Mauricio Macri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mauricio-macri/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mauricio Macri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mauricio-macri/ 32 32 Vera e Franca https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/#comments Wed, 12 Oct 2016 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32252 Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l'Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l'avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

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Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?

«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?

«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?

«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?

«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?

«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?

«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?

«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».

«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?

«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

Si riferisce a Enrico Calamai?

«Sì, lì abbiamo avuto un giovane console italiano, che è riuscito a salvare molte persone. Non i desaparecidos ma quelli che erano in pericolo e con grande facilità potevano essere presi e ammazzati. In ogni persona c’è questa possibilità di agire con solidarietà o negativamente. Nel silenzio c’è la paura ma anche la connivenza e la complicità, due realtà sempre esistite. Mi piace pensare al Comune di Nonantola, a Villa Emma e ai suoi Giusti che salvarono dall’Olocausto molte giovani vite».

Le chiedo della figura controversa del nunzio apostolico in Argentina, Pio Laghi.

«Ah, be’ vuole che le dica proprio tutto di Laghi. L’abbiamo conosciuto bene. Cercavamo di parlare all’Ambasciata con Enrico Carrara, che chiuse le porte in faccia agli italiani che chiedevano notizie sui propri congiunti. Lui invece ci riceveva. Mi batteva le mani sulle spalle e pronunciava parole di compassione. Ma noi avevamo bisogno dell’azione. Questo è stato Pio Laghi. Ci sono stati anche degli episodi sgradevoli nei quali diceva: “Va be’ allora se l’hanno presa probabilmente non è più viva”. Cose brutte mentre sapevamo che giocava a tennis con l’ammiraglio Massera. Avrebbe potuto chiedere per qualcuno, fare qualcosa e non l’ha fatto. Su questo sì che siamo sicuri, l’abbiamo vissuto. C’erano però due chiese, quella del Terzo mondo che ci è stata vicina, e ha avuto tante vittime, quella è stata dalla nostra parte. E poi c’è stata questa delle alte gerarchie che non sempre ci ha accompagnato».

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In che modo si è intrecciata la professione giornalistica con il dramma personale?

«Nei primi anni ho cercato di approfittare della possibilità derivante dai miei contatti. Era la cosa più facile. Cercavo appoggi. E poi all’Ansa usavamo, questa è una pagina che non si conosce tanto, come nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale delle forme di resistenza proprie dell’informazione. C’è stato il teatro che ha fatto delle cose favolose. Tutte le settimane il teatro abierto, denunciavano dalla scena. E c’era anche la stampa clandestina: un’agenzia di notizie, denominata Ancora, che noi ricevevamo e con cui eravamo in contatto. Da questa redazione arrivavano le notizie. Tentavamo di trasmetterle, ma nessuno le pubblicava nel mondo salvo Le Monde in Francia».

E i giornali italiani?

«In Italia il Corriere della sera durante quegli anni era sotto l’influenza di Gelli e della P2. L’Ansa passava al giornale qualche notizia, ma non venivano pubblicate. E questo lo osservavamo. A un certo punto Giangiacomo Foà, che era il corrispondente del Corriere della sera, è riuscito finalmente il 31 ottobre 1982, essendo cambiata la direzione del giornale, a pubblicare una prima lista degli italiani, dei 297 figli di italiani scomparsi durante la dittatura con il commento: “Per mesi, anzi per anni, le schede degli italiani desaparecidos sono rimaste chiuse nella cassaforte dell’Ambasciata a Buenos Aires”. Questo è stato un fatto importante perché è lì che si è infranto il silenzio. Dopo i giornali hanno cominciato a scriverne, perché naturalmente lo fa un giornale e lo seguono tutti».

Durante la sua testimonianza al Tribunale di Roma, nell’udienza del 9 novembre 2006 al Processo Esma poi concluso con le condanne di cinque gerarchi militari ad altrettanti ergastoli, l’avvocato Maniga le chiese: «Quale le risulta che fosse l’atteggiamento dei militari argentini durante la dittatura nei confronti degli aderenti alla sua religione?».

«Non fu sicuramente il motivo dei sequestri. La ragione era politica per i sospettati di essere oppositori del regime. C’è stata però una percentuale di ebrei vittime molto più alta rispetto alla proporzione generale della presenza ebraica nella società argentina. Sui trentamila desaparecidos si calcola che circa 1800 siano stati ebrei. Questo non dice molto, ma denota un certo antisemitismo seppure non apertamente dichiarato. Nelle forze armate, nella polizia e in chi dirigeva nel complesso la macchina repressiva si palesò una dose di antisemitismo. Molte testimonianze dei sopravvissuti fanno riferimento alle stanze degli interrogatori e della tortura dove spiccavano ritratti di Adolf Hitler».

È possibile tratteggiare una sintesi del ruolo della giustizia italiana nel processo di verità, giustizia e memoria?

«Il ruolo della giustizia italiana per noi è stato importantissimo, perché abbiamo potuto celebrare i processi quando in Argentina non era ancora possibile. Siamo intervenuti come testimoni: finalmente abbiamo potuto dire qualche cosa. Poi però è stato dirimente essere testimoni a Buenos Aires».

Lo scorso 27 maggio nel tribunale di Buenos Aires è stata emessa l’importante sentenza Condor. Per la prima volta un organo di giustizia ha provato l’associazione illecita transnazionale. Trentotto mesi di udienze, 222 testimoni. E c’è stata un’altra sentenza di portata storica, la Megacausa Perla: il giudizio più vasto per i delitti di lesa umanità nel Paese.

«La sentenza del Processo Condor è fondamentale. È una cosa interessante non solo sotto l’aspetto giudiziario. Spesso ho pensato che in America Latina è come se i diversi paesi si contagiassero uno con l’altro in certi periodi. È come se in tempi brevi tutto funzionasse in maniera simile. Condor dimostra che diversi paesi commettevano gli stessi crimini di lesa umanità, e ci sono responsabilità condivise. La causa Perla ha riguardato uno dei campi di concentramento più grandi, quello di Cordoba. Il processo Esma procede invece a rilento. Ma ci siamo battuti recentemente e speriamo che accelerino. Le più giovani tra noi hanno superato appena gli ottanta anni, io ne ho 88. Alcune arrivano a novanta, novantatré anni. A un certo punto non ci saremo più».

Qual è la dinamica tra le due associazioni che rappresentano le Madres de Plaza de Mayo?

«La divisione che si è consumata dopo vari anni, determinata da fatti precisi, continuerà a esserci, perché abbiamo presupposti diversi. La Linea Fundadora cerca di basarsi sull’imparzialità e sull’indipendenza massima possibile dalla politica. Certo non ci si può astenere dal partecipare e dal prendere delle posizioni, però abbiamo cercato di restare più indipendenti possibile. Esistono differenze sostanziali, ma c’è il rispetto. Tutte abbiamo sentito e patito il dolore. La sfida comune è quella della partecipazione democratica, pensando non solamente alle lotte dei nostri figli o alle nostre idee. I giovani non possono essere disposti a ottenere un lavoro in cambio della perdita delle conquiste sociali maturate nei decenni precedenti. Sono sempre un’ottimista incorreggibile come dicono i miei amici e ritengo che non si possa accettare di perdere tutto in così breve tempo. La democrazia ci permette di non sottometterci a questi cambiamenti».

Si aspettava la vittoria di Mauricio Macri?

«È stato uno tsunami, un insieme vertiginoso di decisioni che pregiudicano soprattutto la condizione della classe cosiddetta media. Una velocità impressionante. Siccome lo abbiamo vissuto questo modello economico, lo conosciamo come il contesto che ci circonda, siamo preoccupati. In Argentina almeno tre volte abbiamo vissuto queste politiche e non ci è andata mai bene».

In un’intervista a Buzzfeed Macri ha dichiarato di non avere idea sull’esatto numero delle vittime della dittatura, da novemila a 30mila. Ed è la prima volta che viene messa in discussione questa stima (30mila). Su che cosa si fonda l’attitudine riduzionista del presidente?

«Sì, sul numero delle vittime si fa del negazionismo. Macri ha questa attitudine riduzionista. Come per la Shoah sussistono i negazionismi, e i numeri ne sono un elemento. Non è solo lui, ci sono dei movimenti negazionisti che oltrepassano la figura del governo e toccano direttamente quelle forze, quei poteri economici politici nazionali e internazionali che privilegiano i propri interessi. E nelle loro esigenze c’è anche la richiesta del nostro perdono. “Perché non vi riconciliate?”, dicono. E questo è nato soprattutto quando si è cominciato a giudicare i civili oltre ai militari. A questa linea del negazionismo rispondiamo: non perdoniamo chi non ci ha mai chiesto perdono. Non solo non l’hanno mai chiesto, ma nei processi i repressori, i responsabili del terrorismo di Stato, di un genocidio ideologico e politico rivendicano ciò che hanno fatto. Riconciliarci dunque è impossibile».

A oltre dieci mesi dall’insediamento del presidente Macri come sta evolvendo il rapporto con le associazioni per i diritti umani?

«È un momento importante e credo sia interessante saperlo. Non solamente le madri, le nonne, i familiari diretti, in Argentina sono dieci gli organismi principali per i diritti umani e molti sconosciuti che operano in tutte le regioni. I delitti coinvolsero il paese intero. Nella situazione attuale abbiamo compreso più a fondo qualcosa che immaginavamo. Siamo diventate una sorta di forza morale per cui ci devono ascoltare. E questo lo stiamo vivendo negli ultimi mesi con un governo legittimo votato dal popolo.

Per noi questo risultato elettorale con poca differenza numerica è stato inaspettato. Ma più inaspettata ancora è stata la velocità dei cambiamenti dall’economia alle politiche sui diritti umani e anche verso di noi. Dopo la prima sensazione di sgomento, di tristezza ci siamo riuniti tutti quanti. In Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani, perché siamo stati bravi. Questo è un fatto che deve essere ricordato ed esigiamo la giustizia. Ci opponiamo a un rallentamento dell’attività giudiziaria. Ci ha ascoltato il presidente della Corte Suprema di giustizia. Non contempliamo l’impunità e crediamo che sia un male a livello internazionale perché può portare a nuovi crimini».

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Desaparecidos: Quello che cambia con il nuovo governo argentino https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/desaparecidos-quello-che-cambia-con-il-nuovo-governo-argentino/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/desaparecidos-quello-che-cambia-con-il-nuovo-governo-argentino/#respond Fri, 24 Jun 2016 06:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31389 Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell'Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l'indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt'altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all'ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

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Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell’Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt’altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all’ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

C’è una statistica che raffigura il percorso compiuto nell’ultimo decennio dall’Argentina per assicurare alla giustizia i criminali resesi responsabili di delitti durante la dittatura. Dal 1988 al 2005, dunque a trent’anni dal colpo di Stato, le condanne per crimini contro l’umanità, e altre fattispecie di reato, erano appena ventitré. Dal 2006 a oggi, a dieci anni dalla caduta delle leggi per l’impunità e dalla riapertura dei processi, quel numero è salito a 669 condannati e 62 assolti in seguito a 162 sentenze, la più recente delle quali nell’interessantissimo Dossier de sentencias pronunciadas en juicios de lesa humanidad en Argentina risale al 4 maggio a Rosario. Il 14 maggio del 1983 i militanti peronisti Eduardo Pereyra Rossi e Osvaldo Cambiasso furono sequestrati da militari in borghese presso il Bar Magnun, per poi essere torturati con l’elettricità in un capannone industriale. Successivamente li assassinarono, simulando uno scontro a fuoco. I loro corpi sono riemersi da una fossa comune. Per il duplice delitto il tribunale di Rosario ha condannato due poliziotti e altrettanti militari, assolvendone sei.

Sempre nel mese di maggio al Tribunal Oral en lo Criminal Federal n°1 di Buenos Aires è arrivato a destinazione dopo tre anni e sei mesi un processo chiave, storico. Sono state emesse condanne tra gli 8 e i 25 anni di reclusione per 15 dei 17 imputati. Reynaldo Bignone, il capo dell’ultima giunta militare argentina, è fra i condannati per l’Operacion Condor, l’associazione illecita transnazionale, riconosciuta dalla sentenza, dedita all’interscambio di informazioni d’intelligence, persecuzione, sequestro, tortura, omicidio e/o sparizione di dissidenti politici nel Cono Sur.

Parliamo della fragile costruzione teorica della dottrina della Sicurezza Nazionale, basata sulla dedizione completa, indiscutibile del cittadino alla nazione per il raggiungimento delle mete prefisse da potentissime strutture economiche e politiche contrarie agli interessi della grande maggioranza dell’umanità, ai principi di rispetto della dignità umana e dunque alimentate dalla strategia del terrore che superò i confini di un singolo paese per propagarsi come una malattia sociale.

Per comprendere la discrepanza statistica che intercorre tra il periodo 1988-2005 e il decennio 2006-2016, tornano utili le parole in un libro intervista (Editori riuniti/1988) dell’ex presidente Raúl Alfonsín, candidato radicale eletto nel 1983 al ripristino del sistema democratico. Alfonsín, il padre della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che mandò a giudizio le Giunte militari, rilevando l’intima ripugnanza di vasti settori militari a svolgere una funzione subordinata al potere civile, spiega la genesi della Ley de Punto Final e del principio dell’obbedienza dovuta, che circoscriveva ai vertici delle forze armate tutta la responsabilità per le violazioni dei diritti umani. Nell’intenzione del legislatore questi leggi non avrebbero costituito un oblio ma la distinzione dell’autonomia decisionale dei militari.

Insomma occorreva dare una risposta politica ai processi, agire con maggiore prudenza per non mettere a rischio la democrazia a fronte dei focolai rivoltosi dei militari, che opponevano il proprio diniego alle citazioni giudiziarie.

«A metà marzo 1987 sono giunto alla conclusione che era necessario prendere misure drastiche perché a quel punto era prevedibile che la giustizia non sarebbe stata in grado di agire entro termini tali da non esporre a un grave rischio il già disgregato sistema di gerarchie all’interno dei vertici delle forze armate con immaginabili conseguenze per il sistema costituzionale», spiegò Alfonsín.

Poi, a cavallo del Novanta, si concretizzò la stagione degli indulti di Carlos Menem, bocciati nel 2006 per incostituzionalità dalla Cámara de Casación Penal.

Attualmente sono 537 le cause penali pendenti nei tribunali federali del paese, il 30% è giunto a prima sentenza, mentre il 47% è ancora nella fase istruttoria. Tra le cause in marcia spicca il maxi procedimento Esma, cominciato nel 2012.

Il picco delle sentenze, complessivamente cinquanta, è stato raggiunto nel biennio 2012-’13. Sempre nel 2013 si è impennata la curva degli imputati condannati, trentaquattro, per violenze sessuali. Nel biennio successivo è stato registrato un calo (21 nel 2014, 20 nel 2015).

Quest’anno la giustizia argentina, nell’ambito della Megacausa Menéndez La Rioja, ha emesso la prima condanna per aborto forzato, al quale fu costretta una detenuta. In un libro essenziale per capire, Strategia del terrore: il modello brasiliano (di Ettore Biocca – De Donato editore), pubblicato due anni prima del golpe argentino, colpisce al cuore la testimonianza dell’allora ventunenne Denise Peres Crispim. Viveva in clandestinità col compagno Eduardo. Fu arrestata il 23 giugno del 1970. Era gravida di sei mesi. Il resto è la cronaca di torture psicologiche e fisiche con le incessanti minacce di aborto.

Risuonano, insieme alla cronaca, le parole di Eduardo Galeano per dirsi quanto mai sia attuale la questione del rimedio all’impunità dei regimi dispotici: «La tortura presuppone una struttura malata incapace di governare senza di essa», (Biocca/1974). Correva l’anno 2006:

«(…) Nelle sale dove si tortura, un sistema, che pratica il crimine per spogliare paesi, si toglie la maschera. I burocrati del dolore, soldati e polizie sono solo strumenti di un potere che ha bisogno della tortura per assicurarsi ed estendere i suoi confini. Un sistema atrocemente ingiusto utilizza metodi atroci per durare. Questa macchina, che si nutre di carne umana, non serve per proteggere ma per terrorizzare la popolazione. Non serve per ottenere informazioni, si pratica per prevenire ribellioni, per castigare eresie, per umiliare dignità e seminare la paura», scrisse Galeano.

Il tempo delle lacrime non è quello della giustizia. In Argentina un passaggio critico è rappresentato dagli ultimi gradi del giudizio. La Cámara Federal de Casacion Penal ha revisionato il 25% del totale delle cause, confermando tutte le condanne e revocando qualche assoluzione. All’ultima tappa, la Corte Suprema di Giustizia, la percentuale scende al 17%. I dati della Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad sembrano smentire le accuse di giustizialismo, secondo le quali i repressori sarebbero detenuti senza criteri ed eccezioni. Il 36% dei 2354 imputati è in libertà. Del 48% che è sottoposto a misura di carcerazione preventiva, circa la metà usufruisce degli arresti domiciliari.

Fra gli attuali 57 latitanti spicca il condannato in via definitiva Jorge Antonio Olivera, sul quale il Ministerio de Justicia y Derechos Humanos ha posto una taglia da due milioni di pesos, coinvolto nella vicenda della scomparsa di Marie-Anne Erize.

Carolina Varsky è un’avvocatessa, laureata alla Facoltà di Diritto dell’Università di Buenos Aires. Per una decade ha svolto la propria professione presso il Centro de Estudios Legales y Sociales. Dall’agosto 2013, dopo l’incarico nella Procuraduria de Narcocriminalidad, è la procuratrice e coordinatrice del Procuratorato di Crimini contro l’Umanità del Ministero Público Fiscal,  un organo straordinario che gestisce non la giustizia ordinaria, bensì si focalizza sui crimini contro la vita e l’umanità, il narcotraffico.

Il MPF (Ministero Público Fiscal) non è un organo di nomina politica. Conforme alla Costituzione Nazionale Argentina, art. 120, è un organo indipendente con autonomia funzionale e autarchia finanziaria, che promuove atti di giustizia in difesa della legalità, degli interessi generali della società in coordinamento con le altre autorità della Repubblica. È guidato da un Procuratore generale della Nazione e dagli altri membri secondo legge, che godono di immunità funzionali e intangibilità di remunerazioni.

La PCCH (Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad), che non dispone di una polizia giudiziaria, è stata presentata nel giugno del 2013, ereditando e strutturando il lavoro della Unidad de coordinacion y seguimiento de los causas por la violacion a los derechos humanos, messa in funzione nel 2007 dal procuratore Esteban Righi. L’attività di collaborazione della Procura è anche internazionale, inclusa l’Italia, per sostenere indagini e procedimenti che interessano alla giustizia argentina.

Varsky, è corretto sostenere che negli ultimi anni l’Argentina sia stata all’avanguardia, se la compariamo alla Germania o alla Spagna con i franchisti, nella battaglia pubblica per il riconoscimento delle responsabilità penali individuali negli anni della dittatura?

«Assolutamente sì. E sottolineo che i crimini del Franchismo vengono investigati anche in Argentina con l’applicazione del principio di giurisdizione universale».

Le Abuelas de Plaza de Mayo denunciano il depotenziamento di aree sensibili del Ministerio de Seguridad de la Nación, dedicate al sostegno delle politiche per i diritti umani, e hanno lanciato un allarme sulla disarticolazione del Grupo Especializado de Asistencia Judicial (GEAJ). Che cosa succede a oltre sei mesi dall’insediamento del presidente Macri?

«Sì, anche noi avvertiamo cambiamenti enormi, non solo per lo smantellamento di questo ufficio, ma anche per lo svuotamento di altri uffici nell’ambito dello stesso Ministero per la Sicurezza, nella Segreteria dei Diritti Umani. Si percepiscono cambiamenti nell’Unità del DDHH del Consiglio della Magistratura e della Corte Suprema di Giustizia. Posso solo dire che il nuovo governo, in conformità con la sospensione dell’implementazione della nuova legge del Ministero, ha diminuito gli investimenti. Le inquietudini per il clima, creato da questa volontà politica, sono state discusse e analizzate nell’ultimo incontro convocato da questa PCCH nell’aprile scorso».

Il sistema di relazioni, le complicità, aperte o nascoste, tessute per molti decenni per fare in modo che tutto fosse dimenticato sono ancora attive e quale potere esprimono?

«Continuano a essere attive e negli ultimi mesi sono cresciute. Tale situazione è visibile mediante svariate pubblicazioni sui quotidiani di diffusione nazionale. Le organizzazioni, che difendono gli imputati, hanno tenuto riunioni con funzionari politici, ponendo come questione centrale l’assenza per i loro clienti delle garanzie processuali. Sarebbero giudicati senza il rispetto delle prerogative della difesa. Lamentano di essere trattenuti in carcere, anche quando ritengono che potrebbero beneficiare degli arresti domiciliari. Negli ultimi anni hanno presentato ricorsi al sistema interamericano del DDHH».

Qual è la traccia più profonda del terrorismo di Stato tuttora ravvisabile nella società argentina?

«Non è soltanto una questione che concerne i sopravvissuti o i familiari delle vittime, anche se si cerca di addossare a loro ogni cosa. Le conseguenze della dittatura si avvertono nella vita quotidiana. Per esempio alcuni funzionari pubblici, non solo quelli appartenenti alle forze militari o di sicurezza, sono persone collegate e denunciate per crimini riguardanti il periodo della dittatura».

Se dovessimo individuare un periodo in cui è stato segnato un cambio di passo, un avanzamento decisivo per questa battaglia? Per esempio nel 1994 quando la Costituzione argentina fu emendata? I Trattati internazionali sui diritti umani, che proibiscono leggi di prescrizione e/o amnistie per crimini contro l’umanità, furono incorporati come legge suprema del paese.

«Senza dubbio la riforma della Costituzione nazionale del 1994 è stata decisiva. Farei riferimento anche al rapporto 28/92 del CIDH sull’Argentina, all’avanzamento dei processi all’estero, la sentenza della Corte IDH nella causa Barrios Altos de Perú del 14/03/2001, pronunciata otto giorni dopo la prima dichiarazione di incostituzionalità delle leggi “Punto Final” e “Obbedienza dovuta”, che prevedevano la prescrizione per i reati commessi durante la dittatura militare. Infine la decisione del PEN e del Congresso argentino di considerare la persecuzione penale di questi crimini come politica di Stato».

Qual è la percezione del vostro lavoro nella società argentina?

«Questo Procuratorato occupa un posto importante, essendo un punto di riferimento per gli organi del DDHH e gli avvocati querelanti, perché abilita il canale di dialogo con i pubblici ministeri attuanti nelle cause. La PCCH si è consolidata come un riferimento ineludibile per tutti gli attori che portano avanti le cause in tale rilevante materia, ampliando in maniera sostenuta la propria attività su tutto il territorio nazionale e partecipando in ogni giurisdizione, tanto nella tappa dell’istruttoria quanto nel processo vero e proprio. Lo sforzo dell’Unità, poi gerarchizzata in Procuratorato, in un primo momento si focalizzò nel cercare di imporre una politica di raccolta dei casi, mirando a raggiungere giudizi sostanziali in funzione degli obiettivi proposti.

Questo lavoro si vede riflesso nella celebrazione dei processi significativi, come è accaduto per esempio nella Capitale, a Córdoba, Bahía Blanca, Mar del Plata, Salta e La Plata. Al fine di sostenere i pubblici ministeri nella fase istruttoria e in quella dibattimentale è stata firmata a novembre 2009 una convenzione di Cooperazione Istituzionale tra questo Ministero Publico e il Ministero della Difesa della Nazione (Risoluzione PGN N° 150/09), che ha consentito di consolidare l’interazione tra le parti stabilendo agili canali di comunicazione istituzionale.

In tale contesto, fu inviata a numerosi pubblici ministeri la documentazione che risultò di grande rilevanza per rafforzare ipotesi di imputazione e disegnare nuove strategie di indagine. La crescita della quantità di processi ha fatto sì che l’Unità collabori anche nella tappa processuale, soddisfacendo le necessità di ogni giurisdizione. Si è intensificata, inoltre, la marcatura e la collaborazione nella tappa ricorsiva delle sentenze definitive e della loro esecuzione. Al tempo stesso, l’ex Unità ha realizzato un lavoro di approfondimento di ambiti d’imputazione attraverso l’elaborazione di modelli per i pubblici ministeri come l’identificazione dei delitti con tortura e contro l’integrità sessuale. D’altro canto, questa PCCH è l’unico organismo statale che possiede una base dati e analisi statistiche su cause, imputati e vittime (quest’ultima in fase di elaborazione)».

In che cosa consiste la vostra attività di indagine in materia di identificazione e persecuzione dei presunti casi di appropriazione dei ninos e di violenza sessuale perpetrati durante la dittatura?

«Per i casi di appropriazione di bambini è stato creato un gruppo di lavoro dedicato, che ha elaborato una diagnostica delle cause giudiziarie e un piano d’azione. In tal senso, il 23 ottobre 2012, la Procura Generale ha creato l’Unità specializzata in casi di appropriazione di bambini durante il terrorismo di Stato (Procedimento PGN n° 435/12) per continuare e approfondire il lavoro che già si stava svolgendo in materia. Sui delitti sessuali, il lavoro di questa PCCH consiste nel condividere con i pubblici ministeri, incaricati delle indagini, norme d’azione e materiale bibliografico che possa risultare interessante. Le cause in cui ora si è dato luogo all’ampliamento per delitto sessuale sono dieci».

Può fornire qualche numero riguardante i procedimenti nei quali è stata già riconosciuta la violenza sessuale?

«Nel rapporto della PCCH contiamo su 17 sentenze nelle quali sono state ottenute condanne per crimini di violenza sessuale, due delle quali sono state confermate dal CFCP. Sono stati pertanto condannati 71 imputati (70 uomini e 1 donna) per crimini quali abusi e violenze sessuali, l’aborto forzato nei casi di 62 vittime (56 donne e 6 uomini). In riferimento alla forma di responsabilità e partecipazione diretta, dei 71 imputati per aver commesso violenze sessuali, 13 sono stati condannati come autori diretti, 27 come coautori, 14 come autori mediati, 16 come partecipanti obbligati o complici primari e 2 come partecipanti secondari; quindi solo il 19 % dei condannati lo è stato a titolo di autore diretto del crimine».

Negli ultimi anni sono state intensificate le indagini per la fattispecie di reato?

«Sì, ce ne sono numerose in corso. A maggio 2014 abbiamo iniziato uno studio sui casi di violenza sessuale perpetrati dal terrorismo di Stato, esposti in cause penali per crimini contro l’umanità ed è stato creato un registro delle vittime. In molti casi giudiziari, per svariati motivi, non si è proceduto alla richiesta di ampliamento dell’accusa durante il dibattimento e i casi di violenza sessuale esposti nelle testimonianze sono stati rimessi a istruttoria per l’indagine. Attualmente nel registro sono indicati 460 casi da tutte le regioni del Paese, dei quali 250 sono in corso di indagine, 62 sono già stati accertati. La restante parte non è indagata, perché la vittima espressamente non ha dato l’assenso per le indagini, mancano testimoni o i fatti sono stati qualificati come mera tortura».

C’è una vicenda in particolare che l’ha colpita?

«Pongo l’accento sull’ultima sentenza in merito alla Megacausa Menéndez La Rioja. Il Tribunal Oral Federal de La Rioja ha condannato tredici imputati, fra i quali l’ex giudice federale Roberto Catalán e Luciano Benjamín Menéndez, dai sei anni di reclusione al carcere perpetuo. Il dibattimento processuale verteva sugli atti accaduti ai danni di 50 vittime nel circuito repressivo che integrava il Batallón 141 de Ingenieros, la Base Aérea de Chamical, el Escuadrón 24 de Chilecito, la Delegación de la Policía Federal, el Instituto de Rehabilitación Social e il Tribunale Federale.

Il tribunale di La Rioja ha dato disposizione di trasmettere la sentenza alla Comisión Nacional Coordinadora de Acciones para la Elaboración de Sanciones de Violencia de Género, secondo gli articoli 1, 2, 7 e 8 della Convenzione Interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza contro le donne di Belém do Pará, in ragione dei delitti a sfondo sessuale che sono stati denunciati dalle vittime durante il giudizio e per le quali sono stati condannati vari imputati.

Per la prima volta c’è stata una condanna per un caso di aborto forzato e il Tribunale Federale di La Rioja ha dichiarato: “Nell’ambito di questa causa, le donne che furono arrestate e che, conformemente alle testimonianze raccolte nelle udienze di dibattimento, subirono qualsiasi tipo di oltraggio o abuso sessuale, furono vittime di atti conclamati dalla Convenzione di Belém do Parà, quali odiose forme di violenza contro la Donna”».

Qual è stata l’influenza dall’estero in un avanzamento politico, sociale e giudiziario così complesso? Mi riferisco in particolare all’effetto dell’apertura e della celebrazione di processi in altri paesi come l’Italia.

«L’influenza dei processi all’estero durante il periodo d’impunità in Argentina è stata fondamentale. La possibilità di continuare a indagare, anche quando in Argentina non si poteva, a produrre prove, di consentire alle vittime e/o ai loro familiari di testimoniare davanti ai giudici e nei tribunali ha permesso di mantenere viva la memoria e il bisogno di giustizia. Dall’altro versante però, il fatto che paesi terzi perseguissero i repressori ha altresì comportato che costoro decidessero di non uscire dal Paese per evitare la sorte di Pinochet».

Quali effetti potrebbero avere la declassificazione di documenti riservati, l’apertura degli archivi del Vaticano relativi agli anni delle dittature latinoamericane, riguardanti intanto l’Uruguay e l’Argentina?

«Il Vaticano non ha declassificato ancora documenti da quello che sappiamo noi. Ha portato dei documenti in una causa in particolare, in cui la vittima era un religioso di La Rioja. Qualora fossero disponibili, sarebbe una funzione di questa PCCH analizzarli e riferirli alle cause già iniziate come apporto documentale. Non conosco il contenuto di tale documentazione, ma senza dubbio tutto può aiutare all’identificazione di bambini/e sottratti/e».

Qual è il ruolo della stampa rispetto al vostro lavoro?

«Effettivamente la stampa ha una posizione preponderante nella società argentina. Esiste una stampa complice della dittatura e sulla quale si sta ancora indagando, ci sono editori imputati e anche giornalisti desaparecidos. Oggi, grazie a determinati settori della stampa, conosciamo l’avanzamento dei dibattimenti. Quotidiani come Página 12 o Tiempo Argentina assicurano l’informazione quotidiana su ciò che accade nei processi. Questo garantisce la pubblicità del processo stesso senza reticenze, tuttavia si tratta di giornali con una diffusione minore rispetto ai grandi mezzi stampa».

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