Matteo Cellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-cellini/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Sep 2015 09:24:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Cellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-cellini/ 32 32 L’inno del corpo grasso https://minimaetmoralia.it/letteratura/linno-del-corpo-grasso/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linno-del-corpo-grasso/#comments Tue, 01 Sep 2015 09:24:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28288 Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L'incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un'altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l'aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l'autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

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Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L’incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un’altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l’aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l’autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

Lindsey Swift e Michelle Thomas, che non è nemmeno lontanamente grassa, semmai un po’ rotondetta, sono diventate due eroine, giovani donne coraggiose che hanno alzato la voce contro una cultura che umilia sistematicamente le ciccione. Loro dicono di essere uscite allo scoperto per difendere la categoria: «Se anche solo una persona ignorerà i commenti negativi e non si vergognerà più grazie ai miei post, allora sono contenta», ha detto la Swift a BuzzFeed. Il concetto che viene ribadito è: non c’è nulla di male nell’essere grassi. Eppure, nella stessa “lettera aperta allo stronzo che mi ha molestato”, la ragazza racconta che stava facendo jogging proprio perché «di recente ho deciso di mettermi in forma, ho pensato sarebbe stata una cosa divertente e stimolante, oltre che positiva per la mia salute». Quindi, in buona sostanza, grassa non si piace tanto e non si sente nemmeno troppo in salute.

È innegabile che oggi esista una sorta di etichetta sul grasso, una specie di correctness. A nessuno è venuto in mente che l’automobilista scherzasse e il suo fosse un apprezzamento (ma forse noi italiane a differenza delle inglesi abbiamo subito tutte, grasse e magre, apprezzamenti ben più pesanti). Alcune cose non si possono più dire. Altre si dicono come crederci fosse un obbligo: grasso è bello.

Sui media e i social network abbondano le apologie del grasso improvvisate, e in fondo superficiali. Un altro esempio: il progetto di Mariana Godoy, la fotografa brasiliana che ha ritratto donne grasse (e belle) in lingerie. Foto che hanno fatto il giro del mondo, ma a me risultano insignificanti e per nulla sensuali, come era invece nelle intenzioni dell’autrice. Leggendo i terrificanti commenti alle foto risulta chiaro come il progetto, benché mosso da buone intenzioni, sia fallito. Un altro esempio ancora: l’inno del corpo grasso di Megan Trainor “All About that Bass“, nominato ai Grammy come migliore canzone del 2014. «No, sto solo scherzando, so che pensi che sei grassa / Ma sono qui per dirti che / ogni centimetro di te è perfetto / Dalla testa ai piedi / Sì, mia mamma mi ha detto di non preoccuparmi della corporatura / Mi ha detto che ai ragazzi piacciono le curve da abbracciare la notte». Peccato che la cantante sia solo leggerissimamente sovrappeso e che, come ha fatto notare L.V. Anderson su Slate, il testo implica che «l’unica ragione per amare il proprio corpo sia che sia possa essere soddisfacente per un uomo». (Al confronto l’ormai celebre corpo grassoccio e budinoso di Lena Dunham in Girls aveva una portata rivoluzionaria).

Mi sembra che viviamo una sorta di doppia morale: da un lato l’esaltazione della curviness – con il grande aiuto di Photoshop che propone modelle, cantanti che nonostante i chili di troppo sono irraggiungibilmente belle – dall’altro siamo circondati da un salutismo che subdolamente dà per scontato la magrezza come virtù suprema. Fatto interessante, sono un po’ tutti salutisti quando di cibo, molto meno quando si parla di alcol, fumo e droga, come dice una ragazza sul blog Abbatto i muri.

L’obesità è di certo una malattia, ma siamo sicuri che i chili di troppo siano sempre causa di cancro, infarto e diabete? Conosco donne sovrappeso che stanno benissimo. Grasso e salute sono dunque un binomio che forse maschera qualche ipocrisia: distinguere tra salute ed estetica è difficile quando si parla di corpo. Non tutti ad esempio hanno le idee riguardo all’obesità come malattia, sulle cause e sui modi per curarla. L’obesità è causata nella maggior parte dei casi da un rapporto disfunzionale con il cibo. Ma ci sono anche casi in cui l’obesità ha cause metaboliche, almeno a quanto si legge sul sito del Ministero della Salute.

Nel suo memoir “Forte e sottile è il mio canto” Domitilla Melloni racconta il suo travaglio di donna obesa. Dopo vari tentativi di dimagrimento, si era fatta ricoverare in un ospedale specializzato, dove scopre di soffrire di una mai diagnosticata sindrome dell’ovaio policistico: era quella ragione della sua fame eccessiva e quindi anche del suo sovrappeso. «Oggi sono convinta», scrive, «che la malattia obesità abbia generato in me problemi psicologici, non il contrario». Anche la blogger Francesca Sanzo racconta, nel libro “102 chili sull’anima”, vendutissimo su Amazon, la sua “muta” da donna obesa depressa a donna normopeso, e felice: «È solo quando impari ad accettarti in profondità, che potrai dimagrire», dice. Il suo è un percorso molto diverso della Melloni, ma forse la peggior cosa è pensare che tutte le storie di obesità siano uguali.

«Oggi il grasso viene sdoganato solo e unicamente a livello di marketing, con le varie linee di moda curvy, ma nessuno ti spiega come accettarti davvero. Non basta comprare dei vestiti fighi per ciccione. Non basta dire a una donna grassa ‘Ma che bel viso che hai!’. Né tantomeno buttare lì un: ‘Ah dovresti proprio dimagrire’. Le donne con questo problema hanno bisogno di una sensibilità alternativa, di un vero ascolto», prosegue la Sanzo. «Lo ripeto sempre: una parte di me rimarrà sempre obesa». Alla Melloni non piace la spettacolarizzazione dell’obesità, neanche quando puntano a sdoganare la ciccia in modo goliardico. Che senso ha l’elezione annuale di Miss Cicciona sulle spiagge italiane sponsorizzata dalla tv di stato, si chiede: «Chi sponsorizzerebbe mai l’elezione di Mr Parkinson o di Miss Leucemia?».

Negli ultimi anni la tv ha prodotto molti programmi come “Teenager in crisi di peso”, “Adolescenti XXL”, “Grassi contro Magri”, “Obesi un anno per rinascere”, “Obiettivo peso forma”, “Sfida all’ultimo chilo”, “Vite al limite”, “Extreme MakeoverDiet Edition”, “Weight of the Nation”, “Dance Your Ass”. Il pubblico di queste trasmissioni evidentemente esiste: le guardano i grassi, bisognosi di transfert, ma anche i normopeso perché è da sempre che il grasso, pur non essendo “bello” scatena la morbosa curiosità dello spettatore.

«Io guardo Obesi – un anno per rinascere (Real time) e altre trasmissioni del genere, sì», mi dice Teresa Ciabatti, scrittrice. «Raccontano la sfida di dimagrire. Spesso i protagonisti non ce la fanno. E per noi che c’identifichiamo è consolatorio». Teresa Ciabatti, colpevole di aver inventato uno dei più memorabili personaggi grassi della letteratura italiana: Marta Bonifazi, la protagonista de Il mio paradiso è deserto (Rizzoli) (un’altra ragazzina grassissima è quella del bravo Matteo Cellini, che con “Cate, io”, vincitore del Premio Campiello Giovani 2013 e pubblicato da Fazi). Marta Bonifazi è la giovane rampolla di una famiglia ricchissima e cafonissima, una ragazza di vent’anni obesa e insopportabile. «Per scrivere Marta Bonifazi», continua Teresa, «mi sono ispirata a me stessa. Sono stata sempre grassa, fin da ragazzina. Ora più, ora meno. Mai magra. Quando ho scritto il romanzo, avevo partorito da poco, e non mi guardavo allo specchio da un anno. Sapevo di essere ingrassata, ma non sapevo quanto. Ero rabbiosa, e non sapevo con chi prendermela. Me la sono presa con tutti, finché non ho scritto il romanzo».

Ricordo uno dei primi racconti di Ian McEwan “L’ultimo giorno d’estate”che si apriva con una risata, la risata di una donna grassa. «È così grassa che le braccia non le scendono dritte dalle spalle». Nel racconto, il corpo obeso di Jenny («ha una faccia immensa, rotonda come una luna rossa») scatena nel giovane narratore prima imbarazzo, poi estraneità, sempre senso materno, fino alla svolta finale inattesa, con la barca che si capovolge sul fiume e due ragazze, tra cui quella grassa, che annegheranno, l’ultimo giorno d’estate. Jenny era «grossa e la mia barca piccola», dirà il ragazzino. Ian McEwan scrisse questa storia nel 1975 e, come altre sue short story, anche questa ebbe un impatto notevole. Allora, l’obesità non era statisticamente il problema che è adesso – in Italia una persona su dieci è obesa e in Usa una su quattro – e nell’immaginario collettivo non esisteva ancora il controverso concetto di “grasso è bello”.

Nella letteratura recente sono numerose le eroine sovrappeso. Soprattutto Oltreoceano. È uscito da poco negli Stati Uniti un romanzo che ha fatto molto parlare: Dietaland (HoughtonMifflinHarcourt) racconta la storia di Plum, una donna obesa che si trova coinvolta da un gruppo di attiviste un po’ à la Fight Club: grazie a loro acquisterà la sua consapevolezza. L’autrice, Sarai Walker, che assomiglia tantissimo alla diva curvy del pop Adele ha detto alla National Public Radio: “Ho sempre vissuto in corpo grasso, e sono abituata alle congetture della gente. La protagonista del mio libro arriva a realizzare che il suo corpo grasso, il maltrattamento che il suo corpo riceve, sia una questione politica. Io penso che siano importanti un regime alimentare sano e l’esercizio, ma penso anche che un corpo possa essere sano a qualsiasi taglia. Qualsiasi taglia sei, è quello che sei”.

Qualche anno fa uscì Precious (Fandango) di Sapphire, il racconto crudo e sconvolgente dell’obesità come piaga sociale al pari con violenza sessuale e analfabetismo. Nulla di più lontano da Il peso (Neri Pozza) di Liz Moore che faceva della questione obesità un romance a lieto fine delizioso. La canadese Lori Lansens ne Il mio corpo elettrico (Mondadori) raccontava invece la storia cupa di una quarantenne così grassa che «sotto la pelle pareva indossasse un piumino», costretta ad affrontare quella che lei chiama «obestia» da cui immagina di essere dominata al punto che il suo corpo non appartiene più a lei.

Anche Jami Attemberg, l’americana amata da Jonathan Franzen, ha scritto I Middlenstein (Giuntina), la storia di una donna obesa che viene lasciata dal marito perché troppo grassa. Il libro è strutturato in base all’aumento di peso della donna che, rimbalzando da un centro commerciale a un fast food, ingrassa inesorabilmente. Edie non fa la vittima e non è affatto buona, anzi è arrogante, odiosa.

Edie assomiglia un po’ a Marta Bonifazi, l’anti-eroina del romanzo di Teresa Ciabatti. «Grasso non è bello, certo», dice Ciabatti. «Di sicuro non fa bene alla salute, ma fa bene, come qualsiasi limite, all’intelligenza. E alla creatività. Un ciccione è sempre un infelice. Costretto a sviluppare qualità alternative. Elaborare vie di fuga, a difendersi da umiliazione, derisione, emarginazione. Illudersi, sperare, e quasi sempre fallire. Una parabola discendente continua». Tutto sommato il grasso a volte fa bene alla letteratura, l’esaltazione patinata della curviness forse non fa bene a nessuno.

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Per Esmé, con amore e squallore 2 https://minimaetmoralia.it/scrittura/per-esme-con-amore-e-squallore-2/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/per-esme-con-amore-e-squallore-2/#comments Sun, 19 May 2013 07:24:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14401 Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti - in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero - dedicata all'arte della narrazione. Qui la prima puntata. Oggi Paolo Cognetti è ospite del Salone del Libro di Torino: appuntamento alle 18 al Caffè letterario per un incontro sugli scrittori emergenti insieme a Emanuela Abbadessa e Matteo Cellini. Interviene Piero Dorfles.

Quali possibilità ho, come scrittore, di partire per terre selvagge? Se scrivere fosse come scalare una montagna, dove potrei trovare una cima vergine, o almeno una via mai percorsa prima? E se non esistesse più alcun territorio inesplorato? Queste domande mi fanno tornare in mente il famoso finale del «Grande Gatsby». Nick Carraday, il narratore, osserva il panorama di Long Island dopo che l’estate è finita, Jay Gatsby è morto e la sua villa sulla spiaggia è ormai buia e deserta.

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Per Esmé: con amore e squallore, è la nuova rubrica di Paolo Cognetti – in concorso al Premio Strega 2013 con Sofia si veste sempre di nero – dedicata all’arte della narrazione. Qui la prima puntata. Oggi Paolo Cognetti è ospite del Salone del Libro di Torino: appuntamento alle 18 al Caffè letterario per un incontro sugli scrittori emergenti insieme a Emanuela Abbadessa e Matteo Cellini. Interviene Piero Dorfles.

Per Esmé, con amore e squallore – Sull’ingenuità

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.»

«Dove andiamo?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare.»

(Jack Kerouac)

Quali possibilità ho, come scrittore, di partire per terre selvagge? Se scrivere fosse come scalare una montagna, dove potrei trovare una cima vergine, o almeno una via mai percorsa prima? E se non esistesse più alcun territorio inesplorato? Queste domande mi fanno tornare in mente il famoso finale del «Grande Gatsby». Nick Carraday, il narratore, osserva il panorama di Long Island dopo che l’estate è finita, Jay Gatsby è morto e la sua villa sulla spiaggia è ormai buia e deserta.

La maggior parte delle grandi case della costa erano chiuse adesso e non si vedevano che rade luci, a parte il bagliore, mobile e indistinto, di un battello che attraversava lo stretto. E mentre la luna si stagliava più in alto, quelle costruzioni effimere cominciavano a dissolversi, finché a poco a poco mi resi conto di come appariva l’isola che in tempi andati era sbocciata agli occhi dei marinai olandesi: un seno fresco e verde del nuovo mondo. I suoi alberi scomparsi, gli alberi che avevano fatto spazio alla casa di Gatsby, col loro bisbiglio avevano un tempo assecondato il più grande ed estremo dei sogni umani. Per un fuggevole e incantato istante l’uomo doveva aver trattenuto il respiro al cospetto di questo continente, costretto a una contemplazione estetica che non capiva e non desiderava, faccia a faccia per l’ultima volta nella storia con uno spettacolo all’altezza della sua capacità di meravigliarsi.

Il senso della meraviglia torna spesso nel capolavoro di Fitzgerald. «Il grande Gatsby» è la storia di un uomo dalle umili origini che lotta per cambiare il suo destino: si arricchisce con il contrabbando d’alcol, si innamora della moglie di un miliardario, cerca di conquistarla meravigliandola, infine paga la propria audacia con la vita. Tuttavia da lettore mi è chiaro che il desiderio di Gatsby non riguarda Daisy, né i soldi, né un posto per sé in quel mondo dorato. Ma allora che cosa vuole? E perché Fitzgerald chiude la sua storia con un’immagine che non c’entra nulla, i marinai olandesi al cospetto del nuovo continente? Io penso che  Gatsby sia soprattutto un uomo deluso. È deluso dalle cose che possiede e da se stesso. La ricchezza non è come lui sperava. Forse è quel sentimento che desidera più di ogni altro, la meraviglia che si prova di fronte a una terra selvaggia? È la capacità di meravigliarsi il lusso che non può comprare?

Nello stesso periodo, la metà degli anni Venti, Hemingway scrive un racconto indimenticabile: «Il grande fiume dai due cuori». La trama è tanto semplice che si potrebbe riassumere così: Nick Adams va a pescare. Nella prima parte del racconto Nick scende da un treno, supera i resti di un incendio, segue il corso di un fiume fino ad addentrarsi nel bosco, trova una radura in cui campeggiare, accende un fuoco, si prepara la cena e va a dormire. Nella seconda si sveglia, cattura alcune cavallette da usare come esche, fa colazione, scende al fiume a pescare, prende due belle trote e se ne torna felice alla tenda.

La storia sembrerebbe oscura se non fosse preceduta dagli altri episodi di «In Our Time»: giunti alla fine della raccolta sappiamo che quei boschi del Michigan sono i luoghi in cui Nick è cresciuto; che ha imparato dal padre a pescare, cacciare e vivere all’aria aperta; che a diciott’anni è partito per la guerra, e sul fronte italiano è rimasto ferito nel corpo e nello spirito. Dunque questa battuta di pesca è un ritorno. Anzi di più: una cura. Dopo la guerra Nick si sente debilitato, e nei boschi della sua infanzia cerca la guarigione. Preferisce pescare nelle radure, che dove il bosco si fa fitto e buio: Aveva tutto il tempo che voleva, per pescare nella palude. Così poco a poco capiamo che non è il fiume ad avere due cuori, è lui stesso: il cuore torbido del reduce di guerra, il cuore limpido del ragazzo che era stato. Rileggendo il racconto mi colpisce ogni volta la sua sensualità. Nick ha letteralmente i sensi all’erta, ogni gesto gli provoca un piacere acuto: sdraiarsi sull’erba, portare alla bocca il primo boccone di carne in scatola, perfino infilzare una cavalletta con l’amo. È come se facesse queste cose per la prima volta. O usando le parole di Fitzgerald, come se stesse recuperando la propria capacità di meravigliarsi.

È un tema chiave nella letteratura americana, rappresentato nel mito della frontiera. A est c’è la corruzione, a ovest la purezza. Ci sentiamo di umore nero, disgustati dalla città e da noi stessi, come Ismaele in «Moby Dick», oppure irrequieti e febbrili come Sal Paradise in «Sulla strada», e allora puntiamo verso l’oceano, o il tramonto, o le terre selvagge d’Alaska, purché dove stiamo andando ci sia più verità che nel luogo falso da cui scappiamo. La frontiera non è solo l’America in cui nessuno ha ancora messo piede, ma, come impara Nick Adams, la frontiera sono io prima che avessi visto troppo, sofferto troppo, commesso troppi peccati, perso troppa fiducia; l’ovest di cui vado in cerca è un ovest di me stesso, un luogo in cui non sono mai stato, dove scoprire se sono ancora capace di provare meraviglia per la vita.

Se cerco un nome per questa capacità, quello più adatto mi sembra ingenuità. In latino un in-genuus era un figlio di genitori liberi, contrapposto a chi nasceva da schiavi. Legalmente era un uomo con pieni diritti di cittadinanza, ma idealmente era molto di più: un onesto, un puro, un cittadino dall’animo nobile e non corrotto. Ai nostri tempi l’ingenuo è diventato uno che crede a tutto, incapace di vedere la verità nascosta sotto le apparenze, facile da raggirare. I più ingenui tra gli esseri umani sono i bambini: fiduciosi e vulnerabili perché non conoscono il male.

Jay Gatsby e Nick Adams il male lo conoscono eccome. «Il grande Gatsby» e «Il grande fiume dai due cuori» sembrano storie molto diverse, ma secondo me non lo sono: parlano di uomini che hanno perso la loro ingenuità, e cercano di riconquistarla. Perché la capacità di meravigliarsi è necessaria per continuare a vivere.

Anche per uno scrittore è così. Sto parlando della soggezione che provo al cospetto della letteratura, e dell’incoscienza che mi serve per scrivere una storia. Dello sconforto e della fiducia. A volte in montagna ho una fantasia: quella di trovare una cresta, un picco nascosto, o almeno una fessura o una cengia, in cui prima di me non abbia messo piede alcun essere umano. So che è una fantasia ingenua. Sulle Alpi non c’è nemmeno un sasso che non sia stato toccato dall’uomo: nessuna Alaska, nessuna frontiera, nessun’isola boscosa e incontaminata. Ma io ho bisogno di non pensarci troppo.

Così mi capita di individuare una cima e una via di salita – una cima senza nome e una via che non compare in nessuna mappa – e arrampicarmi fino a lassù solo per trovare, alla fine, un ometto di sassi o un bastone conficcato in un buco, segno inequivocabile di chi è stato lì prima di me. E scopro di non essere un esploratore né un pioniere, ma solo uno che ricalca le orme altrui. Il fatto è che per arrivare in cima, per affrontare la salita e godere delle sensazioni che mi dà, ho bisogno di farlo come se fossi il primo, di salvare la mia preziosa ingenuità dagli attacchi della consapevolezza.

Ci vuole la stessa incoscienza per posare la penna sul foglio e scrivere: Il treno proseguì lungo il binario, scomparendo oltre una delle colline coperte di alberi bruciati. Quanti racconti saranno già cominciati con un treno che si allontana? Non ha importanza: quando scriviamo non facciamo che prendere il lavoro dei nostri predecessori e aggiungerci un pezzettino. Non solo quel pezzo è minuscolo, ma c’è pura la seria possibilità che sia un pezzo inutile: in tal caso verrà dimenticato dalla storia, eliminato senza rimpianti. Eppure, se ti siedi davanti al foglio con questo stato d’animo, non puoi che lasciarlo bianco. Per cominciare a mettere  una parola dopo l’altra, seguirle e vedere dove ti portano, devi essere capace di fartene meravigliare: e raccontare una storia come se fossi il primo in questo mondo a farlo.

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