Massimo Gezzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-gezzi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Jun 2021 07:24:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo Gezzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-gezzi/ 32 32 “Le stelle vicine”, la nuova raccolta di racconti di Massimo Gezzi https://minimaetmoralia.it/libri/le-stelle-vicine-la-nuova-raccolta-di-racconti-di-massimo-gezzi/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-stelle-vicine-la-nuova-raccolta-di-racconti-di-massimo-gezzi/#respond Thu, 03 Jun 2021 07:24:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48822 La capacità di osservare, di saper guardare e di espandere il più piccolo dettaglio a un campo molto vasto, è una caratteristica tipica dei poeti bravi, è una delle doti che spesso fanno la differenza tra chi scrive versi buoni e chi no. Saper osservare il reale, il quotidiano, di per sé, non servirebbe a […]

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La capacità di osservare, di saper guardare e di espandere il più piccolo dettaglio a un campo molto vasto, è una caratteristica tipica dei poeti bravi, è una delle doti che spesso fanno la differenza tra chi scrive versi buoni e chi no. Saper osservare il reale, il quotidiano, di per sé, non servirebbe a molto se poi chi scrive non sapesse tradurre – ciò che l’occhio registra – in parole che rivelino il senso nascosto di qualcosa, un mistero, l’evidenza di una malinconia, il dolore che c’è dietro a un gesto, tutta la vita che passa in un cuscino sbattuto al davanzale, in un portone che sbatte, in un motore che s’accende, in un bambino che gioca.

Massimo Gezzi nella sua opera poetica ha fatto, tra le altre cose, proprio così. Ha saputo scavare nel quotidiano e trovarci tutto il tempo e tutto il mondo. Mi pare abbia afferrato il senso di precarietà che accompagna i nostri anni, il modo in cui siamo passati dall’adolescenza all’età adulta (qualunque cosa questo significhi), un modo lento, a volte accondiscendente, un transito inerme, come se da ragazzi, noi nati negli anni Settanta, avessimo già compreso che ci fosse poco da fare, come se provare a tenere botta, a sopravvivere, fosse già tanto. Il minimo indispensabile trasformato in tutto. Le vite vanno, però, e sono fatte di attimi, ogni tanto qualcuno di questi va fermato, uno scrittore lo sa, perché in quell’attimo è cristallizzato un universo, un microcosmo capace di spiegarci i giorni in cui stiamo.

Quando mi viene il malcaduto può essere dappertutto. Una volta ero sulla prima panchina del viale. Mi sono alzato, ho fatto due passi. Ho visto bianco. Nero. Mi sono svegliato con tanta gente intorno, male alle gambe. Sangue che colava sulle mani, dalla testa. Pietro Farina mi teneva due dita in bocca. Renato, Renato, urlava. Chiamate l’ambulanza, diceva guardandomi come se non mi riconoscesse. Io non riuscivo a dire nulla. Allora ho preso la sua mano, l’ho tolta dalla mia bocca e ho detto a tutti che stavo bene. Era solo il malcaduto, che non si spaventassero.

Gezzi torna con una raccolta di racconti, uscita da qualche settimana per Bollati Boringhieri: Le stelle vicine, si tratta di un libro interessante e molto riuscito. La prima cosa da dire è sul linguaggio, l’autore è pulito, accorto, sa variare dalla prima alla terza persona, sceglie bene i personaggi, non si sofferma su una sola categoria, ma tende a mostrarci un affresco di questo tempo. La tecnica, affinata con la poesia, viene usata nel testo narrativo con la stessa attenzione, non troviamo orpelli, eccessive descrizioni né dei luoghi, né dei personaggi.

Tutto sta nella scena, nel dialogo, nell’istante in cui la storia deraglia o s’accomoda, dove un incontro si consuma, dove qualcuno si perde, un altro reagisce, dove si sbaglia, ci si pente, si tenta un cambiamento, e dove più spesso è il cambiamento che viene a cercare uno dei protagonisti. Nel congegno di questi dodici racconti brevi ho ritrovato l’attenzione di Gezzi al dettaglio, al frammento, allo scarto che va a interrompere qualcosa di definito, di routinario. Non che l’autore marchigiano cerchi i bruschi episodi che spezzino la consuetudine, piuttosto intende farci notare che il consueto non viaggia su un pavimento liscio, su un binario unico e dritto. La consuetudine è in continua modulazione, soltanto che quasi mai ce ne accorgiamo.

Adesso concentrati, Carlo. Un respiro profondo, forza. Trent’anni di vita che vanno in fumo. Alla lettera, Ma devo farlo, non ho scelta. Non ho nessuna possibilità di scegliere. Quindi adesso dimenticati di tutto e diventa un cecchino. Freddo, cinico.

Dodici scene. Si passa dal bar di paese, l’atmosfera tipica di una sera degli anni Novanta, si conoscono tutti, la tensione che sale all’improvviso. Un’infermiera alle prese con il senso del dovere contrapposto a quello morale, in mezzo la sua umanità. Una piccola fotografia dell’inconsueto e della cattiveria umana, tutto si svolge su un bus. Il mio preferito si intitola L’ultimo saluto di Cattivik, la protagonista è un’anziana che ha qualche disturbo mentale, eppure vede alcune cose che gli altri sembrano non vedere. Mi è piaciuto il suo piglio e la velocità con cui il racconto scorre, la narrazione in prima persona e la punteggiatura che lascia fluire i pensieri della vecchia. Ragazzi che giocano al pallone, un imprenditore in difficoltà, uno che s’inventa una storia, un professore che commette un errore, un incidente, una vicenda di stalking, un’altra di emarginazione conseguente al disagio mentale e, infine, la meravigliosa strana ragazza dell’ultimo racconto.

Ancora non lo so come è andata. È passato un anno ma ancora non mi ricordo, mi dispiace.

Le stelle vicine si inserisce nel solco decisamente vitale del racconto italiano. Se ne discute spesso del fatto che gli editori non vogliano i racconti, per una questione di tradizione o perché vendono poco. Fatto sta che il racconto è una forma di scrittura preziosa, difficile, racchiude molte cose, porta con sé qualcosa della condensazione del testo poetico e poi la possibilità di sviluppo che in alcuni casi conduce a forme più lunghe, quali il romanzo.

Nel meccanismo di una storia breve non puoi sbagliare nulla, il lettore se ne accorge e l’autore non può rimediare al capitolo successivo. Inoltre, e questo Gezzi lo sa bene, la narrativa breve consente – come succede per la poesia più riuscita – al lettore di infilarsi in un varco in cui trovare, a seconda del momento, pezzi della sua memoria o brandelli del suo immaginario.

 

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Caleidoscopi in versi https://minimaetmoralia.it/poesia/caleidoscopi-in-versi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/caleidoscopi-in-versi/#respond Tue, 01 Jun 2010 12:15:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2506 In occasione della venuta in Italia di Mark Strand, e con l’intento di presentare a chi ancora non lo conoscesse questo straordinario poeta contemporaneo statunitense, abbiamo assemblato un paio di interventi riguardanti il suo stile e la sua poetica. Cominciamo oggi con l’introduzione di Massino Gezzi a una plaquette uscita per la casa editrice L’Obliquo. […]

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In occasione della venuta in Italia di Mark Strand, e con l’intento di presentare a chi ancora non lo conoscesse questo straordinario poeta contemporaneo statunitense, abbiamo assemblato un paio di interventi riguardanti il suo stile e la sua poetica. Cominciamo oggi con l’introduzione di Massino Gezzi a una plaquette uscita per la casa editrice L’Obliquo.
Qui invece potete trovare i dettagli sui due incontri che si svolgeranno stasera e domani alla John Cabot University di Roma
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di Massimo Gezzi

Sfogliando le pagine delle due antologie italiane di Mark Strand, entrambe curate dal suo fedelissimo traduttore Damiano Abeni, i lettori avranno avuto l’occasione di constatare le due modalità che il poeta americano sceglie più di frequente per comporre versi: poesie isolate, brevi, spesso di intonazione lirica; oppure testi più lunghi articolati in serie più o meno fitte e numerose. Qualche esempio di questa seconda modalità: The Sargentville Notebook (1973) [interamente tradotto in Il futuro non è più quello di una volta, minimum fax, 2006], composto di 43 fulminee annotazioni in versi; The New Poetry Handbook (da Darker, 1970), articolato in 21 frasi ipotetiche disposte su due versi, del tipo «If a man understands a poem, / he shall have troubles»; Some Last Words (da Blizzard of One, 1998), suddivisa in 7 testi di tre versi, dei quali l’ultimo è sempre uguale («Just go to the graveyard and ask around»). O ancora, testi eloquenti sin dai titoli come Seven Poems da Darker, Seven Days da The Late Hour (1978) e Five Dogs da Blizzard of One. In altre poesie le serie sono costituite dai singoli versi, martellanti a mo’ di litania: Giving Myself Up, da Darker, è una cascata di anafore di sapore liturgico («I give up», ossia «Rinuncio», ripetuto almeno quindici volte); From a Litany, sempre da Darker, è un’incontenibile lode di tutto ciò che esiste, celebrato da un turbine di metafore scatenate dall’anafora continuata di «I praise» («Glorifico»).

Il libro che Abeni ed Egan ora ci regalano, traducendo con la consueta perizia ed empatia con il poeta e amico, è tutto costituito da poesie di questo tipo: 20 temi, o parole chiave, che dal titolo si diramano in ciascuno dei versi che compongono i rispettivi testi, dando vita a una sorprendente serie di litanie o list-poems che talvolta ricordano l’archetipo provenzale del plazer. Basta scorrere i titoli delle 20 composizioni per accorgersi che Strand consegna a questo libro, uscito per Turtle Point Press nel 2000, una specie di inventario del suo immaginario poetico: Ombra, Paradiso, Vento, Gola, Sole, Luna, Sonno, Ora (o tempo), Mano, Piede, Cane, Isola, Pollo, Viaggio, Sedia, Dolore, Vetro, Capelli/Pelo (l’ambiguo Hair), Lago e Quadri potrebbero benissimo essere i titoli di schede tematiche o «polizzine» sotto cui rubricare molte sue poesie o versi. Per fare pochissimi esempi: l’Ombra è la stessa di Dark Harbor; Sedia riconduce a L’inizio di una sedia (Donzelli 1999), titolo della prima antologia italiana di Strand tratto da un verso di What it Was, una delle sue poesie più belle (da Blizzard of One); la splendida Lago evoca lo stesso scenario di The Untelling, il poemetto che chiude The Story of Our Lives (1973) e che Abeni ha tradotto e pubblicato nel 2005 ancora per L’Obliquo, con il titolo La denarrazione; Quadri fa venire in mente Edward Hopper (Donzelli 2003), il libro che il poeta ha dedicato al celebre pittore americano. E si potrebbe continuare a lungo.

Ciò su cui varrà la pena soffermarsi, prima di lasciare spazio ai testi, è la tecnica con cui queste sorprendenti litanie sono state costruite. Strand è abilissimo, infatti, ad allineare versi di differente statuto e tipologia, provocando ad ogni a capo una piccola vertigine ai suoi lettori, costretti a dipanare le sue associazioni mentali, a metabolizzare le sue potenti metafore, a sillabare le sue improvvise invocazioni o preghiere. È persino possibile tentare una schedatura delle tipologie più ricorrenti: 1) versi tautologici, del tipo: «L’erba non cresce in una gola»; o «La luna di traverso è pur sempre la luna»; o ancora: «Un viaggio che si ferma non è più un viaggio»; 2) versi refertuali, che constatano un evento o descrivono un particolare, reale o immaginario, come: «Il vento bianco dell’Himalaya»; «Quando il sole è alto le api si scatenano»; «Cinquanta giovanotti fissavano il lago»; 3) frammenti di dialogo o di invocazione pronunciati da una voce non localizzabile: «Dì che non ci sarà mai dolore più grande»; «Dolores sciogli i tuoi capelli e piangi con me»; «Di che lago parli?»; 4) versi-metafora nei quali il lettore è ancora in grado di ricostruire quelli che I. A. Richards chiamava tenor e vehicle della figura: «Le ombre sono vesti che il sole continua a smarrire»; «Il vento della cipolla lascia un sentiero di lacrime»; «La mano fredda della neve sul fianco della collina»; 5) versi in cui le metafore si fanno più oscure e perturbanti, resistendo all’interpretazione: «L’erba del sonno copre le ossa della verità»; «Il piede angelico su cui non cresce muschio»; «I pascoli del dolore sono coperti di elettrodomestici scassati». Alternando liberamente e imprevedibilmente queste e altre tipologie (per esempio arguti witz come: «Se un pollo ti viene ad aprire la porta, sei andato alla festa sbagliata»), Mark Strand assembla in queste pagine un caleidoscopio di parole che cambiano di continuo forma e statuto enunciativo, costringendo il lettore a modificare ad ogni linea la messa a fuoco.
Qualcuno ha paragonato questi versi alla pratica cinese e giapponese del kōan, il problema arguto che un maestro zen usava consegnare a un discepolo perché lo risolvesse attraverso la meditazione, ricavandone il giusto insegnamento. Di sicuro, se la metafora può essere una pratica conoscitiva e la meraviglia una reazione dell’intelletto, Mark Strand, con tutto il suo understatement e la sua sprezzatura, compilando questi list-poems ha saputo insieme divertirci, sbalordirci ed insegnarci a guardare meglio.

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