Massimo D'Alema Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-dalema/ un blog di approfondimento culturale Thu, 15 Mar 2018 10:08:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo D'Alema Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-dalema/ 32 32 Senza Aldo Moro ossia una caffettiera impossibile, Massimo D’Alema e Romy Schneider che si diverte https://minimaetmoralia.it/politica/senza-aldo-moro-ossia-una-caffettiera-impossibile-dalema-e-romy-schneider/ https://minimaetmoralia.it/politica/senza-aldo-moro-ossia-una-caffettiera-impossibile-dalema-e-romy-schneider/#respond Thu, 15 Mar 2018 09:56:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36589 La prima scena si gira a Roma nell’aprile del 2015 durante le esequie di Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, comunista e promotore della legge che diede all’Italia un sistema sanitario nazionale pubblico. In questa scena Massimo D’Alema fissa stremato e atterrito la salma di Giovanni Berlinguer. Terreo in volto, D’Alema conserva tuttavia un ritegno o […]

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La prima scena si gira a Roma nell’aprile del 2015 durante le esequie di Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, comunista e promotore della legge che diede all’Italia un sistema sanitario nazionale pubblico. In questa scena Massimo D’Alema fissa stremato e atterrito la salma di Giovanni Berlinguer. Terreo in volto, D’Alema conserva tuttavia un ritegno o meglio ancora un durezza che potremmo definire politica. Uno stare nelle cose obbligato prima di ogni altra cosa da un pensiero coerente e coercitivo insieme. Un’idea precisa, un rigore ideologico si sarebbe detto un tempo e che tuttavia, nonostante gli anni, i vizi e le complicazioni, tutt’ora, proprio quando è il cuore a subire i colpi più forti, si rivela in tutta la sua spettrale e insieme pietrificante evidenza.

Massimo D'Alema, Giovanni Berlinguer

Nella seconda scena invece siamo a Parma, davanti al centro commerciale Torri, da fuori si vede l’insegna di Unieuro, Banca Monte Parma, Ipercoop, insomma le solite cose. Un centro commerciale un poco triste, a tratti quasi spelacchiato, ricorda un vecchio deposito da borsa agricola; all’interno anche una galleria con 40 negozi. Lo strillo del centro commerciale dice che da trent’anni sono il simbolo di un’architettura d’avanguardia.

Aldo RossiL’architetto di questo poco sorprendente centro commerciale è Aldo Rossi, quello della caffettiera a cupola che oggi tutti dicono che è scomoda e di altre architetture che sono bellissimi giocattoli enormi e a volte brutte case e brutti monumenti.

Aldo Rossi è stato il primo italiano a vincere il Premio Pritzker e tra le altre cose e case ci ha lasciato dei bellissimi disegni coloratissimi dove il suo pensiero progettuale sembra finalmente trovare maggiore comprensione nel contesto. Certo si dirà che è tutto su carta eppure nulla come i suoi disegni e come certe splendide giornate di sole sembrano rivelare al meglio un genio scintillante come il suo, peccato solo verrebbe da dire che come nel caso della caffettiera l’uso, il quotidiano impedimento di certe intuizioni maledette, l’assurda collocazione di certe forme e di certi colori, insomma la perdita di prospettiva che il quotidiano malessere e incespicare obbliga tutti noi, ci porti a non amare più quanto si pensava stabilmente e fortemente abitato nel nostro cuore e nel nostro sguardo un tempo fermo e deciso.

Aldo Rossi, Torri, Parma

Nella terza scena abbiamo invece un fotogramma da César et Rosalie film di culto di Claude Sautet del 1972 che in Italia abbiamo avuto la fortuna di poter vedere al cinema con il brillante titolo di È simpatico ma gli romperei il muso. Oltre a Romy Schneider protagonisti anche un istrionico Yves Montand ed un essenziale e affilato Sami Frey (tra i più grandi attori francesi, basti ricordare il suo lavoro attorno a Je me souviens di Georges Perec).

Il fotogramma ritrae Romy Schneider bellissima ed esausta appena uscita dall’auto finita fuori strada e guidata dall’imprudente Yves Montand durante una sfida di nervi e di punta-tacco proprio con Sami Fray. La morbidezza seria e consapevole di Romy Schneider in questo fotogramma di César et Rosalie è iconica di un’interpretazione tra le più formidabili della sua carriera.

Una donna in perenne disequilibrio tra la sicurezza e l’incertezza, tra la tranquillità vergata però da follia di Yves Montand (César) e l’opposto propostogli da Sami Frey (David). E in questa scena quando ancora tutta la vicenda deve ancora narrarsi Rosalie sembra prendersi una pausa, stirarsi le braccia, la schiena e prendere fiato. Fermarsi restando però all’interno del discorso, senza interromperlo mai e il suo entrare e uscire nella vicenda sarà la vera chiave dell’esistenza della relazione a tre con César e David, una morbidezza che si oppone alla durezza della volontà e dell’amore creduto e posseduto allo stesso tempo.

Un ritratto di donna che mostra nel 1972 una chiave della modernità che solo con la fine del Novecento sarà sempre più evidente. La contraddizione ossia di un tempo che si spinge a tutta forza e ideologicamente verso un futuro, qualunque esso sia (non conta), ma attraverso una forza tradizionale, vecchia e in poche parole patriarcale. La donna in emancipazione diviene così in ogni suo uso e forma una sorta di cuscinetto della modernità che rende agibile uno sforzo enorme quanto stupido verso un futuro imprecisato, ossia la modernità stessa.

Romy Schneider, Claude Sautet

Infine nella quarta scena – inutile riproporne l’immagine – abbiamo il corpo di Aldo Moro rannicchiato in una Renault 4 rossa in via Caetani. Il corpo del presidente della democrazia cristiana è ranicchiato, pare addormentato si disse allora. (molto bene ne ha scritto Marco Belpoliti sia attorno a questa scena e sia attorno alla foto iconica quanto emblematica).

Queste quattro scene o se vogliamo queste quattro immagini sembrano non legarsi per nulla le une alle altre, potrebbero essere state prese a caso e probabilmente non sarebbe cambiato molto se non fosse per l’ossessione di chi scrive, tuttavia è proprio la distanza e la casualità di queste immagini o meglio ancora di queste impressioni che rendono l’idea di un discorso spezzatosi quarant’anni fa e da allora sempre più ingarbugliatosi.

Un discorso pubblico e intimo insieme in cui lo sguardo privato sul mondo, quello che parte dalla persona amata e che arriva fino alla buca elettorale diviene foriero di confusione e vere e proprie lucide allucinazioni. Uno specchiarsi simbolico aspro e molte volte inconcludente. Un discorso che vede una sostanziale incapacità di fermare le immagini, o meglio la pretesa che le immagini si fermino e stiano dove il pensiero è riuscito a cogliere la prima o la più opportuna delle infinite rifrazioni possibili.

Fermare le immagini è sicuramente un modo utile per ritrovare la bellezza e anche per definirne la forma, ma al tempo stesso anche un modo per tradirla e ridurla ad una cosa inconsistente se non a tratti malvagia. Se Massimo D’Alema esprime al meglio proprio nei suoi limiti e nei tanti sbagli una storia politica, culturale e sociale splendida e al tempo stesso durissima così la sua immagine ritrae una fascinazione ammaccata dal tempo, ma a lui preesistente.

Se oggi va per la maggiore la tendenza a volere entrare nella Storia, un tempo era invece più importante appartenere ad una storia e chi ci riusciva poteva usufruire del fascino che quella storia già conteneva, tuttavia il problema era la forma di sé, quel sospiro a cui invece Romy Schneider sa dare forma.

E lo stesso è avvenuto per Aldo Rossi amatissimo da architetti e no e oggi in sostanza odiato e dimenticato: quella che un tempo era lucente precisione oggi ha i contorni dell’erba di periferia e dell’ingenuità e poco della grandezza ideologica. Quello che pareva importante in Luigi Nono oggi è solo l’orpello di un’opera comunque fondamentale per la musica contemporanea e così ci potremmo muovere ancora con molte altre immagini.

Ma è l’ultima quella che conta di più per noi oggi, è il corpo di Aldo Moro sempre presente da quarant’anni e che tenta con indicibile durezza di spiegare il senso di quell’uccisione che è oltre che un’assassinio politico anche un errore di sguardo comune, l’errore di un accecamento misto a gioco e arroganza, spregiudicatezza e passione purissima.

Quel corpo come il tono dolente della voce di Aldo Moro ci raccontano infatti di una necessità che non sappiamo più assolvere da quarant’anni, un compito che Moro seppe rappresentare fin che gli fu possibile, quello del senso della misura. Un onere portato con sbigottita indolenza dallo statista pugliese eppure fondamentale proprio per temperare un carattere durissimo e assurdo che attraversa l’Italia: una sorta di patria dello scompenso perenne, della fissità assoluta.

Già perché il senso della misura, non va inteso come una sorta di moderazione beghina e china, ma come un movimento utile alle cose come alle biografie a cui una sorta di incantamento testardo e ottuso da sempre in Italia si oppone. Aldo Moro non era da questo affaticato perché era ben conscio che tutto ciò era necessario al nostro particolare motore: ottusità e moderazione, quasi una sintesi della storia contemporanea italiana.

Eppure non aver colto nessuno dei segnali, non aver spostato un poco lo sguardo dalla foto alla pellicola, dalla fissità del corpo al movimento dell’attorno ci ha condannati ad una durezza inutile, ad una sofferenza insensata, ad un 3% ridicolo e ad un 18% patetico.

E dire che sarebbe bastato guardare meglio come scivola il vestito sulle spalle di Romy Schneider mentre sbuffa annoiata, ma per nulla irritata. E dire che sarebbe bastato non prendersela troppo con il peso insensato del coperchio della caffettiera e magari bere meno caffè e ridere di quell’oggetto inutile come seppe fare e così bene spiegarci Bruno Munari che come Aldo Moro seppe capire la bellezza del movimento e del suo effetto e non quella dell’occhio fisso, perso e quindi oggi sappiamo tristemente colpevole.

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“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/#comments Wed, 22 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29237 (fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

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alfredo

(fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?

«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.

«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?

«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.

«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».

La soddisfa la politica in materia del governo Renzi?

«Nella legge di stabilità non c’è nulla per il Mezzogiorno. L’assenza di centralità della questione è la critica. Critico, sono polemico anche con il Partito Democratico che l’ha trascurata in questi anni. Abbiamo subito la falsa teoria delle forze di destra italiane, l’asse del nord Bossi-Berlusconi secondo cui il problema era la famosa questione settentrionale. Liberalizzare, diminuire i poteri dello Stato, affidare lo sviluppo italiano alla spontaneità dei mercati e dunque il Mezzogiorno è stato totalmente sacrificato. Oggi siamo arrivati a un punto di quasi non ritorno. È grave che si sia accentuato lo sviluppo dualistico del Paese in un contesto di  Mezzogiornificazione dell’Europa, di frattura crescente tra Nord e Sud. La questione del Mezzogiorno è la questione centrale, molto più importante dello spread o di cose con cui ci hanno dilaniato, perché è il limite della nazione italiana. Le impedisce di compiere il salto, perché il Sud non è una regione, è un terzo del paese, è storia, regni, monarchie, ed è lì ancora il nodo che tuttora resiste: l’arretratezza del blocco storico italiano. Se mi si chiedesse qual è il vero difetto anche della politica economica del governo Renzi, direi è questo».

A più riprese lei segnala, quale tratto distintivo del divorzio dal Novecento, il tramonto della civiltà del lavoro, di quell’insieme di diritti conquistati con lotte dure. Frullano i numeri, prematuri, sugli effetti del Jobs act. La convincono i principi che l’hanno ispirato?

«Il Jobs act è incompatibile con la civiltà del lavoro novecentesca, però va contestualizzato in un dato internazionale. Abbiamo subito la svolta di destra, che c’è stata a livello mondiale, quando si è rotto il compromesso democratico tra il capitalismo e la democrazia. In cui certo il capitalismo manteneva il proprio dominio, il suo potere in ultima istanza di essere, decidere dello sviluppo, ma c’era il potere dello Stato e delle economie locali, dei diritti nazionali. Veniva meno la base stessa dell’impianto riformista che era riuscito a contemperare gli squilibri del mercato con la funzione redistributiva dello Stato sociale. Il capitalismo finanziario assoggettava la realtà a una logica che confliggeva in modo radicale con la soggettività e l’autonomia dell’uomo. Ricordiamoci che il socialismo è stato protagonista del secolo scorso, non solo perché difendeva gli ultimi, ma perché aveva creato degli strumenti di lotta straordinari dal sindacato al suffragio universale, dal partito politico di massa allo Stato sociale. Con la globalizzazione sono venuti meno i vecchi strumenti dell’agire politico della sinistra. Che cosa inventiamo? Bisogna inventare. I miei occhi hanno visto rompersi la grande conquista avvenuta negli anni in cui mi impegnavo, diventavo adulto, entravo nella lotta politica».

Lei, ricordando la fase costituente della Repubblica italiana, sottolinea come la Carta sia stata scritta con la consapevolezza degli ultimi, in rappresentanza degli esclusi. La bellezza dell’articolo tre. Oggi si riforma in nome di chi e che cosa?

«La Costituzione nasce da questa nuova idea che il lavoro poi è in definitiva il fattore fondamentale dello sviluppo e della civiltà di un paese. È l’uomo alla base di tutto. Invece abbiamo assistito a una reazione culturale, diffusione di senso comune spaventoso che la legge costitutiva del consorzio umano è il mercato, è a questo che bisogna sottoporsi, non solo lo scambio economico materiale ma anche i destini. Ho voluto dire e lo ripeto che la Costituzione non è mai stata molto amata dalla vecchia classe dirigente per una ragione molto semplice: non l’hanno fatta loro. Questa è stata la peculiarità di cui non vedo molti paragoni nella storia dell’Italia. La Costituzione italiana è stata fatta dai fuoriusciti; sia Togliatti sia De Gasperi e dalle masse da loro dirette, operai, contadini e cattolici che furono tenuti ai margini della vita dello Stato unitario. La borghesia è stata travolta in quella fase dalla caduta del fascismo. È stata zitta e si è nascosta dietro le tonache dei preti. Prese la testa quella pattuglia di cattolici democratici. Questi hanno scritto la Costituzione, non c’è dubbio. Dunque non è molto amata. Dopo l’espianto dei grandi partiti storici andava in scena una idea molto vaga del nuovismo, transizione verso non si sa bene quale Seconda Repubblica. Un riformismo subalterno e senza popolo. Il vuoto non è stato riempito e non può essere riempito dal riformismo debole di questi anni. Non siamo stati in grado di esprimere un’egemonia».

La sovranità appartiene al popolo, è scritto nell’articolo uno della Costituzione italiana.

«Occorre rovesciare la logica secondo cui all’inizio ci sono i mercati, le loro esigenze, e poi gli altri si devono adeguare. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione nel senso che governano il simbolico che è pur necessario. Le grandi decisioni vengono prese altrove, il tema di fondo è la crisi della democrazia. Chi comanda? L’oligarchia finanziaria dominante, la libera circolazione dei capitali, il capitale va dove vuole che vada questo potere difficilmente definibile. La crisi radicale della democrazia sta portando il mondo a dei rischi gravi, perché il mondo più si connette, unifica più ha bisogno di un potere indipendente che pensi i bisogni, le necessità del governo del mondo, un governo del mondo affidato alla spontaneità degli interessi sempre più sofisticati dei grandi mercati finanziari è un mondo veramente a rischio. Significa la perdita di identità. Che cosa tiene insieme i popoli? I fatti di questi giorni pongono il quesito. È questo vuoto di legittimità del potere, che fonda il rischio di nuove guerre. Ecco a cosa penso quando parlo della rottura di un ordine. Penso a qualcosa che non è una forma del capitalismo che si sono succedute».

Molti invocano una nuova Bretton Woods, Cina inclusa che ambisce al riconoscimento ufficiale della seconda economia mondiale in un mondo multipolare. Il 30 novembre il Fondo Monetario Internazionale aggiungerà la moneta cinese a quelle che determinano il valore dei Diritti Speciali di prelievo. Tradotto: lo yuan acquista un ruolo di moneta di riserva. Una Bretton alla quale la Cina è interessata per regolare il dominio del dollaro. Lo ritiene un rimedio al caos?

«Nel ventennio ‘50-’70 l’ordine, il sistema uscito da Bretton Woods, seppur non abbia prodotto politiche redistributive, di livellamento delle diseguaglianze, ha garantito un progresso del benessere materiale mondiale mai così rapido. Nel ‘71 Nixon ne ha decretato il tramonto.

Decisione fatale presa nei Settanta dall’oligarchia dominante angloamericana che dette ai conglomerati finanziari il potere di circolare senza alcun vincolo con effetti disastrosi di spiazzamento delle strutture sociali e della produzione reale. La globalizzazione formidabile espansione che ha incrinato gli assetti politici e culturali faticosamente stabilizzati dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo inondato di debiti e di rendite. Certamente Bretton Woods fa del dollaro la moneta di riserva, però accetta anche di sottomettere il dollaro a dei vincoli, i cambi fissi e l’obbligo che al dollaro corrisponda l’oro. Nuova Bretton: la Cina sta ponendo questo problema.

Io credo si vada verso uno scontro. L’America non è più la superpotenza di una volta, però il declino del dollaro non è dietro l’angolo ed è Wall Street il cuore del potere finanziario mondiale, nonostante tutto. Dai documenti che ho avuto modo di studiare la Cina pone il problema del privilegio esorbitante della valuta americana, superare il fatto che il dollaro sia la moneta di riserva, sostituendolo con una moneta globale atta a garantire una stabilità generale. Il dollaro consente all’America di indebitarsi come vuole, mentre tutto il nostro guaio è che dobbiamo sottoporci alle leggi di questa economia del debito. I debiti sia dei privati sia pubblici, visti gli ultimi dati, superano di quattro volte il prodotto reale. I debitori per sostenere la massa di debito sempre maggiore devono sempre più incidere sulla ricchezza reale a cominciare dai diritti sociali, dallo stato sociale, i servizi pubblici. È un gioco che non può durare all’infinito».

In un brillante articolo, d’inizio secolo, lei qualificava come endemica una guerra di dimensioni mondiali, allora già cominciata. Il ritorno alla guerra come crollo di un ordine. È inevitabile la riduzione delle forme e dei contenuti della politica moderna a scelte di guerra?

«Guerra chiama guerra. Stiamo constatando che poco si risolve. I massacri del terrorismo islamico ci dicono quanto i valori della civiltà umanistica siano a rischio. Esso rivela problemi inediti e molto complessi come quelli di una frattura molto profonda che dilania il mondo islamico. Il fatto stesso che un così radicale estremismo si incarni in giovani arabi di seconda generazione, che in Europa sono nati e hanno fatto le nostre scuole, dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più e diverso da un antico contrasto religioso.

È significativo che detestino anche i costumi e le tradizioni di una parte del loro mondo e si sentano estranei alle stesse comunità musulmane d’Europa: una degenerazione che nasce da una crisi estrema di identità. La Jihad dà loro un senso di appartenenza, un’identità sia pure spaventosamente irrazionale. Forse non ci rendiamo conto dei disastri che stanno sconvolgendo l’area del Medio Oriente e l’insieme del mondo arabo. I massacri tra le stesse fazioni musulmane, ai quali si aggiungono le rovine e gli odi seminati dallo scorrazzare degli eserciti stranieri. Pensiamo al cinismo e al tempo stesso alla stupidità delle operazioni militari americane oppure all’iniziativa francese, la quale per eliminare Gheddafi ha ottenuto il risultato di distruggere in Libia ogni parvenza di Stato. Si aggiungano la massa di donne e bambini che vagano tra un campo profughi e un altro. E qui mi fermo. I musulmani che vivono permanentemente in Europa sono ormai decine di milioni. Il funzionamento dell’economia francese come di quella italiana si bloccherebbe senza di loro. La scuola raffigura questo cosmo. Il futuro nostro e dell’Europa non dipende dalla stupidità delle spedizioni militari ma dalla capacità di elaborare un nuovo modo di stare insieme».

Come valuta la reazione del socialista François Hollande?

«Ovviamente all’inizio prevale il “sentire”. La paura che genera l’aggressione. Prima di tutto la Francia si sente colpita, li ha in casa. Poi però bisogna capire le ragioni interne ed esterne. Capire affinché non si ripetano mattanze. Lo stile di vita che sentiamo attaccato: ricordiamo che non è per tutti. Interroghiamoci sulla scuola. La situazione della banlieue credo sia spaventosa, lì non entra neanche la polizia. Quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano, ma da certe periferie parigine e di molte altre città europee? In Italia ancora non siamo a questo punto, seppure esistano dei quartieri orribili, prevale ancora un miscuglio di sentimenti. La differenza è culturale, più che urbanistica. La questione coloniale nella banlieue è irrisolta. Poi, senza voler ridurre a dinamiche di politica interna, lui è incalzato da Le Pen e Sarkozy, dal clima generale nazionalista. Se non si erge come il grande presidente, teme di essere spazzato via. La Francia ha una vecchia partita con la Siria, nella grande spartizione attuata nel Medio Oriente. Non dimentichiamo tutta la turbolenza che ha segnato il processo di indipendenza. C’è un dato più di fondo secondo me. Per tante ragioni, fra le quali fondamentalmente la diffusione capillare delle informazioni, i popoli non sono più ignari. Percepiscono come si vive bene, come si vive male. Che cos’è la ricchezza. Diventa molto difficile impedire che masse arretrate da un punto di vista economico, ma già consapevoli della compressione propria della marginalità, vogliano accedere. Siamo dentro a una crisi di civiltà. Tutto questo purtroppo avviene nel silenzio della sinistra battuta, perché rimasta all’Ottocento, al Novecento, perché non ha pensiero su queste cose».

Il terrorismo e lo stato di guerra dichiarato (La France est en guerre, ha detto Hollande, ndr) paradossalmente riposizionano l’Europa al centro del mondo?

«Si riaprono terreni importanti. Vogliamo riunire le forze? Allora tutto il sistema di Bruxelles, come è stato concepito, va cambiato. Qui cambia veramente lo scenario. L’Europa è tante cose, è il papato, è l’impero, l’illuminismo come l’olocausto. In definitiva però l’Europa è la patria dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo e l’idea di progresso li ha inventati l’Europa. Tutto richiede un’Europa nuova, impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico che riduce tutto a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Era ed è giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e diritti sociali come ci dice il caso greco. Mi rivolgo anche alla sinistra per dire: l’europeismo non è un cane morto. È anzi ancora un terreno inevitabile sul quale la sinistra può pensare ancora a una sua funzione. In un mondo del genere senza un’unione salda, l’Europa sparisce. I problemi, come qualcuno s’illude a sinistra, non si risolvono uscendo dall’euro, dall’Europa. Tutte le società anche le più avanzate vengono messe in discussione. C’è l’esaurirsi dell’illusione che il mondo possa essere governato senza il potere politico, senza grandi idee che si traducano in un potere di direzione».

C’è vita a sinistra?

«La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali, più radicali. Tocca ai figli sconfiggere lo scetticismo dei padri, che si frappone all’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico. Occorre definire un altro modello di sviluppo. La riduzione della società a società di mercato infila l’esistenza umana in un processo autodistruttivo».

Si è pentito di aver coniato, rilanciato nei suoi scritti, l’idea di partito della nazione in riferimento al Pd?

«No, per nulla. Ribadisco l’idea che un partito, se vuole contare, anche da sinistra deve uscire dai vecchi confini della cultura di classe e porsi i problemi di essere un partito in grado di dirigere una nazione. Il compito della politica è capire dentro quale idea nazionale, coerente con la mondializzazione, si possa ridefinire il nostro stare insieme. È in questo senso che ho parlato di un partito della nazione. A proposito del partito dobbiamo parlare delle ragioni di una nuova unità del popolo italiano. Mi sembra l’abc, oltretutto è ciò che ci avevano detto i nostri padri. Poi Renzi usa l’espressione partito della nazione in un altro senso, un partito in cui non importa essere di sinistra o destra. Alt, no. Finisce il partito, come è già finito il partito, espressione di disegni conflittuali. Ho smesso di usare questo argomento, perché me l’ha rubato Renzi. Sento di non dover accettare la riduzione della politica alla gestione di un eterno presente. Il ripiegamento rassegnato verso una forza moderata.».

Il Pd è un partito a misura di militante?

«“Alfrè, sto partito è inagibile”, mi ha detto una volta un caro amico, un proletario di Albano Laziale. Nelle nostre sezioni domina l’impressione dell’uomo senza potere, che è alla base, di non contare più niente, perché il gioco politico è dominato dalle cosche, dai capibastone. Mi diceva vado in sezione e non conto più niente: “Stanno sempre a parlà di chi devono fare assessore o altri incarichi”. Ha ragione. Che fa lui? Si candida? A che cosa? Non ha una clientela, non ha i soldi per fare le elezioni, perché ci vogliono pure un sacco di soldi. Dunque non è un partito per gli ultimi, ma dei notabili. In questo senso dice che è inagibile».

Quale cultura politica esprime la leadership del Premier Matteo Renzi?

«Eh, non lo so. Questa è la domanda. Non è un uomo della sinistra e non lo nasconde. Non è neanche un uomo della sinistra democristiana. Ignoro quale sia la sua base culturale. È un uomo di grandissima qualità, energia, intelligenza, ma ritengo questo sia il suo vero punto debole: una cultura di base e un’idea di fondo di dove portare il paese; sono l’immediato, il successo, la propaganda e c’è una bella differenza. Non vedo che cosa c’è dietro Renzi, perché tra l’altro sente che per governare in questo modo deve disintermediare, distanziare tutte le forze intermedie. Si chiamino sindacato, Chiesa cattolica, laicato, Confindustria. Questo è il punto, dove però fallirà, come si è visto anche nei fatti accaduti a Roma. Lo sfarinamento dei gruppi dirigenti».

Le chiedo un ricordo del segretario Enrico Berlinguer. E aggiungo: davvero nella fase finale la sua alterità costituiva un chiudersi nella propria “purezza”, rinunciando a rivolgersi al Paese?

«La diversità è il segreto di Berlinguer. Enrico è stato l’ultimo comunista. Il comunista te lo dico così: sì, certo, l’uomo che sta in questo mondo, ma non è di questo mondo. Il comunismo è fallito per tante ragioni come disegno politico, però io l’ho vissuto e Berlinguer questo era, come una parte del gruppo dirigente, non un’altra. Era sì l’oggi, le lotte, i contadini, i patti agrari, ma era anche l’idea di una rivoluzione italiana nel senso di un cambiamento profondo del rapporto fra dirigenti e diretti. Era il compimento del Risorgimento, era la trasformazione della plebe in popolo. Era l’unificazione del popolo italiano. L’Unità si vendeva ad Aosta come a Caltanissetta, cosa che allora non faceva nessuno. Berlinguer è stato l’ultimo che ha diretto in nome di questo. Tu sei un sognatore? No, io penso che il mondo attuale possa essere cambiato radicalmente. Non sto facendo l’assalto al palazzo però sono questo, è questa la mia diversità. Non mi vergogno affatto. Anzi sento che oggi ritorna il bisogno di una forza che ridia la parola all’impossibile, però per ottenere il possibile».

Non avete salvaguardato il nesso vitale, profondo, tra passato e presente?

«L’impossibile, a cui ti accennavo, noi per tante ragioni, errori, non siamo riusciti a trasmetterlo alla nuova generazione. La mia generazione – poi chi siamo ormai, che ancora conserva… – ma la generazione dei vostri padri, dei D’Alema, dei Veltroni. Si sono ubriacati con l’idea di essere uguali agli altri. Sono diventati liberisti. La politica cos’è se non il destino dell’uomo, la libertà dell’uomo di decidere il proprio destino alla faccia dei meccanismi di mercato. No, io decido che l’Italia è una Repubblica fatta in questo modo. Non interpello Wall Street in proposito. Se tu non riconquisti questo. Se tutto sta nelle compatibilità…».

 A proposito di Aldo Moro afferma: «Più passa il tempo, più emerge la gravità di quel delitto».

«C’era un’eresia profonda nel pensiero di Moro, per la quale siamo arrivati a un delitto politico. Non era una questione di governo, per quella avrebbero magari sequestrato Andreotti. Naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Non è che Berlinguer non concedesse chissà che cosa rispetto ai socialisti, e dunque bisognava scegliere loro. I socialisti erano andati nell’altra direzione. Berlinguer non è che fosse moroteo. Pensava – e in questo s’incontrò con un pensiero analogo di Moro, come diceva Moro ai suoi – il destino non è più nelle nostre mani. Se volevamo portare a compimento una trasformazione dell’Italia dovevamo ripartire dal basso. Ridare la parola alle grandi masse, quindi a un grande incontro fra le masse di sinistra e quelle cattoliche. Non bastava cambiare governo, ma risuscitare lo spirito che c’era stato nella resistenza. La penso così, io sono diverso da altri. Rispetto moltissimo Giorgio Napolitano, che non la penserà così».

All’epoca aveva già compreso Pier Paolo Pasolini? Si riconosceva nell’ossessione pasoliniana per un potere che non ha più antidoti che lo possano contenere, per la penetrazione della società dei consumi là dove non era riuscito neanche il paleofascismo?

«Ho conosciuto poco Pasolini, ma non l’ho mai considerato arretrato o banalmente nostalgico delle lucciole. Coglieva una cosa che coglievo anch’io. La società di massa, che è la società della comunicazione, che cambiava in profondità la cultura. Lui era Pasolini, molto apprezzato. Quando è stato assassinato sono stato alle notizie di allora. Poi non è così, questo è un paese strano, possibile che non c’è mai un delitto di cui si sa, in cui si arriva. Non so».

Lei scrive: «Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso». Un debito, aggiungeremmo, che nessun uomo onesto può ripagare. In quanto parte della classe dirigente ha mai avvertito una quota di corresponsabilità?

«Sì, avverto il peso di questa eredità. Quella del debito è una tragedia di cui la classe dirigente che ha governato dovrebbe assumersi tutte le responsabilità. A cominciare da Craxi. All’epoca ero responsabile economico ed ero amico del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. L’Italia fino a Craxi non ha avuto un grande debito. So benissimo come è stato formato il debito, facendo pagare le tasse a pochi, aumentando le spese e costruendo su questo delle fortune politiche. Il salto del debito dal 30-40% a superare il 100% è avvenuto negli anni Ottanta. Dopodiché ha continuato ad accumularsi un debito così alto, perché la nostra crescita è ferma da trent’anni».

Parri definì la lettera di Giaime Pintor al fratello il documento più alto e nobile della Resistenza. C’è un passaggio molto intenso nel libro, quando lei rievoca quella lettera e l’incontro con Luigi Pintor, che venne a casa sua con l’animo stravolto. «(…) Quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo».

«La politica non come manovra, ma come consapevolezza di una missione, un compito che va oltre l’immediato. La politica non riducibile soltanto al qui e ora, che ha bisogno anche di una sua componente utopica. Decidemmo di vendicarlo. Chiedemmo al Pci, attraverso un canale clandestino, di essere arruolati nei Gap, il ristrettissimo gruppo di combattenti che sotto la guida di Giorgio Amendola organizzavano a Roma gli attentati, le sparatorie e i sabotaggi che tutti sanno, per esempio via Rasella. Ma di questo non voglio parlare. Ridefinire poi il comunismo italiano come lo strumento originale capace di far leva sulle masse profonde per rendere inscindibile il nesso tra società e politica, tra la cultura, la democrazia e il socialismo».

Mi racconta la bellezza della politica?

«Qualcuno dei leader di oggi sogghignerà se dico che, dopo la Liberazione, il sentimento che mi dominava era un bisogno lancinante, una vera e propria fame di ritrovare la gente, il popolo italiano, non più quello delle adunate. Il desiderio di conoscere i luoghi dove lavorava, la fabbrica, la geografia delle città. Avevo fame dell’Italia vera. C’entrava poco il mito sovietico. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea. Rivoluzione? Una parola troppo grossa. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale del paese. Il mio amico, Pietro Ingrao, è stato per me la scoperta della passione politica, non come professione e orizzonte irraggiungibile bensì consapevolezza della propria vita. Abbiamo cominciato che lui era capo cronista dell’Unità. Le inchieste nelle borgate romane, lo stare in mezzo alla gente. Il lavoro con le case editrici, penso a Laterza ed Einaudi. La più grande passione laica, la fusione tra politica e vita»

L'articolo “Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin proviene da Minima et Moralia.

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Un tempo conosciuto come Quit the Doner https://minimaetmoralia.it/interviste/un-tempo-conosciuto-come-quit-the-doner/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un-tempo-conosciuto-come-quit-the-doner/#comments Sat, 09 May 2015 06:35:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26728 Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d'altra parte... E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire. Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell'autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.
Come ti chiami?
Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.
E fin ora come ti hanno chiamato?
Quit , Quit the doner, Doner, o KKASSTA.

L'articolo Un tempo conosciuto come Quit the Doner proviene da Minima et Moralia.

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quit bologna

Mi sono trovato diverse volte nella posizione di discutere con Quit riguardo al problema del (suo) nome. La prima è stata a Torino, più o meno esattamente un anno fa. Era appena uscito il suo primo libro, Quitaly (Indiana, 2014) e la discussione si è protratta per tre giorni ed è sfociata in un profilo. La seconda volta è stato a Milano, in piena estate. Le cose sono andate più velocemente, perché sembrava che il grosso del lavoro fosse fatto: si preparava alla pubblicazione di un romanzo e non vedeva una grande urgenza di abbandonare lo pseudonimo — ma d’altra parte… E tutto si riapriva di nuovo. La terza volta è stato a New York, in autunno. A quel punto aveva cominciato a fare quasi tutto da solo, io avevo espresso le mie opinioni e non erano servite a granché per risolvergli il dubbio. Quindi, a dire la verità, è stato abbastanza sorprendente dover preparare questa intervista, perché non sapevo come sarebbe andata a finire.  Il primo romanzo di Quit The Doner si chiama Lascia stare la gallina (Bompiani, 2015) e uscirà il 21 maggio . Porta con sé alcuni passaggi fondamentali per la vita e per il lavoro dell’autore, che cominciano da una domanda molto più importante di quanto non sembri.

Come ti chiami?

Martina Veltron… ah no scusa Daniele Rielli.

E fin ora come ti hanno chiamato?

Quit , Quit the doner, Doner,  o KKASSTA.

Cosa è successo nel frattempo?

Scrivere è diventato il mio mestiere a tempo pieno e sono un po’ stufo di vivere come un agente segreto senza soldi per il baccarat e le Aston Martin.

Quante volte ti sei sentito ostacolato dallo pseudonimo e quante volte ti ha tirato fuori dai guai?

Dal vivo sicuramente sono state più le situazioni assurde in cui mi ha messo, prova tu ad entrare alla Camera dei deputati con un accredito per “Quit the doner”. Sul lavoro devo dire che se è stato un problema lo è stato sempre e solo con dei gradi intermedi. Per farti un esempio: una volta, proprio agli inizi, ho avuto una conversazione surreale via mail con un editor di una rivista che di lì a poco avrebbe chiuso, che se la tirava perché prima anche solo d’intavolare un discorso mi ero permesso di rivolgermi a lui senza usare il mio vero nome. Neanche il tempo di rispondergli con una pernacchia che ero già in un altro giornale molto più grande dove il problema si è posto solo al momento di fare fattura. È stata una lunga e travagliata conversazione: “Ah quello sulla fattura è il mio nome vero. Ciao, grazie”. Risposta “Grazie a te, Quit”. Questo per dirti dove la gente non ha come prima preoccupazione il tentare affannosamente di dimostrare di essere più importante di quello che è, lo pseudonimo è veramente l’ultimo dei problemi. Il problema si pone piuttosto nei rapporti esterni. In Italia già solo se dici “internet” ti guardano come se avessi pisciato in un angolo della stanza, figurati se usi uno pseudonimo di tre parole in inglese con un criptico riferimento allo street food per gente che ascolta i Club Dogo. Però ci sono stati anche tanti momenti molto divertenti, una volta ad esempio [si ferma a pensarci sopra, ndi]. No aspetta questa non si può dire in fascia protetta. Puoi fare che appia solo a chi legge questo pezzo dopo le 22?

Penso di sì.

Ottimo. Per il resto: fuori dai guai direi mai, perché quando lavoro nei posti ci vado di persona e quello che deve succedere succede.

Sai che ora se ti metti nei guai, ti metti nei guai, vero?

Guarda, da questo punto di vista non cambia niente. Io sono sempre stato responsabile di quello che scrivo, mica vivevo su un’isoletta delle tropicale senza mandato di estradizione. Purtroppo, aggiungerei, non tanto per il fatto di scrivere impunito, quanto per l’isola. Comunque, anche se può non sembrare, ho il tesserino e so cosa si può scrivere e cosa no. Inoltre ho due persone che si occupano di tenermi fuori dalle patrie galere ogni volta che prendo in mano una penna. Nei casi dubbi fanno la revisione e poi o mi picchiano con un bastone di quercia ricurvo oppure dicono: “Diritto di critica, vai tra’”.

Ma non mi hai raccontato l’aneddoto da fascia protetta.

Allora praticamente eravamo io e D’Alema ad Hong Kong quando [si ferma di nuovo a pensarci sopra, ndi]. Aspetta. Scusami mi è arrivata la foto di un bastone di quercia ricurvo, devo specificare che non ho mai conosciuto l’onorevole D’Alema, era solo una battuta.

La decisione di abbandonare (o comunque di mettere da parte) lo pseudonimo e il debutto narrativo: sono io, o c’è un collegamento? Se il collegamento non c’è (ma anche se c’è sono sicuro che c’è dell’altro), quanto hai pensato al problema dell’identità e perché hai deciso di risolverlo così?

Ho incominciato a lavorare Lascia stare la gallina qualche mese prima di diventare conosciuto come Quit. Essendo un romanzo corale che si è risolto in seicentoquaranta — agili — pagine, ha richiesto una quantità mostruosa di lavoro prima per le ricerche e poi per la stesura. Dentro c’è molto, anche se in forme narrative che sono necessariamente contraffatte — il romanzo è finzione al cento percento — della mia vita e un sacco di altre cose che vanno molto oltre il personaggio di Quit e alla fine questo è stato l’argomento decisivo. Non era giusto nei miei confronti farlo uscire come Quit. Siccome di solito non mi concedo niente, questa volta ho fatto un eccezione, anche come forma di salvaguardia per il romanzo, che ha una sua vena satirica ma è veramente qualcosa di diverso, di più complesso e ambizioso.

La mia opinione è che mantenere lo pseudonimo ti tenesse ancorato a un certo grado di immaturità (lo pseudonimo ti faceva etichettare come “blogger”, per esempio).

Be’, questo è relativo alla cultura in cui ti muovi. Può essere vero per l’Italia che è probabilmente il Paese più tradizionalista del mondo dopo la Persia di Serse, e dove “blogger” si traduce con figlio di un dio minore. Poco importa che il penultimo Pulitzer lo abbia vinto un blogger, così come non importa se sul tuo sito ormai sono due anni che pubblichi solo contenuti che scritti per i giornali. Siamo veramente fuori dal tempo riguardo queste cose, perché siamo sempre stati un Paese che predilige la forma alla sostanza: puoi avere le pezze al culo e lavorare per trenta euro per articoli orribili che fra cinque anni probabilmente scriverà un algoritmo (meglio, forse) ed essere un giornalista. Se invece sei un professionista che prova a lavorare su standard vagamente più occidentali ma usi uno pseudonimo, allora sei un blogger. Non ho niente contro i blogger, essendolo stato, ma se sei pagato per fare un lavoro, se vieni inviato nei posti, non è il momento di ridefinire la posizione? Non c’è molto altro da dire se non che non ce la  possono fare. Cioè: qual è il grado di difficoltà per riuscire a capire che non tutta l’informazione, il cinema, la televisione di questo Paese devono essere tarati sulle conoscenze intellettuali di un sessantenne non particolarmente educato che non sa premere il pulsante “play” sul videoregistratore? Perché poi l’eterna pialla al ribasso che da decenni affligge l’industria culturale italiana passa anche dalla sciatteria su questi particolari minimi, ma che proprio perché minimi andrebbero curati. Stiamo parlando di un panorama in cui i grandi quotidiani possono mettere in pagina articoli totalmente contraddetti dal contenuto del testo, quindi blogger o non blogger, cosa vuoi che sia.
Detto questo: per quanto mi riguarda, anche chi se ne frega. Uno dei grandi errori della nostra generazione è di stare sempre a preoccuparsi di cosa pensano i più vecchi (più, perché a trent’anni non è che noi siamo proprio giovanissimi). Questa specie di conflitto genitoriale irrisolto, io dico, parafrasando credo il Buddha: ma che s’inculino. Se vuoi capire bene, se no bene lo stesso. Come diceva sempre Primo Carnera: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Per il resto, lo pseudonimo di per sé non lo vedo necessariamente come un handicap, molti autori satirici o corsivisti — ma anche alcuni scrittori di narrativa — hanno lavorato sotto pseudonimo per il semplice fatto che un certo tipo di arte si muove sui confini di quello che è socialmente accettato.  Nel mio caso lo stigma, al limite, è dettato più che dallo pseudonimo dall’inglese, da Internet e volendo dai kebab.

Qualche volta, parlando di giornalismo e di scrittura, mi hai detto che gestisci il tuo lavoro come un “prodotto” e te stesso come un’“industria”. Stiamo perdendo un marchio?

No, aspetta. Non ho mai detto di essere un’industria ma che lavoro in un’industria, quella culturale dove lavori anche tu. Sì, faccio un prodotto, ma bisogna intendersi su cosa significa. Anche per via della mia formazione filosofica, uso questo termine spesso in modo provocatorio, perché mi rendo perfettamente conto che non produco Macine Mulino Bianco, ma questo — purtroppo, se vuoi — non significa stare fuori dal mercato. Nel mondo in cui viviamo, ogni creazione, anche intima, travagliata, profonda e complessa, alla fine diventa un prodotto. Se lo tieni presente puoi provare a salvaguardare la sua identità il più possibile, altrimenti sono frontali contro i muri di calcestruzzo dell’abitudine delle aziende editoriali. A questo alludo quando parlo di prodotto, giusto per entrare nella forma mentis che le vie semplici e tracciate sono finite da un pezzo. Il futuro dell’industria culturale non è certo degli editori, ma sarà una sfida fra autori e grandi monopoli. Meglio essere preparati, visto che non partiamo avvantaggiati. C’è un altro aspetto da chiarire: il modo migliore per non andare da nessuna parte è chiedersi cosa serve al mercato in un dato momento e cercare di soddisfare quel bisogno. Questa logica è ottima per le merendine ma pessima per i prodotti culturali, che devono nascere dalle urgenze profonde dell’autore. Solo così possono valere qualcosa e raggiungere, per un effetto secondario ma non trascurabile, i lettori e gli spettatori nel profondo. Uno dei motivi per cui e la tv italiana è così tremenda al giorno d’oggi è che non esistono praticamente idee originali: ci sono le richieste dei network e si imbastiscono i programmi su di esse — garanzia abbastanza solida di fare un prodotto scadente, senz’anima. Al contrario, il fatto di mettere gli sceneggiatori al centro e ridurre i registi a tecnici, è stato uno dei punti di svolta della televisione americana, perché ha individuato nella scrittura un nuovo, più profondo, nucleo artistico.
Quando hai in mano una cosa buona partorita dal tuo duro lavoro e dalla tua mente, la devi piazzare da qualche parte. A questo punto è importante incominciare a pensarla come un prodotto, cosa che di fatto è già, e vedere dove può trovare posto, possibilmente mantenendo intatta la qualità, rimanendo in grado di dare qualcosa a chi ne viene in contatto. In campo culturale mi piace la radice additiva della parola prodotto, mentre in altri contesti la temo parecchio. In altri termini: quando parlo di prodotto, nove lettori su dieci pensano a un prodotto in serie. Io inconsciamente penso a una droga molto buona. Cosa c’è di meglio di quando esce un nuovo lavoro di uno scrittore, di un regista, di uno sceneggiatore, di un comico, di un musicista che ami? Non è il tipo di droga che fa felice una persona? Questo non significa standardizzazione e ripetizione — cosa che in maniera accidentale sto cercando di dimostrare con questo romanzo — ma quello che garantisce l’appetibilità di un prodotto è la fiducia nella sua matrice. Il commento più stupido che si possa fare riguardo a un artista è: “Era meglio una volta”. Inconsciamente lo si sta paragonando a una prodotto da supermercato, gli sta chiedendo di essere pop, cioè ripetere se stesso all’infinito, infilarsi in un Giorno della marmotta per fare contento un consumatore troppo abituato a bere un succo a quel sapore lì per sapere che si può fare anche di meglio e che più che del succo in questione bisognerebbe fidarsi del mastro succhiaio.

Mastro succhiaio?

Ok,  peggior metafora del 2015. Comunque, è per questo motivo che dopo il periodo di Vice ho rifiutato diverse possibilità di fare reportage di festival o altre situazioni del genere. In quel momento mi sembrava di aver dato quello che potevo dare su quel tema, volevo provare altre cose. Per lo stesso principio, in questo periodo faccio sempre più fatica a scrivere online. Mi sembra un mondo parallelo dove la cacofonia ha raggiunto livelli che mettono in discussione la possibilità stessa di un discorso di senso. E perché il ciclo continuo di polemiche lunghe tre giorni dell’attualità italiana mi sembra uno dei più concentrici ed efficaci attacchi che la storia ricordi alla possibilità stessa di una lingua, di una comunicazione che non si risolva nell’irrilevanza del rumore. Prova a farti venire in mente dieci polemiche social degli ultimi mesi.

Non me ne vengono.

Nemmeno a me. E sono contento perché è tutto spazio cerebrale in più per cose che contano qualcosa. Infatti, negli ultimi mesi ho rifinito il romanzo, lavorato ad altri progetti narrativi per altri media e ad alcune cose giornalistiche long, ma veramente long form che vedranno la luce in questi giorni. Adesso mi sento ancora una volta pronto ad esplorare qualcosa di nuovo. Devo dire ho una certa capacità di saltare fuori dai filoni vincenti, perché concepisco tutto il mio lavoro come una ricerca personale molto ampia che solo in alcuni casi diventa un prodotto. E paradossalmente mi piace pensare che sia proprio questo a renderlo appetibile. Non so se mi sono spiegato.

Ti sei spiegato. Quindi, cosa vuoi esplorare di nuovo? Qual è il prossimo Quit-pensiero? Rielli-Pensiero?

Ho delle idee ma non voglio anticipare niente. Ti dico solo alcune parole chiave: Vladivostok, uranio, Renato Pozzetto.

Non vedo l’ora. La voce di Quit era la voce di Quit. Leggendo Lascia stare la gallina non mi è parsa molto diversa da quella di Daniele (eccezion fatta per il passaggio narrativo), ma immagino che sia perché lo hai scritto ancora da Quit. Come sarà scrivere da Daniele?

Non sono d’accordo. È un libro corale con cinque personaggi, molti registri, linguaggi e generi che s’intrecciano attorno al grande albero maestro del plot. Ci sono cose nel romanzo che vanno fuori da quello a cui Quit ha abituato il lettore e altre che invece sono senza dubbio molto quittose. Questo succede perché un romanzo ha un ventaglio di possibilità infinitamente più ampio che la scrittura sui giornali oppure online. Ti puoi prendere il tempo che serve a costruire il climax, sviluppare delle storyline e farlo con in mente un fine ultimo che tiene insieme ogni cosa. Veramente, se pensi a quello che puoi fare online rispetto a un libro è come confrontare un carrettino dei gelati confezionati con il Colosseo. Questa è meglio di mastro succhiaio?

No.

Ottimo. Comunque, se traduci questo in termini di nomi: Quit è un uguale a Daniele, l’unica differenza è che Daniele ha una varietà di registri più ampia, spero molto più ampia. [Una pausa, ndi]. Aspetta, cazzo, che siamo alla prima intervista e parlo già in terza persona. Te e le tue domande. Rifacciamo. [Un’altra pausa, ndi]. Dunque, credo rappresenti Quit una parte delle mie capacità, un tono della mia voce, ma non tutte. Quindi scrivere da Quit è scrivere da Daniele ma scrivere da Daniele può essere qualcosa di diverso. Madonna, ragazzi miei. Adesso mi chiedi qual è la mia canzone preferita e la fai suonare a una tizia al pianoforte?

Che allusione è? Sai che non guardo la televisione nazionale. E comunque: ammiro la tua capacità di cambiare registro, di studiare talmente a fondo ogni personaggio da dargli una voce credibile in un contesto decisamente complesso, però questo è proprio il modo di lavorare di Quit. E in questo senso trovo che in ognuna delle voci ci sia un po’ di Quit e quindi la domanda diventa: quanto sarà diverso scrivere da Daniele? So che stai studiando per questo, perché lo fai sempre.

La radice comune è una visione del mondo assolutamente disincantata, ma che al tempo stesso non si abbandona alla disperazione. Però poi nel libro non tutti i personaggi sono cinici e pronti a tutto, al contrario. Diciamo che il minimo comune denominatore riguarda la struttura complessiva, il fatto che non scrivo storie consolatorie, ma nemmeno tragiche per il solo gusto di essere tragiche. Mi piace la lotta fra le molteplici forze della vita, ma per riuscire a gestirle ho bisogno di un certo grado di lucidità e  questo implica che faccio davvero fatica a dare un ruolo diverso alle illusioni da quello che sono: illusioni. È puerile pensare che riconoscere le illusioni come entità effimere significhi consegnarsi alla disperazione, io credo assomigli piuttosto a una forma di maturità. In questa prospettiva credo veramente che la risata sia la più efficace forma di autodifesa dal male. L’unico atto di ribellione a disposizione in un universo privo di dio. E non parlo di una risata di rifiuto adolescenziale, quel tipo di umorismo che gli americani chiamano “snarky” ed è così diffuso su internet. La risata sarcastica di chi ridicolizza la sfida, che poi è la risata di chi ha paura di perderla. Io invece parlo di qualcosa che arriva alla fine del tutto, riassume e al tempo stesso comprende la pietà e l’empatia, in fondo quello che facciamo è al tempo stesso così ridicolo e così importante perchè è l’unica cosa che abbiamo. Questa è la radice della comicità di Quit per il semplice fatto che è la radice del mio modo di vedere il mondo. Questo è un approccio senza il quale proprio non saprei come scrivere da Daniele, da Franco, da Gian Maria Carlo Alberto. Al limite, quello che viene fuori già da Lascia stare la gallina è che non ogni rivolo di questo fiume deve far ridere immediatamente, ma che ci sono diversi colori e strategie per dipingere lo stesso grande quadro.

Vuoi tradurlo in un’evoluzione?

Un’evoluzione può riguardare i temi: mentre scrivevo Lascia stare la gallina la mia vita è cambiata, sono stato in posti che non credevo avrei mai visitato in vita mia, ho tastato delle situazioni, conosciuto molte persone nuove. Insomma, alcune cose sono sicuramente cambiate così come in parte sono cambiato io, perché uscire dalla tua zona di sicurezza, che alle volte può essere anche un comodo porto di insoddisfazioni e speranze frustrate, c’è poco da fare, ti modifica. È il motivo per cui faccio i reportage e perché cerco di viaggiare, quando posso. Aggiungere altro mi sembra veramente prematuro, voglio dire, hanno appena dato alle stampe seicentoquaranta pagine, fammi riposare due secondi. Intanto, se vuoi puoi regalare il romanzo a zie, nonne e cugini, o usarlo come corpo contundente, per offesa o difesa — che tra l’altro credo sia il claim scelto da Bompiani per la promozione.

Mi sembra che tu veda il Lascia stare la gallina molto di più di quanto ci ho trovato io — e questo è un bene, dato che lo hai scritto. Vuoi raccontarmelo dal tuo punto di vista, prima che sia tutto macchiato di sangue?

È prima di tutto la storia dell’ascensione sociale di Salvatore Petrachi, un faccendiere spietato che ambisce ad entrare nel gruppo di potere che controlla la provincia dove vive, dopo essere partito praticamente dal nulla. Per farlo manipola le persone e distrugge tutto quello che incontra sulla sua strada o, se si tratta di avversari più forti di lui, s’inchina temporaneamente meditando vendetta. Petrachi è un cinico terminale ed è dominato da un’ambizione spropositata che non sembra lasciar spazio ai rapporti umani se non in una prospettiva utilitaristica. Ciononostante è anche un personaggio divertente e nasconde un passato e uno spessore psicologico più complesso di quello che le sue azioni fanno presupporre inizialmente. La cosa che mi ha fatto molto piacere è che tutte le persone che hanno letto il manoscritto alla fine si sono affezionate a lui, benché sia uno degli esseri umani peggiori mai finiti su carta, e devo dire che non potevo chiedere molto di meglio. Attorno a lui ruotano altri personaggi che cercano di portare avanti i loro progetti e le loro vite sfuggendo alla furia petrachis, compito non dei più semplici, e questo mi ha permesso di parlare di tutta un’altra serie di cose che per me erano molto importanti, oltre che di tracciare un affresco molto più complesso rispetto alla parabola di una scheggia impazzita. Per restituire la complessità del quadro ho lavorato molto per sviluppare una lingua peculiare per ognuno dei personaggi principali. La storia è ambientata in Salento, la terra da cui viene parte della mia famiglia e in cui sin da bambino ho passato, e passo ancora, moltissimo tempo. Lì ho una parte fondamentale delle mie radici.

Ecco, il potere. Io ho letto il tuo romanzo come la storia di un’ascesa al potere, irrefrenabile e spesso scriteriata. Parliamo del potere, che mi piace.

Sono partito dall’idea di raccontare un piccolo ecosistema sconvolto da una scalata sociale, ma mentre lo scrivevo mi sono reso conto che il tema era più archetipale e che trattando il male da vicino viene fuori quanto sia umano e molto prossimo ad ognuno di noi. L’uomo ha quasi sempre pensato il male come qualcosa di esterno, come un tabù da non nominare, oppure come qualcosa da esorcizzare o da mettere all’indice. Spesso quelli che bruciano i cattivi sono i più malvagi di tutti, affamati di controllo. (Questo, tra l’altro, è quello che si dice pensare ottimista). Oggi questo tipo di furia è incarnato nella caccia al colpevole che occupa costantemente i flussi d’informazione: ogni giorno c’è un nuovo video virale e stormi di persone sole, alienate, davanti ai loro computerini che scrivono: “Ah, merda!”, “Guarda questo che coglione!”. Ne consegue che l’atto ripreso ha un valore in quanto atto fino alla millesima visualizzazione, credo, e poi, quando le visualizzazioni diventano milioni, comincia ad assomigliare tutto ai “cinque minuti di odio” di 1984. L’unica cosa che conta diventa sfogare l’emozione. Chi studia questi andamenti attraverso i big data, per la prima volta nella storia può visualizzare con precisione millimetrica le onde di odio e frustrazione delle masse. Onde fatte di numeri che a prenderli singolarmente sarebbero persone, ma messi assieme sono piccole variabili statisticamente irrilevanti di una singola equazione. Ogni giorno c’è un onda, ogni giorno c’è un colpevole e nessuno prova mai nemmeno per un momento a mettersi al posto di chi sta alla gogna. Petrachi è il male visto da vicino, e si rivela un essere umano, il che non significa assolutamente assolvere, significa conoscere, osservare, capire e soprattutto raccontare.
Solo alla fine però, dopo aver scritto l’ultima pagina, ho realizzato che più di tutto avevo scritto un romanzo sull’ambizione e sui suoi costi umani. E questo apre un altro tipo di discorso. La nostra non è una società dell’ambizione, come quella americana, dove tutto è pensato in maniera totalitaria in funzione della performance: le scuole, le università, i quartieri dove le persone abitano, i posti di lavoro, l’assistenza sanitaria. Una certa dinamicità sociale — anche lì, poi, molto più raccontata che reale — è la conseguenza di un sistema che pone la prestazione sopra il valore della persona in quanto persona. È l’estremizzazione del razionalismo strumentale illuminista. La nostra è una società immobile, non solo, come spesso si dice, per il malcostume, ma perché riconosce un’arcaica superiorità della sacralità dell’uomo — o nel nostro caso specifico della famiglia e del clan —  sull’apparato. Dell’eccezione ristretta rispetto alla regola universale. A qualcuno potrebbe anche suonare come una cosa bella ma, in un momento storico in cui la competizione si è fatta spietata e globale, gli spazi di ricchezza si riducono perché il sistema si fa inefficiente. E si fa inefficiente, proprio perché è amoralmente, pigramente, iniquamente legato a valori e usanze che non trovano spazio nella società tecnocratica e globale del presente. Il paradosso è quindi che Petrachi cerca a tutti i costi di entrare in un élite palesemente avviata all’estinzione proprio perché chiusa e sorda a tutto ed incapace di selezionare i nuovi membri migliori necessari alla competizione mondiale prediligendo la famiglia alla salute del sistema. Si tratta non a caso di un élite impegnata a vendere tutto quello che può agli stranieri. Petrachi, nella società immobile è l’avventuriero che sa che l’unico modo di scalare una casta morente è non avere alcuno scrupolo, dato che non si aprono posizioni per chi non è già organico. Lui di questa condizione di tramonto ha una percezione solo parziale, l’unica cosa che sa con certezza è che deve arrivare, e io questo lo trovo abbastanza ironico. Trovo anche abbastanza spaventevoli entrambe le opzioni che gli si aprono di fronte: da un lato l’ingresso in un’Italia familista, grossolana, reiduo paradossale dell’incontro novecentesco fra cultura europea e cultura del consumo, che si divide in misura uguale fra destre populiste e sinistre buoniste entrambe ben lontane dai veri problemi del nostro tempo. Dall’altro l’ombra incombente della società globale, macchina incessante, organismo impersonale ed efficentista incarnato dalle nuove potenze mondiali, fatte da vaste torme di uomini-massa e tecnologie sempre più potenti che permettono più controllo e una concentrazione del potere senza precedenti. Mi sembra una condizione abbastanza infelice, ma credo che in entrambi i casi un personaggio come Petrachi non avrebbe dubbi: l’importante è stare più vicino possibile alla cima.

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Vecchia guardia, nuovi merletti https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/ https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/#comments Mon, 20 Oct 2014 16:16:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23774 di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

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di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

In realtà la prima origine del termine risale ad un film del 1934 (premiatissimo) di Alessandro Blasetti, dal titolo per l’appunto Vecchia guardia con cui s’identifica proprio la salvifica azione d’ordine dei fascisti della prima ora. Il film non privo di meriti cinematografici è principalmente un’apologia del fascismo e del suo presunto eroismo. Insomma, come spesso accade, la retorica sportiva pesca da una cultura d’ordine di destra. Il peggio è quando la retorica politica, pescando da quella sportiva, non sa bene cosa dice, pur avendo ben chiaro l’effetto che vuole scatenare. Anche se andrebbe ricordato che poi le parole e i gesti vanno ben oltre l’effetto dell’attualità e verranno registrati poi per quello che sono, nella loro miseria come nella loro volgarità.

Matteo Renzi definisce vecchia guardia il vecchio gruppo dirigente rappresentato al meglio (si fa per dire) da Massimo D’Alema e da Pier Luigi Bersani, ma il gruppo dirigente è vecchia guardia di cosa? Liquidatori loro stessi di una storia e di una militanza, ora vorrebbero scaricare su Matteo Renzi le colpe della propria approssimazione e inconcludenza? Da quando a D’Alema sta così a cuore il Partito Democratico? L’indignazione dei dirigenti vive tutta sul personale e molto poco nel politico, non come calciatori a fine carriera, ma già come commentatori televisivi: vecchie glorie rinchiuse in territori di periferia a celebrare una fama che non fu nemmeno mai tale.

Matteo Renzi non è altro che il loro specchio, il risultato povero delle loro passioni tristi. La vecchia guardia riguarda un tempo, una generazione spazzata via dal proprio stesso immobilismo che ha avuto come unico significato l’accumulo. Accumulo di ogni cosa. Non è quindi in corso un conflitto generazionale, ma un vero e proprio scavalcamento, un superamento. Quello che la generazione nata negli anni Cinquanta non ha mai saputo fare: superare il conflitto.

Viviamo in un eterno conflitto generazionale che ancora coinvolge le giovanili testoline incanutite con gran parte dell’armamentario Novecentesco. Un conflitto che è stato capace di deformare e rendere inutilizzabili scrittori, politici, visioni culturali. L’elenco è lungo e si possono citare tra gli altri gli eterni Pasolini e Moro (tanto per cambiare), a cui si aggiungono recuperi spesso imprevedibili quanto improbabili: si va da Craxi fino ad Almirante e ultimamente qualcuno si ricrede anche di Scelba.

I trentenni/quarantenni di oggi vanno a braccetto con i nonni (del resto da loro sono stati cresciuti, accuditi e in alcuni casi mantenuti), così come Renzi si accompagna a Napolitano (anche se forse è il contrario). Il conflitto non è previsto e quello che resta è solo una lunga e rapida erosione, di consenso, di capitale, di territorio, di ogni cosa.

Il panorama si presenta così con gli ottuagenari costruttori di fondamenta alleati a chi ha energia da spendere e qualche buona idea sufficientemente vecchia da poter attivare un dialogo. Nel mezzo e ai lati, come dossi di velocità, si abbarbica una generazione accumulo priva di ogni spinta e proposta la cui vitalità si valuta solo nella tensione polemica, ultimo stadio della dialettica.

Come il Regno Unito difficilmente celebrerà il regno di Carlo (se non per un breve tratto) finendo probabilmente tra le mani del figlio William, così Matteo Renzi – con l’accelerazione che la spinta democratico populista ha rispetto ad organizzazioni più stabili come la monarchia (per non dire del papato) – sta realizzando alleandosi con i nonni il sogno dei padri. Un sogno piccolo, quello della presa decisa e salda del potere, quello di sostituirsi nel ruolo al di là dei contenuti a Moro e a Berlinguer, a Scalfari e a Montanelli, a Calvino e a Pasolini.

Matteo Renzi e i suoi sodali non hanno i numeri, non hanno le competenze e non hanno mai vinto premi Nobel, come ricorda il buon Massimo D’Alema, ma tutto questo non serve, non è mai servito se non come giustificazione di fronte all’eccessiva e continua richiesta di garanzie mascherata da complessa strategia. Si voleva il Palazzo d’Inverno senza sparare un colpo e senza prendere freddo; così si è rimasti alla finestra a guardare e a valutare. Nel frattempo le strade si sono riempite di disperazione o di complessità Nei palazzi il ghigno dei potenti si è trasformato in un tragico sorriso bonario che accoglie i nuovi arrivati: la nuova gioventù dal sangue fresco.

Che l’attuale presidente del consiglio non abbia i numeri non è rassicurante così come non lo è che lo stesso avvenga in più ambiti, spesso cruciali e determinanti per il futuro del Paese, ma potremmo forse fare diversamente? È possibile immaginare un pensiero diverso proprio quando il conformismo è stato così tanto a lungo ricercato da chi vedeva Berlusconi come un politico mediocre e un industriale di genio mentre probabilmente era l’opposto?

Una generazione di inservibili ha tentato, e in parte vi è riuscita, di mantenere il potere elidendone un’altra; lo ha fatto con azioni terroristiche, con continue ipocrisie utili solo per non dichiarare una guerra che sarebbe stata se no rigettata e quindi persa. Tuttavia una volta essa sostanzialmente in scacco una generazione e forse due la visione si è rivelata sbagliata (eticamente anche, ma lasciamo perdere) sia strategicamente, sia strutturalmente. L’errore è nelle cose: il sistema non potendo più rinnovarsi si è imballato e infine rotto del tutto.

La vecchia guardia non ha tenuto duro per il bene della squadra, ma ha passato il tempo a scendere a patti con un tizio che era sceso in campo, il calcio di rigore più lungo del mondo direbbe Osvaldo Soriano. Il tempo è scaduto e un altro tizio con un cono gelato in mano ora fa patti e propone riforme. Il gruppo dirigente privo anche dello stesso Partito è attonito (ma in fondo lo è sempre stato) e non sa darsi pace, proprio ora che non avrebbe davvero più nulla da dire.

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Azzurro. Massimo D’Alema e la fine dell’estate https://minimaetmoralia.it/interventi/azzurro-massimo-dalema-e-la-fine-dellestate/ https://minimaetmoralia.it/interventi/azzurro-massimo-dalema-e-la-fine-dellestate/#comments Tue, 23 Sep 2014 14:34:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23529 Oggi, 23 settembre, è l’equinozio d’autunno. di Ivan Carozzi Ho riguardato una foto che avevo postato su Facebook qualche mese fa, in aprile, quando l’estate era ancora un sogno. La foto è stata scattata probabilmente in Puglia, a Gallipoli, la città dove Massimo D’Alema, il protagonista dello scatto, è nato nel 1949. Questa foto oggi […]

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Oggi, 23 settembre, è l’equinozio d’autunno.

di Ivan Carozzi

Ho riguardato una foto che avevo postato su Facebook qualche mese fa, in aprile, quando l’estate era ancora un sogno. La foto è stata scattata probabilmente in Puglia, a Gallipoli, la città dove Massimo D’Alema, il protagonista dello scatto, è nato nel 1949. Questa foto oggi mi sembra formata da più veli, più fogli, più strati, ed ogni foglio parla, mi guarda, ed evoca in me il sentimento di una fine, di un tramonto, anche se nell’immagine il sole è alto, splende allo zenit, e stende la più sovrana luce mediterranea sopra la tavola del mare, su una barchetta, su un faro in lontananza, sulle case bianche, sulle pagine di un giornale, sul volto e la camicia chiara di un uomo. La prima fine evocata è quella dell’estate, che per quanto mi riguarda non è quasi mai iniziata, anche per cause meteorologiche: un tempo infame, specie al nord e al centro. Così, in questi giorni di settembre, guardare questa foto, dove l’estate sembra appena esplosa, è per me causa di un rimpianto e di una sete inappagata. La seconda fine è quella invece che riguarda Massimo D’Alema, il politico Massimo D’Alema, che ha patito in sorte di essere stato travolto, messo da parte, per via di un fenomeno designato da un termine troppo misero, concepito nel trivio politico-giornalistico, che tutto liquida e non fa onore alla sua complessa persona, al suo patrimonio genetico, alla sua invisibile ricchezza, alla gloriosa storia comunista da cui proviene, al suo amore per il mare spacciato per amore di una barca, al suo profilo colto e borghese, ai suoi tic deliziosi, alla performance assoluta dello sguardo e dell’oratoria fatta di silenzi acuminati e asciutto vocabolario progressista: tutto liquidato, cancellato, rimosso; semmai questa misera parola, che è rottamazione, questa piccola trovata politico-giornalistica, qualifica l’epoca e gli ambienti in cui quella parola si è propagata. Questo è certo. Al di là dell’altro aspetto, qui non discusso, che è invece la discutibilità del politico D’Alema: gli errori, il calcolo come unica scienza del fare politica, eccetera.

La terza fine, o tramonto, sono quelli della stampa, dell’editoria, del libro, dei giornali, di Gutenberg, della carta, delle stesse facoltà cognitive che presiedono alla lettura e alla riflessione. Ciascuno di questi aspetti li vedo ben descritti nella sagoma pacifica di quest’uomo che, di fronte al mare infinito, si concede il lusso vero di un’operazione che già oggi ci appare antica, distante, obsoleta: la lettura di un giornale. In silenzio, in solitudine, avendo tempo per farlo. E ponderando le parole, l’arte della punteggiatura, spaziando con lo sguardo lungo un foglio diviso in una gabbia grafica. Che corrisponde ad una logica di organizzazione dei contenuti; che rispecchia una logica cognitiva di assorbimento dei medesimi. Box, spalla, fondo, occhiello, titolo, catenaccio. Sotto il sole, in una bella giornata. Avendo un mezzo mattino da perdere, respirando l’aria che viene dal mare. Un’ora di lettura indivisibile senza il disturbo e lo stimolo continuo di più finestre aperte su più contenuti. Apprendere, analizzare, comprendere, riflettere. Ascoltando il grido di un gabbiano che si mescola al sapore concreto astratto di una riga letta.

Inesorabilmente, negli anni in cui ogni giorno una cosa muore pugnalata da una cosa nuova, in cui ogni giorno abbiamo comunque il compito oggettivo di guardare avanti, io qui vedo la foto di un uomo che, in un certo senso, non è già più tra noi, si congeda, figlio di un’epoca lunghissima che non è davvero più tra noi, rottamata, e nel suo sguardo un po’ provocatore e fiero, io oggi sento che come un oracolo ci sta dicendo questo: ma che ne sapete, voi, dell’azzurro?

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Lo smoking di D’Alema https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/ https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/#comments Mon, 09 Jun 2014 10:04:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21354 Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Fonte immagine)

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

Qui dovevo partecipare a questo Oscar del Vino 2014, massima kermesse nazionale del settore, in cui eravamo in nomination per il miglior vino dolce – o meglio, lo erano i miei cugini prestigiosi che fanno la Malvasia a Salina, e che con grande sprezzatura mi avevano incaricato di andare a rappresentare la famiglia nel caso avessimo vinto, in quanto bizzarro residente in Roma; e alla fine ci ero andato, anche per antiche aspirazioni verso rami più fortunati della famiglia – loro hanno la barca a vela, sono tutti alti e biondi e architetti, hanno un cognome esotico, sposavano delle Jackie Kennedy bresciane, negli anni Ottanta avevano i primi monovolume col portapacchi per le tavole da surf ed erano sempre abbronzati; noi invece avevamo la cascina a Brescia tipo Le Meraviglie, pure con papà cattivo e le api (questa è una storia di complessi sociali, evidentemente).

Quindi vado su per la Trionfale ancora sbarrata per nubifragi non più recenti, in Vespa, con il motore 125 che arranca; son vestito tutto Zara, perché l’invito intima «abito da sera per le signore, smoking tassativo per i signori», e io lo smoking non ce l’ho (anche se al cugino ho detto di sì) e me n’ero fatto prestare uno da un mio amico prestigioso, ma poi era larghissimo, quindi costruisco una specie di smoking fai da te da Zara, all’ultimo, vado a via del Tritone, un delirio, in mezzo al traffico: approfitto del servizio “personal shopper”, della pregiata casa spagnola, dunque un abito nero tipo poliestere 100%, con camicia bianca, a cui faccio un pratico orlo con la spillatrice, molto alto; sotto una calza Gallo a righe, con risultato forse hipsterissimo o forse Fantozzi alla festa del dobermann Ivan Il Terribile XXXII, peraltro a villa Miani, qui dietro, sempre a monte Mario, dunque filologico. (Rifletto anche che se sbaglio ad accendermi la sigaretta prenderò fuoco subito, con tutto quel sintetico).

Arrivato nella hall dell’ex Hilton, apprendo che l’Oscar del vino è di sotto, in una sala (sono da solo, avevo accettato anche per condividere con qualcuno l’esperienza surreale, ma poi salta fuori che ogni “più uno” bisogna pagare 200 euro, perché c’è Gianfranco Vissani che cucina; strano, penso, perché l’ex Hilton o Waldorf Astoria è notoriamente feudo di Heinz Beck, il cuoco che ha insegnato ai romani la sferizzazione e il sifone ma con giudizio. Mio cugino mi briffa: se vinciamo non dilungarti più di tanto sul vino che rischi di far figuracce, dì solo che è una Malvasia riserva raccolta a mano, ringrazi le Eolie che ci ospitano, due battute sul sole e sul territorio che ci ha accolto, fai una sorrentinata insomma (sono pure spiritosi e aggiornatissimi, i miei cugini vignaioli; mi brucia la battuta, io mi ero preparato una cosa ovvia tipo: «ringrazio Balotelli, il sindaco di Salina e i Talking Heads»).

La hall è al piano seminterrato, sempre con questo gusto Guerra Fredda, soffitti alti e stondati da bunker, parquet lucidi intarsiati a terra, sembra di essere alle Nazioni Unite o alla Design Week di Belgrado; mi aspetto che venga fuori Krusciov a battere la scarpa famosa sul tavolo. Invece, superato l’ingresso con gli accrediti, ressa di signori davvero in smoking e signore davvero in lungo, tipo Golden Globe o red carpet di Venezia, però qui siamo sotto terra. Ci sono dei valzerini in sottofondo, e a un certo punto sbucano dei paggetti e delle damine vestite tipo copertine di quei dischi Rondò Veneziano che andavano molto a Brescia negli anni Ottanta.

Sul menu, si informa che «sarà la Compagnia Nazionale di Danza Storica ad accogliere gli ospiti durante la Notte delle Stelle (maiuscolo) dedicata al più importante Riconoscimento (maiuscolo) italiano del vino». Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, a un certo punto, eccone uno di impeccabile fattura, con revers a lancia, di velluto; su scarpa inglese lucida, tipo Alden, e camicia con bottoni normali, dunque non regolamentare, dunque ottima sprezzatura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema.

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Favole sulla finanza https://minimaetmoralia.it/economia/favole-sulla-finanza/ https://minimaetmoralia.it/economia/favole-sulla-finanza/#comments Thu, 08 May 2014 12:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20561 Questo pezzo di Antonio Pascale è uscito sull'ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Antonio Pascale

Sono preoccupato perché quasi tutti parlano male di banche e finanza. D'accordo, la categoria non fa simpatia: «compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei entrato in banca pure tu?». Tuttavia un conto in banca, modestissimo, lo posseggo, dunque voglio capire bene come funziona, altrimenti li tengo sotto il cuscino. Ma nelle discussioni sui media e new media non riesco a capire nulla. A parte l'odio dico, non imparo niente.

Sento Rampini che parla male delle banche. Vado giù al bar e che dice Lamberto (il barista)? Le stesse cose di Rampini ma in maniera molto popolare e grezza: c'ho mettono nel culo, ecc. Vado a scuola di mio figlio perché c'è autogestione e mi hanno invitato in quanto scrittore e che ti leggo? Cartelli così: «Restituite la sovranità monetaria e popolare all'Italia e al mondo, maledetti usurai!!!».

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Questo pezzo di Antonio Pascale è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

di Antonio Pascale

Sono preoccupato perché quasi tutti parlano male di banche e finanza. D’accordo, la categoria non fa simpatia: «compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei entrato in banca pure tu?». Tuttavia un conto in banca, modestissimo, lo posseggo, dunque voglio capire bene come funziona, altrimenti li tengo sotto il cuscino. Ma nelle discussioni sui media e new media non riesco a capire nulla. A parte l’odio dico, non imparo niente.

Sento Rampini che parla male delle banche. Vado giù al bar e che dice Lamberto (il barista)? Le stesse cose di Rampini ma in maniera molto popolare e grezza: c’ho mettono nel culo, ecc. Vado a scuola di mio figlio perché c’è autogestione e mi hanno invitato in quanto scrittore e che ti leggo? Cartelli così: «Restituite la sovranità monetaria e popolare all’Italia e al mondo, maledetti usurai!!!». Più avanti, sui muri ne leggo un altro, ma di Forza nuova: banche, usura, liberismo, il cancro della nostra Europa. Poi ce n’è un altro: compra italiano, l’agricoltura: la forza della terra (spighe di grano, infiocchettate con il tricolore). Questo non lo dice anche parte della sinistra, penso con un brivido?

Poi leggo Benni su Repubblica che si diverte a immaginare un personaggio che non riesce (dannandosi) a comprare più niente prodotto in Italia, e penso con un brivido: ma dove l’ho già letto? Massimo D’Alema da Fazio, puntata del 25 marzo 2012, dice che pochi finanzieri comandano il mondo. Ma chi sono? Prendiamoli e risolviamo il problema, tanto so’ pochi. Ma le banche non piacevano anche al Pd? Oppure, che so, Davide Riondino e Sabrina Guzzanti vengono truffati da un faccendiere, Gianfranco Lande, e perdono un sacco di soldi. Riondino in tribunale afferma: «Lande, presentatomi come un grande esperto di finanza, era rassicurante, parlava di astrologia del denaro e garantiva alti tassi di rendimento nonostante la crisi economica». Alti tassi? Ma non è roba da faccendieri spregiudicati?

Sì, infatti, e la Guzzanti quando poteva li ha duramente (e giustamente) contestati, simili tipacci. Però poi se qualcuno c’ha detto: ti offro tassi alti, dammi il tuo denaro, ebbene, noi cediamo a quei tipacci. Quando Travaglio dovette difendere la Guzzanti dalle critiche, trovò un’ottima giustificazione, disse: mica i soldi li poteva mettere sotto il cuscino. E no, ci mancherebbe. Infatti, pure io non li metto sotto il cuscino. C’è un sentimento di ostilità diffusa verso la finanza e simili, mica fai i dovuti distinguo, cos’è la finanza? come funziona? perché a volte funziona male? Macché, dici finanza uguale usura e ti garantisci il seggio. Poi vinci, festeggi al ristorante e paghi con la carta di credito – a tutti gli effetti uno strumento finanziario. Non riesco a rassegnarmi. Non c’è pensiero senza emozione, d’accordo, ma troppe emozioni confondono, mica finisce che voto Forza nuova invece che Pd? Giammai.

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Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

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El especialista de Barcelona https://minimaetmoralia.it/libri/el-especialista-de-barcelona-aldo-busi/ https://minimaetmoralia.it/libri/el-especialista-de-barcelona-aldo-busi/#comments Thu, 08 Aug 2013 08:02:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15208 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che "i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!", ma l'io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all'autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l'Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell'ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Sarà vero che “i grandi romanzi autobiografici… ‘oh, un’ultima didascalia, mia adorata foglia tra ancora un po’ di vita e il tempo che fu’… mica si fanno parlando di sé!”, ma l’io narrante che conversa con una foglia di platano sopra una sedia di ferro della Rambla con proprietà taumaturgiche (ti ci siedi, e alla chiarezza di pensiero aggiungi la temporanea soluzione dei tuoi problemi di vescica) è tanto simile all’autore di questo El especialista de Barcelona da far pensare che l’Aldo Busi che li contiene entrambi trascorra le 368 pagine del libro a domare contraddizioni dell’ego a lui ben note ma poi dimenticate ad arte per fronteggiarle nuovamente – giacché siamo in Spagna – nelle vesti di donchisciottesche apparizioni.

Mai contraddittorio, Busi, quanto lo è il giornalismo culturale italiano, che allo scrittore di Montichiari ha tributato attenzione dopo averlo trascurato dall’indomani di Sodomie in corpo 11, cioè circa venticinque anni fa, e questo non tanto perché l’autore perdesse troppi colpi sulla pagina (per quanto l’equilibrio di Seminario sulla gioventù e l’ambizione di Vita standard di un venditore provvisorio di collant nonché l’ardore civile e popolare e salottiero-per-capriccio delle Sodomie restino ineguagliati) ma perché ne aveva guadagnato la sua ascesa televisiva. Da qui il non expedit di una critica sempre in odor di autocirconvenzione e soprattutto incapace di discernere tra opere (comunque di livello anche dopo gli anni Ottanta) e apparizioni televisive dimenticabili per chiunque non s’accontenti della televisione italiana anche portata sul livello di decenza (sempre televisione resta, sempre italiana, e soprattutto se la retorica del Busi in telecamera spacciato per cavallo di Troia viene portata sui territori di una Ventura o De Filippi non si ottiene una città in fiamme ma un Gulliver tristemente in ceppi anche quando è sciolto).

Adesso però non tanto la critica italiana ma il giornalismo che si occupa di libri ha accolto Busi con benevolenza, e questo accade non perché El especialista de Barcelona le abbia dato la scossa a chi non fu toccato da Casanova di se stessi ma perché tra Busi e chi ha dimenticato l’abc necessario a entrare nelle sue pagine, fosse anche per capire se ciò che scrive gli piace oppure no, si è frapposto un mediatore. Vale a dire una casa editrice che (fino a sopravvenute difficoltà economiche) ha creduto in lui dopo che Mondadori aveva relegato i suoi libri alla routine di pagarli molto pur di farne parlare a caso oppure niente, essendo altri i rilegati da promuovere e trasformare in casi. Invece adesso il mediatore c’è, e con lui la cartina di tornasole in grado di dimostrare come il giornalista culturale medio sarebbe più sensibile all’istituzionalità di un comunicato stampa ben fatto con annesso incipit del Maestro e Margherita che se ne avesse ritrovato lui per primo negli anni Cinquanta l’intero manoscritto impubblicato (ci si fida cioè più del clima pompato dal mantice dei mezzi di comunicazione tra addetti ai lavori che dei propri stessi occhi), così adesso il riempitore di spazio sulle terze pagine dei quotidiani può rilassarsi e dire: “ma bravo, questo Busi. Ma lo sapete che scrive proprio bene?”

Grazie, noi che lo leggiamo da anni lo sapevamo che Busi scrive bene, e quando ancora gli riesce plasma tra i polpastrelli un italiano vivo, materico, ripescato dal flusso carsico nel quale ancora la nostra lingua scorre quando non è inquinata dalla padronalità curiale, leguleia, ministeriale, infine televisiva e plebea, insomma sempre controriformata e padronale con variazioni sul tema a seconda delle stagioni. Nel migliore dei casi, cioè, Busi attinge (vale a dire vorrebbe ispirarsene con tanto titanismo da riuscire invece nell’impresa quando i muscoli sono costretti per lo sforzo a rilassarsi oltre la volontà immediata) da Folengo e prima da Boccaccio e ancora prima dagli indovinelli veronesi che salutavano una lingua appena nata e già così complessa e popolare e potente ma senza tirannie. Così, è sempre con queste frecce all’arco che Busi torna al romanzo dopo una decina d’anni.

El especialista de Barcelona è la storia di un io autoesiliato sulla Rambla che discorre con la menzionata foglia di platano (un altro umano suonando troppo e troppo poco per l’autarchia della sua voce) a proposito dei suoi trascorsi con “el especialista”, un docente universitario i cui traffici di dubbio gusto (famigli e portatori d’acqua di interessi propri e altrui) e la cui benestante bisessualità servono solo a raddoppiare ipocrisie, meschinità e opportunismi della solita borghesia che, sprofondata a questi livelli di superficialità, risulterebbe made in Italy anche se fosse prodotta in Cina. Ovviamente l’io narrante si trova prima preso al laccio (e ovviamente per troppa generosità e bendisposizione) di queste sabbie mobili, per poi aprire gli occhi su miserie che inizio a sospettare avesse voluto non vedere in origine solo per poi divincolarsene a ragione, smascherarle, scioglierne qualche mistero inconfessato e allontanarsene andando a depositare le terga della propria fiera solitudine qualche metro o paese più in là (dall’Italia alla Spagna forse alla Polonia, si lascia presumere alla fine).

Ovviamente tutto questo è sostegno e trampolino per continue digressioni e invettive sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di ogni nazionalità. Ed è proprio qui, nel furore civile in cui Busi dà il suo meglio, che risiedono anche le sue aperte, a volte stucchevoli ma forse persino leali (cioè non divine) contraddizioni. Come si fa da una parte ad autoelevarsi – proprio letterariamente, dunque non fuori dalla pagina – quale più grande moralista sulla piazza e inconscio più risolto e più grande scrittore vivente e più onesto contribuente e più civile e democratico di tutti i cittadini e più leale dei duellanti (ridotto il resto della gente a portata di una lingua a lungo raggio al rango di “umanotteri”) senza offrire la possibilità di una smentita a nessun altro che a se stessi? E come è possibile amare così tanto la propria delusione?

L’impressione è che ogni tanto la voce narrante di Busi si accompagni volutamente con mediocri che ha già capito essere tali ma il cui smascheramento l’autosuggestione d’autore fa sì che avvenga in differita, non solo per il gusto di deludersi ancora una volta e di sparare sul sicuro (non è difficile usare un apparato retorico della sua precisione per trivellare la croce rossa di un Emilio Riva, di un Berlusconi, di una Veronica Lario o Massimo D’Alema e di tutti i loro omologhi sparsi nella marea dei privati cittadini – per la cronaca con la Lario Busi ha da poco giustamente vinto la causa per diffamazione che questa gli aveva fatto, e spero che giustamente accada lo stesso anche al querelante Emilio Riva, cioè che mister Ilva perda), ma per evitare il trauma – la paura che sia impossibile e quella, infinitamente più grande, che invece possa accadere – di ritrovarsi al fianco di degni per quanto temporanei compagni di viaggio che non siano il saggio e inoffensivo sdoppiamento della foglia di platano, ma vere voci a cui tenere testa, da cui farsi magari ogni tanto sconfiggere o cambiare quel tanto o quel poco che sarebbe necessario a distaccarsene sul serio (da cosa ti distacchi, se non fai che cambiare solitudine e panchina?)

E quale autoesilio sarebbe quello che la voce di Busi autorivendica smentendolo non a causa dei ritorni sulla scena (uno può essere in esilio anche sul palco di uno stadio) ma perché la sua polemica non ha le stimmate di una reale estraneità essendo sin troppo di segno opposto rispetto alla matrice della patria giustamente ripudiata? Eppure, proprio da questa solitudine meritata a metà (l’altra essendo vanità), parte ogni tanto una furia da angelo sterminatore – avete presenti quel dispetto e quell’indignazione che, a furia di fomentarsi da sé, sono lanciate troppo in velocità per non dire anche il vero? – che trasforma le stampelle in ali.

E poi certo, l’apparato linguistico di Busi possiede meccanismi di controllo capaci di fargli fare centro anche attraverso i propri difetti, di disarmargli l’egocentrismo venti righe o pagine dopo che si è malauguratamente innescato ammorbando il lettore quando non lo delizia. Ad esempio, pur in tempi di recessione continentale, riesce a farlo scagliare a ragione contro le masse del ceto medio proletarizzato senza troppo commuoversi per la nuova indigenza (a Barcellona come a Roma) se a subirne le conseguenze è chi, appunto in massa, ha fatto poco o niente nei decenni precedenti per difendere una vera democrazia; per poi però, ecco il ‘sistema di sicurezza’, riuscire con un perfetto testacoda a scrivere: “E tuttavia una certezza si fa luce nella camera dove non ho acceso la lampadina: che è meglio restare dentro il popolo infelicemente bue che indefessamente aiuti e ti disprezza e non può capirti e ti punisce costantemente di essere assolutamente, totalmente, radicalmente suo e di non dargli ancora la benché minima prova del doppiogioco nemmeno sotto sotto che passare tra i ranghi eletti dell’Unta Razza e della politica e della finanza, del loro sistema tutto che, decidendo tu di farti capire da un clan qualsiasi, ti aiuta se in cambio lo aiuti a spremerlo e opprimerlo ancora di più grazie a te, quel popolo mai abbastanza infelicemente bue e non ancora perfettamente oppresso, quei non simili che tu… io… potresti gabbare alla grande se solo ti alleassi con noi”.

I momenti peggiori fanno parte dell’opera. Nei momenti migliori l’ego di Busi è così smagliante che gli si vorrebbe perdonare tutto. Tutto, eccetto la perenne mancanza di una guardia bassa. Anche per quella ci vuole coraggio. E se persino il Dio convocato verso la fine del romanzo per un regolamento di conti è stato così generoso da prestare la voce a entità come Giobbe e Lucifero (e uno dei suoi migliori traduttori a personaggi così diversi quale Amleto e Macbeth, Titania e Otello, Cordelia e le sorelle; qualunque ventriloquismo, pur di celebrare la terrificante varietà del mondo!), il sospetto è che quel dio ogni sera esca di casa anche meno corazzato dell’io di Busi.

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Genova, il tempo delle scuse https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/ https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/#comments Tue, 10 Jul 2012 09:52:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8626 È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull'irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

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È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull’irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

L’omicidio di Carlo Giuliani, i colpi di tonfa elargiti a profusione, l’assalto alla Diaz, la vergogna di Bolzaneto, dove si doveva sfilare tra gli agenti in divisa cantando “Uno due tre, viva Pinochet”. Dopodiché tutti a difendere, tutti a omaggiare l’enorme sforzo compiuto dalle forze dell’ordine per salvaguardare la democrazia e la civiltà dai barbari (e comunisti, naturalmente), black block e affini. Alcuni dei quali, vale la pena rammentare, uscivano così (s)mascherati dalle stesse caserme genovesi. E alcuni di quelli che difendevano e omaggiavano, adesso hanno avuto il coraggio di firmare articoli con titoli che inneggiano alla “giustizia è fatta” (controllare “Il tempo” e “Libero” dei giorni scorsi); tanto chi li ricorda gli articoli di un decennio fa?

Difficile invece dimenticare quei giorni. E il mio ricordo è legato anche a minimum fax. Venerdì 20 luglio 2001 ero infatti a Cosenza, insieme a Valerio Piccolo, per un reading-concerto di Suzanne Vega, per promuovere il suo libro di poesia/canzone, “Solitude Standing”. In serata, mentre giungevano notizie e immagini della morte di Carlo, un centinaio di ragazzi tra il pubblico che stava riempiendo il parco comunale di Cosenza decise di occupare il palco. Seguirono trattative infinite per convincerli a far suonare l’artista. Alla fine il compromesso furono soltanto due canzoni, chitarra e voce senza band, da dedicare alla memoria di Carlo Giuliani.

Rientrammo in albergo verso le due di notte, e Suzanne Vega volle rimanere a guardare la tv nella hall per capire quanto fosse accaduto. Poi, senza dire niente, piangendo salì in stanza a preparare le valigie.

Albeggiava mentre presi il primo treno verso Roma. Valerio scese a Napoli. Arrivato a Termini, decisi di proseguire in macchina sino a Genova, insieme ad altri amici. Il resto è la storia del G8, che finalmente in questi giorni comincia a profumare di verità, dopo l’odore acre dei lacrimogeni, del sangue proprio e altrui, le urla di terrore. Dopo un decennio di bugie e depistaggi, di omertà e omissioni, che dentro fanno male più delle ferite in superficie. E durano più a lungo.

Arnaldo Cestaro, oggi ultraottantenne, sabato 21 luglio 2001 trovò alla Diaz un rifugio dove dormire, con tutte le conseguenze del caso. Ha atteso la sentenza aggrappato alla sbarra e al suo bastone. Poi con le lacrime agli occhi commenta: “Dopo undici anni da suddito torno a essere un cittadino”.

Insieme ad Arnaldo, sono molti a provare una sensazione simile.

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Gli antiesordi https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-antiesordi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-antiesordi/#comments Mon, 11 Jun 2012 10:04:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8325 Filippo D'Angelo, esordiente con un romanzo molto duro e arrabbiato («La fine dell'altro mondo»), inizierà in questi giorni il suo primo giro di presentazioni. Vista la retorica spesso insopportabile con cui in Italia il mondo della comunicazione ha circondato il concetto stesso di esordio letterario, Filippo D'angelo racconta a minima&moralia l'"antiesordio" di Franco De Longis.

I lettori genovesi sicuramente ricorderanno la misteriosa e tragica figura che, nell’inverno a cavallo fra il 1998 e il 1999, invase il paesaggio letterario della loro città: Franco De Longis, autore del romanzo Il cerchio. Figura misteriosa perché sorta dal nulla, come quella di ogni scrittore esordiente, ma prima che l’esordio diventasse un fenomeno di moda editoriale; figura tragica in quanto destinata a rapidamente tornare nel nulla da cui si era strappata, e a sprofondarvi del tutto. Non sarà inutile, per i lettori delle altre città, evocare la vicenda di un personaggio che meriterebbe il capitolo centrale di una Storia universale dell’infamia letteraria, opera che, fra quelle immaginarie possibili, raggiungerebbe senz’altro il numero più elevato di pagine, essendo gli scrittori le persone maggiormente esposte al rischio di ignominia. Ma non vorrei che, in ragione della sua stramberia, la veridicità del personaggio De Longis fosse messa in dubbio. Potrebbe sembrare un aborto espulso dalla penna senile di Borges o da quella moribonda di Bolaño. Egli è invece realmente esistito. Per accertarsene, basta controllare su Google.

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Filippo D’Angelo, esordiente con un romanzo molto duro e arrabbiato («La fine dell’altro mondo»), inizierà in questi giorni il suo primo giro di presentazioni. Vista la retorica spesso insopportabile con cui in Italia il mondo della comunicazione ha circondato il concetto stesso di esordio letterario, Filippo D’angelo racconta a minima&moralia l'”antiesordio” di Franco De Longis.

I lettori genovesi sicuramente ricorderanno la misteriosa e tragica figura che, nell’inverno a cavallo fra il 1998 e il 1999, invase il paesaggio letterario della loro città: Franco De Longis, autore del romanzo Il cerchio. Figura misteriosa perché sorta dal nulla, come quella di ogni scrittore esordiente, ma prima che l’esordio diventasse un fenomeno di moda editoriale; figura tragica in quanto destinata a rapidamente tornare nel nulla da cui si era strappata, e a sprofondarvi del tutto. Non sarà inutile, per i lettori delle altre città, evocare la vicenda di un personaggio che meriterebbe il capitolo centrale di una Storia universale dell’infamia letteraria, opera che, fra quelle immaginarie possibili, raggiungerebbe senz’altro il numero più elevato di pagine, essendo gli scrittori le persone maggiormente esposte al rischio di ignominia. Ma non vorrei che, in ragione della sua stramberia, la veridicità del personaggio De Longis fosse messa in dubbio. Potrebbe sembrare un aborto espulso dalla penna senile di Borges o da quella moribonda di Bolaño. Egli è invece realmente esistito. Per accertarsene, basta controllare su Google.

Al momento del trionfo librario ottenuto col Cerchio, Franco De Longis era un commercialista di cinquantun anni, noto in città come curatore fallimentare. Non era, a dire il vero, un esordiente assoluto. Aveva già pubblicato diverse opere di poesia e narrativa presso una casa editrice da lui stesso fondata e a lui solo consacrata: le Edizioni Genova. La Biblioteca Universitaria della sua città natale ne ha in catalogo alcune. In versi, per la collana «Quaderni di poesia»: Notizie (1991), Le esperienze in una notte (1993) e Movimenti (1995). Il romanzo L’intellettuale (1994) nei «Quaderni di narrativa» e gli Scritti dal fronte. I primi anni: 1969-1971 (1995) nei «Quaderni di cultura». Per quanto riguarda il contenuto di queste stesse opere, confesso di non poterne dire nulla: non ne ho consultata nessuna. Mi limiterò, per soddisfare almeno in parte la curiosità di potenziali lettori, a trascrivere di seconda mano alcuni incipit poetici già repertoriati su internet. La loro stravagante schiettezza ha suscitato in me un moto di sincera e immediata empatia: «Come picchi amore mio», «Mi hai fregato balorda», «Ti sono saltato addosso», «E chi se ne frega degli altri», «Quel martini era schifoso», «Ma perché mai pulisci», «Il Nobel, ed a me?», «Uffa come rompi», «Litighiamo dinanzi al roast beef», «Non sai neppure cucinare», «In bicicletta e perché mai», «Facciamo finta di essere Albanesi», «Non rispondo al telefono tagliato», «Stasera a chi tocca tocca», «Chi scrive poesie non ne legge mai». Ho invece avuto l’occasione di acquistare su ebay, e di leggere, Il cerchio, opera anch’essa inizialmente pubblicata per le Edizioni Genova, ma in seguito ristampata per un’altra casa editrice locale, questa non di proprietà dell’autore, sebbene poco meno confidenziale: la Biemme libri. È con tale ristampa che avvenne il vero debutto di De Longis sulla scena letteraria.

Il cerchio è la narrazione alla terza persona del decorso di una malattia mortale, avente per protagonista uno sgradevole personaggio maschile: risentito, invidioso e anaffettivo. Non m’interessa esprimermi sugli aspetti letterari, senza dubbio trascurabili, del testo. Mi preme solo sottolineare che si tratta, sì, di pessima letteratura, ma non della Trivialliteratur che oggi infesta gli spazi delle librerie. Da questo punto di vista, De Longis merita certamente più rispetto dei polli da bestseller allevati nelle batterie dei grandi gruppi editoriali. Mi attarderò invece sul paratesto dell’opera. Nel risvolto di copertina del volume leggiamo, sotto la dicitura «Biografia», la seguente frase: «L’autore non vuole fornire indicazioni di sorta». Più in basso abbiamo la lista dei libri da lui già stampati, accompagnata da una precisazione: «Tutte le opere sono state tradotte e pubblicate in Francia, Inghilterra, Spagna, Germania e Stati Uniti». La quarta di copertina riporta una breve presentazione del romanzo, definito come una «sottile e coltissima analisi della fase di passaggio, ove non conta più nulla, neppure la memoria perduta o meno». All’interno del volume, una prima occasione di stupore proviene dalla dedica: accanto ad alcune persone privatamente care all’autore, De Longis cita il «leader carismatico Massimo D’Alema». Vista la data di pubblicazione del libro – l’anno in cui prese forma l’infausto e famigerato governo D’Alema –, si potrebbe pensare a un riferimento sarcastico. Ma l’accostamento del «leader carismatico» ad alcuni affetti sinceri dell’autore sembrerebbe escluderlo. Bisogna qui tenere conto di una circostanza biografica: Massimo D’Alema, coetaneo di Franco De Longis, frequentò il liceo a Genova, dove tuttora risiedono alcuni suoi amici. D’Alema e De Longis, mi piace dunque immaginarli uniti da un reale sodalizio, sotto il segno, a posteriori, della loro comune disfatta: lo scrittore mancato e il politico fallito congiunti da una sola, ineluttabile e rabbiosa vocazione all’impotenza. Infine, troviamo l’elemento più significativo dell’apparato di presentazione del volume: una pagina di prefazione firmata da H. Bloom. Sette brevi paragrafi di cui citerò solo i primi tre:

La letteratura ha spesso affrontato il tema dell’ultimo momento, quello dell’attesa, quando tutto è già deciso ma nulla ancora avvenuto, né nulla può farsi per cambiare.

Questo breve romanzo, in cui tutti i fatti si innestano in un’atmosfera onirica, è atipico nella produzione dell’autore.

La lettura è a tratti difficile, riarsa, quasi ardua, ma non delude mai, perché è un’opera di grande livello artistico: un breve capolavoro sul terrore di non essere più.

La scelta di far precedere il testo del romanzo da uno scritto prudentemente apocrifo (la sola iniziale del nome di battesimo è presente) del critico che pochi anni prima aveva pubblicato Il canone occidentale rivela, da parte di Longis, la volontà di una rivoluzionaria invasione di campo: stufo di restare sugli spalti, lo spettatore del gioco letterario scende sul terreno con la pretesa di andare in rete grazie all’assist di un fuoriclasse. Il resto della vicenda libraria del Cerchio si inscrive, coerentemente, nella traiettoria disegnata da questa prima, colossale scelta di mistificazione. Per il lancio del suo romanzo, De Longis agisce su due versanti. Da un lato, si avvale della propria competenza professionale al fine di creare un primo bacino di acquirenti: secondo quanto riportato dai cronisti dell’epoca, alcune aziende genovesi avrebbero ordinato quantità imponenti di copie da utilizzare come strenne natalizie, per usufruire di favorevoli detrazioni fiscali. Dall’altro, De Longis intraprende un’avventurosa campagna promozionale: fa stampare nelle pagine e trasmettere sugli schermi dei media locali martellanti pubblicità in cui Il Cerchio è presentato come un romanzo che ha venduto milioni di copie in Italia e negli Stati Uniti. Le réclame sono accompagnate dai giudizi ditirambici della stampa internazionale: The New York Times, «Un capolavoro assoluto della letteratura moderna»; El Mundo, «Leonardo rivive»; The Herald Tribune, «Il più grande scrittore italiano vivente»; Die Zeit, «L’Italia ha un nuovo genio della letteratura», e così via. Oggi che il malcostume editoriale della bandella iperbolica, contenente l’entusiastico parere decontestualizzato di critici famosi o inverificabili cifre di vendita, è divenuto una prassi abituale, l’operazione pubblicitaria di De Longis ha il sapore antico di una premonizione: la scommessa arrogante, ma vincente, sull’ingenuità dei compratori di libri. Di copie del Cerchio, in effetti, De Longis cominciò a venderne molte per davvero, ben al di là di quelle rifilate sottobanco alle aziende genovesi (alcune stime giornalistiche parlano di circa 40.000). Io stesso ne ricordo altissime e numerose pile alla Mondadori e alla Feltrinelli di Via XX Settembre, ma anche in una libreria per lettori forti che, come quasi tutte le librerie per lettori forti di Genova, è ormai scomparsa: Liguria Libri. De Longis accompagnò la diffusione del suo romanzo con interviste in cui, a chi esprimeva perplessità sulla sua notorietà oltreoceano, rispondeva di poter laggiù contare sul sostegno indefesso dell’amico, nonché revisore della traduzione del Cerchio, J. D. Salinger. Dichiarò pure che del romanzo era in preparazione un adattamento cinematografico con Robert De Niro nel ruolo del protagonista. I membri dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze custodivano gelosamente copie con dedica della traduzione del capolavoro («Il Nobel, ed a me?»).

Insomma, De Longis realizza, tramite un’onerosa finzione, il fantasma inconfessabile di ogni autore di romanzi: ottenere tutto e subito. Riconoscimenti critici e riscontro commerciale, gloria postuma e immediato successo. De Longis incarna, in una variante autoparodistica, degradata e degradante, l’imperdonabile narcisismo di ogni romanziere o aspirante tale, convinto che il mondo debba inchinarsi ai conati solipsistici del suo vomito creativo. Siamo distanti anni luce dalla mitografia degli esordi difficili, così come dalla retorica del debutto edificante, le quali rischiano sempre di nascondere un narcisismo persino peggiore del narcisismo intellettuale: il narcisismo morale. L’anima di De Longis è l’anima, opaca e densa come il petrolio, propria di ogni scrittore vero o presunto. Un’anima in pena che, agli albori dell’era di internet, pratica il selfpublishing con mezzi al tempo stesso tradizionali e di avanguardia: pubblicazione cartacea e diffusione in libreria, ma quasi esclusivamente indirizzata al canale della grande distribuzione; campagna promozionale incentrata sul valore letterario dell’opera e il prestigio critico da essa raccolto, ma con modalità mistificanti e aggressive. De Longis si destreggia abilmente fra moderno e postmoderno senza poter operare il minimo ricorso alle virtualità offerte dal momento di transizione tecnologica che vide l’apparizione del Cerchio: la blogosfera non esisteva ancora, lo spazio occupato dalla letteratura sulla rete era pressoché inesistente, la prospettiva degli ebooks una praticabile utopia.

Oggi, De Longis potrebbe avvalersi delle risorse del web, ma subito ne rimarrebbe incastrato: una rapida inchiesta su Google basterebbe a far crollare i castelli della sua mitomania. A prescindere da questa considerazione, l’autore del Cerchio amo pensarlo indifferente alle brecce aperte da internet. La più profonda rivoluzione innescata dal digitale è, credo, di ordine psicologico: l’imposizione di uno schermo fra l’io e il mondo. Uno schermo che, come tutti gli schermi, idealmente rinvia colui che lo guarda all’immagine riflessa di se stesso: specchio agevole da attraversare, la cui soglia di accesso è a portata di click, ma al prezzo, incommensurabile, della troppo scontata compensazione di ogni frustrazione o attuazione di ogni fantasma. De Longis, al contrario, le proprie frustrazioni e i propri fantasmi li sfogò sperperando un patrimonio in réclame ben più costose di quanto avrebbe mai potuto incassare con gli introiti, pur notevoli, generati dalle vendite del Cerchio. Al culmine del successo, e dopo avere condannato la tentazione del suicidio nelle ultime pagine del suo romanzo («Spesso il nome tanto amato di Pavese, uno dei suoi idoli crollato col gesto vile, gli correva alla memoria»), si sparò un colpo alla tempia con una Smith & Wesson della collezione di armi del padre, l’ex questore di Genova. Che la sua anima di scrittore riposi in pace.

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Patate riso e cozze:fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/#comments Sat, 24 Mar 2012 13:49:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7142 Al principio furono la D'Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d'ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l'intero meridione.

Qui intanto l'intervista di "Repubblica-Bari" a Nicola Lagioia

Cosa risponde all'sos Bari di Valentini? 

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Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

In questi giorni provo rabbia e delusione. Ma sono rabbia e delusione che covano da mesi. Parto da un punto di vista molto personale: è un po’ difficile, per quelli come me, dare credito a una città che alla resa dei conti rischia di averti tradito due volte. La prima è stata costringerti ad andare via per motivi di lavoro. Ma rimaniamo alla cultura. Una certa primavera pugliese, in ambito culturale, cominciò spontaneamente (senza cioè alcun ausilio istituzionale, anzi, nel sonno profondo delle istituzioni cittadine) in tempi non sospetti, cioè nel 1999, quando uscì Lacapagira dei fratelli Piva. Un film prodotto fuori Bari, che le istituzioni accolsero inizialmente in modo gelido, come Andreotti col neorelismo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Poi il film esplose al festival Berlino e da Levante arrivò il retrofront: “contrordine concittadini”. Da lì in poi tutto un fiorire di scrittori e artisti e registi e musicisti, molti dei quali erano stati costretti a formarsi altrove, e che venivano celebrati forse anche troppo orgogliosamente dalla città come un frutto del proprio humus. Ogni tanto mi è venuto il sospetto che venissimo utilizzati un po’ come foglie di fico. Questo sospetto sarebbe stato felicemente smentito se nel frattempo Bari fosse diventata un laboratorio culturale di livello internazionale (visto che si voleva fare della città la capitale europea della cultura). Basta guardare invece al Petruzzelli – la massima istituzione culturale cittadina – per avere la risposta. Si rischia di buttare alle ortiche un’occasione che chissà quando si ripeterà.

Da città delle escort a città di un teatro appena rinato e sotto commissarimento, fino a una casta di palazzinari, i degennaro, che dettano legge nelle scelte urbanistiche del capoluogo Che ne dice?

Che non è evidentemente cambiato molto (in Italia innanzitutto, al sud in particolare, e ora anche a Bari) dai vecchi film di Francesco Rosi. E che quando, qualche mese fa, sul “Fatto Quotidiano”, scrissi un articolo in cui – a proposito dello scandalo delle escort – cercavo di spiegare come una certa alta borghesia barese covasse da decenni (almeno dai tempi del craxismo) nel proprio dna la propensione all’intrallazzo, a Bari molti mi diedero addosso. “Ma come si permette, questo, che è pure andato via, di parlare male della borghesia barese?” “Queste cose succedono ovunque: Lagioia parla con il risentimento dell’emigrato”. Dico quindi che la tesi “ovunque ladri nessuno ladro” non serve a migliorarsi. Per migliorarsi serve autocritica. E solo chi ama profondamente i propri luoghi d’origine può dolersene altrettanto profondamente. Pasolini, in questo, fu un maestro.

Bari è una città brutta sporca e cattiva? Lo è diventata, lo è sempre stata? 

Bari ha vantato, e vanta tuttora, dei pregi sconosciuti al meridione peggiore. Sobrietà. Laboriosità. Pragmatismo, nel senso migliore del termine. Ma condivide purtroppo con il resto d’Italia un vizio capitale: l’amore per il particulare, la convinzione che i beni comuni non valgano i propri. La cultura è un bene comune. La sanità è un bene comune. Ho un parente che in questi mesi si sta curando all’oncologico. Mi racconta scene dantesche: caos, disorganizzazione, file interminabili per ricevere una legittima terapia.

Ha fallito Emiliano? E in cosa?

Della vicenda giudiziaria non parlo. Non è mia competenza. Anche se mi sento male al pensiero che i giardinetti di p.zza Cesare Battisti, dove andavo a fumarmi una sigaretta tra una lezione e l’altra di diritto penale, si siano trasformati nel parcheggio dello scandalo.

Di Emiliano penso solo che un sindaco che vuole fare della propria città la capitale europea della cultura dimenticando di nominare un assessore alla cultura non va molto lontano. Neanche filologicamente. Me lo ricordo a un vecchio premio Bari, mentre incoronava lo scrittore vincitore: “io non ho tempo di leggere molti libri”, disse. I risultati si vedono. Ma Emiliano – sempre che la vicenda giudiziaria non si risolva a suo sfavore – può ancora riscattarsi. A ogni uomo è consentito un riscatto. Faccia di questa città una vera capitale della cultura e della modernità, e la città gliene renderà merito. Oppure si cosparga il capo di cenere e se ne vada.

Il fallimento del governo di Bari è anche fallimento della Puglia migliore, già fiaccata dagli scandali sulla malasanità in regione o fallimento del pd?

E’ il fallimento del Pd, non certo della Puglia migliore. La Puglia migliore è sempre lì. Penso a Franco Cassano, per esempio. L’ho letto sul giornale in questi giorni e capisco la sua delusione, il suo sconforto. Lui ci ha creduto veramente, nella primavera pugliese, e ha per così dire combattuto in prima linea, e ha per esempio (cosa rara, oggi, in Italia) cercato di intrecciare un dialogo intergenerazionale. Ma penso anche ai Laterza, ai presidi del Libro, alle esperienze di Bollenti Spiriti e Principi Attivi voluti inizialmente se non ricordo male da Minervini, a scrupolosi documentatori del presente come Alessandro Leogrande e a tutto ciò che in questi anni, di buono, è stato fatto. Riannodare il filo, valorizzare le cose migliori e ripartire da lì.

La Puglia politicamente peggiore invece non muore mai. Fitto non muore mai. D’Alema non muore mai. D’Alema. Un uomo che ha fallito praticamente su tutto. Sulla Bicamerale, sul conflitto d’interessi, sulle elezioni regionali. Eppure è sempre là, anche quando non c’è ne avverti la presenza, con questa smania di muovere i fili. La Volpe del Tavoliere. Io invece sto con Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

 

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Italia media https://minimaetmoralia.it/societa/italia-media/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-media/#comments Tue, 12 Oct 2010 06:57:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3032 Questo pezzo è uscito per il Manifesto

di Giorgio Vasta

C’è una vecchia striscia di Quino nella quale – vado a memoria – Mafalda riflette sull’importanza del dito indice, a livello personale ma soprattutto politico. L’indice – come del resto il suo stesso nome chiarisce – indica, dunque orienta, si assume la responsabilità di proporre una direzione.

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Questo pezzo è uscito per il Manifesto

C’è una vecchia striscia di Quino nella quale – vado a memoria – Mafalda riflette sull’importanza del dito indice, a livello personale ma soprattutto politico. L’indice – come del resto il suo stesso nome chiarisce – indica, dunque orienta, si assume la responsabilità di proporre una direzione. L’indice è un dito fiducioso e pragmatico, un dito che crede nell’esistenza di un telos e nella sua raggiungibilità. Inoltre nei bambini piccoli l’indice è quella parte del corpo che precede di qualche tempo la parola, una specie di protolinguaggio non verbale finalizzato a discriminare e a individuare (sebbene in una forma ancora grossolana) qualcosa nello spazio circostante. L’indice, potremmo dire, fa le veci della lingua, ne anticipa la funzione.

Nell’ultima vignetta della striscia – sempre se non ricordo male – Mafalda concludeva amara che l’indice è anche il dito che preme i bottoni. Quelli fatali. Dunque è il dito che prende le decisioni (la striscia in questione è degli anni Sessanta e il fantasma di una stanza dei bottoni, collocata al di qua o al di là della cortina di ferro, aveva una sua concretezza).
Se diamo per buono il punto di vista di Quino, ma dalla sua Argentina ci spostiamo in Italia, l’ipotesi di una supremazia digitale dell’indice viene confermata anche dalla statuaria. Da quella classica fino a quella ottocentesca e novecentesca: un complesso di forme tridimensionali in cui un determinato canone informa di sé gli innumerevoli monumenti presenti in tante piazze nazionali: l’indice bronzeo o marmoreo sistematicamente sguainato, veicolo di coscienza e di intenzione, un confrontarsi razionale con lo spazio. O meglio con uno spazio che serve a dare concretezza fisica al tempo. Perché quando un eroe risorgimentale indica un punto lontano, la sua esortazione non è perimetrabile, non si contiene nello spazio ma lo trascende. A dover essere attraversato è il tempo, la storia, certi di una meta e di un senso.
E dunque prendendo spunto da Quino, dalla statuaria e dall’indice cerchiamo di comporre, nelle continue metamorfosi di questi decenni, una brevissima storia d’Italia tramite le dita, o meglio tramite le diverse morfologie assunte dalle mani tutte quelle volte in cui sfuggono alla misura rigidamente protocollare dell’ufficialità e si rivelano in una dimensione privata ed emotiva.
Lasciandoci subito alle spalle le dita unite e tese, solenni e marziali, di Benito Mussolini impegnato nel saluto romano (il braccio che scatta come un coltellino a molla, la mano che si fa antenna e sciaboletta – il futuro come una cosa da intercettare e lacerare), soffermiamoci su Giovanni Leone, sesto presidente della Repubblica italiana, che per ben due volte al rigore orgoglioso dell’indice accompagna l’estroflettersi del mignolino a comporre il gesto di scongiuro delle corna rivolte a terra. Il 7 settembre del 1973, a Napoli, durante l’epidemia di colera, e due anni dopo, il 18 ottobre 1975, a Pisa, di fronte alla contestazione studentesca, Leone esorcizza il pericolo facendo della mano amuleto.
Permettiamoci un salto di vent’anni e arriviamo al 1995, quando Striscia la notizia circoscrive ed enfatizza il gesto di Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, che si riscalda le mani soffiandoci dentro. Un livello privato e irrilevante di esistenza del corpo, qualcosa di interstiziale, viene messo in rilievo (coerentemente con le consuete strategie pseudosituazioniste della trasmissione di Antonio Ricci) e offerto come immagine finalmente ed eccezionalmente umana di una corporeità politica che invece risulta perlopiù fredda e cerimoniale.
A gratificare oltremisura, in un’onda di piena, il bisogno italiano di informalità tarata verso il basso è Silvio Berlusconi (al quale fu proprio Leone, durante il suo mandato, a conferire il titolo di Cavaliere del Lavoro). L’uomo dello sdoganamento di ogni irritualità concepibile, l’incarnazione suprema del ritorno del rimosso (temutissimo, sì, ma altrettanto desiderato), colleziona molteplici occasioni, manuali e non solo, di liberazione di quel magma istintuale che ribolle dentro ogni corpo in teoria costretto al rispetto delle convenzioni formali. Per limitarsi a un emblema – e fare il paio, in assetto rovesciato, con gli scongiuri di Leone – ricordiamo soltanto quando il 28 febbraio 2002 l’attuale presidente del Consiglio ornò con la sua mano minotaura il capo di un collega convenuto in Spagna per il G7.
Eppure, avviandoci alla conclusione di questa microscopica rassegna, è molto probabile che a sintetizzare il presente italiano non sia più il dito indice – accompagnato dal mignolo o in solitaria – bensì il medio. Se ancora una volta dobbiamo a Berlusconi di avere svincolato il gesto (durante un comizio a Bolzano nel 2005) da quei contesti nei quali per tanto tempo, come in un’insopportabile cattività, era stato obbligato, colui il quale lo ha perfezionato scollegandolo da qualsiasi contingenza fino a renderlo pura atemporale manifestazione trascendente è stato Umberto Bossi. Il suo medio sempre più reiteratamente proteso – vivace come il pupazzetto che sbuca dalla scatola, indistruttibile come un misirizzi – è di fatto, adesso, il vero portavoce della Lega e del governo tout court: un dito che nell’occupare ormai il primo piano di ogni inquadratura televisiva scaglia la testa di Bossi sullo sfondo e sostituisce il suo discorso con una mimica brutale. Un portavoce muto, ammutolito. Perché quel dito è un punto esclamativo di carne apposto a conclusione di un ragionamento politico scomparso. L’essenziale gestualità bossiana, sintesi di una regressione dal linguistico al non linguistico (“regressione”, è chiaro, solo se si ritiene che collocare buona parte della propria prassi politica nel linguaggio sia un valore e non un limite), è un manifesto programmatico, la registrazione di un dato di fatto: con buona pace di Mafalda e della statuaria non c’è più nulla da indicare, nulla da decidere, non c’è direzione né progetto. C’è la polverizzazione di ogni obiettivo e il tentativo di neutralizzare in chiave farsesca il trauma del disorientamento. Privo di telos – in tutti i sensi “senza fine” – il politico non può fare altro che perpetuare se stesso. Nel medio sguainato di Bossi non c’è più dunque – nonostante l’apparenza di una lancia in resta proiettata contro un nemico – né provocazione né sfida. C’è, semmai, ripetizione compulsiva, ossessione nevrotica, azione sottratta a ogni consapevole intenzionalità e mortificata al rango di tic incontrollabile. C’è chi apre e chiude ostinatamente la porta di casa, chi verifica fino alla disperazione se la manopola del gas è girata da una parte o dall’altra, chi si lava ferocemente le mani fino a escoriarle, come se lavare e cancellare coincidessero; e c’è chi ostenta il proprio dito medio, aggressivo e inconsapevole. E c’è ancora chi – un intero paese – si osserva riflesso in un’unghia rosa, lucida, padana.
In un tempo post linguistico nel quale passando dall’indice al medio abbiamo probabilmente rinunciato al linguaggio come esperienza delle complessità, c’è ancora un ultimo rischio con il quale fare i conti: quello di trovarsi – contemplandosi in questo specchio della straripante mediocrità italiana – neppure tanto male.

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