Massimo Gramellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-gramellini/ un blog di approfondimento culturale Mon, 05 Jun 2017 10:38:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo Gramellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-gramellini/ 32 32 Populismo penale. Una risposta a Massimo Gramellini https://minimaetmoralia.it/altro/populismo-penale-risposta-massimo-gramellini/ https://minimaetmoralia.it/altro/populismo-penale-risposta-massimo-gramellini/#comments Mon, 05 Jun 2017 10:38:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34535 Massimo Gramellini, nel suo editoriale del 2 giugno sul Corriere della Sera, si scaglia contro il sistema giudiziario reo di non aver saputo, a suo dire, intuire la pericolosità sociale di Serif Seferovic. Il giovane, gravemente indiziato di essere il responsabile della morte delle tre ragazze rom morte carbonizzate il 10 maggio scorso a Roma, è anche l'autore del furto della borsa della studentessa cinese Zhang Yao, morta travolta da un treno mentre inseguiva lui e l'altro autore dello scippo.

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Massimo Gramellini, nel suo editoriale del 2 giugno sul Corriere della Sera, si scaglia contro il sistema giudiziario reo di non aver saputo, a suo dire, intuire la pericolosità sociale di Serif Seferovic. Il giovane, gravemente indiziato di essere il responsabile della morte delle tre ragazze rom morte carbonizzate il 10 maggio scorso a Roma, è anche l’autore del furto della borsa della studentessa cinese Zhang Yao, morta travolta da un treno mentre inseguiva lui e l’altro autore dello scippo.

Gramellini, pur ammettendo “che, dal punto di vista giuridico, la decisione di lasciarlo uscire non facesse una piega”, puntualizza sul fatto che “ci sono casi in cui questo esito ripudia al nostro senso più profondo di giustizia”. E quindi tuona: possibile che “la morte accidentale della vittima […] non abbia suggerito qualche precauzione speciale” come un obbligo di firma o un braccialetto elettronico? Gramellini ovviamente sa che la sua è una domanda capziosa, che se la morte di cui parla è accidentale e non provocata nemmeno per effetto colposo non può produrre alcun effetto restrittivo. Ma preferisce cavalcare l’indignazione e regalarci una perla di “populismo penale” sapientemente costruita dal punto di vista retorico.

Ovviamente non ha senso alcuno – e non è l’obiettivo di questo articolo – difendere le azioni indifendibili di Seferovic (che è comunque, al momento, ancora “gravemente indiziato”). Ammettiamo pure che sia colpevole di tutto ciò che gli si ascrive e che meriti, giustamente, la nostra riprovazione più convinta. Resta, tuttavia, da domandarsi che cosa avrebbe dovuto fare un giudice di fronte ad uno scippo, per quanto con un esito – “accidentale”, a detta di Gramellini – tragico. Probabilmente avrebbe dovuto saper scrutare nelle nebbie del futuro. Perché, a meno che non si voglia ritenere potenziali omicidi tutti i ladri e ladruncoli, magari con l’aggravante dell’origine razziale, non è dato sapere con quali criteri si sarebbe dovuto procedere.

Per la cronaca – che Gramellini omette nel suo pezzo – Serif Seferovic è stato condannato a due anni di reclusione per lo scippo ed era fuori perché, come accadrebbe a ogni persona incensurata, ha usufruito della sospensione condizionale della pena. Proprio perché stiamo parlando di uno scippo. Qualcosa di molto lontano dalla “licenza di uccidere” a cui allude Gramellini con il titolo del suo editoriale, disegnando l’Italia come un paese dove “scontare la pena è ormai considerata una bizzarria”. Un paese – aggiunge dopo – “costretto a rimettere in strada i condannati che non è in grado di ospitare nelle sue poche e fetide carceri”. Il che, a dirla tutta, è una bella contraddizione, perché non si capisce come mai le carceri siano così tanto piene visto che la pena, secondo lo stesso autore del pezzo, non la sconta più nessuno.

Ammettiamo però che la catena di eventi innescata dalla liberazione di Seferovic, che avrebbe portato a un esito tremendo come l’omicidio delle tre ragazze di Roma, non sia qualcosa di imponderabile, ma un vulnus del sistema giudiziario. Un effetto indesiderato e deprecabile. Gramellini, che a marzo in quello stesso spazio del Corriere si scagliava contro i genitori che non vaccinano i propri figli, dovrebbe sapere bene che gli effetti di un sistema si valutano sui dati generali e non sul caso singolo. Chi sostiene l’utilizzo dei vaccini esorta a guardare alla situazione nel suo complesso, che vede praticamente debellate alcune malattie, piuttosto che al singolo caso dove si manifesta un effetto indesiderato. Se guardiamo alla situazione generale italiana vediamo che gli omicidi sono calati anche quest’anno, nonostante l’Italia sia un paese afflitto dalla piaga della criminalità organizzata. I fattori che portano a questo risultato sono molteplici e non riguardano solo il sistema della giustizia. Ma sicuramente un simile quadro lascia intendere che, dal punto di vista della prevenzione di questo specifico reato, l’Italia stia lavorando bene.

Forse ha ragione l’editorialista del Corriere quando dice, in conclusione del suo pezzo, che “la Giustizia non sa più parlare alla Vita”. È quello che capita quando un’istituzione gestisce un meccanismo complicato e difficile da raccontare come quello giudiziario, che deve mantenere un equilibrio difficile affondando le mani in vicende che provocano reazioni profonde, dall’indignazione per i colpevoli alla compassione per le vittime. Forse il compito di tradurre tutto questo in una lingua “comprensibile alla Vita” dovrebbe spettare ai professionisti della comunicazione. Ovviamente quando non preferiscono parlare la stessa lingua della pancia del paese.

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La maschera comica di Checco Zalone https://minimaetmoralia.it/cinema/la-maschera-comica-di-checco-zalone/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-maschera-comica-di-checco-zalone/#comments Mon, 04 Jan 2016 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29568 Questo pezzo è uscito su Repubblica (fonte immagine).

Il personaggio che ha portato un milione di italiani al cinema in un solo giorno, Checco Zalone, è un tonto apparente che risolve le situazioni grazie a un qualunquismo "buono" su cui c'è giusto una spruzzatina di candore. Anche i personaggi di Sordi erano dei qualunquisti, ma raggiungevano vette di crudeltà di cui Zalone fa a meno. Agli italiani questa indulgenza piace. Checco Zalone non porta su di sé la tragedia gogoliana di Fantozzi, ed è troppo vitale per rifugiarsi nell'allegra malinconia di Pieraccioni. Non ha la grevità monocroma del "terrunciello" di Abatantuono.

Se a volte si contamina coi toni surreali di Albanese, ha l'accortezza di non volerli trasformare in poesia: non sente il bisogno di nobilitarsi citando Jacques Tati. Non si crogiola in nessuna nostalgia. Con Lino Banfi (soprattutto il primo) condivide la necessità di sfangarla a tutti i costi. Solo che Banfi era più vulcanico e viscerale: il gesto di battersi la fronte con la mano per darsi coraggio resta memorabile perché richiama la forza della disperazione che nelle sue ascendenze più nobili arriva a Totò.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica (fonte immagine).

Il personaggio che ha portato un milione di italiani al cinema in un solo giorno, Checco Zalone, è un tonto apparente che risolve le situazioni grazie a un qualunquismo “buono” su cui c’è giusto una spruzzatina di candore. Anche i personaggi di Sordi erano dei qualunquisti, ma raggiungevano vette di crudeltà di cui Zalone fa a meno. Agli italiani questa indulgenza piace. Checco Zalone non porta su di sé la tragedia gogoliana di Fantozzi, ed è troppo vitale per rifugiarsi nell’allegra malinconia di Pieraccioni. Non ha la grevità monocroma del “terrunciello” di Abatantuono.

Se a volte si contamina coi toni surreali di Albanese, ha l’accortezza di non volerli trasformare in poesia: non sente il bisogno di nobilitarsi citando Jacques Tati. Non si crogiola in nessuna nostalgia. Con Lino Banfi (soprattutto il primo) condivide la necessità di sfangarla a tutti i costi. Solo che Banfi era più vulcanico e viscerale: il gesto di battersi la fronte con la mano per darsi coraggio resta memorabile perché richiama la forza della disperazione che nelle sue ascendenze più nobili arriva a Totò.

La comicità di Zalone – anche se capisco che possa sembrare strano – è invece più raffreddata e straniante. Merito della collaborazione tra Luca Medici (il vero nome del comico) e il suo regista e sceneggiatore Gennaro Nunziante. Ricordo su Telebari e Telenorba gli show televisivi di Toti e Tata scritti da Nunziante negli anni Novanta. Il linguaggio usato era complesso e assolutamente in anticipo sui i tempi: contaminava senza sosta i generi, e durante uno sketch in cui si parlava del quartiere Poggiofranco di Bari poteva partire a tradimento una cover di Prince, “La pioggia viola” (versione autoctona di “Purple Rain”). O ancora, la sigla di chiusura de “Il polpo” (parodia in salsa pugliese de “La piovra”) faceva a a propria volta il verso a Paolo Conte. Allo stesso modo, mentre Toti e Tata (al secolo Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo) prendevano in giro i costruttori Vincenzo e Antonio Mataresse a proposito di Punta Perotti (l’ecomostro edificato sul lungomare di Bari nel 1995, poi abbattuto nel 2006), tra una battuta e l’altra spuntavano riferimenti agli Oasis e ai New Order. Chi coglieva coglieva. Immaginatevi tutto questo su una tv locale. Da lì a poco nel mondo sarebbe esploso “Pulp Fiction”.

Questa grammatica, nei film di Zalone è magari meno ricercata e “sperimentale” rispetto ad allora. Ma ciò a cui Nunziante saggiamente rinuncia, arriva moltiplicato grazie alla fisicità di Luca Medici. Con mezza smorfia Checco Zalone passa dall’imitazione di Gramellini a quella di Celentano, ma in quel saper spostare a perfezione di cinque millimetri il labbro superiore verso l’alto c’è il comico di razza, e non di rado una cattiveria che nei film però scompare. Il resto lo fanno i tempi delle battute ottimamente calibrati e il lavoro di scrittura.

Sui social, insieme col successo, sono arrivate le solite risse un po’ inutili tra i fan di Zalone e chi si richiama a Bertolt Brecht per denigrarlo. Sventurato il paese che ha bisogno di fare il gioco della torre tra intrattenimento e autorialità. Altra polemica piuttosto sterile riguarda l’ipotesi che Zalone sia più di destra che di sinistra o viceversa. Gennaro Nunziante si dichiara un cattolico di estrema sinistra ma è molto allergico ai salotti, e soprattutto alla satira di quelli che puntano sempre ferocemente il dito contro gli altri pur di non interrogarsi mai per bene su se stessi. A essere messo alla berlina non è mai tra l’altro il registro alto di per sé, ma il darsi importanza degli intellettuali che discettano di massimi sistemi ma poi lavorano (e faticano) sui propri progetti molto meno di quanto non facciano Medici e Nunziante su ogni singola scenetta.

Può tuttavia un comico rinunciare alla poesia e all’eversione? E può il qualunquismo dei buoni di cuore essere risolutivo a fin di bene? La linea di confine (forse pericolosa, forse no) su cui Nunziante e Medici si muovono, è proprio questa. Credo siano consapevoli del rischio.

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Tutto su me stesso: intervista a Marco Bellocchio https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-marco-bellocchio/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-marco-bellocchio/#comments Wed, 12 Aug 2015 05:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28021 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Le trame di Marco Bellocchio non sono semplici da raccontare, hanno una coerenza personale. Personale è un aggettivo che usa molto. In Sangue del mio sangue, si passa da un convento-prigione del ‘600 a un’atmosfera gogoliana da Ispettore generale dei nostri giorni. Nel passato, la monaca Benedetta che ha sedotto un prete portandolo alla dannazione, al suicidio e alla sepoltura sconsacrata, è murata viva. Nel presente, l’arrivo di un truffatore che si finge funzionario pubblico scatena l’agitazione dei falsi invalidi di una cittadina: si teme la fine della pacchia. Ci sono anche dei personaggi che attraversano i secoli. Pier Giorgio Bellocchio è prima Federico Mai, uomo d’armi gemello del suicida che, su mandato della devota madre (nei film di Bellocchio senior le mamme pie e nefaste pullulano), deve riscattare l’onore fraterno per trasferire la salma in cattedrale: basta far condannare per stregoneria la monaca ammaliatrice (che ammalia pure lui) e il gioco è fatto; poi Bellocchio junior si ricicla nel ruolo del moderno truffatore. Invece il cardinale inquisitore Roberto Herlitzka riemerge in forma di vampiro con canino cariato. Il dramma in costume diventa farsa, ma la seduta notturna fra il vampiro e il suo dentista riserva un dialogo sul potere e la conservazione in puro stile Bellocchio.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Le trame di Marco Bellocchio non sono semplici da raccontare, hanno una coerenza personale. Personale è un aggettivo che usa molto. In Sangue del mio sangue, si passa da un convento-prigione del ‘600 a un’atmosfera gogoliana da Ispettore generale dei nostri giorni. Nel passato, la monaca Benedetta che ha sedotto un prete portandolo alla dannazione, al suicidio e alla sepoltura sconsacrata, è murata viva. Nel presente, l’arrivo di un truffatore che si finge funzionario pubblico scatena l’agitazione dei falsi invalidi di una cittadina: si teme la fine della pacchia. Ci sono anche dei personaggi che attraversano i secoli. Pier Giorgio Bellocchio è prima Federico Mai, uomo d’armi gemello del suicida che, su mandato della devota madre (nei film di Bellocchio senior le mamme pie e nefaste pullulano), deve riscattare l’onore fraterno per trasferire la salma in cattedrale: basta far condannare per stregoneria la monaca ammaliatrice (che ammalia pure lui) e il gioco è fatto; poi Bellocchio junior si ricicla nel ruolo del moderno truffatore. Invece il cardinale inquisitore Roberto Herlitzka riemerge in forma di vampiro con canino cariato. Il dramma in costume diventa farsa, ma la seduta notturna fra il vampiro e il suo dentista riserva un dialogo sul potere e la conservazione in puro stile Bellocchio.

Il regista riconosce che il suo cinema non si presta alle sinossi e che anche le sceneggiature non sono tanto esaustive. «Con Sergio Castellitto abbiamo fatto due film, ma in seguito mi ha detto che leggendo i copioni non aveva capito niente. In Sangue del mio sangue a volte saltano le coordinate: se facessi un film americano filerebbe tutto, invece qui ci sono anche delle incongruenze, ma non è detto che i film preparati con grande meticolosità siano i migliori».

No, M.B. non è un regista americano, lui è piacentino. E il fatto che abbia girato questo film a Bobbio, piccola città in Val Trebbia, nella casa estiva di famiglia che già nel 1965 aveva usato come set di I pugni in tasca, e poi di Sorelle e Sorelle Mai, è un indizio. Siamo dentro un flusso di coscienza tra vicende personali e artistiche. Per realizzare l’ennesimo capitolo di un’autonarrazione infinita, ha riunito a Bobbio la sua famiglia naturale ed elettiva di attori: i figli Pier Giorgio ed Elena, futura architetta e saltuaria nei cast paterni, il fratello poeta Alberto, Alba Rohrwacher, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Tony Bertorelli ed Herlitzka, che sembra riprendere il ruolo di Aldo Moro in Buongiorno notte. Là sopravvive alle Brigate rosse e qui al progresso, dispensando al popolo piccoli favori, pensioni d’invalidità. È il revenant di un potere antico e vacillante dall’inequivocabile sapore democristiano.

A Bobbio, Bellocchio torna quasi tutte le estati, da anni. Tiene un laboratorio per i giovani, Fare Cinema, e organizza un festival. Fare Cinema ha prodotto esperimenti poi diventati veri film, come la saga delle sorelle Mai, che naturalmente sono le sorelle del regista prestate al cinema: stesso cognome del protagonista di Sangue del mio sangue. Anche questo ha un’ origine laboratoriale. «Cercavo nuove location, non posso mica girare sempre a casa nostra, e scoprii queste carceri abbandonate.  Ho pensato di ricreare la vicenda della monaca di Monza, che mi ha sempre affascinato. Però mentre Gertrude, anche lei murata viva, si pente e una volta liberata finisce la vita in odore di santità, Benedetta, dopo tanti anni di prigione, non è pentita: quando il muro viene fatto abbattere da Federico, nel frattempo diventato cardinale, riappare ancora giovane e bellissima. A lui viene un colpo apoplettico. Il film nasce da questo frammento».

Già nel 2006 la monaca di Monza aleggiava su Il regista di matrimoni (il secondo film di cui Castellitto non aveva capito la sceneggiatura, il primo era L’ora di religione), ma anche la storia dei gemelli non è nuova. È personale, molto personale, e dolorosa: anche Bellocchio aveva un gemello. Suicida per amore. «Tanti anni fa l’avevo affrontata, ma in modo troppo diretto, con Gli occhi, la bocca. Non sono mai stato contento di quel film, allora ho ripreso questa mia tragedia in modo più indiretto. Mi piaceva raccontare del gemello sopravvissuto che si vendica. Prima s’innamora della donna che ha portato alla rovina suo fratello, poi nel momento più importante si ritira, scappa e la fa condannare. Ma lei lo aspetta e lo uccide mentre lui compie l’azione benevola di liberarla».

Bellocchio è riservato, quasi brusco, ma da mezzo secolo non fa che raccontarsi, inondando i suoi film di elementi autobiografici: hanno certo un valore universale, ma la riservatezza non l’ha mai indotto a censurarsi, esporsi meno? Lui, che ha appena finito di girare Fai bei sogni dal libro superintimista di Massimo Gramellini, ammette la contraddizione e il rischio. «È vero, pudore e interesse di sé sembrano inconciliabili, comunque non vedo molte possibilità: o continuare per la mia strada o rinunciare alla soggettività come tanti grandissimi artisti e tornare a uno stile oggettivo. Ma quello che sono emerge in qualsiasi film, anche se ne facessi uno su Napoleone. Non è un problema di cinema ombelicale, ma di sensibilità, immaginazione, sguardo».

E il cordone ombelicale con Bobbio è reciso o no? In Vacanze in Val Trebbia, del 1980, diceva di voler tagliare i ponti, ma un amico gli rispondeva che tanto, da vecchio, sarebbe ritornato. Adesso che ha 75 anni non vuol sentir parlare di crepuscoli e partite a briscola. «Vent’anni fa sono tornato dopo tanto tempo per l’occasione-pretesto della nascita di mia figlia e allora la città mi chiese se volevo tenere un corso. La possibilità di fare il mio lavoro non ha giustificato, ma motivato il ritorno. Nei quindici giorni estivi in cui sono a Bobbio ci sono il festival, il laboratorio e nessuna nostalgia».

La pervasività di Bobbio nella sua opera suggerirebbe altre interpretazioni oltre quella che, da I pugni in tasca in poi, ha sempre dichiarato: motivi pratici, economici, conoscenza dei luoghi. Non ci si bagna due volte nello stesso fiume, ma nel Trebbia Bellocchio continua a immergersi e a filmare. «Senza il Trebbia per me Bobbio sarebbe molto meno attraente. Sono più da fiume che da mare, è lì che ho imparato a nuotare, che ho visto i primi corpi delle ragazzine. E poi l’acqua è pulita, gli ospiti romani sono sempre colpiti dalla sua limpidezza. Ma la trovano fredda».

A Bobbio, che diede i natali a suo padre avvocato, Bellocchio si sente benvoluto. Quando ci fu la presentazione di I pugni in tasca, dove un figlio psicolabile con un’etica da ribelle nazista ammazza la madre cieca e il fratello disabile, la proiezione andò così bene che con gli incassi fu acquistata un’ambulanza. Nessuno, in pubblico, protestò o giudicò offeso l’onore cittadino. E il quotidiano di Piacenza Libertà titolò La pia Bobbio sbigottita. Sbigottita, sottolinea lui, non indignata. E di nuovo, prima che Sangue del mio sangue vada alla Mostra di Venezia, I pugni in tasca rioccupa la scena: al festival di Locarno, che cinquant’anni fa lo presentò e lo premiò, il 14 agosto sarà proiettata in Piazza Grande la versione restaurata del film. E al regista verrà consegnato il Pardo d’onore.

Quel debutto fulminante a 26 anni è stato anche un peso? «Dopo sì, probabilmente. Lo concepii a Londra: avevo preso il diploma di regia alla Slade School e seguendo la mia tendenza all’isolamento, non volevo, sbagliando, seguire la trafila classica da ultimo assistente in su, ma capivo anche di dover fare un film che sentissi e potessi realizzare. A basso costo. E venuta così la storia della mia famiglia trasfigurata». Furono i fratelli Antonio e Piergiorgio, fondatore dei Quaderni Piacenti, a fargli da garanti per un prestito alla Banca Commerciale. «Vedendo il girato, mi resi conto che non potevo affrontare da solo il montaggio e mi affidai un po’ troppo a Silvano Agosti, mio compagno al Centro Sperimentale. In seguito mi è stato chiesto di chi era il film. Poi, forse per fragilità di carattere, quando è arrivato il successo internazionale, con la gente che mi attribuiva cose che non avevo mai pensato, non potevo reggere.

Il film successivo, La Cina è vicina, voleva essere una dimostrazione che questo mestiere lo sapevo fare ed ebbe enorme successo: in Italia, più di I pugni in tasca. Poi arrivò la crisi, il Sessantotto, la messa in discussione del mio status borghese. Dovevo cambiare e, sbagliando ancora, annullare la mia identità di artista. Allora era così. Diedi anche qualche milione all’Unione dei marxisti-leninisti, ma un po’ di prudenza, forse contadina, mi ha protetto: se chiedevano altri soldi mi giustificavo dicendo che il patrimonio di famiglia era indiviso, non lo potevo toccare. Quella stagione durò poco, non ero tanto coinvolto: anni dopo incontrai alcuni ex che odiavano i leader, volevano ucciderli. Io no».

La famiglia (borghese) disfunzionale che produce follia, è uno dei temi forti e ricorrenti di Bellocchio: è ora che racconti la sua. «Nove figli: visto che il primogenito era nato con gravi problemi psichici, mio padre volle una famiglia numerosa, per sopperire. Ma la secondogenita, intelligentissima, è sordomuta e anche un’altra sorella è abbastanza problematica: di fatto, sono state costrette a rimanere in casa. Questo mio fratello ci spaventava, urlava, noi altri ci chiudevamo nelle stanze più lontane per non sentirlo. Sono angosce finite anche nei miei film». Si vergognava di quel fratello? Fa la faccia di uno che vuol dire di no, ma poi ammette: «Girava per le vie di Piacenza parlando da solo a voce alta, in chiesa cantava in modo particolarmente stonato e quando portavo a casa gli amici avevo paura che si comportasse male. Per questo in prima liceo andai in collegio, al San Francesco di Lodi, dai padri barnabiti. Stavo meglio lì che a casa».

Tenendo conto dei segnali disseminati in tanti film, qualche conto in sospeso con la figura materna sembra inevitabile: «Mia madre si è trovata ad affrontare un compito superiore alle sue forze: mio padre gestiva l’aspetto economico, pratico, lei si appoggiava molto alla religione. Quando mio padre è morto a 56 anni, Piergiorgio, a 25, si è assunto la gestione del patrimonio che ci ha permesso di studiare».

Nel 1974, realizza con Agosti, Rulli e Petraglia O nessuno o tutti, epocale documento sulla malattia mentale. In quel clima di accesa antipsichiatria la parola d’ordine è la malattia mentale è una risposta sana a una società malata, ma lui non la vede così: «Sono più in linea con chi definisce il folle un ribelle che ha fallito nella sua ribellione. Nella follia vedo disperazione, aridità, deserto, però mi ha sempre interessato». Non sa dire se con un’infanzia più serena ci sarebbe stato I pugni in tasca e tutto il resto. Succede che uno racconta quello che gli è capitato. Quando faceva il pittore lo attraeva l’espressionismo. «Poi questo tipo di nero ho sempre cercato di ribaltarlo e di ribellarmi alle mie disgrazie. Da piccolo, con il misticismo, ma è passata presto e, da giovane, seguendo le orme di mio fratello Piergiorgio: la cultura e la politica, più che altro bordeggiata – senza leggere una pagina del Capitale – tranne i pochi mesi con i marxisti-leninisti. Perché uno va con i marxisti-leninisti? Perché il suo mondo, esterno e interno, non gli sta bene, c’è questo non accettare. È un po’ una costante che segna il mio lavoro e, in senso anche moralistico, la mia lunga esperienza nell’analisi collettiva con Massimo Fagioli, dopo che quella individuale si era dimostrata impotente».

La discussa fase con Fagioli, che ha influenzato alcuni suoi film, meno fortunati di altri, a eccezione di Diavolo in corpo. Ma c’era anche un bisogno di espiare la celebrità, l’essere personaggio e le lusinghe del potere in quelle analisi collettive? Lui risponde che il discorso sull’uguaglianza è un calderone, c’è dentro tutto, anche le radici cattoliche. Ma all’essere personaggio non ha mai dato importanza: «So che non è niente». È una storia finita, con i fagiolini, ma gradualmente. «Sentivo, ma posso anche aver sbagliato, che le mie immagini e i miei progetti iniziavano a entrare troppo nell’analisi collettiva. Arricchiti forse, ma anche puntualmente interpretati attraverso i sogni dei pazienti e per me, evidentemente non ancora libero dai conflitti, giudicati». Ancora una volta la libertà dell’artista che si sente minacciata.

Nel 1996, il primo passo della separazione è Il principe di Homburg, da Kleist: un manifesto della giusta disobbedienza. Le sedute di gruppo e le sue dinamiche cominciano a pesargli: «Nel 2011, quando a Venezia mi fu dato il Leone d’oro alla carriera, pronunciai quattro parole di ringraziamento senza citare Fagioli e l’analisi collettiva: avevo già smesso di frequentarla, ma so che questa omissione fu aspramente disapprovata». Anche a proposito di Vincere, il film del 2009 sulla moglie e il figlio segreti del duce, ci furono obiezioni: «Veniva fuori, sempre dai sogni, che per me Mussolini era Massimo Fagioli e quindi qualche compagno sosteneva che non avrei dovuto fare il film perché era un attacco a Fagioli, alla sua immagine. Un’affettuosa censura. Non rinnego nulla di quell’esperienza, ma ho preferito separarmene».

Il ragazzo prodigio che si scagliava contro la famiglia, il potere, l’individualismo borghese, adesso è un padre, un nonno, un regista, un Maestro, un produttore, di fatto un patriarca che nei suoi film dirige il figlio (che gli assomiglia sempre più) e riunisce altri parenti che attori non sono. Non è un’accusa di familismo, ma lui risponde in difensiva, e giustamente, che chi porta il suo cognome non deve essere penalizzato. Poi conviene che verso le persone con cui si è vissuta tanta vita c’è, se non una debolezza, una sensibilità particolare: «Un’apprensione, non solo per i più giovani, ma anche per i più vecchi. Pier Giorgio ha fatto un ottimo lavoro, ma conoscendolo profondamente ho cercato un personaggio che corrispondesse a quello che poteva restituire. Sì, c’è un’attenzione speciale che però non sottovaluta mai la sua libertà e una naturale prospettiva di separazione. Perché i padri muoiono. E comunque i figli, per usare un’espressione un po’ vieta, devono ucciderli».

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Il web e l’arte della manutenzione della notizia https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/#comments Mon, 04 Mar 2013 10:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13310 Esce oggi l'ebook Il web e l'arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

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Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

Si consideri inoltre il peso sempre più grande che hanno nei giornali online i blog d’opinione, spesso tenuti da «dilettanti» capaci di attirare un largo pubblico o almeno nicchie consistenti di pubblico specializzato. Penso a figure come l’artista Franco Battiato sul Fatto Quotidiano, l’attivista Ilaria Cucchi sull’Huffington Post Italia o il politico Pippo  Civati sul Post; nessuno di essi è iscritto all’OdG, e soprattutto il fedele lettore li segue senza preoccuparsi della loro appartenenza a un ordine professionale, perché, in ambiti distinti e in relazione alle diverse storie personali e capacità, hanno qualcosa di interessante da dire.

Oggi persino le nobili figure dell’editorialista alla De Gregorio, del corsivista alla Gramellini e del cronista alla Bonini possono essere all’occasione impersonate da «quello che un tempo si chiamava lettore», per usare il conio del professore di giornalismo Jay Rosen, che nel 2006 così felicemente sintetizzava un «passaggio epocale». The people formerly known as the audience è ora a un solo clic di distanza dalla pubblicazione, rappresentata appunto dal tasto Pubblica di Blogger, Facebook e innumerevoli altri siti. Il post visto da cento persone e il commento numero cinquecentoventuno in calce a un articolo del Fatto Quotidiano sono altra cosa rispetto a un editoriale di Pierluigi Battista in prima pagina sul Corriere; ciò non toglie che un post visto da cento persone scritto da un cittadino di un piccolo centro possa contribuire utilmente al discorso pubblico di quella comunità e che un post inizialmente visto da cento persone possa, nel giro di una mattinata di condivisioni sui social network, ottenere visite non incomparabili con un articolo su Repubblica.it. «Quello che un tempo si chiamava lettore» ha a disposizione molteplici piattaforme di pubblicazione e condivisione dei propri contenuti/opinioni: i tempi della lettera al giornale, eventualmente pubblicabile dalla testata, come unico modo di far sentire la propria voce sono finiti per sempre.

La disintermediazione è al lavoro tanto per la «gente comune» quanto per i protagonisti della politica, come ben sa il nostro giornalismo parlamentare che con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi sta vivendo, in questa campagna elettorale di inizio 2013, il trauma dei politici direttamente attivi sui social network. In un passato non lontano il quotidiano riceveva un’agenzia sulle dichiarazioni del segretario di partito, assegnava eventualmente a un giornalista la riscrittura con adeguati contorni, sceglieva una foto d’archivio, stampava nella notte e dava la notizia al lettore il giorno dopo. In quel contesto il cittadino che avesse voluto commentare pubblicamente l’attualità politica non aveva altra opportunità se non la lettera al giornale o il discorso al bar. Senza un abbonamento all’Ansa, un archivio fotografico e una stamperia non si poteva fare tecnicamente nulla di meglio che ritagliare gli articoli e incollarli su di un cartellone. E se per caso il cittadino, ricevuta in eredità una stamperia, avesse deciso di fare comunque il suo giornale artigianale, sarebbe incorso nel reato di stampa clandestina, per violazione dell’obbligo di registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale di propria competenza (nella registrazione va pure indicato il direttore responsabile, che deve essere iscritto all’OdG).

Nel 2013 chiunque può offrire al pubblico la propria pregiata opinione su Monti, Bersani e Grillo aprendo con due clic un blog su WordPress o un canale video su YouTube (secondo l’orientamento al momento prevalente, un blog d’informazione non è stampa clandestina [1]). E ora le notizie le forniscono direttamente i protagonisti, in tempo reale, pubbliche e gratis sui social media. Il 25 dicembre 2012 Mario Monti ha scelto Twitter e non l’Ansa o il Corriere per dire agli italiani che è finito il tempo dei lamenti e rendere più chiaro il suo impegno diretto per le prossime elezioni politiche. Il tweet è pubblico e chiunque può leggerlo, citarlo e commentarlo, inoltre è stato lanciato il 25 dicembre alle 23.31, orario troppo tardivo per comparire sui quotidiani del giorno dopo, che però non hanno bucato la notizia, non essendo in edicola il 26 dicembre.

Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini
Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini

Similmente nel marzo scorso Pier Ferdinando Casini, per dimostrare l’unità della maggioranza politica di cui faceva parte, postò su Twitter una foto che lo ritraeva in una riunione con Monti, Alfano, Bersani e il testo «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!» Dal punto di vista del cittadino appassionato di politica parrebbe quindi cominciare l’era dell’abbondanza e della trasparenza: i materiali grezzi sono disponibili liberamente e le barriere tecniche sono abbattute. E anche quelle di comunicazione sono in parte cadute o almeno mutate, perché su Twitter e Facebook possiamo in principio dialogare con i politici, fare domande, chiedere chiarimenti, insomma intervistarli proprio come fanno i giornalisti.

Per alcuni professionisti tutto ciò è un pericolo e un oltraggio, come racconta, nel contesto di una più ampia e opportuna riflessione, questo passo di Michele Smargiassi (da Fotocrazia, «blog d’autore» di Repubblica): “Dirsi come fa Alessandro Di Meo dell’Ansa, forse uno tra i fotografi professionali che assediavano Palazzo Chigi l’altra sera, che è «uno scatto che funziona, ma perché non chiamare noi, che seguiamo notte e giorno i politici?», è già avere la risposta: perché quello scatto funziona, e funziona proprio perché è un autoritratto del potere che si presenta in modo inconsueto, diverso dalle ingessature dei ritratti ufficiali. Questa fotografia «ufficiosa» che simula una familiarità da tag< di Facebook (tipo «Ragazzi guardate, siamo qui, a Palazzo Chigiiii! Con Monti! Wow!») è sicuramente un fatto nuovo nella comunicazione politica italiana. Ma questa fotografia è tutt’altro che innocente e spontanea, e lo capisce chiunque. Il potere rappresenta se stesso”.

Monti e Casini decidono di comunicare anche con Twitter e non solo con le agenzie, i giornali, le radio e le tv non per incoercibile entusiasmo verso le nuove tecnologie e i social media, ma perché è ormai un’esigenza politica l’«orientamento della conversazione» che si sviluppa su queste reti frequentatissime. Sempre più spesso professionisti e dilettanti dell’informazione politica si ritrovano quindi nella stessa situazione di partenza, insieme ai protagonisti: sui social media.

Ingenui, ma non per questo innocui, eccessi politici sono collegati a questa nuova condizione: molti attivisti del MoVimento 5 Stelle identificano tutti i mezzi d’informazione tradizionali (in testa tv, giornali e quotidiani online dei grandi gruppi editoriali) come «zombie asserviti al potere», strutturalmente incapaci di operare con correttezza, e ne proclamano la sostituzione da parte del libero, saggio e democratico «popolo del web», che Grillo rappresenterebbe pienamente. Il MoVimento 5 Stelle si è costruito intorno a un blog e ha puntato senza soste sulla contrapposizione netta, radicale e persino violenta tra internet sano e resto dell’informazione malata, tra democrazia della rete e regime (il dato sempre ripetuto è quello – realmente drammatico, sia chiaro – del 61° posto nella classifica sulla libertà di stampa 2012 di Reporters sans frontières, ora da aggiornare con la piccola risalita alla posizione 57 nel rapporto 2013, riferito agli avvenimenti dell’anno precedente). Già dal solo punto di vista tecnico ed economico, la convergenza dei media rende impossibile una tale rigidissima divisione; soprattutto, venendo al concreto della cosiddetta «controinformazione di internet», chi valuti con serenità vedrà come in troppi casi domini la tendenza al complottismo sfrenato e alla denuncia non adeguatamente sostenuta dai dati. E i social network, in testa Facebook, fanno da cassa di risonanza proprio alle sparate più grosse, poiché queste confermano i peggiori giudizi e pregiudizi, rispondendo a un sentimento diffuso nel paese di grande sfiducia, in primo luogo nei confronti della classe politica, e quindi di un’informazione considerata troppo contigua a interessi di parte. Questa «controinformazione del web» risulta così non di rado compromessa da letture parziali o scorrette dei materiali e vive del continuo rilancio sull’indignazione, trovandosi costretta a fornire notizie ogni volta più clamorosamente sdegnate e clamorosamente inaccurate; e si ritrova a imitare in peggio proprio la stampa tradizionale, tanto odiata per le sue campagne non disinteressate [2]. Perché, ancora una volta, la retorica urlata del nuovo, libero e rivoluzionario, della rete che si sviluppa dal basso non garantisce di per sé nulla.

È inoltre opportuno avere sempre una chiara idea dei numeri in gioco: la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 con Silvio Berlusconi ospite di Michele Santoro e Marco Travaglio non è stata solo un enorme successo televisivo ma anche l’evento politico italiano più discusso di Twitter, che pure nel nostro paese inizia a essere usato come «secondo schermo». L’espressione identifica l’attività di chi guarda un programma televisivo e al tempo stesso lo commenta sul social network; come informa l’esperto Vincenzo Cosenza, di Blogmeter, 204.636 sono stati «i cinguettii lanciati, con un picco di 1.885 tweet al minuto» e 48.469 utenti unici. Mentre cinquantamila utenti twittavano su di una trasmissione vista da oltre otto milioni e mezzo di spettatori, la «secondarietà» di Twitter (e, in misura minore, di Facebook) e la continua «eccezionalità» della televisione nel nostro paese si dimostravano clamorosamente.

La partecipazione civica e politica sui social media può anche essere più direttamente attiva nel produrre informazione: lo studente che si ritrovi a seguire le fasi concitate di una manifestazione e le documenti su Twitter scrivendo brevi messaggi e caricando foto scattate col proprio smartphone copre la notizia e compie «atti casuali di giornalismo». L’espressione random acts of journalism è stata resa popolare da Andy Carvin in relazione all’esecuzione di Bin Laden: Sohaib Athar, @reallyvirtual, consulente IT residente ad Abbottabad, divenne infatti per caso il primo «reporter» a documentare e commentare l’intervento dei Navy Seals, poiché, trovandosi in loco, diede notizia su Twitter dell’azione militare, all’inizio non riconosciuta come tale, e si mise quindi a incrociare fonti e a cercare verifiche in pubblico sul social network. Il testimone dei fatti che aspetta diligentemente il giornalista professionista per riferire su quanto ha visto esiste ancora, ma sempre più cittadini, grazie a nuove piattaforme, testimoniano in prima persona; e talvolta svolgono pure quelle operazioni di ricerca e controllo che identifichiamo come tipiche del mestiere giornalistico. Anzi oggi la nuova condizione normale per eventi di grande impatto pubblico come catastrofi naturali e attentati è rappresentata dal giornalista professionista che diffonde le foto postate dai «presenti alla scena» su Twitter e dal telegiornale che include i video di YouReporter.it (piattaforma di condivisione video) nei propri servizi sull’alluvione [3].

Fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area. Naturalmente questa informazione può essere di bassa qualità quando, proprio come accade ai professionisti, le operazioni di ricerca, analisi e controllo non sono svolte con impegno da persone preparate, e può essere anche eticamente scorretta, quando, proprio come accade ai professionisti, ignora scientemente dati, evita di porre domande scomode, rifiuta di riconoscere gli errori commessi, ecc.

 

Continua sul web: ecco uno storify con numerosi materiali commentati nell’ebook, una board su Pinterest con immagini (serie e scanzonate) del giornalismo digitale, un set su SoundCloud con audio di presentazioni/discussioni. E ovviamente anche sulla pagina Facebook

 

[1] A maggio 2012 una sentenza della Corte di Cassazione assolve lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta dal reato di stampa clandestina per l’attività condotta su di un blog. Come spiega l’avvocato Fulvio Sarzana: «Il Supremo Collegio emette una sentenza molto attesa e pone così fine a cinque anni di dispute dottrinarie e “infuocati” dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale [] i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina». Mario Tedeschini Lalli, un giornalista che sarà spesso citato in questo testo, aggiunge: «Per la Suprema corte nessun sito web è di per sé obbligato a registrarsi presso il Tribunale o presso il ROC [Registro degli Operatori di Comunicazione], a meno che non intenda usufruire degli aiuti pubblici all’editoria. Questo vuol dire che anche il Corriere della Sera o Repubblica potrebbero – volendo – non registrare le loro testate online. E se smettessero di pubblicare un’edizione stampata potrebbero sottrarsi completamente alla Legge del 1948».
Si deve però ricordare che, nonostante l’alto prestigio e il forte valore di indirizzo, la sentenza della Cassazione non impedisce in principio future valutazioni giurisprudenziali di segno opposto. Anche per questo continua a vedersi su moltissimi blog l’apotropaico messaggio: «Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001». La Legge Urbani del 2001 identifica il «prodotto editoriale» con «il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico». I blog sono quindi «prodotto editoriale»? In caso di risposta affermativa, ignorando la sentenza della Cassazione, potrebbero ricadere sotto la Legge sulla Stampa del 1948. Il blog aggiornato più volte al giorno mostra il disclaimer e non si riconosce come «prodotto editoriale», considerando essenziale nella definizione di «prodotto editoriale» una definita e regolare periodicità.
Se tutto ciò vi pare lambiccato e goffo, benvenuti per la prima volta nell’online italiano.

[2] Quanto detto nel testo non vuole ovviamente negare l’enorme contributo che tanti siti gestiti da volontari appassionati portano al discorso pubblico in Italia e nemmeno l’indecorosa crociata contro il MoVimento 5 Stelle condotta da non piccola parte dell’informazione italiana. Il limite estremo, anche in involontaria parodia, di questa scorretta campagna giornalistica lo si è probabilmente toccato il 21 novembre 2012, sull’onda dei casi Favia e Salsi che tanto hanno scosso i cinquestelle, quando in home page sul Giornale si accusava Beppe Grillo di non democraticità perché su Twitter aveva bloccato Flavia Vento, persona che da mesi guadagna su colonne di destra e blog titoli come «Flavia Vento stalker di Tom Cruise (e l’inglese maccheronico)» per i suoi messaggi, che con eufemismo potremmo definire molto sgrammaticati e invadenti, diretti a personaggi famosi. Raffaello Binelli sul Giornale crede o finge di credere che bloccare un utente su Twitter equivalga a una «fatwa» (le virgolette sono dell’autore e mostrano al peggior meglio un sempiterno malcostume giornalistico italiano: lanciare il sasso delle accuse enormi e ritirare subito la mano, o meglio fare con essa il segno delle virgolette) e si spinge persino a dire «con questo blocco Grillo dimostra di avere poco a cuore quella libertà della (e nella) Rete che da anni lo vede paladino indisturbato». Perché, evidentemente, libertà della (e nella) Rete equivale a dare corda a ogni personaggio minore della commediaccia italiana in cerca di visibilità.

[3] Clay Shirky nel suo libro del 2010, Cognitive Surplus, notava come fossero già quasi identiche le probabilità che un evento di portata mondiale avesse testimoni di un qualsiasi tipo e testimoni dotati di una video o fotocamera. Ricordo inoltre che almeno dal 2006 vi sono in Italia più cellulari che abitanti (e la quasi totalità dei telefonini in circolazione nel 2013 può scattare foto, se non anche girare brevi video).

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