Maurice Blanchot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurice-blanchot/ un blog di approfondimento culturale Sun, 17 Jan 2016 09:37:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maurice Blanchot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurice-blanchot/ 32 32 Su Maurice Blanchot https://minimaetmoralia.it/estratti/su-maurice-blanchot/ https://minimaetmoralia.it/estratti/su-maurice-blanchot/#comments Sat, 16 Jan 2016 07:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29654 Pubblichiamo un estratto dal libro Su Maurice Blanchot (Caratteri Mobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti), una raccolta di quattro saggi del filosofo Emmanuel Lévinas sullo scrittore e critico letterario francese, ringraziando l'editore.

di Emmanuel Lévinas

Il modo di rivelare ciò che resta altro malgrado la sua rivelazione non è il pensiero ma il linguaggio della poesia. Il suo privilegio non consiste, nelle analisi di Blanchot, nel portarci più lontano dal sapere. Esso non è telepatico, l’esteriore non è il lontano. Esso è ciò che appare – ma in maniera singolare – quando tutto il reale è stato negato, realizzazione di questa irrealtà. Il suo modo d’essere – il suo genere –consiste nell’essere presente senza essere dato, nel non offrirsi al potere, essendo stata la negazione l’ultimo potere umano, consiste nell’essere il campo dell’impossibile al quale il potere non può aggrapparsi, nell’essere un congedarsi perpetuo da ciò che lo svela. Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato.

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Pubblichiamo un estratto dal libro Su Maurice Blanchot (Caratteri Mobili, a cura di Augusto Ponzio e Francesco Fistetti), una raccolta di quattro saggi del filosofo Emmanuel Lévinas sullo scrittore e critico letterario francese, ringraziando l’editore.

di Emmanuel Lévinas

Il modo di rivelare ciò che resta altro malgrado la sua rivelazione non è il pensiero ma il linguaggio della poesia. Il suo privilegio non consiste, nelle analisi di Blanchot, nel portarci più lontano dal sapere. Esso non è telepatico, l’esteriore non è il lontano. Esso è ciò che appare – ma in maniera singolare – quando tutto il reale è stato negato, realizzazione di questa irrealtà. Il suo modo d’essere – il suo genere –consiste nell’essere presente senza essere dato, nel non offrirsi al potere, essendo stata la negazione l’ultimo potere umano, consiste nell’essere il campo dell’impossibile al quale il potere non può aggrapparsi, nell’essere un congedarsi perpetuo da ciò che lo svela. Ne consegue per colui che guarda l’impossibile, una solitudine essenziale, che non può essere equiparata al sentimento d’isolamento e di abbandono nel mondo, superbo o disperato.

Solitudine nel campo desolato delle impossibilità incapaci di costituirsi in mondi. A ciò condurrebbe la letteratura. Sempre essa farebbe parlare ciò che non è mondo – gli dei e gli eroi, quando gesta e battaglie non erano Azione e Politica, ma eroismo e avventura. Oggi che gli dei se ne sono andati, essa lascia parlare e compiersi ciò che è più radicalmente non-mondo, l’essere dell’essente – la presenza della sua sparizione. Blanchot riprende per mostrarlo le sue antiche meditazioni su Mallarmé e su Kafka. Scrivere sarebbe ritornare al linguaggio essenziale che consiste nello scartare le cose nelle parole, nel far eco all’essere.

L’essere delle cose non è nominato nell’opera, ma si dice nell’opera, coincide con l’assenza delle cose che sono le parole. Essere equivale a parlare, ma parlare in assenza di ogni interlocutore. Parlare impersonale, senza «tu», senza interpellazione, senza vocativo e tuttavia distinto dal «discorso coerente» che manifesta una Ragione universale, discorso e Ragione che appartengono all’ordine del giorno.

Ogni opera è più perfettamente opera nella misura in cui il suo autore non fa conto di servire un ordine anonimo. Kafka ha cominciato a scrivere veramente quando ha sostituito «egli» a «io», perché «lo scrittore appartiene a un linguaggio che nessuno parla». Non che un ideale universale ed eterno comandi dunque la scrittura. Blanchot mostra come l’impersonalità dell’opera è quella del silenzio che segue alla dipartita degli dei, inestinguibile come un mormorio, quella del tempo dove affonda il tempo storico che possiamo negare come figli della storia, quella della notte in cui sorge la negazione del Giorno che noi neghiamo ancora come figli del Giorno. Il creatore è colui il cui nome si cancella e la memoria si estingue.

«Il creatore non ha potere sulla sua opera». Scrivere è spezzare il legame che unisce la parola a me stesso, invertire il rapporto che mi fa parlare a un tu – «farsi eco di ciò che non può cessare di parlare». Se la visione e la conoscenza consistono nel potere sui loro oggetti, nel dominarli a distanza, il rovesciamento eccezionale che la scrittura produce comporta l’essere toccato da ciò che si vede essere toccato a distanza. Lo sguardo è preso dall’opera, le parole guardano colui che scrive. (Così Blanchot definisce la fascinazione). Il linguaggio poetico che ha scartato il mondo lascia riapparire il mormorio incessante di questo allontanamento, come una notte che si manifesta nella notte. Non è l’impersonale dell’eternità, ma l’incessante, l’interminabile, che ricomincia sotto la negazione che se ne possa tentare.

Situazione che Blanchot accosta alla morte. Scrivere è morire. La morte, per Blanchot, non è il patetico delle ultime possibilità umane, possibilità dell’impossibilità, ma ripetizione incessante di ciò che non può essere afferrato, di fronte al quale l’«io» perde la sua ipseità. Impossibilità della possibilità. L’opera letteraria ci avvicina alla morte, perché la morte è questo brusio interminabile dell’essere che l’opera fa mormorare. Nella morte come nell’opera, l’ordine regolare si rovescia poiché il potere conduce a ciò che non può assumersi. Sicché la distanza fra la vita e la morte è infinita come è infinita l’opera del poeta di fronte all’inesauribile linguaggio che è lo svolgersi o più esattamente l’interminabile oscillazione o anche il trambusto dell’essere.

La morte non è la fine, è il non finire di finire. Come in certi racconti di Edgard Poe, dove la minaccia si avvicina sempre più e dove lo sguardo impotente misura questo avvicinamento sempre ancora distante. Blanchot specifica quindi la scrittura come una struttura quasi folle, nell’economia generale dell’essere, e per la quale l’essere non ha più economia, perché esso non porta più, affrontato attraverso la scrittura – alcuna abitazione, non comporta alcuna interiorità. Esso è spazio letterario, cioè esteriorità assoluta – esteriorità dell’assoluto esilio. È ciò che Blanchot chiama anche la «seconda notte», quella che nella prima notte, esito normale e annullamento del giorno, si fa presenza di questo annullamento e ritorna così incessantemente all’essere; presenza che Blanchot descrive con termini quali sciabordio, mormorio, ripetizione incessante, tutto un vocabolario che esprime il carattere, se così si può dire, inessenziale di questo essere della seconda notte. Presenza dell’assenza, pienezza del vuoto, «compiutezza di ciò che tuttavia si nasconde e permane chiuso, luce che brilla sull’oscuro, che è brillante di questa oscurità divenuta apparente, che toglie, rapisce l’oscuro, ciò la cui essenza è richiudersi su ciò che vorrebbe rivelarlo, attirarlo in sé e inghiottirlo».

La scrittura sarebbe, da parte sua, l’inverosimile procedere di un potere che, a un certo punto chiamato ispirazione, «vira» in non-potere. Ritmo stesso dell’essere, sicché la letteratura non avrebbe altro oggetto che se stessa (e bisognerà dire un giorno il senso latente dell’opera di Blanchot romanziere). L’arte moderna non parla che dell’avventura stessa dell’arte – cerca di essere pittura pura, musica pura. Senza dubbio l’opera critica e filosofica, che racconta questa avventura, è ben al di sotto dell’arte che è il viaggio stesso al termine della notte, e non soltanto il racconto del viaggio. E tuttavia al filosofo la ricerca di Blanchot apporta una «categoria » e un «modo di conoscenza» nuovo che noi vorremmo esplicitare, qualsiasi cosa ne sia, della filosofia dell’arte propriamente detta.

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Maurice Blanchot: il silenzio dell’opera https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/maurice-blanchot/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/maurice-blanchot/#comments Sun, 27 Apr 2014 14:30:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20252 di Maria Lo Conti

Fra i teorici del romanzo, le espressioni per definire il medesimo vizio – scrivere – si moltiplicano all’infinito. Tra queste ce n’è una del critico e filosofo francese Maurice Blanchot che dice: «Scrivere è scongiurare gli spiriti, è forse liberarli contro di noi».

Una simile affermazione implica la compresenza, nell’atto della scrittura, di due forze opposte e contrastanti, l’una che conduce alla liberazione e l’altra alla sottomissione. Così, nel tentativo di liberarci da un’ossessione permettiamo all’ossessione stessa di possederci, e mentre scongiuriamo gli spiriti ne provochiamo l’assalto.

Al centro della riflessione teorica di Blanchot l’ossessione assume un ruolo particolare. È la necessità di difendersi da questa che spesso spinge alla scrittura.

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(Immagine: Blanchot con il filosofo Emmanuel Lévinas. Fonte.)

di Maria Lo Conti

Fra i teorici del romanzo, le espressioni per definire il medesimo vizio – scrivere – si moltiplicano all’infinito. Tra queste ce n’è una del critico e filosofo francese Maurice Blanchot che dice: «Scrivere è scongiurare gli spiriti, è forse liberarli contro di noi».

Una simile affermazione implica la compresenza, nell’atto della scrittura, di due forze opposte e contrastanti, l’una che conduce alla liberazione e l’altra alla sottomissione. Così, nel tentativo di liberarci da un’ossessione permettiamo all’ossessione stessa di possederci, e mentre scongiuriamo gli spiriti ne provochiamo l’assalto.

Al centro della riflessione teorica di Blanchot l’ossessione assume un ruolo particolare. È la necessità di difendersi da questa che spesso spinge alla scrittura.

Sebbene il proposito dello scrittore sia sempre quello di cominciare un’opera che dispieghi le proprie forze e renda merito al sacrificio, che lo ripaghi dell’assunzione del rischio, ciò che porta a compimento è in realtà soltanto un libro, «un cumulo muto di parole sterili, quel che c’è di più insignificante al mondo». Sarà questo senso di incompiutezza, di fallimento, a spingerlo sempre verso il medesimo inizio, liberando l’ossessione che lo possiede, che lo lega a un tema privilegiato, che lo obbliga a dire ciò che ha già detto altrove, nel tentativo di ricomporre un’immagine, un’ombra, alla quale nessuna realtà appartiene e che la letteratura destina allo scacco. Scrivere assomiglia così a un eterno precipitare, e il vuoto appare come il solo conforto possibile. Per lo scrittore diventa quindi necessario allontanarsi da quell’immagine, dalla «miseria dell’infinito» (infinita l’opera, infinita la necessità) a cui continuamente sente di doversi sottomettere e godere invece dell’istante della restituzione, in cui è la vita ad affermarsi e non il suo simulacro a spadroneggiare.

Per questa ragione Blanchot individua la padronanza dello scrittore non nella sua capacità di guidare le parole verso l’espressione più adeguata, né in quella di assecondare il «movimento illimitato» che lo porta a scrivere. La mano che scrive è la mano malata e subisce quella che il critico francese chiama «prensione persecutrice»: quella mano non lascia mai la penna perché sente di non poterla lasciare. La vera padronanza appartiene alla mano che non scrive, che non è soggiogata dall’ossessione e sa intervenire per interrompere la scrittura.

Per salvarsi, lo scrittore deve riuscire ad arginare quella pressione che esige che egli scriva. Kafka individuava il momento esatto in cui la scrittura ha potuto trasformarsi per lui in letteratura: il momento in cui ha potuto sostituire “Io” con “Egli”. Quando lo scrittore priva l’opera dell’ingombro della propria persona, quando ha la forza di imporre il silenzio di sé alle parole, l’opera può finalmente compiersi. È quel silenzio che Blanchot scruta con l’occhio ingigantito dalla lente dell’investigatore, cercando di capire, di aprire, come un chirurgo, il corpo della scrittura per scrutarne i vuoti, gli spazi cavi dove erano annidate le ossessioni.

La distanza tra ossessione e silenzio negli scritti di Blanchot è minima: l’ossessione del critico francese è il vuoto stesso, la parola sottratta, taciuta. Come la parola emerge dal silenzio così il silenzio riassorbe la parola emersa. Guido Neri scrive che le parole di Blanchot «creano un vuoto piuttosto che un mondo». E in effetti chi volesse trovare nella sua produzione il rigore dell’argomentazione resterebbe deluso. Blanchot procede per frammenti, rasentando la provocazione e l’oscurità di pensiero, tagliando fuori il lettore dalle spaventose fantasie che lo perseguitano: silenzio, vuoto, assenza. Lo spazio letterario è costituito, per Blanchot, da tutto quello che non si legge e tuttavia dà consistenza alla pagina, la struttura, spesso la precede e ne giustifica l’esistenza. L’autore che dedica la propria esistenza alla letteratura, invece, è sempre in cerca di ragione e assoluzione. Scrivere è il peccato commesso da chi si paragona a Dio e nominando crea, destinato a rimanere escluso e misconosciuto dalla sua stessa creazione. Questo è l’opera per l’autore: un segreto da cui resta separato.

Secondo alcuni critici ciò conduce al paradosso per cui l’opera si realizzerebbe esclusivamente nella sua negazione, un’opera, dunque, che priva il linguaggio della sua funzione primaria, della possibilità di esprimersi, di comunicare. In alternativa all’autore spetterebbe nient’altro che andare incontro a una deriva autistica, crollare nel solipsismo che lo spinge a scrivere indugiando sempre e per sempre sulle proprie ossessioni.

In realtà quello che chiede Blanchot è una riconversione del concetto di opera: l’opera non esprime niente e niente ha da esprimere, l’opera semplicemente è, e fuori di questo non è niente. Si realizza nella solitudine e a questa solitudine appartiene. Ciò non significa che l’opera sia destinata all’incomunicabilità. È anzi nell’incontro tra la solitudine che l’ha creata e quella che l’ha accolta che l’opera s’invera pienamente poiché «chi la legge entra nell’affermazione della solitudine dell’opera, come chi la scrive appartiene al rischio di questa solitudine». È quel momento, che Blanchot definisce di «intimità aperta» tra scrittore e lettore, il momento fondante della letteratura.

Ma il silenzio dell’opera non si manifesta solo nella solitudine che la circonda, il silenzio è anche l’ultima possibilità che lo scrittore ha per esprimersi, è la forza «grazie alla quale colui che scrive, essendosi privato di se stesso, avendo rinunciato a se stesso, nel cancellarsi ha tuttavia mantenuto l’autorità di un potere, la decisione di tacere». L’autore diventa l’aria che l’opera respira, il tono, il silenzio che egli ha imposto alla parola, lo spazio bianco in cui questa si dispiega. E tuttavia nell’opera è ancora possibile riconoscere l’identità dell’autore poiché la qualità, la singolarità di quel silenzio garantiscono l’appartenenza dell’opera a chi l’ha scritta. È quel silenzio che ancora agisce, che diventa per il lettore una forza riconoscibile. Quel silenzio ancora appartiene a qualcuno.

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