Mattia Torre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mattia-torre/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 May 2021 07:16:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mattia Torre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mattia-torre/ 32 32 In brevità vi dico https://minimaetmoralia.it/serie-tv/in-brevita-vi-dico/ https://minimaetmoralia.it/serie-tv/in-brevita-vi-dico/#respond Wed, 12 May 2021 12:03:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48574 Dove sta andando la serialità televisiva? Un articolo di Marco Mingolla, con gli interventi di Luca Pellegrini (Centovetrine) e Anita Rivaroli (Skam Italia) e una bonus track dedicata a "La linea verticale".

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di Marco Mingolla

Chissà dove sta andando la serialità televisiva in Italia oggi. Me lo chiedo spesso. Me lo chiedo da autore, ma anche da appassionato fruitore, divoratore onnivoro di tutto ciò che è audiovisivo.

Mettiamo un po’ in fila le cose e cominciamo col dire che forse è arrivato il momento di distinguere la serialità televisiva che passa davvero in televisione, da quella che in televisione ci passa solo per i possessori di una smart tv. Non possiamo continuare a mettere sullo stesso piano o, meglio, pensare di chiamare con lo stesso nome le serie tv di Canale 5 (che ancora qualcuno chiama “fiction”) e quelle di Netflix, per esempio. E non è una questione di qualità, tanto per citare a sproposito i CCCP e darmi un tono. Potrebbe trattarsi di una questione tecnica.

Di certo, quello che è evidente è che i due mondi, in questi anni, si sono osservati molto. In alcuni casi hanno anche trovato degli accordi che, ne sono certo, nel prossimo futuro saranno sempre più frequenti.

Facciamo un passo indietro. Anno del Signore 2003. Elisa di Rivombrosa, regia di Cinzia TH Torrini: uno dei più grandi successi Mediaset di sempre. Due stagioni, 26 puntate, 100 minuti a puntata. L’intera prima serata. Telegatti a profusione e la consacrazione televisiva di Vittoria Puccini.

2019. Il processo, regia di Stefano Lodovichi. Sempre Vittoria Puccini protagonista. Unica stagione, 8 episodi, 50 minuti a episodio. In due occasioni ne sono stati trasmessi anche tre in una sola serata su Canale 5. Poi, dopo la messa in onda, via su Netflix.

Non è un percorso lineare, sia chiaro. Già vent’anni fa la tv generalista ci proponeva esperimenti a episodi brevi e, allo stesso tempo, oggi – sempre più sporadicamente però – ci  propina serie tv da puntatone coraggiose nel minutaggio.

Potrebbe essere una scelta artistica, che ha a che fare con i temi della storia, il linguaggio, la libertà espressiva degli autori. Oppure, come ci suggerisce Il processo, più banalmente, la possibilità di dare una seconda vita ai progetti sulle piattaforme streaming internazionali, che guardano con sempre più diffidenza la lunga serialità (da intendere sia nel numero delle stagioni, che nel minutaggio delle puntate).

Mettiamoci d’accordo. Facciamo che le serie tv da 100 minuti a puntata le chiamiamo in un modo e quelle da 50 le chiamiamo in un altro?

Ma è cambiato anche il pubblico. L’ho sentito dire qualche sera fa a Raoul Bova, protagonista di una certa televisione, durante uno show. L’ho sentito dire a proposito del fatto che Gabriel Garko (L’onore e il rispetto, 2015, 90 minuti a puntata) non piaccia più. E cosa vuole il pubblico che è cambiato? Contenuti sempre diversi.

Il nuovo pubblico divora storie su storie, ha fame di nuovi personaggi. Il nuovo pubblico mette in discussione pure lo “star system” in nome di un intrattenimento sempre originale. Il nuovo pubblico ha fame di celebrità sempre nuove, da seguire su Instagram nella loro quotidianità che assomiglia un po’ a quella di tutti.

Ok, non ci sto capendo più niente. Ho bisogno di sentire Luca Pellegrini, docente di sceneggiatura e fra gli autori delle più importanti soap italiane, da Centovetrine a Il paradiso delle signore. Ecco, aggiungiamo pure la soap alla discussione e pure la telenovela. Quelle non sono serie? “Certo che lo sono”, mi risponde Luca. E aggiunge “tutta la serialità televisiva di oggi deve qualcosa alle soap”. Gli chiedo se esistono delle categorie e mi suggerisce di dividere fra daytime e primetime. La serialità daytime, che va in onda in fasce orarie principalmente pomeridiane, ha una durata che oscilla fra i 25 e i 40 minuti. La serialità primetime, quella della prima serata per intenderci, può durare 50 minuti a episodio come 90 o 100. Luca mi fa notare che quando Elisa di Rivombrosa uscì in dvd, insieme a Sorrisi & Canzoni, si divise la puntatona da 100 in due episodi da 50, e che la puntata lunga, in quel periodo, non aveva altra funzione che quella di ricordare la sensazione del film tv. Gli spettatori, fino a qualche anno fa, in televisione, erano più abituati a guardare film e non serie, come oggi.

E va bene, mi funziona, ma se parliamo di piattaforme? La questione si complica, non c’è un day, un prime e ognuno fa un po’ come vuole. E allora Luca mi suggerisce che l’unica suddivisione di comodo che possiamo pensare è fra serie e mini-serie. Tralasciando il minutaggio, forse l’unica categorizzazione possibile prevede: da una parte la serie a stagione secca, fino a un massimo di cinque o sei puntate detta mini; dall’altra la serie che si spinge oltre le sei puntate e che può avere più stagioni. Minutaggio? Ripeto: fate un po’ come vi pare.

Il tanto chiacchierato “avvento delle piattaforme” ha liberato i produttori dai paletti degli spazi pubblicitari. “Ho un tassativo” diceva Maria De Filippi durante i suoi programmi, e tutti sapevamo che avrebbe passato dei guai se non avesse mandato la pubblicità. L’avvento delle piattaforme ha liberato i produttori dagli obblighi del palinsesto.

E quindi oggi siamo liberi davvero di produrre come vogliamo? E no, c’è sempre il pubblico. Nuovo, come diceva Raoul. Con tutta la spasmodica voglia di accumulare serie su serie nel proprio palmarès. Di conseguenza il trend è produrre serie sempre più brevi e molto diverse tra loro, magari economicamente sostenibili, destinate al binge watching (l’azione di vedere consecutivamente e tutte in una volta le puntate di una serie tv), magari non proprio indimenticabili. Se poi alla serialità contenuta, aggiungiamo anche un minutaggio a puntata che non supera i 25 minuti abbiamo realizzato il sogno dei produttori e dei distributori.

Insomma, l’unica necessità oggi sembra essere: riempire i cataloghi e, una volta riempiti, tenerli sempre attivi con nuovi contenuti. Questo è un nuovo mercato che tiene in equilibrio le economie di chi produce/vende e i bisogni di chi fruisce/compra.

Quando uscì Unorthodox (4 puntate da 55 minuti) pensammo tutti di aver visto nella sfera di cristallo della serialità televisiva. E invece no. Perché il futuro era silenziosamente arrivato nel Regno Unito per poi essere diffuso globalmente da Netflix qualche anno più tardi: sto parlando di The End of the F***ing World (8 puntate a stagione da 20 minuti). Acclamata da pubblico e critica. Il TheAtlantic l’aveva ampiamente predetto: “It’s also mercifully short. Individual episodes top out at around 20 minutes, making the series eminently bingeable, and giving it a taut, concise structure that more new shows could stand to mimic”.

È anche fortunatamente breve. I singoli episodi durano circa 20 minuti, rendendo la serie facilmente “divorabile” e dandole una struttura tesa e concisa che sempre più nuovi prodotti potrebbero imitare.

Da imitare, appunto. Non ha avuto la stessa fortuna The Russian Doll (2019, 8 episodi da 25 minuti). E forse – seppure molto diversa nei temi, nel genere e nel linguaggio – anche Il metodo Kominsky (2019, 10 episodi a stagione da 28 minuti in media).

Insiema alla brevità dell’esperienza complessiva, nella serie del futuro, bisognerà tener conto dell’autoconclusività. La prima stagione di The End of the F***ing World non avrebbe dovuto avere un seguito. Come aggiunge qualche riga più in basso la giornalista del TheAltantic, “it’s like very little else on television at the moment: In under three hours, it creates a world that’s aesthetically distinctive, highly stylized, and fully formed, telling a love story that you wish would go on, even though it probably shouldn’t”.

“In questo momento è come poco altro in televisione: in meno di tre ore, crea un mondo che è esteticamente distintivo, altamente stilizzato e completamente formato, raccontando una storia d’amore che vorresti andasse avanti, anche se probabilmente non dovrebbe”.

Avrebbe dovuto lasciarci così. Senza farsi invaghire dal successo planetario, gli autori avrebbero dovuto coraggiosamente mettere un punto oppure tre punti di sospensione, come hanno fatto, ma non scrivere un’altra stagione. A loro discolpa c’è da dire che nel sistema esiste un difetto di forma. E cioè che quando si pitcha una serie, termine tecnico che indica l’atto di raccontare alle produzioni il progetto in tutte le sue sfumature, si deve dare un prospetto della seconda e della terza stagione.

E in Italia? Noi ci arriviamo con calma, ma ci arriviamo. Sempre. In realtà, è quasi contemporaneo a The End of the F***ing World l’esperimento – riuscitissimo! – di Skam Italia. Ne ho parlato con una delle autrici, Anita Rivaroli. Skam, per quei tre che ancora non ne fossero a conoscenza, è una serie drammatica norvegese che racconta la quotidianità degli adolescenti. In Italia ne è stato fatto un remake di grande successo. 10 o 11 episodi da 20 minuti (al massimo!) a stagione. Quattro stagioni. Stessa arena, stessi personaggi, ma un protagonista – quindi un punto di vista diverso – per ogni stagione. Ad Anita chiedo cosa mi direbbe se dovesse convincermi a guardarla e mi risponde che è “un teen drama unico, che abbatte tutti i pregiudizi”. Mi dice che in Italia fino a Skam eravamo abituati a guardare storie sul rapporto genitori-figli attraverso gli occhi dei genitori e che l’elemento dirompente è stato proprio il ribaltamento del punto di vista. E in effetti, in Skam, gli adulti non esistono. Le chiedo qual è stata la chiave vincente e mi spiazza: mi dice “la distribuzione un po’ carbonara e il passaparola”. La serie, infatti, contemporaneamente all’uscita delle puntate, pubblicava su un sito oggi non più disponibile, contenuti extra sui personaggi e gli screenshot delle chat dei protagonisti che venivano poi ripresi durante l’episodio. Insomma, geniale. Anita poi aggiunge un ulteriore elemento: “la libertà creativa”. Non è mica così scontato oggigiorno. Mi racconta che gli “autori devono fare gli autori” per fare bene, in un sistema che ci vuole sempre più multitasking. Oggi, è impensabile dedicarsi alla creatività e basta. Bisogna essere produttori, promotori, agenti di se stessi. Eppure su Skam è stato possibile. Infine, le chiedo qualcosa a proposito dei nuovi formati. Mi dice “guardiamo contenuti sul cellulare mentre facciamo altre cose, abbiamo fame”. Nel prossimo futuro ci vede episodi ancora più brevi, ipotizza formati da “10 minuti”. Mi dice che “torneremo ai verticali: medical, polizieschi”, ma che non si potrà più prescindere da un minutaggio così asciutto. E poi chiude “il mondo della serialità si è molto frammentato”. Lo prendo come invito a lasciar perdere ogni tentativo di categorizzazione e magari farmi una passeggiata.

Qualche giorno fa ho cominciato e finito Nudes, la nuova serie di Laura Luchetti prodotta da RAI e Bim e disponibile su Raiplay, che affronta il tema del “revenge porn”. Anche in questo caso si tratta di un remake dell’omonima norvegese. Abbiamo capito che in Norvegia stanno avanti. L’ho trovata molto interessante perché non solo è perfettamente in linea con i nuovi formati e le nuove esigenze dello spettatore, ma getta il cuore oltre l’ostacolo: in una sola stagione (10 episodi da 22 minuti) ha tre protagonisti. Vittorio (Nicolas Maupas) per i primi quattro, Sofia (Fotinì Peluso) per i successivi tre e Ada (Anna Agio) per gli ultimi tre. Stessa arena anche in questo caso, stessa atmosfera, punti di vista differenti. È come guardare tre mini mini serie. Se parliamo di ultimissime uscite utili al ragionamento, non posso esimermi dal citare Zero (8 episodi da 25 minuti circa), una serie prodotta da Fabula e Red Joint Film per Netflix.

Nel frammentato universo dell’intrattenimento funziona così: è un inseguimento costante all’ultimo format di successo. Se qualcosa funziona, bisogna insistere sulla stessa direzione, fino all’avvento di un nuovo format di successo. E poi ricominciare da capo: un’idea innovativa irrompe nel mercato, viene imitata, diventa un trend fino allo sfinimento dello spettatore, per poi essere soppiantata dall’ennesima innovazione destinata ad aprire un nuovo ciclo. Ecco magari, dopo questo ciclo, riscopriremo la lunga serialità. Che ne so, da Sentieri a Lost, da Prison Break a Scrubs. E io, finalmente, riuscirò a finire Game of Thrones.

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Bonus Track: la linea verticale. Il più bravo di tutti, in Italia, si chiamava Mattia Torre. È scomparso due anni fa dopo una lunga malattia. A lui (e ad altri) dobbiamo Boris. A lui dobbiamo quel piccolo capolavoro chiamato La linea verticale (8 episodi da 25 minuti). Una serie autoconclusiva, brillante, per cui non smetterò mai più di piangere, prodotta da Rai Fiction e Wildside, con Valerio Mastandrea e Greta Scarano. Forse Mattia Torre ci era arrivato prima di tutti. Sicuramente. Se solo ce l’avesse detto chiaramente, avrei risparmiato ai lettori questa mia lunga riflessione. Come scrive Mastandrea in una lettera per il primo anniversario della sua scomparsa: “la tua idea di futuro oltre che relativa alla domanda ‘dove si cena domani’ è sempre stata mobile, rapida e inarrivabile per tutti”.

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“Figli”, l’eredità di Mattia Torre https://minimaetmoralia.it/cinema/figli-mattia-torre/ https://minimaetmoralia.it/cinema/figli-mattia-torre/#respond Sat, 01 Feb 2020 09:51:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42272 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

Mattia Torre ci ha lasciato il 17 luglio scorso, aveva 47 anni: la sua dolorosa morte segna la scomparsa di un “ragazzo” eccezionale e un autore prezioso per il nostro paese. Prolifico e poliedrico, geniale e tagliente, è stato capace di combattere il male oscuro e farne una seria televisiva come La Linea verticale.

Aveva gli occhi intelligenti, luminosi, tempestati di piccole rughe che testimoniavano tutte le sue risate, perché il suo grande dono era l’ironia, la capacità di guardare alla vita con uno sguardo arguto e tradurlo in parola. Dagli spettacoli teatrali, alle serie, ai film, i libri, Mattia ha sempre raccontato lo stato delle cose usando un linguaggio personale e libero, fotografando il nostro bel paese nelle sue piccolezze, riuscendo a suscitare una risata che oltre a portare l’allegria traghettava con sé un pensiero critico.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

Mattia Torre ci ha lasciato il 17 luglio scorso, aveva 47 anni: la sua dolorosa morte segna la scomparsa di un “ragazzo” eccezionale e un autore prezioso per il nostro paese. Prolifico e poliedrico, geniale e tagliente, è stato capace di combattere il male oscuro e farne una seria televisiva come La Linea verticale.

Aveva gli occhi intelligenti, luminosi, tempestati di piccole rughe che testimoniavano tutte le sue risate, perché il suo grande dono era l’ironia, la capacità di guardare alla vita con uno sguardo arguto e tradurlo in parola. Dagli spettacoli teatrali, alle serie, ai film, i libri, Mattia ha sempre raccontato lo stato delle cose usando un linguaggio personale e libero, fotografando il nostro bel paese nelle sue piccolezze, riuscendo a suscitare una risata che oltre a portare l’allegria traghettava con sé un pensiero critico.

Il cibo, la rivalsa, il lavoro, il mondo della televisione, il ciclo ormonale, la morte e molto altro ancora sono stati gli argomenti protagonisti della sua produzione – spesso affidati al suo alter ego Valerio Mastandrea. La sua capacità di immedesimazione e un sottofondo di coriaceo ottimismo erano gli ingredienti unici di un essere umano speciale, un autore insostituibile.

Ci lascia in eredità il film Figli di cui aveva scritto la sceneggiatura e che Lorenzo Mieli, produttore e storico amico dell’autore, ha deciso di realizzare, affidando la regia a Giuseppe Bonito. È l’esilarante storia di una coppia, Sara e Nicola (magistralmente interpretati da Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi), innamorati e genitori di un’adorabile bambina. Il loro ménage perfetto viene sconvolto dall’arrivo del secondo figlio, Pietro.

Il piccolo distrugge un equilibrio che sembrava saldissimo: le ore di sonno si riducono, la primogenita è gelosa e impreparata, i suoceri assenti. La vita dei due si popola di ipotetiche tate, una pediatra guru esosissima, spese impreviste che gravano sulla famiglia come un emorragia. Le giornate trascorse in luoghi per la prima infanzia (gli orribili hangar pieni di palline) e un’unica uscita serale fatta di stanchezza e silenzi, con il terrore del rientro.

Sara e Nicola precipitano in una crisi profonda, fatta di recriminazioni e desideri svaniti, mentre si ripetono a ritmi alterni, che tutto andrà bene: loro ce la faranno. Combattono in una Roma difficile e cialtrona, la capitale di un Italia che non è strutturata per accogliere la famiglia. Il film è il ritratto surreale e meraviglioso di una generazione impreparata che galleggia a vista in un tempo storico oscuro e incerto. La scrittura brillante da voce a tutti: bambini, adulti, vecchi, insieme a una carrellata di geniali figure comprimarie. Ancora una volta Mattia aveva pescato nel privato e nell’immaginario collettivo di una piccola borghesia di cui era parte integrante, riuscendo a centrarla e a cantarla con soavità e un’attenzione mirabile.

Quando ho avuto la fortuna di chiedergli di cosa parlasse il film, mi ha sorriso e detto: “Di me, di te, degl’altri”. Aveva ragione. I figli, siamo noi.

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Il governo come costruzione e rappresentazione del potere, ovvero: l’antitesi della dialettica pedagogica https://minimaetmoralia.it/altro/governo-costruzione-rappresentazione-del-potere-ovvero-lantitesi-della-dialettica-pedagogica/ https://minimaetmoralia.it/altro/governo-costruzione-rappresentazione-del-potere-ovvero-lantitesi-della-dialettica-pedagogica/#respond Mon, 19 Aug 2019 14:16:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40920 di Miriam Aly

Lo scorso giovedì 8 Agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in colloquio a Palazzo Chigi con il premier Conte, ha esplicitato l’intenzione di tornare al voto il prima possibile, rimuovendo di fatto il sostegno della Lega al governo, a causa (a suo dire) dell’instabilità e dei continui contrasti politici all’interno della maggioranza.

In attesa della vera e propria mozione di sfiducia, il giorno stesso il presidente Conte ha sostenuto in conferenza stampa che Salvini “ha anticipato l'intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui il suo partito attualmente gode’’, mentre lo stesso Salvini si dirigeva a Pescara per un comizio durante il quale ha dichiarato l’intenzione di candidarsi come premier per le prossime elezioni politiche, mostrando la sua volontà di ergersi in assoluto come principale burattinaio dei tempi della crisi.

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di Miriam Aly

Lo scorso giovedì 8 Agosto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in colloquio a Palazzo Chigi con il premier Conte, ha esplicitato l’intenzione di tornare al voto il prima possibile, rimuovendo di fatto il sostegno della Lega al governo, a causa (a suo dire) dell’instabilità e dei continui contrasti politici all’interno della maggioranza.

In attesa della vera e propria mozione di sfiducia, il giorno stesso il presidente Conte ha sostenuto in conferenza stampa che Salvini “ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui il suo partito attualmente gode’’, mentre lo stesso Salvini si dirigeva a Pescara per un comizio durante il quale ha dichiarato l’intenzione di candidarsi come premier per le prossime elezioni politiche, mostrando la sua volontà di ergersi in assoluto come principale burattinaio dei tempi della crisi.

Al termine del comizio il ministro ha sostenuto di volere dagli italiani ‘’i pieni poteri […], senza rallentamenti e senza palle al piede’’. Tre giorni prima, il 5 Agosto, veniva convertito in legge il Decreto sicurezza bis, che è stato però sospeso lo scorso 14 agosto da una decisione del Tribunale amministrativo del Lazio (Tar) accettando il ricorso presentato dalla Ong spagnola Open Arms, da oltre due settimane ferma nel Mediterraneo – inizialmente con 151 persone a bordo – in balia di un limbo politico di morte. Dopo 15 giorni in attesa di una risposta politica e di un porto sicuro in cui attraccare, lontano dallo scenario bellico e cruento della Libia, meta consigliata più volte da Salvini, sono state fatte evacuare dalla nave umanitaria sei persone a causa di gravi disagi e complicazioni di natura fisica e psicologica: di fatto gli psicologi e gli psicoterapeuti di Emergency hanno riscontrato ‘’disturbi psicologici di tipo ansioso/depressivo di massima urgenza’’ dovuti alle condizioni estreme e ai ripetuti traumi a cui queste persone sono sottoposte.

Solo successivamente, dopo ripetute richieste, il Viminale ha disposto uno sbarco limitato di 27 minori non accompagnati, sotto precisa richiesta del Tribunale dei minori di Palermo, in quanto le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce impongono che ‘’in nessun caso può disporsi il respingimento alla frontiera di minori stranieri non accompagnati’’ (art.19 comma 1 Bis Decreto Lvo. 286/98, con le integrazioni dell’art.3 Legge 47/17).

Intanto la procura di Agrigento, tramite i legali di Open Arms, ha aperto un’inchiesta per sequestro di persona e un’altra nave, l’Ocean Viking, relativa alle Ong Medici Senza Frontiere e Sos Méditerranée, attende la decisione di un porto sicuro con a bordo 356 persone, di cui 103 bambini e minori, sopravvissute e salvate dalla zona di ricerca e soccorso (SAR) davanti le coste libiche. Il Mediterraneo continua ad essere una fetta di mondo di tutti e di nessuno in cui le non scelte dei legislatori assolvono strumentalmente le coscienze in una dilazione infinita e legittima del potere.

La decisione presa dal Tar riguardo la sospensione del Decreto sicurezza bis è nata proprio dalla constatazione di ‘’un eccesso di potere, di travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in mare materia di soccorso in mare’’: un eccesso di potere di un esecutivo e di un ministro dell’Interno che ha recentemente dichiarato, in conferenza stampa a Castel Volturno, di essere ‘’ossessionato dall’immigrazione’’; la gestione delle politiche migratorie è chiaramente corollario della dottrina del decoro e delle retoriche securitarie perpetuate unilateralmente e verticalmente dall’autorità legittima.

L’idea dell’altro e di noi stessi sembra essersi, sempre più ferocemente, annullata nel tessuto sociale a partire da deliri e trappole di definizioni a loro volta plasmate da scelte politiche che trovano in sestesse valori repressivi e decisionisti, facendo prosaicamente mostra delle proprie – in termini di proprietà – scelte prese con logiche binarie e annullando le ambivalenze dei conflitti.

L’antinomia semantica ed ontologica, prima ancora che sociale e comunicativa, di una narrazione, di un pensiero politico o di qualsiasi tipo di percezione del sé e del mondo è la costruzione del potere: il senso delle cose viene radicalmente falsato se esiste un’imponente struttura del potere vascolarizzata, dall’altro verso il basso, sulle singole agenzie educative, comunicative o sui meccanismi di cittadinanza e riconoscimento. Questo potere viene politicamente rappresentato e definito tramite una propaganda subdola che si esprime in base ad un paradigma sociale rendicontato che vuole, per sé, tutto e subito senza dover pensare alla trasformazione, al cambiamento, alla complessità e a progetti che siano pedagogicamente pensati come percorsi e non come traiettorie.

La costruzione del potere si espande nelle direzioni di classe, di genere e di merito conseguentemente ad un atteggiamento paternalista implicito e diffuso, ad esempio nelle modalità con cui si postulano descrizioni artefatte sulle nuove generazioni o su ‘’gli immigrati’’.Il sociologo francese Pierre Bourdieu nell’opera del 1998 ‘’La domination masculine’’ sostenne che ‘’solo un’azione politica che consideri realmente tutti gli effetti del dominio che si esercitano attraverso la complicità oggettiva tra le strutture incorporate (sia negli uomini che nelle donne) e le strutture delle grandi istituzioni in cui si compie e si riproduce non soltanto l’ordine maschile ma anche tutto l’ordine sociale [..], potrà, certo a lungo termine, e avvalendosi delle contraddizioni inerenti ai diversi meccanismi o alle diverse istituzioni in gioco, contribuire alla progressiva decadenza del dominio maschile”, riferendosi chiaramente non solo alle strutture patriarcali ma in generale a tutte le asimmetrie di potere che permeano le società e i loro governi.

Negli ultimi anni in Italia non si è parlato e si continua a non parlare non solo di istruzione, con un metodo valido, ma anche di strumenti di inclusione, pedagogia, approccio metacognitivo e possibilità di politiche derivanti dalla riflessione sui testi o del problema del paternalismo; le uniche riflessioni che di rado vengono accennate su questi temi derivano da tesi ed argomentazioni dozzinali perlopiù di bianchi meritocratici maschi eterosessuali. Il sentire sociale dovrebbe essere la premessa ad una vita politica che ha in sé la volontà di pensarsi ogni giorno come qualcosa di nuovo nel suo carattere più embrionale ma, al contrario, queste componenti vengono continuamente costruite in modo tale da inseguire una cultura egemone, l’‘’élite del potere’’, che produce e riproduce le proprie disuguaglianze.

L’educazione pedagogica praticamente non esiste e viene rimpiazzata, se non distrutta, dal dramma politico che si nutre del vuoto che è stato coltivato nel contesto circostante. Attualmente non esiste un progetto istituzionalmente effettivo le cui idee di fondo non si basino sulla violenza della misurabilità: dall’alternanza scuola-lavoro alla formazione professionale, dai test d’ingresso ai numeri delle borse di specializzazione, dalla conta delle persone che muoiono in mare al numero di rimpatri previsti dal contratto di governo, dal numero di anni in carcere previsti per una manifestazione al numero di sgomberi programmati per l’estate.

Tutto ciò è legato alla persistente volontà di rappresentare e rappresentarsi come già portatori di un certo potere il quale non ha bisogno di ulteriori strumenti che mettano in discussione nel principio la formazione di un approccio critico, nelle sue peculiarità dialettiche; gli aspetti che concernono la rappresentazione, e la rappresentanza, non hanno tanto a che fare con il voler essere quanto invece con il voler definire all’interno di un viluppo di retoriche e logiche gerarchiche. ‘’È una mania di quest’epoca sapersi descrivere alla perfezione? Non lo sappiamo, non lo possiamo sapere. […] Tutti si conoscono, tutti conoscono se stessi, tutti sanno come sono fatti. Io invece posso dirlo: non so niente. Né di me né delle persone e delle cose che mi circondano. Io non capisco niente: che è una cosa stupenda da dire, che ci vuole amor proprio e consapevolezza e coraggio per dirla…’’, confida Mattia Torre nel suo ‘’In mezzo al mare’’. In questa fuga dalle definizioni si trova la migliore dialettica pedagogica, in corrispondenza alla decostruzione di un’idea pervasiva del potere e in contraddizione all’azione palliativa dei governi, divaricandosi in un sistema sociale che tenga conto delle persone, nelle loro storie, nel loro sentire, nelle loro complessità, nelle loro essenze, trovando in sé quello che si ha.

Scindere le componenti di questo monopolio culturale è possibile nutrendo un immaginario ricostruttivo: pensarsi e pensare in termini di recupero, di autorecupero e di immaginazione; comprendere e combattere il potere, sul piano sociale e comunicativo – ad esempio, ‘’la bestia’’ di Salvini e la piattaforma pentastellata Rousseau che si nutrono di una farsesca libertà di scelta – , alimentando una coscienza di classe migliore; agire a partire dalla reading literacy, riflettere su testi presenti e passati, scrivere testi futuri e sezionare le strutture che riproducono i rapporti di potere ovvero smantellare e ricostruire immaginando una nuova educazione politica e pedagogica che formi a dare in itinere un corpo ed una forme alle alterità e al significato di numerosi mondi possibili.

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Viva Corrado Guzzanti (che nasce poeta e va avanti così)! https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/#respond Thu, 20 Nov 2014 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24378 Questa intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista

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corrado_guzzantiQuesta intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista, Ogni maledetto Natale, nel quale furoreggia. Mi chiede com’è: laconicamente, si può definire un antipanettone con vezzi e vizi da cinepanettone. Di sicuro successo.

Firmato da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, già sceneggiatori e registi di Boris, serie televisiva in qualche modo epocale frequentata episodicamente dal nostro, il film racconta le traversie di due ragazzi che, trafitti da colpo di fulmine in una Roma già piena di luminarie, vedono il loro nuovo amore minacciato dall’incombere del Natale. Ricorrenza funestissima che libera i peggiori istinti nel luogo deputato a celebrarla, la famiglia. Quella di lei è contadina, arcaica e selvaggia, quella di lui ricca sfondata, venale e nevrotica. Con un dispositivo più teatrale che cinematografico, gli attori, molti dei quali già colonne o guest star di Boris, sostengono ruoli simmetrici nelle due famiglie. Guzzanti no: in campagna è uno zio iracondo e rancoroso, mentre nei quartieri alti è l’irresistibile Benji, cameriere filippino servile, cinico, meschino, di orientamento liberal-liberista.

«Sì, è un fan pazzesco di Monti, più grande statista di tutti i tempi che però trovato tante difficoltà». Questa affermazione di Guzzanti cade nel vuoto, perché nel film non c’è traccia di Monti. «Ah, l’hanno tagliato?». A questo punto, visto che sul prodotto finito è un po’ vago, conviene parlare della lavorazione. «Ho sempre dovuto scrivermi da solo i personaggi, lavorarci sopra, ma trovo splendido recitare e basta, molto meno faticoso. Non mi dispiacerebbe fare solo l’attore: quest’anno ho girato anche un film serio, produzione americana, un remake di La piscina. Ero un maresciallo». A questo altro punto conviene precisare che Corrado Guzzanti è stato ribattezzato Oblomov, come l’indolente eroe del romanzo di Goncarov. Non ricorda chi gli ha affibbiato il soprannome.

Continuando sul film: «È stato divertente, soprattutto per chi aveva gli anticorpi di Boris, osservare l’iniziale straniamento degli attori non abituati a lavorare con tre registi, convinti peraltro di fare tre film diversi. C’era chi pensava a un film grottesco satirico e chi a una grande commedia sentimentale. Quindi erano molto diverse anche le indicazioni: Senti, qui anche di meno: il personaggio sta soffrendo, fai arrivare questo dolore. Poi arrivava l’altro: Che stai facendo? Ti avevo detto di zompare! Era come se i fratelli Coen fossero tre, e questi non sono neanche parenti, non so se la cosa agevoli».

Benji, imperturbato dal suicidio di un altro cameriere che guasta la festa ai padroni, e preoccupato solo per la riuscita del pranzo di Natale, è una partenogenesi di Ariel, il colf, sempre filippino, interpretato da Marco Marzocca, che vide la luce nel 2002 in un programma guzzantiano quasi clandestino, Il caso Scafroglia. «L’ispirazione veniva da un filippino che aveva lavorato da me: Giovedì non posso venire perché purtroppo mia figlia ha partorito in mare. Poi spuntò anche il cognato Gnol, Ariel voleva procurargli a tutti i costi il permesso di soggiorno. Ma, subito dopo averlo ottenuto, Gnol doveva tornare nelle Filippine per un’emergenza: Cognato mia sorella avuto incidente motorino e pure rubato telefonino. Quello ero io». Andatevelo a cercare su YouTube e vedrete che è identico a Benji, senza livrea.

Dato che il personaggio è politicamente molto scorretto, vanno messe in preventivo le accese rimostranze delle anime belle. Guzzanti si prepara a schivarle con lo stesso cinismo di Benji: «Se la prendano con gli autori, io l’ho solo caratterizzato un po’». A un comico serio non puoi dire che è razzista perché, se è ben fatta, la satira investe su un personaggio tanto studio e attenzione che diventa quasi amore. Lui poi non la considera razzista, come parodia. Trova invece molto ipocrita la correttezza politica, una falsa buona maniera. Dice che nella realtà sono tutti razzisti e negarlo non racconta come stanno le cose. Benji è solo un po’ troppo appiattito sul modello dei padroni: è fiero di lavorare per loro, vuole che passino un buon Natale.

E il Natale in casa Guzzanti era buono? «Mai avuto Babbo Natale. Siamo di tradizione romana befanizia e questo mi ha reso un disadattato a scuola: il 25 i miei compagni mi elencavamo al telefono i regali ricevuti, dal Meccano in giù, e io non avevo niente da dire fino al 6 gennaio. Tenendo conto che la scuola ricominciava il 7, mi restavano 24 ore per godermi i giocattoli nuovi. Però mio padre si impegnava molto sulle lettere che ci lasciava la befana: le scriveva in un romano sgrammaticatissimo: Corado ti ho comprato er pupazo ma non è quelo che volevi purtropo».

Quando i genitori si sono separati, Sabina e Corrado hanno mantenuto la tradizione con Caterina, la sorella più piccola. Che però chiedeva perché dei pacchi avevano la carta di un negozio e altri no. I fratelli arronzavano scuse, convenzioni stipulate dalla Befana con alcuni commercianti. Cabaret famigliare. Ma di teatrini ce n’erano altri. «Le gigantesche magnate. Di rigore, allora come oggi, le tartine e il risotto al salmone. Giravano anche certi liquori come lo Stock 84, arrivato in enormi confezioni regalo oggi estinte. Era un po’ una palla, c’erano zii che faticavo a riconoscere, sbagliavo i nomi, perché la nostra è una famiglia molto diasporata». Anche il presepe era una faccenda impegnativa, sfida ingegneristica fra parenti, soprattutto con lo zio Elio, futuro ministro della Sanità. E Paolo Guzzanti in veste di capofamiglia sentenziava sulla carta delle montagne o i ruscelli di stagnola. «Noi tagliavamo le casette di cartone, e le statuine erano sempre di grandezze diverse. Un’angoscia da saggio di fine anno».

Le storpiature della Befana, i nomi sbagliati degli zii, le disquisizioni surreali, o eduardiane, sul presepe e poi, non molti anni dopo, i suoi personaggi che spappolano la lingua e il discorso, producendo un caos verbale sintomatico di altre confusioni. «È un vecchio trucco, trovare neologismi e espressioni inesistenti è sempre appartenuto ai canoni della comicità. Poi l’italiano puro è ancora abbastanza artificiale. Ogni zona, anche poco distante, si crea un suo dizionario delle parole di cui c’è necessità. E gli sbagli li fanno tutti. C’è pure il laureato che mi dice sono un tuo fans, errore da  scoppola in qualsiasi lingua. A Roma si è cominciato a usare piuttosto che non in funzione avversativa, ma come sinonimo di anche. È tutto un lost in translation».

Forse piuttosto che entrerà nel lessico di uno dei suoi personaggi. Che sono di due tipi: imitazioni di figure fin troppo pubbliche, o sintesi di mille avvistamenti ed esperienze. «Quelo, per esempio, viene dall’aver avuto una sorella buddista, Sabina, che ha tentato a lungo e inutilmente di convertirmi, ma anche da un’antica fidanzata new age in fissa con La profezia di Celestino. Sono un iperateo incuriosito dalla spiritualità, infatti anche uno degli ultimi, Padre Pizarro, parla dello Ior come della cosmogonia: È la stessa cosa, ‘na partita de giro».

Guzzanti non ama riprendere i vecchi personaggi, fermi in quel tempo che va dai Novanta ai primi anni del Duemila. Ha fatto un’eccezione per Lorenzo che, da studente fallimentare e cazzarone è diventato padre di Luco, un disastro umano, l’involuzione della specie: la tragedia di una generazione, che fa molto ridere, amaramente. «Tante madri mi hanno scritto che si sono riconosciute nel dolore di Lorenzo». Non è chiaro se questa è una battuta.

Gli ultimi politici cui si è dedicato sono Tremonti e, per un attimo, Di Pietro. Un’altra epoca. È in pieno disamore per la satira politica. Dice che nei momenti di censura più cupa può offrire una lettura della realtà che altrimenti non passerebbe, ma di regola è solo una forma di intrattenimento, magari alto, da praticarsi preferibilmente nei teatri off. «Non siamo profeti, ma gente che si informa, si fa un’ idea e la esprime. Dai nostri tempi di Avanzi  o di Tunnel, è molto cambiata l’Italia e anche la satira: allora era proibita, rischiosa, ma dalla seconda fase dell’ultimo governo Berlusconi si è diffusa ovunque, sui social network, in tv. Per un politico è un titolo di onore essere satireggiato, anche violentemente. Ma io ho sempre pensato, anche quando i miei colleghi sono diventati più aspri e aggressivi, che se quelle cose le dici facendo crepare dal ridere hai vinto, se invece abbassi la parte comica per essere più caustico non fai bene il tuo lavoro. È una questione di punti di vista».

Abbastanza diverso da quello di sua sorella Sabina che, nel lontano 2003, ai tempi di Raiot  fu accusata proprio di questo. «Era un clima da guerra civile, in assoluta buona fede Sabina ha offerto un’arma per farsi dare addosso da chi non la tollerava: T’abbiamo pagato per facce ride e non ce stai a fa ride. Oggi invece c’è stata un’inversione o un’invasione di campo, sono i giornalisti che vogliano facce ride. E io che sto diventando anzianotto mi irrito: prima raccontami cosa ha detto Napolitano ai giudici e poi fai le tue battute».

Il Renzi di Maurizio Crozza lo diverte molto, però gli piacerebbe un po’ meno scemotto e più minaccioso. E teme che non serva più tanto: «La parte comunicativa di Renzi contiene già la sua autosatira, non fa niente per nascondere quella sua parte di linguaggio che ci ricorda Berlusconi. Sarebbe più curioso che qualcuno andasse a indagare su quel che ha scritto De Bortoli dei suoi rapporti con la massoneria».

L’anno prossimo saranno 50. Ai nostri tempi l’ha detto più volte. Nostri  indica il gruppone giovinastro e scanzonato di Avanzi,  pure quello diasporato. E tempi  una storia d’Italia finita. Guzzanti non ha mai fatto mistero delle sue melanconie: come se la passano in questa fase? «Loro benissimo, io un po’ meno. Ma ho imparato a conviverci, sono molto utili per scrivere, a volte producono delle vere perle».

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