Mathias Énard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mathias-enard/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Oct 2020 11:37:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mathias Énard Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mathias-enard/ 32 32 L’ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona: intervista a Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/lultimo-discorso-alla-societa-proustiana-barcellona-intervista-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lultimo-discorso-alla-societa-proustiana-barcellona-intervista-mathias-enard/#comments Fri, 23 Oct 2020 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44391 Pubblichiamo un'intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore francese, orientalista, Mathias Énard è innanzitutto un grande viaggiatore, che ha esplorato mondi concepiti erroneamente come separati dall’Occidente. Nato nel 1972, dopo aver studiato lingue orientali all’Inalco di Parigi e storia dell’arte all’École du Louvre, ha vissuto in Iran, Egitto, Libano, Tunisia e Siria. Risiede a Barcellona da quindici anni, dove è professore di arabo del quale è anche traduttore dopo un decennio di studi in Medio Oriente.

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore francese, orientalista, Mathias Énard è innanzitutto un grande viaggiatore, che ha esplorato mondi concepiti erroneamente come separati dall’Occidente. Nato nel 1972, dopo aver studiato lingue orientali all’Inalco di Parigi e storia dell’arte all’École du Louvre, ha vissuto in Iran, Egitto, Libano, Tunisia e Siria. Risiede a Barcellona da quindici anni, dove è professore di arabo del quale è anche traduttore dopo un decennio di studi in Medio Oriente.

Bussola è il romanzo che nel 2015 lo ha consacrato a livello internazionale con la conquista in Francia del prestigioso Premio Goncourt ed è stato finalista del Man Booker Prize anglosassone.

Nelle librerie italiane approda la raccolta di poesie dal titolo Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona (e/o, 261 pagine, 18 euro, traduzione di Lorenzo Alunni e Francesco Targhetta). È una sorta di autobiografia in versi che esprime la coscienza cosmopolita di Énard e ricostruisce la mappa dei suoi viaggi fondamentali in posti feriti e ricchi di storia: da Beirut ai Balcani risalendo nel cuore della Polonia.

Che cosa rappresenta la frontiera?

«È al contempo una maledizione e un luogo interessante nella prospettiva dello scambio. Le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini, e hanno assunto sempre più l’accezione geopolitica di separazione. Il Mediterraneo è divenuto una gigantesca linea di frontiera tra due o più mondi».

A livello culturale?

«Le zone di confine sono sempre state un grande laboratorio per prima cosa linguistico. Assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia, ma è proprio nelle terre di mezzo che si formano le idee e i pensieri più fecondi».

Come è nato il titolo del libro?

«A Barcellona esiste una Società proustiana e si tengono le riunioni nella libreria-caffetteria di Pau Clarìs. Non volevo che il titolo fosse poetico come invece è la raccolta. C’è una parte chiaramente legata a Zona, una a Bussola. Si tratta di poesia, ma è anche narrativa: considero la raccolta una geografia dei miei viaggi».

Perché è salpato molto giovane dalla Francia?

«Sono cresciuto a Niort, una cittadina della Provenza. Il viaggio è stato una sorta di liberazione dai confini della provincia. La passione originale era per il mondo arabo. Il primo viaggio è avvenuto in Libano. Ho raggiunto Beirut dopo la fine della guerra civile. Partito per un reportage, sono rimasto dieci anni a studiare in Medio Oriente».

Qual è la vera dimensione del viaggio?

«Richiede tempo e conoscenza».

Perché il Libano, che ha ispirato l’esordio letterario con La perfezione del tiro, è stato la prima meta?

«L’ho sempre sentito come un luogo dell’anima. È un paesaggio culturale straordinario. Nel Novanta era un paese distrutto, pieno di mine e confini interni violenti. Ho conosciuto la violenza che dall’Iraq alla Siria ha squarciato un mondo e provocato un naufragio di civiltà, che è la vera ferita del nostro tempo».

Che cosa simboleggia questo paese?

«È una fonte originale dell’umanità. Europa è una principessa fenicia rapita da Zeus sulle coste del Libano. Non amo la definizione di mosaico di popolo, perché nessun luogo risponde a un disegno unico. È tutto in movimento sull’orlo del precipizio e le sue sfide di convivenza ci appartengono».

In che modo resiste Beirut?

«Gli abitanti di Beirut lottano tutti i giorni. Vivere a Beirut significa sapersi battere. Le trasformazioni indotte dalla guerra la rendono in eterna costruzione. Brilla di mille luci con lo spirito di accoglienza dei libanesi. È buia perché è la capitale della corruzione e dell’impossibilità di una vita libera».

Quale certezza ha maturato sulla Siria?

«L’impossibilità di qualunque previsione».

Esiste un dialogo culturale mediterraneo?

«Siamo regrediti alla visione del mondo dei romani e dei greci nell’antichità. Si cerca di contenere le minacce terroristiche o semplicemente strategiche come si faceva con i barbari. Oltre la frontiera si inviano le truppe, tuttavia non si legge e comprende ciò che accade. Non può passare tutto solo dal frangente militare».

Perché continuiamo a considerare i Balcani altro dall’Europa?

«Per le differenze religiose insite. La scarsa lungimiranza persiste dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Sembra assurdo, ma è così, mentre sono una regione chiave nel rapporto tra Oriente e Occidente, l’Est e l’Ovest. Abbiamo dimenticato la lezione di Sarajevo: una città che pur con dei conflitti fioriva di tre culture: giudaismo, cristianesimo e Islam».

Qual è il senso del cosmopolitismo?

«Vorrei credere che sia ancora un valore, qualcosa di reale. È fra le nostre sfide più grandi. Nel tempo la sua accezione in origine negativa è cambiata: da tutto ciò che non ha un centro di gravità alla possibilità di sentirsi a casa un po’ ovunque. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra il locale e l’esigenza di interrogare l’universale».

In Europa la concezione del ghetto è ancora viva?

«Il ghetto è un aspetto triste della cultura europea che corrisponde alla volontà dalla Venezia medievale di rinchiudere gli ebrei e in generale di chiudersi alla differenza. In Europa abbiamo quasi perso l’yiddish, la lingua culturale di tutto l’Est europeo, che è divenuto una lingua newyorkese o israeliana. Abbiamo cacciato e perduto questa ricchezza per paura di noi stessi. Il retaggio dell’antisemitismo non si è fermato al 1945. La Polonia, dove si è consumata larga parte della persecuzione ebraica, è la testimone del conflitto di memorie che lacera l’Europa».

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L’alcol e la nostalgia https://minimaetmoralia.it/libri/lalcol-la-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/libri/lalcol-la-nostalgia/#respond Wed, 10 Apr 2019 12:30:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39975 di Pierluigi Lupo Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta. Così è accaduto anche con […]

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di Pierluigi Lupo

Di solito per decidere se comprare o non comprare un libro, mi affido alla lettura delle dieci o venti righe iniziali. E molte volte quelle poche righe, lette in fretta, in piedi, nella luce spesso violenta di una libreria, sono sufficienti a non farmi pentire della scelta.

Così è accaduto anche con L’alcol e la nostalgia, di Mathias Enard, scrittore francese ancora poco noto al grande pubblico, ma balzato alle cronache per aver vinto il premio Goncourt nel 2015 con Bussola. Qui però parlo di un libro antecedente, un libricino di appena cento pagine, uscito in Francia nel 2011 e ripubblicato in Italia dalle edizioni E/O nel 2017.

La copertina promette bene: un treno scuro, antiquato, in corsa lungo un paesaggio freddo, grigio, innevato. E nelle righe iniziali, nella descrizione di una camera d’albergo, che potrebbe somigliare a mille altre, ho provato delle sensazioni familiari: “le tende con i gigli, la moquette piena di macchie, la tappezzeria color culo di scimmia, non ti veniva neanche voglia di tornare a dormire”, immaginando che con il sole sarebbe stato anche peggio, e aggiunge: “La solitudine e la noia di una stanza d’albergo dove non hai niente da fare”.
Ed è spesso così quando ci troviamo in una camera d’albergo, ci sentiamo spaesati e incapaci di fare qualunque cosa. Eccoci, dunque, a condividere già qualcosa con il protagonista e, immedesimati in lui, vogliamo scoprire cosa accadrà.

Romanzo breve, ma intenso. Così intenso da far pensare a una vicenda realmente vissuta. Enard per renderlo ancora più “reale” ricorre all’artificio di chiamare il protagonista con il suo nome, Mathias (al lettore piace sempre credere che la storia sia accaduta veramente al suo autore). Inoltre è scritto in prima persona, con tono intimistico, da diario personale, a cui si alternano momenti di seconda persona, quando il protagonista si rivolge direttamente all’amico morto suicida, mentre viaggiano insieme su un treno leggendario, la Transiberiana che copre una distanza siderale, oltre “9.000 chilometri senza alzare il culo dal tuo scompartimento sobbalzante”, la ferrovia più lunga del mondo.

E ci troviamo davanti due storie. Una collocata nel “presente”, il viaggio in treno che Mathias compie per accompagnare l’amico al suo paese d’origine. E l’altra collocata nel “passato”, quando Vladimir è ancora vivo e insieme a Mathias e Jeanne formano un trio inseparabile. E così mentre il treno attraversa la Russia e l’Asia settentrionale, correndo tra Mosca e Vladivostok, attraversando gli Urali e la vasta e profonda Siberia, si snocciola con flash brevi e struggenti la loro storia, quella vissuta insieme.

Mathias parla all’amico, in tono scherzoso, come se avesse ancora la possibilità di udirlo, e gli racconta l’ultima novità di Jeanne. Quella di farsi appendere con dei ganci da macellaio in uno scantinato di Mosca, e poi dondolare come un quarto di bue a un metro e mezzo da terra, “una passione capace di portare all’estasi e al culmine del piacere”.
Si tratta della Body Suspension, una pratica folle e dolorosa, in grado di provocare una specie di trance con la sensazione di “perdere” il proprio corpo.

Passa poi a rievocare i primi tempi trascorsi insieme, quei momenti ormai perduti, come se riguardassero altri, dove riaffiorano con nitidezza Jeanne e Vladimir. La prima è stata la sua fidanzata a Parigi, poi studentessa all’università di Mosca e amante di Vladimir, “un cosacco appassionato di letteratura, poliglotta e colto”.
La ragazza ha mantenuto buoni rapporti con Mathias, e un giorno l’invita nella sua casa russa, gli fa conoscere Vladimir, gli interminabili viali della città, e anche le bellezze di San Pietroburgo (l’Ermitage, la prospettiva Nevskij, l’ultima abitazione di Dostoevskij).
Tra i due ragazzi all’inizio c’è diffidenza, “come due cani che si contendono il territorio”, ma presto diventano amici, grazie alla comune passione per i libri, il bere e il fumare. Ne scaturisce un trio affiatato, ma non troppo. Perché Mathias mal sopporta che Jeanne non sia più sua e baci l’altro.

Al dolore d’aver perso la fidanzata, si aggiunge anche il tormento della pagina bianca che cerca di “sbloccare” aiutandosi con droghe varie, alcol e rileggendo con attenzione i racconti di Raymond Carver. “Rileggevo Cattedrale e appena ero un po’ carico di alcol provavo a scrivere un racconto, ma non c’era niente che funzionasse.”

Nel lungo viaggio che porterà Vladimir alla sua meta finale, non mancano gli echi di un passato che riguarda non solo i protagonisti del romanzo, ma anche la storia della Russia. E così vengono fuori i campi di lavoro forzato, i detenuti del gulag Perm’-36, dove tutti gli alberi sono finiti nelle falegnamerie del gulag per essere trasformati in cassette della frutta e fiammiferi.
“Si dannavano con le motoseghe contro i tronchi ghiacciati delle betulle” e nelle varie operazioni per tagliare tutta quella legna, più di qualcuno ci lasciava un dito o una mano, sotto gli occhi indifferenti dei guardiani. E oggi quei luoghi disperati, dove sembrano riecheggiare ancora le voci dei condannati, annusarne il sudore acre e vederne il sangue, sono diventati un museo (finanziato da un gruppo di ex detenuti).
All’altezza di Ekaterinburg saltano fuori anche i fantasmi imperiali, quelli dei Romanov, uccisi senza pietà dai rivoluzionari. E sembra quasi di sentirne le urla disperate e gli spari funesti, mentre Mathias ritorna a pensare al suo amico, alla fine imminente del loro viaggio.
Scenderanno a Novosibirsk, ma il treno continuerà la sua corsa. Lui vorrebbe arrivare fino in fondo, all’ultima stazione, quella di Vladivostok, e vedere il Pacifico.
“Se rimanessi coricato in questo scompartimento scivolerei fino al lago di Bajkal; me lo immagino liscio, senza un’increspatura, intrappolato in un inverno che non finisce mai”.
Vagheggia così nella sua testa quella destinazione lontana, ignota, e che in pochi vedranno, perché di solito si scende prima della stazione finale. “Non si arriva mai alla fine dei viaggi, ci si ferma sempre prima”.

La bravura di Enard sta anche, o soprattutto, nell’esattezza di certe descrizioni che restituiscono un sentire comune. E non mancano le atmosfere suggestive che catturano immediatamente l’attenzione del lettore: i fiumi ghiacciati, i chilometri di betulle innevate, i villaggi sperduti, le casette di legno colorato.
Nel romanzo l’elemento predominante è senza dubbio la nostalgia, più dello sballo che ci si aspetterebbe da droghe e alcol, di cui il trio fa uso abbondante. E l’altro elemento prevalente è senz’altro l’amicizia, più dell’amore. E quello che rimane alla fine è pacata rassegnazione e una vaga speranza, sintetizzata nell’ultima frase del libro: “Prima o poi sorgerà il sole”.

(Fonte foto)

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Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/#comments Mon, 02 Oct 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35143 Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

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Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte anche le tredici. Se non ci sono problemi particolari faccio diverse pagine, senza preoccuparmi troppo del numero esatto. Al pomeriggio, poi, le revisiono.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa, e se sono in viaggio mi organizzo una stanza. Devo scrivere comunque e sempre nello stesso luogo: devo creare una stanza specifica dove tengo tutti i materiali e si forma l’impronta del libro. Come detto scrivo sempre al mattino.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio moltissimi schemi, disegni, dossier, prima di cominciare. E ricerca, ovviamente, visto il tipo di romanzi che scrivo. Prima di tutto in realtà ci sono le ricerche, anche se poi, quando scrivi, ci sono momenti in cui ti rendi conto che ti mancano dati che non avevi previsto e allora devi ripartire per raccoglierli. Ma a parte queste evenienze, una volta raccolto tutto ciò che mi occorre per il libro mi immergo in modo totalizzante. In effetti passo diversi mesi senza uscire dalla stanza in cui lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

In genere ci sono dalle tre alle cinque riletture, e quindi riscritture, della stessa pagina. Come detto scrivo di mattina e il pomeriggio torno a leggere quello che ho scritto, modificandolo. Poi quando ho finito il capitolo torno all’inizio e lo rileggo per intero, effettuando ulteriori modifiche. E poi faccio la stessa cosa, di nuovo, col libro, altre due tre volte.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai capitato, si potrebbe, magari lo farò, non vedo ostacoli particolari, ma per ora non mi è mai capitato.

Carta o computer?

Direttamente al computer.photo-1449770133-447716

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno, se non quella cosa della stanza e l’organizzarmi per avere molte ore libere davanti.

Come hai esordito?

È stato molto difficile, non conoscevo nessuno in ambito editoriale. Avevo vissuto dieci anni tra Siria e Iran e alla fine mi ero sistemato a Barcellona, ma in Francia non avevo contatti di alcun tipo. Quindi non sapevo bene cosa fare o a chi rivolgermi. Ragionandoci su, mi venne in mente la casa editrice Actes Sud, che mi piaceva molto da lettore, e che pubblicava autori arabi contemporanei. Quella che ho scritto, mi sono detto, è comunque una storia araba, quindi magari a loro può interessare. Gli ho scritto e mi hanno detto di inviare, aggiungendo che se non avrei ricevuto risposte dopo tre mesi il libro era da considerarsi rifiutato. Per paura che non venisse neanche letto ho cercato di mettere un nome sulla busta contenente il manoscritto, ho trovato quello che credevo essere il nome di un editor, ma mi sono sbagliato e ho mandato all’ufficio diritti. Un errore che però si è rivelato fortunato: dato che costui non riceveva mai manoscritti, si è incuriosito, lo ha letto e lo ha passato al direttore editoriale. Era iel 2002, il libro è quello che è poi uscito in Francia col titolo La Perfection du tir.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il metodo in sé non è cambiato molto. È sempre un processo lungo, difficile e faticoso. Quello che è cambiato è lo scrittore: sono molto più tranquillo e sicuro dei miei mezzi, quindi lavoro con meno ansia e con una certa consapevolezza del fatto che prima o poi da tutto quel lavorare uscirà qualcosa di compiuto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Roberto Bolaño: è stato questo quando ho letto I detective selvaggi che mi sono detto: io voglio scrivere, e voglio scrivere così. 
Non che prima non scrivessi: ma erano testi accademici o articoli. Ma mi ero stancato, volevo più libertà. La fiction me la poteva dare e quel romanzo mi ha indicato la direzione.

“Esisti” online?

Sono su Facebook ma giusto per dire due cazzate, niente di importante o che riguardi in modo rilevante il mio lavoro letterario.

~

[21 – continua; le precedenti interviste: Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Bussola a Est: il libro di Mathias Énard ha vinto il premio Goncourt https://minimaetmoralia.it/editoria/enard-premio-goncourt/ https://minimaetmoralia.it/editoria/enard-premio-goncourt/#respond Tue, 03 Nov 2015 17:27:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28957 Questa mattina Boussole, l’ultimo romanzo di Mathias Énard, ha vinto il premio Goncourt, il più prestigioso tra i premi letterari francesi. Già onorato in passato del Prix Goncourt des Lycéeen (attribuito da 50 licei francesi sulla base di una selezione della stessa Académie) con Parlami di battaglie, di re e di elefanti Énard (Rizzoli), Énard è stato guardato fin dall’esordio La perfection du tir come una delle voci più significative della nuova letteratura francese. Animatore di Inculte, collettivo di scrittori attivo soprattutto negli anni zero, salito agli onori delle cronache letterarie mondiali con Zona (Rizzoli), considerato il suo lavoro migliore, lo scrittore unisce in ogni suo libro uno stile alto e sofisticato a uno sguardo lucido sul presente, con un respiro europeo e mondiale. Già narratore delle primavere arabe (Via dei ladri - Rizzoli), studioso orientalista, ha dichiarato a proposito di Boussole: “Uno degli obiettivi era lottare contro l’immagine semplicistica e immaginaria di un Oriente mussulmano e nemico, mostrando tutto ciò che ci ha portato…”.

Pubblichiamo di seguito un pezzo di Carlo Mazza Galanti uscito su IL di ottobre, ringraziando l'autore e la testata. Il romanzo uscirà in Italia nel 2016 da e/o, nella traduzione di Yasmina Melaouah (fonte immagine).

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Questa mattina Boussole, l’ultimo romanzo di Mathias Énard, ha vinto il premio Goncourt, il più prestigioso tra i premi letterari francesi.  Già onorato in passato del Prix Goncourt des Lycéeen (attribuito da 50 licei francesi sulla base di una selezione della stessa Académie) con Parlami di battaglie, di re e di elefanti Énard (Rizzoli), Énard è stato guardato fin dall’esordio La perfection du tir come una delle voci più significative della nuova letteratura francese. Animatore di Inculte, collettivo di scrittori attivo soprattutto negli anni zero, salito agli onori delle cronache letterarie mondiali con Zona (Rizzoli), considerato il suo lavoro migliore, lo scrittore unisce in ogni suo libro uno stile alto e sofisticato a uno sguardo lucido sul presente, con un respiro europeo e mondiale. Già narratore delle primavere arabe (Via dei ladri – Rizzoli), studioso orientalista, ha dichiarato a proposito di Boussole: “Uno degli obiettivi era lottare contro l’immagine semplicistica e immaginaria di un Oriente mussulmano e nemico, mostrando tutto ciò che ci ha portato…”.

Pubblichiamo di seguito un pezzo di Carlo Mazza Galanti apparso su IL di ottobre, ringraziando l’autore e la testata. Il romanzo di Énard uscirà in Italia nel 2016 da e/o, nella traduzione di Yasmina Melaouah (fonte immagine)

Leggere Boussole mentre dilaga un folle e iconoclasta sentimento anti-occidentale è qualcosa che va ben oltre la semplice letteratura o l’erudizione storica, di cui pure il libro è stracolmo. Mathias Enard, probabilmente il più stimato e letterario tra gli scrittori francesi della sua generazione (è nato nel 1972), ha vissuto e studiato in Medio Oriente, traduce dall’arabo e dal persiano e nelle sue opere precedenti ha dedicato uno spazio non trascurabile al rapporto tra Oriente e Occidente, tra Europa e Asia, o Africa, insomma tra un “noi” piuttosto sfilacciato e un “loro” altrettanto fantasmatico. Questo rapporto diventa il cuore e il tema portante del nuovo romanzo, un romanzo che attraversa i secoli ma con i piedi piantati nel presente. Protagonista è Franz Ritter, un musicologo austriaco che ha dedicato la sua vita allo studio delle influenze reciproche tra musica orientale e occidentale; come già in Zona (Rizzoli) – insieme a quest’ultimo, il libro più ambizioso di Enard – il racconto si consuma nel monologo interiore del personaggio principale e nel chiuso del suo appartamento viennese (lì era un vagone ferroviario). Franz soffre di una malattia sconosciuta, forse mortale, e l’insonnia lo inchioda all’inesausta ruminazione di ricordi e riflessioni colte, riletture di testi compulsati tra biblioteca e pc, divagazioni culturali e sporadici scivolamenti nelle allucinazioni ipnagogiche di brevi dormiveglia. Al centro di tutto c’è Sarah, brillante collega universitaria e compagna di viaggi orientali (Siria e Iran soprattutto), cui Franz è spiritualmente e intellettualmente legato da un amore non corrisposto. Donna in fuga, luminosa e irrequieta ricercatrice di legami sotterranei tra culture e civiltà, Sarah è teorica, storica e fautrice di una “costruzione comune”, un mondo di diaspore e ibridazioni, immagine di un’Europa globale dove ogni città si presenta come potenziale “Porta d’Oriente”.

Continua a leggere sul sito del Sole 24 Ore.

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Mathias Enard scrive la nuova odissea, tra migranti morti nel Mediterraneo, primavere arabe, indignados, crisi economica https://minimaetmoralia.it/libri/essere-messi-in-crisi-dal-nuovo-romanzo-mediterraneo-via-dei-ladri-di-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/libri/essere-messi-in-crisi-dal-nuovo-romanzo-mediterraneo-via-dei-ladri-di-mathias-enard/#comments Sun, 23 Feb 2014 08:46:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18769 In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano e Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un'Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era prevedibile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah), uscisse in sordina, mentre invece basta poco per accorgersi che VdL si presenti come un romanzo centrale, sfidante, con l'ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua

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In Italia Mathias Énard non è un autore molto conosciuto, nonostante il suo quarto romanzo, Zona, pubblicato in Francia nel 2008 e tradotto in Italia da Rizzoli nel 2011, sia stato considerato un piccolo capolavoro (il suo nome accostato, in una sorta di canone europeo contemporaneo, a Jonathan Littell o W.G.Sebald): un libro composto praticamente di un solo ininterrotto periodo (a parte due brevi inserti), un romanzo senza punti che in 500 pagine racconta un omerico viaggio in treno di sei ore – da Milano e Roma – in cui si fanno i conti con le memorie personali e collettive di un’Europa che ha vissuto le violenze delle guerre etniche della ex-Jugoslavia e di altri invisibili conflitti; così era prevedibile che anche il suo nuovo romanzo, Via dei Ladri (sempre Rizzoli, sempre tradotto da Yasmina Mélaouah), uscisse in sordina, mentre invece basta poco per accorgersi che VdL si presenti come un romanzo centrale, sfidante, con l’ambizione non celata di raccontare cosa sta diventando il mondo intorno a noi, la nostra società e la nostra lingua: una specie di romanzo di formazione oscuro – non a caso l’esergo recita, da Cuore di tenebra: “Ma quando si è giovani bisogna vedere il mondo, accumulare esperienza, idee, allargare la mente”. “Qui lo interruppi. “Non si può mai dire! Qui ho incontrato il signor Kurtz!” e non a caso a metà libro Kurtz ricomparirà in un’aggiornata incarnazione di un commerciante di cadaveri, il signor Cruz -, un roman d’apprentisage in cui però il protagonista, il ventenne marocchino Lakhdar, passa da una condizione all’altra, da un paese all’altro, il Marocco, la Tunisia, la Spagna, senza apprendere nulla, senza formarsi, in un processo di disillusione (per la religione islamica, per la letteratura, per la politica, per le relazioni umane) che lo porterà a diventare uomo solo quando forse avrà allontanato il fuoco delle speranze e avrà ammesso che la civiltà millenaria che abbiamo conosciuto si è trasformata in una fratellanza disumana: “Gli uomini sono cani, si strusciano fra loro nella miseria, si rotolano nella sporcizia e non sanno come uscirne, passano le giornate stesi nella polvere e leccarsi il pelo e il sesso, pronti a tutti per il pezzo di carne e l’osso marcio che qualcuno vorrà gettargli, e io sono come un loro un essere umano quindi un rifiuto immondo schiavo degli istinti, un cane, un cane che morde quando ha paura e cerca le carezze” (questo è l’incipit), “Gli uomini sono cani con lo sguardo vuoto, girano in tondo nella penombra, corrono dietro una palla, e si affrontano per una femmina, per un angolo di cuccia, se ne stanno distesi per ore, con la lingua penzoloni aspettando che qualcuno li finisca, con un’ultima carezza” (questo è un brano sul finire del libro); possiamo credere a Lakhdar solo se accettiamo di inoltrarci nel gorgo del disincanto: la Tangeri in cui all’inizio si rifugia dopo essere stato ripudiato dalla famiglia tradizionale per aver amoreggiato con la cugina è una marginale non-metropoli che non ha nulla del fascino marcio di Paul Bowles, di William Burroghs o del Jim Jarmusch di Only lovers left alive, Lakhdar è un semplice ragazzo sfruttato per vendere libri mediocri davanti alle moschee da un sedicente centro culturale islamico guidato da uno sceicco che con la scusa della moralizzazione e con il cappello ideologico delle primavere arabe appena scoppiate in Tunisia e in Egitto organizza un pestaggio di un bouquiniste che vende libri accusati di essere immorali; allo stesso modo quando Lakhdar sembra trovare un lavoro vero, si accorge subito di non essere altro che una specie di schiavo della nuova Europa:

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Lontano dal trauma, lontano dal cuore https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontano-dal-trauma-lontano-dal-cuore/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lontano-dal-trauma-lontano-dal-cuore/#comments Tue, 10 Apr 2012 08:42:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7397 di Diego Vitali

Ci sono libri che affrontano questioni centrali con tesi provocatorie ma in qualche modo centrate, se non fosse che arrivano alle loro conclusioni partendo da premesse sbagliate.
Nel suo ultimo pamphlet, Senza trauma (Quodlibet) Daniele Giglioli sostiene una tesi che ha fatto discutere: l’onnipresenza del trauma nelle scritture contemporanee, come dispositivo metaforico del tutto svuotato di consistenza, immaginato ma privo di un vero rapporto con la realtà. Da qui deriva una perdita di contatto, un’incapacità della letteratura di mordere davvero la realtà, rifugiandosi nel folle e paradossale inseguimento del reale, la “Cosa” che, secondo Lacan, non può essere simbolizzata, afferrata, detta. Ci si tuffa in un immaginario fatto di estremo e di pulp, un pastiche dai confini slabbrati e paludosi in cui tutto si immerge e si confonde.

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di Diego Vitali

Ci sono libri che affrontano questioni centrali con tesi provocatorie ma in qualche modo centrate, se non fosse che arrivano alle loro conclusioni partendo da premesse sbagliate.
Nel suo ultimo pamphlet, Senza trauma (Quodlibet) Daniele Giglioli sostiene una tesi che ha fatto discutere: l’onnipresenza del trauma nelle scritture contemporanee, come dispositivo metaforico del tutto svuotato di consistenza, immaginato ma privo di un vero rapporto con la realtà. Da qui deriva una perdita di contatto, un’incapacità della letteratura di mordere davvero la realtà, rifugiandosi nel folle e paradossale inseguimento del reale, la “Cosa” che, secondo Lacan, non può essere simbolizzata, afferrata, detta. Ci si tuffa in un immaginario fatto di estremo e di pulp, un pastiche dai confini slabbrati e paludosi in cui tutto si immerge e si confonde.

In questo contesto, il ricorso al trauma è diventato ossessivo, ridondante e del tutto ingiustificato, in quanto nessuno degli autori citati (Saviano, Scarpa, Scurati, Genna, De Cataldo, Ammaniti e molti altri) ne avrebbe fatto realmente esperienza e senza che ciò abbia la minima rilevanza. Il trauma è una modalità di accesso, un modus scribendi, a prescindere dalla sua effettiva esistenza. Quindi, se tradizionalmente il trauma costituisce lo strappo che impedisce di parlare, che riduce al silenzio, adesso sembra essere diventato l’unica condizione ammissibile di espressione.

Parto dalle conclusioni, che sono la parte più condivisibile del lavoro di Giglioli. La letteratura vive sotto il ricatto dell’immaginario, il rapporto tra la scrittura (come atto di responsabilità e di scelta, secondo Barthes) e la realtà è soggiogato e disgregato dalla tenaglia di “scetticismo nichilista” e “realismo ingenuo”, per cui ormai non si può non essere scettici, iper-critici, diffidenti nei confronti di qualunque manifestazione di senso, affermazione, pensiero forte (o anche solo pensiero), ma al tempo stesso beviamo come carta assorbente qualunque enunciato, immagine, video, articolo, post, tweet. Siamo schizofrenici, senza filtri e anaffettivi, bulimici e denutriti. Ingurgitiamo tutto ma non digeriamo nulla, non assaporiamo, non tratteniamo.
Detto questo – una tesi che comunque ha l’unilateralità di una sventagliata di kalashnikov – forse potremmo aggiungere che magari gli scrittori potrebbero (dovrebbero) avere i giusti filtri e la giusta capacità digestiva per eseguire l’operazione di fotosintesi culturale di cui abbiamo bisogno. La letteratura non è questo in fondo? Trasformare l’informe massa linguistica del mondo in frammenti dotati di senso, idee, poesia, bellezza? Nessuno è davvero più in grado di riscattare l’esperienza conferendole un valore positivo e testimoniale? Forse i nostri scrittori (nel senso di italiani) non ne sono capaci, non ci riescono. Forse non ci sono grandi scrittori in questo momento. Potrebbe anche essere, ma, se anche fosse, non è un’affermazione dal tremendo sapore di qualunquismo?

Andiamo a ritroso. Gli scrittori nazionali parlano solo del (attraverso il) trauma. Non si dà scrittura se non tramite la mediazione dell’evento traumatico, che tuttavia è sempre più sognato, immaginato e fantasticato che reale. Nessuno ha un vero e proprio trauma oggigiorno, nel 2012, in Italia. E questa è l’ennesima pestifera moda culturale e letteraria del momento. Non avendo veri traumi, gli scrittori li inventano (autofiction), oppure prendono in prestito quelli della storia recente per calarli nelle strutture apparentemente ineludibili del noir e del giallo, trasmutandone così il realismo e abolendo la forza eversiva del fatto in sé.
Anche qui, bisognerebbe distinguere, analizzare caso per caso. Ma su una cosa non si può sorvolare. “Nessuna delle generazioni che ci hanno preceduto ha conosciuto una situazione di maggior agio. Tutto è cura, tutela, comprensione, diritto alla felicità. La felicità è anzi un dovere” (p. 8). Farei notare en pessant che questa è un’epoca di guerre (televisive, mediatiche, ma con morti veri). C’è una crisi che non è costitutita solo dall’ansia virtuale generata dallo spread, ma da fatti dolorosamente reali come licenziamenti, cassaintegrazioni, mutui da pagare, matrimoni che saltano, vite che non si realizzeranno mai, suicidi. Migliaia di suicidi. Nella nostra società ci sono stupri e violenze (soprattutto all’interno della famiglia); dipendenze da alcol, droghe, gioco d’azzardo; malattie fisiche e mentali; discriminazioni, disagio sociale, emarginazione. Tutto questo non è trauma? Non genera trauma? Non viviamo forse quotidianamente (anche in maniera riflessa) l’esperienza del dolore e della ferita?

Altra questione: “Trauma era ciò di cui non si può parlare. Trauma è oggi tutto ciò di cui si parla” (ibid.). Il trauma è una ferita, uno strappo, un’interruzione nella continuità dell’esperienza. Giusto. E quindi esso evoca necessariamente il silenzio, il mutismo coatto, la vittima come larva sacrificale, come infante. Ma è davvero così? Da un punto di vista psicologico prima ancora che letterario, il trauma è necessariamente silenzio? Il trauma è un violento cambiamento, una lacerazione nello status precedente, ma è anche una riorganizzazione, una nuova sintesi (anche disfunzionale, certo) ma non una paralisi. Implica una dolorosa riappropriazione, anche linguistica, un’elaborazione. Non una costitutiva mutilazione del verbo. Anzi, il trauma per essere superato deve passare anche attraverso una riaffermazione verbale del nuovo sé. Primo Levi è stato molto chiaro in proposito, nella sua critica alla mistica del silenzio.

Proviamo a fare una panoramica forse irrituale ma sana: possiamo tacciare David Foster Wallace o Sarah Kane, contemporanei dei nostri, di non aver subito un vero trauma, di essere schiavi dell’immaginario? Difficile. Zona di Mathias Énard è indebolito o valorizzato dal suo intreccio di letterarietà esibita e di scrittura dell’estremo? La fiction è una condizione, non necessariamente svilente, per la presa della parola. Tabucchi ha scritto “chi testimonia per il testimone?”
Possiamo osservare tutto questo nelle scritture del trauma e della diaspora, dell’esilio e della migrazione. Tornando in Italia (ma un’Italia fecondamente marginale e di confine), autrici come Igiaba Scego, Cristina Ubax Ali Farah o Gabriella Ghermandi non hanno forse scritto attraverso la lacerazione di un mondo di legami familiari, sentimentali, storici e culturali e la ricostruzione di un’identità mobile e diversa, nomade e contrappuntistica (come diceva Edward Said)? Sono libri scritti in italiano (le prime due scrittrici sono anche nate in Italia) ma non fanno parte della letteratura nazionale. Chissà perché.
Il sequestro dell’immaginario da parte dei mass-media è un fatto e informa qualunque tentativo di reazione possibile. È il contesto in cui ci troviamo, inutile nasconderselo. E indubbiamente c’è una stereotipia tematica e stilistica nella letteratura contemporanea, un appiattimento su una superficie scintillante e poco problematica, ma non per questo si può gettare il bambino con l’acqua sporca. È un’epoca di inseminazione e di transizione, come ricorda lo stesso Giglioli, ma ci sono già adesso voci forti e consapevoli, capaci di valorizzare la propria marginalità e vulnerabilità. Sparare a zero contro tutti – per di più portando pochi e generici esempi – significa fare una generalizzazione pericolosa che non giova al dibattito culturale. È un po’ facile così.

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Zona, una dimensione tra psiche e geopolitica https://minimaetmoralia.it/libri/zona-una-dimensione-tra-psiche-e-geopolitica/ https://minimaetmoralia.it/libri/zona-una-dimensione-tra-psiche-e-geopolitica/#comments Thu, 04 Aug 2011 08:59:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4905 Questa recensione al romanzo di Mathias Énard, è uscita per il manifesto.

di Paolo Zanotti

Dopo la pubblicazione delle Benevole di Jonathan Littell nel 2006 qualcosa sembra essere cambiato nel sistema letterario francese, e un’editoria che ci aveva abituato a libri smilzi, esplorazioni stralunate di spazi quotidiani e autobiografie ascetiche, sembra avere scoperto il romanzo lungo e ambizioso.

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Questa recensione al romanzo di Mathias Énard, è uscita per il manifesto.

di Paolo Zanotti

Dopo la pubblicazione delle Benevole di Jonathan Littell nel 2006 qualcosa sembra essere cambiato nel sistema letterario francese, e un’editoria che ci aveva abituato a libri smilzi, esplorazioni stralunate di spazi quotidiani e autobiografie ascetiche, sembra avere scoperto il romanzo lungo e ambizioso. Mathias Énard, in coda a Zona (uscito in Francia nel 2008 ma tradotto in italiano solo quest’anno), ringrazia Jean Rolin per avergli concesso di usare un titolo molto vicino al suo Zone (1995). Non so se l’autorizzazione fosse davvero necessaria, dato che entrambi i titoli rimandano al celebre Zona di Apollinaire, ma il salto tra i due testi è significativo. Se il libro di Rolin era un tipico esempio di diario-esplorazione di spazi parigini marginali, Énard si pone per molti versi nella scia di Littell, un autore cui è del resto vicino anche per ragioni anagrafiche (Littell è del ’67, Énard del ’72 ma ha esordito prima, nel 2003, col notevolissimo La perfection du tir) e di domicilio (entrambi vivono a Barcellona). Quanto ai loro libri, sono entrambi molto lunghi, contengono ampi affreschi di storia europea, si presentano come confessioni di narratori moralmente dubbi. Entrambi esibiscono la loro letterarietà tramite il ricorso a tecniche moderniste: il metodo mitico (le Eumenidi in Littell, Omero per Énard) e, nel caso di Zona, l’artificio di un romanzo composto da un’unica frase (con l’eccezione di due inserti da un fittizio scrittore libanese, non compare un solo punto fermo fino all’ultima pagina).

La trama stessa di Zona, almeno a un primo livello, sembra richiamare uno dei capolavori del Nouveau Roman. Come nella Modification di Michel Butor, infatti, il narratore di Zona sta viaggiando in treno da Parigi a Roma, dove c’è una donna che lo attende. Le analogie però finiscono qui, dato che il fulcro dei due romanzi non è il viaggio ma il flusso dei pensieri, che ha oggetti molto diversi dato che sono diversi i personaggi. Il protagonista di Zona, Francis Servain Mirković, non è infatti un dirigente di una ditta di macchine da scrivere. È cresciuto in una famiglia borghese apparentemente tranquilla ma in realtà collegata non troppo alla lontana agli orrori del secolo: il padre, ingegnere, è stato probabilmente torturatore in Algeria; la madre, croata e fervente nazionalista, viene da una famiglia vicina ad Ante Pavelić. Il giovane Francis sembrava destinato a ripercorrere le orme della famiglia materna. Già filofascista negli anni di liceo, nel 1992 si è unito ai croati per combattere prima i serbi e poi i bosniaci musulmani. Una volta rientrato in Francia, ha trovato lavoro come agente segreto, per quanto il suo ruolo sia soprattutto di raccolta di informazioni. È così che ha iniziato a frequentare e a indagare quella che lui definisce la Zona, vale a dire l’area mediterranea e del Medio Oriente: da Gibilterra a Baghdad. Il suo interesse non è solo professionale: negli anni, Servain si è costruito, grazie allo spoglio degli archivi cui ha accesso e alle testimonianze raccolte nei suoi viaggi, un dossier personale in cui sono raccolti segreti di mezzo secolo di storia della Zona. Per liberarsi delle sue ossessioni e cominciare una nuova vita, ora Servain ha deciso di vendere i suoi documenti a un emissario del Vaticano.

Zona racconta l’ultimo tratto di viaggio tra Milano e Roma e, soprattutto, i ricordi e le associazioni di un Servain reso febbrile dall’alcol e dalle anfetamine. Ciò che emerge sono sia brandelli della sua vita passata, sia centinaia di vite, di orrori e di guerre che si sono svolti nella Zona soprattutto nell’ultimo secolo, ma anche in quelli passati (con particolare predilezione per i grandi scontri tra Occidente e Oriente, a partire dall’assedio di Troia passando per Lepanto). La “Zona” del titolo è quindi sia una dimensione geopolitica sia una zona psichica (come già del resto la Zona di Pynchon e l’Interzona di Burroughs). Il lato davvero ammirevole del romanzo è soprattutto il primo, quello storico: l’evocazione di una vastità storico-geografica che risulta davvero epica; la costruzione di connessioni incessanti non solo orizzontalmente (uno scenario geopolitico globalizzato), ma anche verticalmente (un carotaggio effettuato nella storia della civiltà occidentale che porta sempre allo stesso risultato: sangue e violenza). Zona è quindi una sorta di Breviario mediterraneo in chiave tragica, oppure, nelle sue infinite digressioni, interconnessioni, ricostruzioni di destini personali travolti dalla storia, è la risposta di Énard, più che a Littell, a W.G. Sebald.

Dove Zona risulta un po’ meno convincente è nell’indagine della mente di Servain. A causa dell’assenza di punteggiatura, si sarebbe portati a leggere il romanzo come un lungo flusso di coscienza (i primi precedenti della tecnica, del resto, erano nati proprio dalla congiunzione di un viaggio in treno con un personaggio in crisi: Anna Karenina). Eppure l’assenza di punteggiatura non è così sperimentale (la sintassi non è mai frantumata, anzi si potrebbe dire che Zona è scritto in una lingua normale in cui però i punti siano stati sostituiti da virgole), e soprattutto il flusso di coscienza non è veramente tale: Servain segue la sua ossessione per la storia della Zona, ma le sue associazioni non sono mai inconsce. Di tanto in tanto sembra persino emergere un po’ troppo nettamente la volontà di tenere il tono elevato: ogni nome, anche contemporaneo, è accompagnato da un epiteto in modo da dare una patina epica, ogni ricordo di guerra è trasfigurato in chiave storico-culturale (l’ossessione di Caravaggio per le decapitazioni, più volte discussa nel libro, deriva da una decapitazione compiuta in Bosnia da Servain). Sappiamo che Servain è appassionato di storia, ma non d’arte o di letteratura (“sordo all’arte e insensibile alla bellezza”, si autodefinisce), eppure è portato ad accumulare riferimenti letterari anche in luoghi poco indicati: quando il compagno di guerra Andrija viene ucciso nell’atto di defecare, il narratore ce lo descrive gratuitamente come “caduto nella propria merda come Robert Walser nella neve”. Ma il maggior problema è un altro: tra tutte le vite sconvolgenti o toccanti raccontate in Zona, proprio quella di Servain non lo è più di tanto. E non perché si tratti di un personaggio negativo, semmai perché non ne distinguiamo bene la parabola. Sappiamo che è stato un giovane di estrema destra, che si è recato in pellegrinaggio presso il negazionista Maurice Bardèche, che in Bosnia ha partecipato a crimini contro l’umanità. Eppure per gran parte di Zona Servain traccia scenari storici da un punto di vista ideologico spesso in contraddizione con quello della sua giovinezza, tanto che spesso più che la sua voce abbiamo l’impressione di sentire direttamente quella dell’autore. Sappiamo che, al termine della sua parabola, è un uomo sfinito e ossessionato e forse pentito. Ma quando è cambiato? Chi è in realtà Servain? Su questo Zona non ci illumina del tutto.

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