Massimo Zamboni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-zamboni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Feb 2022 08:59:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Massimo Zamboni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/massimo-zamboni/ 32 32 La patria attuale di Massimo Zamboni https://minimaetmoralia.it/interviste/la-patria-attuale-di-massimo-zamboni/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-patria-attuale-di-massimo-zamboni/#respond Fri, 11 Feb 2022 08:58:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49971 Foto di Diego Cuoghi Per larga parte dei lettori di minima&moralia, Massimo Zamboni non ha bisogno di presentazioni. Parliamo della mente musicale principale del gruppo probabilmente più influente (come va di moda dire da alcuni anni, “seminale”), degli ultimi quarant’anni in Italia, i CCCP-Fedeli alla linea/CSI. Se Giovanni Lindo Ferretti era il frontman carismatico, il […]

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Foto di Diego Cuoghi

Per larga parte dei lettori di minima&moralia, Massimo Zamboni non ha bisogno di presentazioni.

Parliamo della mente musicale principale del gruppo probabilmente più influente (come va di moda dire da alcuni anni, “seminale”), degli ultimi quarant’anni in Italia, i CCCP-Fedeli alla linea/CSI. Se Giovanni Lindo Ferretti era il frontman carismatico, il mistico punk che salmodiava testi ipnotici, a metà tra manifesti majkovskijani e litanie popolari, Zamboni creava quelle atmosfere sonore memorabili, immediatamente riconoscibili, stranianti e insieme liberatorie, che hanno influenzato profondamente tutti gli artisti della scena indipendente dagli anni ‘80 in poi.

Un perfetto significante musicale per le parole ardenti e profetiche di Ferretti, talvolta simili a un volantino di un gruppo extraparlamentare, talvolta a una preghiera medievale: la chitarra di Zamboni sapeva esprimere tutta l’energia dirompente dell’essenza punk come restituire la solennità, in un certo senso sacra, dell’impegno ideologico.

Ma Zamboni non è stato, e non è, solamente questo: la sua carriera solistica (come direbbe correttamente Richard Benson), aperta da Sorella sconfitta nel 2004, lo ha visto protagonista di numerose collaborazioni con artisti anche molto diversi fra loro (come Nada e Angela Baraldi) e colonne sonore per registi quali Daniele Vicari, Davide Ferrario e Olivo Barbieri.

Dopo circa dieci anni di silenzio, Zamboni ha recentemente pubblicato un nuovo disco, La mia patria attuale (per Universal Music Italia): un disco spiazzante, per sonorità e tematiche, rispetto alla precedente produzione dell’autore e quindi, proprio per questo, profondamente coerente con la ricerca in perenne divenire che ne ha contraddistinto l’ispirazione.

Se in alcuni brani sembra veramente di riascoltare i migliori CSI, in altri alcuni potrebbero faticare a riconoscere uno dei padri del punk italiano in brani che ricordano il Guccini più classico.

Ma, in realtà, a una conoscenza più profonda delle tematiche storiche dell’autore, appare tutto più comprensibile e coerente.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Qual è stata l’ispirazione di questo progetto?

L’ispirazione è l’ultimo anello di una catena molto lunga. Un percorso che mi riguarda da tempo: situare le proprie appartenenze, capire quali sono i nostri territori, che cosa significa “casa”. qual è la nozione di “suolo”, “terra”, “nazione”, “patria”…tutte parole molto impegnative da affrontare, ma che sono dei veri e propri puntelli per la nostra personalità, che altrimenti rischierebbe di essere smarrita in molte inutilità, in una serie di possibilità che non portano da nessuna parte. Credo, invece, che il confronto con creature immobili, residenze così forti, con tutti i concetti appena esposti, insomma, sia assolutamente salutare. Anche per scappare via, per rifiutarli, non parlo di necessaria accettazione, tutt’altro, ma di un meccanismo di scambio, di un confronto molto fertile, dal mio punto di vista.

Quindi, dopo tanti anni di divagazioni, assolutamente importanti per me, dalla Mongolia a Berlino, dall’Unione Sovietica all’Emilia, è arrivato il momento per me, da adulto, di affrontare il tema più spinoso: Ho una patria? Esiste una patria? Mi sento italiano? Voglio sentirmi italiano? Sono una cellula aliena in un luogo che non riconosco e che non mi riconosce?

Credo sia anche interessante come interrogativi del genere vengano dal pilastro di un gruppo che si chiamava CCCP.

Ovvero, che un artista storicamente schierato a sinistra rifletta su un tema da sempre consunto e manipolato a fini propagandistici dal populismo di destra.

Certamente, io credo che nessuno del “noi” (che non so ben definire ma che so esistere) abbia mai esposto la bandiera italiana se non in occasione di qualche vittoria in un campionato mondiale o europeo. C’è un’istintiva timidezza nel fare questo, una sorta di precauzione, ognuno di noi sente la distanza da questo tricolore che, in realtà, ci dovrebbe rappresentare. Del resto, vorrei ricordare che è nato proprio nella mia città, a Reggio Emilia, più di due secoli. I partigiani avevano su di sé il tricolore, si chiamavano “patrioti”,  il P.C.I. esponeva un tricolore, nel quale chiaramente il rosso dilagava, non ha mai dimenticato la nazione in cui esprimersi. “Noi” siamo più in difficoltà in questo senso, perché sappiamo quanti soprusi si sono consumati in nome di questa possibile patria, quante menzogne, quanti infingimenti. L’Italia è una è patria molto abile nei bizantinismi, abbiamo visto cucinare questa parola in tutte le salse, nessuna delle quali ci è parsa convincente.

Forse, è ora di tornare a esaminare la questione.

Parlando di Emilia, e dell’impatto più immediato del disco, talvolta nell’ascolto affiorano delle atmosfere gucciniane. Non so se è stato un preciso e consapevole riferimento o più una vicinanza spontanea, un’affinità sentimentale, essendo stato Guccini un grande interprete del tema stesso di “casa” e territorio (non solo nell’album Radici ma sempre più negli ultimi anni con la mitologia poetica di Pàvana).

Credo sia più una vicinanza di sentimento, non ho pensato direttamente a Guccini per questo disco, anche se è sicuramente l’unico cantautore che ho amato in vita mia. Nella nostra cultura è molto diffusa questa capacità, tutta italiana, di scrivere canzoni dai testi anche profondi, in buona parte, e credo che ognuno di noi l’abbia assorbita, senza nemmeno accorgersene. Questo, appunto, è capitato anche a me, pur non avendo praticamente mai ascoltato nessuno di quel genere. Non per disprezzo ma perché semplicemente la mia vita andava da altre parti, non avevo bisogno di quella modalità di espressione. Il fatto che io mi avvicini ora a questo genere… sorprende me per primo.

Ma al di là di questo, riflettendo ho capito come in realtà sia stata una scelta voluta: se parliamo di patria, di nazione, tra italiani, allora dobbiamo farlo con le armi che ci sono proprie. Quindi, nessun scimmiottamento anglosassone, nessuna elettronica continentale.

Io vorrei che ciascun ascoltatore, una volta messo questo album nel suo lettore o sul giradischi, pensasse: “Sono in Italia”, con tutto il bene e con tutto il male che ciò può comportare.

In alcuni brani si sentono echi chiari della tua esperienza precedente, potrebbero stare in un disco dei C.S.I. senza destare sorprese (e per ciò che mi riguarda è un complimento)…

Lo accetto volentieri.

…ma ci sonò dei brani come “Italia chiamò” o “Il nemico” che, invece, hanno un respiro più cantautorale classico e sembrano quasi voler rovesciare, attraverso quel codice, la retorica nazionalistica, sia quella di stampo trionfalistico che quella di stampo xenofobo.

Spesso nell’additare l’arrivo di un nemico straniero non ci accorgiamo che chi alimenta, dietro le nostre spalle, quella fiamma, in realtà ci è molto più nemico.

Nemico della nostra democrazia, della nostra intelligenza, della nostra voglia di esserci.

Nell’ultimo brano, Il modo emiliano di portare il pianto, è interessante come, in un disco dedicato alla patria, affiori anche la fierezza dell’identità locale, in un omaggio alla particolare sensibilità emiliana. Un brano molto serio, liricamente elevato, che compie il percorso di riconquista identitaria del disco.

Certo, l’Italia è in realtà una federazione di regioni più che un paese unito. Sentiamo moltissima distanza tra una regione e l’altra e io, da emiliano, non sono esente da questo: se dovessi pensare alla mia vera “patria”, per me sarebbe quella che vedo attorno a me, ai confini perfetti di questa regione. Però questa rivendicazione non è un ripiegamento, anzi è un’espansione: l’Emilia, tra i suoi pregi, ha sempre avuto quello di non chinare mai lo sguardo, cioè di considerare tutto ciò che avviene al mondo come qualcosa di “casa nostra”. Non c’è una chiusura imposta dai tre confini, ma c’è un allargamento dettato dalla consapevolezza di questi confini. Questo per me è un valore assoluto.

Come è un valore assoluto uscire dalla parte spiritosa, ironica, convenzionale, che è un gioco abbastanza semplice, mentre è molto più difficile il contrario, trovare parole assennate per parlare della tua regione, delle tue appartenenze. Scavare in profondità, anche in maniera poco accattivante se vogliamo, ma porsi con un’altra modalità, che non sia quella necessariamente dello scherzo, della leggerezza, Sento i secoli che passano, sento le genealogie prima e dopo di me, sento questa voglia di scavare in profondità, più che di estendermi.

Mi ha colpito molto Canto degli sciagurati: dal titolo potrebbe ricordare un brano di De Andrè, ma in realtà potrebbe benissimo essere una delle Canzoni, preghiere e danze del II millennio- sezione Europa.

Diciamo, che “gli sciagurati” rappresentano un ruolo eterno, non ho voluto dare a loro una connotazione di classe. Non sono ribelli, non sono contadini, non sono rivoluzionari: è la condizione umana che insorge contro l’impossibilità di andare avanti, contro la coercizione. Il video che abbiamo ricavato da questa canzone, girato da Piergiorgio Casotti, è un complemento fondamentale per intenderne il senso.

Vi si racconta, come in un piccolo film, la storia di questi sciagurati che si offrono alle pallottole dei loro aguzzini in maniera assolutamente sfrontata, sfacciata, sembra quasi che chiamino gli spari, poiché non c’è offesa maggiore che puoi fare al tuo nemico che irriderlo esponendo il tuo corpo in maniera irrimediabile.

Nel panorama culturale, non solo musicale, italiano trovi qualcosa di interessante in cui riconosci il seme delle vostre esperienze?

Fatico un po’ a rapportarmi con queste cose, perché al di là degli amici storici come Vasco Brondi o Vinicio Capossela, che nonostante la distanza artistica sento dei veri e propri compagni di strada, non frequento nessuno, non leggo niente, non guardo la tv…

…”non faccio sport”…scusami, era obbligatoria!

Calcola che ho il manifesto con quella frase all’entrata del mio studio. Tuttora per me è così. Sono paradossalmente ripiegato su me stesso, anche se in realtà non è vero: intendo dire che ho ancora così tanto da scrivere, cantare o da comporre che non voglio concedermi distrazioni.

Questo è anche un pensiero che ho trovato espresso in maniera eccelsa da Emily Dickinson, citando a memoria: “fosse anche lo scomparire del sole/ io non leverei il capo dal mio lavoro”. Ho ancora troppe cose da fare.

Dickinson è per me un monumento.

Quali sono, oltre a lei, i tuoi autori di riferimento?

In Italia, senza dubbio i grandi più vicini a noi, della seconda metà del Novecento: Fenoglio, Pavese, Calvino, ma ce ne sono molti altri a cui attingere. Se devo andare indietro nel tempo, sento molto vicino il respiro dell’Ottocento americano, quando c’era ancora uno spirito autenticamente democratico, penso a Walt Whitman, ma anche a Jack London. L’idea di stare in mezzo alle persone, un’idea forte che è arrivata fino agli anni ‘60 del secolo scorso, con la beat generation e la folk music. Poi tutto è diventato una serie di discorsi che non portano a niente. Credo di detestare ciò che produce l’America al giorno d’oggi, a parte ovviamente giganti immutabili come Patti Smith o Laurie Anderson, per intenderci. Poi, ci sono i russi, che qualsiasi cosa scrivano è un capolavoro! Riguardo alla letteratura italiana contemporanea fatico molto: c’è questa follia collettiva chiamata…romanzo.

Non porta ormai da nessuna parte, ci sono personaggi che non portano a nulla, sono solo un riflesso delle “grandi manovre” dell’autore. Sempre più difficile è trovare voci alte.

La forma-romanzo è in crisi da un secolo, ma si insiste, credo che sia giunta l’ora di aggiornare il nostro lessico.

Durante il lockdown, mi sono riletto Iliade e Odissea e sono giunto alla conclusione che ci saremmo anche potuti fermare lì.

Trovo molto importante questo non voler regalare i classici, in un certo senso la “tradizione”, alla destra.

Certo, è un discorso pasoliniano. Ma la destra, infatti, non è interessata alla tradizione, ma solo a mantenere i propri privilegi. I discorsi sulla sacralità della patria vanno sempre bilanciati dalla realtà in cui poi in trincea ci mandavano gli altri.

Pasolini scrisse: “io sono una forza del passato”. Un’affermazione che potresti sottoscrivere?

Certo.

Io sento tutta la forza del passato e, al contempo, anche tutta la sua fragilità.

 

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A raccontare il piano padano https://minimaetmoralia.it/altro/raccontare-piano-padano/ https://minimaetmoralia.it/altro/raccontare-piano-padano/#comments Thu, 25 Jul 2019 15:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40816 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Mentre attraverso la pianura padana su un treno regionale veloce che affetta piuttosto lentamente i campi di grano e le secche dei torrenti tra Milano e Reggio Emilia, ripenso a tutte le volte in cui, su questa stessa tratta, ho fatto partire i CCCP nei miei auricolari. Nel tempo, un numero non conteggiato di viaggi in questo lembo di terra che è casa e che scotta e non lascia respiro a fine luglio mentre piange di brina nei mesi invernali, mi ha costretta intimamente a farmi accompagnare da quella che per me è l'unica colonna sonora possibile passando per queste vie: di volta in volta su una cassettina con scritto "Affinità / Divergenze", poi su un cd, infine in un'ampia manciata di mp3.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Mentre attraverso la pianura padana su un treno regionale veloce che affetta piuttosto lentamente i campi di grano e le secche dei torrenti tra Milano e Reggio Emilia, ripenso a tutte le volte in cui, su questa stessa tratta, ho fatto partire i CCCP nei miei auricolari. Nel tempo, un numero non conteggiato di viaggi in questo lembo di terra che è casa e che scotta e non lascia respiro a fine luglio mentre piange di brina nei mesi invernali, mi ha costretta intimamente a farmi accompagnare da quella che per me è l’unica colonna sonora possibile passando per queste vie: di volta in volta su una cassettina con scritto “Affinità / Divergenze”, poi su un cd, infine in un’ampia manciata di mp3.

Questa volta non clicco play, guardo fuori dal finestrino e penso a come sarà conoscere e dividere un po’ di tempo con Massimo Zamboni, il chitarrista e l’autore, con Giovanni Lindo Ferretti, di quelle canzoni ascoltate nei miei viaggi, l’artefice di quell’infinito numero di versi essenziali che hanno contribuito alla formazione emotiva, intellettuale e politica di tanti tra noi nati negli anni Ottanta, nostro malgrado giovani figli del riflusso, del pop che s’impone, della televisione, così, quando una volta arrivata aspetto Massimo nell’unico luogo fresco della rovente piazza della stazione di Reggio Emilia, un Mc Donald’s, ho immediatamente la sensazione di avere attivato, con la tristezza dimessa di chi appartiene con coscienza viva alla prima generazione del vuoto, una specie di corto circuito politico.

Oggi è il 25 luglio e Massimo mi porta a Casa Cervi, nelle campagne di Campegine tra Reggio e Parma, lì nell’aia della proprietà di Alcide Cervi, il 25 luglio del ’43 Aldo, uno dei suoi sette figli, per festeggiare l’arresto di Mussolini e l’entusiasmo per la fine, supposta, del regime fascista, propose di offrire una pastasciutta a tutto il paese. Per due giorni i Cervi impastarono e prepararono quintali di pasta che una volta cotta all’interno di bidoni del latte e poi condita con burro e parmigiano, avrebbe sfamato le bocche di un popolo pronto a rialzarsi.

A 72 anni di distanza, in questa giornata, a Casa Cervi che ora è anche un ricco museo – manuale tridimensionale di avanguardia dell’agricoltura –, si può avere ancora un piatto di pasta gratis. Tutto il popolo reggiano e potenzialmente l’intero popolo italiano possono sdraiarsi nei campi della famiglia Cervi sotto il caldo sole sulla terra piana e poi godersi il piatto di pasta della celebrazione, del ricordo, un piatto utile a riattivare la memoria nel caso questa avesse iniziato a lasciar andare i nodi essenziali della storia, un piatto di pasta – al ragù, perché la guerra ormai è lontana – per un giorno più incisivo del paragrafo di un libro scolastico.

L’eco di uno sparo. Cantico delle creature emiliane è il libro che Massimo ha da poco pubblicato per Einaudi, ed è di questo che iniziamo a parlare seduti sulle panche di legno ancora vuote e pronte per la cena. Mentre parliamo siamo sovrastati da una grande torre dal gusto sovietico su cui sta una gigantesca antenna parabolica in perpetuo movimento circolare. La torre è decorata da adesivi che riproducono i volti dei Fratelli Cervi o forse di Mao, di Martin Luther King, del Che, la miopia non mi permette di decifrare in modo definitivo e mi sembra dunque di intravedere di continuo nuove apparizioni rivoluzionarie quando alzo la testa verso il cielo.

L’eco di uno sparo è la ricostruzione che Massimo fa da adulto, della vita e dell’iter politico di suo nonno materno, Ulisse. La vita di Ulisse, fascista attivo e zelante, membro di un direttorio del fascio, dunque con ruoli di rilevo nella provincia di Reggio Emilia, viene ricostruita lentamente, a piccoli pezzi, attraverso articoli rinvenuti nelle biblioteche e tutto ciò che si conviene al riaffiorare di un passato accuratamente nascosto – oppure omesso – da sempre. L’eco di uno sparo è la storia di come ogni azione omicida sia stretta compagna di altre morti che l’hanno preceduta e che, specularmente, la seguiranno. Storia di fascismo, di partigiani, dei sette fratelli Cervi e di altri sette fratelli assai più vicini all’autore, di provincia emiliana ma pure, più ampiamente, di provincia italiana e famiglia italiana com’era allora e come la si osserva e conosce oggi.

“Ho cominciato a lavorare a questo libro 9 anni fa, ho ricostruito tutto perché mi era stato nascosto. Non colpevolizzo l’omissione, diciamo che per parlare bisogna riconoscere e riconoscere è un’azione che, a partire dalla ricostruzione di ciò che davvero accadde, in molti casi spetta a noi nipoti. Penso anche a Lorenzo Pavolinie alla sua vicenda, una storia diversa ma per molti versi assimilabile alla mia”.

Ciò che Zamboni fa in questo libro è partire da una questione privata per allargare la lente alla collettività, il suo modo di raccontare passa, mi dice, necessariamente sempre da questa prospettiva. E subito si pensa al testo di Linea Gotica.

“Tutto passa dalle questioni private, come ci ha raccontato Fenoglio, da lì si aprono le prospettive e i discorsi collettivi. In questi 9 anni di lavoro sono stato molto attento a non far passare neppure una minima idea di assoluzione di quanto ha compiuto mio nonno ma chi può dirmi cosa sarei stato io se mi fossi trovato lì? Io non so se sarei stato un coraggioso partigiano, non posso permettermi di dirmi eroe oggi, perché io lì non c’ero.

Tutto quello che ho fatto nella vita è nato da una questione privata, a partire da quando ero ragazzo e ho lasciato la mia famiglia e la facoltà di medicina perché dovevo affrancarmi necessariamente da certe idee per seguire le mie, formarmi una prospettiva, diventare un uomo.

Per questa stessa cosa che ti sto dicendo non ho mai amato i cantautori, non riescono ad avvincermi perché non fanno che raccontare storie lontanementre a me interessa un ‘noi’ diverso. Penso che siamo tantissimi su questa terra e in pochi possiamo conoscerci, quindi io desidero anzitutto incontrare te, che sei qua. In questo senso allora preferisco il pop, anche gli ABBA mi piacciono molto, per dire, mi sembra che il pop non abbia questa pretesa di esaurire il racconto collettivo partendo da lontano. Il mio libro ha come sottotitolo ‘Cantico delle creature emiliane’, al momento è questo quello che mi interessa di più, la storia di queste persone, anche queste che stanno sedendosi qua, nelle panche intorno a noi. In questi campi c’è una storia millenaria.”

Gli domando di “Breviario partigiano” che è il suo ultimo progetto con i Post – CSI: un live, un disco, un film, un libro. Il tutto è solo parzialmente legato alla storia del nonno Ulisse e di L’eco di uno sparo e si costituisce in toto come il sommario multiforme di una liturgia partigiana.

“Breviario partigiano mi è apparso in sogno e quando mi sono svegliato ho iniziato a lavorarci. Come dico anche nel testo della canzone “Le grandi canzoni sono scritte già, e andranno ricordate, ricantate, ricantate”, non ho scritto delle nuove canzoni partigiane ma credo nel grande valore di quelle già scritte, anche la retorica insita in quei pezzi è la storia di quello che accadde e non consumala forza di quei brani. Diverso è invece il discorso per le canzoni di protesta degli anni 60 e 70 che ho tanto cantato e mi sono tanto servite allora ma adesso mi suonano obsolete. Penso a Contessa e mi domando chi siano questi ‘compagni dai campi e dalle officine’ oggi, mi sembra che ancora una volta si tratti di qualcosa che è altro da noi. Trovo grandiosa Giovanna Marini”.

Ci confidiamo la comune assoluta attrazione per questa torre gigante che nel frattempo abbiamo scoperto essere un rilevatore meteo e che ora sembra riflettere la luce del tramonto in una specie di incantesimo al volgersi del giorno. Intanto la pastasciutta sta per raggiungere i grandi tavoli di legno, benedetta dalle chiacchiere senza fine e dalla magia umana di Adelmo Cervi, nipote di Alcide che non si ferma mai e parla con tutti raccontando delle pastasciutte che va a preparare in tutte le città d’Italia, in memoria di un 25 luglio che sia senza fine.

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Dalla provincia al punk. Anubi, l’intervista bidimensionale https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dalla-provincia-al-punk-anubi-lintervista-bidimensionale/#comments Thu, 04 Feb 2016 06:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29837 Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell'arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

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Pubblicato sul finire del 2015, Anubi (Grrrz Comic Art Book, disponibile da lunedì in una nuova edizione con 14 tavole in più) è finito in cima a quasi tutte le classifiche di fine anno, in molte delle quali si è aggiudicato addirittura il primo posto. Con merito, sì. Tanto che possiamo già considerare questo libro — sceneggiato da Marco Taddei e disegnato da Simone Angelini — un classico dell’arte sequenziale italiana. Un romanzo a fumetti che è come una canzone punk da un minuto e mezzo: veloce, sporca, assordante, asciutta, sincera e ruvida che sputa in faccia alla gente tutto il marcio e il disagio della vita con una melodia che non si toglie più dalle orecchie.

Anubi racconta tutto un mondo che è sempre lì, quello che forse più di tutti rispecchia un Paese alla deriva, fin troppo tralasciato dai grandi mezzi di comunicazione oggi. Non descrive gli stenti “ipocriti e plasticosi” di una generazione in crisi, con il mac, la partita iva, la smart, la precarietà professionale delle agenzie pubblicitarie… no. Il contesto nel quale si muove è fatto di tossicodipendenza, disoccupazione, disperazione, condendo il tutto con massicce dosi di dissacrante ironia.

In 300 tavole, caratterizzate da un fortissimo e allo stesso tempo piatto bianco e nero, vengono narrate le vicende del nullafacente perdigiorno tossico Anubi, la divinità egizia trasferitasi in Italia presso un paesino generico sull’Adriatico (un ibrido tra Pescara e Vasto, le città dei due autori). Il protagonista è dunque una testa di cane, ops sciacallo, nera, su una t-shirt bianca e quattro arti stilizzati. Punto. Ma è quello che rappresenta a essere complesso e in qualche modo emblematico della nostra contemporaneità. Anubi esplica la dicotomia uomo-divinità — gli autori si divertono a ribaltarne i significati svuotandoli entrambi — raccontando una storia comune di provincia: il bar, i personaggi borderline, le perversioni, la droga, la solitudine, il campari, il mare, la voglia di essere altrove ma soprattutto le contraddizioni e le difficoltà della vita nel suo dipanarsi quotidiano.

Pensate a una versione a fumetti di Amore tossico di Caligari con il trasporto narrativo di Pier Vittorio Tondelli (Altri libertini). Come è impossibile non cogliere echi dell’immenso e indimenticato Andrea Pazienza, del suo Zanardi ma soprattutto del suo tragico Pompeo. Ma mentre le tavole del fumettista di San Severo erano piene di splendida poesia, caratterizzate da disegni pittorici e profondi, i due autori abruzzesi agiscono per sottrazione: Taddei è asciutto fino all’osso, Angelini incisivamente bidimensionale. Ed è proprio in questo loro dono della sintesi che risiede l’originalità di Anubi, non tralasciando però anche la loro capacità di aver saputo creare intorno al protagonista tutta un’architettura di personaggi caratterizzati alla perfezione e in grado di aprire le porte a eventuali storie da sviluppare.

Anubi sembra essere proprio quel cane che impregnava di cattivo odore il panno dei sedili della macchina di Pompeo (il riferimento è alla tavola nove de Gli ultimi giorni di Pompeo di Andrea Pazienza, qui sotto) e che una volta trovatosi solo abbia scelto quel paesino sull’Adriatico per continuare a (soprav)vivere imparando a camminare eretto con la sua t-shirt bianca, bazzicare il bar, bere campari, mettersi nei guai e guardando tutto e tutti con quel suo sguardo a forma di stella indolente e disilluso credendosi un dio egizio. E proprio come il suo padrone anche questo Anubi finirà per fare i conti con la vita.

pazienza

Ditemi la verità: in fase di lavorazione vi siete resi conto che stavate portando a compimento un’opera così importante?

M: Non direi. Facevamo solo quello che ci sentivamo di fare. Anubi è un fumetto a cui abbiamo lavorato molto e le prospettive di realizzazione si sono dilatate parecchio nel tempo, avviati sulla nostra strada però l’abbiamo seguita caparbiamente. Direi che la storia che abbiamo scritto si dimenava un po’ come un gatto dentro un sacco in fondo ad un fiume. E noi abbiamo pescato il sacco e fatto uscire il gatto.

S: Esatto, in fase di lavorazione eravamo contenti di poter raccontare una storia originale a modo nostro, in totale libertà sia nei contenuti sia nella forma. Ora vedere che Anubi viene percepito come un nuovo “personaggio” del fumetto italiano non può che farci piacere… Missione compiuta!

In Anubi riemerge tutto un certo immaginario degli anni ’80 ma avete avuto il merito di rivoluzionarlo svuotandolo di ogni deriva retorica, poetica e intellettuale e rendendolo dissacrante, cinico, veloce e piatto. È come se Anubi fosse già un classico del fumetto italiano, perché riesce a raccontare il mondo come da tanto non capitava di leggere in maniera così diretta e onesta. Quanto avete lavorato su questi aspetti?

M:  Abbiamo adeguato la storia allo spirito aspro che volevamo venisse fuori. Un formidabile balocco per spingere al suicidio tutti i nostri migliori amici. L’ispirazione fondamentale di questo fumetto sono le cose che banalmente si trascinano davanti ai nostri occhi con cadenza quotidiana. Forse è per questo motivo che Anubi è privo di fronzoli retorici e intellettuali, caratteristiche che magari lo hanno aiutato ad adattarsi ai trascorsi di così tanti lettori.

L’asciuttezza di Anubi non è però un prodotto farmaceutico preparato a tavolino, è per così dire il prodotto di una forgiatura, proviene da un bagno di magma ad una temperatura superpotente. Roba da sciogliere le ossa dentro la carne. Forse è il tono dimesso e routinario con cui trattiamo il “dolore” è il minimo comun denominatore che ci avvicina ai lavori di Pazienza, Tondelli & co.

S: Ci siamo divertiti, abbiamo giocato ma anche ragionato. Un punto fermo è stato quello di svestire sia a livello testuale che grafico il racconto in modo da arrivarne all’osso, un bianco e terribile osso da buttare in pasto ai lettori.

Perché, nel 2015, avete scelto di raccontare una storia provinciale di disagio, di dipendenza e disperazione? Il rischio che correvate era di restare intrappolati in una morsa derivativa.

M: Come accennato, abbiamo fatto Anubi seguendo un fragore interiore, in un certo senso senza padrini o ispirazioni di sorta, nei limiti del possibile ovviamente. Pazienza non c’è passato nemmeno per l’anticamera del cervello ma questo non vuol dire che non abbiamo attinto alle sue storie. È più probabile che abbia agito inconsciamente. Essendo saturi dei suoi lavori e della sua epica salmastra ed esiziale, qualcosa del modo di fare fumetti pazienziano è trapelato ed è giunto fin dentro il ventre caldo del nostro piccolo volume.

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S: Viviamo in provincia, il disagio, la dipendenza e la disperazione sono all’ordine del giorno anche nel 2015. Abbiamo cercato in tutti i modi di raccontare questi aspetti senza cadere nel derivativo. Graficamente ogni volta che ho intravisto che inconsciamente disegnavo un qualcosa di minimamente riconducibile ad un vissuto non diretto ma “idealizzato” attraverso film, racconti o altre cose non mie, ho cercato di tornarci su e rielaborarlo in maniera personale. A Berlino (riferimento a una scena del libro, Ndr) ci son stato una volta, e me la ricordo fatta così.

Torniamo su Pazienza: quanto ha influito su di voi? È evidente che Anubi si avvicina al suo universo.

M: Siamo dannatamente lusingati da questo paragone. Ricordo che durante i primissimi anni dell’Università presi la tessera della biblioteca e mi portai a casa i volumoni monografici Zanardi-Pentothal-Pompeo. Me li tenni circa 6 mesi sperando che quelli della biblioteca si dimenticassero di me. Mi sorprendeva aver trovato una voce che dicesse così chiaramente quello che passava per la testa a me, ai miei amici, ai miei coinquilini, a tutte le persone che conoscevo. Detto questo però potrei citare almeno altri cento autori che in quel periodo mi avevano fatto lo stesso effetto. Insomma ero la tipica spugna e tutto diventava un ingrediente dentro il tremendo zuppone vorticoso che ero io e che sono diventato adesso.

S: Per Pazienza nutro un sentimento di odio e ammirazione. Personalmente ho sempre ammirato il suo modo di fare fumetto, è un innovatore. Ho letto i suoi lavori più conosciuti, Zanardi, Pompeo, Pertini, Pentothal, etc. ma non posso dirti che è un mio riferimento quanto lo sono Tamburini e Scòzzari, che trovo più affini. I sentimenti negativi verso Pazienza non sono legati né alla sua opera, né alla sua persona. Sono piuttosto il frutto di uno snervante e ripetitivo modo provinciale di infilare Paz in qualsiasi discorso sul fumetto nella città di Pescara. Nella mia città tutti lo conoscevano, tutti hanno l’episodio da raccontare di Andrea al liceo artistico o nella galleria Convergenze, oppure hanno il bozzetto originale in cantina. L’80% di questi racconti sono inventati di sana pianta solo per darsi un tono. Purtroppo non c’è lo stesso interesse verso autori di fumetto contemporanei, soprattutto abruzzesi, per dire due nomi Liberatore e Ratigher. Su questo ho sbattuto diverse volte il muso prendendomi la briga di organizzare iniziative come ad esempio il PICS, il Pescara Intergalactic Comics Show. Finora ho trovato l’appoggio solo di poche persone “illuminate” in questo anubesco anfratto costiero.

Dal punto di vista narrativo, quanto avete investito sulle storie: di Anubi in primis, ma anche di quelle dei personaggi che gli ruotano intorno? Avete creato tutto un mondo brulicante di personaggi riuscitissimi in un paesino sull’adriatico come fosse una metafora dell’universo (dato che ci rientrano pure le divinità).

M: È  stata la parte più stimolante della sequenza creativa. Anubi è un fumetto che si chiama con il nome del suo protagonista, tipo Topolino per intenderci. Volevamo che questo personaggio prendesse il suo spazio e, cavolo, se l’è preso! Basta notare che in copertina appare proprio lui, sotto il suo nome, inequivocabile, nero su bianco, come una notizia di cronaca. Per lui ho creato una storia bizzarra di esilio e di etilismo di quartiere, e dopo il suo personaggio è venuto fuori facilmente tutto il corteo di carogne che lo avrebbe circondato. Horus, Enrico, le Suore e tutti gli altri caratteri sono saltati fuori con naturalezza, come sfogliando un catalogo (non a caso usiamo questo espediente per presentarli all’interno del fumetto). L’habitat medio adriatico l’ho recuperato con facilità, mi è bastato affacciarmi alla finestra. Su queste immagini ho dovuto solo innestare tutto il vortice di idee feroci e bislacche che mi venivano a bussare alla porta con cadenza misteriosa.

S: Li ho contati ora. Sono 75 personaggi, escluse le creaturine. Abbiamo cercato di “plasmare” ognuno di loro sia attraverso i dialoghi che per mezzo di posture, abbigliamento o delle fisime particolari. In questo modo ci siamo lasciati la porta aperta per 75 potenziali spin-off del racconto…

Veniamo ai disegni: il tratto di Angelini è pura sintesi stilistica, la più adatta a raccontare questo tipo di storia. Quanto ci hai lavorato e quali sono stati i fumettisti che più ti hanno influenzato?

S: Ti ringrazio. Mi piace pensare ogni progetto, sia personale che in collaborazione con Marco, come a una occasione dove sperimentare in maniera differente creandomi dei piccoli rompicapo. Inizio mettendo dei paletti. In Anubi ad esempio ho deciso che oltre il bianco e nero ci sarebbe stato solo un grigio, sempre lo stesso. Questa limitazione mi ha permesso di spingere oltre la ricerca grafica, cercando soluzioni di sintesi legate soprattutto al gioco tra pieni, vuoti, luci e ombre.

Stesso discorso per il tratto. È nato scegliendo di usare sempre e solo lo stesso pennello a china evitando righe o squadrette. È un tratto che è venuto da se in fase di inchiostrazione, rivedendo ora il lavoro finito mi rendo conto che pochissimo è stato premeditato nello spessore delle linee, nelle modulazioni, nella pressione applicata al pennello. Csikszentmihalyi la definirebbe “trance agonistica”.

Da li poi mi son divertito a creare qualche piccola anomalia grafica, qualcuna perché l’ho ritenuta necessaria ai fini della fruizione del racconto, altre per puro divertimento.

Traggo ispirazione da tantissime cose che spaziano dalla grafica alla fotografia, dal cinema alla storia dell’arte, dal design all’architettura, ma se vogliamo limitarci al fumetto seguo principalmente l’underground americano,  giapponese, sudamericano e ovviamente italiano. Ultimamente ho avuto contatti anche con il fumetto umoristico indiano, fenomenale. Per tenermi aggiornato, tempo permettendo, cerco di tenermi aggiornato sul mainstream americano e nipponico.

anubi5Quanto c’è di punk in Anubi e in voi?

M: Io sono troppo giovane per essere stato un punk genuino ma il punk mi sta a cuore, è vero. Proprio stasera vedevo un documentario in cui Massimo Zamboni parla come un vecchio matusa dei suoi trascorsi, usando un termine buffo per definirli. Usava al posto di punk, “punkettone” e così li teneva a distanza quei trascorsi, il punk lo metteva al guinzaglio, e se lo piazzava sotto i piedi, trionfante come San Michele che schiaccia la capoccia del drago. Anubi è un dio, ed un dio, per quanto venerato e adulato dalla ciurma dei suoi fedeli, è una macchina insensibile che tratta gli esseri umani come pezzi di DAS. Quando dio deve rovesciare la sua ira su tutto il creato o il peso del suo destino su di una singola creatura, è diretto, ruvido e veloce. In questo senso dio è punk. Quindi forzatamente dio vuole bene alla genuinità di un punk, perché sennò ne sarebbe invidioso. E Dio che invidia un punk è una cosa che non sta né in cielo né in terra anche se riavvicinerebbe alla fede tantissime persone che conosco. Ho risposto alla domanda?

S: Come accennavo in precedenza, in Anubi c’è anche una parte punk legata al tratto, al voler raccontare graficamente una storia nella maniera più diretta, viscerale e rozza possibile, per arrivare un po’ a tutti, come una canzone ruvida ma orecchiabile. Con Anubi abbiamo gettato una voce nel mare del fumetto per tentare di dimostrare che i fumetti si possono fare anche in Italia in questo modo e soprattutto si possono raccontare delle storie senza nascondersi dietro il paravento del “bel” fumetto.

Non mi sono mai agghindato con giubbotto di pelle, anfibi e cresta. Ne son stato mai un grande ascoltare di musica punk. Ma son sempre stato affascinato dall’attitudine creativa che ruota intorno a quel mondo, al voler dire le cose senza mezzi termini, al contare sulle proprie forze, allo spogliare le cose di tutti gli orpelli. Scusa, mi sono esaltato, vado ad urlare in giardino.

Arriviamo alla parte che amo di più di Anubi: Enrico e Le scimmie. Penso sia uno dei picchi narrativi più alti del racconto, nel quale proprio il fumetto come mezzo di comunicazione è sfruttato al massimo delle sue infinite capacità espressive: semplicemente raffigurando la dipendenza come una donna-scimmia. È la sola parte di Anubi dove il lato dissacrante e cinico si annienta e lascia invece spazio totale al dolore e alla disperazione più cupi.

M: L’intuizione ci è venuta per sottrazione, come molte cose all’interno del mondo di Anubi. Quando si parla di droga mi appare in testa tutta una retorica legata alle siringhe, alle vene butterate, ai cucchiaini sfrigolanti. Anubi doveva misurarsi con questa retorica che era però troppo abusata. Mi infastidiva inoltre trattare così sterilmente una questione spinosa e tutt’ora aperta. Mi è venuto in aiuto il caro vecchio Burroughs che di droga ne ha sempre saputa una più del diavolo. Mi è bastato dare uno sguardo al titolo di un suo romanzo, La Scimmia sulla Schiena, e tutto è diventato chiaro. Forse il vero cinismo viene fuori quando definiamo la dipendenza da droga come  rapporto amoroso, intransigente, fatto di vendette, soprusi e sfruttamenti reciproci. Sadico e masochista, ma sicuro. Un vero e proprio bene rifugio.

S: Si, la parte con le scimmie è stata senza dubbio un bel banco di prova, volevamo fortemente non cadere nei luoghi comuni da “Noi, ragazzi dello zoo di Berlino” o rappresentare le sostanze e il modo di farsi in maniera didattica.

E crescere in provincia quanto vi ha segnato?

M: Sembra strano, ma chi cresce in provincia di solito non se ne accorge. Quando quel qualcuno mette il naso fuori dalla provincia si accorge che c’è un mondo fuori, più o meno, a sua disposizione. È allora che la provincia diventa improvvisamente stretta. Una volta cresciuto, quando entri in una fase di stallo reciproco, quello è il punto più difficile da superare in provincia. Devi arrivare ai fatti, ispezionarli e l’ispezione è la parte più splatter perché equivale a rigirarsi un mestolo nelle budella. La provincia può fare bene, può fare male, bisogna scenderci a patti. A sessant’anni sono quasi sicuro che non troverò posto più bello che il paese in cui sono cresciuto per arenarmi e asciugarmi al sole come un ossobuco. Anubi però ha origine dal sudore freddo, dalle notti insonni, dal sospetto che i cambiamenti nella mia vita si fanno sempre più rari e difficili nel paese in cui mi trovo adesso.

S: Dio benedica la Provincia! Senza l’isolamento, le incomprensioni, il sentirsi sbagliati, la morale, e tutti gli ingredienti che la compongono, non avremmo avuto il 90% dei capolavori che ci sono in giro. Solo chi vive in Provincia, avendo la privazione da molte cose, può capire, assimilare, rielaborare e trasformare il tutto nella benzina per fare la differenza.

Come mai avete deciso di creare questa dicotomia uomo-divinità? Insomma, c’è dietro una riflessione sulla religione oppure è solo un escamotage narrativo per dare più rilevanza alla resa alla vita di Anubi?

M: In massimo grado la seconda che hai detto. Una riflessione c’è, ma chiamarla religiosa è limitante, Io direi più una riflessione primitiva, primordiale. Dove finisce l’uomo comincia dio e dove dio inizia finisce l’uomo. Sono due costoni, due fronti continentali in pressione brutale, dalle scintille che sprizzano da questa frizione nascono un sacco di cose interessanti: filosofia, poesia, matematica, arte, ideologia, politica, occulto, scienze esatte e scienze inesatte. Di tutto insomma. Come non attingere a questo scintillame per riempire i calici e brindare alla salute di un dannato cagnaccio con i denti a stella?

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L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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