Matteo Colombo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-colombo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Jun 2014 15:26:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Colombo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-colombo/ 32 32 Le guerre di Salinger https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-guerre-di-salinger/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-guerre-di-salinger/#comments Mon, 16 Jun 2014 13:29:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21531 Questo articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo l'autore e la testata.

Chi ha avuto un’adolescenza se la ricorda, chi non l’ha avuta, beato lui. Chi l’ha avuta, a un certo punto, in uno di quei momenti che alterna la vergogna di stare al mondo al desiderio di potenza di distruggerlo, l’intelligenza e la noia dilapidate in giornate eccitate e storte, ha sentito le vene dei polsi ballare al suono elettrico della parola “ribellione”. Gratuita è la ribellione dell’adolescenza, e giusta insensata allegra, veloce velenosa e apatica. E a un certo punto, l’adolescenza e la sua ribellione sono diventate “schife” (“lousy” in inglese), come prosecuzione di un’infanzia altrettanto “schifa”. La comparsa di questo aggettivo, a differenza degli altri, è databile: luglio 1951 (1961 in Italia), mese di pubblicazione del Giovane Holden di J.D. Salinger. Da allora il romanzo ha venduto 65 milioni di copie ed è stato sfogliato da almeno il doppio delle persone: tanto che si può dire che sono pochi i lettori a non conoscere Holden Caulfield, e molto pochi gli adolescenti che non si sono riconosciuti nelle sue ribellioni.

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Questo articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto: Salinger e sua sorella Doris. Fonte)

Chi ha avuto un’adolescenza se la ricorda, chi non l’ha avuta, beato lui. Chi l’ha avuta, a un certo punto, in uno di quei momenti che alterna la vergogna di stare al mondo al desiderio di potenza di distruggerlo, l’intelligenza e la noia dilapidate in giornate eccitate e storte, ha sentito le vene dei polsi ballare al suono elettrico della parola “ribellione”. Gratuita è la ribellione dell’adolescenza, e giusta insensata allegra, veloce velenosa e apatica. E a un certo punto, l’adolescenza e la sua ribellione sono diventate “schife” (“lousy” in inglese), come prosecuzione di un’infanzia altrettanto “schifa”. La comparsa di questo aggettivo, a differenza degli altri, è databile: luglio 1951 (1961 in Italia), mese di pubblicazione del Giovane Holden di J.D. Salinger. Da allora il romanzo ha venduto 65 milioni di copie ed è stato sfogliato da almeno il doppio delle persone: tanto che si può dire che sono pochi i lettori a non conoscere Holden Caulfield, e molto pochi gli adolescenti che non si sono riconosciuti nelle sue ribellioni.

Senza sospettare che in realtà quelle fossero le guerre di un combattente sfinito ed esausto che ha lottato contro i tedeschi nella Seconda guerra mondiale; lotterà con le donne (e l’amore) per tutta la vita; e infine si batterà contro il mondo intero. La storia di questi conflitti, di cui Il giovane Holden è solo una maschera, la si legge in filigrana nel libro di David Shields e Shane Salerno Salinger. La guerra privata di uno scrittore (Isbn Edizioni, 762 pp., 49 euro).

Uno di quei libri che hanno il raro pregio di aiutare chi lo legge a fare i conti con la propria vita, leggendo quella degli altri; e chi scrive, a farlo senza menarla troppo con teorie e corsi glamourous e velleitari. Salerno e Shields ci hanno messo nove anni per finirlo. Hanno intervistato centinaia di persone; scovato documenti, racconti, foto e filmati mai visti (bello il documentario dello stesso Salerno, che Feltrinelli pubblicherà a settembre); elencato le patologie di una mente furiosa e depressa e geniale e assediata che a un certo punto si ritrovò il mondo ai propri piedi e per tutta risposta decise di girare i tacchi e vivere per quasi cinquant’anni da recluso a Cornish, nel New Hampshire.

Nato il primo gennaio 1919, venne al mondo per miracolo dopo una polmonite della madre, con un solo testicolo (deformazione che nella sua testa creerà un mostro di vergogna e inadeguatezza) e un cospicuo reddito. I Salinger si erano arricchiti con l’importazione di carne e formaggi dall’Europa, commercio che li avrebbe anche trascinati in tribunale in veste di criminali monopolizzatori del mercato. Il padre era ebreo, la madre cattolica, entrambi erano conservatori e a proprio agio nella borghesissima Park Avenue. Un ritratto che Jerry avrebbe cercato di guastare fin da piccolo. Racconta la sorella, Doris: “Ci mettemmo a litigare, e lui si arrabbiò così tanto che fece la valigia e scappò. Scappava sempre. Qualche ora dopo, quando la mamma tornò, lo trovò giù nell’androne. Disse: Mamma, scappo di casa. Ti ho aspettata qui per dirti addio. Erano molto legati. Il rapporto con papà era molto più distaccato”.

Tradotto significa che il padre non capiva perché diavolo suo figlio non volesse lavorare con lui, ereditarne mestiere e quattrini. Salinger ricambiava trasformandosi nell’incubo di ogni buon borghese: un figlio con velleità artistiche pronto a dilapidare la roba di famiglia. Voleva fare l’attore e collezionava pessimi voti, frequentava i club di jazz e poco la scuola, all’università si iscriveva con svogliatezza, dandy arrogante à la Fitzgerald. Desiderava solo diventare un grande scrittore e farsi pubblicare dal New Yorker, ovvero il bollettino di quella Park Avenue mondiale che tanto disprezzava. Un sogno immenso, che il padre riduceva all’osso: una cosa ridicola. Perciò spedì il figlio all’accademia militare Valley Forge. Un luogo fondamentale per la sua crescita: perché è lì che si dà una calmata ed è lì che inizia a scrivere.

I primi racconti glieli pubblica Whit Burnett (suo professore di scrittura alla Columbia University) sulla rivista Story (da cui sono passati Cheever, Saroyan e altri), Esquire e Collier’s lo coccolano, e ventenne riceve il primo sì dal New Yorker. La storia si intitola Slight rebellion off Madison e ha per protagonista il nevrotico Holden Caulfield che torna a casa per Natale a far casino con i coetanei dell’Upper East Side: Salinger ha 22 anni e sta già pensando al romanzo che gli avrebbe regalato il successo e l’inferno del successo, tanto da farglielo poi maledire ai diavoli. Ma in quegli stessi giorni Pearl Harbor viene bombardata, l’America sprofonda nell’isteria della guerra, e il New Yorker fa retromarcia, giudicando ora il racconto futile e fuori luogo.

Per Salinger è un bagno in una corrente gelata, che però gli fa realizzare di aver vissuto fino ad allora in piena cialtronaggine: “Ho la testa piena di cravattini neri. Appena li trovo cerco subito di buttarli fuori, ma ne rimarrà sempre qualcuno”. Aveva già questa idea della scrittura: che dovesse appiccare il fuoco tra le parole, e che questo fuoco dovesse ardere nel dolore. E perciò scelse di andarselo a cercare in guerra, questo dolore. Non sapeva che lì avrebbe trovato lo scrittore che andava cercando, ma avrebbe perso per sempre l’uomo che era e che poteva diventare.

Per gli americani la guerra sullo scacchiere europeo dura 337 giorni, per Salinger 299 e 5 campagne. Jerry ha 25 anni quando assieme ad altri 3.100 ragazzi del Dodicesimo reggimento fanteria sbarca a Utah Beach nel D-Day, il 6 giugno 1944. Venti giorni dopo ne rimangono in piedi appena mille. C’è un unico racconto mai pubblicato in cui Salinger rievoca direttamente la guerra, si intitola The magic foxhole e racconta il trauma di due soldati che assistono alla morte di un prete su una spiaggia della Normandia. Fa così: “Era l’unica cosa che si muoveva, e le granate da 88 millimetri gli scoppiavano tutt’intorno, e lui stava lì ad arrancare a quattro zampe cercando i suoi occhiali. Lo fecero fuori… ecco com’era la spiaggia quando arrivai io”.

Come Slight rebellion off Madison aveva abbozzato alcuni dei temi della scrittura salingeriana, l’adolescenza e la ribellione alla borghesia; così The magic foxhole delinea il personaggio del soldato devastato dall’abisso della guerra, protagonista anche di Un giorno ideale per i pescibanana e Per Esmè con amore e squallore. Tra i venti e i venticinque anni Salinger trova la sua voce, nervosa rotta curatissima, sempre esibita, e la trova nelle trincee, dove continua a scrivere furiosamente, facendo fermare i suoi compagni appena è possibile per completare un paragrafo. Si trascina in ogni buca branda e jeep i primi sei capitoli del Giovane Holden, il talismano che lo aiuta a sopravvivere.

Non ha molto altro a cui aggrapparsi. È un agente del controspionaggio, ma spara scappa e si rincuccia come gli altri, come può. Lo fa nella foresta di Hurtgen, nel bel mezzo di uno dei più sanguinosi massacri per gli americani, dove la conquista di ogni albero costa la vita a decine di uomini, e dove però riesce a incontrare uno dei suoi idoli di allora, Ernest Hemingway. Lungo tutta la guerra i due si conoscono e scrivono e rispettano. “Papa” è già lo spaccone che ha messo a soqquadro la letteratura mondiale, eppure ha parole affettuose per il suo giovane amico: “Caro Jerry, per prima cosa hai un ottimo orecchio e scrivi con amore e tenerezza ma senza smancerie. Spero di non sembrarti un tipo dall’elogio facile. Leggere i tuoi racconti mi rende davvero contento e penso che tu sia proprio un gran bravo scrittore”. I due si rincontrano nella Parigi liberata e durante l’offensiva delle Ardenne. Poi Salinger prosegue per l’ultimo suo appuntamento con l’orrore, quello nel campo di concentramento Kaufering IV, e questo è quello che vede: corpi umani in fiamme, morti accatastati, sopravvissuti le cui mani, ridotte alle sole ossa, applaudendo i liberatori producono un rumore sordo e osceno. Non sarebbe più uscito da quell’incubo. Tanto che decenni dopo, ripeteva: “Puoi vivere tutti gli anni che vuoi, ma non riuscirai mai a toglierti completamente dalle narici l’odore della carne carbonizzata”.

Dopo questa esperienza, crolla e si fa ricoverare per esaurimento nell’ospedale di Norimberga. Quando esce, però, decide di partecipare all’operazione di denazificazione della Germania, prendendo parte alla caccia al nazista travestito da civile. È durante questo periodo che conosce Sylvia. C’è chi sostiene che la ragazza tedesca fosse un’informatrice della Gestapo, e in quanto tale interrogata da Salinger; Shields e Salerno dicono che li abbia presentati la sorella, che faceva l’infermiera nell’ospedale dove Salinger aveva provato a rimettersi a posto la testa. Come che sia, ed è comunque una situazione ombrosa, Jerry di quella ragazza si innamora e decide di sposarla. Lo fa in segreto, per evitare sei mesi di carcere e la decurtazione di due terzi del salario. Lo fa il 18 ottobre 1945, unendo letteralmente in matrimonio vittima e carnefice, e portandosi questo cortocircuito in America. Ma bastano pochi giorni a New York perché le cose precipitino e lo spingano a rispedire Sylvia in Germania. Cosa abbia scoperto sul suo conto è un altro dei misteri della sua vita, ma sulla richiesta di divorzio si legge che lo sposo era stato ingannato. In una sua lettera, invece, si legge che i due si erano inferti “il genere più violento di infelicità”.

Il primo racconto che riesce a scrivere dopo questo naufragio è Un giorno ideale per i pescibanana e il suono è questo: “Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l’aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell’arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra”.

Quello di Sylvia non è il primo inganno che Salinger subisce sul campo di battaglia amoroso, assieme a quello della guerra, il più doloroso per lui. Prima di partire per l’Europa si era innamorato di Oona O’Neill, una di quelle ragazze incantevoli e perdute che segnarono gli anni Trenta. Figlia del Nobel Eugene O’Neill, a sedici le bastava bere latte allo Stork Club per far girare la testa a mezza New York, compresi Orson Welles e Salinger stesso. Jerry le aveva giurato di amarla, e dal fronte le scriveva ogni giorno. Non ricevette mai una risposta: Oona aveva conosciuto Charlie Chaplin e compiuti i 18 anni lo sposò.

Salinger ne fu sconvolto, per mesi la tartassò con insulti e disegnini osceni, fino a che non congelò tutto, i sedici anni l’amore e la purezza, e ne fece un Eden (e una guerra) che tentò di replicare per tutta la vita. Ci provò con la seconda moglie, Claire, di 15 anni più giovane di lui (modello per uno dei suoi racconti più belli, Franny); poi con Colleen, più piccola di 40 anni.

E con la figlia Margaret, adorata fino all’adolescenza, e poi disprezzata – lei ricambierà con un memoir in cui tra le altre cose scrive che il padre era un dittatore che beveva urina per salvarsi. E poi con tutta una serie di amori che accompagneranno i suoi anni d’esilio, dalla diciottenne scrittrice Joyce Maynard a attricette e starlette televisive, sedotte fermo posta da adolescenti e respinte non appena mature. La ferocia di questa ossessione suona in Per Esmé: con amore e squallore, a sua volta ispirato da Jean Miller, 14 anni, incontrata a Daytona Beach dopo la guerra: “Che cos’è l’inferno? Io affermo che è il tormento di non essere capaci d’amore”.

A questo tormento, cercò di rispondere con la scrittura, così come aveva fatto durante la guerra. Ma la scrittura, sebbene balsamo e salvezza, nascose la sua più grande condanna, quella del successo, e di conseguenza lo scoppio dell’ultima delle sue guerre, quella contro il mondo. Nel 1951 pubblicò Il giovane Holden, e contrariamente a quello che si può credere non fu semplice. Il New Yorker l’aveva rifiutato, nonostante avesse pubblicato i precedenti racconti, storie di cui non si faceva che parlare. Eugene Reynal della Harcourt, Brace & Co. giudicò Holden un pazzo – e Salinger quasi ne morì. Non poteva sopportare non tanto l’accusa di pazzia, ma l’idea che la gente ha dei matti, e cioè che non abbiano un cuore, e che se ce l’hanno è sprecato. Quando finalmente il romanzo fu stampato, ci volle poco perché si trasformasse in un caso planetario da milioni di copie vendute, cui si accompagnarono censure e persino quattro pazzi come Mark Chapman, John Hinckley, Robert Wickes e Robert Bardo che dissero di essersi ispirati a Holden quando spararono rispettivamente a John Lennon, Ronald Reagan, al preside e a uno studente di una scuola di Long Island, all’attrice Rebecca Schaeffer.

Dalla seconda edizione Salinger eliminò la sua foto dalla quarta di copertina. E così impose anche per i suoi futuri libri: Nove racconti (1953), Franny e Zooey (1961), Alzate l’architave, carpentieri e Seymour. Introduzione (1963). Le immagini di cui è ricca la biografia di Shields e Salerno sono tutte rubate, spedizioni vittoriose di fotografi e giornalisti nel bunker che Jerry si era fatto costruire accanto alla casa dove viveva con la sua (vera) famiglia a Cornish – dentro il bunker, una brandina, appunti dappertutto, un tavolaccio, c’era spazio solo per l’altra famiglia, quella immaginaria dei Glass. Da quel fortino dirigeva la sua guerra con astuzia: non appena il mondo si dimenticava di lui, alzava il telefono e rilasciava un’intervista per censurare le opere pirata che raccoglievano i suoi primi racconti (col risultato di far rientrare in classifica gli altri); scandalizzava Hollywood (Elia Kazan una volta bussò alla sua porta: “Signor Salinger, sono Elia Kazan”. “Buon per lei”, si sentì rispondere); lanciava strali contro Joyce Maynard e la figlia Margaret, colpevoli di averlo messo al centro delle loro autobiografie; malediceva Ian Hamilton, che riuscì a trascinarlo in tribunale per fargli dire che sì, stava ancora scrivendo, e perciò le lettere personali che aveva intenzione di usare nella sua biografia erano di sua proprietà intellettuale, gli potevano sempre tornare utili.

Queste offensive e controffensive andavano avanti fin dalla metà degli anni Sessanta, inframmezzate dalle rasoiate critiche di John Cheever (“maledetto scrittore di serie zeta”), Joan Didion (“prosa da manuale di autocoscienza”), Michiko Kakutani (“ridicole circonlocuzioni senza capo né coda”, disse di Hapworth 16, 1924, ultimo racconto pubblicato dal New Yorker nel 1965). Salinger non rispose mai, perché mai glielo avrebbe permesso il Vedanta, la fede che aveva abbracciato fin da ragazzo. Gli aveva insegnato a disprezzare l’oro e le donne, a rinunciare alla fama, e infine a fare proselitismo piuttosto che narrativa. I suoi ultimi vent’anni li modellò sulla fase finale del Vedanta: la rinuncia al mondo.

Morì in gennaio, era il 2010 e c’era il ghiaccio a Cornish così come nella sua New York. “Io abito a New York – si legge nella straordinaria nuova traduzione di Matteo Colombo del Giovane Holden – e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South. Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta”.

Ovunque se ne sia volato Salinger, nessuno meglio di lui ha tradotto in realtà questa frase di John Updike scritta in Sei ricco, Coniglio: “La grande verità sui morti è che lasciano spazio”. Nel suo caso, lo spazio da riempire è enorme, ciascuno ci mette dentro quello che vuole, opere inedite da pubblicare dal 2015 o dal 2060, un po’ di pettegolezzi, alcune delle pagine più belle della letteratura.

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Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-matteo-colombo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-matteo-colombo/#comments Fri, 13 Jun 2014 16:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20849 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Nella foto: JD Salinger. Fonte)

«È tutto un po’ più grosso del solito. L’attenzione che ha questo libro non ha paragoni».

Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

1. Il vecchio Holden 

Com’è stato lavorare a un libro così… decisivo, per tante persone, e che continua ad attrarre nuovi lettori?

Prima di tutto è stato un privilegio incredibile. Non soltanto perché si tratta di un titolo importante: ma perché «Il giovane Holden» in Italia ha avuto una traiettoria unica. È due cose contemporaneamente: da un lato è il grandissimo libro di Salinger, con le sue difficoltà per chi traduce. Ma è anche un libro che nel suo percorso editoriale italiano ha avuto un successo senza precedenti, grazie a una traduzione molto particolare: una traduzione che ha fatto innamorare diverse generazioni e che era molto creativa… a tratti anche parecchio libera. Tutto questo rendeva il mio lavoro una sorta di metatraduzione, una traduzione sulla traduzione. Per cui non riesco a immaginare un incarico diverso da questo che condensi in sé la summa del mio lavoro. Quando me l’hanno proposto, ero troppo felice, quasi non ci credevo.

Qual era il tuo rapporto, da lettore, con «Il giovane Holden»?

Ho letto «Il giovane Holden» nel periodo in cui più o meno lo leggono tutti, intorno ai 14-15 anni. Non ne ricavai una buona impressione… faccio un piccolo salto in avanti: quando ci abbiamo rimesso mano, in Einaudi, lo abbiamo fatto con una cura particolare. Nel corso della lavorazione ci sono state vere e proprie riunioni con la casa editrice al completo; riunioni in cui si è discusso tanto. Sono venute fuori un sacco di opinioni… mi ricordo in particolare un parere tra gli altri, una cosa che ha detto Susanna Basso – traduttrice, tra gli altri, di Ian McEwan: ha detto che quando lesse il libro, ne ricavò un’impressione di “irritazione linguistica”. Io mi sono riconosciuto molto in questa cosa: quando lessi «Holden», ricordo questa sensazione: era come se ci fosse un libro, lì sotto, qualcosa che si muoveva, qualcosa di interessante, ma era come se la lingua mi impedisse di accedervi. Non mi parlava, non mi ci riconoscevo… mi sembrava bizzarra, ma senza un vero motivo.

Quando l’ho letto in inglese, anni dopo, nel momento in cui dovevo tradurlo, sono rimasto a bocca aperta, perché sembra scritto non dico ieri, ma poco prima.

Volendo semplificare, si può dire – usando una parola sgradevole – che la “mission” del tuo lavoro era di svecchiare l’Holden del 1961 per renderlo più vicino a chi è nato negli ultimi vent’anni, o giù di lì?

Il mio lavoro si è mosso su due piani. Da una parte avevo l’esigenza, che sempre accompagna il mio modo di tradurre, di rispecchiare con la maggiore fedeltà possibile quello che io sentivo leggendo il testo. E dall’altro c’era una richiesta abbastanza precisa da parte dell’editore: la nuova traduzione doveva poter durare nel tempo, il più possibile. Naturalmente, non si può prevedere quanto può durare una traduzione, e neanche quanto e in che modo si evolverà una lingua. Per fare un esempio, non abbiamo fatto dire a Holden “bella zio”… non gli abbiamo fatto usare un gergo troppo contemporaneo, insomma. Sarebbe invecchiato dopo pochi anni.

2. “Perché ritradurre « The Catcher in the Rye»»” 

Come sono andate le cose con gli eredi di JD Salinger, o con chi ne cura i diritti dopo la sua morte?

Ho avuto rapporti con loro per interposta persona, ovvero attraverso la casa editrice…

Ci spieghi come funziona? JD Salinger non era esattamente un tipo facile… ti hanno dato una sorta di placet, o cosa?

Molto più di così! Innanzitutto abbiamo dovuto convincerli che una nuova traduzione fosse necessaria, e per farlo abbiamo elaborato, in casa editrice, collettivamente, un documento. Ho ancora il file sul computer: «Perché ritradurre The Catcher in the Rye».

Avreste dovuto inserirlo nel libro come bonus track…

Già… dentro ci abbiamo messo tante informazioni, cose emerse nel corso degli anni. Qualche tempo fa, durante una puntata di un programma radiofonico dedicata proprio alla traduzione del giovane Holden, venne fuori questa esigenza: c’era chi spiegava di voler passare il libro ai propri figli, ma era come se il testo non parlasse ai loro ragazzi. Fatto il primo passo, ovvero una volta che gli eredi hanno dato il via libera alla traduzione, hanno valutato il mio curriculum e quello del mio revisore, Anna Nadotti – una grandissima professionista, attualmente sta ritraducendo l’opera di Virginia Woolf. Dopodiché, sono arrivate le prove di traduzione, in colonne da tre, a fronte: originale; traduzione del 1961; proposta mia. Hanno approvato anche le prove. E da ultimo, doveva esserci l’okay definitivo alla stesura finale. Per fortuna la mia editor, Maria Teresa Polidoro, aveva taciuto questa parte dell’accordo, perché avrei potuto andare in paranoia… però alla fine è piaciuta, ecco.

Accidenti, sembra che sia stato più difficile il lavoro precedente che la traduzione in sé.

Guarda, per Holden ho lavorato come raramente capita di poter fare. In genere, nel mio mestiere c’è molta fretta, una fretta dettata dalle uscite, dai piani editoriali e così via. Questa volta ho avuto più tempo, ho impiegato quasi due anni. Ho scritto una prima stesura, prendendomi tutte le libertà del caso: quindi l’ho lasciata riposare, ne ho discusso… questa è una traduzione che è andata avanti “per strati”. Ho fatto una serie di esperimenti, ho provato a metterci un sacco di parolacce, poi le ho tolte… negli ultimi mesi ho capito che c’ero. Che la mia versione, quella che avevo in testa, c’era.

3. Il titolo 

Il libro continua a chiamarsi «Il giovane Holden». L’originale, come si sa, è «The Catcher in the Rye». Come vi siete mossi sotto questo aspetto?

In francese il titolo è «L’attrape-coeurs», l’acchiappacuori. In tedesco è proprio l’equivalente dell’originale «Catcher in the Rye». In spagnolo è “El guardián entre el centeno”… nelle lettere di Adriana Motti è contenuta una sua proposta di titolo, secondo me molto bella, “Il pescatore nella segale”.

Un pochino più sofisticato, forse, del giovane Holden, immediato e di successo incontestabile.

Il problema del titolo ce lo siamo posto, ma fino a un certo punto. Ci abbiamo riflettuto. Qualcuno proponeva di chiamarlo soltanto «Holden», per segnare una differenza con l’edizione del 1961 e togliere questo “giovane” che può apparire troppo connotativo. Poi ci siamo detti: anche dovessimo intitolarlo «Passaggio in India”, che tra l’altro è il libro che tradusse Motti subito dopo Salinger, tutti continueranno a chiamarlo «Il giovane Holden», quindi la discussione è finita lì.

4. Lingua, sintassi e punteggiatura del giovane Holden 

Quali espressioni gergali ti hanno creato più problemi? Penso a parole che Adriana Motti aveva tradotto con “vattelapesca” o cose del genere…

Contrariamente a quanto si pensa, Il giovane Holden ha sì una lingua gergale, ma non così tanto. Ha anche altre caratteristiche linguistiche, che sono un po’ più sottili… sono soprattutto ripetizioni. Quando si legge la traduzione di Adriana Motti, si ricava l’impressione che Holden abbia una lingua estremamente colorita, inventiva – e questo è vero, ma solo in parte. Però, se prendi l’originale, ti rendi conto che c’è dell’altro. Bisogna ricordare che Holden, quando racconta la sua storia, si trova in una clinica psichiatrica, anche se la cosa è solo accennata. E il fatto che non stia bene, nel corso di tutto il suo racconto, emerge con una certa chiarezza. A tratti ha dei veri e propri attacchi di panico. La nostra interpretazione – dico nostra perché mi sono consultato con molte persone – è che il suo linguaggio, il modo in cui parla, fosse strettamente collegato al suo disagio psicologico. Per cui: un sacco di parole ripetute, frasi spezzate… o quelle volte in cui Holden afferma una cosa per smentirla nella stessa frase.

In ogni caso, mi pare che “vattelapesca” sia stato archiviato del tutto.

Sì, “vattelapesca” è ovviamente andato in soffitta. Ho trentasette anni e non ho mai sentito nessuno dire “vattelapesca”. Che poi “vattelapesca”, come tante altre soluzioni adottate da Adriana Motti, traducono due sole parole: “and all”.

Forse anche per questo, prima accennavi al fatto che la traduzione di Motti fosse un po’ troppo creativa.

Vista oggi, sì, decisamente troppo. Però va contestualizzata. È una traduzione di cinquant’anni fa. Immagina di essere una traduttrice che, all’inizio degli anni Sessanta, lavora in Italia. E che si ritrova tra le mani questo testo che sul piano linguistico – ancora adesso – risulta dirompente. Era necessario adottare una strategia. E secondo me la strategia che lei decise di assumere era eccellente. Un traduttore, all’epoca, non aveva i mezzi che ho io. Io ho Google, i forum, ho, in generale, Internet. Posso avere il polso della lingua… per questo dico che, considerando l’epoca in cui lavorava, lei abbia fatto un lavoro mirabolante. Ho consultato l’archivio Einaudi con i carteggi di Motti… lei era anche una scrittrice. Scriveva a Calvino, a Fruttero, richiedeva un’opinione sui suoi testi. Ecco, secondo me lei ha tradotto da scrittrice. Io non sono uno scrittore, sono un traduttore: quando faccio il mio lavoro cerco di nascondermi, il più possibile. Non dico sia la scelta migliore: è il mio punto di vista.

Hai letto la versione di Jacopo Darca?

Sì, ho tenuto presente anche quella traduzione: c’è un’esemplare in una biblioteca di Milano, e l’ho fotografata pagina per pagina… Dai carteggi di Motti, sembrerebbe che “Darca” sia lo pseudonimo di un intellettuale dell’epoca, Corrado Pavolini. Quella versione non funziona: è una traduzione non riuscita, molto spigolosa, ha cose improponibili ed errori marchiani. A tratti ha dei lampi di modernità… ma no, nel complesso non funziona per niente. È piena di strani toscanismi…

Sintassi, punteggiatura: come definiresti i tuoi interventi sotto questi aspetti?

Molto rispettosi. La differenza principale tra le due traduzioni è che la mia è più fedele, a tutti i livelli. Compresa la punteggiatura, e i corsivi. Il libro originale è pieno di corsivi, e noi li abbiamo conservati quasi tutti. Quando l’enfasi data dal corsivo era ottenuta dalla struttura della frase, in alcuni casi, li abbiamo tolti: ma per il resto ci sono tutti.

Nel tuo Holden ci sono, diciamo, esclamazioni più forti rispetto a quello di Motti.

Prima di tutto bisogna dire che in «Holden» non c’è nessun “fucking”. C’è un “fuck you”, una scritta che compare due volte sulle pareti della scuola che frequenta Phoebe, la sorella di Holden… Ma ci sono tantissimi “goddam”; e sessant’anni fa “goddam” aveva tutta un’altra forza nel parlato, per cui abbiamo voluto evidenziarla.

A volte voi traduttori sottoponete i vostri dubbi direttamente agli autori, quando si può. Avendo potuto farlo, cosa avresti chiesto a JD Salinger?

Sai, probabilmente non gli avrei chiesto molto. In realtà non mi si sono presentati dubbi indissolubili. Quando ho tradotto «Falling Man» di Don DeLillo c’era una persona predisposta a rispondere ai dubbi dei traduttori, attraverso una mailing list. Nel caso di DeLillo, che è uno scrittore estremamente ellittico, bisogna unire molti puntini e intuire cosa c’è sotto le sue parole. Con Salinger questo non accade. Rispetto a lui, mi ha dato decisamente più filo da torcere Adriana Motti.

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Il giovanissimo Holden https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-giovane-holden-matteo-colombo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-giovane-holden-matteo-colombo/#comments Mon, 26 May 2014 09:14:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20552 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che venerdì 31 maggio Matteo Colombo racconterà il "suo" Giovane Holden al seminario di traduzione del festival La grande invasione di Ivrea.

Non ci si crede: Il giovane Holden è diventato vecchio. Non esattamente quello che parla inglese, ma il suo alter ego italiano. La gloriosa traduzione di Adriana Motti, con i suoi infanzia schifa, e compagnia bella, palloni gonfiati e bastardi che stanno sul gozzo al protagonista Holden Caulfield e col fischio che gli fanno un favore, risulta un po' datata. Un bel po' datata: 1961. E ai ragazzi non fa più l'effetto di una volta.

Le vendite di questo long seller Einaudi (1,3 milioni in 53 anni) sono in calo; le 38-39 mila copie l'anno del recente passato sono diventate 30 mila. Bisognava fare qualcosa: ritradurre.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Vi segnaliamo che venerdì 31 maggio Matteo Colombo racconterà il “suo” Giovane Holden al seminario di traduzione del festival La grande invasione di Ivrea. (Nella foto: J.D. Salinger. Fonte.)

Non ci si crede: Il giovane Holden è diventato vecchio. Non esattamente quello che parla inglese, ma il suo alter ego italiano. La gloriosa traduzione di Adriana Motti, con i suoi infanzia schifa, e compagnia bella, palloni gonfiati e bastardi che stanno sul gozzo al protagonista Holden Caulfield e col fischio che gli fanno un favore, risulta un po’ datata. Un bel po’ datata: 1961. E ai ragazzi non fa più l’effetto di una volta.

Le vendite di questo long seller Einaudi (1,3 milioni in 53 anni) sono in calo; le 38-39 mila copie l’anno del recente passato sono diventate 30 mila. Bisognava fare qualcosa: ritradurre.

La notizia che Einaudi ha ritradotto Il giovane Holden è uno shock per generazioni di ex adolescenti ingrigiti nel ricordo inviolabile del loro romanzo di culto, ma basta riaprirlo, sebbene con tutta la deferenza e la tenerezza del caso, per constatare (amaramente, molto amaramente) che non regge più. Niente invecchia velocemente come lo slang giovanile e oggi il resoconto in italiano dei tre giorni di fuga, sbronze e straniamento del perturbato sedicenne newyorkese slitta nel lessico da centro anziani. D’alta parte Motti, defunta nel 2009, oggi avrebbe novant’anni.

Così al trentasettenne Matteo Colombo, già traduttore di De Lillo, Eggers, Wallace, Chabon, Palahniuk, Sedaris, Egan, Bukowski e compagnia bella, è stato affidato il delicatissimo compito di restituire al romanzo un tono e un linguaggio che non sia stantio, ma neanche impigliato in giovanilismi iperattuali e caduchi per definizione. Insomma: gli hanno chiesto una traduzione capace di durare vent’anni. Con due anni di lavoro, una buona dose di stress finale, ma anche di divertimento, Colombo ha eseguito brillantemente l’incarico più importante della sua carriera, restituendo a Holden la sua giovinezza e una voce pulita che parla a questo tempo. Ma non a questi minuti.

La prima cosa che Colombo ha scoperto leggendo il testo originale (elusivo fin dal titolo The Catcher in the Rye che, letteralmente, suona L’acchiappatore nella segale: da qui, la decisione di chiamarlo Il giovane Holden) è la modernità: «Sembra scritto l’altro ieri e ti fa riflettere su quanto fu dirompente quando uscì in America, nel 1951. Adriana Motti ha fatto un lavoro straordinario per restituire quello shock linguistico: non disponendo degli strumenti che hanno i traduttori di oggi per appurare quanto questo shock corrispondesse alla realtà linguistica quotidiana degli adolescenti, ha inventato una lingua. La differenza più rilevante fra le due traduzioni sta nel fatto che, oltre mezzo secolo dopo, io mi sono potuto permettere una maggiore fedeltà».

Tradurre, tradire: nell’antico dissidio, Colombo si schiera dalla parte della fedeltà e della sparizione totale del traduttore che, secondo lui, meno si vede meglio è. Ma, nella prima rapida stesura, stavolta si è preso più libertà del solito, salvo poi restiturle per ripensamenti suoi o in seguito alle numerose riunioni con lo staff di editor e traduttori Einaudi (coinvolti nell’operazione: Maria Teresa Polidoro, Anna Nadotti, Susanna Basso, Andrea Canobbio e Grazia Giua). «Ma, se non fossi andato così libero e veloce all’inizio, dopo avrei faticato molto di più, perché quella prima stesura ha costituito le basi del lavoro». In quella fase è stata presa una decisione drastica: il past simple inglese è stato tradotto col passato prossimo, via tutti gli andai, finii, dissi, della precedente traduzione, ed è già una boccata di aria fresca.

Hanno resistito due e compagnia bella, marchio di fabbrica della versione Motti che traducevano gli ossessivi and all (ricorrono 222 volte), ma poi sono stati cassati e sostituiti con e via dicendo o e tutto quanto. Poi c’era il problema delle parolacce: Holden impreca parecchio: 156 goddam che non potevano diventare i dannazione o i dannato di un ammiraglio in ritiro. «Ho interpellato Mario Corona, il traduttore di Whitman, per avere il parere di una persona più anziana: mi ha confermato che all’epoca goddam era più forte di come lo percepiamo oggi, quindi abbiamo introdotto un bel po’ di cazzo, che nel linguaggio contemporaneo ha lo stesso peso. Poi, nelle stesure successive, qualcuno lo abbiamo levato».

Un’altra parola su cui si è lavorato parecchio è phony (30 ricorrenze): «Motti la traduce in modi diversi: finto, pallone gonfiato, sbruffone, ma per un ragazzo che divide il modo fra bene e male – e tutto quel che è male è phony – serviva una parola unica, quasi ipnotica. Ho pensato a finto, ma non funzionava e ci ho rinunciato, a malincuore, perché è una traduzione precisa e fedele che va bene per le persone e le cose, ma poteva risultare troppo giovanilista. Allora ho scelto ipocrita che comporta una perdita di registro – perché ha un registro più alto – ma fino a un certo punto, dato che è un termine molto usato e non serve un vocabolario tanto vasto per conoscerlo».

Oltre alla gloriosa traduzione Motti per Einaudi, ce n’era stata una del 1952 uscita quasi clandestinamente a un anno dalla pubblicazione del romanzo in America: l’aveva fatta Jacopo Darca per l’editore Casini che scelse l’infelice titolo Vita da uomo: un flop dimenticato. Ma, alla Biblioteca Sormani di Milano, Colombo si è procurato una copia sbricolata di quella traduzione per fare i suoi confronti: forse era più fedele di quella Motti. Questo per dire che avvicinandosi a un cult da 65 milioni di copie conviene prendere ogni cautela. Anche perché Il giovane Holden è comunque un caso a parte: «Presenta una gamma di difficoltà abbastanza unica. Le lingue degli scrittori su cui ho lavorato negli ultimi quindici anni sono tutte uguali e con DeLillo o Egan i problemi sono riconducibili a una serie di macrogruppi, invece Holden è un ecosistema separato. Nell’approccio a un romanzo in cui non succede quasi niente, perché è fatto tutto di lingua, abbiamo tenuto presente il suo modo di usare il linguaggio come strumento di difesa. È tutto estremamente psicologico».

Ma perché le traduzioni invecchiano e i romanzi meno? «Non è sempre vero, anche i romanzi sentono gli anni. Però le lingue sono organismi autonomi, la loro evoluzione è determinata da fattori così ampi e specifici dei Paese in cui sono parlate che i binari non viaggiano in parallelo, ma in base a quel che succede nella cultura, nella politica e storia di ogni Paese: per ogni parola le divergenze sono incontrollabili. Holden è più soggetto all’invecchiamento perché è espressionista nella lingua, la lingua specifica di una precisa età anagrafica che si evolve molto più rapidamente».

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Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta) https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/ https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/#comments Mon, 21 Apr 2014 09:38:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20130 Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta […]

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Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta ora da Silvia Pareschi. Prima del Punto, di Means in Italia erano uscite altre due raccolte di racconti (ne ha scritte quattro in tutto, solo la prima A Quick Kiss of Redemption non è tradotta): Il pesce rosso segreto (2004) pubblicato da Einaudi nel 2006 sempre con la traduzione di Silvia Pareschi; e Episodi incendiari assortiti (2000) pubblicato da minimum fax nel 2003 tradotti da Matteo Colombo. Un’introduzione amorosa all’opera di Means la potete trovare su Rivistastudio, in un articolo di Cristiano De Majo, qui. Una lunga, bellissima, intima intervista gliela fece ormai dieci anni fa Martina Testa e la potete trovare qui.
Quello che invece potete leggere qui sotto è un brevissimo racconto tratto dalla raccolta
Episodi incendiari assortiti. Buona Pasquetta con David Means. Tanto noi ne continueremo a parlare, anche a breve.

di David Means

Non voglio più che nei miei racconti la gente muoia. D’ora in poi dovrà essere una vita meravigliosa. La luce della sera che si vede dal traghetto per l’isola baluginerà un istante per poi sparire dietro l’orizzonte, portandosi dietro l’ultimo spicchio di sole; loro due si appoggeranno sul parapetto spalla contro spalla, avvertiranno il tenue rollio della barca, e sapranno che una volta arrivati al bed and breakfast – il sacchettino di pot pourri appeso nell’armadio e la mentina sul cuscino – si svestiranno e si ammireranno a vicenda nel loro nudo splendore. Il giorno dopo affitteranno due biciclette e pedaleranno controvento finché non avranno le cosce indolenzite (a casa, in città, non vanno mai in bicicletta); andranno a fare un pic-nic lontano, sull’altro capo dell’isola, in una caletta riparata dal vento. Di tanto in tanto un soffio di vento spargerà sabbia sulla loro insalata di patate. Lì si baceranno lentamente e lui le leccherà la salsedine dalle labbra e si stupirà del contrasto tra il calore della sua bocca e il freddo intenso dell’aria in fondo alla cala, dove si infrangono le onde. Tornando indietro, questa volta con il vento a favore, proveranno l’ebbrezza di un jet che sfreccia lasciando la scia, allargheranno le braccia, spinnaker per catturare il vento. Parcheggeranno le biciclette sulla veranda, chiuderanno i lucchetti delle catene e si dirigeranno a passi incerti verso l’ingresso, con le gambe che non li reggono. Dio come saranno stanchi, con le gambe meravigliosamente molli, come se poggiassero i piedi a terra per la prima volta dopo anni; e nell’angoscia di quello sfinimento faranno l’amore di nuovo, su in camera, semisvestiti, dopodiché si addormenteranno saltando la cena, svegliandosi soltanto quando ormai fuori è già buio pesto e con il brivido del temporale che imperversa, con la sensazione appena percepibile di essersi persi qualcosa, qualcosa di estremamente importante. Nel corridoio la porta cigola e l’uomo laggiù in fondo, che loro immaginano essere un lupo solitario, avanza lentamente verso il bagno (in comune), e tutti e due restano in ascolto, trattenendo il fiato per sentire lo scroscio della pipì nell’acqua, che non li fa più ridere come la prima volta che l’hanno sentito, al mattino, ma che ora suona invece come qualcosa che va fatto, acqua fredda e immobile contro altra acqua in una tazza di porcellana. Se nel racconto nessuno morirà, ecco come andrà a finire: con loro due che il giorno dopo salgono di nuovo sul traghetto e fanno ritorno alla terraferma, osservando il paesaggio scivolare dietro la barca, con i gabbiani che sfrecciano al di sopra della scia, e l’iniziale forma a V della scia stessa che si allarga stemperandosi nell’eterno tumulto dell’Oceano Atlantico settentrionale.

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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di Jennifer Egan

Dopo l’incidente, diventai meno visibile. Non nel senso ovvio che andavo a meno feste e non mi si vedeva più in giro. O almeno non solo. Nel senso che, dopo l’incidente, diventò letteralmente più difficile vedermi.

Nel ricordo, l’incidente ha acquisito una sua aspra e abbagliante bellezza: la luce bianca del sole, un lento e ripetuto volteggio nello spazio, come su una di quelle giostre i cui abitacoli ruotano su una piattaforma rotante a sua volta (da sempre le mie preferite), la sensazione che il mio corpo si muovesse più veloce del veicolo che lo conteneva e in senso opposto. Quindi una luminosa, ramificata incrinatura, io che sfondo il parabrezza e volo all’esterno, insanguinata e terrorizzata e confusa.

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Arriva in libreria Guardami di Jennifer Egan, tradotto da Matteo Colombo e Martina Testa. Pubblichiamo qui l’incipit, ringraziando tutti i lettori di minima&moralia per i commenti e i suggerimenti con cui hanno accolto il lancio del nuovo sito. (Immagine: Necklace or Anatomy, Man Ray.)

di Jennifer Egan

Dopo l’incidente, diventai meno visibile. Non nel senso ovvio che andavo a meno feste e non mi si vedeva più in giro. O almeno non solo. Nel senso che, dopo l’incidente, diventò letteralmente più difficile vedermi.

Nel ricordo, l’incidente ha acquisito una sua aspra e abbagliante bellezza: la luce bianca del sole, un lento e ripetuto volteggio nello spazio, come su una di quelle giostre i cui abitacoli ruotano su una piattaforma rotante a sua volta (da sempre le mie preferite), la sensazione che il mio corpo si muovesse più veloce del veicolo che lo conteneva e in senso opposto. Quindi una luminosa, ramificata incrinatura, io che sfondo il parabrezza e volo all’esterno, insanguinata e terrorizzata e confusa.

La verità è che non ricordo nulla. L’incidente avvenne di notte, durante un acquazzone estivo su un tratto d’autostrada deserto circondato da campi di mais e soia, a qualche chilometro da Rockford, la città dell’Illinois in cui sono nata. Schiacciai il freno e la mia faccia si schiantò contro il parabrezza, facendomi perdere i sensi all’istante. Mi fu così risparmiato il batticuore della macchina che dalla carreggiata sbandava in un campo di mais, si ribaltava più volte, prendeva fuoco e infine esplodeva. Gli airbag non si aprirono. Avrei potuto fare causa, naturalmente, ma non avendo la cintura allacciata fu probabilmente un bene che non si fossero aperti, con il rischio di decapitarmi, aggiungendo, come dire, al danno la beffa. Il parabrezza infrangibile resse in effetti abbastanza bene l’impatto con la mia testa, tanto che pur essendomi rotta praticamente tutte le ossa della faccia, di cicatrici visibili quasi non me ne sono rimaste.

Devo la vita a un cosiddetto «buon samaritano», una persona che mi estrasse dai rottami in fiamme così velocemente da lasciarmi bruciare soltanto i capelli, che mi adagiò con delicatezza sul bordo del campo di mais, chiamò un’ambulanza, descrisse con una certa precisione il luogo in cui mi trovavo e poi, con una modestia che a me pare addirittura perversa, per non dire antiamericana, scelse di dileguarsi rimanendo anonima, anziché prendersi il merito di gesti così nobili. Un automobilista di passaggio e che andava di fretta, qualcosa di simile.

L’ambulanza mi portò al Rockford Memorial Hospital, dove mi ritrovai nelle mani di tale dottor Hans Fabermann, straordinario chirurgo plastico ricostruttivo. Quando quattordici ore dopo riemersi dall’incoscienza, fu proprio il dottor Fabermann che trovai seduto al mio fianco, un signore anziano con la mascella ampia e forte, e ciuffi di peli bianchi che spuntavano da entrambe le orecchie, anche se buona parte di queste cose non le vidi quella sera. Ci vedevo a malapena. Con calma, il dottor Fabermann mi spiegò che ero stata fortunata: mi ero rotta le costole, un braccio e una gamba, ma non avevo lesioni interne. Il mio viso si trovava nel bel mezzo di quello che lui definì un «momento di grazia» prima che subentrasse il «gonfiore grottesco». Se avesse operato immediatamente, avrebbe potuto giocare d’anticipo sulla mia «grave asimmetria», vale a dire la disconnessione dei miei zigomi dalla parte superiore del cranio, e della mandibola da quella «mediana». Io non avevo idea di dove mi trovavo, né di cosa mi fosse successo. Sentivo il viso intorpidito, vedevo doppio e appannato, e provavo una strana sensazione intorno alla bocca, come se i denti superiori e quelli inferiori fossero disallineati. Sentendo una mano sulla mia, mi resi conto che accanto al letto c’era anche mia sorella Grace. Avvertii la vibrazione del suo terrore, che instillò in me un ben noto desiderio di tranquillizzarla, Grace che mi si rannicchiava contro durante un temporale, odore di cedri, foglie bagnate… Va tutto bene, avrei voluto dirle. È un momento di grazia.

«Se non operiamo subito, poi dovremo aspettare cinque o sei giorni perché il gonfiore si riduca», disse il dottor Fabermann.

Cercai di parlare, di acconsentire, ma nessuna delle parti mobili della mia testa voleva muoversi. Produssi uno di quei gorgoglii soffiati che emettono i personaggi dei film in fin di vita per le ferite di guerra. Poi chiusi gli occhi. Ma il dottor Fabermann dovette capire, perché mi operò quella sera stessa.

Dopo dodici ore di intervento, durante le quali ottanta viti di titanio vennero impiantate nelle ossa distrutte del mio viso per riconnetterle e tenerle unite; dopo che la testa mi fu incisa da un orecchio all’altro affinché il dottor Fabermann potesse scollarmi la pelle dalla fronte e riattaccarmi gli zigomi alla parte superiore del cranio; dopo che mi furono praticate in bocca alcune incisioni per connettere la mandibola inferiore a quella superiore; dopo undici giorni durante i quali mia sorella si librò intorno al mio letto come un impressionabile angelo, mentre suo marito Frank Jones, che disprezzavo e mi disprezzava a sua volta, restava a casa con le mie due nipoti femmine e il nipote maschio, dopo tutto ciò venni dimessa dall’ospedale.

Ritrovandomi a uno strano bivio. Avevo passato la giovinezza ad attendere l’occasione per fuggire da Rockford, Illinois, cosa che avevo fatto non appena mi era stato possibile. Ero tornata di rado, con rammarico dei miei genitori e di mia sorella, e quelle poche visite erano state precipitose, umorali e brevi. Nella vita reale, o almeno in quella che concepivo come tale, mi ero data da fare per nascondere i miei legami con Rockford, raccontando alla gente, se proprio dovevo raccontare qualcosa, che ero di Chicago. Ma per quanto dopo l’incidente desiderassi tornare a New York, camminare a piedi nudi sulla morbida moquette bianca del mio appartamento al venticinquesimo piano affacciato sull’East River, il fatto che vivessi da sola lo rendeva impossibile. Avevo la gamba destra e il braccio sinistro incastonati nel gesso. Il mio viso stava entrando nella «fase acuta della guarigione»: lividi neri che si estendevano fino al petto, il bianco degli occhi divenuto di un rosso mostruoso; una testa gonfia, grossa quanto un pallone da basket, con la sommità coperta di punti (un miglioramento, rispetto alle graffette che avevano usato inizialmente). Avevo il cranio parzialmente rasato, e i pochi capelli rimasti erano strinati, fetidi e venivano via a ciocche. Il dolore, grazie al cielo, non era un problema: i danni ai nervi mi avevano lasciato pressoché insensibile, specie dagli occhi in giù, anche se soffrivo di mal di testa lancinanti. Volevo rimanere nei paraggi del dottor Fabermann, che però, con tipico autolesionismo da Midwest, sosteneva che avrei trovato un suo equivalente chirurgico altrettanto capace, se non superiore, a New York. Ma New York era per i forti, e io ero debole, debolissima! Dormivo quasi sempre. Mi sembrava appropriato cullare la mia debolezza in un posto che avevo sempre associato ai miti, ai deboli e agli inutili.

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Scatola nera – Il finale https://minimaetmoralia.it/letteratura/scatola-nera-prima-parte/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/scatola-nera-prima-parte/#comments Thu, 01 Nov 2012 09:00:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9931 Ieri è stato diffuso su Twitter il finale del racconto di Jennifer Egan Scatola nera. Lo ripubblichiamo qui e vi ricordiamo che da oggi Scatola nera è disponibile esclusivamente in ebook. (Traduzione di Matteo Colombo.)

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Neppure doti da nuotatrice sovrumane possono farti attraversare per intero un mare nero-blu.

Non può fartelo attraversare il fatto di fissarlo con smaniosa ferocia dalla punta di un molo.

Quando al tuo corpo sono stati forniti poteri eccezionali, è scioccante incontrare un abisso tra i tuoi desideri e le tue capacità.

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Ieri è stato diffuso su Twitter il finale del racconto di Jennifer Egan Scatola nera. Lo ripubblichiamo qui e vi ricordiamo che da oggi Scatola nera è disponibile esclusivamente in ebook. (Traduzione di Matteo Colombo.)

40

Neppure doti da nuotatrice sovrumane possono farti attraversare per intero un mare nero-blu.

Non può fartelo attraversare il fatto di fissarlo con smaniosa ferocia dalla punta di un molo.

Quando al tuo corpo sono stati forniti poteri eccezionali, è scioccante incontrare un abisso tra i tuoi desideri e le tue capacità.

Da millenni, gli ingegneri mettono in grado gli esseri umani di compiere imprese mitiche.

Tuo marito è un ingegnere.

I bambini cresciuti in mezzo agli animali selvatici imparano a individuare i movimenti anomali nel paesaggio.

Questa particolare sensibilità, unita al genio scientifico, ha fatto di tuo marito un eroe della sicurezza dello stato.

Vivere in intimità con un altro essere umano può insegnarti a osservare ciò che ti circonda così come lo farebbe lui.

Lungo una costa rocciosa, il movimento anomalo è quello di un oggetto che ondeggia a ritmo con l’acqua sotto delle frasche sporgenti.

Con tutta probabilità, un motoscafo nascosto dal tuo nuovo ospite come mezzo di fuga in caso di emergenza.

La chiave sarà all’interno.

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Scivola tra i rami e sali a bordo dell’imbarcazione. Slegala e cala il motore nell’acqua.

Sii grata per quei laghi a nord di New York, dove hai imparato a pilotare un motoscafo.

Ravviati i capelli con il braccio funzionante e tenta di fare un sorriso grande e spensierato.

Il sorriso è come uno scudo: ti immobilizza il viso in una maschera di muscoli dietro la quale puoi nasconderti.

Un sorriso è come una porta aperta e chiusa al tempo stesso.

Gira la chiave e dai gas al motore una sola volta, quindi punta verso il mare nero-blu accelerando al massimo.

Saluta con la mano e ridi forte passando davanti alla guardia esterrefatta e insonnolita.

Vira seguendo una rotta a zigzag fino a quando non sarai più a portata di sparo.

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All’esultanza della fuga seguirà quasi immediatamente un’ondata di dolore straziante.

La casa, i suoi occupanti, perfino gli spari sembreranno fantasmi, davanti a questa fragorosa immediatezza.

Se il dolore ti rende impossibile pensare, concentrati esclusivamente sulla navigazione.

Noi siamo in grado di intervenire soltanto in alcuni specifici Punti Caldi geografici.

Navigando verso un Punto Caldo, invia il segnale d’emergenza premendo ininterrottamente il pulsante dietro il tuo ginocchio per 60 secondi.

Devi rimanere cosciente.

Se può aiutarti, pensati tra le braccia di tuo marito.

Se può aiutarti, pensati nel vostro appartamento, dove il pugnale da caccia di suo nonno è esposto in una teca di plexiglas.

Se può aiutarti, pensa di raccogliere i piccoli pomodori che d’estate coltivi sulla vostra scala antincendio.

Se può aiutarti, pensa che i contenuti del Picco Dati contribuiranno a sventare un attentato in cui sarebbero morti migliaia di americani.

Anche senza nessuna forma di potenziamento artificiale delle proprie capacità, si può pilotare un’imbarcazione in stato semicosciente.

Gli esseri umani sono sovrumani.

Fatti guidare dalla luna e dalle stelle.

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Raggiunta approssimativamente la posizione di un Punto Caldo, spegni il motore.

Ti ritroverai in un buio e in un silenzio assoluti.

Se lo desideri, puoi stenderti sul fondo del motoscafo.

Il fatto che tu ti senta morire non significa che morirai.

Ricorda che, se dovessi morire, il tuo corpo restituirà comunque una miniera di informazioni cruciali.

Ricorda che, se dovessi morire, le tue Istruzioni Operative conterranno il registro della missione e le indicazioni per chi ti succederà.

Ricorda che, se dovessi morire, il semplice fatto di essere riuscita a consegnarci la tua persona fisica costituirà il tuo trionfo.

Il movimento della barca sull’acqua ti ricorderà quello di una culla.

Ricorderai tua madre che ti cullava tenendoti in braccio da bambina.

Ricorderai che ti ha sempre amato intensamente e con tutta se stessa.

Scoprirai di averla perdonata.

Comprenderai che ti ha tenuto nascosta l’identità di tuo padre perché convinta che il suo inesauribile amore ti sarebbe bastato.

Il desiderio di dire a tua madre che la perdoni è un altro dei motivi per cui devi arrivare a casa viva.

Pur non essendo in grado di aspettare, dovrai farlo.

Non possiamo dirti in anticipo da che direzione proverranno i soccorsi.

Possiamo solo garantirti che non abbiamo mai fallito nel recuperare una cittadina-agente, viva o morta, che avesse raggiunto un Punto Caldo.

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Nei Punti Caldi non fa caldo.

Anche una notte tiepida diventa gelida, sul fondo bagnato di una barca.

Le stelle sono sempre al loro posto, sparpagliate e luccicanti.

Guardare il cielo dal basso può darti la sensazione di fluttuare, sospesa, guardandolo dall’alto.

L’universo sembrerà galleggiare sotto di te nel suo latteo e baluginante mistero.

Solo notando una donna identica a te, raggomitolata e sanguinante sul fondo di una barca, capirai cos’è successo.

Hai avviato la Tecnica Dissociativa senza volerlo.

Non corri alcun pericolo.

Privata del dolore, puoi veleggiare libera nel cielo notturno.

Privata del dolore, puoi realizzare il sogno di volare che coltivavi da bambina.

Tieni sempre sott’occhio il tuo corpo: se la mente perde di vista il corpo, potrebbe poi essere difficile – se non impossibile – riunirli.

Mentre fluttui nel cielo notturno, potresti percepire tra le raffiche di vento un suono ritmico e continuo.

Il rumore di un elicottero è intrinsecamente minaccioso.

Un elicottero a luci spente è una creatura a metà strada tra un pipistrello, un uccello e un insetto mostruoso.

Resisti all’impulso di fuggire da quell’apparizione: è venuta a salvarti.

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Sappi che, rientrando nel tuo corpo, accetti di essere nuovamente devastata dal dolore fisico.

Sappi che, rientrando nel tuo corpo, accetti di intraprendere una scioccante reimmersione in una vita alterata.

Ci sono cittadine-agenti che hanno deciso di non tornare.

Hanno abbandonato i loro corpi, e ora brillano splendidamente nel cielo.

Nel nuovo eroismo, l’obiettivo è trascendere i dolori e gli amori meschini della vita individuale in favore di un’abbagliante collettività.

Puoi immaginare che le stelle pulsanti siano gli spiriti eroici delle agenti-bellezze del passato.

Puoi immaginare il cielo come un vasto schermo costellato dai loro puntini di luce.

46

Se desideri rientrare nel tuo corpo, è essenziale che tu lo raggiunga prima dell’elicottero.

Se può aiutarti, conta alla rovescia.

All’otto, dovresti essere abbastanza vicina da vederti i piedi nudi e sporchi.

Al cinque, dovresti essere abbastanza vicina da vedere il vestito insanguinato in cui è avvolta la tua spalla.

Al tre, dovresti essere abbastanza vicina da vedere le fossette per cui ti facevano i complimenti da bambina.

Al due, dovresti udire il lieve lamento del tuo respiro.

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Una volta rientrata nel tuo corpo, osserva la lenta e sussultante discesa dell’elicottero.

Può apparire come lo strumento di un mondo puramente meccanico.

Può sembrare che sia venuto a distruggerti.

Può essere difficile credere che al suo interno vi siano degli esseri umani.

Non lo saprai per certo fino a quando non li vedrai, accovacciati lassù, con la tensione della speranza sul viso, pronti a saltare.

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Jennifer Egan: dal quaderno a Twitter https://minimaetmoralia.it/interviste/jennifer-egan-dal-quaderno-a-twitter/ https://minimaetmoralia.it/interviste/jennifer-egan-dal-quaderno-a-twitter/#comments Thu, 25 Oct 2012 09:38:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9924 Pubblichiamo un'intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà "twittato" dall'account minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo).

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Pubblichiamo un’intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà “twittato” dallaccount minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo). Le sue storie sono commedie umane che conservano una sapienza ottocentesca unita a una curiosità mai ovvia per la tecnologia. Il tempo è un bastardo contiene un capitolo svolto interamente come una presentazione in Power Point e in questi giorni sta sperimentando, sul New Yorker, la scrittura di un romanzo attraverso Twitter.

È stato il New Yorker a suggestionarla o è un’idea sua?

Totalmente mia. Addirittura in un primo momento, quando ho sottoposto alla rivista la trama del racconto che avrei scritto, non ho detto che avrei voluto scriverlo su Twitter, perché temevo che non avrebbero accettato. Solo dopo che loro hanno accettato la mia proposta, gli ho spiegato che avrei voluto che uscisse con la formula dei tweet. E anche allora, temevo che si sarebbero tirati indietro. Invece hanno sposato il progetto per come era, e con entusiasmo. Ne sono rimasta sorpresa, e felice, io stessa.

Perché ha scelto per questo progetto una trama noir?

È successo in maniera naturale. Da un po’ di tempo mi cullavo con l’idea di scrivere una spy story al femminile, e quindi di esplorare il regno del noir in tutta la sua estensione. Twitter, per la sua doppia valenza pubblica e privata, mi è sembrato molto vicino all’idea dello spionaggio. C’è qualcosa di intimamente segreto nel linguaggio di Twitter. Una voce narrativa che si fosse espressa attraverso i tweet, avrebbe contenuto naturalmente questa ambiguità pubblico/privato. Il registro mentale di una spia compresa nella sua missione, si sposa con facilità a questo tipo di struttura.

L’ha scritto tutto insieme, o tweet per tweet?

Ho scritto tutto a mano in un quaderno di appunti giapponese, costituito da otto rettangoli in ogni pagina. Potete vedere qui l’immagine. In alcuni mesi, ho riempito cinque o sei pagine del mio quaderno, fino ad avere una prima stesura. Ma era lunghissimo, probabilmente il doppio di quello che poi è stato effettivamente pubblicato. Quindi l’ho ribattuto al computer e ci ho lavorato come fosse un manoscritto. I piccoli brani, i tweet, erano separati uno dall’altro da spazi bianchi.

Di solito come lavora quando scrive? Prepara una scaletta?

No. quando inizio, no. Per esempio “Il tempo è un bastardo” nasce da un’immagine: una donna che ruba il portafoglio di un’altra donna in una toilette. È un episodio che mi è successo davvero. Ero a New York, e dovevo prendere un aereo. Mi sono ritrovata senza niente: soldi, carte, biglietto. Ero disperata. In quel momento mi squilla il telefono. Era una donna. Sono di City Bank, mi ha detto, sappiamo che ha perso il portafoglio e noi siamo qui per aiutarla. Ero felicissima. Sono scoppiata a piangere per l’ansia. Lei mi ha consolato e poi ha mi ha chiesto varie informazioni, e tra queste il pin del bancomat. E io gliel’ho dato. Pazzesco, no? Perché la persona al telefono, ho capito soltanto dopo, era la ladra stessa. Che mi ha svuotato il conto. Questa conversazione mi ha ossessionato a lungo. Mi sono chiesta se lavorasse davvero in una banca, perche aveva un lessico e anche una intonazione della voce davvero perfette, e alle sue spalle si sentivano voci e gente che batteva a macchina. Chi era questa donna? Sono partita da lì. Anche in quel caso scrivendo prima a mano e poi copiando sul computer. Per me il rapporto tra segno scritto e schermo, è una specie di dialettica tra libertà creativa e organizzazione.

Il tempo è un bastardo è un romanzo con una costruzione temporale complicata. Va avanti e indietro nel tempo dalla fine degli anni settanta fino al 2020. L’ha scritto in maniera cronologia?

No. All’inizio non pensavo nemmeno che sarebbe diventato un romanzo. Volevo scrivere un racconto che avesse come tema l’industria discografica, il passaggio dall’analogico al digitale, da un business ricchissimo all’attuale crisi. Ho scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo, quello del furto del portafoglio, e poi il secondo. Ma a quel punto. sono diventata curiosa di scoprire l’origine dell’abitudine di Bennie di bere scaglie d’oro sciolte nel caffè. E ho proseguito così, inseguendo su e giù nel tempo le mie curiosità sui personaggi. È stata la curiosità, non la cronologia a costituire la struttura.

Lei ha definito il suo romanzo come una sorta di concept album.

Ho pensato a un concept album solo in un secondo momento, quando ho capito che il libro era diviso in due parti: prima e dopo l’11 settembre. Come un lato A e un lato B. All’inizio, dopo che ho capito che sarebbe diventato un romanzo, mi sono data tre regole: ogni capitolo avrà un protagonista diverso, ogni capitolo avrà un sentimento, un approccio tecnico e uno stile diversi, ogni capitolo avrà una sua autonomia di senso, potrà essere letto anche senza sapere cosa viene prima o dopo. Come tanti racconti, appunto.

Non scrive mai di se stessa?

Non sono capace. Non funziona. Non so cosa debba essere la letteratura, non è una regola generale, ma per me l’autobiografia non funziona. Ovvio che uso le mie emozioni, ma le metto in personaggi immaginari.

So che lei lavora con un gruppo di lettura. Da chi è composto e che regole ha.

Non sono persone famose. Sono amici di New York. All’inizio, circa 20 anni fa, eravamo tutti allievi di un corso tenuto da un poeta. Uno di noi legge, gli altri semplicemente ascoltano. La cosa interessante è che non ci sono mai fotocopie o testi scritti. In questo modo, ascoltando, si colgono dettagli che alla lettura sfuggono. I testi che porto al gruppo sono ancora molto acerbi, mentre quelli che consegno all’editore sono passati attraverso molte stesure. Ma questo non significa che non abbia con l’editore ulteriori scambi di opinioni. Ad esempio il capitolo in Power Point non c’era quando il libro è stato acquistato. Avevo tentato di mettercelo ma non aveva funzionato e mi ero arresa. Ma l’editore ha insistito, perché pensava che sarebbe stato necessario vedere Sascha nella sua vita futura. Mi ha spinto a riprovare e alla fine sono riuscita a scriverlo.

Ne Il tempo è un bastardo c’è un capitolo ambientato in Italia. Ha vissuto qui per un periodo?

La prima volta che sono stata a Napoli era il 1997. Mentre ero lì pensavo che avrei voluto scriverne. Di solito non mi succede. Deve passare un po’ di tempo perché recuperi dei ricordi e decida di usare un luogo e una situazione per una storia. Ma a Napoli ero talmente attratta dalla sensazione di duplicità che emana da quella città: da una parte la storia, forte, potente, sana, dall’altra la decadenza del presente. Questo contrasto era molto evocativo per me. Ho deciso subito che ne avrei scritto e ho preso moltissimi appunti.

Gli ebook cambieranno il nostro modo di leggere?

Non lo so, davvero. Io ho un iPad ma non amo moltissimo leggerci sopra. Soprattutto perché non riesco mai a capire a che punto sono del libro. Mi manca il peso delle pagine da una parte all’altra.  Ma le persone amano i lettori digitali e i tablet. Sono oggetti di affezione ed è bello che abbiano a che fare anche con i libri. Questo probabilmente significherà che i romanzi non spariranno. Ho una pregiudizio però: che la gente legga gli ebook con meno attenzione rispetto ai libri di carta. Ma non ho nessuna prova, è solo una sensazione. E io faccio sempre attenzione a non trasformare le mie sensazioni in idee sul mondo. E poi non voglio essere vittima della nostalgia di mezza età.

Il tempo è un bastardo diventerà una serie per HBO. La scriverà lei?

Non la scriverò io, perché non me l’hanno chiesto. E perché non saprei come fare, non guardo molta televisione. Ed è un lavoro che richiederebbe molto tempo, mentre io voglio scrivere un altro libro. E non voglio tornare su quello che ho già scritto, probabilmente mai più. Meglio che lo facciano degli specialisti, che lo faranno sicuramente meglio di me.

Le piacciono le serie televisive americane?

Moltissimo. La prima volta che ho visto The wire sono rimasta stregata. Era una specie di droga, non riuscivo a fare altro, non volevo uscire di casa, non avevo più neanche voglia di leggere. Sono i nostri feuilleton. I nostri Dickens, o George Eliot.

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Sorelle della luna https://minimaetmoralia.it/estratti/sorelle-della-luna/ https://minimaetmoralia.it/estratti/sorelle-della-luna/#respond Wed, 14 Dec 2011 10:47:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5948 Pubblichiamo stamattina un racconto inedito di Jennifer Egan, vincitrice del Premio Pulitzer 2011 per la narrativa con il romanzo «Il tempo è un bastardo», e ringraziamo Matteo Colombo per la traduzione. Il racconto fa parte dello Speciale Jennifer Egan che trovate sul sito di minimum fax.

di Jennifer Egan

Silas ha la testa rotta. È successo ieri notte davanti al Limited, un locale all’angolo tra Geary e Powell Street. Nessuno di noi ha visto. Silas dice che la rissa è scoppiata per una donna, e che ha vinto lui. «Ma amico mio, se sei conciato da far schifo», dice l’irlandese ridendo, accartocciando le parole nel suo accento. Silas dice che dovevamo vedere l’altro.

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Pubblichiamo stamattina un racconto inedito di Jennifer Egan, vincitrice del Premio Pulitzer 2011 per la narrativa con il romanzo «Il tempo è un bastardo», e ringraziamo Matteo Colombo per la traduzione. Il racconto fa parte dello Speciale Jennifer Egan che trovate sul sito di minimum fax.

di Jennifer Egan

Silas ha la testa rotta. È successo ieri notte davanti al Limited, un locale all’angolo tra Geary e Powell Street. Nessuno di noi ha visto. Silas dice che la rissa è scoppiata per una donna, e che ha vinto lui. «Ma amico mio, se sei conciato da far schifo», dice l’irlandese ridendo, accartocciando le parole nel suo accento. Silas dice che dovevamo vedere l’altro.
Si sistema la fasciatura in testa e alza gli occhi verso le palme, che su Union Square spargono un rumore come di pioggia. Silas ha il fisico robusto di quei compagni di liceo che, lo sai, potrebbero sollevarti di peso e portarti in giro come una borsa. Ma la faccia è vecchia. Indossa un giaccone militare frusto, con le tasche sempre gonfie di cose. Una volta ha tirato fuori un ditale d’argento e me l’ha piazzato in mano senza dire una parola. Non può essere argento vero, ma io l’ho conservato lo stesso.
Mi pare che Silas abbia combattuto in Vietnam. Una volta ha detto: «È il 1974, e sono ancora vivo», come se stentasse a crederci.
«E dove sarebbe?» chiede l’irlandese, tutto spiritoso.  «Dov’è questo tizio con la faccia mezza spaccata?»
Angel e Liz si mettono a ridere, non so perché. «Dov’è questa donna per cui vi siete pestati?» vorrei chiedere io.
Silas fa spallucce, sorride. «Si è messo paura ed è scappato.»

***

San Francisco è nostra, ci abbiamo messo la firma sopra cento volte: SORELLE DELLA LUNA.  Sulle piastrelle lucide dentro lo Stockton Tunnel, lungo i fianchi di quegli edifici che sembrano blocchi di sale sui moli vuoti vicino all’Embarcadero. Con l’argento e un altro colore, di solito blu o rosso. A verniciare sono Angel e Liz. Io faccio da palo. Mentre loro spruzzano con le bombolette, io muoio di paura. Per calmarmi, mi dico che se arriva la polizia o qualcuno in macchina si ferma e si mette a gridarci contro, io prendo e me ne vado, mollo Angel e Liz come se non le avessi mai viste in vita mia. Dopo, quando la vernice è fresca e ce ne andiamo saltellando in punta di piedi, mi vergogno tantissimo, penso: E se loro lo scoprissero? Probabilmente mi scaricherebbero, che sarebbe anche peggio di farsi beccare. Perfino di andare in galera. Rimarrei sola nell’universo.
Quasi tutti attraversano Union Square diretti altrove. Segretarie, uomini d’affari. Il Parco, lo chiamiamo noi. Ma Silas, l’irlandese e gli altri sono sempre qui. Ogni tanto prendono il largo, poi ritornano. Union Square per loro è proprietà privata.
A vigilare sulla piazza come Dio è l’hotel St. Francis, con i suoi cinque ascensori di vetro che scivolano su e giù per la facciata lucida. Da fumati, io, Angel e Liz passiamo ore seduti sulle panchine a testa in su, aspettando che gli ascensori si allineino tutti in cima al palazzo. Su e giù, su e giù. Perfino alle cinque del mattino, si muovono. Il St. Francis non dorme mai.
Angel e Liz sono convinte che diventeranno famose, e io ci credo. Angel ha appena compiuto quindici anni. Io ho solo cinque mesi in meno, e Liz è più piccola di me, ma sono lo stesso la bimba del gruppo. Quando ci facciamo le canne in Union Square, ho ancora paura che ci vedano.

***

È una settimana che parliamo di farci un acido. Io continuo a rimandare. Oggi finalmente lo compriamo, da un ragazzino col naso che cola e due occhi scuri e ansiosi. Sul lato opposto della strada ci sono i grandi magazzini I. Magnin, e a me viene la nausea al pensiero che dalle porte girevoli esca la mia matrigna coi pacchetti sottobraccio. Fa l’addetta acquisti per il reparto scarpe di Saks, e di pomeriggio le piace andare in giro a studiarsi la concorrenza.
Angel si appoggia contro un palma e col suo accento del sud chiede se l’acido è puro e quanto bisogna prenderne per andare fuori e quanto durerà. Si è legata la maglietta sul davanti scoprendo la pancia. Angel è arrivata l’anno scorso con il gruppo jazz di sua madre. Io la adoro. È una che va dove vuole, e il mondo non fa che prendere forma intorno a lei.
«Che ti guardi?» mi chiede Liz. Ha i capelli corti, ricci e neri, e due occhi azzurri sottili.
«Niente».
«Sì, invece», dice lei. «Sei sempre lì che guardi qualcosa».
«E allora?»
«E allora quand’è che ti decidi a fare qualcosa?» Lo dice come se stesse scherzando. A me si contorce lo stomaco. «Non lo so», rispondo. Lancio un’occhiata a Angel, che però sta parlando con lo spacciatore. Per fortuna non ci ha sentito.
Io e Liz guardiamo l’I. Magnin. Anche sua madre potrebbe tranquillamente uscire da un momento all’altro, ma a Liz non importa. Anzi, ho la sensazione che lei una cosa del genere la aspetti, un’occasione per dimostrare a Angel fin dove può arrivare.

***

Troviamo l’irlandese che fa l’elemosina in Powell Street. «Ce l’avresti qualche spicciolo? Va bene tutto, dal milione in giù» chiede a chiunque spalancando le braccia. L’irlandese ha un gran faccione biondo, i capelli mossi e gli occhi quasi viola. Davvero.
Una volta, dice, gli hanno dato un biglietto da mille. Un arabo è passato di lì e gliel’ha allungato. È successo prima che conoscessimo l’irlandese.
«Le mie fanciulle!» esclama, e tutte e tre riceviamo contemporaneamente la stretta di quelle braccia grandi. L’irlandese inspira tra i capelli di Angel, che sono castano scuro e le incorniciano i lati del viso come due ali. Angel è ancora vergine. In lei sembra una qualcosa di bellissimo, come una coppa di vetro preziosa che incredibilmente non si è ancora rotta.
Una volta, in Union Square, un ragazzo australiano l’ha presa per i capelli e glieli ha tirati indietro, sempre più indietro, finché sul collo di Angel non sono spuntati i tendini, e lei lì per lì si è messa a ridere, e anche lui, ma poi l’australiano si è sporto in avanti e l’ha baciata sulla bocca, e allora l’irlandese l’ha spinto via gridando: «Oh, pezzo di merda! Ma non lo vedi che è ancora una bambina?»
«Che regalini mi avete portato?» chiede ora l’irlandese.
Angel apre la bustina e gli mostra l’acido. Io mi guardo intorno per vedere se ci sono poliziotti e becco Liz che mi fissa, con una faccia come se le scappasse da ridere.
«Quand’è che condividiamo?» chiede l’irlandese, allungando il cappellino verso una signora in impermeabile verde che scuote la testa come a dirgli che certe cose non si fanno, ma poi lascia cadere una monetina da venticinque. L’irlandese potrebbe fare la vita che vuole, penso io, solo che ha scelto questa.
«Non ancora», risponde Angel. «C’è troppa luce».
«Stasera», dice Liz, sapendo perfettamente che io non ci sarò.
Angel la guarda storto. «E Tally?»
Io abbasso gli occhi, stupita e contenta che qualcuno si ricordi di me.
«Domani?» mi chiede Angel.
Non riesco a fare a meno di lasciar passare un istante, per prolungare la sensazione che tutti aspettino la mia risposta. Poi qualcuno che canta «Gimme Shelter» li distrae. Mi pento di non averlo detto prima.
«Domani va bene».

***

A cantare era un tizio di nome Fleece, che io non conosco. Cioè, l’ho già visto, è nel gruppetto dell’irlandese e di Silas e degli altri che stanno lì al Parco. Angel dice che sono tutti sulla trentina, anche se sembrano più vecchi e fanno i giovani, almeno davanti a noi. Ci sono anche delle donne, con gli occhi rossi e il trucco pesante, e quasi tutte fanno cagnara e sembrano felici, ma quando si mettono in tiro hanno i buchi nelle calze, o come minimo una smagliatura. A loro non stiamo simpatiche, specialmente Angel.
Angel mi dà da reggere la bustina con l’acido mentre accende una canna. In fondo al Parco vedo tre poliziotti che camminano. Quasi sento il cigolio degli stivali. Copro la bustina con la mano. Su un’altra panchina vedo Silas. La fasciatura è già sporca.
«Tally ha paura», dice Liz. Mi sta fissando, e negli occhi ha la solita espressione, come se la risata che nascondono stesse per esplodere.
Gli altri si girano a guardarmi, e il mio cuore accelera. «Non è vero».
Negli occhi di Angel vedo un lampo di gelo. La gente spaventata la mette di malumore, come se le ricordasse qualcosa che vuole dimenticare. «Paura di che?» dice.
«Non ho paura».
Sull’altro lato della piazza, Silas si sistema la fasciatura sopra gli occhi. Dov’è la donna per cui ha fatto a botte? mi chiedo. Perché non è qui con lui?
«Non so», dice Liz. «Di cos’è che hai paura, Tally?»
La guardo dritto in faccia. Negli occhi ha un luccichio di sfida, ma oltre a quello qualcos’altro, come se avesse paura anche lei. Penso che mi detesti. Siamo amiche, però mi detesta.
L’irlandese fa tiri rumorosissimi, come se la canna fosse un tubo che lo collega all’ultimo briciolo d’ossigeno rimasto sulla terra. Quando soffia fuori il fumo, la faccia gli sbianca.
«Di cosa ha paura, dici?» chiede, ridendo piano. «Cazzo, il mondo è terrificante».

 ***

Quella sera, a casa, non riesco a mangiare. Sono troppo magra, sembro una bambina anche se ho quattordici anni. Angel adora mangiare, e io lo so che è così che ti vengono le forme, ma mi sembra di avere il corpo troppo piccolo. Dentro, più di tanto non può starci.
«A scuola com’è andata?» mi chiede la matrigna.
«Bene».
«E dopo dove sei stata?»
«Con Angel e gli altri. In giro». Nessuno sembra notare il mio accento meridionale.
Papà alza la testa. «In giro a fare?»
«I compiti».
«Hanno biologia insieme», gli spiega la matrigna.
Al di là del tavolo, i gemelli si mettono a piagnucolare. Quando lei si china sulle loro testoline, il viso di mio padre si addolcisce, lo vedo perfino da sotto la barba.  I gemelli hanno tre anni, e i capelli rossi chiari. Domani la maglietta me la lego anch’io, come Angel. Chissenefrega se ho la pancia bianca.
«Domani», dico, «dormo a casa di Angel».
Papà pulisce la purea di mele dalla bocca dei bambini. Non capisco se sta per dirmi di no o se è solo distratto. «Domani e sabato», aggiungo, per sicurezza.

***

Passiamo tutta la giornata a casa di Angel, immerse nei preparativi. Sua madre è andata in Messico con il gruppo in cui suona il violino, e tornerà solo tra un mese. Candele, incenso in polvere preso al Mystic Eye sulla Broadway, una scatola di colori a tempera, fogli di carta color crema, i dischi dei Pink Floyd impilati accanto allo stereo,  e quelli di David Bowie, e di Todd Rundgren, e ovviamente «Help Me», la nuova hit di Joni Mitchell, che veneriamo.
Angel abita a sei isolati da Union Square, in un grande appartamento a sud di Market Street dove praticamente non ci sono pareti. Appesa al soffitto sopra il suo letto c’è una piramide di carta stagnola. Per tutto il giorno controlliamo la piazza per vedere se spunta l’irlandese, che però è sparito.
Al tramonto cominciamo senza di lui. Candele sui davanzali, tappeto bianco passato con l’aspirapolvere. Tagliamo le pastiglie con un coltello, e ciascuna di noi prende un terzo di tutte e tre, in modo che la dose sia la stessa. Io sono terrorizzata. Mi sembra sbagliato che una cosa così piccola possa avere un effetto così grande. Ma sento che Liz mi sta fissando, aspetta che faccia un passo falso, e allora deglutisco in silenzio.
Poi aspettiamo. Angel si mette a fare yoga, inarca la schiena appoggiando i palmi sul pavimento con le braccia piegate. Mai visto nessuno di così snodato. I capelli le ricadono dalla testa in un’ondata di nero, come se potessero macchiare il tappeto. Liz non le stacca gli occhi di dosso.
Quando l’acido comincia a fare effetto, ci stendiamo tutti quanti sull’enorme letto a baldacchino di sua madre, Angel nel mezzo. Lei ci prende la mano, una ciascuna. Angel ha una di quelle pelli che si abbronzano in un attimo, e delle vene bellissime, tutte serpeggianti. Sento il sangue che le scorre dentro. Cominciamo a muoverci le mani davanti al viso e le vediamo lasciare delle scie. Sento il calore di Angel accanto a me e penso che mai vorrò altrettanto bene a qualcuno, che senza Angel io scomparirei.

***

La città di notte è piena di luci e acqua e di colline come mucchi di sabbia. Le risaliamo con fatica. Tram vuoti passano ciondolando. Il cielo è un foglio di carta nera tutto pieno di forellini. I marciapiedi di Chinatown odorano di sale e carne umana. Sono le tre del mattino. Sopra di noi scivolano aerei come strani pesci. Market Street, una pozzanghera fumante a ogni marciapiede. Avanziamo per i vicoli, e i nostri occhi impazziti fabbricano diamanti con le schegge di vetro che ricoprono strade e marciapiedi. Nulla ci sfiora. Fluttuiamo sotto i lampioni arancioni. Mio padre, i gemelli, tutto ciò che non è Angel e Liz e me svanisce nel nulla, come anni fa svaniva la notte quando la mia vera madre mi rimboccava le coperte.
Nel tunnel della Broadway tiro fuori le bombolette. «Faccio io», grido, quasi senza fiato. Angel e Liz sono troppo fatte per mettercisi. Abbiamo il verde e l’argento. Ne impugno una per mano, le scuoto e mi metto a spruzzare grandi lettere arrotondate, come mascelle pronte a inghiottirmi. Respiro i fumi della vernice, che sanno di miele. Puntini di vernice fresca mi si posano in faccia e sulle ciglia e lì rimangono. Dietro di noi rimbalza il traffico, ma stasera non m’importa. Non m’importa. A metà dell’opera mi volto verso e Angel e Liz e grido: «Ecco, ecco!» e loro fanno sì con la testa tutte eccitate, come se già sapessero, e allora io mi metto a piangere. Ci abbracciamo nel tunnel della Broadway. «Ecco», singhiozzo, aggrappandomi a Angel e a Liz, alle loro spalle tiepide. Sento che piangono anche loro, e penso: sarà così per sempre. D’ora in avanti, niente potrà più dividerci.
Sembra passino ore, prima che mi accorga di avere ancora in mano le bombolette di vernice e finisca il lavoro. SORELLE DELLA LUNA.
Risplende.

***

Torniamo verso Union Square, ed ecco l’irlandese che tiene banco con un paio di ubriaconi e tale Pamela, una ragazza che mi hanno detto fare la prostituta. Stanotte l’irlandese sembra diverso: ha due grandi maniche da bucaniere che si agitano come vele al vento. È imponente. Mentre ci avviciniamo, sbattendo gli occhi nella luce liquefatta, lo stupore per la sua grandezza ci investe. È un grande uomo, l’irlandese. Siamo fortunate a conoscerlo.

***

L’irlandese raccoglie Angel tra le sue braccia. «Mia adorata», dice. «È tutta la notte che ti aspetto». E le stampa un bacio sulle labbra, un lungo, profondo bacio al quale inizialmente Angel sembra resistere. Poi, come sempre, si rilassa. Sento un dolore piccolo e appuntito, come una scheggia di vetro nel cuore. Ma non sono sorpresa. Prima o poi doveva succedere, penso. Prima o poi ce l’aspettavamo.
Angel e l’irlandese si staccano e si guardano. Liz se ne sta impalata vicino a loro. Pamela si alza e se ne va, sparendo tra le ombre. Io mi siedo sulla panchina con gli ubriaconi e mi metto a guardare la cima dell’hotel St. Francis.
«Tu sei fatta», dice l’irlandese a Angel. «Strafattissima».
«E tu, che non hai più le pupille?» dice lei.
L’irlandese ride. Ride e continua a a ridere, spalancando la bocca come se dentro potesse entrarci il mondo. Vivrà anche per strada, l’irlandese, però i denti ce li ha bianchi. «Ci vediamo in paradiso», dice.
Sulla facciata dell’hotel St. Francis, gli ascensori di vetro si muovono. Due arrivano in cima, e altri due salgono lentamente fino a raggiungerli. Rimangono sospesi lì, tutti e quattro, e io trattengo il respiro mentre il quinto si avvicina, ipnotizzando gli altri perché non si muovano finché non arriva anche lui. Rimanendo perfettamente immobile, spingo con gli occhi l’ultimo ascensore verso l’alto, fino a quando non raggiunge la cima, e infine eccoli, in fila perfetta, tutti e cinque.
Mi giro per farli vedere a Angel e Liz, ma loro non ci sono più. Le vedo allontanarsi con l’Irlandese, Angel in mezzo, Liz aggrappata al suo braccio come se la notte potesse dividerle. È Liz a voltarsi verso di me. I nostri sguardi si incrociano, e io la sento come se stesse parlando a voce alta, capisco tutto alla perfezione. Se mi sbrigo, immediatamente, posso ancora impedirle di vincere. Ma è un pensiero che mi stanca. Non mi muovo. Liz si gira dall’altra parte. Ho l’impressione che i suoi passi siano saltelli, ma resto dove sono.
Nel buio, loro si trasformano in fantasmi e svaniscono. Comincio a battere i denti. È finita. Angel se n’è andata, credo, e mi metto a piangere. Ha preso e se n’è andata, così.
Poi sento un fischio nelle orecchie. Sembra il suono del tempo che passa, degli anni che sfrecciano velocissimi, e di colpo sono molto più grande, una donna adulta che ripensa a quand’è stata ragazzina in Union Square. E allora mi rendo conto che, se anche a Angel non dovessi mai più venire in mente, a un certo punto mi alzerò comunque, e comunque prenderò l’autobus verso casa.
Gli ubriaconi si sono addormentati. Il mio orologio di Topolino fa le 5. Noto qualcuno che attraversa la piazza. È Silas, con la fasciatura sporca ancora in testa. Gli lancio un urlo.
Viene verso di me lentamente, come se camminare gli facesse male. Mi si siede accanto. A lungo rimaniamo seduti senza parlare. Poi gli chiedo: «Davvero c’era di mezzo una donna?»
Silas scuote la testa. «È stata solo una rissa», risponde. «L’ennesima rissa idiota».
Allungo le gambe unendo le scarpe da ginnastica davanti a me. Sono macchiate, ma ancora bianche. «Ho fame», dico.
«Anch’io», dice Silas. «Ma è tutto chiuso». E poi: «Me ne vado da San Francisco».
«Per andare dove?»
«In South Carolina. Mio fratello ha un negozio. Ci siamo sentiti oggi».
«E perché?»
«Mi sono rotto», dice. «Alla fine mi sono rotto».
So che dovrei dire qualcosa, ma non so cosa. «È simpatico?» chiedo. «Tuo fratello».
Silas fa un sorrisetto, e io vedo in lui la parte bambina, quell’aria da monelli che hanno i maschi. «È il bastardo più bastardo che conosco».
«E l’irlandese?» chiedo. «Non ti mancheranno, l’irlandese e gli altri?»
«L’irlandese è un uomo morto».
Lo guardo.
«Credimi», insiste. «Tra vent’anni, di lui non si ricorderà nessuno».
Vent’anni. Tra vent’anni io ne avrei trentaquattro, l’età della mia matrigna. Sarebbe stato 1994. E di colpo penso che ha ragione Silas: l’irlandese è morto. E anche Angel, e forse perfino Liz. Il loro momento perfetto, l’unico, è questo. E se li porterà via. Ma Silas è sempre rimasto in disparte.
Mi infilo una mano in tasca e trovo il ditale. Lo tiro fuori. «Me l’hai regalato tu», gli dico.
Silas guarda il ditale come se non l’avesse mai visto. Poi dice: «Quello è argento vero».
Forse lo rivuole per venderselo, per il viaggio in South Carolina. Lascio il ditale sul palmo della mano, così che Silas, se lo vuole, possa prenderlo. Ma lui non lo fa. Entrambi fissiamo il ditale. «Grazie», gli dico.
Ci appoggiamo allo schienale della panchina. L’acido mi sta scendendo. Ho la sensazione di avere dentro il petto delle piume, un uccello che si sveglia e si liscia contro le mie costole. Gli ascensori salgono e scendono, come dei segnali.
«Sempre lì a guardare», dice Silas fissandomi. «Con quegli occhioni sempre in movimento».
Annuisco imbarazzata. «Però non faccio mai niente», dico. E all’improvviso capisco, capisco perché Angel mi ha abbandonato.
Silas aggrotta la fronte. «Sì, invece. Tu osservi», dice, «e sarà questo a salvarti».
Scrollo le spalle. Ma più rimaniamo seduti lì, più mi rendo conto che ha ragione lui: io, quello che faccio, è osservare. Sono come Silas, credo. Tra vent’anni sarò ancora viva.
Un lato del cielo si sta rischiarando, come se qualcuno avesse sollevato il coperchio. Lo osservo, cercando di intravedere il giorno che arriva, eppure non ci riesco. Di colpo il cielo è tutto illuminato.
«Chissà come sarà la gente nel 1994», dico.
Silas ci pensa su. «Tra vent’anni? Probabilmente di nuovo come noi».
«Come me e te?» chiedo delusa.
«Ebbene sì», dice Silas con un ghigno beffardo. «Tutti a desiderare di esserci stati fin dall’inizio».
Guardo la bandana azzurra che porta legata intorno a un polso, i suoi jeans strappati e il giaccone militare con un teschio dei Grateful Dead su una tasca. Quando avrò trentaquattro anni, questa notte mi sembrerà lontana un milione di anni, penso – l’hotel St. Francis e il rumore di pioggia delle palme, Silas con la testa fasciata – e questo mi fa capire che tutto ciò che sta accadendo ora è prezioso, e che un giorno mi riterrò fortunata a esserci stata.
«Io dell’irlandese mi ricorderò», dico ad alta voce. «Mi ricorderò di tutti. Tra vent’anni».
Silas mi guarda incuriosito. Poi mi sfiora il viso, seguendo la linea dello zigomo sinistro fin quasi all’orecchio. Il suo dito è caldo e ruvido, e per un attimo penso che a Silas la mia pelle debba sembrare morbida. Poi lui si guarda la vernice sul polpastrello, e sorride. Me la fa vedere. «Argento», dice.

(c) Jennifer Egan, per gentile concessione dell’autrice
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