessimo scivolando fuori dal tempo”). Ci sono cricche di intellettuali tanto progressisti quanto ipocriti, artiste imprevedibili, visioni  spettrali nel deserto americano, studenti sul punto di implodere. 

Implosione, appunto. Quello che accadde nel 1986 al Challenger, lo Space Shuttle che andò in frantumi a pochi istanti dal decollo. Un episodio che colpì Ben Lerner, come tutti i bambini americani che assistevano all’impresa in diretta televisiva, e che assume nel romanzo una portata metaforica centrale. “Non dimenticheremo mai né loro né l’ultima volta che li abbiamo visti, stamattina, mentre si preparavano per il viaggio e ci salutavano con la mano e sfuggivano agli arcigni vincoli della terra per toccare il volto di Dio”. Così chiuse il suo discorso alla nazione il presidente Usa in carica.

Ronald Reagan – o meglio, la sua ghost writer – rubò questa frase a un poeta che a sua volta l’aveva rubata ad altri poeti.

 

Ben Lerner
Nel mondo a venire
Sellerio
Traduzione di Martina Testa

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Quando siete felici, fateci caso: parola di Kurt Vonnegut https://minimaetmoralia.it/estratti/quando-siete-felici-fateci-caso-kurt-vonnegut/ https://minimaetmoralia.it/estratti/quando-siete-felici-fateci-caso-kurt-vonnegut/#comments Fri, 06 Feb 2015 10:28:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25342 È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

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vonnegut

È in libreria per minimum fax Quando siete felici, fateci caso, una raccolta di discorsi di Kurt Vonnegut agli studenti americani. Ne pubblichiamo un estratto. Traduzione di Martina Testa.

Come fare soldi e trovare l’amore!

Fredonia College, Fredonia, New York, 20 maggio 1978 

di Kurt Vonnegut

La portavoce di voi studenti ha appena detto che è stufa marcia di sentire gente che dice: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi». Be’, l’unica cosa che mi sento di dire è: «Sono contento di non essere un giovane nel mondo di oggi».

Il rettore della vostra università voleva eliminare ogni forma di pensiero negativo dal suo discorso di saluto, e quindi mi ha chiesto di farvi questo annuncio: «Tutti quelli che hanno ancora in sospeso il pagamento del parcheggio sono pregati di saldare il conto prima di uscire da questo edificio, altrimenti si ritroveranno una sorpresina sul libretto».

Quando ero ragazzino a Indianapolis c’era uno scrittore umoristico di nome Kin Hubbard. Ogni giorno scriveva una freddura di qualche riga per l’Indianapolis News. A Indianapolis c’è un gran bisogno di scrittori umoristici. Spesso era arguto quanto Oscar Wilde. Disse, ad esempio, che era meglio avere il proibizionismo che stare senza alcol. Disse che chiunque sostenga che il sapore della birra analcolica si avvicina a quello della birra è incapace di misurare le distanze.

Do per scontato che le cose veramente importanti vi siano già state insegnate nel corso dei quattro anni qui e che non abbiate bisogno di sentire granché dal sottoscritto. Buon per me. Ho solo una cosa da dire, in pratica: questa è la fine; questa è sicuramente la fine dell’infanzia. «Ci dispiace tanto», come dicevano durante la guerra del Vietnam.

Forse avrete letto il romanzo Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke, uno dei pochi capolavori della fantascienza. Tutti gli altri li ho scritti io. Nel romanzo di Clarke, i personaggi sono soggetti a mutamenti evolutivi fenomenali. I figli diventano molto diversi dai genitori, meno fisici, più spirituali; e un bel giorno si uniscono tutti a formare una sorta di colonna di luce che parte spiraleggiando verso l’universo, per una missione sconosciuta. Il libro finisce lì. Voi ragazzi, tuttavia, assomigliate molto ai vostri genitori, e dubito che schizzerete radiosamente nello spazio appena avrete il diploma in mano. È molto più probabile che andiate a Buffalo, Rochester o East Quogue – o Cohoes.

E immagino che tutti voi desideriate, fra le altre cose, fare soldi e trovare il vero amore. Ve lo dico io come fare soldi: lavorate molto sodo. Ve lo dico io come trovare l’amore: vestitevi bene e sorridete sempre. Imparate le parole di tutte le canzoni appena uscite.

Che altri consigli posso darvi? Mangiate tanta crusca in modo che la vostra dieta abbia il necessario apporto di fibre. L’unico consiglio che mio padre mi abbia mai dato è stato questo: «Non ti ficcare niente nelle orecchie». Dentro le orecchie ci sono le ossa più piccole di tutto il corpo umano, lo sapete?, e anche il senso dell’equilibrio. Se vi maltrattate le orecchie, rischiate non solo di diventare sordi, ma anche di cadere per terra in continuazione. Quindi lasciatele in pace. Stanno benissimo così come sono.

Non ammazzate nessuno – anche se nello stato di New York non è in vigore la pena di morte.

In pratica, questo è quanto.

Un’altra cosa che potreste fare, come optional, è rendervi conto che ci sono sei stagioni, non quattro. La poesia delle quattro stagioni è completamente sbagliata per questa parte del pianeta, ecco forse perché siamo quasi sempre così depressi. Insomma, spesso e volentieri la primavera non sembra affatto primavera, e novembre non c’entra niente con l’autunno, e così via. Ecco la verità sulle stagioni: la primavera sono maggio e giugno! Cosa c’è di più primaverile di maggio e giugno? L’estate sono luglio e agosto. Fa un caldo boia, no? L’autunno è settembre e ottobre. Le vedete le zucche? Sentite l’odore di quel falò di foglie secche. Poi viene la stagione chiamata «Chiusura». È il periodo in cui la natura chiude i battenti. Novembre e dicembre non sono l’inverno. Sono la chiusura. Poi arriva l’inverno, gennaio e febbraio. Accidenti! Quanto sono freddi! E poi cosa arriva? Non la primavera. La riapertura. Che altro potrebbe essere aprile?

Un ulteriore consiglio facoltativo: Se mai doveste trovarvi a tenere un discorso, cominciate con una battuta, se ne sapete una. Sono anni che cerco la battuta più bella del mondo. Credo di averla trovata. Adesso ve la dico, però dovete aiutarmi. Dovete dire: «No» quando alzo la mano così. D’accordo? Mi raccomando.

Sapete perché la panna è tanto più costosa del latte?

pubblico: No.

Perché le mucche odiano accucciarsi su quei cartoni così piccini.

Questa è la battuta più bella che conosco. Una volta, quando lavoravo per la General Electric a Schenectady, dovevo scrivere dei discorsi per i dirigenti dell’azienda. In un discorso per un vicepresidente ci misi la battuta sulle mucche e i cartoni piccini. Il tizio stava leggendo il discorso, e quella battuta non la conosceva. Ha cominciato a ridere e non è più riuscito a smettere, hanno dovuto portarlo via perché gli sanguinava il naso. Il giorno dopo mi hanno licenziato.

Come funzionano le battute di spirito? Quando sono belle, l’inizio vi sfida sempre a pensare. Siamo animali talmente pronti a prendere le cose sul serio. Quando vi ho fatto quella domanda sulla panna, non siete riusciti a trattenervi. Avete davvero cercato di pensare a una risposta sensata. Perché il pollo attraversa la strada? Perché i pompieri portano le bretelle rosse? Perché hanno seppellito George Washington sul fianco di una collina?[1]

La seconda parte della battuta annuncia che nessuno vuole che pensiate, nessuno vuole sentire la vostra splendida risposta. È un tale sollievo incontrare finalmente qualcuno che non vi richieda di essere intelligenti. Si ride di gioia.

E in effetti ho progettato tutto questo discorso per permettervi di essere stupidi quanto volete, senza stress e senza punizioni di alcun tipo. Ho perfino scritto una canzoncina ridicola per l’occasione. Non ha la musica, ma di compositori è pieno il mondo. Uno di sicuro si farà avanti. Le parole fanno così:

Addio ai professori con questa cerimonia.
Andiamo a fare festa, ma con parsimonia.
Ti amo così tanto, Sonia,
Che voglio comprarti una begonia.
Anche tu mi ami, vero, Sonia?

Visto? Stavate cercando di indovinare quale sarebbe stata la rima successiva. Ma non importa a nessuno quanto siete intelligenti.

Sto facendo lo scemo in questo modo perché provo molta pena per voi. Provo molta pena per tutti noi. La vita tornerà a essere molto dura, appena finirà tutto questo. E il pensiero più utile a cui potremo aggrapparci quando si scatenerà di nuovo l’inferno è che non siamo membri di generazioni diverse, tanto dissimili fra loro, come alcuni vorrebbero farci credere, quanto gli eschimesi e gli aborigeni australiani.

Siamo tutti così vicini nel tempo che dovremmo considerarci fratelli e sorelle. Io ho parecchi figli – sette, per la precisione – decisamente troppi per un ateo. E ogni volta che i miei figli si lamentano con me dello stato del pianeta, rispondo: «State zitti! Io qui ci sono appena arrivato. Mi avete preso per Matusalemme? Pensate che le notizie del telegiornale mi piacciano più che a voi? Vi sbagliate».

In questo momento stiamo tutti condividendo più o meno lo stesso arco di vita.

Cos’è che le persone un po’ più anziane vogliono dalle persone un po’ più giovani? Che gli riconoscano il merito di essere sopravvissute così a lungo, e spesso in maniera creativa, in condizioni difficili. Le persone un po’ più giovani sono intollerabilmente restie a riconoscergli questo merito.

Cos’è che le persone un po’ più giovani vogliono dalle persone un po’ più anziane? Più di tutto, credo, vogliono che venga ammesso, senza ulteriori indugi, che sono ormai uomini e donne a tutti gli effetti. Le persone un po’ più anziane sono intollerabilmente restie ad ammetterlo.

Perciò mi prendo io la responsabilità di dichiarare questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Nessuno deve più trattarli come bambini. E loro non devono più comportarsi come bambini – mai più.

Questo è un cosiddetto rito di passaggio all’età adulta.

Mi rendo conto che arriva un po’ tardi, ma meglio tardi che mai.

Ogni società primitiva che sia mai stata studiata aveva un rito di passaggio all’età adulta, con il quale quelli che prima erano bambini diventavano indiscutibilmente uomini e donne. Alcune comunità ebraiche onorano tuttora questa antica pratica, come sappiamo, e secondo me ne traggono beneficio. Ma, in generale, le società ultramoderne e massicciamente industrializzate come la nostra hanno deciso di sbarazzarsi dei riti di passaggio all’età adulta – a meno che non si voglia contare il rilascio della patente di guida a sedici anni. Se lo si vuole contare, va detto che come rito di passaggio ha comunque una caratteristica molto insolita: l’età adulta può essere successivamente revocata da un giudice, anche a una persona anziana come me.

Un altro evento nella vita dei maschi americani ed europei che potrebbe essere considerato un rito di passaggio è la guerra. Se un maschio torna a casa dalla guerra, specie se ha riportato ferite serie, tutti concordano: quello è indubbiamente un uomo.

Quando sono tornato a casa, a Indianapolis, dopo aver combattuto in Germania nella seconda guerra mondiale, un mio zio mi disse: «Perbacco, adesso sì che sembri un uomo». Avrei voluto strangolarlo. Se l’avessi fatto, sarebbe stato il primo tedesco che uccidevo. Ero un uomo anche prima di andare in guerra, ma lui col cavolo che l’avrebbe ammesso.

Io avanzo l’ipotesi che privare i giovani maschi di un rito di passaggio all’età adulta nella nostra società attuale sia un espediente, ideato in maniera astuta ma inconscia, per rendere quei maschi ansiosi di andare in guerra, per quanto possa essere terribile o ingiusta una guerra. Esistono anche guerre giuste, ovviamente. Si dà il caso che la guerra in cui ero ansioso di combattere io fosse giusta.

E quand’è che una femmina smette di essere una bambina e diventa una donna, con tutti i diritti e i privilegi che ne conseguono? La risposta la sappiamo tutti, istintivamente: quando fa un figlio all’interno del matrimonio, è chiaro. Se quel primo figlio lo fa al di fuori del matrimonio, è ancora una bambina. Cosa potrebbe esserci di più semplice, più naturale e più ovvio – o, al giorno d’oggi e in questa società, di più ingiusto, insignificante e semplicemente stupido?

Secondo me faremmo meglio, per il nostro stesso bene, a ripristinare i riti di passaggio all’età adulta.

Non solo dichiaro questi giovani che si laureano oggi uomini e donne. Con tutti i poteri concessimi, li dichiaro anche dei Clark. Molti di voi sapranno senz’altro che tutti i bianchi di nome Clark discendono da abitanti delle Isole Britanniche che si distinguevano per la loro capacità di leggere e scrivere.[2] Un nero di nome Clark, ovviamente, discende con ogni probabilità da qualcuno che era costretto a lavorare senza paga né diritti di alcun tipo per un bianco di nome Clark. Famiglia interessante, i Clark.

Mi rendo conto che voi neolaureati avete tutti un certo grado di specializzazione. Ma di fatto avete passato buona parte degli ultimi sedici anni o più a imparare a leggere e scrivere. Gli individui che sanno farlo bene come voi sono un miracolo e, per come la vedo io, ci danno il diritto di sospettare che forse, in fondo, siamo davvero persone civili. Imparare a leggere e scrivere è tremendamente difficile. Ci vuole un’eternità. Quando rimproveriamo i nostri insegnanti per i bassi punteggi dei loro studenti nelle prove di lettura, fingiamo che sia la cosa più facile del mondo, insegnare a qualcuno a leggere e scrivere. Provateci, qualche volta, e scoprirete che è quasi impossibile.

A che serve essere un Clark, adesso che abbiamo i computer, i film e la tv? Clarkeggiare, attività assolutamente umana, è qualcosa di sacro. La tecnologia no. Clarkeggiare è la forma di meditazione più profonda ed efficace praticata su questo pianeta, e supera di gran lunga qualunque sogno fatto da un guru indiano in cima a una montagna. Perché? Perché i Clark, leggendo bene, sono in grado di pensare i pensieri delle menti umane più sagge e più interessanti di tutti i tempi. Quando i Clark meditano, anche se personalmente hanno solo un intelletto mediocre, meditano con i pensieri degli angeli. Cosa potrebbe esserci di più sacro?

E questo è quanto, in fatto di età adulta e di Clark. Rimangono da trattare soltanto due altri argomenti fondamentali: la solitudine e la noia. Qualunque sia la nostra età in questo momento, è sicuro che durante il resto della nostra vita ci annoieremo e ci sentiremo soli.

Ci sentiamo così soli perché non abbiamo abbastanza amici e parenti. Gli esseri umani dovrebbero vivere in famiglie allargate stabili, di mentalità affine, composte almeno di cinquanta persone ciascuna.

La portavoce di voi studenti ha lamentato la crisi dell’istituzione del matrimonio in questo paese. Il matrimonio è in crisi perché le nostre famiglie sono troppo piccole. Un uomo non può rappresentare un’intera società per una donna, e una donna non può rappresentare un’intera società per un uomo. Ci proviamo, ma c’è poco da meravigliarsi se così tanti di noi non reggono.

Quindi consiglio a tutti i presenti di entrare a far parte di associazioni di ogni tipo, per quanto possano essere ridicole, semplicemente per avere più persone nella propria vita. Poco importa se tutti gli altri membri sono dei coglioni. Quello che ci serve è un gran numero di parenti di qualunque tipo.

Quanto alla noia, Friedrich Wilhelm Nietzsche, filosofo tedesco morto settantotto anni fa, aveva da dire questo: «Contro la noia perfino gli dei combattono invano». È normale annoiarsi. Fa parte della vita. Imparate a tollerarlo, altrimenti non sarete mai quello che ho dichiarato che siete voi neolaureati: uomini e donne maturi.

Concludo facendovi notare che la stampa, che si occupa di sapere e capire tutto, spesso constata che i giovani sono apatici (specie quando gli opinionisti e i commentatori non trovano altro di cui parlare o scrivere). La nuova generazione di laureati forse non ha assunto un certo tipo di vitamine o di minerali, magari il ferro. Hanno il sangue stanco. Gli serve il Geritol.

Be’, in quanto membro di una generazione più vispa, con un luccichio negli occhi e il passo scattante, vi voglio dire cos’è che ci teneva belli carichi quasi tutto il tempo: l’odio.

Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon – non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall’odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l’odio batte di gran lunga la cocaina pura. Hitler ha fatto risorgere un paese sconfitto, in bancarotta e mezzo morto di fame grazie all’odio e nient’altro. Pensate un po’.

Perciò a me sembra abbastanza probabile che i giovani di oggi negli Stati Uniti d’America non siano effettivamente apatici, ma lo sembrino soltanto alla gente che è abituata ad arrivare all’estasi attraverso l’odio, insieme ad altre cose ovviamente.

I ragazzi che si laureano qui oggi non sono sonnacchiosi, non sono indifferenti, non sono apatici. Stanno solo portando avanti l’esperimento di fare a meno dell’odio. È l’odio la vitamina, o il minerale, o come lo vogliamo chiamare, che manca nella loro dieta; si sono accorti giustamente che l’odio, a lungo andare, è nutritivo quanto il cianuro. Quella in cui si stanno cimentando è un’impresa molto esaltante, e gli faccio i miei migliori auguri.

 

1. Sono tre freddure molto comuni negli Stati Uniti; le risposte sono rispettivamente: per arrivare dall’altra parte; per tenersi su i calzoni; perché era morto. [n.d.t.]

2. Il cognome inglese Clark deriva dalla parola latina clericus, che indicava uno scrivano, o in genere un erudito, all’interno di un ordine religioso. [n.d.t.]

 

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