Matteo Salvini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-salvini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Jul 2022 08:28:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Salvini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-salvini/ 32 32 Il governo come costruzione e rappresentazione del potere, ovvero: l’antitesi della dialettica pedagogica https://minimaetmoralia.it/altro/governo-costruzione-rappresentazione-del-potere-ovvero-lantitesi-della-dialettica-pedagogica/ https://minimaetmoralia.it/altro/governo-costruzione-rappresentazione-del-potere-ovvero-lantitesi-della-dialettica-pedagogica/#respond Mon, 19 Aug 2019 14:16:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40920 di Miriam Aly

Lo scorso giovedì 8 Agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in colloquio a Palazzo Chigi con il premier Conte, ha esplicitato l’intenzione di tornare al voto il prima possibile, rimuovendo di fatto il sostegno della Lega al governo, a causa (a suo dire) dell’instabilità e dei continui contrasti politici all’interno della maggioranza.

In attesa della vera e propria mozione di sfiducia, il giorno stesso il presidente Conte ha sostenuto in conferenza stampa che Salvini “ha anticipato l'intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui il suo partito attualmente gode’’, mentre lo stesso Salvini si dirigeva a Pescara per un comizio durante il quale ha dichiarato l’intenzione di candidarsi come premier per le prossime elezioni politiche, mostrando la sua volontà di ergersi in assoluto come principale burattinaio dei tempi della crisi.

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di Miriam Aly

Lo scorso giovedì 8 Agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in colloquio a Palazzo Chigi con il premier Conte, ha esplicitato l’intenzione di tornare al voto il prima possibile, rimuovendo di fatto il sostegno della Lega al governo, a causa (a suo dire) dell’instabilità e dei continui contrasti politici all’interno della maggioranza.

In attesa della vera e propria mozione di sfiducia, il giorno stesso il presidente Conte ha sostenuto in conferenza stampa che Salvini “ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui il suo partito attualmente gode’’, mentre lo stesso Salvini si dirigeva a Pescara per un comizio durante il quale ha dichiarato l’intenzione di candidarsi come premier per le prossime elezioni politiche, mostrando la sua volontà di ergersi in assoluto come principale burattinaio dei tempi della crisi.

Al termine del comizio il ministro ha sostenuto di volere dagli italiani ‘’i pieni poteri […], senza rallentamenti e senza palle al piede’’. Tre giorni prima, il 5 Agosto, veniva convertito in legge il Decreto sicurezza bis, che è stato però sospeso lo scorso 14 agosto da una decisione del Tribunale amministrativo del Lazio (Tar) accettando il ricorso presentato dalla Ong spagnola Open Arms, da oltre due settimane ferma nel Mediterraneo – inizialmente con 151 persone a bordo – in balia di un limbo politico di morte. Dopo 15 giorni in attesa di una risposta politica e di un porto sicuro in cui attraccare, lontano dallo scenario bellico e cruento della Libia, meta consigliata più volte da Salvini, sono state fatte evacuare dalla nave umanitaria sei persone a causa di gravi disagi e complicazioni di natura fisica e psicologica: di fatto gli psicologi e gli psicoterapeuti di Emergency hanno riscontrato ‘’disturbi psicologici di tipo ansioso/depressivo di massima urgenza’’ dovuti alle condizioni estreme e ai ripetuti traumi a cui queste persone sono sottoposte.

Solo successivamente, dopo ripetute richieste, il Viminale ha disposto uno sbarco limitato di 27 minori non accompagnati, sotto precisa richiesta del Tribunale dei minori di Palermo, in quanto le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce impongono che ‘’in nessun caso può disporsi il respingimento alla frontiera di minori stranieri non accompagnati’’ (art.19 comma 1 Bis Decreto Lvo. 286/98, con le integrazioni dell’art.3 Legge 47/17).

Intanto la procura di Agrigento, tramite i legali di Open Arms, ha aperto un’inchiesta per sequestro di persona e un’altra nave, l’Ocean Viking, relativa alle Ong Medici Senza Frontiere e Sos Méditerranée, attende la decisione di un porto sicuro con a bordo 356 persone, di cui 103 bambini e minori, sopravvissute e salvate dalla zona di ricerca e soccorso (SAR) davanti le coste libiche. Il Mediterraneo continua ad essere una fetta di mondo di tutti e di nessuno in cui le non scelte dei legislatori assolvono strumentalmente le coscienze in una dilazione infinita e legittima del potere.

La decisione presa dal Tar riguardo la sospensione del Decreto sicurezza bis è nata proprio dalla constatazione di ‘’un eccesso di potere, di travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in mare materia di soccorso in mare’’: un eccesso di potere di un esecutivo e di un ministro dell’Interno che ha recentemente dichiarato, in conferenza stampa a Castel Volturno, di essere ‘’ossessionato dall’immigrazione’’; la gestione delle politiche migratorie è chiaramente corollario della dottrina del decoro e delle retoriche securitarie perpetuate unilateralmente e verticalmente dall’autorità legittima.

L’idea dell’altro e di noi stessi sembra essersi, sempre più ferocemente, annullata nel tessuto sociale a partire da deliri e trappole di definizioni a loro volta plasmate da scelte politiche che trovano in sestesse valori repressivi e decisionisti, facendo prosaicamente mostra delle proprie – in termini di proprietà – scelte prese con logiche binarie e annullando le ambivalenze dei conflitti.

L’antinomia semantica ed ontologica, prima ancora che sociale e comunicativa, di una narrazione, di un pensiero politico o di qualsiasi tipo di percezione del sé e del mondo è la costruzione del potere: il senso delle cose viene radicalmente falsato se esiste un’imponente struttura del potere vascolarizzata, dall’altro verso il basso, sulle singole agenzie educative, comunicative o sui meccanismi di cittadinanza e riconoscimento. Questo potere viene politicamente rappresentato e definito tramite una propaganda subdola che si esprime in base ad un paradigma sociale rendicontato che vuole, per sé, tutto e subito senza dover pensare alla trasformazione, al cambiamento, alla complessità e a progetti che siano pedagogicamente pensati come percorsi e non come traiettorie.

La costruzione del potere si espande nelle direzioni di classe, di genere e di merito conseguentemente ad un atteggiamento paternalista implicito e diffuso, ad esempio nelle modalità con cui si postulano descrizioni artefatte sulle nuove generazioni o su ‘’gli immigrati’’.Il sociologo francese Pierre Bourdieu nell’opera del 1998 ‘’La domination masculine’’ sostenne che ‘’solo un’azione politica che consideri realmente tutti gli effetti del dominio che si esercitano attraverso la complicità oggettiva tra le strutture incorporate (sia negli uomini che nelle donne) e le strutture delle grandi istituzioni in cui si compie e si riproduce non soltanto l’ordine maschile ma anche tutto l’ordine sociale [..], potrà, certo a lungo termine, e avvalendosi delle contraddizioni inerenti ai diversi meccanismi o alle diverse istituzioni in gioco, contribuire alla progressiva decadenza del dominio maschile”, riferendosi chiaramente non solo alle strutture patriarcali ma in generale a tutte le asimmetrie di potere che permeano le società e i loro governi.

Negli ultimi anni in Italia non si è parlato e si continua a non parlare non solo di istruzione, con un metodo valido, ma anche di strumenti di inclusione, pedagogia, approccio metacognitivo e possibilità di politiche derivanti dalla riflessione sui testi o del problema del paternalismo; le uniche riflessioni che di rado vengono accennate su questi temi derivano da tesi ed argomentazioni dozzinali perlopiù di bianchi meritocratici maschi eterosessuali. Il sentire sociale dovrebbe essere la premessa ad una vita politica che ha in sé la volontà di pensarsi ogni giorno come qualcosa di nuovo nel suo carattere più embrionale ma, al contrario, queste componenti vengono continuamente costruite in modo tale da inseguire una cultura egemone, l’‘’élite del potere’’, che produce e riproduce le proprie disuguaglianze.

L’educazione pedagogica praticamente non esiste e viene rimpiazzata, se non distrutta, dal dramma politico che si nutre del vuoto che è stato coltivato nel contesto circostante. Attualmente non esiste un progetto istituzionalmente effettivo le cui idee di fondo non si basino sulla violenza della misurabilità: dall’alternanza scuola-lavoro alla formazione professionale, dai test d’ingresso ai numeri delle borse di specializzazione, dalla conta delle persone che muoiono in mare al numero di rimpatri previsti dal contratto di governo, dal numero di anni in carcere previsti per una manifestazione al numero di sgomberi programmati per l’estate.

Tutto ciò è legato alla persistente volontà di rappresentare e rappresentarsi come già portatori di un certo potere il quale non ha bisogno di ulteriori strumenti che mettano in discussione nel principio la formazione di un approccio critico, nelle sue peculiarità dialettiche; gli aspetti che concernono la rappresentazione, e la rappresentanza, non hanno tanto a che fare con il voler essere quanto invece con il voler definire all’interno di un viluppo di retoriche e logiche gerarchiche. ‘’È una mania di quest’epoca sapersi descrivere alla perfezione? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. […] Tutti si conoscono, tutti conoscono se stessi, tutti sanno come sono fatti. Io invece posso dirlo: non so niente. Né di me né delle persone e delle cose che mi circondano. Io non capisco niente: che è una cosa stupenda da dire, che ci vuole amor proprio e consapevolezza e coraggio per dirla…’’, confida Mattia Torre nel suo ‘’In mezzo al mare’’. In questa fuga dalle definizioni si trova la migliore dialettica pedagogica, in corrispondenza alla decostruzione di un’idea pervasiva del potere e in contraddizione all’azione palliativa dei governi, divaricandosi in un sistema sociale che tenga conto delle persone, nelle loro storie, nel loro sentire, nelle loro complessità, nelle loro essenze, trovando in sé quello che si ha.

Scindere le componenti di questo monopolio culturale è possibile nutrendo un immaginario ricostruttivo: pensarsi e pensare in termini di recupero, di autorecupero e di immaginazione; comprendere e combattere il potere, sul piano sociale e comunicativo – ad esempio, ‘’la bestia’’ di Salvini e la piattaforma pentastellata Rousseau che si nutrono di una farsesca libertà di scelta – , alimentando una coscienza di classe migliore; agire a partire dalla reading literacy, riflettere su testi presenti e passati, scrivere testi futuri e sezionare le strutture che riproducono i rapporti di potere ovvero smantellare e ricostruire immaginando una nuova educazione politica e pedagogica che formi a dare in itinere un corpo ed una forme alle alterità e al significato di numerosi mondi possibili.

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Il futuro e la scomparsa della sinistra https://minimaetmoralia.it/politica/futuro-la-scomparsa-della-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/politica/futuro-la-scomparsa-della-sinistra/#comments Thu, 21 Feb 2019 10:05:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39548 Mentre all’estero persino l’Economist dedica una copertina (con un articolo critico, certo) a “The rise of millennial socialism”, e mentre Bernie Sanders ufficializza la sua candidatura alle primarie del 2020 in Italia quella che sembra completamente sparita dal dibattito pubblico è qualsiasi prospettiva di sinistra, di una vera sinistra che non si rifaccia supinamente al modello neoliberale ma che provi a dare risposte risposte diverse a problemi vecchi e nuovi.

Ci troviamo sicuramente in una situazione politica molto grave a livello nazionale, con un governo composto da un matrimonio combinato tra due partiti che esprimono quelle che sono le peggiori ideologie in ambito occidentale: sovranismo, populismo e razzismo, misti a impreparazione e inesperienza.

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Mentre all’estero persino l’Economist dedica una copertina (con un articolo critico, certo) a “The rise of millennial socialism”, e mentre Bernie Sanders ufficializza la sua candidatura alle primarie del 2020 in Italia quella che sembra completamente sparita dal dibattito pubblico è qualsiasi prospettiva di sinistra, di una vera sinistra che non si rifaccia supinamente al modello neoliberale ma che provi a dare risposte risposte diverse a problemi vecchi e nuovi.

Ci troviamo sicuramente in una situazione politica molto grave a livello nazionale, con un governo composto da un matrimonio combinato tra due partiti che esprimono quelle che sono le peggiori ideologie in ambito occidentale: sovranismo, populismo e razzismo, misti a impreparazione e inesperienza. Sono ingredienti che non possono portare a nulla di buono, e se l’emergenza è quella di fare opposizione a questo governo è normale che ogni parola ad esso contraria sembri una boccata di aria fresca (si sono viste perfino accorate adesioni da sinistra alle dichiarazioni di gente come Guido Crosetto e Mara Carfagna), però si tratta anche di una prospettiva assolutamente miope per quanto riguarda il futuro, e forse è proprio nei momenti di crisi che si dovrebbe provare a immaginare scenari nuovi.

Quando questa ondata finirà, quali risposte saprà dare la sinistra? Il successo del Movimento Cinque Stelle sembra già in fase calante, dopo che a tante parole (che hanno saputo convincere gli elettori) hanno dato seguito mostrando soltanto confusione e incompetenza, e se la politica è fatta di cicli anche quello di Matteo Salvini è destinato a finire prima o poi – come già è stato per Craxi e Berlusconi, altri singoli politici che in momenti diversi hanno incarnato un partito e sono stati prima molto amati e poi molto odiati. In quali condizioni vuole farsi trovare la sinistra quando questo succederà?

Gli esponenti del principale partito di opposizione in Italia, fatto salvo per il discorso migranti al quale, a fronte di parole più civili rispetto a quelle della Lega, quando si trovano al governo dedicano provvedimenti discutibili per poi rivendicare risultati del tipo “con noi sì che erano calati gli sbarchi”, in una sorta di gara al “facciamo la destra meglio della destra”, vanno in televisione avendo come priorità quella di dire (oltre che quelli che in Francia spaccano le vetrine sono dei criminali, che la droga fa molto male – so che sembra assurdo ma è un tema che Renzi ha ritenuto di citare in chiusura della sua intervista a Che tempo che fa – che Maduro è un dittatore che toglie le medicine ai bambini e che la TAV si deve fare assolutamente) che il modello per i giovani non deve essere qualche misura assistenziale ma il lavoro, il sacrificio, i doveri, l’imprenditoria, le start-up, la Apple Academy di Napoli “di cui Tim Cook è tanto contento”.

Va tutto bene, sono posizioni in cui qualcuno sicuramente si riconoscerà: c’è solo il dettaglio che questa però non è la sinistra, è la destra liberale, e francamente sembra un po’ poco continuare a dirsi di sinistra semplicemente perché a differenza di “quegli altri” si è favore delle unioni civili.

La sinistra, storicamente, filosoficamente, come sua stessa ragion d’essere (o mission se vogliamo usare un termine caro agli evangelisti delle start-up) ha sempre messo al primo posto i bisogni, i desideri e le istanze delle persone, e il miglioramento delle loro condizioni di vita.

In questi peana al capitalismo della Silicon Valley, all’imprenditoria e alla voglia di fare, non ci si sta forse dimenticando – oltre a chi per qualsiasi motivo non ce la fa all’interno di quella continua competizione che è il capitalismo – una serie di temi cruciali?

Mentre là fuori trionfano i barbari che sperano di vedere scomparire chiunque non sia italiano da almeno quattro generazioni (perché in una spietata guerra tra poveri li hanno convinti che sono loro la causa di tutti i mali della contemporaneità), chiunque esprima qualche parola anche solo di vago buon senso viene considerato una valida alternativa. Ma non sarebbe intanto anche il caso che qualcuno all’interno della sinistra provasse, mentre fuori c’è la peste, a ricostruire una visione del futuro, in attesa di quello che verrà quando passerà questo momento – e forse per contribuire a superarlo?
Già oggi vediamo una disuguaglianza sociale mostruosa e un mondo del lavoro in crisi profondissima, e nei prossimi decenni le cose non faranno che peggiorare. Tutti gli indicatori ci dicono che se la tendenza dovesse continuare in questo senso ci sarà sempre più ricchezza nelle mani di sempre meno “padroni del vapore” (i vari Bezos, Musk, Zuckerberg e quelli che prenderanno i loro posti) e una povertà sempre più grave e diffusa, oppure come unica alternativa una diversa distribuzione della ricchezza. Questa è una delle sfide cruciali che aspettano l’umanità, e non dovrebbe essere una battaglia perfettamente tagliata per la sinistra?

Intermezzo: Howard Schultz, CEO di Starbucks, ha lasciato trapelare che forse si candiderà come indipendente alle presidenziali americane del 2020. La spinta a fare questa mossa, secondo quanto ha dichiarato, è stata la proposta della nuova sinistra “radicale” di aumentare le tasse utilizzando un sistema progressivo marginale che vedrebbe una tassa del 70% sugli introiti superiori ai 10 milioni di dollari annui e applicabile solo alle cifre oltre i primi dieci milioni.

Fine dell’intermezzo.

Il reddito di cittadinanza come progettato dai Cinque Stelle prende un’idea di sinistra e post-lavorista e la fa diventare un ricatto per i disoccupati, ma non è certo sputando sul reddito base universale e su qualsiasi idea di redistribuzione dei redditi che la sinistra si può preparare al futuro.

Viene da chiedersi perché la cosiddetta sinistra italiana abbia come priorità quella di parlare di sacrifici, doveri, imprenditoria, start up e del modello positivo della Silicon Valley invece che provare a immaginare nuovi scenari con prospettive realiste sulle questioni che riguardano il futuro.

Questioni che tutti gli studiosi inquadrano come cruciali come il cambiamento climatico, le migrazioni su scala globale, la fine del lavoro, l’automazione, la tassazione sulle nuove tecnologie e dei colossi informatici, la sperequazione sociale, l’intelligenza artificiale, la disoccupazione tecnologica, lo sviluppo sostenibile, la crescita della popolazione, la scarsità delle risorse, il futuro dell’alimentazione, la green economy, la lotta alla criminalità organizzata a livello sovranazionale, l’internet governance, l’allungamento esponenziale della vita e il superamento dei limiti biologici, le nuove sfide che si troveranno a fronteggiare i servizi pubblici come la sanità e l’istruzione… (o perfino la realizzazione personale degli esseri umani anche in termini di ozio e svago)?

Sarà gioco facile rispondere, con una retorica molto in voga, che questi sono discorsi da professoroni e che la gente che fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena non ha certo l’urgenza di occuparsi di queste cose. Ma è proprio per questo che invece la politica dovrebbe farlo.

Ovviamente non è su questi temi che si vincono le elezioni (anche se è importante saper raccontare e interpretare il mondo, e di questo si tratta) però mi piacerebbe poter pensare che ci sia un dibattito in corso intorno a queste questioni, che nei think tank qualcuno se ne stia occupando, e che non ci faremo invece cogliere completamente alla sprovvista da quelle che saranno le sfide più importanti dei decenni a venire.

Si tratta di alcune tra le tematiche di cui tutti gli accademici stanno discutendo rispetto al futuro, ed è pericolosissimo (letteralmente in senso catastrofico) pensare che questioni del genere possano essere regolamentate dal libero mercato. Non è proprio per evitare che questo accada e che a dominare siano l’ingordigia degli esseri umani e la loro scarsa visione globale che esiste la politica? O meglio ancora, che esistono le politiche di sinistra?

Probabilmente è ingenuo muovere questo tipo di critiche al Partito Democratico e pensare che sia da lì che dovrebbe ripartire la sinistra in Italia, ma allora la domanda è: da dove? Quali sono le realtà che potrebbero farsi carico di queste tematiche? Da dove possono arrivare delle risposte che siano davvero di sinistra? Una risposta ovviamente non ce l’ho, ma forse sarebbe il caso che tra chi fa politica in questo Paese qualcuno, oltre che andare in televisione a ripetere giustamente quanto fa schifo questo governo, cominciasse a pensarci, prima che sia troppo tardi.

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Dal conflitto all’individualismo: riflessioni sulla sicurezza https://minimaetmoralia.it/attualita/dal-conflitto-allindividualismo-riflessioni-sulla-sicurezza/ https://minimaetmoralia.it/attualita/dal-conflitto-allindividualismo-riflessioni-sulla-sicurezza/#comments Fri, 04 Jan 2019 06:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39092 di Miriam Aly

Dallo scorso 22 dicembre due navi di soccorso gestite da due Ong tedesche sono bloccate in mare. Inizialmente la prima nave, la Sea Watch 3, ha soccorso in mare 32 persone e in seguito, il 29 dicembre, una seconda nave, la Sea Eye, ne ha soccorse 17, per un totale di 49 persone salvate al largo della Libia che ad oggi però si trovano in mezzo al mare abbandonate a loro stessee alla ricerca di un porto sicuro che le accolga, in balia di un limbo burocratico di liberazione delle coscienze dei paesi europei (Malta, Italia, Spagna, Olanda, Germania) che hanno negato l’accoglienza a persone che nei giorni e mesi precedenti al salvataggio hanno vissuto in condizioni deplorevoli.

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di Miriam Aly

Dallo scorso 22 dicembre due navi di soccorso gestite da due Ong tedesche sono bloccate in mare. Inizialmente la prima nave, la Sea Watch 3, ha soccorso in mare 32 persone e in seguito, il 29 dicembre, una seconda nave, la Sea Eye, ne ha soccorse 17, per un totale di 49 persone salvate al largo della Libia che ad oggi però si trovano in mezzo al mare abbandonate a loro stessee alla ricerca di un porto sicuro che le accolga, in balia di un limbo burocratico di liberazione delle coscienze dei paesi europei (Malta, Italia, Spagna, Olanda, Germania) che hanno negato l’accoglienza a persone che nei giorni e mesi precedenti al salvataggio hanno vissuto in condizioni deplorevoli.

Mentre si festeggia l’inizio dell’anno nuovo, l’Italia è inerte di fronte al peggior dolore, quello degli ultimi tra i più deboli; di fronte al freddo del mare di dicembre e alla carenza di viveri qualunque parola sarebbe la banalizzazione di quel dolore, non più la sua descrizione… le parole possono essere usate solo per provare a raccontarne la cornice. Secondo i dati dell’Unhcr, al 31 dicembre 2018, nell’ultimo anno gli arrivi totali in Italia sono stati 23.371, un numero che pesa infinitamente meno di 2262, cioè il numero dei morti e dei dispersi nel Mediterraneo nel 2018. Questi numeri hanno un significato enorme, ovvero fanno capire concretamente che gli arrivi nel 2018 sono diminuiti dell’80% rispetto al 2017 e quasi del 90% rispetto al 2016 e che quindi a portare 49 persone in questa situazione è stata null’altro che una volontà politica fondata su logiche sovraniste che hanno generano una paura diffusa, in termini classisti, del diverso.

Nel frattempo, nel comune di Asti è stato emesso il primo Daspo urbano, provvedimento facente parte del decreto sicurezza, nei confronti di un ragazzo nigeriano di 19 anni residente a San Salvatore Monferrato a causa di aver ‘’chiesto l’elemosina in modo molesto’’, come precisa una nota della Questura. Il ragazzo non potrà più rientrare nella città per i prossimi sei mesi, diversamente sarà punito con l’arresto dai sei mesi ad un anno; il Daspo urbano infatti, simile al DASpo (divieto di accedere alle manifestazioni sportive) del 1989, era stato già promosso nel 2017 dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti (Pd) limitando l’accesso di determinate persone ad alcune aree delle città. Tutto ciò avveniva il 28 dicembre, mentre tre giorni prima a Brignano, in provincia di Salerno, un uomo di 37 anni si è suicidato dopo essersi allontanato dagli arresti domiciliari in cui si trovava da metà novembre scorso, in seguito all’anno e nove mesi circa passati presso il carcere di Salerno con l’accusa di aver rubato un portafoglio; l’uomo sarebbe stato libero a gennaio, ma temeva fortemente il rimpatrio forzato in Marocco.

Lo scorso 28 novembre è stato approvato alla Camera il cosiddetto decreto sicurezza e immigrazione, convertito in legge e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre. I provvedimenti portati avanti sono stati diversi, a partire dall’abolizione dell’assegnazione del diritto di asilo per motivi umanitari, al tempo di permanenza nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio) che passa dai 90 ai 180 giorni; dal rimpatrio presso gli uffici di frontiera in assenza di posti disponibili nei Cpr, alla rimozione della possibilità di iscrizione ai registri anagrafici da parte dei richiedenti asilo, con la conseguente impossibilità di avere un luogo di residenza ufficiale o un contratto di lavoro, fino ad arrivare alle limitazioni sugli Sprar (sistemi di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati, nati nel ’93 a Parma per creare un nuovo modello di accoglienza che tenesse insieme il privato sociale e l’ente pubblico) e i Cas (centri di accoglienza straordinaria) lasciando fuori dai percorsi di integrazione un numero enorme di persone e dilatando maggiormente l’iter per il raggiungimento di un permesso di soggiorno definitivo. Infatti, le persone che perderanno il permesso umanitario e quelle che sono in attesa di ricevere una qualche forma di protezione internazionale non potranno più accedere ai suddetti luoghi di accoglienza, diventando di fatto irregolari.

Provvedimenti diversi che hanno come scopo ufficiale il mantenimento della sicurezza, ambito che sta facendo per molti versi da cornice all’attuale governo Lega – 5 Stelle. Un altro punto fondamentale che è stato messo in piedi è la legittima difesa, voluta fortemente dalle destre a partire dal periodo di campagna elettorale e diventata una delle colonne portanti dei voleri del governo. La legittima difesa si trasforma in una forma assolutoria riducendo tutta la dialettica sul rapporto tra vittima e carnefice e sul loro ruolo politico ad un unico momento, quello del furto o della situazione in questione, mistificando le ragioni della realtà sociale e dei suoi trascorsi: le istituzioni eliminano in un solo gesto il fardello della povertà e dell’integrazione costringendo a carnefici le vittime devianti della povertà.

Le conseguenze dei provvedimenti di questo governo sono ben note alle cronache; le immagini della situazione politica e sociale ci scorrono di fronte ogni giorno sui giornali e sugli schermi, senza abbandonarci, rischiando di generare, parola e immagine dopo l’altra, spettatori passivi ed estranei in presenza di una narrazione a cui viene affidato un gusto quasi esotico ma che in realtà inizia esattamente fuori la porta di casa: immobilismo ed estraneità che, per una sorta di torsione morale, nascono dal consumo osceno dello spettacolo della sofferenza altrui. Il termine sicurezza viene usato così spesso e riguardo qualunque contesto da diventare un artificio retorico, un feticcio, svuotato della sua componente di significato. Le parole hanno una valenza in quanto rappresentazioni definite di un concetto e spesso non hanno un valore assoluto bensì vivono nell’interpretazione deputata loro dal senso comune; al netto dei provvedimenti precedentemente citati, e non solo, si può ricostruire l’accezione che assume oggi questo termine.

Il termine sicurezza dovrebbe evocare condizioni di una vita quotidiana migliore per tutti e tutte, nei suoi vari aspetti, dalla distribuzione della ricchezza e dunque dalla possibilità di accedervi, alla salute e tutto ciò che concerne l’aria che si respira; la sicurezza dovrebbe trovarsi nel garantismo, nel contrasto delle morti bianche, nella lotta alle mafie, in un’educazione ambientale consona all’attuale condizione delle città, nella possibilità di camminare per strada con la consapevolezza che si sta educando sinceramente alla giustizia sociale e non alla legalità, tramite percorsi di integrazione e apertura verso la cultura della diversità e dell’inclusione: un’antitesi alla sterile coercizione della legalità, sbandierata dai più come sinonimo di sicurezza, che oltre a non rendere liberi, da una parte e dall’altra, non educa a lungo termine in quanto non propone un intervento radicale sulla coscienza degli individui precludendo tutte le possibili alternative che potrebbero essere offerte dalle istituzioni, con le quali, se poste su solide basi di rispetto della dignità umana, non esisterebbe una società che ha bisogno del carcere, ad esempio.

Lo scorso 10 dicembre a Roma è stato sgomberato l’Ex Penicillina, una fabbrica abbandonata in zona Tiburtina che da anni era diventata un tetto per italiani e stranieri, per quanto fatiscente e dannosa. Già alle prime luci dell’alba gli ultimi occupanti rimasti erano stati costretti ad abbandonare l’edificio dalle forze dell’ordine; nella fabbrica oramai vivevano circa 30 persone in quanto molte avevano già abbandonato il complesso industriale non solo perché lo sgombero era già stato annunciato da circa due settimane, ma anche a causa delle condizioni altamente nocive percepite nell’aria addirittura da chi vive nelle zone limitrofe, infatti l’ex fabbrica della penicillina, presente su quel territorio da quasi 70 anni, contiene una mole intollerabile di rifiuti tossici, amianto, plastica che con la combustione libera altre sostanze tossiche e vari agenti chimici, ad esempio l’acido solforico.

Un enorme rudere abbandonato, e mai dismesso, che con tutta la sua tragicità si è occupato negli anni di centinaia di persone. Come accade da sempre a Roma, dopo lo sgombero non era prevista nessuna soluzione alternativa costringendo queste persone alla marginalità e talvolta al crimine, sempre più anche a causa di questo governo, oltre che dell’amministrazione capitolina che continua ad accettare le varie ordinanze di sgombero, che sta cercando di garantire l’estetica della sicurezza e del decoro a costo della creazione di persone con condizioni formalmente irregolari che vengono spinte incessantemente ai margini della città creando una sotto-società di esclusi. Parlo di estetica della sicurezza perché per sgomberare una trentina di persone si è presentato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, a fianco di un numero di forze dell’ordine di molto maggiore a quello degli sgomberati stessi.

Quello dell’Ex Penicillina non è stato ovviamente l’unico sgombero di quest’anno, si possono infatti ricordare solo a Roma quelli di Via Vannina a Marzo, di Via R.Costi a Settembre e quello del Baobab a Novembre, oltre ad altri centinaia che investono i diversi spazi abbandonati e occupati in tutto il paese, con una frequenza sempre maggiore. Tutti questi provvedimenti hanno in comune la totale assenza statale di considerazione verso gli sgomberati in quanto persone:a prendersi carico delle vittime degli sgomberi ci sono solo associazioni sociali, onlus o operatori legali no-profit che cercano di far fronte non solo al problema dell’assistenza (sociale, sanitaria o legale) mancata da parte delle istituzioni ma anche all’assenza di veri percorsi di integrazione che permettano a queste persone di non dover vivere come fantasmi per la strada e con tutto ciò che questa porta con sé. A Roma è da sempre presente un grave problema legato alla questione abitativa, in relazione alle complicazioni dell’accessibilità, causa principale degli innumerevoli sgomberi e sfratti avvenuti negli ultimi anni; sembra assurdo dover ricordare che la casa non è un privilegio.

‘’Quel dentro non c’è più e non sarà mai uguale in altro luogo. Ma il fuori nessuno può chiuderlo in una gabbia, perché è l’ostinazione ad esistere che niente può fermare. Nell’anno a venire e finché non ci sarà più bisogno per nessuno di rivendicarlo come diritto.’’. Termina così il messaggio di Baobab Experience pubblicato sui social il primo giorno del 2019, in ricordo dell’anno difficile che è stato e con un monito di resistenza verso l’anno appena iniziato, descrivendo quello che era l’interno di Piazzale Maslax, presidio del Baobab prima dello sgombero dello scorso novembre, come luogo di ostinazione e quello che invece continua ad esserne l’esterno, dove si rincorre la sopravvivenza.

Si è voluto rendere trasversale a tutti questi eventi, in modo assoluto, il termine sicurezza. Mettendo insieme i pezzi, con la propria oggettività e le conseguenze che il decreto in questione sta promuovendo, ne esce un’immagine deviata e totalmente relativa del termine sicurezza, che assume costantemente le sembianze mascherate di un individualismo che sembra stia plasmando antropologicamente il sentire sociale degli individui. Negli ultimi mesi infatti questa deriva di egoismo sociale sembra essere diventata una base solida di un certo modo di sentirsi italiani e di vivere il paese: ci si sente italiani e ci si sente sicuri nell’assenza dello straniero sulle strade e sul lavoro, forgiati dall’alto da una paura paranoica della povertà e da quello che, nella promozione di una certa politica economica, diventa un elogio al neoliberismo. Sto pensando a Becky Moses, Soumaila Sacko e Suruwa Jaithe, morti rispettivamente a gennaio, giugno e dicembre 2018 in quanto sfruttati e poveri, nella tendopoli di San Ferdinando in provincia di Reggio Calabria.  Con la sicurezza, il decoro urbano e la legalità rimangono, in una certa continuità politica con il Pd e le volontà di Marco Minniti, dei fantasmi da perseguire come modelli di senso civico. Se da una parte si estende lo strascico macabro dell’individualismo, dall’altra si annulla il conflitto: si parla in continuazione di ‘’immigrati’’ ma non si parla con loro, non si ascoltano le loro storie, la loro rabbia o i loro desideri, non si vuole che occupino i palazzi abbandonati ma contemporaneamente non si vuole che stiano per strada; il conflitto sociale include necessariamente l’altro e una politica che tende ad annullarlo propone in modo unilaterale una sola condizione del vivere le città, riservata ad un’unica classe di privilegiati, che conseguentemente annulla qualunque considerazione dell’altro in quanto persona. L’immaginario promosso da certi provvedimenti rende ‘’gli altri’’ una presenza ambigua e autoreferenziale, intesa come tutto ciò che dista da un certo ordine costituito.

La rappresentazione della sicurezza diventa una celebrazione della legalità, tendendo fuori dal dibattito politico tutto ciò che si trova a monte, come l’assenza di servizi, di giustizia sociale e di un’educazione consona alla concezione del diverso, ma anche delle donne, dell’ambiente o del lavoro: i limiti costituzionali e legislativi sono da rispettare nella loro giustizia, in relazione alla sua valenza di garante di diritti fondamentali e non nella considerazione esclusiva della legalità perché, intanto, mentre la condizione dei poveri peggiora, i morti sul lavoro in Italia nel 2018 sono stati 1450 e le donne uccise da uomini sono state circa 110, una media di una donna uccisa ogni 72 ore, facendo in modo che nell’Italia del 2018 i femminicidi siano stati il 37,6% del totale degli omicidi; forse il miglioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro e l’educazione contro la cultura del patriarcato, ad esempio, ci farebbero sentire davvero sicuri e sicure, guadagnando in termini di libertà e non di legalità.

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Il re è nudo, ma tutti guardano da un’altra parte https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/ https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/#comments Sat, 22 Dec 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39039 Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport. Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro […]

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Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport.

Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro le vicende politiche degli ultimi mesi rappresentate dai media, il disegno ben orchestrato di neutralizzare il progetto di cambiamento della forza politica che alle ultime elezioni ha pressoché doppiato la percentuale di consensi dei suoi diretti avversari (32.7 contro rispettivamente 18.7 e17.4).

Gli argini alla marea montante erano stati costruiti già prima della consultazione elettorale, quando la maggioranza parlamentare uscente approvò la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del partito che avrebbe poi ottenuto il 18.7-: la conta dei voti sarebbe avvenuta per coalizione, non per singola forza politica, ben sapendo che il movimento del futuro 32.7 sarebbe stato l’unico a correre da solo.

Di fatto l’argine cedette sotto la spinta delle preferenze, dato che il successo del movimento solitario finì per impedire che una delle due coalizioni raggiungesse la maggioranza parlamentare assoluta (50% + 1). L’operazione successiva è stata quindi quella di legare a corda doppio il corpo estraneo della politica italiana (annoto solo che in una democrazia compiuta non dovrebbe essere neppure concepibile l’idea di un corpo estraneo) con un compagno di cordata organico all’assetto politico tradizionale: la forza del 32.7 è stata posta sotto la tutela del partito del 17.4.

Non bisogna dimenticare che questa strana coppia dell’attuale esecutivo è pervenuta alla sua unione di fatto solo dopo che il partito del 18.7 ha pervicacemente negato il suo appoggio, nonostante gli innumerevoli addentellati programmatici che almeno la sua piattaforma ideologica avrebbe potuto consentire con le linee progettuali del movimento del 32.7.

Qualche esempio? La lotta contro i privilegi (taglio degli stipendi dei parlamentari, delle pensioni d’oro, tetto alle liquidazioni milionarie dei manager etc.), la redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli (quota 780 euro sia per il reddito di cittadinanza che per le pensioni minime), la salvaguardia dei diritti fondamentali (salute, lavoro, ambiente), il ripristino delle condizioni di legge in tutti gli ambiti (leggi lotta alla corruzione, all’evasione etc.). Ribadisco, a scanso di equivoci, che questi punti sono riconducibili alla piattaforma ideologica del partito del 18.7, non necessariamente al partito del 18.7.

Messa nell’angolo da queste manovre da burattinai consumati, la forza politica del 32.7 ha verosimilmente accettato l’abbraccio subdolo del partito del 17.4 per non disperdere un capitale elettorale che difficilmente avrebbe resistito agli attacchi, ai ricatti, alle lusinghe paternalistiche che sono il bagaglio storico di tutte le forze della restaurazione, del potere consolidato. Ha accettato questo abbraccio perfido sperando che la protezione di un contratto pubblico firmato da entrambi i contraenti fosse sufficiente a evitare la sua trasformazione in abbraccio mortale.

Di fatto è avvenuto nei mesi successivi e fino ad oggi un fenomeno distorsivo della rappresentazione dei fatti, come se i fatti fossero filtrati attraverso un prisma capace di deviare la loro effettiva paternità in modo da riconoscere al partito del 17.4 i meriti delle iniziative virtuose, a quello del 32.7 la responsabilità delle politiche più ciniche e riprovevoli. Gli esempi emblematici di questo processo – a mio giudizio non casuale – sono da una parte l’abbattimento del quartiere abusivo dei Casamonica realizzato dopo dieci mesi di istruttoria dalla sindaca romana della forza politica del 32.7, ma mediaticamente devoluto come un tributo al capo del partito del 17.4 in sella ad un bulldozer (fosse stato qualche decennio fa avrebbe forse esibito il petto nudo e un piccone…), dall’altra l’astio ideologico del decreto Sicurezza imputato a quella maggioritaria tra le due forze di governo, che ha dovuto tollerarlo a forza per non buttare – come si dice – il bambino insieme all’acqua sporca.

Oltre che caratterizzata da questo peculiare effetto prismatico, la rappresentazione dei fatti appare sottoposta anche a un particolare filtro di potenziamento selettivo, per cui l’uomo del bulldozer risulta ubiquo e pressoché onnipotente, la variante odierna del superuomo che i nostri anticorpi civili hanno tante volte in passato debellato ma che giace latente nel nostro organismo come una maledizione: la sua parola è l’ultima, la sua figura giganteggia in tutte le cronache, si tratti di vaccini, di infrastrutture, di appalti, di Europa, di giusto processo e naturalmente di autoscatti personali e di altrettanto personale ménage amoroso.

Qualcuno dice che viviamo in tempi di grossolanità trionfante, e alla fine deve essere vero se nessuno fa più caso a sproporzioni che sembrano parossistiche, come quella tra un partito sulla cui truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro la rappresentazione mediatica tace, e una forza politica messa alla sbarra perché il padre del suo responsabile incaricato avrebbe fatto interventi edilizi abusivi su una catapecchia (disabitata) di proprietà e avrebbe corrisposto al figlio dei soldi in nero per la sua collaborazione estiva nell’azienda di famiglia: se in quest’Italia dell’illegalità diffusa tutti possiamo specchiarci nel secondo, il primo è un caso unico nella sua abnormità.

La rappresentazione generalizzata proietta dunque un cono di luce potente sul capo del partito del 17.4 (mi ostino a ritenere i fatti, il risultato elettorale, più importanti delle proiezioni statistiche, cioè gli attuali sondaggi elettorali), mentre lascia nell’ombra o distorce il profilo del responsabile incaricato della forza politica del 32.7 (tralascio le considerazioni sul Primo ministro, finalmente uno che studia e lavora invece che fare il giro delle sette chiese televisive). Perché?

Perché, banalmente, il partito del 17.4 è il partito della conservazione, da qualunque parte lo si voglia guardare: il nazionalismo è retrò, lo sviluppo legato alle grandi opere e ai grandi operatori economici è retrò, la famiglia tradizionale, la paura dell’immigrato e la noncuranza per l’ambiente sono retrò, è retrò in primo luogo la data delle sua costituzione (1988), che affonda le sue radici ben addentro a una stagione politica sconfessata da anni di movimenti dal basso e ora dal civismo confluito nella forza politica del 32.7.

D’altra parte, non vedo come si possa misconoscere la visione futuribile di quest’ultima. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita almeno citare l’emancipazione dalle fonti energetiche fossili e inquinanti (è giusto spingere la transizione verso l’auto elettrica), il potenziamento della raccolta differenziata (nessuno vorrebbe un inceneritore vicino casa), il reddito di cittadinanza (sono i sociologi ad avvertire che l’efficientamento della automazione industriale richiederà misure stabili di sostegno del reddito), lo sviluppo di reti infrastrutturali ecosostenibili (banda larga, ferrovie) che rendano finalmente unita l’Italia invece che sacrificarne una parte perché l’altra possa sedere nel salotto buono e sempre più ristretto dei potenti d’Europa (a chi servono davvero TAV e TAP?); e potrei continuare a lungo.

Non si tratta qui di essere d’accordo con tutti i punti di questo programma politico, ma di coglierne la posizione dialettica rispetto all’italianissimo e gattopardesco “tutto cambi perché nulla cambi”. Dopo il crollo – colpevole – del ponte Morandi a Genova, la vecchia politica avrebbe continuato ad affidare al gestore inadempiente le autostrade italiane, con grande sconcerto di tutti noi.

Ebbene, ieri sono accaduti due fatti che mi hanno spinto a scrivere queste considerazioni. La sovraesposizione del leader del partito del 17.4 si è arricchita di due nuove tessere del mosaico strapaesano dell’uomo dei miracoli: l’abbiamo visto prima accondiscendere indebitamente alle richieste dell’associazione degli industriali, notoriamente favorevoli alla TAV e alle grandi opere, il giorno dopo il successo torinese della manifestazione no-TAV (subito scomparsa dalla scaletta dei TG), poi chiedere alla sua piazza l’investitura a trattare con l’Europa quando proprio il governo di cui fa parte come socio di minoranza ha in corso esattamente questo tipo di trattativa.

Mi si dirà che il leader del partito del 17.4 si rivolgeva al suo popolo in vista delle elezioni europee, ma la rappresentazione che dell’evento è stata data pareva sottintendere un giudizio di attuale inefficacia e una promessa di futura risoluzione di tutte le vertenze vantaggiosa per l’Italia.

E quindi ho sciolto le mie riserve, ho chiuso il mio periodo di osservazione e di valutazione: l’uomo del partito del 17.4, il piccolo uomo (politicamente) che la grancassa dei poteri consolidati ha trasformato sugli schermi in un gigante è l’antidoto programmato contro ogni evoluzione di questa nostra asfittica dimensione sociale, culturale, economica, politica. Niente di strano se tra qualche mese farà mancare il suo appoggio al governo per formarne uno nuovo con le forze di destra e di fanta-sinistra schierate per il ripristino dell’ordine, dell’inerzia e del privilegio originari.

In questo malaugurato caso il virus fascistoide e neoliberista, ora depotenziato dal contratto di governo e dalla forza politica del 32.7, sprigionerà tutti i suoi funesti effetti, di cui l’occhiolino a più riprese strizzato alle grandi lobby economiche (vedi la vicenda del Ponte Morandi e il sì alle grandi opere, inceneritori compresi) e ai grandi evasori (vedi il no alla tracciabilità di tutte le transazioni economiche con carta e il sì alla prescrizione), per non parlare della protezione offerta a Casa Pound, non è che il segno premonitore.

A fronte di questo quadro mi stupisce invece – forse questo è l’ultimo residuo di ingenuità che mi consento – che le battaglie contro l’illegalità, contro la disuguaglianza, contro il privilegio, per i valori costituzionali, per la partecipazione civica, per i diritti, che indubbiamente la forza politica del 32.7 ha ingaggiato con una intransigenza che ha a tratti il sapore di altri tempi, non vengano fatte proprie da chi è da sempre ideologicamente allineato sugli stessi valori di fondo: se il fine è lo stesso, sembra folle non collaborare alla definizione dei modi per raggiungerlo.

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Simbionti contro Capristi https://minimaetmoralia.it/politica/simbionti-contro-capristi/ https://minimaetmoralia.it/politica/simbionti-contro-capristi/#respond Fri, 03 Aug 2018 10:05:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37886 di Valerio Cuccaroni

La destra di Matteo Salvini vince le elezioni politiche 2018. Fine del Fascismo. Inizio del Caprismo.

Prima che Salvini arrivasse al Governo, come Ministro dell'Interno, era ancora possibile servirsi della vecchia metafora del Fascismo. Salvini stesso è il referente di blocchi neofascisti, come Forza Nuova, Casa Pound, Blocco studentesco, ma egli rappresenta una fase nuova della politica.

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Il ministro dell'Interno Matteo Salvini partecipa alla presentazione della Festa della Lega Romagna a Milano Marittima, nel Ravennate, 1 agosto 2018. ANSA/PASQUALE BOVE

di Valerio Cuccaroni

La destra di Matteo Salvini vince le elezioni politiche 2018. Fine del Fascismo. Inizio del Caprismo.

Prima che Salvini arrivasse al Governo, come Ministro dell’Interno, era ancora possibile servirsi della vecchia metafora del Fascismo. Salvini stesso è il referente di blocchi neofascisti, come Forza Nuova, Casa Pound, Blocco studentesco, ma egli rappresenta una fase nuova della politica.

Matteo Salvini è il fondatore del Caprismo. Viene da Milano, a pochi chilometri dalla montagna, al limite delle nevi perenni. Ha sensi acuti ed è agilissimo nell’arrampicarsi. Dietro di lui ha portato al pascolo milioni di Italiani e Italiane, trasformandoli da uomini e donne in animali mostruosi, con corpo umano e istinto di capro. Respingono i loro simili d’Africa, perché temono l’estinzione, scambiando esseri umani provenienti da quel continente immenso in capre della Nubia, che hanno produzione lattea elevatissima e alta fecondità.

I capristi, seguaci di Salvini, però non hanno solo la tendenza a seguire i capigregge, a pascolare invece di pensare con la propria testa. I capristi sono sia vittime che carnefici, sempre pronti a trovare un capro espiatorio, capro emissario, nella Bibbia latina chiamato hircus emissarius, traduzione dell’ebraico ‘ăzā’zēl, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità. Con questo processo di trasferimento dei propri mali (miseria) e colpe (disimpegno) la comunità viene liberata, così come avviene dai primordi pastorali degli Ebrei, quando nel giorno dell’espiazione (kippūr) un capro era investito dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo e poi mandato via nel deserto (Levitico 16, 8-10; 26).

Il Caprismo esisteva già prima del sommo sacerdote Salvini, dunque. Abramo fu il primo caprista, pronto a sacrificare suo figlio per liberare la sua comunità da tutti i mali, perché così gli pareva giusto, salvo poi sventrare un innocente capretto al posto del figlio per salvare la discendenza. Siamo di fronte a riti ancestrali, conosciuti anche dai Babilonesi, dagli Assiri e dai Greci. La tragedia dei migranti annegati in mare, in effetti, è la manifestazione storica contemporanea della tendenza dell’umanità al Caprismo.

Se dovessimo trovare un altro atteggiamento da opporre al Caprismo dovremmo ricorrere sempre al mondo naturale. E infatti ai Capristi si oppongono i Simbionti, esseri che non amano l’esclusione che uccide, ma la simbiosi che vivifica. Il simbionte, al contrario del caprista, non vuole sacrificare altri esseri viventi, ma vive con loro, consapevole che la vita in società è una forma di simbiosi, un’associazione intima, spesso obbligata, fra organismi di specie diverse. In genere la simbiosi comporta fenomeni di coevoluzione.

L’umanità, in quanto natura che pensa se stessa, guardi alla natura per imparare come si evolve, in presenza di organismi migranti. C’è la simbiosi detta mutualismo, quando l’associazione è vantaggiosa per ambedue i simbionti, per esempio tra animali, come paguro-attinia, flagellati-termiti, bufaghe-bovini, tra piante, come la simbiosi lichenica ed ectotrofica, la simbiosi delle leguminose, è la simbiosi tra piante e animali. C’è il commensalismo, quando si ha l’utilizzazione comune di risorse alimentari, con vantaggio di uno solo dei simbionti, ma senza danno diretto per l’altro. C’è l’inquilinismo, quando uno dei due simbionti (l’inquilino) vive all’interno o sopra l’altro e ne occupa la tana o il nido senza che ciò provochi alcun danno. Si pensi agli insetti che si rifugiano o si alimentano all’interno di nidi di uccelli o in tane di mammiferi; cirripedi e policheti tubicoli che si fissano sullo scudo delle testuggini marine.

Anche il fenomeno della migrazione stessa può essere letto in chiave simbiontica. Il parassitismo degli scafisti, o simbiosi antagonista, non è quel tipo particolare di simbiosi, detta foresia, di cui danno prova la navi delle ong, che rispondono all’attitudine di alcuni organismi, come i migranti umani, a lasciarsi trasportare da individui di altre specie, o meglio di altre nazionalità: molte specie di uccelli acquatici, spostandosi da una zona umida all’altra, trasportano, con il fango che si attacca alle loro zampe, uova e stadi resistenti di crostacei, rotiferi ecc.

Il caprista, svelato nella sua caprinità, scenda dalla montagna e torni umano. Il simbionte applichi le forme molteplici della simbiosi, attento ai parassiti.

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Famiglie contro Legge 180: una bufala che compie 40 anni https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/ https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/#comments Wed, 04 Jul 2018 09:06:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37699 «La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene.

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«La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene. Nel 1981, quando la intervista la Rai per il programma Il fantasma del manicomio di Raffaele Siniscalchi (qui un estratto), racconta della sua esperienza di internata in manicomio prima, poi di paziente dei servizi riformati ad Arezzo e quello che dice è molto chiaro ed efficace: prima in manicomio avevo paura di morire, dopo, grazie all’assistenza h24, questa paura è scomparsa. «Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha». Maria Luisa vive sulla sua pelle il passaggio epocale della chiusura del manicomio a Arezzo,grazie all’impegno di Agostino Pirella, dell’amministrazione provinciale e di uno staff di medici e infermieri che ben prima della legge 180 ha messo in pratica la riforma.

Quando la legge 180 viene approvata, infatti, nel maggio del 1978, in Italia esistono oramai da circa venti anni sperimentazioni che hanno portato alla messa in discussione del sistema manicomiale disegnato, è il caso di ricordarcelo, da una legge del 1904.In quel sistema di “cura” il malato, il paziente psichiatrico, il matto, è internato in manicomio o in una clinica privata, a seconda del reddito della famiglia.I poveri in manicomio i ricchi nelle cliniche.

Un concetto semplice.

Poi succede che la società italiana, dopo venti anni di regime fascista, trova nella democrazia la linfa per mettere in discussione l’assunto che i poveri devono crepare in manicomio mentre i ricchi possono anche curarsi o essere quantomeno accuditi decentemente.

Si aprono i reparti, si inventano sistemi di cura su base territoriale, che consentono un’assistenza 24 ore su 24 a chi un po’ per volta inizia a uscire dal manicomio a rientrare in famiglia, oppure ad andare a vivere in piccole unità abitative insieme ad altri malati.

Nessuno, mentre questo accade, fra il 1961 e il 1978, grida allo scandalo. Anzi. Mese dopo mese, anno dopo anno, l’opinione pubblica è sempre più convinta dell’inumanità della reclusione psichiatrica. Certo si mettono in luce le possibili conseguenze negative, alcuni fatti di cronaca pongono la questione della pericolosità di alcuni ex internati, ma nella media non vi sono dati che spostano l’opinione pubblica dal pensare che bisogna cambiare radicalmente il sistema dell’assistenza alla malattia mentale.

Per questo la legge 180 è accolta bene. Per questo appare inevitabile. Anzi «qualcosa di cui dobbiamo essere orgogliosi», dice un internato di Gorizia in un documentario del 1968.

Ma esiste uno zoccolo duro di resistenza, formato sostanzialmente da medici e infermieri e politici che preferiscono, per cultura o interessi personali, il comodo sistema del manicomio e delle cure in cliniche private. Uno zoccolo duro che ha borbottato per anni mentre si sperimentava ma che trova modo di esprimersi al meglio dopo l’approvazione della Legge, poiché in essa individua un facilissimo capro espiatorio da dare in pasto a chiunque si lamenti della sua cattiva applicazione, ma soprattutto, in primo luogo alle famiglie dei malati.

L’assistenza non funziona? Colpa della 180.

I ricoveri durano poche ore poi i malati tornano a casa? Colpa della 180.

Suo figlio è violento e lei non può contenerlo da sola? Colpa della 180.

Succede anche che una volta, nel 1982, alla Festa dell’Unità di Grosseto, un malato psichiatrico seguito dai Centri di salute mentale dà un pugno nell’occhio a mio padre e che al pronto soccorso un medico gli dice, mentre gli sta cucendo i punti: “L’avete voluta la 180 eh”.

In realtà la 180 viene applicata in modo assai discontinuo al punto che la magistratura sarà costretta ad aprire numerose indagini per inadempienza contro le Regioni. Lo mette in luce per esempio, subito, Andrea Barbato, che insieme a Fabio Isman conduce una inchiesta sul post Basaglia. É il 1988.

Barbato domanda a Isman perché l’inchiesta parta da Gorizia. «Ecco», risponde il giornalista «abbiamo voluto cominciare da Gorizia perché Gorizia è stato un emblema, un esempio. Nel ’61, ’62 è stato il primo manicomio in Italia che si è aperto, ai tempi di Franco Basaglia. Da lì è partito il movimento di riforma in Italia. Ci dicevano fosse tornato un po’ indietro. Siamo andati a verificare cosa stava succedendo a Gorizia».

E a Margherita, ex internata, viene data la parola per prima: «Io mi chiamo Margherita, ho 56 anni e vivo da otto anni qui a Lucinico con due mie amiche, Pia e Giuliana, e mi trovo molto bene. Ho vissuto 30 anni in manicomio di Gorizia, l’ospedale di Gorizia. Una volta l’ospedale era molto diverso. Quando che è venuto il professor Basaglia eravamo prima tutte chiuse coi recinti tutti intorno intorno. Abbiamo sofferto molto, sempre legata ero io. Notte e giorno ho sofferto. Neanche a un cane non le auguro quello che ho sofferto io. Ogni mattina prendo l’autobus delle 7.15 e vado fino alla Gardenia. Dopo la Gardenia prendo quello che va all’ospedale. Alle 8 sono in ospedale”

Isman: “Ecco Margherita, qui cosa c’era?”

Margherita: “Qui c’era una volta una bella pista per ballare, non c’era tutta questa erba che è qui. Adesso con tutta l’erba non si può più ballare perché non c’è più possibilità. Una volta c’era più possibilità quando c’era Franco Basaglia. Era meglio, c’eravamo fuori. Perché venendo sempre dentro, sempre ospedale, no? Sempre ospedale. Con tanti anni che ho vissuto qui dentro io mi sento malamente, no?”

Isman: “Perché viene ogni mattina a farsi curare qui?”

Margherita: “Perché vengo ogni mattina a farmi curare qui, sì, perché mi sento nervosa”

Isman: “Però se ti curassero in un altro posto, se questo centro di riabilitazione non fosse dentro l’ospedale?”

Margherita: “Non fosse dentro l’ospedale sarebbe meglio non solo per me, ma anche per gli altri sarebbe meglio. Eh, perché tutti si lamentano che siamo sempre in ospedale, e invece c’erano fuori dall’ospedale erano più contenti, si trovavano meglio».

Dopo soli dieci anni il sistema sanitario ha fatto già dei passi indietro, riportando i malati in ospedale. Pochi servizi territoriali, sempre meno assistenza domiciliare alle famiglie.

E sapete perché? Per colpa della 180? No, perché dalla metà degli anni Ottanta, poco dopo l’istituzione del servizio sanitario nazionale, si capisce che la sanità è un business di dimensioni inaudite e che se i servizi pubblici si possono esternalizzare e magari riportare in parte al privato è meglio. Ovviamente non per i malati ma per chi ci lucra sopra.

Ma quello che si dice non è: se non ci sono case famiglia è colpa dei pochi investimenti, dei politici che rubano, delle tangenti sulla sanità, degli appalti miliardari no quello che si dice con insistenza è: se vostro figlio non è curato, se vostro fratello sta male, se vostra figlia si suicida dopo un inutile ricovero, è colpa della 180.

Io le ho ascoltate le interviste fatte per strada, ma anche in studio dalla tv, dal 1980 in poi e quello che si nota è che cambia proprio la sostanza del discorso, ma anche delle domande. Non ci si preoccupa più, poco alla volta, di attuare la legge, non si chiede più cosa si potrebbe fare di meglio, ma “perché va riformata?”, si dice: non funziona. Ma chi lo insinua nella mente dei cittadini, delle famiglie disperate sa bene che non è vero. Sa bene che si tratta di una semplice scelta di campo, politica: o si sta dalla parte dei malati e delle loro famiglie o non lo si fa. La legge 180 sta con i primi, chi la attacca no.

E Sergio Zavoli ritorna con forza a difendere la legge 180 nel 1992 in una incredibile inchiesta sui manicomi, sì i manicomi, mai chiusi nel sud Italia. C’è insomma chi li rimpiange quando ancora non sono stati nemmeno chiusi.

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Adesso Matteo Salvini, ministro dell’Interno, prende parola sulla 180 per dire che è una legge disumana perché penalizza le famiglie. Eccone un altro verrebbe da dire. Mi piacerebbe che ci fosse Maria Luisa a rispondergli. Ma il problema è che lui è un ministro della Repubblica, e dell’Interno per giunta.

Forse non lo sapete ma secondo la legge del 1904 la malattia mentale è una questione di ordine pubblico prima che sanitaria. Chi dà pubblico scandalo può essere internato. Per questo se ne occupano il Ministero dell’Interno e i Prefetti.

Dopo un secolo la malattia mentale torna ad essere un tema su cui può intervenire un ministro delegato a gestire la pubblica sicurezza e non la salute dei cittadini.

Fa davvero riflettere.

Matteo Salvini cavalca uno scontento che, come abbiamo visto, esiste da sempre. Ma ha il potere di trasformarlo da ideologia in pratica. E questo dobbiamo fare il possibile perché non avvenga.

Poco prima di morire Franco Basaglia viene invitato in Brasile a tenere un ciclo di conferenze. Saranno poi raccolte in un bellissimo libro.

In una di queste leggiamo: «certo, l’organizzazione sociale, il potere hanno sempre la possibilità di recuperare le trasformazioni. Ma il potere non è infinito. É molto difficile recuperare la pratica, mentre è molto facile recuperare l’ideologia. Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo. Questo è molto difficile da recuperare. Nel mio caso per esempio, io non vado in giro per il mondo perché sono una star della liberazione, io sono un testimone, uno che porta un messaggio. Anche se i giornali in Italia parlano di me, e magari di ciò che abbiamo fatto come di un paradiso terrestre, la nostra azione pratica non è stata recuperata. Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare. É quello che già ho detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare».

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Le troiane https://minimaetmoralia.it/attualita/le-troiane/ https://minimaetmoralia.it/attualita/le-troiane/#comments Sat, 23 Jun 2018 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37601 di Valeria Parrella

È la seconda volta in pochi giorni che il ministro dell’interno di uno Stato democratico si libera della responsabilità di governare degli esseri umani. Nella vicenda Aquarius si è delegittimato della responsabilità di salvare delle vite umane: di accoglierle per poter poi decidere del loro bene. Nel caso di Saviano si è delegittimato della responsabilità di difendere un suo cittadino.

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di Valeria Parrella

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È la seconda volta in pochi giorni che il ministro dell’interno di uno Stato democratico si libera della responsabilità di governare degli esseri umani. Nella vicenda Aquarius si è delegittimato della responsabilità di salvare delle vite umane: di accoglierle per poter poi decidere del loro bene. Nel caso di Saviano si è delegittimato della responsabilità di difendere un suo cittadino.

Nella vicenda Aquarius la auto-delegittimazione è avvenuta nei confronti di guerre e fame che, ove non fossero colpe che già da sole ricadono sul mondo occidentale (ma lo sono), sarebbero ascrivibili al concetto di “destino”.

In entrambi i casi il ministro dell’Interno non ha ritenuto di essere un uomo, perché l’Uomo o cerca di rimediare all’errore iniziale, reputando che sia stato di altri da sé, oppure tenta di governare il caso. Lo spiega così bene Jonas ne “Il principio responsabilità”: che il padre di famiglia e l’uomo di Stato sono l’imago del divino. Ecco: il ministro dell’Interno ha deciso di non essere né padre di famiglia, né uomo di Stato. Nel caso di Saviano non si è assunto la responsabilità di difenderlo dall’antistato: il più pericoloso nemico di uno Stato. Ergo, si è delegittimato dall’essere Stato.

Può un ministro della Repubblica non essere né padre di famiglia, né uomo di Stato?

La risposta sembrerebbe, in questa lettura, appartenere al teatro greco: ciascuna donna Medea, ciascun barcone Le Troiane. Saviano è la tragedia del singolo, dell’eroe costretto a scappar lontano, inseguito senza tregua.

La differenza, per i cittadini che vi assistono, l’unica a cui gli italiani hanno il magnifico diritto di appellarsi, è che l’Italia è una democrazia. Che il tiranno è stato già ucciso: e manifestando in modo sincero, pacifico e compatto ciò che si ritiene essere libertà (come è stato per il gay pride) si torna immediatamente liberi, ci si può alzare dalle gradinate del teatro e contribuire a mettere fine alla rappresentazione.

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Un estratto da “Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica” https://minimaetmoralia.it/altro/un-estratto-volgare-eloquenza-le-parole-paralizzato-la-politica/ https://minimaetmoralia.it/altro/un-estratto-volgare-eloquenza-le-parole-paralizzato-la-politica/#comments Thu, 08 Jun 2017 10:20:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34575 Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. Ringraziamo editore (Laterza) e autore.

di Giuseppe Antonelli

Un messaggio pubblicato su Twitter il 4 febbraio 2013 ammoniva: «#Grillo parla nelle piazze un linguaggio semplice e comprensibile gli altri sono nella loro torre d’avorio il risveglio sarà amaro #M5S». Solo che la storia del linguaggio semplice l’avevamo già sentita più di vent’anni fa.

La sbandieravano prima Bossi e poi Berlusconi («Non più quel linguaggio da templari che nessuno capiva: si sentiva il bisogno di un linguaggio semplice, comprensibile, concreto »). La confermavano gli studi sul lessico berlusconiano, mettendo in luce – tra l’altro – l’alto tasso di comprensibilità del suo modo di parlare.

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Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica. Ringraziamo editore (Laterza) e autore.

di Giuseppe Antonelli

Un messaggio pubblicato su Twitter il 4 febbraio 2013 ammoniva: «#Grillo parla nelle piazze un linguaggio semplice e comprensibile gli altri sono nella loro torre d’avorio il risveglio sarà amaro #M5S». Solo che la storia del linguaggio semplice l’avevamo già sentita più di vent’anni fa.

La sbandieravano prima Bossi e poi Berlusconi («Non più quel linguaggio da templari che nessuno capiva: si sentiva il bisogno di un linguaggio semplice, comprensibile, concreto »). La confermavano gli studi sul lessico berlusconiano, mettendo in luce – tra l’altro – l’alto tasso di comprensibilità del suo modo di parlare.

Anche sottoposto all’analisi informatizzata, il discorso di Berlusconi si conferma molto semplice: fondato in gran parte sul lessico di base e su una sintassi fatta di frasi brevi.

Studi simili confermano che anche la lingua di Grillo è composta dagli stessi ingredienti: frammentazione sintattica, semplificazione lessicale, insistenza su alcune parole (e parolacce, in questo caso) ricorrenti. Uno schema portato ai massimi livelli – di enfasi e di potere – dal nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Come ha notato il linguista George Lakoff, ancora una volta le elezioni sono state vinte da chi è stato in grado di imporre le proprie parole d’ordine – e dunque la propria visione del mondo, il proprio frame – indipendentemente e al di là di qualunque argomentazione.

Il modo di esprimersi di Trump è fatto di frasi molto brevi, spesso lasciate a metà, quasi sempre composte di parole mono o bisillabiche. Secondo le analisi dei linguisti, sintassi e vocabolario sono quelli di un bambino all’ultimo anno delle elementari. «Il nostro paese potrebbe funzionare molto meglio». «Abbiamo accordi commerciali pessimi». «Il nostro paese non funziona». «Tutti vincono tranne noi». «Abbiamo bisogno di vittorie». «Non abbiamo più vittorie». «Il nostro paese sarà grande di nuovo». Solo frasi ad effetto: slogan sparati a raffica e intervallati dai classici segnali discorsivi (I mean, you know) che accentuano l’impressione di una chiacchierata informale. E poi le parolacce, ovviamente.

E gli sprezzanti nomignoli per gli avversari politici: Low energy («bassa energia») per Jeb Bush, Lyin Ted («Ted il bugiardo») per Ted Cruz, piccolo Marco per Marco Rubio, Crooked Hillary («Hillary la corrotta») per la Clinton. Ma a colpire ancora di più sono le continue iperboli: tutto quello che Trump promette è meraviglioso, fantastico, incredibile. Come si legge nella sua autobiografia, «non tutti sanno pensare in grande, ma quasi tutti sono attratti da chi
lo fa. Ecco perché un po’ d’iperbole non fa mai male. […] Io la chiamo “iperbole veritiera”. È una forma innocente di esagerazione – e ancor più efficace di promozione».

Ne sa qualcosa Grillo, che nel suo discorso di fine anno 2016 non fa che ripetere espressioni iperboliche. Per farsi un’idea, bisogna leggerle tutte di seguito: «la cosa più straordinaria che sta succedendo», «questa è una cosa che passa l’immaginazione», «è straordinario questo abbinamento dove non ci credeva nessuno», «un vaffa straordinario», «la cosa più straordinaria che non esiste al mondo», «poter lasciare un segno della sua vita, della sua professione, nella realtà è straordinario», «fantastico: da quarant’anni funziona così», «fantastico!», «incredibile!», «questo meraviglioso sistema operativo che abbiamo», «sono tutti problemi pazzeschi», «ci aspetta una cosa strepitosa», «i cittadini cominciano a capire una cosa meravigliosa che è il Movimento 5 Stelle». Fin da quand’era un comico, d’altronde, il tormentone preferito di Grillo era «è una cosa pazzesca!».

Come notava Alexander Stille, «gli italiani, in particolare, dovrebbero capire la rivoluzione linguistico-politica del trumpismo. Il fascismo è stato preceduto e accompagnato da una simile rottura nei discorsi pubblici». Cambia la lingua, ma non il linguaggio. I programmi delle forze populiste tendono sempre a somigliarsi: niente di strano che si somigli anche la loro comunicazione. In Italia, sono state notate già da tempo le notevoli somiglianze tra Grillo e Salvini. Ma il modello si sta espandendo anche alle altre forze politiche, che ormai sembrano accettare questa sorta di supremazia a Cinque stelle.

Fino a poco tempo fa, questa posizione dominante era occupata dalla retorica berlusconiana. Era da lì che partivano le parole chiave, i frames che influenzavano il pensiero comune e indirizzavano il messaggio politico. Dire che le tasse equivalevano a mettere le mani nelle tasche degli italiani significava far passare l’idea che le tasse erano un furto perpetrato dallo Stato. Quando da sinistra ribattevano dicendo che anche loro non avrebbero messo le mani nelle tasche degli italiani, accettavano di rimanere all’interno di quel frame. Assumevano una posizione di sudditanza nei confronti dell’ideologia implicitamente espressa da quelle parole. E infatti perdevano.

Quando Renzi ha impostato la campagna referendaria su frasi come «non difendere i privilegi della politica» o «con il No difendete la casta», ha fatto sue parole d’ordine tipicamente populiste. Ha accettato il frame dei suoi avversari. E infatti ha perso.

Per dare un’idea dell’influenza che hanno sul cervello le parole che ascoltiamo – influenza che precede e prevarica il ragionamento – George Lakoff usa come esempio la frase «Non pensare a un elefante». Provate a ripeterla due o tre volte: «Non pensare a un elefante». Poi chiudete gli occhi. A cosa state pensando? È ovvio.

Adesso provate a ripetere: «Non pensare al Grillo». «Non pensare al Grillo». «Non pensare al Grillo»…

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Le elezioni regionali in Francia e la profezia di Houellebecq https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-in-francia-e-la-profezia-di-houellebecq/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-in-francia-e-la-profezia-di-houellebecq/#comments Mon, 14 Dec 2015 15:30:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29368 Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito di Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

E se Michel Houellebecq avesse previsto tutto questo? Rileggere dopo il doppio turno delle elezioni regionali francesi Sottomissione, il suo romanzo uscito a inizio anno, lo stesso giorno dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, e quasi universalmente letto come profezia fantapolitica del successo in Europa dell’islam politico, provoca uno strano effetto. Tanto da far emergere l’idea che la parte più significativa del libro non sia la seconda ma la prima, quella in cui descrive il successo di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, in un ipotetico 2022.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito di Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

E se Michel Houellebecq avesse previsto tutto questo? Rileggere dopo il doppio turno delle elezioni regionali francesi Sottomissione, il suo romanzo uscito a inizio anno, lo stesso giorno dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, e quasi universalmente letto come profezia fantapolitica del successo in Europa dell’islam politico, provoca uno strano effetto. Tanto da far emergere l’idea che la parte più significativa del libro non sia la seconda ma la prima, quella in cui descrive il successo di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, in un ipotetico 2022.

Come dice François, l’alienato protagonista di Sottomissione, tra i due turni di quelle elezioni collocate in un futuro prossimo: «Quando tornai in facoltà per fare lezione ebbi per la prima volta la sensazione che potesse succedere qualcosa; che il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia, e che da un bel pezzo si stava palesemente incrinando, potesse esplodere di colpo.»

Il primo, radicale, elemento di tale incipiente esplosione è la straripante avanzata del Fronte nazionale e di una leadership successiva all’uscita di scena dell’anziano leader fascista e antisemita Jean Marie Le Pen. Cosa fa il sistema politico francese quando figlie e nipoti del vecchio Le Pen vincono nettamente al primo turno? Il ricorso all’arco repubblicano è ancora possibile?

Ieri, tramite il sistema delle desistenze e il ritorno di molti elettori alle urne, l’arco repubblicano ha retto. La strada al Fronte è stata sbarrata, cosa che ovviamente non vuol dire che il Fronte abbia smesso di colpo di essere, in termini proporzionali, la prima forza politica di Francia, tanto da poter scardinare goccia dopo goccia «il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia».

In Sottomissione il sistema dei partiti (e l’intera impalcatura culturale che lo sorregge) appare molto più corroso di quanto non sia apparso dopo la débâcle elettorale del 6 dicembre scorso. È come se Houellebecq si chiedesse: cosa accadrà quando i due gusci vuoti del partito socialista e della destra Ump-Repubblicani, sistematicamente attaccati come una «casta» incapace di interpretare il Paese profondo, non potranno più ricorrere all’arma spuntata della desistenza (che in fondo, vista con gli occhi degli elettori del Fronte – e di Matteo Salvini – tende ad alimentare l’idea stessa che i lepenisti siano l’unica alternativa all’«ammucchiata» istituzionale)?

Non potranno fare altro, prosegue Houellebecq, che allearsi con una sorta di Mitterand arabo, interprete di una nuova forza politica in ascesa, speculare al Fronte. E bisogna riconoscere che, dopo le prime cento pagine del romanzo, tale idea appare meno fantapolitica di un successo pieno di un Sarkozy o di un Hollande redivivi contro la Le Pen.

Per questo, fantapolitica houellebecquiana a parte, il secondo turno delle regionali francesi non riesce a spazzare tutta la polvere sotto il tappeto. Il colpo assestato al primo turno, esattamente come nell’incipit del romanzo, rimane durissimo. E, goccia dopo goccia, la crisi dei partiti tradizionali della Quinta repubblica, appena inglobata dal sistema presidenziale, potrebbe farsi più fragorosa. Il minimo che si può dire è che le recenti parole così houllebecqiane («Il Fronte può condurre il Paese alla guerra civile») di un primo ministro, Manuel Valls – peraltro detestato dallo stesso Houellebecq, torneranno come un refrainsfilacciato da qui alle prossime elezioni presidenziali.

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Roma, 2015 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/#comments Thu, 11 Jun 2015 17:31:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27281 E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

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Riot police in Tor Sapienza

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E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

È come se negli ultimi mesi i grovigli che covavano sottotraccia nella città  si fossero dati appuntamento, tutti insieme, per uscire allo scoperto. È come se si fosse riaperto – seppure in una forma a volte farsesca – l’abisso immaginato da Nathaniel Hawthorne nel Fauno di marmo: «Senza dubbio», disse Kenyon battendo il piede con fermezza, «questo è il punto esatto dove si aprì l’abisso in cui Curzio si gettò insieme al suo nobile destriero. Immaginate il grande squarcio buio, d’insondabile profondità, i mostri informi e gli orridi volti che indistinti si intravedono sul fondo, con grande spavento dei buoni cittadini che spiavano dall’orlo! Ecco, questo è un buon soggetto a cui finora non si è mai pensato, per una storia sinistra e orrorosa, e forse, con una morale profonda come la stessa voragine. Al suo interno, è fuor di dubbio, c’erano delle visioni profetiche – preannunzio di tutte le future calamità di Roma – ombre di Goti e di Galli e persino dei soldati francesi di oggi. Fu un peccato richiuderla così presto! Darei non so cosa per dare un’occhiata in quell’abisso».

Il 4 dicembre 2014 i carabinieri del Ros arrestano Massimo Carminati  a bordo della sua Smart in una strada di campagna a Sacrofano, accendendo i riflettori su “Mafia Capitale”. Anche grazie alla pomposità metonimica dell’operazione, Mafia Capitale diventa nei mesi successivi la porta dell’abisso che sembra inghiottire la città, dalla stazione di servizio in corso Francia, presunto quartier generale di Carminati, fino ai piedi del Marco Aurelio in Campidoglio, le cui mura tremano sotto i colpi delle intercettazioni, degli arresti e dei sospetti. Qualcuno sostiene che l’operazione sia tutta fuffa (“roba da stracciaculi e giudici intrufolini”: è la posizione del Foglio), altri che sia l’ennesima e non ultima tappa di una nazione endemicamente corrotta, i partiti di opposizione fiutano l’occasione di cavalcare il mostro. Ma non si ferma a Mafia Capitale quello che sta vivendo questa Roma immortalata tra la fine del 2014 e i primi sei mesi del 2015.

A febbraio viene fuori la cosiddetta “Affittopoli” : appartamenti sparsi in tutta la città, centro compreso, affittati da anni a canoni fissi e irrisori, con perdite per il Comune di milioni di euro tra evasione e mancati incassi. Sempre a febbraio, a cavallo della partita di Europa League tra Roma e Feyenoord, centinaia di ultrà olandesi si danno appuntamento in pieno centro. Scontri con la polizia, scene di guerriglia tra piazza di Spagna e Campo de’ Fiori. La fontana della Barcaccia imbrattata e colma di bottiglie diventa immediatamente un simbolo – un altro, per una città che ne ha fin troppi. Il mese si chiude con la discesa nella Capitale di Matteo Salvini, accolto dai camerati di Casapound in piazza del Popolo. Le bandiere verdi della Lega che si vedono dal Pincio erano inimmaginabili fino a qualche anno fa, ma nel complesso la manifestazione non sfonda, e nelle stesse ore un ben più nutrito corteo, “MaiConSalvini”, sfila per le strade della città.

Se Lega e neofascisti hanno visto in Roma un’opportunità di propaganda, è perché come e più di altre città italiane la questione dell’immigrazione e delle periferie esasperate ha rappresentato durante questi mesi un altro fronte in ebollizione, probabilmente il più rumoroso e redditizio in termini di consenso elettorale. Nel novembre scorso brucia Tor Sapienza, quartiere periferico che ospita un centro d’accoglienza – poco tempo prima era toccato al quartiere di Corcolle. Bruciano i cassonetti, monta (o viene montata?) la protesta – si diffonde la voce di un nuovo centro – si rivede l’ex sindaco Gianni Alemanno.  Il 27 maggio un’automobile travolge nove passanti nel quartiere di Primavalle, ancora periferia, uccidendo una donna e ferendo altre otto persone. A bordo della macchina ci sono tre residenti in un campo nomadi sull’Aurelia. Il mattino dopo, il titolo del «Tempo» è “Saluti da Rom”.

Poi, a intorpidire ulteriormente l’aria di una città già depressa, ci sono gli sgomberi e la chiusura dei locali storici, affondati da altri nodi irrisolti che si trascinavano da anni. Il 16 marzo vengono messi i sigilli al Circolo degli artisti, spazio che negli anni ha ospitato decine di concerti, mostre, tante serate di banale divertimento («Il punto è che al Circolo ci va tanta gente diversa. È così grande e misterioso che mi verrebbe di paragonarlo a una spiaggia. Ognuno si diverte a modo suo e per conto suo», ha scritto Francesco Pacifico all’indomani del sequestro del locale). A inizio maggio la polizia con un blitz sgombera lo Scup, un centro sociale che dal 2012 ospitava una palestra popolare, una biblioteca, una cucina economica, una ludoteca per i bambini.

In giro, nei discorsi e nelle chiacchiere che si fanno – ogni giorno ne viene fuori una! –  si tende a vivere tutto questo con rassegnazione (“che ci vuoi fare?”). I più ottimisti confidano in tempi migliori, in una rinascita a breve, ma è pura professione di fede. Nei confronti del sindaco si oscilla tra l’autentico odio politico e la compassione umana per chi si è ritrovato a governare in una delle fasi storiche più delicate degli ultimi trent’anni. Di certo, di fronte a tutto questo, la piazza dei sindacati semivuota e i fischi al suo indirizzo sembrano riflettere l’immagine di questa rabbia/rassegnazione; e il 2015 è ancora lungo.

 

 

 

 

 

 

 


[1] La piazza delle “vittorie” del centrosinistra dai tempi del bipolarismo. Autenticamente festosa quella celebrata nel 1996, quando il neonato Ulivo sconfisse il centrodestra. Grottesco-surreale  il raduno notturno nel 2006, quando l’Unione vinse alla Camera per poche migliaia di voti.

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Come parlare di immigrazione a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/#comments Sat, 25 Apr 2015 08:35:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26352 Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

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Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

Ma è complicato parlarne a scuola, intavolare un dibattito in classe, anche perché le voci politiche che hanno dominato la reazione si sono modulate da subito su un’isterica ricerca delle cause, che in pochi secondi diventa una caccia ai colpevoli e quindi la loro criminalizzazione.

È un meccanismo pavloviano: di fronte a qualunque tema che si impone con urgenza, che si sia al governo o all’opposizione, si risponde con “un inasprimento delle pene e dei controlli” – un afflato che può valere in modo onnicomprensivo. Dai femminicidi alla gente che spara al Palazzo di giustizia, da Charlie Hebdo ai disastri aerei: promettere o promulgare subito pene più severe e controlli più rigidi viene usato come politica ansiolitica.

Anche se in questo caso, a sottolineare il vero, c’era poco da inasprire: cosa possiamo fare di peggio a delle persone che hanno perso la vita in mare e che non avranno nemmeno una sepoltura?

Ci si è scagliati allora contro gli scafisti. Un movimento di immigrazione così ampio e articolato come quello che sta avvenendo dall’Africa all’Europa è colpa degli scafisti. Sarebbe un’affermazione che evidenzia la sciocchezza di chi la pronuncia, e invece mezzi d’informazione e politici l’hanno ripetuta come se addirittura avesse una sua forza morale.

Lo stesso Matteo Renzi ieri l’ha avvalorata nel suo discorso alla camera:

Combattere i trafficanti di uomini significa combattere gli schiavisti del ventunesimo secolo. La storia ha già conosciuto un momento in cui si prendevano uomini e si infilavano nei barconi e ciò che sta avvenendo ora con la compravendita di uomini è esattamente una forma di moderno schiavismo.

E perfino nel suo editoriale sul New York Times:

Human traffickers are the slave traders of the 21st century, and they should be brought to justice.

Ma che paragone è? Cosa c’entrano gli scafisti con gli schiavisti? Se un mio studente facesse un paragone del genere io lo inviterei a riflettere sulle sue parole.

Da una parte – oggi – ci sono persone che vogliono disperatamente scappare dai loro paesi e raggiungere l’Europa e che utilizzano gli scafisti; dall’altra – la tratta umana del settecento – c’erano persone strappate ai propri paesi e condotte forzatamente in un altro luogo. Quale pur minima analogia trovate?

La stessa sciatteria di ragionamento Matteo Renzi l’ha espressa per tutta la lunghezza del suo breve editoriale americano: un articolo che è stato evidentemente scritto con un’accurata scelta di frasi, e che per questo vi invito a leggere per intero.

Si dà per scontato, per esempio, che quest’immigrazione sia riducibile a un fenomeno illegale e che come tale vada contrastata. Si parla del Corno d’Africa solo per nominare la lotta alla pirateria come modello d’intervento, non spendendo una parola sul ruolo che ha avuto l’Italia in quell’area e azzardando un altro paragone pessimo: tra pirati e migranti. Si dice – senza citare una fonte, un dato, un numero – che “non tutti i passeggeri delle navi dei trafficanti sono famiglie innocenti”, ventilando l’ipotesi che questi viaggi alimentino un flusso di terroristi dalla Libia all’Italia; anche perché poche righe prima veniva chiamata in causa l’azione del gruppo Stato islamico in Libia.

E potrei andare avanti.

Ma quello che m’interessa è come quest’approssimazione colpevole di Renzi in questi giorni non sia un’eccezione. Il che rende molto complicato provare a discutere in classe di immigrazione: le affermazioni che non si reggono su nessuna evidenza empirica o su nessuna coerenza logica la fanno da padrone.

Eppure, forse, mi dicevo ieri dopo due ore di discussione sfiancante, non ci si può esimere (se non lo fa innanzitutto la scuola, chi lo fa?) dal condividere riflessioni e anche reazioni di pancia, provando a destrutturare le affermazioni che vanno per la maggiore.

“Vanno aiutati sì ma a casa loro”.

“Vengono qui e rubano il lavoro agli italiani”.

“Sono troppi”.

“La maggior parte sono criminali”.

“Se vogliono venire qui in Italia lo facessero in modo legale”.

Eccetera.

Il primo passo se si vuole provare ad avviare un dibattito su questi temi, anche a partire da questo genere di considerazioni, è darsi una regola preliminare e farla rispettare. Restare sul tema.

È molto complicato imporre questa regola, e non far derapare subito la discussione in: “E i campi rom?”,“Sì, ma sa cosa vuol dire la crisi e quanta gente perde il lavoro?”, “La criminalità aumenta e nessuno fa niente”. È difficile perché il modello di discussione – che sia la televisione con i talk show in cui il conduttore non arbitra tra le posizioni, o i blog con i loro commenti che nessuno modera – è il modello di argomentazione che gli studenti hanno presente e che hanno fatto proprio: discutere vuol dire accumulare opinioni, discutere vuol dire difendere a tutti i costi la propria (impulsiva) posizione.

Occorre innanzitutto chiarire che questi sono tutti temi interessanti, ma sono altritemi. E sovrapporli non aiuta a parlarne.

Poi bisogna chiedere ogni volta di avvalorare empiricamente e logicamente le proprie affermazioni.

Un esempio. Partiamo dall’idea che siano troppi e che siano una causa importante della crisi e dell’impoverimento dell’Italia.

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte (50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

Allora, prima di fornire il dato reale, invito a considerare: quanti stranieri ci sono in classe o a scuola? Mettiamo anche che la nostra classe o la nostra scuola sia un’eccezione: conoscete per caso una classe o una scuola dove le percentuali di stranieri sono così alte? E se sì, non vi sembrano quelle un’assoluta eccezione?

Il numero di stranieri presenti in Italia è di circa l’8 per cento della popolazione. Quello che potrebbe essere definito il“tasso di immigrazione percepita” varia dal 20 al 30 per cento, secondo vari studi. Abbassare questo tasso, almeno a scuola, credo sia una priorità assoluta.

Ma aggiungiamo un piccolo passo d’analisi, ponendoci un altro interrogativo. Quanta ricchezza producono gli stranieri in Italia? Quanto contribuiscono al Pil nazionale? Se faccio questa domanda in classe, le risposte che ricevo variano dallo zero per cento fino al 5. Difficilmente raggiungono mai l’8 per cento. E sono anche delle risposte comprensibili: gli stranieri hanno di media lavori meno redditizi degli italiani: quanti dirigenti d’azienda stranieri conoscete? O quanti italiani conoscete che raccolgono pomodori d’estate?

Eppure il dato è superiore: almeno il 10 per cento.

Come è possibile? Per una semplice ragione: gli stranieri incidono molto meno degli italiani sulla spesa sociale. Quanti stranieri anziani conoscete? Quanti dializzati? Quanti diabetici? Quanti disabili? Quanti pensionati? Quanti invalidi civili?

Se i redditi medi sono minori da una parte, dall’altra utilizzano il welfare molto meno degli italiani.

Facciamo un altro esempio: nella bolla di chiacchiere, reazioni a caldo, dichiarazioni ufficiali e non di questi giorni successivi alla strage, una delle questioni che non è stata quasi mai nominata è quella dei profughi, dei rifugiati, dei richiedenti asilo.

Quasi nessuno ricorda che il vero motivo di quest’ondata di ultime migrazioni è la fuga da situazioni di conflitto in Africa e che di fatto è un dovere accogliere chi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale oppure opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopraindicato, non vuole ritornarvi”.
È quello che recita la convenzione per i rifugiati del 1951, un documento scritto dopo due guerre mondiali che avevano generato oltre 70 milioni di morti e una quantità spaventosa di profughi.

Il diritto d’asilo non è un’opzione nel gioco delle parti: è un diritto, un dato giuridico. E ipotizzare blocchi navali, respingimenti, omettere azioni di salvataggio, non accogliere rifugiati non è solo immorale o inumano (su questo si può discutere anche con chi ha posizioni fasciste come Matteo Salvini o Daniela Santanché), è illegale.

Per esempio: tra il 2008 e il 2011, quando il governo Berlusconi-Maroni attuò respingimenti in mare, oltre a causare centinaia di morti, violò una legge e venne condannato.

Chi si occupa di profughi? Tra gli altri: l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Studiare quando è stata fondata quest’agenzia dell’Onu, che funzioni ha, che storia ha, cercare di delineare una storia – almeno novecentesca – dei profughi può essere utile a contestualizzare l’ondata migratoria di oggi, ma soprattutto a riconoscere come alcuni diritti fondamentali – come il diritto d’asilo – siano il frutto di una lunghissima riflessione storica e civile.

Un ultimo esempio, brevissimo. La geografia. Uno degli interrogativi che alle volte pongo quanto ci mettiamo a parlare di sbarchi in classe è: quanto è grande la Libia e quanti abitanti ha?

Provate a rispondere anche voi senza guardare su Wikipedia.

Dopo aver sparato, confrontate la voce online, dove si dice: 6.120.585 abitanti (al censimento del 2008) per 1.759.840 km quadrati. Una densità di 3,9 abitanti a chilometro quadrato. Possiamo capire qualcosa da questo semplice dato? Sì.

Che è un paese demograficamente molto disomogeneo, con qualche zona abitata e un grande territorio desertico. Un paese molto difficile da governare come un’unità politica, soprattutto in una situazione di conflitto endemico come quella attuale. Riconoscere che la politica parte dalla storia dei luoghi e ancora prima dalla geografia può essere utile a contestualizzare e a correggere da subito le nostre convinzioni.

Un piccolo post scriptum.

Chi ha avuto in questi giorni la tenacia pedagogica di tenere il dibattito dentro le regole dell’argomentazione nel discorso pubblico? Quasi nessuno, nessun politico, pochissimi giornalisti, rari intellettuali. L’eccezione significativa c’è stata ieri con Gianni Morandi, che sul suo profilo Facebook ha replicato con una pazienza encomiabile a tutti i commenti al suo post in cui comparava le emigrazioni di oggi a quelle degli italiani all’inizio del secolo scorso.

Di fronte a “Questi stuprano!”, “Sono terroristi! Vanno uccisi!”, “Torna a cantare che è meglio”, Morandi ha mostrato la rarissima qualità di rispondere punto su punto, di controargomentare, di non esasperare o liquidare il dibattito.

Senza nessuna ironia e con un po’ di sconforto, è lui il modello pedagogico migliore da cui la scuola dovrebbe prendere esempio oggi.

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L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/ https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/#comments Mon, 02 Mar 2015 08:57:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25641 Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

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Difendemmo la città come si poteva. Le frecce dei comanche arrivavano a nuvole. Le clave di guerra dei comanche rimbombavano sui marciapiedi soffici e gialli. C’erano dei terrapieni lungo il Boulevard Mark Clark e le siepi erano state munite di fili elettrici luminosi. La gente cercava di farsi una ragione.

(Donald Barthelme, La rivolta degli indiani)

Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è montata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Oggi arriva Matteo Salvini, nel pomeriggio parlerà da piazza del Popolo, “Renzi a casa”. È lo sbarco della Lega nord nella Capitale, una cosa che ai tempi di Umberto Bossi era considerata impossibile, un ossimoro, preparato da giorni con comparsate tv e manifesti in città. Insieme alla Lega c’è il centro sociale Casapound, i “fascisti del duemila”. L’alleanza neroverde. A loro si contrappongono i movimenti antifascisti: contro-manifestazione, i poster disegnati da Zerocalcare. La battaglia è stata preceduta da schermaglie sul web e da qualche scontro il venerdì: gli antifascisti hanno provato a occupare piazza del Popolo, alcuni sono stati caricati, altri portati via di peso dalla basilica di Santa Maria. Anche loro oggi vanno in corteo. L’appuntamento è proprio in piazza Vittorio, per arrivare fino in centro. A metà di via Napoleone III c’è la sede di Casapound.
Quindi, la gabbia.

Da mesi ci chiediamo perché Matteo Salvini sia praticamente ogni giorno in televisione. Ricorderemo a lungo le sue immagini in déshabillé sui rotocalchi. Davvero, non c’è praticamente giorno in cui non compaia in televisione.

Dice un uomo che incontro sotto Casapound, un signore di mezza età che mesi addietro era appresso ai Forconi: «Mi piace, parla schietto. Ti guarda in faccia e dice quello che pensa. Sai cos’ha fatto una volta, durante la campagna elettorale per le europee? È andato, alle otto di mattina mi pare, ad assistere alla mungitura delle mucche. Così si fa. Sempre in movimento. Se solo si togliesse lo stipendio da parlamentare (Salvini non è un parlamentare, ndr) piglierebbe tutti i voti dei cinque stelle. Non capisco perché non lo faccia».

Momento didascalico quando il gruppo di Casapound, partito in corteo da via Napoleone III per arrivare in piazza del Popolo, attraversa via Nazionale e transita sotto l’albergo PATRIA. A proposito, se mai vi imbattete in una di quelle discussioni “destra e sinistra sono uguali”, ho una nuova risposta: i Casapound corrono. Ai cortei dei movimenti si procede con andatura irregolare, lentamente, con almeno un camion che spara il Caro vecchio Joe Strummer, il caratteristico odore acre del fumo; qui si procede a passo spedito, tutti rigorosamente in silenzio, le bandiere alzate verso il cielo. Dall’Esquilino a Villa Borghese in un quarto d’ora, con passo marziale, in un’atmosfera vagamente funerea. I ragazzi che abitualmente sciamano in roller sul Pincio si siedono ai lati del parco, mentre i Casapound issano due gigantografie con i marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, RIPRENDIAMOCI I NOSTRI SOLDATI. Il ritrattone di Latorre casca un paio di volte, l’asta non regge il peso, sono costretti a sistemarlo un paio di volte: una piccola incrinatura nell’organizzazione militaresca.

In piazza del Popolo sventolano i simboli verdi della Lega. I leghisti veneti sciamano nei bar ai lati della piazza domandando già a metà pomeriggio una grappa o un vinello. Gli amanti delle bandiere avrebbero avuto pane per i loro denti. I Casapound hanno il tricolore e il loro vessillo con testuggine su sfondo nero. Ci sono le bandiere della Russia, alcune con aquila, altre senza. Ci sono foto di Putin. Le bandiere con il Leone di San Marco. Il vecchio stemma della Lega con Alberto da Giussano. Uno striscione di quelli della “Razza Piave”. Confesso la mia ignoranza a un signore con bandiera a strisce orizzontali rosso-bianco-rosse, tipo-quella-dell’Austria-ma-non-è-quella. «È la bandiera del Granducato di Toscana. La seconda, per la precisione, dopo Napoleone. Ma non è colpa sua, non possiamo mica essere tutti esperti di araldica».
Poi, “ma questo è folklore”, ci sono le croci celtiche, e una foto del Duce.

Che sarebbe stata una giornata complessivamente straniante l’avevo capito la notte prima, quando ho sentito pronunciare nel programma di Marzullo il nome di Thomas Pynchon. Dalla piazza: grandi booooo alla sola parola “musulmano” pronunciata sul palco, diversi vaffanculo a Renzi e Alfano. Molti militanti hanno in testa l’elmo vichingo o giù di lì, quello con le corna. È il turno del presidente del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli: è suo l’intervento più truculento, tra le grida di Giorgia Meloni e il tono più soft del presidente del Veneto.

Infine, tocca a Salvini (4 BARBONI CON 4 PETARDI VOLEVANO QUESTA PIAZZA VUOTA; ANDASSERO A LAVORARE!!! – NON ESISTE ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA!!! LO CAPIREBBE ANCHE UN RAGAZZINO!). È il segnale, la cancellata di via Napoleone III si può smontare, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità.

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“È dura essere amati da dei coglioni” https://minimaetmoralia.it/politica/e-dura-essere-amati-da-dei-coglioni/ https://minimaetmoralia.it/politica/e-dura-essere-amati-da-dei-coglioni/#comments Tue, 20 Jan 2015 09:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25073 Questo breve racconto è uscito ieri sul "Fatto Quotidiano", che ringrazio. Non ha un gran valore letterario. Scrivendolo, mi auguravo che la forma narrativa potesse servire giornalisticamente a evidenziare qualche contraddizione di questi giorni. 

Siamo tutti Charlie?

Maurizio Bianchini, cinquantacinque anni, insegnante di matematica, vide il giovane magrebino sollevarsi dal sedile di fronte, allontanarsi e poi svanire verso la coda del convoglio. Alberi. Capannoni. Campi verde smeraldo sotto un cielo completamente sgombro. L'Eurostar attraversava il cuore della Lombardia come un bisturi di luce. Bianchini fissò il borsone di tela che fino a qualche attimo prima il ragazzo aveva tenuto sulle ginocchia. Il freddo improvviso alle tempie. Soltanto dopo la statistica veniva in tuo soccorso. Ogni giorno in Italia viaggiavano sui treni tre milioni e mezzo di persone. Negli ultimi vent'anni, in tutta Europa, i morti per attentati di matrice islamica erano stati trecento. Bianchini non riusciva a staccare gli occhi dal borsone. Peggio di quando vedeva Sasha Grey scopata da otto uomini sullo schermo del suo Mac. Considerò l'ipotesi che stessero per saltare in aria. È più facile che io vinca due volte di seguito al Superenalotto, calcolò. Ma che cos'erano il calcolo, la razionalità, se non il metodo della pazzia che in quei giorni contagiava tutti quanti?

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Questo breve racconto è uscito ieri sul “Fatto Quotidiano”, che ringrazio. Non ha un gran valore letterario. Scrivendolo, mi auguravo che la forma narrativa potesse servire giornalisticamente a evidenziare qualche contraddizione di questi giorni. 

Siamo tutti Charlie?

Maurizio Bianchini, cinquantacinque anni, insegnante di matematica, vide il giovane magrebino sollevarsi dal sedile di fronte, allontanarsi e poi svanire verso la coda del convoglio. Alberi. Capannoni. Campi verde smeraldo sotto un cielo completamente sgombro. L’Eurostar attraversava il cuore della Lombardia come un bisturi di luce. Bianchini fissò il borsone di tela che fino a qualche attimo prima il ragazzo aveva tenuto sulle ginocchia. Il freddo improvviso alle tempie. Soltanto dopo la statistica veniva in tuo soccorso. Ogni giorno in Italia viaggiavano sui treni tre milioni e mezzo di persone. Negli ultimi vent’anni, in tutta Europa, i morti per attentati di matrice islamica erano stati trecento. Bianchini non riusciva a staccare gli occhi dal borsone. Peggio di quando vedeva Sasha Grey scopata da otto uomini sullo schermo del suo Mac. Considerò l’ipotesi che stessero per saltare in aria. È più facile che io vinca due volte di seguito al Superenalotto, calcolò. Ma che cos’erano il calcolo, la razionalità, se non il metodo della pazzia che in quei giorni contagiava tutti quanti?

“È  dura essere amati da dei coglioni”, disse Allah da una nota vignetta di «Charlie Hebdo».

“Che Allah protegga i nostri jihadisti”. “Con noi non si scherza. Chi nomina il nome di Allah e del suo Profeta invano merita questo e altro”. “I fratelli Kouachi erano degli eroi, pace all’anima loro”. #JeSuisKouachi. “Pazienterò nell’ombra della società e quando verrà il mio turno, lo giuro su Allah, non avrò misericordia per nessuno”. Dodici retweet. “Sono contro Charlie. Io amo il mio profeta. Condanno il terrorismo occidentale”. “Musulmani d’Italia unitevi”. Cuoricino cuoricino. “Quattro disegnatori uccisi non sono niente rispetto ai bambini bombardati della Libia, ai villaggi distrutti in Iraq, ai civili massacrati in Afghanistan. Se una vita vale una, la nostra vendetta sarà infinita”.

Gli ingegneri della Polizia Investigativa li avevano pescati in Rete negli ultimi quindici minuti. Altri sarebbero arrivati nei prossimi giorni. A centinaia. Conoscevano i nomi. Conoscevano gli imam e le moschee. Avrebbero mandato le schede in procura. Le informazioni sarebbero state girate ai Ros e agli uomini dei reparti speciali. Potevano sorvegliarli, non potevano arrestarli. Potevano forse espellerne qualcuno. Ma quelli poi rientravano.

“È dura essere amati da dei coglioni”, disse Beppe Grillo da una vignetta di «Charlie Hebdo» dopo aver letto che certi suoi sostenitori consideravano un fake il poliziotto ucciso in strada dal commando jihadista.

“Il problema sono queste leggi assurde”, si sfogò il comandante del Dis, “in Italia per il terrorismo non esiste il reato di incitement. Devono aiutarli materialmente. Ma se digitano su quei cazzo di computer, se plaudono semplicemente agli atti di terrorismo, allora non possiamo fare niente. Si sa quanti ne vengono reclutati in Rete”. Il sottosegretario lo guardava sconsolato. “Questa cosa in Italia esiste solo per l’apologia del fascismo”, riprese il comandante, “basterebbe copiare paro paro il testo di quella legge estendendolo al terrorismo. Chiunque inneggi pubblicamente al terrorismo, noi lo arrestiamo. I progressisti vogliono la prevenzione? È questa la prevenzione!”

“È dolce essere amati da dei coglioni”, disse Silvio Berlusconi da una vignetta di «Charlie Hebdo» guardando i suoi sostenitori che sventolavano la rivista satirica, gli stessi che, con simile entusiasmo, avevano lasciato precipitare l’Italia in fondo alle classifiche internazionali sulla libertà di stampa.

“Noi li espelliamo, quelli ricorrono al Tar”, disse il colonnello rivolto al primo nucleo di agenti del Gis. I ragazzi lo ascoltavano con attenzione. “Non c’è una legge che punisca chi di loro è arruolato per combattere all’estero. Non è punibile l’autoaddestramento. Non c’è neanche una norma che consenta al questore di ritirare il passaporto di un sospetto. Così sta a voi. Infilarvi silenziosamente nelle crepe, aspettare, essere sempre pronti, fino a quando la legge non consenta l’intervento”.

Ma pezzo di imbecille, pensò il sottosegretario agli Interni mentre il capitano continuava a protestare, non capisci che si tratterebbe di un reato d’opinione? E quelli che in Rete vogliono radere al suolo la Palestina? Quelli che incitano a uccidere i tifosi della Juve o del Milan? Quelli che vorrebbero bruciare vivi i preti o le puttane, gli zingari o i napoletani? Le fissate con la castrazione chimica? Chi si augura che un commando armato faccia fuori i politici italiani? Che facciamo? Li arrestiamo tutti quanti?

“È ganzo essere amati da dei coglioni”, disse Matteo Renzi da una vignetta di «Charlie Hebdo» osservando i suoi fan che inneggiavano alla tolleranza e ai frutti dell’integrazione e dell’agricoltura biologica, ma che mai avrebbero accolto nelle loro case un algerino di venticinque anni, povero, vestito male, ma soprattutto convinto che le giornaliste di sinistra che andavano in tv senza velo a parlar male di certi colleghi maschi fossero in fondo delle troie.

Rischio Uno significava che gli agenti dovevano lasciare quello che stavano facendo, qualunque cosa fosse, e intervenire. Rischio Tre, potevano astenersi solo se stavano effettivamente salvando un’altra vita umana. Rischio Quattro (in questo caso il pericolo era blando), potevano ignorare la chiamata se altre vite umane correvano pericoli altrove.

“Prevedere con esattezza nuovi attacchi, rispetto ai rischi potenziali, è statisticamente impossibile”, disse il portavoce dell’intelligence al Ministro dell’Interno.

Quindici agenti dei Ros erano in procinto di salire sull’Eurostar in partenza da Milano. A bordo c’era un magrebino sospettato di avere militato in uno pseudo gruppo jihadista di Lambrate. Nessun precedente. Rischio Quattro. Poi arrivò la notizia che gruppi di tifoserie di Inter e Milan si stavano picchiando a un’ora e mezza dall’inizio del derby. Il comando chiedeva un rincalzo di duecento uomini. Picchiavano con le spranghe. C’era il pericolo che ci scappasse il morto. Così gli agenti scesero dal treno e si diressero a passo svelto verso San Siro.

“È entusiasmante essere amati da dei coglioni”, disse Matteo Salvini da una vignetta di «Charlie Hebdo» mentre alcuni suoi elettori volevano l’Islam fuori dal paese, cioè la religione senza i cui fedeli le loro aziende sarebbero subito fallite per i costi della manodopera da sostituire.

Maurizio Bianchini continuava a osservare il borsone nella carrozza cinque. Spingeva lo sguardo in fondo allo scompartimento. Niente. Il ragazzo era scomparso. Statisticamente impossibile che questo treno esploda, continuava a ripetersi angosciato. La matematica non mente. Le leggi fisiche nemmeno. La luce arrivò prima del rumore. Pum.

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