Massimiliano Nicoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimiliano-nicoli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 15 Dec 2017 10:55:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimiliano Nicoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimiliano-nicoli/ 32 32 Un curriculum a modo tuo (biografia arborescente di un aspirante intellettuale) https://minimaetmoralia.it/fiction/un-curriculum-a-modo-tuo-biografia-arborescente-di-un-aspirante-intellettuale/ https://minimaetmoralia.it/fiction/un-curriculum-a-modo-tuo-biografia-arborescente-di-un-aspirante-intellettuale/#comments Wed, 29 Apr 2015 05:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26360 Questo pezzo è stato pubblicato sull'ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

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Questo pezzo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista aut aut dedicato al lavoro intellettuale, curato da Massimiliano Nicoli e Dario Gentili. (Immagine: Monument Valley)

Non bisogna mai essere troppo choosy

(Elsa Fornero)

L’uomo non è altro che la serie delle sue azioni

(Friedrich Hegel)

Anche in questo caso, il racconto è finito.

(Raymond Queneau)

1

Hai diciannove anni e un vago riflesso edipico, una fragile coscienza politica, un insensibile moto generazionale ti spingono a pensare che no, non hai nessuna voglia di entrare nel ciclo produttivo del “capitalismo occidentale”. La tua posizione è altrove, a margine, leggermente decentrata rispetto al “sistema”. Lo senti: il tuo posto sarà quello di uno spettatore, ma non uno spettatore passivo: uno spettatore critico, attivo, molto loquace. Diciamo pure un intellettuale.

 Ti arroghi il diritto di coltivare questo privilegio e ti iscrivi a filosofia pieno di entusiasmo per il futuro che ti aspetta: vai al punto 2.

 Insistenti pressioni famigliari o un travagliato percorso interiore ti convincono che a certe occupazioni è meglio riservare il tempo libero (ti sei imbattuto in una frase di Primo Levi, autore prediletto: “di scrittura non si vive, perciò mi sono iscritto a chimica”). Meglio dedicare le proprie energie allo studio di un mestiere “vero”. Ti iscrivi a medicina e vai al punto 4.

2

Sei scaltro, ben consigliato e coperto economicamente da una famiglia che, volente o nolente, è disposta a farsi carico di una carriera accademica che si prospetta lunga e difficile. Accetti la spesa morale per la tua affiliazione alla parrocchia di un potente barone: dopo la laurea consumi tre anni di assistentato volontario prima di vincere il dottorato con borsa che ti è stato promesso. Per il post-doc devi attendere altri quarantotto mesi guadagnando un compenso poco più che simbolico in cambio di sei ore settimanali di tutoraggio e didattica integrativa. Di fronte alla prospettiva di micragnosi assegni di ricerca a singhiozzo valuti l’offerta di una sistemazione più promettente in un campus dell’Iowa.

 Decidi di partire per l’Iowa: vai al punto 3.

 Decidi di perseverare in Italia: vai al punto 5.

3

Negli sconfinati territori del midwest scopri un mondo universitario inedito, efficiente, democratico, meritocratico, abitabile. Tuttavia dopo un paio d’anni ti rendi conto il lavoro è pesante e le gratificazioni della ricerca non sono esattamente quelle che speravi. Ti manca l’Italia, il clima, la lingua, gli amici, la mozzarella. Seduto davanti all’Apple del tuo studio privato lo sguardo vaga distratto nel cerchio di conifere del parco alla ricerca di una soluzione.

 Allo scadere del contratto prendi la decisione sofferta di tornare indietro? Vai al punto 7.

 Meglio la sconsolata routine di un buon lavoro lontano da casa piuttosto che la certezza di un futuro malsano: l’Italia è un posto buono per andarci in vacanza, non per lavorarci (abbastanza cinicamente ripeti questa frase con l’unico amico di Roma che ancora senti, a intervalli sempre più prolungati, su Skype). Continui a sgobbare nel Campus e corri al punto 6 per conoscere il tuo futuro.

4

Gli insegnamenti obbligatori del primo anno ti assorbono completamente: non solo non trovi il tempo di aprire i romanzi e i saggi che ti eri prefisso di leggere ma perfino le uscite serali con gli amici sono diventate un bene di lusso. Impossibile giocare a calcio, impossibile suonare nei Nuovi Vaghi, il tuo gruppo storico del liceo. Impossibile fare qualsiasi cosa che non sia studiare. Uniche distrazioni: un solitario di windows o una partita a scacchi contro il computer come pausa distensiva tra un capitolo di embriologia e gli ingarbugliati schemi preparatori al temibile test di anatomia umana.

 Dopo un anno di studio disperato scegli di fare il passo indietro e tornare a una vita normale, a quella che desideri: socialità e cultura, persone interessanti e cose belle, viaggi, creatività, tempo libero. Cambi facoltà, ti iscrivi a filosofia e torni al punto 2.

 Tieni duro. Pensi a quello che stai facendo come a un necessario investimento sul futuro. Dopo la laurea recupererai il tempo perso, insieme a tutto il resto. Sei un giovane coscienzioso e questa storia non ti riguarda più: il tuo racconto finisce qui.

5

Al sesto anno di precariato post-laurea cominci a portare il pizzetto gentiliano del tuo professore e quando cammini congiungi le mani dietro la schiena in un atteggiamento meditativo-patriarcale che nasconde un principio di prostrazione psichica. A 37 anni sei in vista della promozione sperata ma continui a dividere la casa con un’amica ex compagna di dottorato (primo Wittgenstein), ora commessa di profumeria. La tua famiglia per quanto mediamente benestante non può permettersi di sostenere l’affitto di un appartamento intero per ogni figlio (ce ne sono altri due). Per arrotondare gli stipendiucoli intermittenti hai trovato un lavoro alimentare che preferisci tenere nascosto ai colleghi universitari. A 41 anni diventi ricercatore, prendi in affitto un bilocale dove vivi da solo, abbandoni i lavoretti clandestini e cominci a delegare parti sempre più cospicue delle tue mansioni a dottorandi o laureandi in odore di dottorato. Il tuo sguardo si è illanguidito, presti meno attenzione al tuo aspetto fisico, a come ti vesti, alla tua immagine pubblica, ma hai una discreta reputazione come studioso di Hegel e la tua sciatteria viene interpretata dagli studenti come un sintomo di genialità. Scavalcando gli ostacoli delle successive riforme diventerai associato a 52 anni e aspetterai l’ordinariato senza troppa fretta conducendo una vita apparentemente tranquilla, ormai dimentico delle belle speranze ma ancora capace di goderti i sudati privilegi infliggendo ai subordinati piccole soperchierie, vanagloriose ostentazioni, pignoli e spesso oziosi esercizi di potere. Questa storia per te finisce qui.

6

Ci vuole qualche anno ma alla fine, vedi, le cose si sistemano. O forse sei tu a cambiare, a regolarti, ad abbassare l’asticella misurando la felicità secondo parametri più consoni alla situazione in atto. Incontri una brava ragazza, una collega spagnola: vi sposate, mettete al mondo due pargoli, ogni tanto la sera progettate soluzioni fantasiose per un ritorno in Europa, ma è quasi un gioco, un rituale, un esorcismo. Nessuno dei due ci crede davvero. Il tempo scorre, i figli crescono e prendono in giro il tuo inglese arrotato, ottieni il posto di associate professor: scaricando una ricca spesa nel giardino della tua villetta monofamigliare pensi ai novantamila dollari che ogni anno guadagni tra stipendio e fondi privati di ricerca, capisci che quello di “casa” è un concetto economicamente, prima ancora che culturalmente, specifico. La tua storia finisce qua, tra le siepi di bosso e nella cruda saggezza del pragmatismo.

7

Quando sbarchi a Fiumicino prendi una boccata d’aria a 33 gradi centigradi e prima di farti strada tra la folla degli arrivi internazionali passi al bar per un panino con mozzarella e prosciutto di Parma e un caffé espresso al vetro. Fuori c’è tua sorella che ti accoglie con un sorriso materno. Tua madre è a casa a spadellare per festeggiare il ritorno. Dormirai nella cameretta dove sei cresciuto, fino a nuovo ordine. L’università italiana è una consorteria che non tollera abiure: quella strada ormai è over. La questione che ti si pone adesso è la seguente:

 Hai intenzione di continuare a esercitare un lavoro cosiddetto “culturale”? complimenti! Vai a al punto 8.

 Oppure ti è bastata l’esperienza pregressa e pensi bene di procurarti qualche “competenza” meglio “spendibile” sul “mercato del lavoro” sfruttando nel modo migliore quel che resta della tua gioventù (un brivido di malinconia ti contrae la palpebra al pensiero di una vecchia canzone di Sergio Endrigo)? In questo caso avanza pure senza troppa fretta fino punto 9: come narratore di questa storia ti resta poco da fare, bene o male che sia.

8

Dagli States cercavi di mantenere un contatto a bassa intensità con l’ambiente culturale extra-accademico italiano inviando saltuariamente al manifesto e a riviste di nicchia articoli di divulgazione filosofica sulle ultime frontiere della ricerca americana, tra scienze cognitive e studi culturali. Tutto a titolo gratuito. L’idea è quella di iniziare intensificando le collaborazioni giornalistiche, allargando i contatti con le redazioni grazie a un meticoloso lavoro di social-networking reale e virtuale. Poi qualcosa succederà, quando il tuo nome sarà più accreditato. Cominci a scrivere più spesso, o almeno ci provi. Invii mail articolando proposte ai capiservizio alla cultura di giornali nazionali che rispondono – quando rispondono – con messaggi enigmatici o assurdamente laconici. Dopo descrizione dettagliata di due pezzi alternativi conclusa dalla timida domanda: “Allora ce n’è uno dei due che ti può interessare?” ricevi un “Ok” che corrode dall’interno le tue risorse ermeneutiche. La recensione di un notevole saggio di bioetica proposta a un importante quotidiano viene accolta da “Qualcosa di più allegro?”. Col passare del tempo la comunicazione si fa ancora più sadica e intermittente. Articoli commissionati restano parcheggiati per settimane fino a scomparire nel buio delle redazioni. Alle mail di protesta rispondono i soliti messaggi telegrafici (“Scusa, tagliato pagine”, “Poi recuperiamo. Metto in pagamento”, “Oggi incasinato, chiama domani”). Ma i pagamenti non arrivano, al telefono non risponde nessuno e la tua autostima vacilla.

Nel frattempo cerchi di massimizzare la visibilità dei pezzi pubblicati promuovendoli spudoratamente sui social. Ti pieghi al diktat dell’algoritmo frequentando e commentando e “piaciando” per ricevere in contraccambio espandendoti nella bolla sociale, sublimandoti nell’intelligenza collettiva, buttando al cesso una certa idea di dignità personale che ti eri fatto negli anni ma ormai reputi anacronisticamente borghese, snob e controproducente. Patteggi al ribasso ingoiando piccole umiliazioni da nascondere sotto barattoli di rimedi naturali, pure costosi. Poi cominciano ad arrivare lettere dalle amministrazioni (cartacee, dolenti) dove si annunciano tagli dei compensi ai collaboratori esterni. Infine cadono le prime testate, insieme ai crediti insoluti di chi, come te, non entrerà mai nei registri dei curatori fallimentari.

Ed eccoci qua, sono passati quasi tre anni e né il tuo talento né l’automarketing né l’autosfruttamento hanno dato i risultati sperati: continui a dormire tra le figurine di Italia 90 (Zenga, Schillaci, Valderrama, Ciao), logore ma tenaci sull’eterno truciolato della cameretta. La riserva di denaro accumulato in America cala in maniera lenta ma inesorabile, anche senza la zavorra dell’affitto. Non ti sei ancora pentito di essere tornato ma cominci a tentennare. Fai un esame di coscienza, un consuntivo: un bilancio.

 Decidi che la cultura con i suoi baroni ingessati e capiservizio in fuga se ne può anche andare al diavolo. Sei disposto al compromesso. Non è ancora troppo tardi per seguire il consiglio di Primo Levi. Tutto sommato il punto 9 è quello che fa per te, potevi andarci prima ma meglio tardi che mai.

 Il giornalismo è in crisi per via della conversione digitale, accedere alle redazioni superstiti richiede santi che non hai né mai avrai, ma il vasto mondo dell’editoria non finisce lì: piccola, media, grande. Vitale, come testimoniano le fiere, le presentazioni che intasano la pagina degli eventi su facebook e che frequenti con una certa solerzia, i 164 libri al giorno (domeniche comprese) che vengono pubblicati nella penisola. Vai al punto 10 e vediamo se sei più fortunato.

9

Hai deciso di rispolverare le tue vecchie competenze informatiche. Negli anni novanta ti divertivi a programmare siti internet in html e css collezionando lunghe conversazioni di argomento tecnico sulle prime reti bbs. Ti iscrivi a un corso per web master della regione dove impari a usare i moderni cms e studi i rudimenti di php. Quanto ti senti padrone del codice, metti il curriculum su Monster, LinkedIn e altre piattaforme simili. Vieni chiamato in breve tempo da una società con sede a Frascati che ti affida la customizzazione dei cms per gli utenti finali. Otto/dieci ore al giorno di telelavoro cercando di fare in modo che il box in alto a sinistra della pagina non sfasci il layout grafico di quel particolare sito su quel particolare browser. Guadagni 950 euro al mese, ma almeno sono soldi sicuri. Il problem solving è un esercizio intellettualmente stimolante e la scrittura di una funzione di codice in fondo non è meno creativa di quella di un saggio accademico o della traduzione di un romanzo qualsiasi. Questa storia per te finisce qui, davanti a un caffé fumante, nell’infinita sequenza delle stringhe informatiche.

10

Intanto c’è l’inglese, idioma che mastichi volentieri senza curarti del tuo accento, nasalizzando più del necessario quando alle serate culturali un’artista residente all’American Academy o una lettrice della John Cabot stimolano la tua virilità. Tramite la tua rete di conoscenze ottieni abbastanza facilmente i primi lavori: saggistica e narrativa per 7 euro a cartella (lordi). Hai fatto due conti e capito che per ogni ora di lavoro guadagnerai meno dei raccoglitori subsahariani di pomodori pugliesi su cui un compagno di calcetto ha appena pubblicato un apprezzato reportage narrativo. Però traducendo hai conosciuto un grazioso ufficio stampa, vi siete innamorati e ti sei trasferito nel suo appartamento di 25 metri quadri al quartiere alessandrino dove passi molte ore lavorando e osservando dalla finestra la massiccia monumentalità dell’eponimo acquedotto. Quella solida testimonianza della grandezza imperiale ti aiuta ad attraversare con meno rimorsi le effimere giornate di lavoro sottopagato.

Tra una frase e l’altra posti status sul tradurre e altre varie raggranellando like bastevoli a scansare le tenebre. Intraprendi la redazione di un astioso romanzo sulla tua vita, sul precariato, anzi sul “cognitariato”, con una lunga parentesi ambientata all’estero (Parigi: per non ricalcare troppo letteralmente la realtà). Almeno un paio di tuoi conoscenti hanno ottenuto qualche riscontro scrivendo qualcosa del genere. Ci speri moderatamente. Esci spesso la sera perché non hai orari fissi e devi pur sfogare il tuo bisogno di mondanità. Non ti mancano gli amici, gente come te, addetti alla cultura con redditi imbarazzanti e molti progetti in corso. Bevete birra artigianale, parlate di serie tv americane e di come vanno male le cose in Italia.

 Questa vita in fondo ti piace, ti piace il ritmo lento del lavoro domestico, fare due passi la mattina nel quartiere desolato, tirare tardi la notte fino a quando una consegna imminente non ti obbliga alla chiusa rituale. Qualche intervento a piccoli festival libreschi, qualche tavola rotonda. Chiedere di tanto in tanto un aiuto economico ai genitori non ti pesa. Prosegui l’avventura al punto 11.

 Dopo un periodo di relativa pace maturi un odio inconfessato per quell’ambiente. La scarsità produce noia e conformismo. Sei nervoso. Sei stufo dei soliti discorsi, delle solite persone. Troppa autonomia, troppa libertà, troppa insonnia: vuoi un posto dove rendere conto ogni giorno a qualcuno di qualcosa. Vuoi arrivare a casa la sera logorato e addormentarti alle undici senza neppure la forza di pensare a quello che non va. Avanza fino al punto 12.

11

Il tempo passa a una velocità esasperante, nonostante tutto. Nel giro di tre anni sei passato da 7 a 12 euro a cartella (lordi). Hai due ingiunzioni di pagamento in corso, un editore che ti ha fregato dichiarando fallimento prima di pagarti e un altro – amico tuo – che ha promesso di darti il dovuto appena riuscirà a vendere un castello di famiglia nell’Oltrepo. Sara (l’ufficio stampa e fidanzata) ti lascia, o meglio tu lasci lei, non si è capito, comunque devi lasciare casa sua, il quartiere con l’acquedotto e il consolante sentimento della rovina. Quello che guadagni traducendo e facendo altri saltuari lavori editoriali non basterà a mantenere un appartamento. Raggiungi appena il reddito minimo tassabile anche se allo stato preferisci dichiararti “incapiente”, neologismo dall’etimologia incerta che ripeti ad alta voce mentre provi a infilare gli ultimi libri rimasti in uno scatolone pieno di oggetti da cucina, senza riuscirci.

Si avvicinano i quaranta, all’amico di un amico s’è liberata una stanza in affitto a piazza Vittorio. Vai a vedere rassegnato, e con un certo stupore riconosci nell’appartamento il luogo di memorabili festoni al tempo dell’università. Ti trasferisci come si accetta un infortunio e tra i fantasmi di giovani festanti mediti sui flussi e riflussi del tempo che scorre segnando il passo, tempo bastardo che si diverte a mostrarti l’immagine di una vita, la tua, povera di evoluzione, priva di svolte, spunti narrativi: forse perciò il romanzo quasi-autobiografico (con gli amici usi il termine “autofiction”) stenta a decollare. Tra i capitoli di un poliziesco keniota pieno di strani costrutti difficili da rendere in italiano compili un questionario dell’ANVUR sul collocamento professionale degli ex dottorandi, ed è un campo minato. Fai il conto delle cartucce che ti restano da sparare. Ecco il risultato:

 Credere che il lavoro debba corrispondere alle proprie aspettative (migliori, eventuali, di scorta) è un comportamento destinato allo scacco, viziato da un’immagine di benessere e dinamismo sociale scaduta e inattuale. Alla retorica anglosassone dello “sviluppo personale” non ci crede più nessuno. Non tu, comunque. Rinunciare all’ambizione, mortificare il desiderio di autoaffermazione. Quello di decrescita è un concetto che va applicato anzitutto a se stessi. E allora cambiare tutto, ora o mai più. Vai al punto 9. O se preferisci il cibo vai al punto 12.

 È sempre stata lì, fin dall’inizio di questa storia, in un angolo della tua coscienza accucciata tra la pigrizia e l’orgoglio come uno spauracchio e una exit strategy ultimativa evocata dalle premurose cure di qualche conoscente zelante e propositivo, di qualche amico che ha fatto il passo e non si stanca di lodarne i vantaggi, il confortante progetto impiegatizio che persino il tuo vecchio padre sostiene, visibilmente a malincuore (poveretto, si aspettava qualcosa di più): la scuola. Vai al punto 13.

12

La sera, quando esci a bere con i tuoi amici e colleghi precari dell’università, dell’editoria, del giornalismo, del cinema, del design, della fotografia, quella disomogenea compagine di intellettuali freelance o parasubordinati delle istituzioni culturali, cacciatori di bandi, coworkers e partite iva, quando ti ritrovi con questa gente, con la ex fidanzata, persino in famiglia, ripeti spesso, oltre alla frase “l’Italia è un posto buono solo per andarci in vacanza” (che ti sembra sempre molto icastica), anche “in Italia può andare tutto a rotoli, ma gli italiani non smetteranno mai di comprare cibo di qualità: affonderanno con la pancia piena di ottimi prodotti alimentari”. Lo dici perché lo pensi, lo vivi, ti piace cucinare, andare alla ricerca di nuovi ristoranti, spendi più soldi in cibo e bevande che per qualsiasi altro genere di consumo. Finalmente ti decidi a trarne le dovute conclusioni: un amico ti ha spiegato che il gelato è l’alimento con il rincaro più elevato, dell’ordine del 1500%, è disposto a formare una società. Un secondo amico ti propone di tentare con lui nell’import-export di delikatessen tra Francia e Italia, ha già un contatto con uno della camera di commercio che potrebbe darvi qualche dritta. Poi si fa avanti un terzo che vorrebbe lavorare sui vini piemontesi. Mimetizzata nella massa del quinto stato, come per magia si manifesta una squadra insospettabile di imprenditori in nuce che sembrano aspettare soltanto un complice per buttarsi nel settore enograstronomico. Alla fine opti per il vino.

Il capitale iniziale lo accumuli sommando un prestito bancario (garanti i genitori settantenni) a un prestito famigliare (sempre loro). Due anni dopo la startup si rivela se non vincente nemmeno perdente: tu e il tuo socio avete elementi sufficienti per esprimere una modesta soddisfazione. Intanto hai lasciato i coinquilini e la casa delle feste di ieri e sei tornato a vivere da solo in un comodo bilocale a Roma sud. Quando la sera riesci a staccarti da bolle, fatture e scartafacci affondi nella poltrona e sfogli classici che non avevi mai letto e che mai, pensi, avresti letto con tanto gusto e distensione se avessi continuato a seguire la tua vocazione culturale. Non tutte le illusioni sono andate perdute invano. In un racconto di Marcel Aymé, uno scrittore che hai tradotto nella tua vita precedente, c’era un pittore che dipingeva opere capaci di saziare la fame semplicemente guardandole: antifrasi perfetta, ironica e surreale illustrazione a contrario della triste verità che con la cultura, spiace dirlo, “non si mangia”. Spiace, ma lo dici comunque, lo ripeti traendone un piacere vendicativo quando esci con gli amici di sempre, i vecchi complici e colleghi che ti studiano, ti scrutano, cercano di afferrare il senso, il sostrato psicologico delle tue parole, valutare il costo reale di quel cambiamento radicale che in fondo pure loro desiderano. Prima di andare a letto estrai il segnalibro con il logo della tua società di distribuzione vinicola da L’uomo senza qualità, Einaudi, volume secondo, pagina 231. Lo hai iniziato sei mesi fa e questa storia finisce qui, per te, nella placida sazietà di un grande classico letto a tempo perso.

13

Il bandolo della matassa sono due parole: “Orizzonte scuola”. È il sito di riferimento. Quando chiedi consiglio ti dicono tutti di cominciare da lì. All’inizio non ci capisci nulla ma quando finalmente ti muovi con una certa disinvoltura cogli il senso claustrofobico di quel luogo, e di quel nome. Entri in contatto con esegeti professionisti delle arcane trame del MIUR, professionisti incalliti delle graduatorie, instancabili candidati alle più svariate classi di concorso. Un esercito di inoccupati o intermittenti forniti di mostruose competenze in materia di ordinamento e burocrazia scolastica, oberati di tecnicismi, rivendicazioni, contestazioni che risalgono, di riforma in riforma, fino agli albori dell’istruzione statale. Sono donne e uomini (ma soprattutto donne) costantemente in allerta, ricettivi a ogni minimo sommovimento ministeriale, a ogni emanazione del provveditorato, in attesa della soffiata, dell’informazione decisiva che diventerà il fulcro della loro giornata, la materia di lunghe telefonate, l’orizzonte nel quale si muoveranno le loro attese, i loro desideri, le prossime battaglie: l’orizzonte scuola, appunto.

 Questo orizzonte ti spaventa. L’idea di diventare uno di loro ti respinge. Un valutazione spassionata delle possibilità concrete di avere successo in quella giungla selvaggia ti scoraggia. Concludi che non avrai mai la tenacia necessaria per arrivare fino in fondo: torna al punto 9, o se preferisci rischiare torna al punto 12.

 Tieni duro, confidi nelle tue capacità adattive, minimizzi il panico e comunque, per quanto deteriore, al momento questa resta la possibilità migliore che ti si prospetta, anzi: l’unica. Vai al punto 14.

14

Anzitutto gli “esami singoli”, quelli necessari all’insegnamento scolastico che non hai fatto a suo tempo, quando con beata innocenza scommettevi senza riserve sul tuo futuro accademico: i primi conflitti con gli atenei e le loro segreterie disfunzionali, i primi salassi (400 euro ogni esame), di nuovo il tempo immobile, l’ironia spietata del passato che torna, l’amara regressione quando il giorno dell’esame ti ritrovi nel corridoio ad aspettare il tuo turno, un po’ in disparte, in mezzo a giovani studenti e studentesse che compulsano ansiosamente il manuale di storia medievale. Un “concorsone” a cadenza decennale ti passa davanti senza che tu possa partecipare per ragioni oscuramente formali. Quindi l’attesa apertura delle graduatorie, iscrizioni digitali e pomeriggi trascorsi in una sala del sindacato dove un povero cristo cerca di tenere a bada una massa urlante di aspiranti insegnanti che pretendono ragguagli circa la compilazione dei vari “modelli” per l’immissione. Affronti la trafila per accedere al TFA, il tirocinio abilitativo che dovrebbe proiettarti in pole position nelle graduatorie: superi piuttosto aleatoriamente tre esami che presuppongono una conoscenza esaustiva di duemila anni di storia e filosofia (classe A037).

Ti accomodi davanti a professori annoiati e pedanti, troppo impegnati nell’esibizione di una spocchia imperturbabile per cogliere il malessere sociale incarnato dai loro esaminati. Pensi che seduto dietro quel tavolo potresti esserci tu, se al punto 2 non li avessi mandati tutti a quel paese. Rispondi alle loro domande resistendo alla tentazione di farlo una seconda volta. Superata la terza prova paghi 2500 euro di rata (credito genitoriale) e inizi il tirocinio. Dopo un anno e mezzo dall’inizio delle procedure sei abilitato. Mandi curriculum alle scuole paritarie, senza esito. Finalmente l’ultima settimana di  agosto vieni convocato per una supplenza annuale presso un liceo scientifico a 42 chilometri da casa tua (hai controllato su Google Maps). Ti svegli ogni mattina alle cinque e mezzo e spesso, sul treno regionale che ti porta al lavoro, ripercorri con la memoria il tortuoso percorso, le tappe che ti hanno portato fin qui. Ti chiedi se da qualche parte, in qualche snodo della vicenda, c’era una soluzione che ti sei lasciato sfuggire, un’opzione mancante o una biforcazione che non hai visto e che ti avrebbe guidato altrove, in un posto migliore.

 Pensi di trovarla: con gesto estremo, radicale, sprezzante del tempo e dei soldi che hai speso finora ti concedi un’ultima possibilità tornando al punto 12, o al punto 10, o a qualche scelta alternativa  che la nostra storia ha trascurato per mancanza di tempo, spazio o fantasia.

 Non la trovi: continui a correggere le verifiche su Hegel mentre fuori dal finestrino, avvolte nel crepuscolo, scorrono le ultime frange periurbane.

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Il fascismo del manager https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-fascismo-del-manager/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-fascismo-del-manager/#comments Fri, 30 Sep 2011 13:18:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5282 La redazione di minima vi augura un buon weekend e vi propone un lungo saggio di Massimiliano Nicoli sul fascismo latente nei luoghi di lavoro, uscito per Aut aut. di Massimiliano Nicoli A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua […]

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La redazione di minima vi augura un buon weekend e vi propone un lungo saggio di Massimiliano Nicoli sul fascismo latente nei luoghi di lavoro, uscito per Aut aut.

di Massimiliano Nicoli

A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua spontanea volontà.
G. Orwell, 1984

Premessa

Questo intervento (breve e sincopato – avverto subito il lettore) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.

Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione. Secondo Giorgio Cremaschi – dirigente dell’unica sigla sindacale che ha rifiutato di firmare l’accordo, la Fiom –, gli eventi di Mirafiori (e prima ancora di Pomigliano) non trovano alcun precedente storico che li eguagli per gravità, a meno di risalire fino all’accordo del 2 ottobre 1925 sottoscritto a Palazzo Vidoni da Mussolini, padronato industriale e sindacati fascisti e corporativi.[1] Quell’accordo sanciva la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei fiduciari nominati dai sindacati firmatari. Ieri come oggi: fine della democrazia in fabbrica e rappresentanza concessa ai soli sindacati collaborativi.

Facendo un passo indietro rispetto alla stringente attualità – mentre scrivo – dell’affaire Mirafiori, si può richiamare il discorso tenuto dallo stesso Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il 26 agosto 2010. L’amministratore delegato della Fiat parla al meeting poco dopo la sentenza del Tribunale di Melfi che imponeva all’azienda il reintegro di tre operai dello stabilimento lucano licenziati per “sabotaggio”. L’azienda aveva dato seguito alla sentenza reintegrando gli operai ma confinandoli in una “saletta sindacale”, per consentire loro – secondo i termini di legge – di godere dei diritti sindacali, ma non di riprendere il lavoro. A Rimini, in più di un passo del suo discorso, Marchionne interviene in merito alle polemiche che quella decisione aziendale aveva suscitato, stigmatizzando i tre operai, e la Fiom che li sosteneva, in quanto rappresentanti di un modello ideologico che blocca lo sviluppo dell’azienda e del paese intero: “Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente”. E poco più avanti: “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al paese la possibilità di andare avanti”.[2] Niente di nuovo sotto il cielo dell’impresa, visto che le parole del “manager dei due mondi” rievocano – ricorda Vladimiro Giacché – il patto di Palazzo Chigi stipulato fra Confindustria e Confederazione generale delle corporazioni fasciste il 21 dicembre 1923, che sanciva “il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriale e operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali”.[3]

Si potrebbe continuare mettendo a confronto la linea di continuità che univa regime fascista e organizzazione taylorfordista del lavoro nell’idea di costituire una “élite manageriale scientifica” in grado di controllare e superare la lotta di classe,[4] con la contiguità politico-culturale che avvicina Berlusconi e Marchionne in nome della gestione manageriale della cosa pubblica: laddove il manager subordina gli investimenti in Italia alla “governabilità” degli stabilimenti e alla flessibilità del lavoro, il capo del governo risponde promettendo la modifica in senso ultraliberista dell’articolo 41 della Costituzione.[5]

Detto questo, non è sul piano delle analogie con il fascismo storico che intendo discutere l’ipotesi che ho posto qui in premessa, quanto sul piano della differenza specifica del capitalismo cosiddetto postfordista e, soprattutto, delle relative tecniche di regolazione e controllo del lavoro. Un fascismo, quello del manager, a cui, se rivolgo lo sguardo a Pasolini, non esito ad aggiungere l’attributo “nuovo”. Un nuovo fascismo, allora, i cui sintomi si leggono, oltre che nelle parole e nelle pratiche di una figura manageriale estremamente significativa come quella di Sergio Marchionne, nel ruolo di dominio che la forma-impresa esercita a livello politico ed economico, e finanche nell’ambito dei modi di essere e di pensare, del modo di costituzione, cioè, della nostra soggettività. La cifra di questo dominio è l’annientamento del conflitto e dell’antagonismo nei luoghi di lavoro: sforzo antico quanto il capitalismo. La novità, quella differenza specifica del capitale postfordista in cui abita lo spettro del fascismo, sta nella tecnologia di potere – mai così efficace e pervasiva – attraverso la quale il sogno padronale di un capitale senza lavoro si sta (quasi) realizzando.

 

Corpo

Il proposito di narcotizzare il conflitto nella produzione capitalista non è certo farina del sacco dei nouveaux managers come Marchionne. Basta scorrere l’Organizzazione scientifica del lavoro di Frederick Winslow Taylor[6] o l’autobiografia di Henry Ford[7] per vedere quanto la “cordiale collaborazione” fra capi e sottoposti sia sempre stata l’obiettivo dichiarato del management d’impresa, fin dalla sua aurora: da lì in poi si potrà leggere la storia delle teorie e delle pratiche di organizzazione aziendale come l’incessante tentativo di fissare, una volta per tutte, le relazioni di potere nei luoghi di lavoro a vantaggio del capitale.

Del resto, già nel contratto di compravendita della forza-lavoro è contenuto il rapporto di forza, il terreno della contrapposizione e della lotta. All’atto della stipula del contratto, il valore d’uso della forza-lavoro – per usare un linguaggio alquanto démodé – non passa immediatamente nelle mani del compratore; esso non è oggettivamente contenuto nella merce forza-lavoro, “ma viene soltanto dopo, come soggettiva estrinsecazione di una possibilità, di una capacità, di una potenzialità”.[8] Il management deve disporre le condizioni affinché quel valore d’uso sia consumato aggiungendo valore, producendo plusvalore. “La forza-lavoro dunque non è soltanto lavoro in potenza, è anche capitale in potenza”,[9] che passa all’atto nella valorizzazione capitalistica solamente a patto che quella soggettiva possibilità che è il valore d’uso della forza-lavoro si estrinsechi e si oggettivi nella produzione. Questo passaggio dalla potenza all’atto è il terreno irriducibile della contrapposizione, in cui si gioca la valorizzazione del capitale e lo sfruttamento del lavoro, ed è su questo passaggio che si situano le tecniche manageriali di assoggettamento così come le pratiche di resistenza e insubordinazione del lavoro.

Nell’organizzazione taylorfordista, che informa la produzione capitalista su scala planetaria per quasi un secolo, le condizioni che il management dispone per consumare il valore d’uso della forza-lavoro ruotano attorno all’organizzazione scientifica della disciplina di fabbrica. Non è difficile riconoscere nel paradigma produttivo taylorfordista gli schemi disciplinari descritti da Michel Foucault in Sorvegliare e punire:[10] la scomposizione microanalitica del lavoro nelle sue operazioni elementari, il controllo cronometrico del gesto, l’utilizzo esaustivo del tempo, la sorveglianza panottica che corre lungo tutta la linea del processo produttivo, la formazione di un sapere scientifico e, come tale, super partes (l’organizzazione scientifica del lavoro) che concerne il processo produttivo e le caratteristiche dei corpi che in esso si devono incastrare. A ciò si aggiunge una produzione discorsiva che si appunta sulla soggettività del lavoro e spinge il proprio effetto di potere verso la sorgente dell’antagonismo, verso la “volontà” del lavoratore che attualizza il valore d’uso della forza-lavoro, reclamando la sua partecipazione e la sua complicità, chiedendogli di divenire capitale in atto: nascita delle psico-pedagogie del lavoro e prima apparizione sulla scena produttiva del fattore “umano” come oggetto di studio e bersaglio di un potere.

Tuttavia, l’organizzazione taylorfordista non riesce a ridurre alla docilità quella “mano ribelle” del lavoro di cui parlava Marx nel primo libro del Capitale. Il tentativo di assorbire, addomesticandola, la soggettività del lavoratore si infrange contro la materialità della coercizione disciplinare. Il corpo resiste. Il tentativo manageriale di formare l’anima passando per il dressage dei corpi fallisce. L’architettura disciplinare taylorfordista è fratturata dalla separazione fra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, ovvero tempo dell’alienazione e tempo della libertà. È la stessa pratica disciplinare a tenere separati, nella materialità del processo produttivo, lavoro e vita, e questa separazione si incarna: il corpo che lavora – uniformato, meccanizzato e assoggettato nella linea di produzione – e il corpo che si stacca dalla linea e vive il “fuori” della produzione. Ai tòpoi della fatica si contrappongono i luoghi della residenza, della socialità, delle forme di esistenza estranee alle logiche aziendali, fra le quali, per esempio, la militanza. Il capitale non sussume la vita nella sua interezza, e permane un “resto” di tempo vitale che sfugge alla presa del potere disciplinare. Alla temporalità brutale e feroce della linea di produzione si contrappone, come fratello e nemico irriducibile, il tempo di un’altra soggettivazione che può farsi pratica conflittuale, di lotta. Nonostante il suo impiego esaustivo, fino all’ultimo istante, resta del tempo nell’organizzazione scientifica della disciplina, resta il tempo per ribellarsi. È sul piano della materialità scandalosa del lavoro di fabbrica che risiede la vulnerabilità del capitalismo taylorfordista ed è lì che viene regolarmente attaccato. Il gioco fra “dentro” e “fuori” che la disciplina stabilisce nel momento stesso in cui si insedia al cuore dell’organizzazione del lavoro alimenta l’antagonismo che si fa beffe della “cordiale collaborazione” del catechismo manageriale. Quel “fuori”, infatti, entra nella fabbrica e spesso, troppo spesso, la sconquassa.

 

Anima, ovvero la rimozione del corpo

Sul piano del controllo della forza-lavoro, il problema del capitale dopo il ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta può essere condensato nella seguente domanda: come colonizzare la soggettività del lavoratore – come foggiarne l’anima – senza passare per la disciplina del corpo? La risposta è semplice e arcinota: il lavoro deve farsi sempre più immateriale. L’impresa deve liquefarsi, o diventare un gas, darsi un’anima – direbbe Deleuze[11] –, assumere la consistenza impalpabile dello spirito. Almeno tre fattori intervengono per sollecitare e favorire la conversione immateriale dell’impresa: l’egemonia del neoliberalismo in ambito politico, la globalizzazione dei mercati in ambito economico, e il successo dei modelli giapponesi di organizzazione industriale per quanto riguarda lo specifico delle teorie e delle pratiche manageriali.

È dal lavoro metalmeccanico (ancora una volta dal settore automobilistico: dopo Ford, la Toyota) che parte la svolta immateriale del capitalismo postfordista, da dentro il fuoco del lavoro materiale, quindi. La fabbrica snella giapponese, capace di contrarsi ed espandersi in tempi rapidissimi, di sintonizzarsi sulle volubili frequenze del mercato globale modulando senza tregua la produzione in base alle oscillazioni della domanda è il modello vincente da esportare e concettualizzare in Occidente. È un modello flessibile, e “flessibilità” è l’imperativo categorico del postfordismo, il mantra che percorre incessantemente, oltre che il discorso manageriale, quello economico e politico: flessibilità dei processi, flessibilità del lavoro. Sfortunatamente è anche un modello fragile, vulnerabile: per funzionare ha bisogno del massimo grado di partecipazione e collaborazione della forza-lavoro,[12] e ciò rilancia il problema dell’efficacia del controllo manageriale; ne fa, per il capitale, una questione di vita o di morte. In passato, l’impresa prevaleva, sì, nel rapporto di forza, ma al prezzo di una dura lotta che lasciava sul suo campo più di qualche ferito (ciò che per i lavoratori, sul fronte opposto, costituiva un diritto). Ora l’impresa è condannata a realizzare il suo eterno sogno, il sogno (fascista) dello stato di dominio, a partire dall’occupazione della spontanea volontà del lavoratore. E siccome la via di accesso a quella volontà deve aggirare il corpo per attingere direttamente al non-luogo dell’anima, laddove di anima ce n’è poca, come nel lavoro materiale di fabbrica, si tratterà di produrla.

Tanto per cominciare, si squalifica la materialità del lavoro avvolgendolo nella pellicola immateriale della “qualità”, del “miglioramento continuo”, della “comunicazione” e del “lavoro di squadra”, del “problem solving”, dell’“orientamento al risultato” e della “formazione permanente”. Si coinvolgono le popolazioni operaie in interventi formativi non solo addestrativi ma centrati piuttosto sulle dimensioni del “saper essere”, delle capacità relazionali, delle abilità organizzative, dell’“orgoglio del fare bene”, dell’“attenzione al cliente”, della “responsabilità” e dell’“interfunzionalità”.[13] Mossa astuta: sembrerà a tutti che, finalmente, la brutalità disumana della disciplina taylorfordista abbia ceduto il passo a un arricchimento del lavoro di contenuti intellettuali e creativi, proprio ciò che la disciplina aveva prosciugato. Sembrerà quasi che gli operai non esistano più.

Poi si costruisce una “cultura” aziendale integrata, collaborativa e a-conflittuale, fatta di mission e vision codificate in linguaggi dal registro profetico e suggestivo, per fare appello all’emotività, alla sfera intangibile dei valori, del sogno, delle immagini associate al marchio aziendale o alla merce prodotta. I manager, insieme a fitte schiere di consulenti delle più diverse specie, danno vita a sistemi cultural-aziendali di significati condivisi, di valori, credenze, linguaggi, norme, cerimonie, narrazioni, finanche leggende e miti relativi agli “eroi aziendali”, presentandosi sempre più come “agenti del cambiamento” cui è demandato il compito di produrre nuove forme di “coscienza” e “filosofia” aziendali.[14] L’impresa procede alla costruzione della propria “immagine organizzativa”, della propria anima bella, con la Corporate Social Responsibility o responsabilità sociale di impresa, insieme alla stesura delle carte etiche, per soddisfare tutti gli stakeholder, per mostrare che, anche se i capitali viaggiano come flussi luminosi da un continente all’altro, l’azienda si preoccupa dell’agio delle comunità locali in cui si insedia o solamente sosta.

Il totem del capo autoritario, del tecnico che manovra un sapere organizzativo di ordine ingegneristico e gestionale, viene abbattuto e sostituito con la figura del leader carismatico, colui che accoppia savoir-faire tecnico-specialistico e virtù etica e politica, capitano coraggioso che fonda il proprio ruolo sulla capacità visionaria e profetica di intuire le mosse enigmatiche del mercato. Il manager insegna, delega potere (si chiama empowerment),[15] disegna i contorni del destino dell’azienda, accede ai segreti profondi dell’economia globalizzata: ecco un nuovo funzionario della Verità. In più, aiuta i collaboratori a dare il meglio di sé, a cambiare se stessi, ad aumentare l’autostima, a “massimizzare” la performance: è un maieuta, uno psicologo, un allenatore.

L’effetto atteso e prodotto da questi dispositivi manageriali prende il nome, nell’ambito del management delle risorse umane, di “contratto psicologico”. Il contratto giuridico contiene il rapporto di forza: non garantisce di per sé “quegli atteggiamenti di lealtà, flessibilità, orientamento al risultato”[16] vitali per l’organizzazione postfordista. Serve un supplemento d’anima che rinforzi il vincolo con l’impresa, mentre il rapporto materiale di lavoro – in nome della flessibilità – si snellisce fino al limite dell’evaporazione. Il contratto psicologico attiene “al grado di implicazione emotiva che la persona stabilisce con l’organizzazione e i suoi membri”[17] e passa per la stimolazione del “commitment”[18] e della “identificazione organizzativa”:[19] sovrapposizione e coincidenza del sé del lavoratore con il sé dell’azienda, “attaccamento emozionale”. L’impresa come oggetto d’amore, bersaglio del desiderio.

Contemporaneamente, i saperi psico-pedagogici sulla soggettività del lavoratore proliferano nelle organizzazioni aziendali in una dispersione di declinazioni e consulenze, facendo dell’impresa il luogo dello sviluppo personale e della realizzazione di sé, la scena in cui la ricerca di “benessere” e “autenticità” degli individui converge con l’istanza aziendale di efficacia e performance. Le psico-tecniche manageriali postulano una struttura psichica monistica, compatta e a-conflittuale. Ogni disagio o difficoltà psicologica è spiegata in termini di pattern di comportamenti appresi che l’individuo, attraverso “pacchetti” di tecniche specifiche, semplici ed efficaci, è in grado di disapprendere e riprogrammare. Il sé è sempre accessibile, la sua performatività migliorabile, i suoi confini estensibili, secondo la tendenza naturale dell’essere umano a realizzarsi, superarsi, e ad attualizzare le sue potenzialità: la soggettività come oggetto di gestione manageriale.[20]

Del resto, il neoliberalismo è la cornice economica e politica in cui si dispiega il dominio della forma-impresa, e il fulcro teorico della razionalità di governo neoliberale è la nozione di “capitale umano” (Foucault docet). L’introduzione di questa nozione, a partire dall’ordoliberalismo tedesco e dal neoliberalismo americano, segna una “mutazione epistemologica” che cambia l’oggetto dell’analisi economica, e una penetrazione di quest’ultima in un ambito prima considerato non economico: il soggetto-lavoratore come portatore di un capitale individuale (fattori fisici e psicologici, attitudini, competenze, carattere, cultura ecc.) di cui il reddito costituisce la valorizzazione, mentre la formazione continua, l’ampliamento delle competenze e il continuo superamento di sé rappresentano l’investimento e il rischio d’impresa.[21] Il lavoratore diviene un’impresa in sé in una società di unità-imprese, una società in cui il modello manageriale penetra nelle trame più minute, fin dentro il cuore della soggettività, nel foro interiore del rapporto di sé con sé, per fabbricare ciò che è stato definito “enterprising subject”,[22] “sujet entrepreneurial”:[23] il soggetto come costruzione imprenditoriale di sé sotto il comando del capitale.

Con il management dell’anima sfuma la separazione fra lavoro e non lavoro, la linea di demarcazione fra dentro e fuori dell’impresa, al punto che persino i processi di soggettivazione saltano dentro il circuito della valorizzazione capitalistica. I dispositivi aziendali di gestione delle risorse umane modellano l’anima del lavoratore a immagine e somiglianza dell’impresa e delle sue figure immateriali. Se, diceva Althusser, l’ideologia interpella gli individui come soggetti, allora la tecnologia di potere manageriale li interpella come capitale. La “mutazione antropologica” del lavoro procede in progressione geometrica, e tutto ciò che tradizionalmente stava fuori dal “piano del capitale”, rappresentandone il limite e la minaccia, è ora assediato dalla spinta omologante dell’impresa. Nel modello di soggetto pieno, lucido, performativo, concorrenziale e competitivo cui i lavoratori (precari e ricattati) sono chiamati a coincidere non c’è spazio per l’antagonismo o per il conflitto, se non per quello che li pone l’uno contro l’altro. A questa altezza si colloca oggi il gesto fascista dell’impresa. Il problema è capire qual è il terreno della resistenza.

 

Il ritorno del rimosso

Nelle righe precedenti mi sono dimenticato di Sergio Marchionne, che avevo ampiamente citato in premessa. Poco male, è solo uno dei tanti significanti del discorso manageriale contemporaneo. Eppure è uno dei personaggi più emblematici, un protagonista politico della nostra attualità e, soprattutto, l’episodio del ritorno del rimosso che vorrei citare si verifica proprio nei suo paraggi – come dire, a casa sua. Allora voglio riprendere le sue parole prima di proseguire e concludere.

Il discorso di Rimini è un eccellente condensato del linguaggio manageriale contemporaneo, dei suoi temi organizzativi, dei suoi effetti di potere (a partire dal titolo: “Saper scegliere la strada”). Marchionne si rivolge in particolare ai giovani e si presenta come un uomo che parlerà in modo “chiaro” e “diretto”, senza presunzione, senza formalismi, rifiutando il ruolo del “professore”, dell’“economista” o del “politico” e assumendo la più modesta posizione – dice – dell’“uomo di industria”. “Cambiamento” è la parola che ricorre più frequentemente nel suo discorso, praticamente in ogni passaggio. Occorre avere il “coraggio” e la “determinazione” di intraprendere i cambiamenti necessari per “stare al passo con la realtà”. Una realtà che coincide con il mondo globalizzato, “complesso” e “caotico”, in cui i problemi da affrontare “cambiano ogni giorno”. La continua variabilità, l’incessante “fermento” dell’ambiente e del mercato in cui viviamo richiedono una grande capacità di risposta, movimento, decisione – la capacità di adattarsi in “tempi brevissimi”, in “tempo reale” ai “movimenti dei mercati” –, e impongono “al sistema una flessibilità enorme”. Occorre tenere “un ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza” per superare le “sfide” poste dalla globalizzazione: il ritmo, la rapidità sono ciò che “fa la differenza tra vincere e soccombere”. Mantra della flessibilità.

Se l’impresa deve palpitare in sincrono con i mercati, il paese deve vibrare in concerto con l’impresa, trasformarsi insieme a essa. Nel discorso di Marchionne, l’Italia corre i medesimi rischi, soffre degli stessi mali che affliggevano la Fiat prima della cura manageriale: la resistenza al cambiamento, l’immobilità, l’insufficiente spinta a “competere” e a “confrontarsi con il resto del mondo”. “Fabbrica Italia” è il nome del progetto industriale di Marchionne, e ciò che il paese deve fare per allinearsi con l’impresa – pena il decollo dell’azienda verso altri lidi – è “riconoscere la necessità di cambiare”, “aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat di continuare a competere”, liquidare i “vecchi schemi”, i modelli che si ostinano “a proteggere il passato”, e volgere finalmente lo sguardo verso “nuovi orizzonti”. La visione del futuro è preclusa se non si libera l’occhio, una volta per tutte, dalla “lente deformata del conflitto”. Costruiscono un dominio e lo chiamano pace.

La fusione fra Fiat e Chrysler è “un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà; un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana”. La mission dell’azienda, fin dall’antichità dei suoi natali, non ha tanto a che fare con la prosaica sfera della generazione di profitti e dividendi quanto piuttosto con la dimensione del “sogno”, nella fattispecie quello di “favorire la mobilità e la libertà delle persone”. I presupposti di “Fabbrica Italia” sono i valori che fondano l’agire manageriale: “correttezza”, “integrità”, “etica del business”. “Nobili intenzioni” animano il progetto aziendale e disegnano la “visione” che il manager deve tradurre in realtà. Il “segreto” della Fiat è la “forte carica di valori” delle persone che la compongono, il loro “senso di responsabilità”, il fatto di essere un’azienda fatta di “uomini e donne di virtù”. E via con le citazioni di scrittori e filosofi attraverso le quali Marchionne esibisce, arricchendoli con un surplus di colto umanismo, tratti della propria biografia e della cultura aziendale. “Viaggiare è una brutalità”, diceva Pavese, ma è necessario sottoporsi al cambiamento del viaggio per crescere in fretta, aggiunge Marchionne. La necessità di adeguarsi con “coraggio” e “libertà” a “un mondo che cambia alla velocità della luce” è sostenuta parafrasando Hegel: “La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata”. Il discorso riminese si chiude con Machiavelli e la funzione pedagogica dell’uomo dalla virtù esemplare, quello che agisce con “decisione” e con “coraggio”, che non si tira indietro quando “si tratta di dare il buon esempio”. Cultura, valori, virtù. Marchionne insegna come stare al mondo: è una questione di superiorità morale e di accesso alla verità della globalizzazione. Ecce manager.

Questa è la Weltanschauung manageriale ampiamente condivisa da tutti i “decisori politici”. Il mercato è il “luogo di veridizione” delle pratiche di governo,[24] e il “manager globale” – che il mercato lo conosce bene – occupa il posto della Verità. Così, quando Marchionne sottopone il suo piano autoritario al referendum dei lavoratori, prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, si aspetta un plebiscito. Glielo annunciano il governo, Confindustria, la “babele del Pd”, “l’entusiasmo di Cisl e Uil e le deboli reazioni della Cgil”,[25] la solitudine della Fiom, glielo annuncia l’adesione acritica dei “liberi pensatori”, il consesso politico, economico, culturale e giornalistico che converge sul diktat aziendale in nome della metafisica della globalizzazione. Il ricatto di Marchionne, il suo scatto autoritario, è realmente comprensibile – a livello strategico – solo considerando il fatto che si innesta su un corpo sociale già accuratamente sterilizzato dalle infezioni dell’antagonismo. Si tratta di ridurre al silenzio, con un gesto di forza, gli ultimi rottami del passato, le sopravvivenze marginali del conflitto. Mutazione antropologica (postfordista) del lavoro e violenza autoritaria (se vogliamo, prefordista) per stroncare i resti di quella mutazione. Ecco il fascismo del manager. Ma una “minoranza profonda”[26] a Pomigliano e una quasi maggioranza alle carrozzerie di Mirafiori qualche mese dopo urlano il proprio no. Chi sono? Sono gli operai inchiodati al proprio corpo stravolto dalla materialità insopprimibile del lavoro di fabbrica. Sono quelli che hanno lottato nel 2004 contro la metrica Tmc-2 e ora subiscono l’introduzione del World Class Manufacturing.[27] Quelli che hanno vissuto l’intensificazione del lavoro, la nuova turnistica, la riduzione delle pause e l’aumento degli straordinari, l’accelerazione dei ritmi, la brutalità e l’assurdità del lavoro in linea di produzione. Quelli che già nello stabilimento Fiat-Sata di Melfi (la via italiana al toyotismo) avevano incorporato lo scarto fra i dogmi postfordisti della motivazione, della qualità, della cooperazione, della realizzazione di sé, da un parte, e dall’altra, la frustrazione, l’indifferenza, la fatica, la serialità del lavoro materiale di fabbrica, per di più impoverito e squalificato – lavoro che, sotto Taylor, Ford, Ohno,[28] Romiti o Marchionne, asservimento feroce dei corpi era, e tale rimane. Il corpo antagonista del lavoro è ritornato sulla scena per annunciare un rifiuto senza condizioni. Le braccia si incrociano, poi la mano scrive “no” sulla scheda del ricatto.

Non è un caso che quella parte di studenti e di precariato cognitivo che ancora non si è trasformata in capitale umano guardi a quegli uomini e a quelle donne dalle vene spezzate e la schiena diritta come “emblema della persistenza in vita”[29] della soggettività del lavoro. Hanno trovato il terreno della resistenza. Come praticare il rifiuto del dominio della forma-impresa nel lavoro immateriale, senza corpo, in cui il management dell’anima dispiega la propria potenza omologante è la sfida politica da raccogliere per contrastare il fascismo quotidiano del capitale nei luoghi di lavoro. Esercitare il massimo di sospetto per tutte le metafisiche del lavoro immateriale, guardare di traverso le maschere del desiderio su cui fanno leva le pratiche manageriali di gestione dell’anima, ripartire dalla radicalità dei bisogni sociali, dal corpo vivente, dalla sua fragilità e dai suoi piaceri: mi sembrano indicazioni da tenere ben presenti.

 


[1]. G. Cremaschi, Sì, quello di Marchionne è fascismo aziendale, intervento sul sito web di “MicroMega”, 10 gennaio 2011, <http://temi.repubblica.it/micromega-online/cremaschi-si-quello-di-marchionne-e-fascismo-aziendale>.

[2]. Il testo del discorso di Marchionne, inclusivo delle slides proiettate, è scaricabile in formato pdf dal sito del “Sole-24 ore”, <http://www.ilsole24ore.com>.

[3]. V. Giacché, Così parlò Marchionne, “alfabeta2”, 3, 2010.

[4]. Cfr. G. Maifreda, La disciplina del lavoro. Operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 186-189.

[5]. L’articolo 41 recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Questa la proposta di modifica approvata dal Consiglio dei ministri il 9 febbraio 2011: “L’iniziativa economica è libera, ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”.

[6]. F.W. Taylor, L’organizzazione scientifica del lavoro (1947), Etas, Milano 2004.

[7]. H. Ford, La mia vita e la mia opera (1922), Apollo, Bologna 1925.

[8]. M. Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 20062, p. 163.

[9]. Ivi, p. 164.

[10]. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Einaudi, Torino 1993.

[11]. Cfr. G. Deleuze, “Poscritto sulle società di controllo”, in Pourparler (1990), Quodlibet, Macerata 2000, p. 236.

[12]. Cfr. M. Revelli, “Introduzione”, in T. Ohno, Lo spirito Toyota (1978), Einaudi, Torino 2004; G. Della Rocca, V. Fortunato, Lavoro e organizzazione. Dalla fabbrica alla società postmoderna, Laterza, Roma-Bari 2006; G. Bonazzi, Storia del pensiero organizzativo, vol. 1. La questione industriale, Franco Angeli, Milano 2007.

[13]. Cfr. L. Queirolo Palmas, Le fabbriche della formazione. Un’indagine sulla produzione delle risorse umane nella grande impresa industriale, L’Harmattan Italia, Torino 1996; A. Vitale, La talpa nel prato verde. Soggettività al lavoro alla Fiat di Melfi, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2001.

[14]. Cfr. G. Morgan, Images. Le metafore dell’organizzazione (1997), Franco Angeli, Milano 2002, pp. 161-203.

[15]. Cfr. C. Piccardo, Empowerment. Strategie di sviluppo organizzativo centrate sulla persona, Raffaello Cortina, Milano 1995.

[16]. G. Costa, M. Gianecchini, Risorse umane. Persone, relazioni e valore, McGraw-Hill, Milano 2005.

[17]. Ivi, p. 32 (corsivo mio).

[18]. Con commitment si intende il coinvolgimento emotivo, l’impegno affettivo, l’orientamento positivo e “proattivo” nei confronti dell’impresa che porta l’individuo ad agire nell’organizzazione anche indipendentemente dai “vantaggi estrinseci” che potrà ricavare dai suoi comportamenti, o persino in contrasto con i suoi stessi interessi personali. Cfr. ivi, p. 206.

[19]. L’identificazione organizzativa è considerata un fenomeno cognitivo che ha decisive implicazioni emotive. È un fenomeno cognitivo nel senso che “le persone producono la loro identificazione con un’organizzazione attraverso la riconciliazione delle somiglianze e delle differenze tra il proprio schema di sé e lo schema che hanno dell’organizzazione in cui lavorano”: è un fenomeno di sovrapposizione fra identità individuale e identità dell’organizzazione. L’implicazione emotiva che ne deriva è l’“attaccamento emozionale” all’azienda, un “obbligo morale a restare con l’organizzazione e a contribuirvi”, una tendenza a vivere i successi o i fallimenti organizzativi come propri, al punto che il distacco dall’organizzazione comporta necessariamente una qualche “perdita psichica”. M. Bergami, L’identificazione con l’impresa. Comportamenti individuali e processi organizzativi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996.

[20]. Cfr. V. Brunel, Les managers de l’âme. Le développement personnel en entreprise, nouvelle pratique de pouvoir?, La Découverte, Paris 2004; L. Bazzicalupo, Soggetti al lavoro, in L. Demichelis, G. Leghissa (a cura di), Biopolitiche del lavoro, Mimesis, Milano-Udine 2008.

[21]. Cfr. M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979 (2004), Feltrinelli, Milano 2005, lezione del 14 marzo 1979, pp. 176-193.

[22]. Cfr. P. Du Gay, Consumption and Identity at Work, Sage, London 1996.

[23]. Cfr. P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde. Essai sur la société néolibérale, La Découverte, Paris 2009.

[24]. M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, cit., p. 40.

[25]. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano. La strategia Fiat di distruzione della forza operaia, DeriveApprodi, Roma 2011, p. 21.

[26]. Ivi, p. 28.

[27]. Il Tmc-2 (Tempi dei movimenti collegati – seconda versione) è una metrica del lavoro che riduce i tempi di esecuzione delle operazioni in linea di produzione fino al 20 per cento. Elaborata dalla fiat già negli anni ottanta, è stata introdotta negli stabilimenti del gruppo prima a Melfi (1994), poi a Cassino (2001) e a Mirafiori, Pomigliano d’Arco, Termini Imerese (2003). Cfr. S. Iucci, Tempi duri, in “Rassegna sindacale”, n. 34, 18-24 settembre 2003. Il modello organizzativo denominato World Class Manufacturing è un’evoluzione del sistema Toyota adottato dalla Fiat dal 2006. Prevede un costante investimento sull’elemento culturale dell’organizzazione tipico dei modelli postfordisti e, al contempo, una decisa intensificazione dei ritmi di lavoro in senso taylorista e fordista. Cfr. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, cit., pp. 61-72.

[28]. Taiichi Ohno è unanimemente considerato il padre del Toyota Production System. Cfr. T. Ohno, Lo spirito Toyota, cit.

[29]. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, cit., p. 28.

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Etica minima e barbarie https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/etica-minima-e-barbarie/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/etica-minima-e-barbarie/#respond Sun, 07 Aug 2011 16:54:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4940 di Massimiliano Nicoli Immaginiamo di entrare in uno dei più celebri romanzi di John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari: siamo sui bastioni dell’ultimo avamposto dell’Impero, noi, i paladini della civiltà, e percorriamo con lo sguardo la linea dell’orizzonte, sperando di non scorgere il temuto arrivo dei barbari, dell’altro, selvaggio e primitivo, determinato ad annientarci. In […]

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di Massimiliano Nicoli

Immaginiamo di entrare in uno dei più celebri romanzi di John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari: siamo sui bastioni dell’ultimo avamposto dell’Impero, noi, i paladini della civiltà, e percorriamo con lo sguardo la linea dell’orizzonte, sperando di non scorgere il temuto arrivo dei barbari, dell’altro, selvaggio e primitivo, determinato ad annientarci. In questa attesa, in cui il terrore si mischia alla curiosità, l’attenzione tutta rivolta al “fuori”, verso l’al di là della frontiera, allontana il sospetto – troppo impegnativo e doloroso da accogliere – che forse siamo noi stessi i barbari che stiamo aspettando, o meglio, sono le nostre pratiche, la nostra (sotto)cultura, i nostri stili di vita a produrre la barbarie che può distruggerci. Certo, serve una buona quota di coraggio, di capacità critica e autocritica per invertire la direzione dello sguardo e riconoscere nel nostro cinismo e nella nostra ipocrisia la menzogna che l’Impero si racconta, come nel caso del protagonista del romanzo di Coetzee. A una operazione di questo tipo, a una tale contromanovra da esercitare nel nostro presente, ci invita l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti, significativamente intitolato – non senza riferimento proprio allo scrittore sudafricano – Noi, i barbari. La sottocultura dominante (Cortina, pp. 184, euro 12).

Il libro di Rovatti esce a un anno dalla pubblicazione, per il medesimo editore, di Etica minima. Scritti quasi corsari sull’anomalia italiana, di cui costituisce la prosecuzione. Come quello precedente, questo volume raccoglie e rielabora interventi già anticipati in forma di editoriale sul quotidiano Il Piccolo, articolandoli in quattro sezioni: “Una violenza quotidiana, sottile e strisciante”, “Privato o pubblico?”, “Il disastro della scuola”, “Una cultura sotto”, con l’aggiunta di un’appendice sull’imbarbarimento del nostro linguaggio pubblico (“Il fascismo nella nostra lingua”). Si tratta così di un libro che, guardando a Pasolini e Foucault come “filtri intellettuali” o “maestri provvisori”, procede per “esempi puntuali”, indizi piccoli e grandi che segnalano il grado di penetrazione della “colla” subculturale che ci avvolge e rispetto alla quale la nozione tradizionale di ideologia non sembra fare più presa, almeno nella misura in cui ciascuno di noi, nella nostra dispersione – e non solo la Classe, il Potere, il Tiranno –, contribuisce attivamente a spalmarla. Dalla psicopolitica a segno ultra-maschilista che caratterizza passo per passo lo stile di governo nell’anomalia italiana (e non solo?), alla montante medicalizzazione della società, dalla ferocia quotidiana che esercitiamo contro il barbaro migrante alla compressione della soggettività del lavoro (Mirafiori docet), fino alla distruzione della scuola pubblica e dell’Università, ridotte, nella migliore delle ipotesi, ad agenzie di formazione professionale intenzionate a costituire il tipo antropologico – cinico ragioniere e imprenditore di se stesso – che meglio risponde all’appello del mercato. Una costellazione di eventi che la spettacolarità del flusso informativo mainstream spesso scolora immediatamente, sprofondandoli nella dimensione senza storia né memoria di “un appena passato già scaduto”, e fracassando, con lo stesso gesto, la dimensione del futuro “in una semplice attesa della ulteriore novità spettacolare” (quanti sanno, per esempio, cosa sta accadendo in questo momento in Libia?).

La sequenza degli interventi di Rovatti, senza essere né cronaca né ricomposizione di un impossibile quadro unitario, reagisce al naufragio degli eventi nell’indifferenza dello spettacolo, chiamando il lettore alla presenza su una scena barbarica dalla quale, peraltro, non ci si può illudere di defilarsi; contemporaneamente, al culmine del pessimismo della ragione, impone l’urgenza “di una lotta a tutto campo contro la sottocultura dominante, contro una barbarie che ha preso dimora nell’anima di ciascuno”. Come ci si oppone alla barbarie che ci abita? In questo senso, e senza civettare con la Filosofia (e con le sue frequenti promesse di consolazione), la proposta di Rovatti annoda l’insegnamento di Enzo Paci, il lavoro teorico (e pratico) del pensiero debole e l’ultima riflessione di Michel Foucault sul coraggio della verità. Ciò di cui è necessario equipaggiarsi è l’esercizio quotidiano e incessante della critica che mette a bersaglio tutti i poteri che transitano attraverso le nostre vite. Un esercizio che costituisce la condizione di possibilità “per praticare la verità” in un mondo in cui si fa sempre più difficile tracciare la linea di demarcazione fra vero e falso. Una verità che è “significato vissuto” – avrebbe detto Paci –, “debole”, forata, ma la cui paradossale forza – la forza di ciò che resiste – risiede nella possibilità di impiantarsi nella concretezza dell’esistenza, dello stile di vita. Dare corpo a questo “poco di verità” – per usare le parole di Foucault – è il compito dell’etica minima contro la barbarie: una “politica della vita”, “una politica della soggettività”. Un compito che oggi non si può più demandare ad alcuna guida veritativa (per esempio l’intellettuale universale di sartriana memoria) ma che investe l’intelligenza collettiva cui partecipa ciascuno di noi: divenire intellettuali (critici e inventivi) di noi stessi è la direzione verso cui procedere – ci dice Rovatti con una smorfia ai dogmi neoliberali del capitale umano e della costruzione imprenditoriale di sé.

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Ultimo post a Parigi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ultimo-post-a-parigi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ultimo-post-a-parigi/#comments Mon, 14 Feb 2011 07:27:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3785 di Massimiliano Nicoli

Lo studente di dottorato italiano – il dottorando di ricerca, come si dice abitualmente – arriva a Parigi per la seconda volta ai primi di marzo, dopo aver abortito un primo viaggio causa furto di documenti. Se tutto andrà come deve andare, rimarrà per un paio di mesi e poco più. Abita in un appartamento in pieno centro, uno studio al piano terra, in una corte interna. Il piccolo appartamento è carino, ma avvolto in una penombra perenne.

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di Massimiliano Nicoli

Lo studente di dottorato italiano – il dottorando di ricerca, come si dice abitualmente – arriva a Parigi per la seconda volta ai primi di marzo, dopo aver abortito un primo viaggio causa furto di documenti. Se tutto andrà come deve andare, rimarrà per un paio di mesi e poco più. Abita in un appartamento in pieno centro, uno studio al piano terra, in una corte interna. Il piccolo appartamento è carino, ma avvolto in una penombra perenne. È solo, lo studente è solo. Certo, come spesso accade a Parigi, c’è un topo che vive dietro i muri, probabilmente fra le tubature, e ogni tanto lo si sente squittire e grattare i tubi, ma, nonostante questa presenza, il nostro studente è solo, non c’è dubbio. Certo, frequenta un corso di francese e lì conosce giovani che provengono da tutti gli angoli del pianeta e che si dirigono verso altri angoli del pianeta, in cerca di fortuna. Di ulteriore fortuna, visto che i più sono già molto ricchi, e, per il momento, fanno tappa nella Ville Lumière. Certo, in quanto italiano, è molto ben accolto, stranamente (o forse no) oggetto di un pregiudizio positivo (che, poi, a ben guardare, tanto positivo non è), per cui, per definizione, egli sarebbe simpatico, socievole, creativo, gran cuoco, gran donnaiolo, pieno di stile, melodioso nel parlare (“ah, les italiens, quand ils parlent, ils chantent…”), teatrale nel gesto: “toujours sur scène!”. Una specie di piacevole buffone, insomma. Così lo invitano alle loro feste: americani, australiani, tedeschi, coreani, inglesi, russi, spagnoli, argentini – “el tano fou”, lo chiamano i latini. Ma in fondo, lo studente, il dottorando, per quanto paggio di compagnia, è solo. Solo in una città tanto bella quanto spietata, in cui nessuno ha bisogno di lui. Parigi, come tutte le grandi città, lo assorbe nell’indifferenza totale. Stiamo parlando di una solitudine da privilegiato, naturalmente, che ha a che fare con il lusso della scelta e non certo con la ferocia della condanna, una solitudine che s’impasta con la libertà, che ubriaca, e pur tuttavia, qualche volta, spaventa e paralizza. Di sicuro amplifica le emozioni, le esaspera, le esagera. L’iperbole è la figura retorica che caratterizza la sua esperienza, ne è la cifra. Bestia formidabile e terribile, questa solitudine da privilegiati. Per esempio, egli può girare per le bancarelle del mercato coperto di Boulevard de Magenta, con le borse in mano, cantando ad alta voce, senza che nessuno badi a lui. Può passeggiare la domenica, il primo giorno di primavera, lungo il Canal Saint-Martin e bagnarsi gli occhi leggendo una lapide che ricorda un certo Charles Dupas, “tombé glorieusement pour la libération de Paris, à l’âge de 29 ans”, senza che nessuno badi a lui. Può svegliarsi la mattina nella penombra eterna della sua stanza, schiacciato dal granito di una malinconia che lo perseguiterà per tutto il giorno, senza che nessuno badi a lui. Senza che nessuno lo guardi. Vive in uno stato di tensione emotiva permanente e dunque s’innamora di tutto ciò che incontra. Perde la testa a ogni piè sospinto, la vede rotolare, la insegue e la raccoglie. Si esalta e si dispera. Si dispera perché gli oggetti del suo amore, quegli oggetti che lo fanno persino commuovere, non li può condividere con nessuno. Si dispera anche perché tutto lo incanta ma tutto lo abbandona, lasciandogli in mano solo il cencio del suo stupore, perché niente e nessuno ha bisogno di lui, o della sua cura. Nessuno lo riconosce.

Ma insomma, qual è il motivo di questa breve carrellata nella vita parigina di un anonimo dottorando di ricerca italiano? Beh, il punto è che il diario della sua esperienza a Parigi si riversa in Facebook, nella pagina pubblica o in comunicazioni private, e il social network diviene così la finestra attraverso cui passa la memoria semi-pubblica della sua parentesi francese, nel tentativo, più meno riuscito, di esporsi finalmente allo sguardo d’altri per puntellare la sua solitudine, perché non gli crolli addosso. Partiamo da qui, dalla singolarità di questa esperienza, anche se non credo che ci sposteremo molto più in là.

Primo: la vergogna. Lo studente, che prima di Parigi utilizzava Facebook sporadicamente e controvoglia, celandosi persino dietro uno pseudonimo per non essere individuato da persone sgradite, ora vi si dedica con determinazione. Incrementa il numero di “amici”, amplia il reticolo delle connessioni, chiede e ottiene l’amicizia delle persone che incontra in Francia, si iscrive a “gruppi” o diviene “fan” di “pagine” legate a persone/oggetti/interessi di natura politica, culturale o semplicemente goliardica, scegliendo fra questi luoghi virtuali quelli in cui crede di riconoscersi maggiormente. Riconoscersi, appunto. Ma che cos’è il riconoscimento sul piano del legame sociale che tesse la rete del social network? Il problema gli si presenta immediatamente in termini molto semplici: cosa penseranno i suoi “amici” (ma quanti e quali sono, precisamente, i suoi “amici”? Non può ricordarli tutti, gli occorre controllare l’elenco) del fatto che si è iscritto proprio a quei gruppi e non ad altri ed è “fan” esattamente di quelle pagine e non di altre? E coloro che non sono (ancora) suoi “amici” ma pure possono accedere a una versione limitata del suo profilo, che idea si faranno? Gli interessi che ora manifesta, i soggetti collettivi in cui dichiara di riconoscersi e identificarsi, quanto collimano con l’immagine di sé che egli ha costruito per gli altri, a volte faticosamente, spesso in uno sforzo intenzionale progettato nei dettagli? E come conciliare la narrazione di sé dispiegata su Facebook – quel quadro che chiunque può comporre a partire dagli elementi pubblicati, dalle fotografie e dalle immagini, dalle opzioni rispetto a “pagine” e “gruppi” – con la molteplicità delle immagini che ciascun altro/amico si è già formato de visu nella vita prima o fuori dal social network? Il sé-oggetto che lo studente lascia indiscriminatamente in pasto a tutto il pubblico di Facebook, quanto modifica e incrina – se lo incrina – quel sé-oggetto che i suoi “amici” già possiedono e sul quale lo studente aveva più o meno intensamente, più o meno strategicamente e consapevolmente tentato di agire per influirvi – governandosi a seconda delle persone e dei contesti –, per impedire la piena rapina del proprio segreto, della propria verità? Quanti saranno delusi? Quanti saranno sorpresi? E ancora: i diversi gradi di accesso al proprio privato, stabiliti e registrati a seconda delle persone e delle relazioni nella vita prima di Facebook, non sprofonderanno ora nell’indeterminazione di uno sguardo in cui si distinguono solamente “amici” e “non (ancora) amici”, per cui tutti gli appartenenti al primo gruppo possono guardare, leggere e ascoltare simultaneamente gli stessi brani di vita, al medesimo livello di intimità? Ovvero, come selezionare le informazioni su di sé, come regolare la comunicazione e i suoi stili, il linguaggio e i suoi giochi, a seconda dei singoli interlocutori, una volta che tutti sono interlocutori, tutti ascoltano, tutti guardano, tutti commentano e parlano, o possono farlo, nel medesimo tempo, intorno al medesimo oggetto. Senza dubbio, il problema del governo di sé attraverso l’autosorveglianza e l’autocensura si complica parecchio. In un dispositivo di esposizione generalizzata e simultanea del sé, l’autosorveglianza non è mai abbastanza e ugualmente è sempre troppa. È in questo bilico fra il troppo e il troppo poco che si deve muovere lo studente se vuole partecipare alla costruzione di se stesso dentro il social network. Dunque egli si pone questo genere di problemi, ma più che porseli li vive, e al sentimento che li accompagna, se avesse letto certe pagine di Sartre, e probabilmente le ha lette, darebbe il nome di vergogna. Anzi, siccome quelle pagine, in effetti, una volta le ha studiate, capisce che non si sfugge alla malafede, che la sincerità è tutt’al più un attimo di fosforescenza, e decide di fare l’unica cosa che può fare, forse quella che tutti fanno: superare la vergogna tentando di farsi oggetto affascinante, e guardare gli altri, per giocare il gioco e la battaglia degli sguardi.

Secondo: la seduzione. Lo studente, allora, quando è in casa, nella penombra, si adopera allo schermo e scrive, pubblica, commenta, si espone. Video, fotografie, micro-riflessioni, citazioni, battute, musica, articoli di giornale, narrazioni… “Condividi?”, gli chiede Mr. Facebook, e lui condivide, riversando nel web porzioni della sua esperienza a Parigi, scegliendo con cura e con attenzione i materiali da esporre, perché accendano un faro su di sé, per stare sotto il cono di luce, per tentare di regolare e modulare l’intensità, la tonalità di quella luce. Una comunicazione “leggera” in quanto istantanea, non c’è dubbio, ma “pesante” al tempo stesso, perché ogni elemento esposto incide e forgia il profilo di ciascuno. Dunque lo studente si fa oggetto, accetta di solidificarsi (anche) nel web, e attraverso lo sguardo indeterminato e oggettivante dell’Altro – amplificato, moltiplicato, intensificato in versione 2.0 – tenta di farsi oggetto persino a se stesso. “Guardami”, gli dice dallo schermo la sua pagina su Facebook, il suo stesso profilo, mutuando le parole da una canzone che ha appena condiviso, “non sono meglio di uno specchio?”. Sì, in effetti è ben meglio di uno specchio, perché il profilo accetta e anzi invoca continue correzioni, continui aggiustamenti, sollecitati dal ritorno della propria immagine su di sé e, soprattutto, dall’interazione con altri. Sulla pagina arrivano continui commenti e nuove richieste di amicizia, si avviano conversazioni pubbliche e private, si manifestano apprezzamento e adesione rispetto agli elementi pubblicati; segnali di riconoscimento, produzione di legame sociale in una vita metropolitana, quella del nostro dottorando, evidentemente impoverita sotto questo punto di vista: una canzone pubblicata su Facebook origina una filiera di commenti, chiede e ottiene contatti, una canzone cantata in un mercato di Parigi non dà altro che l’ebbrezza dell’anonimia, e le due esperienze sembrano completarsi e compensarsi, come legate a doppio filo. La foto della lapide in memoria di Charles Dupas viene ripresa e rilanciata dagli “amici”, quelle lacrime sembrano non cadere più nel vuoto e chiamare a una partecipazione non più solo individuale. Quella malinconia di granito da trascinare da mattino a sera in giro per Parigi, fino, per esempio, a una panchina del cimitero di Montparnasse, una volta raccontata e lasciata in preda ad altri, una volta integrata nel processo incessante di fabbricazione di una biografia che si vuole interessante, in un gioco di verità e finzione, sincerità e malafede, evapora e lascia spazio a una nuova mossa di costruzione di sé. Accontentare e provocare, esporsi e celarsi: lo studente si perde e si riprende, si inchioda, fugge e si blocca di nuovo, e di sicuro ama giocare a lungo questo gioco intorno al soggetto che lui (non) è.

E poi può sempre guardare. Il nostro dottorando, quando torna a casa, di sera, mentre la pasta bolle sul fuoco in attesa di essere (s)cotta, accende trafelato il computer – anzi, l’ordinateur, come lo chiamano i francesi – entra in Facebook e, dopo aver controllato i messaggi ricevuti e i commenti ai suoi “post”, scorre la home-page per osservare l’attività dei suoi amici nelle ultime ore, negli ultimi minuti. Con tutti si può interagire, di tutti si può scoprire una piega, a tutti si può rubare qualcosa. Beninteso, qui chi guarda chiede sempre di essere guardato, chi ruba implora di essere derubato. Ecco quelli che scrivono il proprio diario on-line, quelli che si specializzano nella diffusione di (contro)informazione politica, quelli che bighellonano incessantemente, quelli che praticano un po’ di pudore, quelli che non lo praticano affatto, che si esibiscono, che si svelano, che si spogliano, quelli che confessano. Ecco, appunto, quelli che confessano.

Terzo: la confessione. “A cosa stai pensando?”, chiede Facebook non appena ci si collega. Ciò che si pubblica sulla propria pagina, nella propria “bacheca”, è una risposta a quella domanda. Inoltre, nello spazio che sta esattamente sotto la foto, gli architetti del social network hanno posto una chiara esortazione: “scrivi qualcosa su di te”. Epitaffio in vita. Un amico tedesco del nostro dottorando, dopo aver subito dal medesimo una lezione d’italiano dedicata al motto volgare, ha deciso di rispondere in modo piuttosto perentorio a quella sollecitazione: “cazzi miei”. Molti, come il dottorando stesso, non rispondono, oppure giocano di spirito: “istigazione al tatuaggio?” – scrive qualcuno. Ma non si sfugge al dispositivo della confessione, nella misura in cui esso fornisce la trama al tessuto delle relazioni sociali nel social network – e questo, dalla sua stanza parigina, lo studente lo capisce molto presto. Egli, in effetti, si racconta, e raccontandosi si confessa, senza mai smettere di farlo: talvolta in uno sforzo illusorio di sincerità, talaltra in un progetto di malafede che gli sfugge senza tregua; guarda per essere guardato, chiede e ottiene di essere riconosciuto, costruisce quel ritaglio di socialità che la città gli nega, e così facendo, non cessa di illuminare le pieghe della sua anima, di rimettere ad altri l’arcano della sua coscienza: regolarmente, continuativamente, esaustivamente. Questo studente di cui parliamo deve essere proprio un povero dottorando di filosofia, perché, a questo punto, sono di Michel Foucault le pagine che gli vengono in mente, e attraverso la porta della confessione – oibò – torna a insinuarsi nel suo rapporto con Facebook una buona quota di sospetto. Gli sembra a un tratto che tutto questo raccontarsi faccia più che pendant con quella moltiplicazione dei discorsi su di sé che è tratto saliente delle pratiche biopolitiche di potere, con quell’inesauribile dispositivo di esame, analisi e controllo di cui la confessione, il racconto di sé, l’estroflessione della verità interiore sono modello e matrice. Ognuno è confessore d’altri, in questo complesso dispositivo a nome Facebook, ognuno è sorvegliante dell’anima altrui, come se la verticalità del controllo e del governo si dislocasse lungo una linea che attraversa orizzontalmente la comunità e gli individui, tutti insieme e uno per uno, omnes et singulatim, appunto. E se fosse questo il collante che tiene insieme i legami sociali? – si chiede lo studente ancora una volta nella penombra della sua stanza parigina. Quel gioco che tanto ama giocare, quanto è ripreso e fatto funzionare all’interno di una tecnica di potere senza autore che regola i processi di produzione di soggettività proprio attraverso la gestione di spazi di libertà e di gioco? Lo studente inizia a pensare di essere preso in un reticolo che se da un lato lo cattura attraverso la possibilità di farsi oggetto e di vedersi identificato in uno o più simulacri, dall’altro rinforza e intensifica l’abitudine alla confessione, ad assoggettarsi a un’identità, ad avvolgersi nelle sue bende, a innamorarsene a generosi colpi di narcisismo, nonostante tutta la malafede (sartriana) del mondo. E poi, se avesse anche un abbozzo di formazione marxista, e forse ce l’ha, si renderebbe conto che se la confessione è la trama del dispositivo, allora la valorizzazione capitalistica del tempo di non lavoro, la capitalizzazione dei bisogni – dei suoi bisogni di socialità e di relazione –, la loro trasformazione in merce immediatamente esposta nella fiera del social network, ne costituiscono probabilmente l’ordito. Facebook come uno specchio, si era detto, anzi, meglio di uno specchio, e ora allo studente, qualche volta, viene quasi voglia di tirare un sasso a quello specchio, a quello schermo.

Epilogo: il suicidio. E se quella anonimia del mondo prima di Facebook, quella solitudine cui sembra di tornare lasciando il social network, fossero preferibili al gioco ambiguo e spettacolare che tanto assorbe il desiderio del dottorando? Egli, alla Bibliothèque Nationale de France, in cui spesso si lascia tumulare da vivo, legge per caso alcune pagine di Deleuze, e la sua voce, che proviene dal 1990, gli parla di controllo continuo e macchine informatiche, gli parla di una comunicazione istantanea che è marcia e fradicia di denaro, lo invita forse a creare dei “vacuoli di non-comunicazione”, a costruire degli interruttori, per sfuggire al controllo. Che fare? La domanda resta in sospeso, e, anzi, apre lo spazio per altre domande. Se Facebook fosse solamente un sintomo o un moltiplicatore, un amplificatore, un esponente che eleva a potenza una configurazione dell’esperienza soggettiva che comunque attraversa il corpo sociale nell’ipermodernità liquida? Come dire, una volta che si è stati per Facebook, lo si rimane per sempre, perché, tutto sommato, il dispositivo non è altro che un ritaglio del diagramma di controllo nel quale restiamo, prima e dopo il social network. Lo studente, nel frattempo, considera la possibilità di progettare il proprio suicidio 2.0 e forse, domani, pubblicherà il suo ultimo “post” da Parigi (“Entrate, mi sono impiccato”, così potrebbe scrivere sulla sua bacheca, con un virtuale gesso rosso e con sfoggio di citazione: l’ultima mossa seduttiva) prima di abbandonare il suo profilo, prima di oscurarlo, prima di consegnarlo al backstage di Facebook, dove – è importante saperlo – si conserverà dormiente, congelato in Aeternum, per un’eventuale riattivazione. Pulsione di morte prêt-à-porter: anche questo è un gioco che si può giocare, in questo strano mondo di spettri, dove, ogni volta che si muore, c’è sempre il tempo per risorgere.

Questo pezzo è uscito sul numero 347 di Aut Aut.

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