Matteo Trevisani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-trevisani/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Jan 2018 01:27:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Matteo Trevisani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/matteo-trevisani/ 32 32 Roma attraverso i fulmini https://minimaetmoralia.it/letteratura/roma-attraverso-i-fulmini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/roma-attraverso-i-fulmini/#respond Thu, 18 Jan 2018 06:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35975 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

ROMA. “A Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra”. La frase lapidaria arriva alla metà perfetta di un libro che sfugge a ogni definizione, esordio di un non romano alle prese con enigmi e incubi che a Roma valgono oggi come duemila anni fa. Romanzo esoterico, misterico, di formazione, per nulla di genere, Il libro dei fulmini (Atlantide, pp. 171, euro 20) racconta una città molto lontana da quella delle cronache, dei reportage, delle guide turistiche. Attraverso di essa, vuole in effetti raccontare una discesa agli inferi esistenziale e un incontro con la morte, tipico di culti arcaici apparentemente sepolti. E tuttavia, forse proprio per questo, il libro illumina certi aspetti della città eterna generalmente negletti.

Sono giorni di festa, è passato il Natale che per chi non dimentica la storia infinita di Roma è ancora soltanto erede della festa del Sol Invictus, il Natale del Sole cioè, quando il solstizio d’inverno dà inizio alla rinascita, e il dio venuto dall’oriente, un certo Mitra, festeggia la sua breve vita di eroico sapiente, uccisore del toro, dio dei legionari romani e di tutti coloro i quali vollero essere iniziati al suo mistero. Dunque abbiamo deciso di incontrarci dalle parti di uno dei Mitrei più belli in città, quello del Circo Massimo, visitabile su prenotazione come la maggior parte dei luoghi più sacri e oscuri della Roma antica (ogni info allo 060608). L’autore, Matteo Trevisani, mi aspetta davanti alla Bocca della Verità. Decine di turisti sono in coda per inserire la mano, fra risolini e sospiri, nella famosa apertura che originariamente non era nulla più di un tombino. Ma lui mi fa segno di seguirlo, prende l’ingresso di S. Maria in Cosmedin, corre sul pavimento cosmatesco e scende giù per le scalette che, dietro agile mancia o “offerta volontaria”, si aprono inghiottendo nei sotterranei della chiesa. “Ecco i resti dell’Ara Massima di Ercole invitto, il primo centro di culto di Ercole a Roma. Solo in pochi scendono qui. Non è un paradigma dei nostri tempi?”

Lo è eccome. Sopra, all’aria, il ciarpame turistico; sotto, nell’umidità del sottosuolo muffoso, le verità profonde della città. Nonostante a Roma anche il ciarpame e la cialtroneria siano rivelatori di un’anima profonda e per nulla scontata, è sottoterra che si deve scendere per riuscire davvero a alzare lo sguardo verso ciò che è nascosto agli occhi della moltitudine. Sono le contraddizioni di una storia unica e di una città assolutamente imprendibile, accada pure quel che deve accadere nelle contingenze della storia.

Mentre Trevisani si aggira mezzo invasato nella sala angusta della cripta, ripetendomi che dietro al muro, poco lontano, lì sotto, dietro chissà quali rovine sommerse, c’è il Mitreo, io ripenso alle pagine in cui il suo alter ego letterario, invischiato in un gioco che sembra più grande di lui e che ha a che fare con una setta che nella Roma dei nostri giorni fa rivivere gli antichi culti del fulmine, si ritrova in questi sotterranei, quasi perduto dietro alle visioni che fanno di lui un eletto inconsapevole. “Non c’è nulla di reale in quel che racconto, ma è certamente vero che questa è ancora una città dove poche famiglie mantengono inalterate tradizioni secolari o se ne sentono eredi coltivando l’idea forse illusoria di avere un qualche potere temporale oltreché spirituale”. Roma è una città di famiglie e conventicole, spiega al protagonista del libro il suo sapientissimo professore, tal Mulini, quando arriva il momento di mettere assieme i pezzi che girano attorno all’idea antica che i fulmini possano squarciare il confine che separa vivi e morti.

Dietro l’angolo di S. Maria in Cosmedin, si accede al Mitreo passando attraverso i locali del Teatro dell’Opera, una di quelle esperienze a metà fra il sacro e il profano di cui Roma sa elargire perle. La particolarità di questo Mitreo, rispetto agli altri (celebre e facilmente visitabile quello spettacolare nei sotterranei di San Clemente a Via S. Giovanni in Laterano), sta tutta nella sala attraverso cui si accede, una sorta di vestibolo dove gli uomini si preparavano a calarsi nei rispettivi gradi iniziatici (i sette scalini che sono oscuramente disseminati nel libro: corvo, ninfo, soldato, leone, persiano, corriere del sole e padre) e in quella che alcuni identificano con la fossa sanguinis, il luogo in cui il toro veniva ucciso e sgozzato e il suo sangue scendeva in una sala sottostante dove l’iniziando era coperto dalla pioggia di sangue prima di poter rivedere la luce nella nuova vita che gli era concessa attraverso l’iniziazione rituale. È un momento decisivo del libro e Trevisani è incontenibile. “Pochi metri e c’è una chiesa che i romani sottovalutano: Sant’Anastasia”.

Entriamo. La chiesa è sempre aperta. Il culto perenne la rende unica nella sua incondizionata accessibilità a ogni ora del giorno e della notte. All’ingresso strani giochi di luce indussero gli antichi a riflettere sul dio Sole. “Da queste parti tutto ebbe inizio. Il Foro Boario, il Tevere che esondava con gran facilità, aria spesso mefitica, paludosa, ingannevole. E, sotto a ogni cosa, la grande Cloaca, la Cloaca Maxima che ancora sbuca sul Tevere. Attraversiamo le file di turisti ignari per spingerci oltre il tempio di Ercole (che noi romani siamo abituati a chiamare Tempio di Vesta a causa della sua circolarità) e oltre il Lungotevere, su quello che tutti qui conosciamo come “Ponte inglese” per via dei sensi di marcia invertiti. Ci affacciamo sull’antica bocca della fogna e lo spettacolo è straordinario. I resti millenari della Cloaca sono un ricettacolo di “monnezza” e detriti del fiume. Una rete cascante a metà coperta da plasticacce impigliate dovrebbe proteggere le grandi pietre antiche su cui invece si erge una specie di accampamento: casupole di cartone e stracci fra le formidabili pantegane del Tevere. “Ecco Roma” fa Trevisani e gli do ragione.

Forse per chi non è nato in città è più semplice cogliere queste magnifiche contraddizioni? Lui e il suo alter ego del libro giunsero nella capitale 15 anni fa da San Benedetto del Tronto (dove l’autore è nato nel 1986) per lanciarsi alla scoperta di un enigma metropolitano. “Dopo dieci anni da studente e giovane fuorisede in cerca di futuro, cominciai a esplorare davvero la città e capii che Roma puoi raccontarla soltanto partendo dalle sue rovine. Puoi trovare un filo se guardi al terreno che calpesti e dai il giusto peso alla stratificazione di epoche che è la caratteristica della città. Dunque scendendo nelle cavità ipogee, nei Mitrei, nelle catacombe, in ciò che è apparentemente nascosto”. Intanto attraversiamo l’Arco quadrifronte di Giano, contempliamo la damnatio memoriae della moglie di Caracalla nell’Arco degli Argentari, il Velabro, San Giovanni Decollato. Andiamo indietro verso il principio. Il libro infatti si apre con un misterioso appuntamento sulla terrazza del Tabularium, all’interno dei Musei Capitolini, luogo magico a tutti gli effetti per la vista sui Fori che fa tremare le gambe. È qui che Trevisani s’imbatté in una lapide che i romani dedicarono a un fulmine assassino e iniziò a intrecciare la storia del romanzo.

“Nei culti misterici antichi a tutti era data la possibilità di un’illuminazione di cui poi era vietato raccontare ai non iniziati. Difficile fare i conti con queste oscurità. Certo era un modo di fare i conti con la brevità della nostra vita e formare un nuovo sguardo sul mondo. Per vedere ciò che non si offre subito all’intuizione dello sguardo”. Un modo per scavare dentro la città che nel libro assume la forma della ricerca dei luoghi dove altri fulmini caddero dal cielo aprendo comunicazioni fra il nostro mondo e quello dell’aldilà. Così dobbiamo ancora arrivare a una chiesa sconosciuta ai più – Santa Bibiana accanto alla ferrovia di Termini e al tempio di Minerva Medica – eppoi ai SS. Quattro, fra l’oratorio e la Sala Gotica, luoghi misteriosi e di difficile accesso, poco lontano dalla Domus Valerii nascosta per sempre sotto all’Ospedale San Giovanni. Cercando fulmini caduti e sotterrati dagli antichi in onore del dio Summano, ossia Plutone, il dio degli Inferi, scopriamo infine quanto ancora oggi, e soprattutto a Roma, valga un’antica regola che Trevisani racconta così: “Pensare che quello che accade sopra di noi possa affondare le sue radici sotto di noi porta con sé innumerevoli conseguenze. Spinge a credere che le profondità della terra nascondano i segreti del cielo e viceversa”.

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Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-nella-realta-libro-dei-fulmini-matteo-trevisani/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-nella-realta-libro-dei-fulmini-matteo-trevisani/#comments Tue, 14 Nov 2017 09:31:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35502 Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

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Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

Libro dei fulmini, il romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Atlantide, 20 euro), prende spunto da questa antica tradizione. L’autore, studioso di storia delle religioni, magia ed esoterismo, ci accompagna in un itinerario appassionato che ripercorre i misteri della Roma nascosta e sotterranea, nella certezza che «a Roma tutto quello che c’è di vero sta sottoterra».

Assai spesso nel libro le dimensioni spaziali e temporali si sovrappongono, dando luogo a realtà duplici nelle quali è facilissimo perdere l’orientamento; si crea, per dirla con le parole del narratore, un «passaggio da una condizione in cui la realtà è semplicemente quella che appare a una in cui la realtà è doppia, e i cui significati sono come ancore che aiutano chi vuole perdersi a perdersi del tutto». Nel romanzo gli esempi di realtà sdoppiata sono numerosi: il mondo dei vivi e quello dei morti, che vengono messi in contatto dalla caduta dei fulmini; gli abissi temporali dai quali risalgono eventi dell’antichità per accadere nuovamente di fronte agli occhi dell’attonito protagonista; e ancora, il livello di percezione aumentata durante l’esperienza sessuale, che dà adito alla visione di una dimensione altra, altamente simbolica ed enigmatica.

Il sacerdote che presiedeva a questo tipo di fenomeni nella Roma antica era il pontifex, ovvero «colui che getta i ponti tra i mondi». Il protagonista del libro – che con l’autore condivide il nome, Matteo Trevisani, – svolge esattamente il ruolo di pontefice. La sua è una ricerca che si snoda lungo le vie e i monumenti di una Roma magica, stratificata, che sembra custodire una fonte inesauribile di misteri; una ricerca che serve a ricucire, a riconciliare i mondi che divergono. Spesso, per raccapezzarsi tra le diverse dimensioni, il protagonista si avvale dell’aiuto delle mappe. Le mappe sono un modello per rappresentare la realtà. Unendo in una mappa i punti associati a particolari congiunzioni spazio-temporali si scoprono prospettive nuove, che gettano una luce originale sui mondi raffigurati. Lo spazio e il tempo si incrociano in combinazioni che rivelano un disegno sottostante, una trama difficile da notare se non si hanno occhi allenati a cogliere relazioni tra le cose.

Oltre ai passi in cui Trevisani si sofferma nel racconto di fatti storici legati principalmente al mondo della magia, sono particolarmente efficaci le pagine in cui descrive il modo in cui, tramite l’esperienza sessuale, i protagonisti accedono a un diverso livello percettivo. Al museo delle terme di Diocleziano, Matteo conosce Silvia e inizia con lei una relazione. Quando i due fanno l’amore, la loro mente sembra svincolarsi dal corpo per vivere un’esperienza sovrasensibile. Matteo viene proiettato in una dimensione parallela in cui inizia l’esplorazione di una foresta, condotto da un bambino che svolge la funzione di spirito guida. La foresta è il posto dell’ignoto, ma anche il luogo dei segni, dove ogni cosa è allo stesso tempo sconosciuta e simbolo di qualcos’altro: «Di tanto in tanto aprivo gli occhi, ma mi sentivo inerte, completamente sottomesso, eppure con un controllo delle mie facoltà mentali che non avevo mai percepito tanto forte. Di colpo mi accorsi di non averne paura, chiusi ancora gli occhi e mi abbandonai alla corrente che sembrava cullarci. I colori si acquietarono e il buio si trasformò presto in visioni stupefacenti. Allo stesso tempo vedevo le cose e le storie delle cose».

Le sensazioni provate nel mondo reale durante il rapporto sessuale influenzano quello che accade nel sogno e viceversa. Il sesso è il propellente delle immagini oniriche, e allo stesso tempo proprio quelle immagini danno vigore e significato all’amplesso: «Dall’altra parte, nella foresta, il ragazzo aveva trovato la via che cercava, oltre un grosso lago che attraversò su un tronco, e poi dentro una caverna, una frondosa cavità sotterranea da cui però si vedeva il cielo stellato. Cominciò a correre velocemente, e contemporaneamente Silvia accelerò ancora di più i movimenti e il respiro. Capii che stava per venire. Allora mi immobilizzai, cerando di tenere contratti i muscoli delle gambe. Volevo che venisse prima di me, non avrei permesso a me stesso di precederla, ma allo stesso tempo cominciai a sentire dentro un calore luminoso, una decina di centimetri sotto l’ombelico. Stavo per avere un orgasmo».

Matteo Trevisani fa il suo debutto nel romanzo con uno stile autorevole e maturo. La storia del libro si colloca nel filone magico-esoterico, ma senza scadere nella letteratura di genere, anzi mantenendo un elevato valore di letterarietà, tramite un linguaggio avveduto e sorvegliato. Il campo della metafora rimane per lo più pertinenza dei racconti magici, mentre l’ambito della realtà, da un punto di vista linguistico, resta confinato in una sfera più referenziale. Matteo, il protagonista del libro, vive nel mondo reale e contemporaneo come ciascuno di noi: si sposta nella città, parcheggia il motorino, prende la metropolitana, invia email, usa il cellulare; e in questo ambito il linguaggio usato dall’autore si mantiene su uno stile puramente denotativo. Ma, allo stesso tempo, l’uomo accede a dimensioni distanti dalla nostra, sia nel tempo che nello spazio: partecipa a riti esoterici, vive esperienze extracorporee, vede persone defunte: e il linguaggio che descrive queste vicende si avventura più frequentemente nei territori audaci della metafora. A volte denotazione e connotazione rimangono cautamente distinte nel testo del romanzo; altre volte abitano la stessa frase con naturalezza: «mentre faticavo a mantenere il motorino in equilibrio sulle rotaie del tram di piazza Vittorio, immaginai la giovinezza di Roma, quando le decisioni facevano parte della natura e tutto sgorgava dalla città, un sistema emergente che non poteva fare altro che fluire, eccedere da se stesso. Ecco cos’era stata la giovinezza di Roma, l’acqua che trabocca ai lati di un’anfora troppo piena».

Ecco, Libro dei fulmini di Matteo Trevisani è un po’ come quest’anfora che trabocca: un romanzo eccessivo, esuberante, che evoca Roma con l’entusiasmo e la passione di un innamorato, e che trae dalle sue tradizioni più antiche la linfa per la costruzione di un’opera unica nel panorama letterario italiano contemporaneo. E che, se da un lato rischia di eccedere in erudizione, d’altro canto costruisce – con una prosa quasi sempre impeccabile – una storia capace di appassionare fino all’ultima pagina.

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