Massimo Onofri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-onofri/ un blog di approfondimento culturale Wed, 25 Nov 2015 09:26:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo Onofri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-onofri/ 32 32 Lo sgomento metafisico di Elsa Morante https://minimaetmoralia.it/letteratura/lo-sgomento-metafisico-di-elsa-morante/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lo-sgomento-metafisico-di-elsa-morante/#comments Wed, 25 Nov 2015 06:30:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29231 Oggi, 25 novembre, ricorre il trentesimo anniversario della morte di Elsa Morante. Per ricordare la grande scrittrice e intellettuale italiana pubblichiamo un pezzo di Massimo Onofri uscito su Avvenire, ringraziando l'autore e la testata (fonte immagine).

di Massimo Onofri

È stata ottima l’idea dell’editore Rose Sélavy di celebrare il trentennale della morte di Elsa Morante, che cade il 25 novembre, con un delizioso e delicatissimo racconto di Sandra Petrignani, Elsina e il grande segreto (con belle illustrazioni di Gianni De Conno e introduzione di Franco Lorenzoni): la Morante non per caso autrice precoce di filastrocche e favole e in seguito d’un libro cruciale, intitolato significativamente Il mondo salvato dai ragazzini (1968).

L'articolo Lo sgomento metafisico di Elsa Morante proviene da Minima et Moralia.

]]>
morante_fdg3

Oggi, 25 novembre, ricorre il trentesimo anniversario della morte di Elsa Morante. Per ricordare la grande scrittrice e intellettuale italiana pubblichiamo un pezzo di Massimo Onofri uscito su Avvenire, ringraziando l’autore e la testata (fonte immagine).

di Massimo Onofri

È stata ottima l’idea dell’editore Rose Sélavy di celebrare il  trentennale della morte di Elsa Morante, che cade il 25 novembre, con un  delizioso e delicatissimo racconto di Sandra Petrignani, Elsina e il grande segreto (con belle illustrazioni di Gianni De Conno e introduzione di Franco Lorenzoni): la Morante non per caso autrice precoce di filastrocche e favole e in seguito d’un libro cruciale, intitolato significativamente Il mondo salvato dai ragazzini (1968).

Ma dicevo di Elsina, così come la Petrignani ce la restituisce: la bambina «così sensibile (…) sempre un po’ arrabbiata », anche «un  po’cattivella»; il suo desiderio di bambole; e quel segreto grande di avere due padri, uno naturale e l’altro che le ha dato il cognome. Credo che si debba partire da qui, infatti, per provare a ricostruire la vicenda umana, così intrecciata a quella letteraria, d’una delle scrittrici più grandi e misteriose del nostro Novecento, capace d’incantare col suo primo romanzo, Menzogna e sortilegio (1948), l’allora più famoso critico europeo, György Lukács e il numero uno degli italiani, Giacomo Debenedetti.

Ha ragione Cesare Garboli quando, nella Fortuna critica che chiude il II volume delle Opere (1990) pubblicate nei Meridiani, definisce la Morante come una scrittrice che «letterariamente, non si sa da dove venga».  Puntellando l’affermazione con un’altra, a sottolineare cioè la capacità della scrittrice «di apparire diversa a ogni suo appuntamento ».

In effetti, al di là d’una certa e riconoscibile drammaturgia del personaggio, che rapporto può intercorrere tra L’isola d’Arturo (1957), venturoso e mediterraneo romanzo di formazione, incentrato anche sulla
decostruzione d’una mitologia della paternità, e La Storia (1974), che è, per via incredibilmente melodrammatica, l’elaborazione d’un lutto, quello per il romanzo- romanzo di vocazione epica e popolare?

E che relazione ci può essere tra il mastodontico Menzogna e sortilegio, referto d’un Sud aristocratico e spettrale e la devastata e risentita, feroce disperazione di Aracoeli (1982), ove a imporsi è una dissacrata maternità, forse il suo capolavoro? Per venirne a capo in qualche modo, muoverei da un racconto davvero bello e allucinato, ricavabile dalla raccolta di racconti Lo scialle andaluso (1963), che riorganizza e amplia una materia risalente in molta parte agli anni ’30, già inclusa nel Gioco segreto (1941).

Mi riferisco a L’uomo dagli occhiali, ove uno stranissimo e inquietante personaggio, che ha perso la cognizione normale del tempo, aspetta una ragazza all’uscita di scuola, di cui è innamorato pazzo: ma la ragazza, proprio come certe figure femminili pascoliane, è già morta, mentre dialoga con una sua compagna di classe, rivelandole che è stato proprio quell’uomo a ucciderla.

Cosa voglio dire con ciò? Che la Morante, scrittrice assolutamente coincidente con se stessa, nel suo magnifico e coltivato anacronismo, non è, a differenza del marito, il grande Alberto Moravia, una scrittrice antiborghese: a essere sotto scacco, infatti, non è il capitalismo, ma la realtà in quanto tale. Il suo sgomento, insomma, è, prima che storico, metafisico.

Mettiamola così: qualora si provasse a scrivere una storia letteraria del Novecento dal punto di vista dell’invisibile, la Morante avrebbe un posto di preminenza. Quel Novecento che inizia coi queruli morti di Pascoli, che chiedono ai vivi di essere ascoltati e si chiude coi morti d’un capolavoro assoluto come Il giorno del giudizio (1977) di Salvatore Satta, che ci implorano di essere liberati persino del peso di essere vissuti. In mezzo c’è la Morante, con la sua inquietante promiscuità tra vivi e morti, laddove la vita, contemplata dal punto di vista della morte, mette capo a un realismo per così dire sciamanico, dentro una specie di biologia visionaria, capace di problema-tizzare, quanto alla fisica e all’antropologia dello stare al mondo, ogni totem e tabù.

L'articolo Lo sgomento metafisico di Elsa Morante proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/lo-sgomento-metafisico-di-elsa-morante/feed/ 3
I muli della vergogna https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/#comments Fri, 26 Jun 2015 12:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27558 Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d'esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l'autore e l'editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

L'articolo I muli della vergogna proviene da Minima et Moralia.

]]>
portella

Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d’esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l’autore e l’editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

Ma le loro erano soprattutto storie di ribellione. Andare a cercarsi il proprio futuro da un’altra parte del mondo era stata una forma di disubbidienza, una protesta contro il destino di miseria e di ingiustizia che gli toccava nell’isola e che si configurava come una consegna all’umiliazione cronica e senza rimedio. E a volte una disubbidienza maggiore era pure tornare, per ripartire magari qualche anno dopo.

Mi raccontavano storie di viaggi, quindi, ma anche di resistenze: i piroscafi sull’Oceano, le lotte contadine, la propaganda antifascista. Ce n’era una che mi ripetevano spesso: la storia di un presidente della Federterra di Piana degli Albanesi, che nel 1921 fu ucciso dalla mafia: uno sulla cui tomba avevano scritto soltanto Lenin, e che alla figlia aveva dato il nome di Rosa Lussemburgo, Rosa Lussemburgo Stassi, in memoria della rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg…

Da ragazzo, credevo che le inventassero per impressionarmi, ma non aveva importanza perché erano più avvincenti dei romanzi di Salgari. Finché, molti anni dopo, all’università – studiavo storia del Risorgimento – il mio cognome lo trovai per davvero in un libro dello storico inglese Eric Hobsbwam che si intitolava I ribelli. Fu come il recupero di una prova fossile, a distanza di tanto tempo. Hobsbwam lo segnalava, insieme ad altri cognomi di Piana degli Albanesi (Matragna, Schirò, Barbato) come quello delle famiglie più indomite della zona che avevano partecipato alle rivolte dei Fasci siciliani alla fine dell’Ottocento[1], sottolineando tuttavia che Piana degli Albanesi era considerata un focolaio di ribellione già molto prima del 1893, tanto che Trevelyan l’aveva definita “la roccaforte della libertà nella Sicilia occidentale”.

Una lunga tradizione, quindi, di rivoltosi, che risaliva fino alla lotta contro le armate imperiali del padiscià Murad Han e di Maometto II alla fine del Quattrocento e alla fuga dal nido delle aquile.

Quando cominciavano a parlare i miei vecchi, sembrava di sentire la voce di Maqroll il gabbiere: il tempo si confondeva, la sopravvivenza diventava una lezione, la tristezza e la rassegnazione erano fuori luogo. Ogni storia cominciava sempre con la stessa antica espressione, Sciatu meu. Così iniziò anche il primo racconto che ascoltai della strage di Portella.

Sciatu meu, la valle era tutta una giostra di bambini. Arrivavano contadini da ogni paese. Da San Giuseppe Iato, Altofonte, da Montelepre, da San Cipirello… Erano due anni dalla fine della guerra, in Sicilia quattro. Ma ancora non si sapeva in che ordine sarebbero tornate le cose. Nell’isola avevano vinto le sinistre. C’era clima di attesa, e di speranza.

A Portella, quel 1 maggio, era salito il mio bisnonno e altri zii, e da loro veniva questa testimonianza. Io ascoltavo tutta quella storia con il fiato sospeso, come se ogni volta il finale potesse cambiare. Ma quello che mi colpì da subito e che mi lasciò una traccia fu la descrizione dei muli.

Da ogni lato della montagna si inerpicavano muli. Da una parte venivano su carichi di nespole, vino, carciofi e pane. Dall’altra, nascosti tra insenature di roccia e sentieri di pascolo, risalivano il costone pieni di moschetti militari e fucili americani.

Tu i muli li vedi, e ti sembrano uguali, diceva mio padre. Invece uguali non sono. Alcuni quella mattina portavano la morte, sotto coperte di spago; altri dispensavano pane e frutta. Erano muli contrari nella dignità e nella soma.

Prima di essere un’isola, la Sicilia è stata per me una lingua e quei muli furono una delle prime M disegnate del mio alfabetiere.

Gli animali, in letteratura, hanno avuto sempre a che fare con la lingua. Quando Gregor Samsa viene trasformato in uno scarafaggio, la prima cosa che perde è il linguaggio. Presto i suoi familiari, addossati alla porta della sua stanza, non lo capiranno più. La perdita del linguaggio è la precipitazione nella condizione di alterità. Diventare un animale vuol dire entrare a far parte di un esercito silenzioso di senza voce.

Il racconto del mio bisnonno rimandava agli stessi piedi e alle stesse scarpe. Nel 1947 il mondo non era cambiato dal secolo precedente, soprattutto tra quelle montagne. E i contadini che salivano là sopra, quel 1 maggio, erano i rivoltosi di quella terra. I disertori. I disubbidienti. I senza voce. E come in un racconto perfetto, in quella Piana si compendiò la “vocazione fatale alla morte” a cui i disertori sono destinati.

Fu un punto di svolta, per tutta la storia precedente e per quella futura. Da una parte si consumò la sconfitta definitiva del movimento contadino e cominciò inesorabile e rapidissima la scomparsa di un mondo che era durato secoli. Dall’altro, si anticiparono con un facsimile perfettamente replicabile tutte le stragi che sarebbero seguite e si testò il modello di quella che in seguito sarà chiamata la strategia della tensione.

Qualche tempo prima, Gramsci aveva definito la Sicilia il paradigma della contemporaneità, e la sua espressione resta ancora validissima. Isola plurale, precisò Gesualdo Bufalino. Isola continente, isola mondo, isola della peste e non della provvidenza, metafora dell’Italia e archetipo dell’Europa. Un’isola abitata dal contrasto, sia nella natura che negli uomini: lussureggiante o secca, nera di vulcano e bianca di sale, taciturna e loquace, sanguinaria ed eroica, miscredente e devotaUn’isola dove si sono pregate tante religioni diverse e parlate decine di lingue: il greco, il latino, l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, l’arbresch, e ora tutti i dialetti dei nuovi migranti e dei nuovi profughi che risalgono dall’Africa. Un’isola lacerata dalla criminalità e dal coraggio, dal culto della morte e dalla follia del vivere, dal riserbo e dall’ostentazione, dal desiderio di fuga e dalla vocazione alla più assoluta solitudine.

In una terra così, l’identità è un’esuberanza barocca, un gioco di specchi. Il sangue è misto e impuro, le maschere si moltiplicano, i soprannomi si sostituiscono ai nomi. La realtà si trasforma in un teatro, è una recita continua, morte compresa, e il teatro diventa all’opposto uno dei pochi luoghi dove si possono togliere gli abiti di scena. La ragione si nasconde nella follia, la verità nella menzogna e nella contraffazione. Ogni alfabeto è ribaltato e sottosopra e indica il contrario.

Perché tutto nasce da un pessimismo radicale della Storia. La Storia non esiste. È un imbroglio e un’impostura.

La Storia, in una terra percorsa da sempre da eserciti invasori, non è che una solenne bugia, una frode, una scrittura privilegiata, un racconto manomesso che solo attraverso un’altra  manomissione, quella letteraria, può essere svelato. L’intera letteratura siciliana da Verga a Pirandello a Sciascia non è che questa inesauribile riflessione sulla doppiezza e sull’irrimediabile ambiguità del mondo.

Eppure proprio in quest’isola dove è impossibile definire sé stessi (tanti e diversi sono i caratteri genetici e i temperamenti dei suoi abitanti) e dove, di conseguenza, è altrettanto impossibile definire l’altro da sé, si è sviluppata la coscienza, e quasi l’orgoglio e la superbia ma anche il pudore, di una diversità. Un sentimento che rende i siciliani simili agli ebrei, sosteneva Sciascia, per un comune destino di diaspora, per essere andati fuggiaschi ed espatriati per tutti i mari della terra.

Chi da un’isola proviene, per quanto vada lontano, disegnerà tutto a forma di isola: sarà un’isola la stanza dove lavora, un’isola la famiglia in cui vive.

Portella della Ginestra, per chi non c’è mai stato, ha questa forza simbolica. E’ un valico tra due montagne: brullo, con il sasso Barbato, il sasso da cui parlavano gli oratori sin dall’epoca dei fasci siciliani. Un luogo dove fioriscono solo le ginestre. Quella strage su un popolo inerme e in festa fu il battesimo della nostra Repubblica, il primo mistero d’Italia, che tanti processi – e il primo e il più importante si svolse a Viterbo, dove sarei andato a vivere – non hanno risolto.

Ma non sapevo, non avrei mai pensato, che un giorno su tutto questo avrei sentito il bisogno di scriverci un romanzo. E che quel romanzo sarebbe stato il primo che avrei pubblicato e che una sera, a Siracusa, Vincenzo Consolo e Massimo Onofri lo avrebbero benedetto, iniziandomi alla mia avventura letteraria.

Mi accorgo adesso che il primo personaggio di quella storia era un uomo che ha la malattia della balbuzie: non riesce a terminare una frase se non scrivendo perché soltanto così nessuno lo interrompe o si mette a ridere. È un fuori norma anche lui, un errore per la società. Un barbaro, nel senso originario del termine. L’etimologia di bàrbaros (βάάρβαρος) è infatti «balbettante»: indicava gli stranieri che non sapevano parlare in greco. Il primo criterio di definizione di «straniero» non è legato quindi a una differenza fisica, antropologica o geografica, ma all’uso della lingua. La lingua è la mappa del territorio, è il confine e il valico, l’aggressione e la discordanza, e ogni guerra di conquista non è altro, in definitiva, che una guerra per imporre la propria lingua. Per questo l’altro va cercato nella voce incerta, nella parola irregolare. Se la scrittura è la lingua di chi balbetta, più estesamente la letteratura è la lingua dell’Alterità.

In carcere, il mio contrabbandiere scriverà una storia dove la verità è una maschera ambigua e sfuggente, un filo di fumo, come tutte le storie della sua isola. Successivamente la riforma agraria si fece, ma fu una specie di truffa: i grandi latifondisti divisero le loro proprietà intestandole a famigli e prestanome, mantenendone quindi il possesso grazie anche all’opera di avvocati solerti e ben pagati che non persero tempo e sapevano come depositare gli atti di proprietà. Ai contadini andarono le terre che non si potevano coltivare, le pietraie… in molti ci provarono, andarono sulle montagne, ma fu impossibile ricavarci qualcosa. E questo generò una grande ondata migratoria verso l’America, di nuovo, o le fabbriche in Germania, in Belgio e poi nel Nord Italia. Emigrazione che oltre ai contadini coinvolse pure i minatori: negli anni cinquanta chiusero in Sicilia anche molte miniere di zolfo. Io sono il prodotto di tutta questa catena di conseguenze. La mia famiglia abbandonò la Sicilia alla fine di quel decennio. Ma è a quei muli che non ho mai smesso di pensare. Fratelli nella fatica ma opposti nel carico: i primi con la frutta e il pane, gli altri con le armi.

Erano loro il vero obiettivo da colpire. Giuliano e la sua banda non erano stati assoldati solo per sparare sui “comunisti” il giorno della festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947, ossia sui contadini e sulle loro famiglie. Li avevano pagati per corrompere e inquinare per sempre il dialetto asinino della sofferenza e uccidere un simbolo secolare.

Per questo è così triste la morte di quegli animali.

I primi a cadere sono i muli della frutta. Li avevano disposti a siepe, alla base del campo. Il manto gli si colora di rosso, le ginocchia si piegano, sulla terra livida si spargono nespole e carciofi. Dopo di loro stramazzano i cavalli, sollevando intorno un nuvolone di polvere e nitriti. I cani danno in smanie, la gente s’impietra, stordita, incredula, poi qualcuno s’accascia: un ragazzo, una bambina, la massa ondeggia, colpita, si rompe, le donne gridano, grida il falegname dal suo masso, grida il maresciallo, grida mio padre, chi fugge nelle scarpate, chi sui costoni, chi si stende tra le rocce. Alla fine si conteranno undici morti e ventisette feriti. Uno che si chiamava Provvidenza (nome verghiano per eccellenza) perderà vista e parola.

 


[1] Eric J. Hobsbawm, I ribelli, Torino, Einaudi, 1980, p. 130.

L'articolo I muli della vergogna proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/feed/ 2