Massimo Rizzante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-rizzante/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Jan 2024 16:18:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo Rizzante Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-rizzante/ 32 32 “Poesia, mito, rivoluzione”. Un estratto da “L’altra voce” di Octavio Paz https://minimaetmoralia.it/letteratura/poesia-mito-rivoluzion-un-estratto-da-laltra-voce-di-octavio-paz/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/poesia-mito-rivoluzion-un-estratto-da-laltra-voce-di-octavio-paz/#respond Thu, 11 Jan 2024 08:17:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53278 Pubblichiamo, ringraziando l’editore Mimesis, un estratto da “L'altra voce. Poesia e fine del secolo" (la traduzione e la cura del volume sono a opera di Massimo Rizzante) di Octavio Paz.

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore Mimesis, un estratto da “L’altra voce. Poesia e fine del secolo” (la traduzione e la cura del volume sono a opera di Massimo Rizzante). Questo testo è una parte del discorso pronunciato da Paz in occasione della consegna del Premio Alexis de Tocqueville da parte del Presidente della Repubblica francese François Mitterand.

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La Révolution, par le sacrifice, confirme la superstition.

Charles Baudelaire

Non è facile dire chiaramente e in poche parole quel che provo: emozione, gratitudine, sorpresa. Prima di tutto: mi ha commosso che Lei, signor Presidente, abbia avuto la bontà di consegnarmi personalmente il premio Alexis de Tocqueville. Non dimenticherò mai il suo gesto. Le sue parole generose accrescono la mia emozione: in esse scorgo quel prezioso segno di amicizia che a volte uno scrittore rivolge a un collega che parla una lingua diversa, anche nel caso in cui le loro lingue siano vicine come lo spagnolo e il francese. La mia gratitudine, per questo motivo, è doppia: è destinata sia all’uomo di Stato sia allo scrittore di lingua francese, una lingua la cui letteratura è stata la mia seconda patria spirituale.

Il mio ringraziamento ai membri della Fondazione Alexis de Tocqueville si mescola a una leggera e piacevole sensazione di irrealtà. Quando il signor Alain Peyrefitte ha avuto la gentilezza di annunciarmi la decisione dei giurati, la mia prima reazione, lo confesso, è stata di stupore e perfino di incredulità: perché a me, a un poeta? Ben presto ne ho intravisto la ragione: più volte, mosso tanto dagli eventi della vita quanto dai cambiamenti del mondo e del mio paese, ho partecipato al dibattito pubblico e ho scritto alcuni libri sulla storia e sulla politica del nostro tempo. Al di là dei discutibili meriti dei miei scritti, immagino che si sia voluto premiare me, scrittore di un continente spesso lacerato da un fozato e dispotico immobilismo e dalle convulsioni di partiti faziosi e settari, a causa soprattutto della mia fedeltà. Ho in effetti sempre cercato di essere fedele a quell’atteggiamento, di cui la vita e l’opera di Alexis de Tocqueville sono un esempio, che si può riassumere così: la mia libertà comincia con il riconoscimento della libertà degli altri. Agli albori dell’età moderna, di fronte a uno spettacolo che poi si è ripetuto molte volte – il tiranno travestito da liberatore –, Chateaubriand scrisse queste parole profetiche:

“La Rivoluzione mi stava per conquistare… ma vidi la prima testa mozzata infilzata a un palo e me ne allontanai. Ai miei occhi il crimine non sarà mai un argomento per difendere la libertà; non conosco nulla di più servile, di più vile, di più ottuso di un terrorista. Non ho forse poi incontrato questa razza di Bruti al servizio di Cesari e della loro polizia?”

Sin dall’adolescenza ho scritto poesie e non ho smesso di scriverne. Ho voluto essere poeta e nient’altro. Nei miei libri in prosa mi sono proposto di servire la poesia, giustificarla e difenderla, spiegarla agli altri e a me stesso. Presto ho scoperto che la difesa della poesia, disprezzata nel nostro secolo, era inseparabile dalla difesa della libertà. Da ciò il mio interesse appassionato per le questioni politiche e sociali che agitano il nostro tempo. Dopo la Seconda guerra mondiale ho conosciuto André Breton e i suoi amici. Oggi non condivido molte delle sue idee filosofiche ed estetiche, ma conservo viva e intatta nei suoi confronti la mia ammirazione. Nei suoi scritti e nella sua vita la libertà e la poesia possiedono entrambe l’aspetto della fiamma: seducente e impetuoso. Breton, come del resto Chateaubriand all’estremo opposto, non confuse mai il tiranno con il liberatore. La libertà non è una filosofia e non è neppure un’idea: è un moto della coscienza che ci porta, in certi momenti, a pronunciare un monosillabo: Sì o No. Nel corso di un brevissimo spazio di tempo vediamo disegnarsi alla luce di un lampo il segno contraddittorio della natura umana.

Nel corso della Storia e nelle più diverse circostanze i poeti hanno partecipato alla vita politica. Non mi riferisco a una concezione della poesia come di un’arte al servizio dello Stato, di una Chiesa o di un’ideologia. Sappiamo bene che questa concezione, antica quanto il potere, ha prodotto sempre gli stessi risultati: gli Stati crollano, le Chiese si disgregano o si fossilizzano, le ideologie si dissolvono, ma la poesia resta. No: alludo alla libera partecipazione del poeta agli affari della città. Anche in società che non hanno conosciuto la libertà politica, come l’antica Cina, non pochi furono i poeti che contribuirono al funzionamento della cosa pubblica. Molti di loro non esitarono a censurare gli abusi del Figlio del Cielo e non furono rari quelli che a causa delle proprie opinioni subirono il carcere, l’esilio o altre pene. In Occidente questa tradizione è stata molto presente: è sufficiente ricordare i poeti greci e romani. Due dei più grandi poeti della nostra tradizione, il fiorentino Dante e l’inglese Milton, sono stati anche importanti pensatori politici. Al primo dobbiamo il trattato De monarchia. Al secondo alcune audaci dichiarazioni a favore dell’emancipazione della coscienza, come la sua celebre difesa del diritto al divorzio, o la sua critica alla legge sulla censura che egli ebbe il coraggio di pronunciare davanti allo stesso Parlamento che l’aveva emanata.

Questi precedenti storici non ci devono far dimenticare che esiste una fondamentale differenza tra quegli atteggiamenti e la situazione dei poeti moderni. I poeti cinesi censuravano il trono, ma appartenevano alla burocrazia imperiale; quasi tutti erano alti funzionari e la censura faceva parte della tradizione morale e intellettuale confuciana. Dante e Milton si videro coinvolti in controversie in cui la politica era indistinguibile dalla religione. Per entrambi il fondamento delle loro opinioni era la teologia. Combatterono in questo mondo con gli occhi rivolti all’altro e con argomenti che venivano dall’al di là. Dante pone nell’ultimo girone dell’Inferno, a lato di Giuda Iscariota, l’arcitraditore, due nemici dell’Impero: Bruto e Cassio. Per Dante la realtà di questo mondo era una figura della vera realtà dell’altro mondo; per que- sto motivo i delitti politici sono giudicati da un tribunale divino. Nelle città della Grecia e nella Repubblica di Roma l’influenza della religione fu minore; le questioni che dividevano i cittadini erano politiche e non erano impregnate di teologia. Tuttavia, l’analogia con l’antichità greco-latina è ingannevole; in quest’ultima manca un elemento fondamentale che è il segno distintivo della nascita dell’età moderna: l’idea di Rivoluzione. Si tratta di un’idea che non poteva sorgere se non nella nostra epoca, poiché è erede della Grecia e del cristianesimo, cioè, della filosofia e del desiderio di redenzione. In nessun altro periodo storico l’idea di Rivoluzione ha avuto tale potere di attrazione. Le altre civiltà sperimentarono grandi cambiamenti – tumulti, cadute di dinastie, guerre fratricide –, ma solo i loro mutamenti religiosi possono paragonarsi alla nostra passione per la Rivoluzione. Si tratta di un’idea che per più di due secoli ha ipnotizzato molte coscienze e varie generazioni. È stata la stella polare che ha guidato le nostre peregrinazioni e il sole segreto che ha illuminato e riscaldato le veglie di molti solitari. In essa si sono ritrovate le certezze della ragione e le speranze dei movimenti religiosi.

Sin dal momento in cui è apparsa all’orizzonte storico, la Rivoluzione è stata una nozione dai due volti: ragione fattasi atto e atto provvidenziale, determinazione razionale e azione miracolosa, Storia e mito. Figlia della ragione nella sua forma più pura e rigorosa, la critica è stata, a immagine e somiglianza della ragione, creatrice e distruttrice; o, detto ancora meglio, in grado di creare mentre distruggeva. La Rivoluzione prende forma nel momento in cui la critica si trasforma in utopia e l’utopia si incarna in alcuni uomini e nelle loro azioni. La discesa della ragione sulla terra è stata una vera epifania e come tale è stata vissuta dai suoi protagonisti e, in seguito, dai suoi interpreti. Vissuta e non pensata. Per quasi tutti la Rivoluzione è stata la conseguenza di certi postulati razionali e dell’evoluzione generale della società; quasi nessuno si è reso conto di assistere a una resurrezione. Certo, la novità della Rivoluzione pare assoluta; rompe con il passato e instaura un regime razionale radicalmente diverso da quello antico. Tale novità assoluta, tuttavia, è stata vista e vissuta come un ritorno agli inizi. La Rivoluzione è il ritorno al tempo delle origini, al tempo prima di ogni ingiustizia, prima di quel momento in cui, come affermava Rousseau, tracciando i confini su un pezzo di terra, un uomo dicesse: “Questo è mio”. Quel giorno cominciò l’ineguaglianza e con essa la discordia e l’oppressione: la Storia. Insomma, la Rivoluzione è un atto eminentemente storico e ciò nonostante un atto che nega la Storia: è il tempo nuovo che inaugura e la restaurazione del tempo originario. Figlia della Storia e della ragione, la Rivoluzione è figlia del tempo lineare, progresivo e irripetibile; figlia del mito, la Rivoluzione è un momento del tempo ciclico quale quello degli astri e delle stagioni. La natura della Rivoluzione è duplice, ma noi non possiamo pensarla se non separando i due elementi e scartando quello mitico come un corpo estraneo… E non possiamo viverla se non collegandoli. La consideriamo un fenomeno che risponde alle previsioni della ragione; la viviamo come un mistero. In questo enigma risiede il segreto del suo fascino.

L’Età Moderna ha rotto l’antico vincolo che univa la poesia al mito, ma solo per unire la poesia all’idea di Rivoluzione. Tale idea, proclamando la fine dei miti, si è convertita nel mito principale della modernità. La storia della poesia moderna, dal romanticismo ai giorni nostri, è stata la storia delle sue relazioni con quel mito, chiaro e coerente come una dimostrazione geometrica, tempestoso come le rivelazioni dell’antico caos. Relazioni incendiarie ed estreme: dalla seduzione all’orrore, dalla devozione all’anatema, dall’idolatria all’abiura – tutta la gamma delle due grandi passioni umane: l’amore e la religione. L’entusiasmo di Hölderlin davanti a Napoleone e la delusione che provò nel vederlo diventare imperatore così come le simpatie girondine di Wordsworth e l’avversione che gli ispirò Robespierre sono solo due esempi delle oscillazioni dei romantici tedeschi e inglesi di fronte alla Rivoluzione. Tali oscillazioni, spesso violente, si ripeterono nel corso del XIX secolo nei confronti di ogni movimento rivoluzionario e sono culminate nel XX secolo nelle grandi ondate di sentimenti contraddittori – ancora una volta dal fanatismo al disgusto – che hanno provocato nel mondo intero la prolungata influenza della Rivoluzione bolscevica.

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Il treno dell’ultimo “veneto”: Nico Naldini https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/ https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/#comments Tue, 14 Mar 2017 14:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33928 Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

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naldini

Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

Ricordo un’intervista di Naldini su “la Repubblica” di qualche anno fa e vado a recuperarla. Alla domanda di Antonio Gnoli su che cosa, per lui, significasse scrivere, Naldini rispondeva: “Indovinare l’istante di leggerezza. È facile scrivere in modo accademico e serioso”. Ciò che seguiva, però, cioè il giudizio sull’amico Goffredo Parise, mi lasciò contraddetto: “Sono incerto, dovrei rileggerlo. Quello che mi piace di meno sono i Sillabari. Mi sembrano sopravvalutati. Scambiati per l’inizio di una nuova estetica narrativa, fondata su una sofisticata semplicità. Ce ne vuole per diventare Truman Capote”.

Proprio un’antologia di Sillabari veneti tratti dal capolavoro di Parise, guarda caso, precede il libro in oggetto nella stessa collana, dedicata agli autori originari della regione o che, comunque, con il Veneto abbiano avuto a che fare, e la comune collocazione delle due opere risulta perfetta, contrariamente all’opinione di Naldini, perché il riverbero di echi parisiani (e comissiani) sulTreno del buon appetitosembra innegabile. Schivo e quasi vergognoso della propria esistenza, culturale e non, figura decisamente inconsueta nel panorama delle lettere italiane, Naldini haquasi utilizzato la vicenda umana altrui, quella dei tanti amici, per definire la propria, in ragione di una sua spiccata ritrosia, autentica e non recitata: nato nella friulana Casarsa e trevigiano di residenza, cugino di Pier Paolo Pasolini, Naldini è narratore, biografo, memorialista –  ed è esattamente un memoir quello che stiamo per analizzare –, e poeta, come riconosciuto dall’amico Parise: poeta anche o soprattutto quando scrive in prosa, come in questo caso. Il libro, nella sua prima edizione, è stato pubblicato presso un altro editore nel 1995 e nelle sue pagine erano confluiti alcuni brani tratti dai precedenti Nei campi del Friuli (1984) e Il solo fratello. Ritratto di Goffredo Parise (1989).

Prosa autobiografica, ricordi di innumerevoli storie d’amore e di gelosia, di eventi erotici “dell’eros uranista” raccontati con penna lievissima, ed episodi di una vita vissuta nel privilegio delle amicizie artistiche: quelle con Biagio Marin, Virgilio Giotti, Alberto Moravia, Bartolo Cattafi, Sandro Penna, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini,e Giovanni Comisso, maestro dell’autore e dell’altro amico Parise, sono soltanto alcune delle frequentazioni che il Naldini sessantaseienne di allora cercava di fermare su carta, perché lo accompagnassero lungo la propria vecchiaia.

L’autore ha appena compiuto ottantotto anni, in questo 2017, e si potrebbe attribuirgli la qualifica di ultimo superstite, seppure nel proprio ruolo di veneto acquisito o di “triveneto”, di una generazione regionale che è stata composta da Andrea Zanzotto e Luigi Meneghello, oltre che dagli stessi Comisso e Parise, senza contare il più giovane e vivente Ferdinando Camon e i più anziani Guido Piovene e Filippo de Pisis, quest’ultimo di natali ferraresi ma veneziano per residenza e per indole psico-artistica. Che cosa si muove e resta, in quella “terra morbida e fantastica, nostalgica della classicità, eminentemente antideologica” di cui scriveva Enzo Bettiza? Per uno che sia appassionato di geografia letteraria, sarà difficile trascurare un visibile e recente primato veneto, nella mappa delle appartenenze locali: i padovani Romolo Bugaro, Paolo Zardi e Matteo Righetto, il trevigiano Francesco Targhetta, il vicentino Vitaliano Trevisan, il rovigotto Mattia Signorini, i veneziani Tiziano Scarpa e Massimo Rizzante e lo stesso Francesco Maino,adottato dalla Laguna ma trevigiano di nascita, sono i primi nomi che si affacciano a chi volti il capo verso quel Nord-Est, e le sole province venete che sembrano sguarnite sono la bellunese, una volta occupata da Dino Buzzati (e da chi, adesso? Forse Antonio G. Bortoluzzi?) e la veronese, dove il compito improbo sarebbe quello di individuare un erede di Emilio Salgari.

Tuttavia, Naldini, per quanto suo figlio “degenere” – causa quel pudore che gli ha impedito un percorso letterario più regolare –,appartiene davvero a un’altra stirpe, distinta per qualità dall’attuale: per una qualità non misurabile e non replicabile, cioè quel grano di follia della “venetità”, quella “corda pazza” che Raffaele La Capria ritrovava nell’amico Parise e in Comisso e che, oggi, non risuona più. Per fortuna, verrebbe da dire, perché, se essa risuonasse ancora, lo farebbe per certo in falsetto, come posa o recupero estetizzante: la generazione letteraria presente, quindi, sembrerà tanto valida quanto irreggimentata a chi delle memorie di Naldini condivida il lamento per la perdita degli stili inimitabili, per la lenta abolizione delle mattane che furono, delle scorribande omosessuali che impegnavano l’autore e i suoi coetanei negli anni del dopoguerra, eredità erotica delle quali non è altro (!) che “una trentina di amici sparsi per le rive del Mediterraneo (più gli incontri occasionali) e una decina nelle oasi sahariane”.

Insomma, un friulano che sembra l’“ultimo veneto” di un’altra Italia e che non aspira in nessun modo a seguire le orme di questo tempo, né a farsi omologare, sebbene nella “differenza”: “Non ho mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale. Per la mia generazione, cresciuta in una società solo relativamente repressiva (cessato l’incubo nazista delle vite “non degne di essere vissute”), vale la convinzione che meno se ne parla meglio è. Dissimulazione onesta. Perché l’omosessualità è uno di quegli argomenti che se messi in discussione non se ne viene fuori. Perché non lasciarlo alla pura ontologia?”. Suona come una giustificazione, quest’inciso che stoppa per un attimo il treno dei ricordi: ma anche come una rivendicazionedella distanza che ha separato Naldini dai movimenti e dalle identità che avrebbero potuto garantire alla sua opera un’altra risonanza, un’altra gloria.

Il treno del buon appetito ha avuto più di vent’anni di tempo a disposizione per diventare un classico della letteratura omosessuale, ma così non è stato, nonostante l’alto valore letterario e per i motivi che si sono manifestati: l’unica militanza che sembra cara all’autore è quella atmosferica e geografica, e la sua felicità quella di poter respirare “l’aria veneta, l’unica al mondo che non turba”.

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Il meglio di Pagina3: settimana dall’11 al 15 marzo 2013 https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/#respond Fri, 15 Mar 2013 15:41:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13445 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)
Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)

Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è  Becoming, un brano del 1962, tratto dall’album The New Tristano, eseguito e composto da Lennie Tristano

 

Martedì 12 marzo:

 “Ma quale realismo magico?. Intervista a Carlos Fuentes a cura di Massimo Rizzante, 2011, la Repubblica, p. 52-53 (ora ripubblicata dalla rivista Nuovi Argomenti)

 Conversazione con Antonio Tabucchi a cura di Fabio Gambaro, Magazine Litteraire, 2004  (Feltrinelli editore)

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Bound for the beauty of the south, un brano del 2001, dall’album, Strange place for snow, eseguito dallo Esbjorn Svensson Trio

 

Mercoledì 13 marzo:

 “Essere Pessoa”. Nota di Paolo Collo, Giulio Einaudi Editori online

 “La via, la Verità e Twitter”. Articolo di Gianfranco Ravasi, La Stampa, p. 28

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Blue Sphere, un brano del 1971, eseguito e composto da Thelonious Monk

 

Giovedì 14 marzo:

 “Cerati, il san Francesco dei librai”. Novant’anni del presidente custode dell’anima Einaudi. Articolodi Ernesto Ferrero, La Stampa, p. 39

 “Buon compleanno Mr. Roth”. Articolo di Antonio Monda, la Repubblica, p. 63

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Ancient Cape, un brano eseguito e composto da Abdullah Ibrahim; dall’album del 1991 Desert Flowers

 

Venerdì 15 marzo:

• 50 anni di Adelphi. Roberto Calasso: fare libri nell’età dell’inconsistenza”. Articolo di Antonio Gnoli, la Repubblica, p. 52-53

 “Prima del rap c’era Francesco De Gregori”. Articolo di Francesco Pacifico, IL magazine del Il Sole 24 Ore, p. 111 e ss

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Swive, del 1994, tratto dall’album, Loopholes, eseguito dai Piano Circus

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