Maurizio Braucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurizio-braucci/ un blog di approfondimento culturale Wed, 04 May 2016 12:42:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maurizio Braucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurizio-braucci/ 32 32 Antigone e gli scrittori dégagé https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/#comments Wed, 04 May 2016 12:32:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30826 Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull'Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l'autrice (nell'immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

L'articolo Antigone e gli scrittori dégagé proviene da Minima et Moralia.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Ho compreso che dicesse che, in un’epoca in cui i governanti mostrano irresponsabilità, l’intellettuale e lo scrittore debbano ingaggiarsi. È povera la stagione della nazione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade nel mondo. Mi è parso un articolo preciso per ciò che affermava, ma fuorviante per ciò che ometteva. Procedendo per induzione, da lì venivano fuori dei macrotipi: c’è lo scrittore di primo tipo, quello che ha assunto una voce forte grazie al proprio talento e la utilizza per supportare questioni del mondo esterno, senza includerle nella propria produzione: scrive un appello per, scende in piazza con, va in tv contro (Erri De Luca si diceva, allora io dico Tiziano Scarpa assieme a una dozzina di scrittori del Nordest in Piazza dei Signori a Treviso contro le ordinanze razziste dei sindaci veneti).

C’è lo scrittore di secondo tipo: quello che, a volte, poiché una cosa del presente lo indigna particolarmente, lo muove o ne sa di più, ne scrive a parte: fa un reportage su un giornale, scrive un volume in una collana dedicata (Lagioia sul delitto Varani si diceva, allora io dico Zingari di merda di Antonio Moresco – Effigie). Poi c’è lo scrittore di terzo tipo: quello che lascia precipitare il presente nella propria opera (Zerocalcare si diceva, allora io dico Giuseppe Genna).

Infine uno scrittore di quarto tipo: quello che scrive così bene che, abbia o meno legami immediati con il presente: un giorno qualunque un lettore qualunque prenderà la sua parola e ne trarrà motivo di lotta per sé e per gli altri (tra i citati da Di Paolo ci si poteva riconoscere Pasolini, i miei esempi sono all’inizio di questo articolo). Però l’esperienza umana è una soltanto, non siamo compartimenti stagni ma persone, e perfino io non sono così sciroccata da pensare che gli intellettuali possano essere categorizzati come periodi ipotetici: e quindi  le idee circolano, i flussi di pensiero e i campi semantici che li abitano o forse li regolano, gli interessi e gli amori: si mescolano, o meglio si dice in napoletano “ si imbrogliano”.

Massimiliano Virgilio è più ingaggiato quando scrive “Porno ogni giorno” (Laterza), per parlare del degrado umano che si consuma alle periferie delle nostre città, o quando va nel penitenziario minorile di Nisida a fare laboratori ? Quando scrive un reportage da Scampia su il Venerdì di Repubblica, o quando organizza da volontario l’unica festa del libro di Napoli o quando in “Arredo casa e poi mi impicco” (Rizzoli) racconta il baratro esistenziale di un trentenne che è tutti i trentenni?

Voglio dire che non credo che il mondo delle lettere si possa spartire tra uno scrittore che se ne frega di quello che accade fuori e si ripara sicuro tra le sue carte, e un altro che si stende sui binari assieme ai disoccupati. Soprattutto perché dietro le proprie carte non si è mai al sicuro. Uno scrittore mentre scrive frigge, e quando esce fuori con un articolo o un libro: rischia. Dal disinteresse al linciaggio. Se non scrive libri pensando alle fette di mercato, alle tasche degli adolescenti, se non ammicca al lettore, se non pensa che da quel libro ci si potrà cavare un film, cioè se è onesto intellettualmente, lo scrittore rischia, e dico: rischia ogni cosa perché dopo, dopo quel libro, dopo tre giorni da quell’articolo non ha più nulla. Diventa quella parola scritta che se ne è andata.

Paolo Di Paolo lo sa, che c’è più amore di quello che dichiarava lui nell’articolo (è proprio questa la bellezza di quell’articolo: che egli stesso affermando che serve l’ingaggio si ingaggia; annichilendosi nella prima plurale dei “cantastorie”, si chiama all’azione).

Erri de Luca e Michela Murgia, portati a giusto esempio come impegnati, hanno una voce calda ed esatta, e hanno anche una voce forte. Avere una voce forte significa potersi far sentire. Ma questo ultimo aspetto non dipende solo da loro: il megafono è un concertato tra tre agenti: il sé, il pubblico (utilizzo il termine nell’accezione latina, “che appartiene a tutto il popolo”) e il tramite tra i due: i media. Se i media fanno da cassa di risonanza per le battutine liquidatorie del ministro Boschi ci vuole una voce enorme, come quella di Saviano, per rispondere confidando in eguale risonanza.

Gli esempi che qui riprendo da Paolo Di Paolo sono quelli di tre scrittori che l’attenzione se la sono conquistata scrivendo, e va a loro onore, ma non può andare a disdoro degli altri il non riuscire a ottenere la stessa visibilità. Quando Loredana Lipperini, Ermanno Rea e Franco Arminio si candidarono nelle liste di L’altra Europa con Tsipras (non male come impegno anti-renziano), dai palchi dei comizi dicevano della questione meridionale, dei paesaggi offesi e vilipesi, del corpo delle donne. Bisognava ascoltarli. Ma chi ha potuto? Sono bastati gli accorati e pensati richiami di Aldo Masullo e di Maurizio Braucci ad arginare il craxiano appello di Renzi al disingaggio referendario? No. Serviva qualcuno che desse loro uguale spazio. Qualche giorno fa Valerio Magrelli sulle pagine romane de La Repubblica ha scritto un pezzo sull’inclusione scolastica. Parlava del presente e non lo faceva in versi, ma in quanti l’hanno letto?

I Wu Ming fanno caso a sé proprio per questo e per questo anche vanno ricordati: hanno scelto di non utilizzare parte dei media, di non apparire in tv, e manco in occasioni pubbliche ufficiali, di “apparato”. Fa parte del loro essere impegnati, è proprio dal loro impegno civile che nasce questa forma di protesta: che io credo racconti quanto raramente ci si possa fidare di ciò che è eclatante. Cosa è un gesto forte? Quale quello a cui dare udienza? Vogliono, le televisioni, parlare per tre giorni de “I piccoli maestri” e di tutti gli intellettuali che vi prendono parte? La stampa vuole fare a gara a chi lancia prima l’itinerario 2016 di Repubblica nomade? Piuttosto mi pare che ai media interessi l’episodio eccellente, e diano pochissimo credito, seguito e spazio a chi costruisce con pazienza nel tempo.

Se non hai una voce amplificata te ne resta una melismatica: quella della letteratura, che è una voce necessariamente lenta. La letteratura non crea instant book, abbisogna di tempo, e quel tempo può durare pure vent’anni, pure cento. Magari ne duri cento, cinquecento, mille: che qualcuno torni a essere “cantastorie” come Sofocle, che si possa venir citati come Harry Percy di Northumberland nell’Enrico IV.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/#comments Mon, 17 Mar 2014 14:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19367 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l'autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

La scena, e anche il clima, è abbastanza surreale. E non c’entra niente con le ultime 24 ore di PPP, prima della notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 in cui fu ucciso. Dal treno scende Ninetto Davoli in papillon e marsina, con un pacchetto regalo in mano e gli occhi (a 65 anni) ancora ridarelli che amava Pasolini. Dice che gli fa strano, che gli sembra di rivivere Pier Paolo. Lo segue Riccardo Scamarcio in assetto coatto-fricchettone, trascinando cinque valige apparentemente molto pesanti. È una sequenza di Porno-Teo-Kolossal, film incompiuto che il regista voleva realizzare con Eduardo De Filippo nel ruolo di un re magio deciso ad affrontare un lungo e avventurosissimo viaggio per adorare il Messia, in compagnia dal suo schiavetto: all’epoca doveva essere interpretato da Davoli. Oggi Davoli ha la parte di Eduardo, e Scamarcio quella di Davoli. Tanto per capirsi.

Nel suo Pasolini, che pronuncia con la esse doppia, e che cova da più di vent’anni, Ferrara ha inserito tre scene di Porno-Teo-Kolossal e due di Petrolio, l’altra opera incompiuta: «Posso entrare nella sua mente solo attraverso questa sceneggiatura e questo romanzo, non so nulla della sua ossessione sessuale e non so neanche se chiamarla ossessione, o dipendenza, ma quella morte all’idroscalo di Ostia, in un posto sprofondato nel nulla, è il risultato della sua esistenza. Nell’ultima intervista, quella a Furio Colombo, diceva: Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Io non giudico, questo è il mio viaggio, non il suo».

Non giudica, ma di ossessioni e dipendenze se ne intende, Abel Ferrara: «Ti portano in galera o all’idroscalo, a morire schiacciato da una macchina». Se ne intende perché dai sedici ai sessant’anni ha condotto una vita sostanzialmente Sex & Drugs & Rock & Roll (soprattutto le prime due voci, corroborate dall’alcol). E, passando da Ian Dury a Lou Reed, il suo cinema è stato soprattutto una passeggiata nel Wild Side. Da L’angelo della vendetta a King of New York, da Il cattivo tenente a Fratelli a Go Go Tales, sono tutte esplorazioni nei bassifondi della città e della coscienza: sesso, violenza, dipendenze, follia, oscurità. È considerato un regista concentrato sul peccato, la fede, la redenzione, ma lui non è d’accordo. «Non vedo redenzione nei miei film, i miei personaggi non cambiano mai. Io invece sono cambiato: ero un tossico e non lo sono più. Pulito da un anno e mezzo».

Ha smesso in Italia, in una comunità dalle parti di Caserta a mezz’ora di macchina da Sarno, la cittadina da cui partì suo nonno Abele, che andò a piedi fino a Napoli per imbarcarsi verso il sogno americano. Da anni Ferrara bazzica l’Italia per cercare le sue radici («A New York non ho trovato niente su mio nonno, è impossibile cercare qualcosa su uno di un secolo fa. E pure per il mio certificato di nascita c’è voluto un anno»), ma anche la libertà creativa che, dice, a Los Angeles è ormai una chimera. Trova i fondi, in Italia e in Europa, e questo, vista la condizione del nostro cinema, ha del miracoloso. Su Pasolini ci ha messo qualcosa anche il ministero dei Beni culturali.

La droga. Salvatore Ruocco da Scampia, uno degli attori di Napoli Napoli Napoli, docufiction sulla città girata nel 2009, gli ha dato l’indirizzo giusto: la comunità Leo Amici a Vallo di Maddaloni. «Salvatore non si è mai fatto, ma queste cose le conosce. Napoli e New York sono le due Disneyland della droga e il risultato è una tonnellata di ragazzi distrutti, la distruzione si è infiltrata nella gente. La differenza è che da voi sanno come aiutarti, mentre in America usano la severità al posto della compassione e i ragazzi muoiono. Io non ero mai stato in comunità e qui, per quattro mesi, persone che non mi conoscevano mi hanno dato amore, comprensione, tutto il sapere di un Paese antico come l’Italia, il Sud d’Italia. Mi hanno dato un posto lontano da dove ero abituato a vivere, fra ragazzini di 14 o 15 anni già intossicati da tutto: droghe classiche e moderne. Una vita fantastica, in comunità. In mezzo alla bellezza, cibo buonissimo con i sapori di quando ero bambino, niente internet. Ho passato il tempo a coltivare dei fottuti pomodori come mio nonno».

Appena entra nell’appartamento che lo ospita dalle parti di piazza Vittorio, diventata ormai la Beverly Hills del cinema italiano, Ferrara si leva le scarpe. Pulito dentro e fuori: «Le strade sono così sporche! Qui laviamo i pavimenti tutti i giorni». Vuole mostrarmi un po’ di girato, Willem Dafoe che interpreta PPP. Sullo schermo del computer campeggia l’immagine del Lama Yeshe, maestro tibetano che, per capire la cultura occidentale, si avventurava con monacale innocenza negli strip club ma anche a Disneyland e nei casinò di Las Vegas. Già, il regista che la critica definisce intriso di cattolicesimo, in realtà è buddista. «Da sei anni. Era buddista la mia fidanzata Shanyn Leigh. Un buddista non può drogarsi. Solo quando ho smesso di farmi ho capito che il buddismo è compassione, amore, essere e vivere per altri. Non preghi Gesù o il tuo maestro, ma lo incarni e lo fai tuo. E non credi più alla grande bugia che una striscia di coca, un bicchiere di vino, tante donne e macchine di lusso sono l’unica cosa che ti cambia la vita. L’aspetto incredibile di Pasolini è che aveva questa lucidità, anche se viveva la sua ossessione per i ragazzini di strada. Lui era in mezzo a tutto. E prima della violenza di strada degli anni Ottanta e Novanta, con i ragazzi che si ammazzano per una catena d’oro, aveva già previsto, o forse anticipato, ogni cosa. Era questo che lo terrorizzava».

Dice che, come con Gesù e con il suo Lama, ha assunto dentro di sé anche Pasolini, perché è un suo maestro: «Quando crescevamo e vedevamo i suoi film ci ha portato nel buio, anzi no, nella luce. Il suo cinema è stato un salto spirituale. Non avevamo mai visto cose simili, eravamo venuti su con i film americani, noi. E poi era veramente come Gesù. Il profeta, il martirio non c’entrano niente. Non c’è una croce sulla sua tomba. Ma ho parlato con cento persone che lo hanno conosciuto e lo piangono ancora, nessuno mi ha detto una cattiveria su di lui. Era attento, compassionevole, chiedeva a tutti come stai? hai mangiato? vuoi un caffè?».

Ferrara ricorda quando ha visto Salò al Paris, un cinema elegante sulla cinquantottesima a Manhattan. «Era un bel pomeriggio di sole, eravamo quindici spettatori, c’era anche la principessa Ruspoli. Avevamo portato del vino e del formaggio. Quando siamo usciti eravamo rimasti solo in sette. E nevicava».

Arrivano le immagini di Dafoe, attuale attore feticcio di Ferrara. È la scena dell’intervista francese su Salò. La somiglianza con l’originale è lancinante. «Will è capace anche di levitare se glielo chiedi». Probabilmente non lo doppierà: «Will vive da sette anni in Italia, è sposato con un’italiana, abbiamo confrontato la sua voce con quella di Pasolini. Identica». Poi c’è un’altra scena entrata nell’iconografia pasoliniana: lui che gioca a pallone con dei ragazzetti di periferia, vestito da signore, mica da calciatore. «Nelle ultime 24 ore non credo proprio che abbia giocato, ma lo faceva sempre. Se era in macchina e vedeva una partita, accostava e scendeva in campo».

Conviene ricostruire queste 24 ore, limate dagli inserti cinematografici e romanzeschi che servono comunque a trovare il senso di una fine, visto che Ferrara non ha girato la scena della morte come l’ha riferita, in versioni peraltro contrastanti, Pino Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio. Complotto o no? «Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo. Molti suoi contemporanei sono ancora qui». E allora la sua morte viene letta attraverso la scena orgiastica, o eucaristica, del pratone della Casilina di Petrolio. La sceneggiatura, scritta con Maurizio Braucci (collaboratore di Matteo Garrone per Gomorra e Reality), ricostruisce il ritorno da Parigi, dove aveva presentato il suo ultimo film, la mattutina lettura dei giornali, il lavoro su Petrolio, il pranzo con il cugino Nico Naldini e Laura Betti, l’intervista con Furio Colombo, il rapporto con la madre Susanna, la cena con Ninetto e i suoi bambini da Pommidoro, il rimorchio di Pelosi alla stazione Termini… «Insomma, i due mondi di un intellettuale borghese che di giorno viveva con la mamma e scriveva sui giornali e poi di notte se ne andava a cercare quello di cui aveva bisogno. Pasolini era l’ultimo hippy, o forse l’ultimo freak. La libertà individuale incarnata».

Ferrara guarda le immagini girate fra i marchettari. Street dogs, li chiama: «Guarda questo: ha una faccia da fottuta movie star. Non erano e non sono omosessuali: ragazzini affamati e liberati, come i soldati romani che saccheggiavano, stupravano le donne e scopavano fra di loro quando di donne non ce n’erano».

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“Le cose belle” di Ferrente e Piperno è il miglior documentario dell’anno https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle-di-ferrente-e-piperno/ https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle-di-ferrente-e-piperno/#comments Thu, 06 Mar 2014 16:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19159 Pubblichiamo un'intervista di Camilla Ruggiero ad Agostino Ferrente, regista insieme a Giovanni Piperno del documentario Le cose belle vincitore del Doc/it Professional Award, del Premio del Pubblico Italiano, del Premio del Pubblico Europeo e del Premio Fake Factory. Questo pezzo è uscito su Kino Review, che ringraziamo.

di Camilla Ruggiero

È sorprendente quanto, in fin de conti, il film più riuscito ed emozionante di tutti sia la vita stessa, anche quando può sembrare sgraziata e continuamente offesa, come quella dei quattro protagonisti di questo meraviglioso film. Le cose belle è fatto di vita: quattordici anni di riprese per un’ora e mezza di destino. Parliamone con uno dei due autori, Agostino Ferrente che forse, proprio per la consapevolezza di aver maneggiato qualcosa di più grande di lui, è molto emozionato.

Le cose belle nasce dall’idea di riutilizzare materiale di un altro vostro film, 'Intervista a mia madre', in una chiave nuova e abbastanza inedita, almeno in Italia. Ci racconti di cosa tratta il primo film del 1999?

Sì, allora, il film tratta della vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Io e Giovanni Piperno, il coautore, li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione.

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Pubblichiamo un’intervista di Camilla Ruggiero ad Agostino Ferrente, regista insieme a Giovanni Piperno del documentario Le cose belle vincitore del Doc/it Professional Award, del Premio del Pubblico Italiano, del Premio del Pubblico Europeo e del Premio Fake Factory. Questo pezzo è uscito su Kino Review, che ringraziamo.

di Camilla Ruggiero

È sorprendente quanto, in fin de conti, il film più riuscito ed emozionante di tutti sia la vita stessa, anche quando può sembrare sgraziata e continuamente offesa, come quella dei quattro protagonisti di questo meraviglioso film. Le cose belle è fatto di vita: quattordici anni di riprese per un’ora e mezza di destino. Parliamone con uno dei due autori, Agostino Ferrente che forse, proprio per la consapevolezza di aver maneggiato qualcosa di più grande di lui, è molto emozionato.

Le cose belle nasce dall’idea di riutilizzare materiale di un altro vostro film, ‘Intervista a mia madre’, in una chiave nuova e abbastanza inedita, almeno in Italia. Ci racconti di cosa tratta il primo film del 1999?

Sì, allora, il film tratta della vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Io e Giovanni Piperno, il coautore, li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città, Napoli, dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l’energia, la sensualità, la rassegnazione. La relazione tra noi e loro fu improvvisa, straordinaria e intensissima. Inoltre li incontrammo in un periodo storico in cui la città sembrava guardare al futuro con ritrovata fiducia. E anche loro, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, seppur armati di scaramantico disincanto, covavano legittime attese verso i giorni a venire. Di fatto tentammo di usare quel periodo per renderli più consapevoli della loro condizione esistenziale e, dove possibile, dare una mano nelle loro vite difficili.

Come vi è venuta l’idea per Le cose belle?

È un’idea che più o meno inconsciamente abbiamo sempre avuto. Io sono quello che l’ha spinta di più da sempre. Le quattro settimane di ripresa dedicate nel ’99 a quelle quattro vite ci sono sempre sembrate piuttosto poche e da allora ci è sempre rimasto il desiderio di poter approfondire di più. Anche perché quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall’amicizia o dall’amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta…

E quindi cosa è successo? Cosa vi ha spinto a continuare a filmarli?

Nel rispetto di tale fiducia che si era creata e che ci aveva legato indissolubilmente a loro, non abbiamo mai interrotto il legame. Anche dopo che Intervista a mia madre ebbe un bel successo, vincendo premi ed essendo trasmesso in tv in prima serata con record d’ascolto per un prodotto del genere. Anzi, forse anche alla luce di questo crebbe in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Pur avendo provato, nel tempo, ad aiutarli concretamente, il senso d’impotenza ci ha spinto a tornare a cercarli ancora. E già nel 2002, eravamo tornati a Napoli, dove, con Antonella Di Nocera, che fu indispensabile tre anni prima per trovare i protagonisti, realizzammo un laboratorio per insegnar loro a usare le telecamere da soli, e poi, ispirati dal loro girato e dai loro racconti, scrivemmo un trattamento per un film nel quale si mescolava realtà e messa in scena. Ma per motivi produttivi il progetto naufragò. Poi, dieci anni esatti dopo, cioè nel 2009, decidemmo di riprovare a concedere a loro e a noi stessi questa tanto desiderata seconda possibilità.

Come avete scoperto i quattro protagonisti Adele, Silvana, Enzo e Fabio e perché li avete scelti?

Arrivammo a Napoli in pieno agosto, durante l’eclissi solare. La città di giorno era deserta, non che fossero partiti tutti in villeggiatura, ma i più non rinunciavano a un tuffo, tra spiagge limitrofe e acquapark. Andammo anche lì a cercare i nostri potenziali protagonisti, o per strada, perché poi dopo il tramonto tutti tornavano a casa. Ne intervistammo un centinaio, senza preferenze di quartieri e classi sociali. Alla domanda ‘che lavoro vorresti fare da grande?’ tutti i maschi rispondevano ‘il calciatore’, le femmine ‘la modella’ (ancora non era stato lanciato il termine ‘velina’). I nostri quattro furono gli unici che dimostravano da subito di essere consapevoli che non sarebbero diventati calciatori o modelle… poi un estratto di quelle prime interviste fatte per il ‘casting’ finì in Intervista a mia madre e parte di quello è stato poi riutilizzato per Le cose belle.

Nell’immaginario di chi non è di Napoli, quando racconti le periferie, viene subito in mente la camorra, Scampia etc. etc.. Voi avete preferito che i vostri protagonisti non appartenessero a quel mondo, perché li avete scelti così?

Davvero non ci interessava speculare cinematograficamente sulla storia di ragazzi ormai incastrati nella criminalità, o di casi umani… storie così non era e non è difficile trovarne a Napoli. Probabilmente era quello che il nostro committente televisivo si aspettava. Infatti molti degli altri titoli inclusi nella nostra stessa serie, principalmente quelli realizzati dalla redazione interna, erano dedicati a storie di infanzia negata nel mondo, mostrando giovanissimi costretti a prostituirsi, a spacciare, ad usare le armi. Noi invece avevamo deciso di provare a raccontare storie nella norma, tipiche, provenienti da famiglie di media estrazione sociale. Storie della porta accanto, di ‘normale’ difficoltà economica, sociale e culturale.

Avete scelto quattro ragazzi normali, ma anche particolari…

Particolari perché potevano contare su un’arma in più per difendersi dalle tentazioni di scorciatoie spesso intraprese da familiari prossimi, e per provare a resistere in generale: la loro ‘bellezza’. E l’hanno usata qualche volta nuotando contro corrente, spesso lasciandosi trascinare pur di non affogare, ma sempre con dignità e onestà.

Qual è l’arco di tempo durante il quale li avete seguiti?

Tutto agosto ’99 e poi le nuove riprese sono avvenute, ovviamente non consecutivamente, nell’arco di quattro anni: dal 2009 a fine 2012 e mi sa che qualche fegatello l’abbiamo realizzato nel 2013.

E come è stato rintracciarli tanti anni dopo?

La nostra prima sensazione, anche se non era certo quello il nostro compito, fu quella di non essere riusciti a salvarli dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, sistematicamente delusa: le loro esistenze ci sembrarono ferme, cristallizzate, senza speranze di miglioramento. Questo ci creò un grande disagio che, non ti nascondo, ci fece anche venire mille dubbi sull’opportunità di continuare o lasciar perdere. Che poi in noi si mescolava il dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Anche grazie a Gomorra le immagini di una città e del suo popolo ostaggi dell’immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva, avevano fatto il giro del pianeta, e non c’era Tg italiano, trasmissione, giornale che non ne parlasse.  E ci venne il timore di ritrovarci anche noi su quel carro, col rischio di speculare…

Come avete fatto a proseguire e a superare il timore di speculare e il disagio di non poter fare nulla per loro?

Un po’ alla volta si sono affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all’indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte quegli sguardi disincantati ci sembravano la conferma di come il contesto sociale decide il destino delle persone, soprattutto in quegli ambienti, dall’altra, quegli stessi sguardi, ci comunicavano che sotto l’apparente immobilismo c’era un fermento, un sforzo, che andavano sostenuti, perché quei ragazzi dovevano cavarsela da soli, senza poter contare su alcun aiuto esterno. Voglio dire che dietro quegli sguardi  c’era la fine dell’innocenza e l’inizio di una consapevolezza che li metteva in pace con se stessi e gli conferiva quella forza vitale di cui parlavo prima, necessaria per resistere.

Nella parte ambientata ai giorni nostri accostate frammenti del ‘99 a quelli del 2009/12. Con un effetto molto poetico raccontate in un istante il destino dei personaggi, come se in quegli attimi la vita di quei bambini avesse già in nuce il loro destino.  Non vi ha turbato questa consapevolezza?

Io credo che questo tipo di consapevolezza valga per tutti noi, non solo per i protagonisti del nostro film. Ognuno di noi sin da piccolo mostra le proprie attitudini, poi si sa, quello che succederà dipende da tantissimi fattori: le proprie capacità, la propria determinazione, il caso… ma, inutile nasconderlo, direi che il fattore più importante è sempre stato, e ancora oggi rimane, il contesto sociale in cui si cresce, non basta avere il talento se poi nessuno ti aiuta a valorizzarlo.

Com’è stato per voi trovarvi di fronte a così tante risonanze tra il materiale del ‘99 e quello di oggi? Non vi ha fatto sentire di avere letteralmente ‘in mano’ le vite dei protagonisti?

In realtà noi non volevamo tirare un bilancio che peraltro sarebbe comunque prematuro alla loro età. La nostra intenzione era di provare a fotografare il tempo, che detta così sembra una cosa astratta e presuntuosa, ma è la verità. Il nostro film non voleva essere un esame che certificasse chi ce l’ha fatta e chi no: non ci siamo posti come i giudici di un talent show pronti a emettere la loro sentenza. Ci sembrava così riduttiva questa ipotesi per la quale c’è chi nella vita vince e chi perde. E allo stesso tempo in un’eventuale e così assurda ipotesi che titoli avremmo mai avuto noi per ergerci a giudici? Quindi no, non ci siamo mai sentiti di avere ‘in mano’ le loro vite e comunque, considerando il tempo che stiamo dedicando a questo film potremmo dire che noi pure abbiamo messo in mano a loro le nostre vite.  Ma come dicevo prima, nei documentari è così, quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell’altro.

E loro come hanno reagito quando si sono visti ‘riassunti’ sullo schermo con tutti questi rimandi tra il passato e il presente? Qual è stata la reazione dei loro genitori, parenti e conoscenti?

Tutti si sono riconosciuti nel film, sia i quattro ragazzi che i loro familiari. Nessuno si è sentito tradito. Qualcuno si è commosso, per lo più hanno sorriso e talvolta riso.  I nostri quattro protagonisti sono molto intelligenti, e ormai consapevoli. Si sono rispecchiati sia nei punti dolenti che in quelli più divertenti della loro vita e del loro carattere. Ovviamente per noi è stato un grandissimo sollievo. Di fatto è come se avessero trasformato il loro film e tutto il tempo passato insieme in una sorta di ciclo di psicanalisi dove, se non altro, hanno trovato o ri-trovato la consapevolezza di se stessi e della loro vita, compreso l’ambiente che li circonda che li ha amati e ostacolati. Comunque ci hanno vissuti come una cosa bella e questo per noi è stato il premio più importante.

Nel film c’è una scena in cui Adele da piccola intervista la madre che le dice verità che non vorremmo sentire, che lei non è la figlia che avrebbe voluto. Anni dopo avete ripreso una scena in cui Adele si ribella a questa madre anaffettiva e poco protettiva.

Carmela, la mamma di Adele, è una bella persona, che si è trovata da sola a gestire un figlio che a dodici anni ha capito di non sentirsi a proprio agio nel corpo maschile che la natura gli aveva assegnato, e che già a quindici anni ha cominciato ad assumere ormoni femminili, cambiandosi il nome da Giovanni a Jessica. Questa storia ha spaccato la famiglia, il padre non ce l’ha fatta a reggerne il peso e l’ha scaricato tutto sulla madre che, dedicando tutte le sue energie a Jessica di fatto ha trascurato Adele, forse, considerandola meno fragile, forse sopravvalutando  la sua capacità di badare a se stessa, e stigmatizzando gli atteggiamenti che lei, di conseguenza, aveva assunto essendo cresciuta più in fretta: marinava la scuola, fumava e assumeva atteggiamenti aggressivi. Ma che la responsabilità sia parecchio anche sua Carmela l’ha sempre saputo, e questo è il significato delle sue lacrime quando, nello scontro a cui ti riferisci, Adele glielo rinfaccia.

Quelle due scene sono strettamente legate, sembrano una la conseguenza dell’altra a distanza di 12 anni, come è potuto accadere?

La tensione tra loro due c’è sempre stata, e già si percepiva nel ’99, quando però Adele aveva solo quattordici anni e Carmela era più ottimista sull’idea di poter gestire senza conseguenze la transessualità di Jessica che invece crescendo si è scontrata con inevitabili problemi di natura psicologia e lavorativa. È chiaro che diventando adulta e, madre lei stessa, Adele ha assunto maggiore consapevolezza dei propri problemi familiari, e la tensione tra lei e sua madre è diventata ancora più palpabile. Noi, volendola raccontare, ci siamo limitati a sollevare il coperchio, diciamo così, e farla venire fuori. È questo il mestiere del documentarista.

Un’altra coincidenza di cui volevo chiedervi delucidazioni. A un tratto Enzo incontra la madre di Fabio dopo 12 anni ed è l’occasione per i due ragazzi di rivedersi e cominciare a lavorare assieme. Quanto c’è di casuale e quanto c’è di organizzato ‘dietro le quinte’ da voi?

L’incontro tra i due è stato propiziato da noi e non solo per esigenze narrative. Quando li abbiamo ritrovati separatamente, Enzo lavorava, desideroso di coinvolgere nel suo lavoro altri soggetti interessati: col meccanismo del cosiddetto ‘multi level’ più ne trovava e più la sua posizione cresceva all’interno della piramide. Fabio invece era disoccupato e quando provava a vendere nelle bancarelle abusive allestite fuori dagli stadi gadget ai tifosi delle partite, o ai fans dei concerti, quasi sempre ci rimetteva tra spese di viaggio e altro. Almeno questo ci diceva lui, che certo non moriva dalla voglia di fare quel mestiere. Allora noi li abbiamo fatti rincontrare, visto che le richieste dell’uno coincidevano con l’offerta dell’altro. A Enzo tra l’altro, casualmente, era stata assegnata come zona proprio il Rione Sanità, dove vive Fabio e dove la madre vende il pesce per strada. Tutto il resto l’abbiamo filmato. E quello che filmavamo a quel punto era realtà, perché stava succedendo davvero, seppur propiziato da noi che oltre che registi siamo anche loro amici.

Ho notato che ci sono forti assonanze tra i due personaggi maschili e i due femminili. È casuale che li abbiate scelti così o c’è una ragione secondo te?

Durante le riprese del ‘99, a me e Giovanni piaceva pensare che i personaggi maschili li capissi meglio io, perché di fatto mi ci identificavo, e quelli femminili lui. Perché all’epoca Enzo e Fabio, a dodici anni erano ancora due bambini, come me… che infatti ero e forse ancora oggi sono,  più adolescenziale di Giovanni, più sognatore. Credo questo dipendesse sia dal mio essere più giovane di lui di circa otto anni che dalla mia educazione tipica meridionale, cattolica e maschilista, che era appunto la stessa dei due nostri ometti, che poi, anche crescendo, sono rimasti ancora a casa delle rispettive mamme, confermando la tendenza mammona di molti noi maschi del sud. Invece le ragazze le incontrammo che avevano già quattordici anni ed erano già delle piccole donne, sia fisicamente che psicologicamente e poi le loro mamme si erano già separate dai loro padri e questo era stato forse un elemento che le aveva spinte a crescere più in fretta, con i conseguenti conflitti a cui ti riferisci. Giovanni le capiva meglio di me forse perché anche lui era andato via di casa presto dopo che i genitori si erano separati, e poi era un romano emancipato, aveva studiato al Mamiani, sensibile alle tematiche femministe, uno dei primi ad abbonarsi a Internazionale. Io invece avevo frequentato le scuole a Cerignola, e un gran numero di miei compagni erano finiti in galera per reati simili a quelli diffusi tra i giovani napoletani, e almeno su questi temi io ero più senz’altro più ferrato di lui…

Enzo è il personaggio che resiste meglio alle offese della vita. Perché secondo te la vita lo punisce continuamente, nonostante il suo talento e la sua fiducia?

Non so se la vita lo punisce continuamente, ma capisco questa tua sensazione e credo sia dovuta alla differenza tra cinema e vita, o tra finzione e documentario… Provo a spiegarmi: siccome noi abbiamo raccontato la vita di Enzo, e degli altri, in forma di film, allora a tutti noi, avendo introiettato dei meccanismi di narrazione legati al racconto filmico, siamo indotti ad aspettarci che alla fine arrivi questo benedetto lieto fine. Ovvero? Che sfondi nel mondo dello spettacolo dopo sacrifici e umiliazioni e diventi ricco, famoso e felice. E poi i titoli di coda. Ma la vita ha regole diverse dal cinema, e forse in questo senso il documentario si distanzia dal cinema di finzione, perché non può scegliersi un finale di fantasia. E allora in mancanza dell’happy ending allora il nostro cervello archivia la storia di Enzo, come degli altri, nella casella dei falliti. Ma, ripeto, non può essere così tranchant il giudizio su un essere umano.

A un certo punto ho come la sensazione che Enzo diventi la ‘guida spirituale’ del film.

In un certo senso sì. La sensazione che abbiamo avuto nel ritrovare Enzo adulto è che il bambino che aveva dovuto rinunciare alla sua spensieratezza e ai giochi con i coetanei nei giorni di pausa scolastica perché erano quelli con maggior presenza di turisti nei ristoranti e lui dunque serviva al padre per la posteggia, ecco, quel bambino così diligente e umile, che da subito aveva imparato la durezza della vita, confrontandosi con la precarietà, le umiliazioni ecc, poi da adulto è diventato quello con la corazza più dura, quello più pronto e allenato a farsi sbattere le porte in faccia, reagendo sempre con la massima dignità e umiltà. E questa era la sua forza rispetto agli altri tre, che però, hanno, ognuno a modo suo, altre frecce al loro arco.

Nel film non raccontate perché Enzo abbia deciso di chiudere col canto, il suo talento. Ci racconti perché lo ha fatto?

Dopo essersi visto sullo schermo del primo film, come se si fosse specchiato per la prima volta in vita sua, ha realizzato, che in fondo stava rinunciando agli anni più spensierati della sua vita che mai sarebbero tornati. E il tutto investendo, indotto dal padre, in un’attività che teoricamente aveva a che fare col suo talento, ma che di fatto non lo alimentava, anzi. Puntando più che altro sul fattore umano, cioè la tenerezza che il bambino cantante procurava agli avventori dei ristoranti nella speranza che lo premiassero con una banconota. Peraltro tutto questo succedeva con Enzo in piena pubertà, quando cioè quelle situazioni che divertono e fanno sentire importante un bambino che fa guadagnare soldi in quel modo cominciano ad imbarazzare un adolescente. Infatti quando ci portavamo Enzo alle presentazione ai Festival lui confidava al pubblico che non se la sentiva più di “chiedere l’elemosina col  padre”. Era una reazione sicuramente esagerata, ingenerosa nei confronti di un genere musicale di dignità storica come quello della posteggia, che sotto forse celava un non detto rispetto al rapporto col padre. E certamente a quell’età un po’ di conflitto ci sta tutto. Senza tralasciare un fattore fondamentale: in tutto questo la sua voce bianca e tenera da bambino aveva ceduto il posto a quella calda e virile da uomo, e quindi in caso il padre avrebbe dovuto rimodulare la sua offerta alla clientela.

E perché lo avete omesso?

In realtà avevamo provato a farlo venire fuori. Ricordo una scena di Enzo che insieme alla sua ragazza italo-nigeriana vede in tv il dvd di ‘Intervista a mia madre’  e lei, provocata da noi, gli chiedeva come mai aveva smesso. Poi al montaggio quell’informazione ci era sembrata ‘superflua’, così come ci era sembrato troppo autoreferenziale la citazione del primo film. E alla fine abbiamo optato per un’ellissi… comunque quella è una delle scene prenotate per gli extra del dvd”.

Durante i titoli di coda Enzo torna a cantare, lo vediamo interpretare benissimo ‘Passione’ accompagnato dal pianoforte. Come siete riusciti a convincerlo a cantare nuovamente?

Potremmo dire che è stato lui a convincere noi…Alla fine della proiezione a Venezia, Canio Loguercio, che ci aveva donato due brani per il film, accompagnato da Rocco De Rosa al piano, ci aveva regalato un concertino in un palchetto allestito all’occorrenza. A quel punto Enzo, che durante tutte le nuove riprese si era rifiutato di cantare, a sorpresa salì sul palco e, senza averlo provato prima, intonò ‘Passione!’ Io e Giovanni ci rimaniamo di stucco… sia per la sorpresa in sé, e per il valore umano che quella cosa rappresentava, e sia perché avevamo deciso che forse, se non voleva più cantare era perché resosi conto nel frattempo che il suo talento si era affievolito . E invece anche il pianista gli fece dei grandi complimenti e fu lì che pensai che assolutamente quella scena andava girata ex novo e in qualche modo inserita nel film: e questa era una delle tante e significative modifiche che poi apportammo nella versione nuova.

Quindi, grazie al film, qualcosa è cambiato?

Grazie alla discreta pubblicità del film, ha ricominciato a fare la posteggia e molte persone, almeno a Napoli, lo riconoscono, e dopo aver condiviso quelle sensazioni che hai avuto anche tu guardandolo sullo schermo, gli mostrano affetto e fanno il tifo per lui. E quindi, almeno dal punto di vista lavorativo, la situazione per lui è migliorata. Tra l’altro ultimamente, per problemi di salute, il padre non lo può più accompagnare e la chitarra la suona un maestro forse più titolato e questo, sia psicologicamente, che artisticamente, sembra averlo responsabilizzato, infondendogli maggior sicurezza in se stesso. In tutto questo noi abbiamo in cantiere un progetto che non sappiamo se riusciremo a realizzare, ovvero l’allestimento di una sorta di Cine-concerto che prevede una breve esibizione live di Enzo dopo i titoli di coda, accompagnato da musicisti esperti di posteggia. Se son rose…

La musica nel film ha un ruolo molto importante. Come vi siete orientati nell’infinito repertorio partenopeo?

La prima direzione che abbiamo seguito, sia nel ’99 che dieci anni dopo è stata quella di immergerci nella loro musica, ovvero quella dei Neomelodici, su cui tanto si è scritto. E’ davvero un universo sotterraneo, una lingua con cui comunicano valori comuni, sentimenti, mode. Forse l’ultimo vero fenomeno pop in Italia. E non l’abbiamo ne santificato, come certi critici che amano il trash, così possono scriverci libri e rivendicare la scoperta dell’ultima tendenza, e neanche trattato dall’alto in basso, da registi intellettuali che si limitano a descrivere quello che ascoltano i loro personaggi per meglio identificarli ma mantenendo le distanze o peggio, evidenziandole, appunto perché quella è musica volgare, tra l’altro in questo caso, legata alla Camorra. Tutti i brani che abbiamo scelto piacciono anche a noi, da Maria Nazionale al primo Gigi D’Alessio. La prima canzone neomelodica di cui ci siamo in innamorati è ‘Lui mi fa morire’, la cantavano nel ’99 sia Adele che sua sorella Jessica. Si diceva che fosse stata lanciata da una cantante trans, credo si chiamasse Nina. Non mi ricordo più se era una diceria o una cosa vera, ma la sola idea aggiungeva a questo orecchiabilissimo brano un alone di mistero e un sotto-testo che agli cocchi delle due la rendeva una sorta di canzone militante. E poi ci sono due capolavori come ‘Ragione e sentimento’, un brano ormai epico di Maria Nazionale e ‘Guaglioncè’, del primo Gigi D’Alessio, che è una dolcissima fotografia di quella generazione di adolescenti come era Silvana quando la conoscemmo.

E per il repertorio più classico Enzo è stata la vostra guida?

Sì, infatti…. prima Enzo e poi suo padre cantano nella posteggia. ‘Passione’ potrebbe essere il sottotitolo del film, infatti spesso ci dichiariamo il “lato b” del bellissimo film Turturro, nel senso che lui aveva magistralmente raccontato il centro storico della canzone napoletana, noi ci siamo spinti in periferia. Ma ci siamo anche concessi due versioni di ‘Luna rossa’.

E poi c’è quella che tu definisci l’ avanguardia, giusto?

Sì, la chiamiamo così senza sapere se è la giusta definizione… ‘A storia e Maria’, vera è una vera e propria hit di Ricciardi e Granatino, che catturammo già nel teaser del 2009″. Poi ci sono altri due bei pezzi di Canio Loguercio e Rocco de Rosa, uno dei quali è la rielaborazione struggente, di ‘Passione’, eseguita insieme a Peppe Servillo, che ci sembrava potesse  idealmente raccontare il passaggio dal ’99 ai giorni nostri.

Tornando ai personaggi, cosa è cambiato invece nelle vite degli altri protagonisti grazie al film?

Ancora non lo sappiamo e forse è ancora presto per appurarlo. Ci sono stati dei cambiamenti nelle loro vite ma ancora non sappiamo se e quanto avvenuti grazie al film o per colpa del film…di Enzo abbiamo detto. Adele si è trasferita in Sicilia col suo nuovo compagno, come riportato sui titoli di coda. Quello che abbiamo preferito non precisare è che lei non si è portata dietro la sua bambina che alla fine sta crescendo con i nonni paterni. E’ stata una decisione molto difficile, dolorosa e pesante, che non ci andava di sottolineare e giudicare. Silvana ha lasciato il suo compagno appena lui ha finito di scontare la pena degli arresti domiciliari, voleva una vita diversa che evidentemente insieme a lui non era sicura di riuscire a costruire. Ha interrotto nuovamente il rapporto con sua madre e si è trasferita col suo nuovo compagno in un appartamento nel centro storico di Napoli. Anche questo lo raccontiamo nei cartelli finali, ma non raccontiamo che la nuova casa è grande quanto un ascensore, che il compagno lavora facendo le pulizie all’università riuscendo a fatica, come si suol dire, ad arrivare alla fine del mese e che il rapporto con la madre l’ha dovuto interrompere perché quest’ultima si era opposta alla sua decisione di lasciare il precedente compagno perché ciò rappresentava un affronto alla famiglia dello stesso… Fabio e la sua compagna continuano ad appoggiarsi a casa della mamma di Fabio, anche ora che aspettano una bimba… Quest’ultima novità non c’è ancora sui cartelli, ma la stiamo inserendo last minute, tanto finché non usciamo ufficialmente in sala e home video il montaggio lo considero ancora aperto e aggiornabile all’occorrenza…

Si è creato un legame indissolubile con i protagonisti del film? In che rapporti siete?

Li consideriamo dei nostri fratellini. Li invitiamo quando è possibile alle presentazioni del film e se passiamo da Napoli li cerchiamo. Fabio è più schivo, Adele la sentiamo per telefono ora che è in Sicilia, forse ci sentiamo più spesso con sua madre Carmela, che ha avuto anche lei grossi problemi di salute e quando la cerchiamo per sapere come sta ci aggiorna anche sui figli. Il più piccolo studia e lavora a Milano. Jessica vive e lavora a Terni. Ogni tanto ci messaggiamo su Facebook. Silvana è molto felice, e si vede anche dall’aspetto fisico che non è più malandato. È più in carne, sorride sempre, ci è anche venuta a trovare a Roma. Ci piacerebbe, eventualmente, coinvolgerli tutti nel cine-concerto, ma ovviamente sarebbe più complicato rispetto a Enzo.

Dal film emerge Napoli come un universo a parte, una città che non assomiglia a nessun altro posto e in cui la concezione del tempo e diversa. Cosa avete capito di Napoli attraverso questo film?

Una battuta forse un po’ sessista di Oscar Wilde diceva che le donne non sono fatte per essere capite ma per essere amate. Io personalmente applicherei questo concetto a Napoli che durante la nostra lunga frequentazione ci ha procurato sentimenti opposti e sensazioni differenti. Una riconducibile a una teoria che collega la città alla presenza del Vesuvio che annuncia il pericolo di una catastrofe sempre in agguato nella loro città: e questa specie di minaccia, diventerebbe un alibi, che rende spesso il carattere dei napoletani carico di rassegnazione preventiva, di fatalismo disincantato, di mancanza di stimolo a fare progetti a lunga scadenza. Della serie, carpe diem… E questa sensazione ce la diedero da subito i nostri protagonisti e le loro famiglie, appena facemmo la loro conoscenza. Una sensazione, solo apparentemente opposta, ma molto forte, è stata quella di una città che, forse senza volerlo e senza saperlo, è sempre avanti rispetto alle altre in Italia e non solo. Quello che succede a Napoli oggi, succederà presto altrove: per esempio, l’accettazione sociale della transessualità, delle famiglie allargate, l’abitudine al lavoro precario, le forme plateali di protesta. Solo per citare alcuni fenomeni “europei” e tralasciare altri più vicini al concetto di stereotipo. Forse perché Napoli è costruita a incastri  e appena si inceppa un ingranaggio presto ci inceppa tutta la città e i nodi vengono al pettine prima. E così per certi aspetti questa città potrebbe diventare un termometro della nazione, un punto di osservazione dal quale intercettare in anticipo le tendenze, sia positive che negative.

Come è lavorare in due registi e come vi siete divisi i compiti?

Durante le riprese è meraviglioso. Non ci annoiamo mai e sentiamo di essere complementari. Lui oltre che regista è anche operatore, quindi si concentra molto sull’immagine, forte della sua lunga esperienza come fotografo e come assistente operatore di maestri come Rotunno, Spinotti, Lanci, ma anche a me piace molto scegliere l’inquadratura, infatti sono sempre collegato con un monitorino LDC. Poi io sono quello che entra di più in relazione con i personaggi, li studio, li provoco, li faccio interagire tra loro, ricreo situazioni già successe in nostra assenza che loro rivivono come una nuova e non meno autentica realtà. E ormai ci conosciamo così bene che quando uno dei due non c’è, chi è presente cerca di fare come avrebbe fatto l’altro assente. Durante le riprese è così, si fa quello che desideriamo entrambi, tanto in caso poi al montaggio si sceglie.  E poi al montaggio tutto si complica, perché spesso una strada esclude le altre e allora le scelte si fanno più dolorose, spesso frutto di dibattiti sanguinosi col povero montatore che ci sta in mezzo a cui viene di solito un terribile torcicollo. Io sono quello difficilmente soddisfatto, che vorrebbe sempre migliorare, al limite dell’accanimento terapeutico, lui è quello più svelto e concreto, che spesso dice: non è perfetto ma è il miglior equilibrio possibile. E allora spesso io rimango tutta la notte per dimostrare che un equilibrio migliore ci sarebbe, e se non c’è vuol dire che bisogna tornare a filmare…

Cosa pensi di Giovanni (Piperno)?

Lo stimo molto, mi ha insegnato molto, mi fa venire in mente una figura che faccio fatica a pronunciare correttamente, quella del ‘parresiasta’, che non fa calcoli, che non riesce a non dire la verità anche se sa che questo può danneggiarlo o creare gaffe… insomma è un libro aperto e in tutto questo gli rimprovero più o meno scherzosamente di avermi portato sulla cattiva strada del documentario facendomene innamorare… mannaggia a lui, avevo cominciato con dei corti di finzione ‘Poco più della metà di zero’ (1993) e ‘Opinioni di un pirla’ (1995) che avevano avuto buoni riscontri, dovevo continuare su quella strada e invece sono finito a fare voto di povertà con questo benedetto cinema del reale, che ultimamente va pure di moda e ciò nonostante: che fatica… pensa quando passerà la moda.

Quando esce ‘Le cose belle’ nelle sale?

Ancora non sappiamo se, quando e come. Dipende dall’Istituto Luce.

Uscirà un cofanetto con i due film, Le cose belle e Intervista a mia madre?

Sicuramente sì, insieme a un libro dedicato al film cui stanno lavorando alcuni scrittori napoletani coordinati da Diego De Silva che ci è sempre stato vicino, dai tempi di ‘Intervista a mia madre’. E dovrebbero partecipare anche Maurizio Braucci e Paolo Vanacore che hanno scritto con me e Giovanni i testi della voce off del prologo e dell’epilogo”.

Farete un terzo capitolo del film tra 12 anni? Ne avete paura?

È una domanda spontanea che da più parti ci hanno rivolto ma che per il momento non prendiamo in considerazione. Abbiamo provato, con ‘Le cose belle’ a realizzare un film autonomo, che potesse essere visto anche da chi non conosce ‘Intervista a mia madre’ e per questo abbiamo inserito dei frammenti recuperati dal girato di ‘Intervista’, rimontati per l’occasione. Quindi i nostri sono due documentari diversi, girati peraltro con durate, formati, destinazioni e, soprattutto, stili diversi tra loro. Dei capitoli successivi difficilmente potrebbero diventare altrettanto autonomi, a meno che non li si consideri delle appendici di aggiornamento con non so quale autonomia artistica.

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Il cinema di Leonardo Di Costanzo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-cinema-di-leonardo-di-costanzo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-cinema-di-leonardo-di-costanzo/#comments Mon, 10 Feb 2014 10:06:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18331 L'intervallo di Leonardo Di Costanzo è uno dei più bei film italiani usciti negli ultimi anni. Purtoppo l'hanno visto in pochi. Quando si inizia a parlare dello stato di salute delle nostre arti, alcuni appuntamenti bisognerebbe tuttavia non averli mancati. Distribuzione non è creatività. E ignorantia non excusat. Per fortuna si può recuperare. La Cineteca di Bologna ha pubblicato da poco un cofanetto intitolato L'età di mezzo dedicato proprio al cinema di Di Costanzo. Dentro ci trovate il dvd con tre film (L'intervallo, Cadenza d'inganno, A scuola) oltre a un booklet ben fatto.

Prima di lasciarvi alla nota introduttiva di Goffredo Fofi, un'altra piccola considerazione. Tra gli sceneggiatori de L'intervallo c'è Maurizio Braucci. Lo stesso di Gomorra per la regia di Matteo Garrone, Bellas Mariposas per la regia di Salvatore Mereu, e  Piccola patria, non ancora uscito, per la regia di Alessandro Rossetto. Se tre indizi danno una prova, anche alcuni discorsi sulla presenza o meno di ottimi scrittori per il cinema del nostro paese dovrebbero iniziare a essere rivisti.

Un ringraziamento a Tempesta Film per averci concesso di pubblicare  l'introduzione di Fofi.

di Goffredo Fofi

È diventato un luogo comune anche la difesa del cinema documentario, in Italia, contro il cinema ufficiale, ‘romanesco’, condizionato ovviamente dalle due forze che dominano culturalmente la capitale e i suoi ‘salotti’ – il giornalismo, soprattutto televisivo ma non solo, e la politica, intesa, ebbene sì, come ‘casta’, anche se da qualche anno in perpetuo rinnovamento di volti, non di costumi. È facile fare documentari, basta poco, costa poco; meno facile è che qualcuno li veda, fuori dal giro stretto degli amici; costa poco e costituisce un buon alibi per la smania creativa di una o due generazioni, sempre dentro le mode e, di conseguenza, un tantino più rivendicative e politicizzate delle precedenti.

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L’intervallo di Leonardo Di Costanzo è uno dei più bei film italiani usciti negli ultimi anni. Purtoppo l’hanno visto in pochi. Quando si inizia a parlare dello stato di salute delle nostre arti, alcuni appuntamenti bisognerebbe tuttavia non averli mancati. Distribuzione non è creatività. E ignorantia non excusat. Per fortuna si può recuperare. La Cineteca di Bologna ha pubblicato da poco un cofanetto intitolato L’età di mezzo dedicato proprio al cinema di Di Costanzo. Dentro ci trovate il dvd con tre film (L’intervallo, Cadenza d’inganno, A scuola) oltre a un booklet ben fatto.

Prima di lasciarvi alla nota introduttiva di Goffredo Fofi, un’altra piccola considerazione. Tra gli sceneggiatori de L’intervallo c’è Maurizio Braucci. Lo stesso di Gomorra per la regia di Matteo Garrone, Bellas Mariposas per la regia di Salvatore Mereu, e  Piccola patria, non ancora uscito, per la regia di Alessandro Rossetto. Se tre indizi danno una prova, anche alcuni discorsi sulla presenza o meno di ottimi scrittori per il cinema del nostro paese dovrebbero iniziare a essere rivisti.

Un ringraziamento a Tempesta Film per averci concesso di pubblicare  l’introduzione di Fofi.

di Goffredo Fofi

È diventato un luogo comune anche la difesa del cinema documentario, in Italia, contro il cinema ufficiale, ‘romanesco’, condizionato ovviamente dalle due forze che dominano culturalmente la capitale e i suoi ‘salotti’ – il giornalismo, soprattutto televisivo ma non solo, e la politica, intesa, ebbene sì, come ‘casta’, anche se da qualche anno in perpetuo rinnovamento di volti, non di costumi. È facile fare documentari, basta poco, costa poco; meno facile è che qualcuno li veda, fuori dal giro stretto degli amici; costa poco e costituisce un buon alibi per la smania creativa di una o due generazioni, sempre dentro le mode e, di conseguenza, un tantino più rivendicative e politicizzate delle precedenti.

Non è questo il caso di Leonardo Di Costanzo, che al documentario – da scolaro e poi da maestro, a Napoli, in Francia e dove capita, perfino nella Cambogia di Rithy Pan – ha dedicato la sua esistenza rispondendo a una vocazione che si è nutrita, nei modi più attenti e più esigenti, delle esperienze precedenti, delle teorizzazioni più rigorose che arrivavano dalla Francia e gli Usa e il Canada degli anni delle nouvelle vague. Registrazioni di eventi comuni ma significativi, approfondimenti per capirne le origini e le logiche, ma anche interrogazione sui modi, anzi sul rapporto tra i fini e i mezzi del proprio lavoro, sul significato delle proprie scelte formali che non sono mai solo tali – un’attitudine ‘documentata’ mirabilmente da Cadenza d’inganno, involontariamente pirandelliano nel racconto della ribellione del personaggio a diventare documento, oggetto e non soggetto, pretesto e non protagonista… Il conflitto con la realtà, infine, non piegabile alla manipolazione artistica, e tanto meno alla presunzione giornalistica e/o sociologica dell’‘autore’.

Occorre molta pazienza – Di Costanzo lo ha appreso forse da Wiseman – per ‘documentare’, occorre capire, occorre rispettare i tempi della vita e della fiducia. A scuola, Prove di Stato, Odessa e il poco d’altro che Di Costanzo ha pervicacemente portato a termine hanno la forma che le cose (le persone) esigevano anche senza averne coscienza, essendo infine esso (il film montato, finito) il medium di cui quelle cose, quelle persone avevano bisogno per parlare della propria esperienza ma spingendosi oltre la propria esperienza. Se il personaggio si impone – nel narcisismo che è di tutti quando vogliono mostrare e dimostrare agli altri le proprie ragioni – è allora importante che sia il contesto in cui la sua azione si colloca a prender rilievo, e spesso è del contesto che ci si ricorda (ciò che Di Costanzo vuole in definitiva che si ricordi) più che del suo apparente protagonista, tanto più quando questo protagonista (una preside, una sindachessa…) sono istituzionalmente ‘al centro’ e ne hanno piena coscienza. Il regista né mistifica né addolcisce, procede nel pieno rispetto che ogni personaggio esige dentro l’ambiente che lo esprime e in cui egli/ella agisce con il dovere professionale di intervenire, di mediare, di proporre, e se necessario di premere sulla realtà per cambiarla in meglio. Ed è allora questa pressione sulla realtà che in definitiva il documentario propone, anche quando dice il contrario, a essere forse una delle sue caratteristiche basilari, a essere forse la sua prima natura.

Queste dimostrazioni di assoluta onestà autoriale hanno portato Di Costanzo alla misura narrativa, controllata e matura, di un esordio nella fiction che esclude, come dire?, proprio l’impressione della fiction. Il documentario, in L’intervallo, ha poco peso, la sua lezione si avverte anzitutto nelle poche scene in cui si guarda Napoli, in cui la città – muta, per i due giovani protagonisti – si agita e vive, ma è evidente quanto dalla sua esperienza precedente il regista ha assorbito nel suo modo di porsi di fronte all’ambiente fisico e nel rispetto per i personaggi, qui due bravissimi attori che sembrano però aderire, per età per sentimento per radici sociali, a un reale che appartiene anche a loro, che essi conoscono bene, a dilemmi che, in altro modo, comunque li riguardano. L’intervallo ha la compattezza di un testo teatrale quasi pinteriano e una sceneggiatura precisa, perfetta, assistita dalla perizia fotografica di Bigazzi e dall’assenza, finalmente!, di qualsivoglia commento musicale (che di solito, nel cinema italiano, è la zeppa indispensabile al sostegno di testi e attori traballanti).

È un film straordinario, L’intervallo, per la sua qualità drammaturgica e la sua dimostrazione senza enfasi dell’immane ricatto che pesa sulla sua gioventù, o almeno sulla parte più trascurata della sua gioventù, quella che non ha famiglie e clan consolidati e forti in cui crescere e assai spesso sbracare. Se nei documentari il giudizio sulla realtà è infine demandato allo spettatore, qui Di Costanza trova naturalmente l’equilibrio tra il racconto della realtà e un giudizio sulla realtà: ed è in questa confluenza che, credo, nasce l’Autore. In L’intervallo il giudizio è netto, ma non travalica i personaggi: l’aneddoto narra un possibile caso e la sua complessità, e il film trova la sua grandezza in uno scavo attento e delicato, perseguito con un rispetto e una partecipazione che è il racconto a dimostrare, con i suoi piccoli passi, con i movimenti nello spazio, con il fuggirsi e cercarsi di due ragazzi che sanno già l’orrore del mondo e che di quest’orrore sono prigionieri, e non sanno e non vedono i modi di potervi sfuggire, ammesso che esistano.

Questi modi nessuno li aiuta a vederli, e da soli non potranno mai farcela, sembra dirci Di Costanzo. Quale potrà essere il futuro di Salvatore e Veronica in una società come la nostra? Ma la cosa più sorprendente di questo piccolo grande film è che esso, parlando di una difficilissima adolescenza napoletana né benestante né garantita, probabilmente la più difficile di tutte oggi in Italia, finisce per parlarci di ogni adolescenza italiana e di ogni violenza a suo danno compiuta dagli adulti – da chi propone impone educa, permette e ‘comunica’. È una questione morale, certamente, ma è anche una questione politica e anche, perché no?, una questione estetica.

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Speciale Santarcangelo 13 – Intervista a Leonardo Di Costanzo https://minimaetmoralia.it/interviste/santarcangelo-13-leonardo-di-costanzo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/santarcangelo-13-leonardo-di-costanzo/#comments Fri, 19 Jul 2013 09:12:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15041 Si sta svolgendo in questi giorni Santarcangelo 13, festival internazionale del teatro in piazza: iniziamo a raccontarvelo con alcuni articoli che usciranno nei prossimi giorni. Invitiamo i lettori di minima&moralia che ne abbiano la possibilità a raggiungere Santarcangelo di Romagna per vedere spettacoli di teatro italiani e stranieri in uno dei maggiori festival europei di teatro di ricerca. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo – uno dei film italiani più importanti dell’anno e purtroppo poco visto per colpa di un meccanismo distributivo incapace di recepire le opere di valore e allo stesso modo sfacciatamente ottuso nel privarne lo spettatore  – ha vinto da poco il David di Donatello per la migliore opera prima e lo scorso 13 luglio, durante il Festival di Santarcangelo, ha ricevuto il premio “Lo straniero” dal direttore della rivista Goffredo Fofi. Pubblichiamo una recensione del film e un’intervista al regista.

La giornata de “L’intervallo” si apre con un’inquadratura fissa di Napoli all’alba, sullo sfondo il Centro Direzionale. Non ci sono il Vesuvio o le Vele di Scampia: già da quella prima visione, che sarà la stessa dell’ultima scena, ma a notte fatta, non c’è l’intenzione di “vendere” Napoli, come di frequente succede quando ci si accorge che la morbosità dello spettatore preferisce indulgere sui morti ammazzati o sulle storie del Sistema camorrista.

Leonardo Di Costanzo, dopo anni da documentarista, si cimenta nella regia della prima opera di finzione, che ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente e il Premio Lo straniero, assegnato durante il Festival di Santarcangelo da Goffredo Fofi.

Salvatore è un ragazzo che vende granite; una mattina, mentre sta uscendo con il carretto, viene bloccato da un uomo in scooter che lo chiude dentro a un luogo abbandonato – l’ex ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” – e che gli affida il compito non far scappare Veronica, una ragazza che Bernardino, boss del quartiere, vuole incontrare la sera, dopo la segregazione. Salvatore è estraneo alle vicende del Sistema, ma rivuole il suo carretto, e suo malgrado rimane costretto nel ruolo del carceriere.

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Si sta svolgendo in questi giorni Santarcangelo 13, festival internazionale del teatro in piazza: iniziamo a raccontarvelo con alcuni articoli che usciranno nei prossimi giorni. Invitiamo i lettori di minima&moralia che ne abbiano la possibilità a raggiungere Santarcangelo di Romagna per vedere spettacoli di teatro italiani e stranieri in uno dei maggiori festival europei di teatro di ricerca. “L’intervallo” di Leonardo Di Costanzo – uno dei film italiani più importanti dell’anno e purtroppo poco visto per colpa di un meccanismo distributivo incapace di recepire le opere di valore e allo stesso modo sfacciatamente ottuso nel privarne lo spettatore  – ha vinto da poco il David di Donatello per la migliore opera prima e lo scorso 13 luglio, durante il Festival di Santarcangelo, ha ricevuto il premio “Lo straniero” dal direttore della rivista Goffredo Fofi. Pubblichiamo una recensione del film e un’intervista al regista.

Chiusi fuori per un intervallo

di Nicola Ruganti

La giornata de “L’intervallo” si apre con un’inquadratura fissa di Napoli all’alba, sullo sfondo il Centro Direzionale. Non ci sono il Vesuvio o le Vele di Scampia: già da quella prima visione, che sarà la stessa dell’ultima scena, ma a notte fatta, non c’è l’intenzione di “vendere” Napoli, come di frequente succede quando ci si accorge che la morbosità dello spettatore preferisce indulgere sui morti ammazzati o sulle storie del Sistema camorrista.

Leonardo Di Costanzo, dopo anni da documentarista, si cimenta nella regia della prima opera di finzione, che ha vinto il David di Donatello per il miglior regista esordiente e il Premio Lo straniero, assegnato durante il Festival di Santarcangelo da Goffredo Fofi.

Salvatore è un ragazzo che vende granite; una mattina, mentre sta uscendo con il carretto, viene bloccato da un uomo in scooter che lo chiude dentro a un luogo abbandonato – l’ex ospedale psichiatrico “Leonardo Bianchi” – e che gli affida il compito non far scappare Veronica, una ragazza che Bernardino, boss del quartiere, vuole incontrare la sera, dopo la segregazione. Salvatore è estraneo alle vicende del Sistema, ma rivuole il suo carretto, e suo malgrado rimane costretto nel ruolo del carceriere.

Napoli rimane chiusa fuori e inizia una favola. La Camorra è una funzione narrativa, perché ciò che li costringe nell’enorme blocco ospedaliero immerso nella vegetazione e nell’abbandono potrebbe essere qualsiasi altro soggetto: la torre del castello di una strega cattiva, oppure la villa dove si scappa per salvarsi dalla peste a raccontarsi le storie. È questo il miracolo che si compone in questa storia d’infanzia che Di Costanzo ha scritto con Mariangela Barbanente e Maurizio Braucci, dando vita a un racconto di formazione pieno di grazia.

“Succede che gli uccelli che vivono in gabbia anche se apri la porta non fuggono”, dice la voce fuori campo di Salvatore all’inizio del film: è la premessa, ma potrebbe essere anche la morale finale; “la favola insegna che” di Esopo. I due ragazzi all’inizio si studiano, si osservano, Salvatore è comunque un po’ imbambolato per questa ragazza che, nonostante i primi atteggiamenti da adulta, recupera velocemente la voce dell’infanzia. Si perdono nel bosco intorno all’edificio, trovano una cagna che ha appena partorito, nei sotterranei scoprono una barca e si immaginano di essere nel programma televisivo “L’isola dei famosi”; in mezzo a un acquazzone, riparati in un piccola serra, si raccontano storie. Tra queste quella di Gelsomina Verde, una ragazza che non voleva schierarsi nella guerra nel clan del suo quartiere e che finisce sparata e bruciata in una macchina per aver fatto una scelta che non era possibile fare: Salvatore racconta questa storia come una favola che fa paura, in Veronica invece risuona con più inquietudine; ormai sono le cinque meno un quarto e bisogna tornare all’ingresso dell’edificio. Bernardino arriva nel buio, si è fatta sera e il giovane boss vestito bene vuole sapere, dopo la punizione, qual è la scelta di Veronica, mentre Salvatore aspetta giù spaesato e in attesa di recuperare il suo carretto delle granite.

Il regista non indugia mai un attimo di troppo nella ripresa dei due ragazzi, non costruisce consolazione nello spettatore usando la “bella adolescenza”, non scivola mai nel voyeurismo tanto in voga. Su Veronica non ci sono sguardi forzati sulla dimensione femminile e questo aiuta a farne un personaggio forte e credibile. Chi ha girato – e chi ha scritto – questo film dissotterra antichi principi, quelli che fanno raccontare una storia attraverso la rabbia e la delicatezza di chi osserva la prospettiva dell’uguaglianza tradita costantemente. Napoli è rimasta chiusa fuori per un intervallo, solo il suono, un sonoro gestito magistralmente, tutto in sottrazione, ci ha accompagnato – senza musiche ruffiane o tarantelle posticce – e ricordato con un basso continuo che quella bolla spaziotemporale si è generata in mezzo a una città che come Crono è capace in ogni momento di mangiare i suoi figli.

Intervista a Leonardo Di Costanzo

Come sei riuscito a non “vendere” Napoli e a raccontare un’altra storia?

Ho fatto documentari per la maggior parte ambientati a Napoli, e ho sempre cercato di guardare questa città usando le sue particolarità e le sue bizzarrie, per rappresentare le contraddizioni della modernità tentando di prescindere dal luogo dove queste si manifestano. A Napoli i ragazzi parlano, gesticolano, usano il corpo in un certo modo, ma interpretano disagi e contraddizioni che appartengono a tutti. Quando abbiamo scritto “L’intervallo” con Maurizio Braucci e Mariangela Barbanente ci siamo sforzati di raccontare i ragazzi e la loro adolescenza. Fin dall’inizio il progetto escludeva il “fuori” (infatti il film è tutto girato nell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi), senza però eliminare il dialetto e un modo di pensare e stare al mondo che è dei due protagonisti. Quello che sapevo lavorando al film è che volevo un ragazzo e una ragazza chiusi in uno spazio abbandonato che fosse lontano dalle connotazioni sociologiche della città, della periferia, del quartiere, del vicolo; che la scenografia non facesse da schermo, da filtro per i ragazzi: il centro del film dovevano essere loro con il proprio modo di immaginare futuro e paure. Ho deciso di tagliare la testa al toro e mettere la realtà fuori: nell’immaginario collettivo Napoli è presente e non c’è bisogno di mostrarla, ma si possono usare gli stereotipi, governandoli senza diventarne schiavi e usandoli per far trovare allo spettatore dei riferimenti. Del resto, il cinema da sempre dialoga e gioca con i cliché. La sfida è riuscire a non fermarsi al compiacimento.

Quale immaginario ha ispirato l’idea e la struttura de “L’intervallo”?

Non ho costruito un immaginario, fin dall’inizio mi sono portato dietro gli automatismi del documentario, in fase di scrittura abbiamo incontrato molti  ragazzi e cercato di capire che cosa ci suggeriva la realtà. Sono stati utili anche i molti sopralluoghi alla ricerca di posti abbandonati che facessero dello sfondo un soggetto attivo nel film. Abbiamo solo ascoltato e messo insieme – senza inventare niente – e ci siamo impegnati molto nel capire in quale posizione era giusto mettersi per raccogliere queste informazioni, per cogliere l’essenza di ciò che abbiamo osservato.

Due segni che rimangono impressi sono l’immagine di un camorrista moderno, alla moda, e la delicatezza nel raccontare la questione femminile nel Sistema.

Mi ha colpito ultimamente l’arresto dei figli dei boss di Scampia, che reggevano tutto l’impero: erano ragazzi vestiti come degli universitari, come dei figli di notai. Era chiaro che questa nuova generazione era diversa. Mentre facevamo il casting avevo individuato un tipo appoggiato a una macchina e lo volevo far venire a fare le prove, ma mi hanno fermato perché era uno “vero”, ed era vestito di tutto punto come poi abbiamo vestito il boss Bernardino nel film. Ancora una volta è stata la realtà a suggerirci la cosa.

La camorra è usata come un espediente narrativo: in fase di scrittura è venuta dopo, perché volevamo giustificare il motivo per cui i ragazzi stessero lì dentro. Ma dal momento in cui la criminalità organizzata è nella storia, bisogna capirne gli atteggiamenti e le imposizioni e che cosa significa il contatto stretto con quella mentalità. E soprattutto che cosa provoca: i due protagonisti sono sballottati tra la titubanza di Salvatore, che non sai se reagisca per maturità o per viltà, e il desiderio di rivolta di Veronica.

Il gesto di ribellione io lo vedo come femminile: le donne, secondo me, tendono di più a non accettare il sistema delle regole sociali che ti impongono dei comportamenti. Nei paesi in via di sviluppo gli uomini giocano a carte e si ubriacano, e le donne si tirano su le maniche e lavorano. Le donne sono meno disposte a accettare la realtà e la combattono con molto coraggio e molta più determinazione.

Mi ha colpito particolarmente la quasi totale assenza di musica nel film e un suono costruito con l’ambiente. Come avete lavorato?

Abbiamo scelto, molto consapevolmente, di inserire pochissima musica; da spettatore mi domando spesso come mai nei film venga inserita, perché dovrei essere più libero di sentire e di immaginare il “mio” film; la musica, frequentemente, ti dirige in modo totalitario. Porta lo sguardo dello spettatore verso delle cose che il regista ha immaginato. Noi abbiamo lavorato con i rumori dello spazio ambientale più che su un commento sonoro.

Durante il film ho provato a aggiungere suoni o musica, ma trovavo eccessive anche scelte estremamente minimali. Quello sul sonoro è il lavoro più complicato che abbiamo fatto, e al quale abbiamo consacrato molte energie: non escludo che abbia preso più tempo il montaggio del suono che quello dell’immagine. Lo spettatore deve immaginare tutto quello che non vediamo con le immagini: l’esterno del manicomio abbandonato e la città, esistono grazie all’ascolto. Volevamo un suono che non fosse eccessivamente significante, che esistesse, che evocasse la città, senza che fosse sottolineato mille volte. Senza dire allo spettatore: “Allora hai capito? Allora hai capito?”.

Nei dibattiti alla fine delle proiezioni mi trovo a parlare con gli spettatori e mi sembra di riascoltare tutta la massa enorme di discussioni che noi abbiamo avuto durante la preparazione dei film, forse anche per la libertà che hanno avuto nell’immaginarlo. I film sono pieni di incoerenze, di false viste, di scelte prese e abbandonate che poi sono sopravvissute anche solo parzialmente nella narrazione, in piccoli segni a volte sonori, a volte degli attori. Mi sembra che lo spettatore del film riesca a seguire le tappe delle contraddizioni che abbiamo incontrato noi nel farlo.

Il finale non lascia spazio a dubbi sull’esito negativo della vicenda, ma tutto il film racconta una tensione diversa, che sopravvive anche quando la storia si chiude/ finisce.

Una volta c’è stato un dibattito in sala, proprio a Napoli, tra un giudice del pool antimafia di Napoli e una signora. Il giudice diceva è molto interessante e condivido la visione pessimistica del vivere questa realtà, la mafia in questo momento è più forte. D’altro canto la signora ha risposto che Veronica non si lascia prendere, può sembrare che in quel momento ceda, ma non è vero.

La signora ha rappresentato un momento preciso, un’inquadratura: nel momento in cui Bernardino, il boss camorrista, le mette il braccialetto, il segno di proprietà, volendo con quel segno dire “tu ci appartieni”, passa un aereo, e Veronica solleva lo sguardo verso il cielo, e sembra pensare “mettimi pure il braccialetto, tanto non mi avrai mai”. Questa è la lettura che la signora del pubblico ha dato di questa cosa: la cosa interessante è che questo gesto di alzare lo sguardo è un’invenzione dell’attrice Francesca Riso. Tutto il film è girato accanto all’aeroporto, e ogni dieci minuti decollava un aereo e noi abbiamo deciso di non fermarci – come succede usualmente durante le riprese per non avere problemi durante il montaggio del sonoro – e di provare a tenere dentro tutti gli elementi che interrompevano e che potevano dar fastidio. Abbiamo deciso di usare gli imprevisti nella funzione drammatica: una pioggia improvvisa, un cambiamento di luce, la presenza di un rumore. L’aereo è passato realmente, non ho detto a Francesca di alzare lo sguardo, l’ha fatto lei e quindi il documentario anche questa volta ha vinto sulla finzione. La spettatrice della proiezione a Napoli ha dato una lettura al film che io non avevo dato, e che non volevo dare, confermando un pensiero del quale sono assolutamente convinto: il film lo finiscono gli spettatori. Sono invidioso di quella condizione: il film continua a vivere e costruirsi in ogni sala, a prescindere dal mio controllo. Non posso sapere cosa succede oltre il momento della chiusura dei titoli di coda.

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Bellas Mariposas https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/ https://minimaetmoralia.it/cinema/bellas-mariposas-salvatore-mereu/#comments Thu, 09 May 2013 06:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14271 A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall'omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all'Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell'accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall'11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all'Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

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A chiunque viva o si trovi a Roma consiglio di andare a vedere Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Atzeni. A fronte di una vicenda distributiva che sfiora i cieli del demenziale tenuto conto della sua qualità, il film  inizia per così dire oggi (9 maggio, all’Alcazar) il suo percorso più o meno regolare nell’accidentata capitale. Da oggi sarà possibile vederlo anche a La Spezia, a Savona dall’11 maggio. A Milano (omonima di una grande città capace di trattenere il meglio intra moenia), in occasione della festa del cinema, Bellas Mariposas sarà programmato all’Apollo per la sola giornata del 15 ma a partire dalle 13.00. Ininterrottamente, fino a sera.

Tutto questo per dire che l’Italia dell’apparato culturale (distribuzione, grossi media tradizionali e altre stelle morenti) continua a brillare per la capacità di separare il grano dal loglio scambiando l’uno per l’altro e indirizzando il grande pubblico bovinamente meritevole del disastro in atto verso la melma bipartisan. Se non è Pieraccioni è quella puttanata gonfia di retorica che è stato quest’anno il Concertone del primo maggio.

Tutto questo per spiegare soprattutto come un film premiato ai festival (Venezia, Rotterdam, Bif&st), capace di staccarsi a colpo d’occhio dalla mediocrità audiovisiva cui solo il cinismo o l’amore riflesso di botteghino porta a legare a “cinema” quell'”italiano” che dovrebbe smentire il sostantivo (mentre un nuovo cinema italiano di grossa qualità esiste miracolosamente a dispetto dei mezzi di cui dispone), tratto degnamente dal romanzo di uno scrittore che dovrebbe far bene al nostro orgoglio e che invece il goyano sonno di redattori e capostruttura (il “discorso sulla cultura”) si accontenta di relegare nella categoria “di culto”, per esistere e essere visto (questo bel film che vi sto consigliando) prevede necessariamente il sacrificio fisico del suo autore o qualcosa di simile. E infatti Salvatore Mereu Bellas Mariposas se l’è prodotto praticamente da solo (Rai Cinema è arrivata in un secondo tempo), e, sempre da solo, lo sta portando adesso in giro con una sorta di artigianale e massacrante distribuzione porta a porta di cui si sta cercando di dare qui testimonianza.

D’accordo morire per un verso. Ma per l’idiozia dei burocrati e dei quadri?

luciano-curreli

Bene, ma di che parla questo film?

È la storia di una ragazzina di 11 anni (Cate) che vive nel periferico quartiere cagliaritano Sant’Elia, prigioniera e neanche troppo di una famiglia che una cattiva traduzione dell’americano definirebbe “disfunzionale” mentre è sotto sotto-proletaria (sorella prostituta, fratello tossico, padre debosciato eccetera) e dunque fondamentalmente in grado di muoversi su e giù per un mondo che ai rottami e al materiale di risulta alterna spazi di libertà. Le avventure di Cate, della sua amichetta Luna e degli strampalati degradati crollanti disfatti ma in qualche modo indistruttibili (come Molloy e Malone, o i personaggi di Cinico tv) abitanti del quartiere. C’è disincanto (sentire e vedere una bambina di 11 anni che parla di pompini in modo disinvolto può mettere un filo di disagio) ma anche una più grande innocenza che lo fagocita (Cate è illibata e tale è decisa a restare con un candore che anziché disfarsi si moltiplica quando sua sorella torna a casa dopo aver battuto tutta la notte e le due si incontrano).

È un film che si è preso il lusso di essere girato in ordine cronologico (“perché le piccole attrici potessero crescere col film, giorno per giorno”, dice Mereu) e questo per paradosso dà forza a una struttura narrativa che, al contrario, dopo il montaggio di cronologico ha ben poco: vediamo quasi sempre prima ciò che accade dopo e viceversa. C’è una certa commedia all’italiana, c’è la lezione alleggerita di Ciprì e Maresco, c’è il tentativo (riuscito, con qualche sbavatura) di recuperare una certa ariosità da nouvelle vague metropolitana (le scene su e giù per la città) e soprattutto – nei momenti migliori del film – la felicità dei personaggi (la rottura del riflesso pavloviano che al disagio fa seguire l’immaginario da psicofarmaco con gravi musiche di sottofondo) non diventa favola. Se una qualche lezione etica si può trarre è: dal momento che il mondo è finito, perché lasciarsi abbattere dall’inutile che tanto bene abbiamo utilizzato per rovinarci la vita?

Se non la si vuole trarre, meglio.

Qualche giorno fa, con Christian Raimo, sono stato invitato a Urbino al primo Festival del Giornalismo Culturale Italiano. Nei nostri interventi abbiamo stigmatizzato l’anticipazionismo e l’ufficiostampizzazione (copyright C.R.) che porta i media a considerare non più censibile tutto ciò che è uscito oltre una certa data. I media in questo modo riflettono l’agenda degli uffici stampa ma escludono la possibilità che si rifletta su ciò che di buono capita sotto o anche a distanza di tiro. L’insana tempestività uccide la salvifica inattualità. Una volta avevano l’inconveniente di informare i fatti e non sui fatti (CB), ora hanno perso questo sotto-tipo di autorialità e si limitano a seguire la logica del lemming. Ma la cultura non è lo sport o la politica. Quanto più un libro o un film sono interessanti o addirittura belli, tanto più avrà senso pesarne gli effetti a distanza di tempo. (Qui intanto trovate un riassunto del discorso fatto da Raimo che in queste cose è più bravo di me; durante il festival, per spiegare perché il giornalismo culturale italiano ha l’orchite ha fatto l’ormai nota performance in stile Subterranean Homesick Blues, ma nella indisponibilità telematica di questa esibizione, eccolo invece qui in versione più pacata RaiEducational).

Che c’entra tutto ciò con Bellas Mariposas? Siccome quando vedo o leggo qualcosa di interessante cerco di farne parlare in giro – giacché ci siete, in libreria sfogliate qualche pagina dell’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi e vedete se fa per voi – dopo aver visto (quasi casualmente) il film di Mereu, mi sono attaccato al telefono e ho chiamato un po’ di giornalisti per sensibilizzarli alla causa. Tranne in un caso virtuoso in cui sono arrivato tardi io (Il Venerdì, disposto a parlarne ma già in chiusura numero), alla sollecitazione (“scrivete o fate scrivere un pezzo”) seguiva puntualmente lacrimevole richiesta di gancio.  “Sì, ma il gancio dove sarebbe?” Mi si chiedeva dunque (a me!) che il film uscisse ufficialmente in tutta Italia per renderlo giornalisticamente appetibile (“ma il problema”, spiegavo io, “è proprio questo. È magari anche denunciare un sistema assurdo per cui il prossimo Checco Zalone – con il rispetto dovuto al concittadino (Capurso, non Bari) nonché dei grossi critici cinematografici e cantautori che pure lo amano – uscirà in circa mille copie mentre altri film, in certi casi addirittura più interessanti, vedranno il proprio spazio vitale annullato”), che vincesse qualche premio (“ma l’ha già vinto! Anche a livello internazionale. Ora esce addirittura in Belgio!”), che ai suoi attori toccasse la sorte di quelli di Poltergeist (questo il redattore di turno, esasperato e poi annoiato dal sottoscritto, messo alle strette da angoscianti sillogismi, iniziava a comunicarmelo telepaticamente), che Sergio Atzeni risorgesse in veste di angelo sterminatore per far piovere folgore e lava bollente su un sistema tanto orrendo da costringere chi ci lavora (la maggior parte di quei redattori ama sinceramente il buon cinema, scriverebbe e parlerebbe tutta la vita di Pietrangeli e Tsukamoto ma si vede costretto a eseguire gli ordini di filiera) ad agire contro se stesso.

Forse, mi sono detto – lo dico dall’interno, collaborando con molti quotidiani e periodici da edicola, ricevendone sostentamento – un mondo sta finendo. A fronte di una bellezza che non muore (in Italia si continuano miracolosamente a fare bei film, a scrivere bei libri, a fare un teatro talmente apprezzato all’estero da diventare l’estero il suo principale committente: vedi i Motus a New York o Romeo Castellucci acclamato in tutta Europa), è invece in procinto di crollare su se stesso il sistema che dovrebbe darne notizia e rilievo e, calvinianamente, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Quel mondo lì, sta forse inabissandosi per sempre ed io, in fondo (pure a fronte dei soldi che ci perderò) ne sono contento. Un pezzo come quello che sto scrivendo adesso, in quel mondo lì, non sarebbe ad esempio concepibile.

bellasmariposas2

Non conosco infine Salvatore Mereu. Non so nemmeno che faccia abbia. Avevo letto tempo fa una recensione molto positiva di Goffredo Fofi. Mi sono imbattuto in un pezzo molto bello su Le parole e le cose, pezzo che ero anche riuscito a leggere in radio a Pagina3. È passato del tempo. Di Mereu e del suo film mi ero quasi dimenticato. Fino a quando, una decina di giorni fa, un’amica mi ha detto che lo facevano solo per due giorni al Sacher di Roma. Così, al volo, ci sono andato. Leggendo i titoli di coda mi sono accorto che la sceneggiatura l’ha scritta Maurizio Braucci. Braucci è anche lo sceneggiatore di Gomorra e de L’Intervallo mi dicevo uscendo dal cinema e unendo i fili…

Che cosa voglio dire? Che di film italiani notevoli negli ultimi anni ne ho visti parecchi. Film i cui autori, per quanto mi riguarda, avrebbero dovuto essere imposti all’attenzione generale. Penso a In memoria di me di Saverio Costanzo, a L’Intervallo di Leonardo Di Costanzo, a Corpo celeste di Alice Rohrwacher (qui su minima&moralia stroncato da Christian Raimo, che però in quel caso a mio parere prese un abbaglio), a La bocca del lupo di Pietro Marcello, a Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti o (spingendoci un po’ indietro) a veri e propri capolavori in grado a mio parere di rivaleggiare coi vecchi Ferreri e Pasolini quale il Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco.

Poi, su questi film si può non essere magari d’accordo. Io e Raimo non lo siamo ad esempio su quello della Rohrwacher. Magari qualche lettore andrà a vedere Bellas Mariposas e ne resterà deluso. Benissimo. La cosa che trovo insopportabile è che si prenda invece per campo di discussione condiviso uno in cui il problema dell’estetica sia un optional.

Piccolo avviso. A proposito di questo spazio, se il cielo ci assiste, arriveranno presto importanti novità. Non stiamo lavorando – stiamo passando letteralmente notti insonni per provare a darvi uno spazio di discussione fatto sempre meglio. Anche qui: seguiranno (si spera) post.

Buona visione.

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Petizione per la chiusura del CIE di Santa Maria Capua Vetere https://minimaetmoralia.it/interventi/petizione-per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/ https://minimaetmoralia.it/interventi/petizione-per-la-chiusura-del-cie-di-santa-maria-capua-vetere/#comments Fri, 06 May 2011 09:06:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4306 Pubblichiamo di seguito una petizione promossa da Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano e diretta al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE). Per firmare.

Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S. Maria Capua Vetere, avvenuto lunedì 2 maggio al seguito di due senatori, ci ha permesso di constatare le condizioni igienico-sanitarie in cui si trovano le 102 persone di nazionalità tunisina lì recluse in seguito alle disposizioni governative per affrontare l’emergenza dei profughi del Nord Africa.

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Pubblichiamo di seguito una petizione promossa da Maurizio Braucci, Goffredo Fofi, Alessandro Leogrande, Roberto Saviano e diretta al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per la chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere (CE). Per firmare.

Il sopralluogo nella caserma dismessa Ezio Andolfato del CIE di S. Maria Capua Vetere, avvenuto lunedì 2 maggio al seguito di due senatori, ci ha permesso di constatare le condizioni igienico-sanitarie in cui si trovano le 102 persone di nazionalità tunisina lì recluse in seguito alle disposizioni governative per affrontare l’emergenza dei profughi del Nord Africa. Usiamo il termine reclusione pur sapendo che queste persone vivono in una situazione peggiore di quella della media carceraria italiana: in 10-12 nella stessa tenda, su materassi senza brandine, controllati a vista da polizia e carabinieri, circondati da una doppia rete di recinzione, costretti a chiedere il permesso per utilizzare i bagni, ospitati all’interno di una struttura militare dismessa e quindi logisticamente non adeguata. In attesa di una valutazione del diritto ad una forma di protezione umanitaria, queste 102 persone sono costrette nel CIE illecitamente, tra forzature burocratiche ed abusi, in condizioni igienico-sanitarie degradanti. Mentre gli addetti della Croce Rossa e i funzionari delle forze dell’ordine sanno di essere lì per gestire l’assurdo, la condizione di queste 102 persone viola ogni tipo di diritto e offende il principio democratico su cui è fondata la nostra Repubblica. In seguito ai recenti cambiamenti geopolitici del sud del Mediterraneo, l’attuale governo italiano ha delegato ad una politica esclusivamente d’immagine la questione dell’aumento dei flussi migratori da quell’area, puntando su roboanti misure segregazioniste verso i profughi di regimi che fino a ieri si reggevano sul consenso di paesi più ricchi come la stessa Italia.
Presumendone la pericolosità sociale e non riconoscendo a questi migranti lo status di profughi, il Ministero dell’Interno ha delegato la gestione dell’emergenza umanitaria a tecnici e forze dell’ordine, esponendoli a performance spesso grottesche, senza il supporto di un’adeguata visione politica per affrontare le mutate condizioni che stanno interessando l’area del sud del Mediterraneo.
Le 102 persone recluse nel CIE di S. Maria Capua Vetere, come quelle degli altri centri analoghi sparsi sul territorio, vivono la contraddizione di un’incapacità politica, pagata con la violazione di diritti umani e civili e l’umiliazione del corpo della Croce Rossa e di quelli di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza costretti a coprire, anche con il ricorso ad abusi documentati, l’incapacità degli organi centrali del Governo.
Per queste ragioni noi chiediamo ad artisti, intellettuali e personaggi pubblici capaci di attirare l’attenzione su questa vergognosa situazione, di sottoscrivere la presente petizione al Ministero dell’Interno del Governo Italiano per :
L’immediata chiusura del Centro di Identificazione ed Espulsione di S. Maria Capua Vetere al fine di riservare un trattamento democratico delle persone lì senza motivo detenute e cessare l’umiliante situazione che, lungi dall’affrontare l’emergenza attuale, sta soltando creando un assurdo meccanismo di uomini trasformati in bestie e in aguzzini.
La valutazione equa, condotta caso per caso da parte degli organi incaricati, del riconoscimento di protezione umanitaria per le 102 persone recluse con un’illecita procedura che viola l’articolo 13 della Costituzione.
Chiediamo inoltre che la stessa disposizione di chiusura venga estesa agli altri Centri di Identificazione ed Espulsione in cui i profughi della recente emergenza del Nord Africa sono reclusi senza le necessarie condizioni igieniche e sanitarie e senza il rispetto delle procedure previste dalla legge.

Per firmare

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Tra Napoli e il Messico https://minimaetmoralia.it/libri/tra-napoli-e-il-messico/ https://minimaetmoralia.it/libri/tra-napoli-e-il-messico/#comments Wed, 07 Jul 2010 09:07:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2679 Abbandonare Napoli, per raccontarla nella distanza. Abbandonare il racconto di Napoli (con i suoi cliché, i suoi luoghi comuni, le sue strade abusate), per riavvicinarsi al cuore della città, e ai suoi fantasmi. Fin da subito, è stato questo l'obiettivo di Maurizio Braucci quando ha iniziato a scrivere il romanzo Per sé e per gli altri, ora edito da Mondadori nella collana Strade Blu.

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Questo articolo è apparso sul Riformista

Abbandonare Napoli, per raccontarla nella distanza. Abbandonare il racconto di Napoli (con i suoi cliché, i suoi luoghi comuni, le sue strade abusate), per riavvicinarsi al cuore della città, e ai suoi fantasmi. Fin da subito, è stato questo l’obiettivo di Maurizio Braucci quando ha iniziato a scrivere il romanzo Per sé e per gli altri, ora edito da Mondadori nella collana Strade Blu.

Braucci, già autore del noir Un mare guasto (che presto verrà ripubblicato dalle edizioni e/o) e della raccolta di racconti Una barca di uomini perfetti, è stato uno degli sceneggiatori di Gomorra di Matteo Garrone. Il suo lavoro è stato decisivo nel lento passaggio dal romanzo di Roberto Saviano alla sceneggiatura, e da questa ai palazzoni di Scampia e alla pellicola. «Ma ora avevo bisogno di allontanarmi dal fenomeno-Gomorra», dice al telefono. «C’è il rischio che il filone-Gomorra diventi un modello, premiato nel cinema e nelle case editrici, al di là di quello che hanno fatto Saviano e Garrone. I modelli però si solidificano, e quello che rischia di rimanere sul campo è la voglia di tremendismo, di una Napoli sempre e soltanto maledetta, senza sfumature».

Per sé e per gli altri è sicuramente il lavoro letterario più maturo di Braucci. Ed è interessante ricostruire la genesi del romanzo, e la storia narrata, per capire i modi di questo allontanamento. Per sé e per gli altri racconta il viaggio di un giovane napoletano su e giù per il Messico (un paese che sta implodendo sotto la violenza del narcotraffico e la corruzione diffusissima) alla ricerca della memoria del padre morto in quella terra lontana, dopo che aveva abbandonato molti anni prima lui e la madre: il sarto.

Il sarto (un vero artista nel suo mestiere) era un sarto della camorra. Più precisamente un sarto di alta classe, venuto su dai vicoli ed elevatosi solo grazie al suo talento, che negli anni ottanta vestiva su misura i potenti della città. E quindi i politici, i soloni delle caste professionali… e anche i nuovi boss emergenti. A un certo punto, viene condannato a morte dalla camorra perché non è in grado di ripagare un mucchio di debiti, e solo grazie all’intercessione di un boss magnanimo dei casalesi gli viene concessa la possibilità di sparire e rifarsi una vita al di là dell’Atlantico. Ma senza moglie e figlio. Andato in Messico, il sarto si rimetterà in sesto e inizierà a vestire i potenti di là, ma si dimenticherà presto della sua famiglia italiana. Prenderà una nuova moglie e avrà nuovi figli.

Il romanzo prende il via due mesi dopo la morte del sarto, quando il ragazzo decide di andare nel paese americano per vedere la sua tomba. Scoperta di un nuovo continente, così vicino e così distante, ricerca della memoria del padre e del suo rapporto con l’anima nera di Napoli, viaggio di formazione, incontro con mondi altri… In Per sé e per gli altri, con una scrittura molto controllata e pacata, e un continuo lavorare di sottrazione, sembra esserci tutto, ma la cosa più interessante del libro è che molte delle cose narrate, per quanto incredibili, sono accadute davvero.

Il sarto è esistito davvero, e davvero è morto poco tempo fa. «Non era mio padre», dice Braucci, «ma un mio parente. Davvero, quando ero piccolo, mi è capitato di accompagnarlo nelle ville dei camorristi per consegnare i vestiti. Il sarto non era un camorrista. Non rappresenta la camorra, ma la zona grigia, spesso inafferrabile, con le sue storie minute, che gravita intorno alla camorra. E davvero si è rifatto una vita in Messico».

Braucci si è messo sulle tracce del sarto, e facendolo ha incontrato un paese devastato, in fiamme, in cui ha vissuto per parecchi mesi. «È un luogo in cui avverti costantemente la morte e la violenza. Stando lì, mi sono subito reso conto che il Messico è una metafora concretissima del nostro presente, dell’intreccio tra lecito e illecito, della corruzione di apparati deviati dello Stato, della zona grigia appunto. Il Messico è un posto estremo, proprio come la Napoli degli anni ottanta da cui è fuggito il sarto. Ma la corruzione e lo strapotere delle mafie sono una questione internazionale, riguardano anche quei paesi e quei luoghi meno estremi in cui si avverte meno la loro presenza».

Per Braucci, è la verosimiglianza la chiave della scrittura. Tutto quello di cui scrive (e chi legge ne ha immediata sensazione) è stato vissuto in prima persona da sé o dagli altri, e poi elaborato letterariamente. Poi certo, come nel finale, c’è anche una dose di finzione; ma quando, ad esempio, il protagonista del romanzo finisce quasi per caso a Ciudad Juárez e incontra le madri delle ragazze vittime del feminicidio, o nel Chiapas delle comunità zapatiste, sta ripercorrendo le orme dello stesso autore.

«Per me è importante raccontare le vittime, gli umili, chi subisce le cose, chi prova un immenso dolore, un dolore che in genere non ha parole», continua Braucci. Una delle parti più intense del romanzo è quella sul Chiapas. Benché non venga mai nominato, capiamo subito di essere nella regione dei ribelli e delle comunità di contadini indigeni, una delle quali ha accolto per un po’ di tempo Braucci (e nel romanzo il figlio del sarto). «I contadini sono davvero come i contadini di Silone. Gente poverissima, che viene da secoli di povertà immutabile, con una profonda dignità, quasi disarmante. Ma i capi, i piccoli capi dell’esercito zapatista, sono come i piccoli capi in tutto il mondo: saccenti, autoritari. I peggiori sono gli occidentali, quelli che militano nelle ong filo-zapatiste che ruotano intorno alla regione. Dogmatici, ideologici… Ma anche Marcos ha perso molto della sua influenza. Alle volte sembra un parolaio, di fronte a una miseria nera che rimane tale».

Ma torniamo al sarto. Se Per sé e per gli altri evita costantemente di diventare un tour turistico al di fuori dei giri turistici, è perché dall’inizio alla fine mantiene fermo il suo obiettivo “napoletano”: fare chiarezza sulla seconda vita del sarto, sui motivi della sua fuga improvvisa e definitiva. Alla fine, a spiegare al giovane protagonista come sono andate le cose è un vecchio boss della camorra prossimo alla morte. Pure lui si è rifatto una vita a Città del Messico, reinvestendo i suoi guadagni, mentre ufficialmente – in Italia – è stato dato per morto. Era amico del sarto, anzi era proprio lui il boss magnanimo che gli aveva salvato la vita negli anni ottanta. In molti intravederanno, nel suo ritratto, la vita del più “imprenditore” dei capi casalesi. Tuttavia quello che più conta, in questa ricerca di sé, del proprio padre, della propria terra, delle proprie origini, è la consapevolezza che la verità non può essere mai afferrata completamente. Per quanto ci si sforzi di capire, collegare, ipotizzare, ricercare, ci sono muri insormontabili, zone d’ombra che rimangono tali. La Napoli degli anni ottanta, così come la Napoli di oggi, o il Messico di oggi, con il loro cumulo di violenza e di corruzione possono essere inquadrate (e mai totalmente) solo di sbieco, o nella distanza. Anche correndo il rischio, che quella distanza – il più delle volte – ci lasci paradossalmente freddi di fronte alle cose, alle stesse verità che andavamo cercando.

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