Maurizio Torchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurizio-torchio/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:13:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maurizio Torchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maurizio-torchio/ 32 32 In cattività, ovunque https://minimaetmoralia.it/libri/cattivi-maurizio-torchio/ https://minimaetmoralia.it/libri/cattivi-maurizio-torchio/#comments Fri, 18 Aug 2017 05:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26303 Dal nostro archivio, un pezzo di Vanni Santoni apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Dopo aver poggiato per la prima volta Cattivi sul comodino – ero arrivato verso pagina 40 – mi sono scoperto ad accendere il computer e cercare “Maurizio Torchio”, per vedere se era stato un carcerato: la sua bibliografia in bandella elencava altri due libri, ma per quanto ne sapevo, e anche a fronte di ciò, Maurizio Torchio poteva ben essere stato in galera. Ciò che fa venire un simile dubbio non è solo la quantità e qualità dei dettagli presenti in Cattivi – gli oggetti nuovi, mandati da fuori, che “proteggono”, anche dalla violenza, perché una cella senza oggetti è la cella di qualcuno di cui a nessuno frega più niente; la requisizione delle dentiere ai capi, più anziani, per stroncarne anzitutto l’auctoritas; l’importanza e la funzione simbolica della pulizia della cella, solo per citarne alcuni – ma anche la naturalezza con cui vengono disseminati: la percezione, quella sì, panottica, di ogni dettaglio dell'universo carcerario. Tra i vari risultati proposti da Google, ho trovato un’intervista in cui l’autore racconta come è nata l’idea del libro. Da essa si può pacificamente concludere che in prigione non c’è stato. In ogni caso, portandomi a fare una simile ricerca, aveva già vinto lui.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Vanni Santoni apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Dopo aver poggiato per la prima volta Cattivi sul comodino – ero arrivato verso pagina 40 – mi sono scoperto ad accendere il computer e cercare “Maurizio Torchio”, per vedere se era stato un carcerato: la sua bibliografia in bandella elencava altri due libri, ma per quanto ne sapevo, e anche a fronte di ciò, Maurizio Torchio poteva ben essere stato in galera. Ciò che fa venire un simile dubbio non è solo la quantità e qualità dei dettagli presenti in Cattivi – gli oggetti nuovi, mandati da fuori, che “proteggono”, anche dalla violenza, perché una cella senza oggetti è la cella di qualcuno di cui a nessuno frega più niente; la requisizione delle dentiere ai capi, più anziani, per stroncarne anzitutto l’auctoritas; l’importanza e la funzione simbolica della pulizia della cella, solo per citarne alcuni – ma anche la naturalezza con cui vengono disseminati: la percezione, quella sì, panottica, di ogni dettaglio dell’universo carcerario. Tra i vari risultati proposti da Google, ho trovato un’intervista in cui l’autore racconta come è nata l’idea del libro. Da essa si può pacificamente concludere che in prigione non c’è stato. In ogni caso, portandomi a fare una simile ricerca, aveva già vinto lui.

Cattivi va tuttavia oltre la semplice mimesi, che del resto non è l’intento finale, visto il divario tra il modo in cui si esprime il protagonista e voce narrante, e il suo supposto livello di scolarità: quello che fa è attuare un gioco di specchi, tra il detenuto in galera e il suo essere stato carceriere (in quanto rapitore), nella vita precedente, e da lì, proiettando la possibilità del carcere altrove, la proietta ovunque, rendendo la galera alla sua condizione di assoluto.

Proprio per tale natura archetipica, oltre che per la naturale efficacia narrativa di un contesto a quantità circoscritta di figure e spazio (e, potremmo aggiungere, per il tasso di incarcerazione degli USA), quello carcerario è un filone fertile nel cinema, nel fumetto e nella narrativa americana, al punto che ormai esistono, e da tempo, pure le metanarrazioni carcerarie, penso ad esempio a quelle di Azzarello nell’arco Chill in the oven di 100 bullets o nella miniserie Hard Time in Hellblazer. In Italia, però, la galera è uno dei grandi non detti: meno se ne parla e meglio è – il primo esempio che mi viene in mente: quanti sono quelli che, come me, sono venuti a conoscenza della vicenda di Marcello Lonzi, ucciso a forza di botte nel carcere di Livorno, per via di manifesti affissi in giro, più che attraverso i media tradizionali? Scommetto molti – e non solo sui giornali: sebbene esistano alcune significative riflessioni accademiche e politiche sul carcere (recentissimo è Cosa è il carcere di Salvatore Ricciardi), anche livello narrativo, e più in generale artistico, si è visto poco.

Nel cinema c’è qualcosa: possiamo trovare il carcere femminile di Nella città l’inferno di Renato Castellani e quello minorile di Mery per sempre di Marco Risi, la Rebibbia di Cesare deve morire dei fratelli Taviani, il carcere di Genova del bel La bocca del lupo di Piero Marcello. Ma in letteratura, fino a non molto tempo fa, c’era poco. Un recente articolo di Graziano Dell’Anna ha mostrato come negli ultimi anni sia fiorito un piccolo canone rebibbiese, formato da sei romanzi, di cui ben quattro usciti negli ultimi dieci anni, ambientati nel carcere romano (in ordine temporale, L’università di Rebibbia di Goliarda Sapienza, uscito nel 1983, Maggio Selvaggio di Edoardo Albinati (del 1999), Libera i miei nemici di Rocco Carbone (2005), Il sogno cattivo di Francesca D’Aloja (2007), Dentro di Sandro Bonvissuto – specificamente il primo e più lungo racconto del trittico, Il giardino delle arance amare – del 2012, Il corpo docile di Rosella Postorino, del 2013).CATTIVI-TORCHIO-EINAUDI
Se Cattivi non fa parte di tale lista è solo perché essa si riferisce esclusivamente a Rebibbia, mentre il carcere di Torchio, come ogni cosa nel romanzo, è privo di specificità geografica (per quanto alcuni rimandi a un precedente carcere isolano possano far pensare a Pianosa o ancor più probabilmente all’Asinara), ma lo si può ben aggiungere ai succitati, e formare così un canone non più rebibbiese, ma carcerario tout court.

Perché prima di questi romanzi, nella letteratura italiana, c’era davvero poca galera (c’era più confino, per ovvi motivi, e infatti anche Il carcere di Pavese, al di là del titolo e nonostante il passaggio dell’autore da due prigioni prima di approdare a Brancaleone di Calabria, a tale esperienza fa riferimento). Per trovare qualcosa tocca andare indietro fino al biennio 1832-33, in cui uscì Le mie prigioni di Silvio Pellico e fu scritto Manoscritto di un prigioniero di Carlo Bini. Ma il carcere di oggi, per quanto – essendo un assoluto, nonché per più di un verso un cascame di epoche ormai passate – abbia punti in comune con quello del XIX secolo, è anche altro. È anche quello visto al cinema, letto nelle pagine dei narratori americani, primo tra tutti Bunker (non a caso citato nei ringraziamenti da Torchio), e non solo nella testa del lettore o dello spettatore, giacché le narrazioni alimentano la realtà non meno di quanto accada l’inverso; è quello di Fuga da Alcatraz e Le ali della libertà e poi ancora di The Wire e Orange is the new black – un carcere, in buona sostanza, postmoderno, e come tale capace anche di sollevarsi dalla piena aderenza a sé, e di diventare vettore e prisma di contenuti altri.

Credo che, chiudendo il libro di Torchio, tra le prime cose che possono venire in mente al lettore italiano, prima ancora di Falconer di Cheever o delle varie incursioni di King nel genere, ci sia l’atmosfera che si respira durante la reclusione di Klaus Haas, nipote di Hans Reiter/Benno von Arcimboldi nella Parte dei delitti del 2666 di Roberto Bolaño, anche per via di una centrata soluzione “latina”: il carcere di Cattivi, infatti, viene efficacemente collocato da Torchio fuori da uno spazio e da un tempo preciso ibridando elementi normalmente inesistenti nella stessa epoca: ci sono detenuti politici, dettaglio da Italia anni ’70, e ci sono i giovani e tatuati Enne, sorta di mara sullo stile della Salvatrucha o della Calle 18, nota decisamenta contemporanea, oltre che estera.

Allo stesso modo ci sono elementi come il prolungato isolamento che se da un lato, come nota Giacomo Raccis in una centrata recensione, portano a una scollatura dal realismo, dall’altro assolutizzano il carcere torchiano, lo rendono fulcro di un intero sistema di riferimenti, e quindi, per quanto ci riguarda, più vero del vero. Tutto questo è reso possibile anche da un preciso e icastico lavoro su lingua e struttura: ogni cosa è ridotta al minimo e al necessario, ogni figura si sublima nel suo archetipo (e a volte, come in un ulteriore, estremo sprofondamento alle sorgenti del senso, nel suo opposto: la guardia si scopre reclusa, il recluso si ricorda carceriere, il “fuori” diventa l’ombra del “dentro”), e le forze in campo, il “male” che porta in galera e quello che fa agli uomini la galera, si sublimano a funzioni dharmiche, di legge naturale, più che karmiche, facendo sì che Cattivi, con una simile purezza, non solo fissi definitivamente i parametri di un filone recente della nostra narrativa, ma ne costituisca addirittura una possibile conclusione.

Cattivi
Maurizio Torchio
Einaudi

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Nel carcere di Bollate, tra i detenuti più anziani https://minimaetmoralia.it/reportage/nel-carcere-di-bollate-tra-i-detenuti-piu-anziani/ https://minimaetmoralia.it/reportage/nel-carcere-di-bollate-tra-i-detenuti-piu-anziani/#comments Wed, 07 Jun 2017 12:51:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34563 Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 29 de Il Reportage.

di Maurizio Torchio

Chiedo a un agente dov’è l’area trattamentale. Lui mi risponde, gentile: “dopo il secondo orologio a destra”. Nel carcere di Bollate – periferia nord ovest di Milano, 300 metri in linea d’aria dall’Expo – gli orologi sono decine e sono tutti fermi. Come dopo un’esplosione o un terremoto. Quando sono venuto qui nel 2009 erano già fermi. Misurano lo spazio, non il tempo: scandiscono i corridoi. E dire che Bollate è un carcere modello, dove quasi tutti quelli che – per legge – avrebbero diritto a lavorare o a studiare lavorano o studiano.

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Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero 29 de Il Reportage.

di Maurizio Torchio

Chiedo a un agente dov’è l’area trattamentale. Lui mi risponde, gentile: “dopo il secondo orologio a destra”. Nel carcere di Bollate – periferia nord ovest di Milano, 300 metri in linea d’aria dall’Expo – gli orologi sono decine e sono tutti fermi. Come dopo un’esplosione o un terremoto. Quando sono venuto qui nel 2009 erano già fermi. Misurano lo spazio, non il tempo: scandiscono i corridoi. E dire che Bollate è un carcere modello, dove quasi tutti quelli che – per legge – avrebbero diritto a lavorare o a studiare lavorano o studiano.

Nemmeno qui, in una delle prigioni con il tempo meno sprecato d’Italia, si sente il bisogno di far funzionare gli orologi.  Eppure il tempo è l’essenza del sistema penale. Negli  Stati Uniti “doing time” e “making time” sono sinonimi gergali di “farsi la galera”. In carcere, in fin dei conti, non si prepara un reinserimento: si fa tempo, si pagano anni. Questo è il patto fra il carcere e la società: voi mi date i soldi – tanti – per funzionare, io produco tempo. Vi garantisco criminali che all’uscita saranno più vecchi, biologicamente meno adatti a delinquere; lenti a scappare, poco precisi a mirare, con ormoni usurati, più concilianti. Forse la cosa non riuscirà al primo tentativo – è improbabile riesca, visti i tassi di recidiva di chi fa solo tempo – ma a forza di fare ci sarà un momento in cui noi – carcere – vi restituiremo persone talmente stanche da non essere più pericolose. Oppure, se non vi fidate, possiamo tenercele per sempre.

Gli anziani in carcere dunque non sono una curiosità o un errore: sono il nocciolo della questione. I bambini innocenti chiusi insieme alle loro mamme suscitano indignazione; gli anziani colpevoli, però, sono più significativi. Alcune contraddizioni dell’esecuzione penale risaltano meglio sul corpo degli anziani. Di fronte agli ultra settantenni, ultra ottantenni persino, è più immediato – quasi inevitabile – chiedersi: è questa la soluzione più intelligente che abbiamo? La più economica, la più legittima, la più efficace?

Dal 2006 – anno dell’indulto cosiddetto “svuota carceri” – le uniche fasce di età di detenuti italiani ad essere costantemente cresciute sono i sessantenni e gli ultra settantenni. Negli ultimi dieci anni i diciotto ventenni sono diminuiti del 27% mentre gli ultra settantenni sono aumentati del 146%. È evidente che non bastano Totò Riina (87 anni, detenuto a Parma), Marcello Dell’Utri (76 anni, detenuto a Rebibbia) o Bernardo Provenzano (morto a luglio 2016, 83 anni, nel reparto ospedaliero di San Vittore, Milano) a spiegare il fenomeno.

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Torniamo agli Stati Uniti, faro mondiale dell’incarcerazione di massa: dal 2007 al 2010 il numero di detenuti over 65 è aumentato 94 volte più velocemente del resto della popolazione carceraria. L’onda lunga delle politiche di tolleranza zero sta facendo invecchiare i baby boomers in prigione. Guardando le fotografie di chi esce all’aria con treppiede e ossigeno, o di chi resta ammanettato alla sua barella, è difficile non chiedersi: cosa sta succedendo? la società si sta proteggendo o vendicando? O sta semplicemente guardando da un’altra parte?

Tutti gli anziani che incontro a Bollate hanno qualche patologia, spesso ne hanno molte insieme. È proprio questa complessità – mi spiega uno dei medici di turno – a renderli diversi dal detenuto tradizionale: diagnosticare e trattare patologie multiple è più difficile – e più caro. Una normale febbre può generare confusione, in un anziano, e la confusione una caduta con frattura del femore. I problemi non si sommano, si moltiplicano. In realtà anche i detenuti più giovani intrecciano patologie su più piani: biologico, mentale e sociale ingarbugliati insieme. Forse una maggior familiarità con i problemi geriatrici sensibilizzerà i medici penitenziari anche verso altre forme di complessità. Forse. Intanto gli agenti ci scherzano su: “Se mio nonno si ammalasse gli consiglierei di commettere un piccolo reato e venire qui: le liste di attesa sono molto più brevi.” Paradossalmente, questo è anche l’argomento che alcuni tribunali usano per respingere le istanze di incompatibilità col carcere. Quando i medici – il primario della V divisione di Medicina protetta del San Paolo di Milano, non un perito di parte – certificano che Bernardo Provenzano “raramente pronuncia parole di senso compiuto o compie atti elementari se stimolato” o ancora, qualche mese dopo, che “è totalmente dipendente per ogni atto della vita quotidiana… Alimentazione spontanea impossibile se non attraverso nutrizione enterale” il tribunale di sorveglianza di Milano risponde che “non sussistono i presupposti per il differimento dell’esecuzione della pena” perché i trattamenti “attualmente praticati gli stanno garantendo, rispetto ad altre soluzioni ipotizzabili, una maggior probabilità di sopravvivenza”.

Ovvero, il carcere è il miglior posto per curarsi.

Uno dei detenuti che incontro, settantasei anni, pur riconoscendo il privilegio di stare a Bollate la pensa diversamente. Ha chiesto molte volte aiuto ma il suo tumore al rene gli è stato diagnosticato – sostiene – con imperdonabile ritardo: “Adesso prima di farmi rimettere a posto i denti aspetto che mi dicano quanto ho ancora da vivere. Se è troppo poco preferisco risparmiare e lasciare qualcosa ai miei figli”.

Un settantanovenne con l’artrite mi dice: “Ai colloqui preferisco stare in piedi. In cella i più giovani mi aiutano a tagliare le unghie dei piedi, da solo non riesco.” Questo aiuto intergenerazionale in alcune realtà degli Stati Uniti – sempre loro – è stato istituzionalizzato: assistere gli anziani è diventato un lavoro per i giovani. Spesso sono giovani con una condanna a vita che non prevede la possibilità di parole, ovvero di liberazione condizionale o anticipata. Non usciranno mai, e lo sanno. Curano quello che diventeranno fra cinquant’anni. Puliscono, sollevano, imboccano il loro futuro.

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I compagni, naturalmente, oltre che un aiuto possono diventare un aggravio di pena. Vale per tutte le età, ma per gli anziani di più: “A Bollate ho la cella singola, per me è importantissimo. Sono entrato nel 1978. Ormai non mi sento più parte del carcere, non ho voglia di fare vita di carcere, parlare di carcere… Non mi ci riconosco, preferisco starmene per i fatti miei, chiacchierare o giocare ogni tanto con qualcun altro come me. A Busto Arsizio eravamo in tre in cella e mi facevano stare sul letto più alto: non c’era rispetto.”

Incontro un uomo filiforme e storto al quale è stato riconosciuto il diritto alla sedia a rotelle per gli spostamenti lunghi – andare ai colloqui o ai processi – e alle stampelle per quelli brevi. Dopo, un agente mi mostra la porta del gabbiotto delle guardie, scheggiata, bucata in più punti: “Non riesce a camminare” dice, riferendosi all’uomo – settantaquattro anni – col quale ho appena parlato “quasi non riesce a stare in piedi, però guarda che cosa ha fatto la settimana scorsa alla mia porta. Sembra incredibile. Anch’io non ci crederei se non me l’avessero detto i colleghi e non l’avessi visto dalle telecamere. Quando si arrabbia diventa terribile”. E un altro agente, strizzandomi l’occhio “Mario Merola. Capisce cosa intendo?”. Intende che i detenuti hanno il tempo e le doti – affinate dalla carriera criminale e da quella carceraria – per inscenare melodrammi anche dove non ci sono. Non devo fidarmi. Anche durante l’intervista con me, dopotutto, l’uomo racconta con orgoglio delle volte che ha minacciato di spaccare le stampelle in testa a questo o a quell’altro. Io certo mi terrei ben lontano dalle sue stampelle.

Ma davvero quattro ordini di cancelli e più di quattrocento agenti di polizia penitenziaria – tanti ne sono assegnati a Bollate – sono l’unico modo che la società ha per proteggersi da questo vecchio amareggiato e furibondo? Questo vecchio cattivo e sgradevole, ammettiamolo pure. Nessuno vuol condonargli niente. Ancora una volta: il carcere dovrebbe essere uno dei modi di esecuzione della pena – il più inusuale, l’extrema ratio – e questo per chiunque, indipendentemente dall’età; ma per gli anziani di più. Il tempo degli anziani dovrebbe essere considerato, per ragioni speculari a quello dei giovani, più prezioso della norma. Risorsa scarsa. La Cassazione ha più volte ribadito che : “È immanente al vigente sistema normativo una sorta di incompatibilità presunta con il sistema carcerario del soggetto che abbia compiuto 70 anni”. E in effetti la legge 5 dicembre 2005, n. 251 – cosiddetta “salva Previti” – prevede per gli ultrasettantenni la possibilità di accedere agli arresti domiciliari indipendentemente dalle condizioni di salute. L’elenco dei casi ai quali non si applica, però, è talmente lungo da renderla inutile. “Da quando sono qui” mi conferma Roberto Bezzi, capo degli educatori di Bollate “non ricordo di averla mai vista usare”. Il punto è che i carcerati ultrasettantenni raramente sono colletti bianchi; di norma sono delinquenti abituali, assassini, stupratori, sequestratori, trafficanti di droga, mafiosi. Ci vuole coraggio politico per dire: solo la perdurante e dimostrata pericolosità sociale può giustificare il carcere, non ci importa che cos’hanno fatto, come stanno di salute, quanta parte di condanna hanno o non hanno già scontato. Devono uscire. Ancora più coraggio e forza per reggere l’urto di quando, inevitabilmente, uno di loro commetterà nuovi reati. Il coraggio di dire che la società è stata comunque difesa meglio così, correndo quel rischio.

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Incontro un ergastolano di settantasette anni rinchiuso da più di trentacinque. Non ha diritto a corsie preferenziali e non riesce ad accedere a quelle ordinarie. Ha avuto un ictus. “Vorrei poter uscire in permesso. Ho paura di tornare nel mondo quando non sarò più in grado di orientarmi, di badare a me stesso”. I permessi glieli hanno tolti perché – dice – tornando da un pranzo ha avuto un malore, è caduto in un fosso e lo si è creduto ubriaco. Ora, è probabile che ubriaco lo fosse davvero, ed è possibile che la cosa si sia ripetuta più volte. Sono permessi premio, dopotutto, mi spiegano gli addetti ai lavori, è normale che non si voglia premiare un comportamento del genere. Eppure il dubbio di una mancanza di proporzionalità resta. Da una parte c’è il bisogno di un uomo di ri–familiarizzare – malamente – col mondo alla fine di una vita trascorsa per metà in carcere. Dall’altra quello di sanzionare – a fini educativi? – un comportamento che per noi di fuori non ha conseguenze; non di limitazione della libertà, perlomeno. E a proposito di libertà, l’ultima speranza del mio interlocutore si chiama libertà condizionale. “Non me la vogliono dare perché non riconosco uno dei miei delitti”. Dei due omicidi per i quali è stato condannato, più di trent’anni fa, ne ammette solo uno. “L’altro non l’ho fatto io!”. Il mancato riconoscimento del reato non è l’unico elemento per valutare il ravvedimento, ma è un elemento, a dispetto degli ovvi rischi di opportunismo. Il ravvedimento… che per legge dovrebbe essere concreto, esteriore, osservabile – il comportamento tenuto durante gli anni di detenzione, ad esempio – finisce col caricarsi di tonalità introspettive, quasi religiose. Ravvedimento. Non c’è purificazione, non c’è restaurazione di armonia se il male non viene espulso attraverso la magia della parola. O, più prosaicamente, attraverso la compravendita di informazioni con lo Stato. E questo ci porta a sfiorare l’ultimo dei motivi per cui ci sono degli anziani in carcere: l’ergastolo ostativo. I condannati per alcuni gravi reati – perlopiù legati all’associazione di tipo mafioso – possono accedere ai benefici previsti dall’ordinamento – incluse le misure alternative al carcere – solo se collaborano con la giustizia. Premiare chi vende informazioni è brutto – già Beccaria parlava della “debolezza della legge, che implora l’aiuto di chi l’offende” – ma punire chi non può o non vuole farlo è peggio. Forse è incostituzionale. Per un condannato all’ergastolo non poter accedere ai benefici significa che il fine pena è davvero mai. Non c’è un dopo. Che ne è della funzione rieducativa delle pene (art. 27 della Costituzione) se si butta via la chiave? Gli ergastolani ostativi sono più di mille. Il settantasettenne che ho incontrato io non è ostativo, ma anche lui fatica a intravedere un dopo. Ha una pallina da tennis gialla in mano che porta sempre con sé. La stringe e la rilascia, la stringe e la rilascia, è il suo esercizio contro l’artrite. È il movimento della macchina del tempo quando tutti gli orologi sono fermi. Terminiamo il colloquio perché ha appuntamento col medico.

Per approfondire:

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Le carceri sono le viscere del mondo – su “Cattivi” di Maurizio Torchio https://minimaetmoralia.it/libri/cattivi-di-maurizio-torchio/ https://minimaetmoralia.it/libri/cattivi-di-maurizio-torchio/#comments Tue, 10 Feb 2015 15:21:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25361 (Immagine: Egon Schiele, Quell'arancia è stata l'unica luce, 1912)

di Luca Illetterati

La narrazione delle situazioni estreme, di quelle situazioni-limite che si pongono ai bordi dell’ordinario e che da questo punto di vista, non di rado paludoso e sfuggente, lo svelano nelle sue dinamiche perlopiù irriflesse, si espone sempre a un doppio pericolo: quello della riduzione e quello dell’enfasi.

La riduzione è il non riconoscimento della differenza, è lo scioglimento dello straordinario nell’ordinario o dell’ordinario nello straordinario; è il tentativo di smussare gli spigoli taglienti dentro una omogeneità che si articola al massimo per differenze di grado, la pretesa di descrivere dentro una grammatica unitaria forme di vita che si distinguono invece proprio in quanto reciprocamente altre e vicendevolmente intraducibili.

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(Immagine: Egon Schiele, Quell’arancia è stata l’unica luce, 1912)

di Luca Illetterati

La narrazione delle situazioni estreme, di quelle situazioni-limite che si pongono ai bordi dell’ordinario e che da questo punto di vista, non di rado paludoso e sfuggente, lo svelano nelle sue dinamiche perlopiù irriflesse, si espone sempre a un doppio pericolo: quello della riduzione e quello dell’enfasi.

La riduzione è il non riconoscimento della differenza, è lo scioglimento dello straordinario nell’ordinario o dell’ordinario nello straordinario; è il tentativo di smussare gli spigoli taglienti dentro una omogeneità che si articola al massimo per differenze di grado, la pretesa di descrivere dentro una grammatica unitaria forme di vita che si distinguono invece proprio in quanto reciprocamente altre e vicendevolmente intraducibili.

L’enfasi, viceversa, è perlopiù segnata dalla retorica dell’inesprimibile, dalla ricerca di una differenza del tutto estranea alla dimensione del consueto, dall’emergenza di una lingua e di una struttura logico-sintattica tutte tese a rendere decisamente e vigorosamente sonora l’estraneità di cui si sta parlando.

Maurizio Torchio, nel suo formidabile Cattivi (Einaudi, 2015) – una sorta di diario sublimato di un ergastolano che racconta la vita in detenzione e le vicende che lo hanno condotto alla reclusione – nel descrivere quella situazione limite del mondo e dell’esistenza che è appunto il carcere, riesce a tenersi in bilico, con rigore di scrittura e straordinaria forza descrittiva, sopra questa lama di rasoio affilatissima che potrebbe diventare lacerante e distruttiva ad ogni ulteriore passaggio, ad ogni cambio di pagina, a ogni spostamento di fuoco della struttura narrativa.

Cattivi è il resoconto in prima persona di uno sguardo lucido e consapevole che descrive se stesso e il mondo a partire dai limiti estremi in cui si colloca. La voce narrante – il testo è appunto scritto tutto in prima persona – è quella di un recluso, condannato dapprima per sequestro di persona e poi, definitivamente, per l’uccisione, a un tempo non decisa eppure in qualche modo necessaria, di una guardia che si è trovata ad agire in un modo assurdamente inconsapevole delle norme costitutive di quella comunità che è quella dei reclusi, dei cattivi, e che tiene insieme, in una dinamica di mutua dipendenza, carcerati e carcerieri.

Il libro racconta dunque dall’interno – verrebbe da dire, dal punto più interno di questa internità opaca, chiusa e impermeabile – la vita/non-vita del carcere, le sue dinamiche più ancestrali, le gerarchie chiare e nitide che si vengono a formare e che vengono ad assumere una funzione regolatrice essenziale nel movimento dei reclusi, le geografie interne di questo mondo a parte, dove i piani e i corridoi rappresentano territori dotati ognuno di una propria specifica legislazione. Di questa realtà insieme il racconto espone le sue logicissime irrazionalità e soprattutto dipana le grammatiche esistenziali di questi corpi dai quali non si può mai cancellare del tutto il desiderio, perché l’assenza di desiderio toglierebbe anche il senso stesso al dolore della reclusione.

I limiti di qualcosa sono sempre ciò che determina e costituisce il modo d’essere di quella cosa: i limiti evidenziano la fisionomia e i tratti un mondo; i limiti sono ciò che definisce la specificità e irriducibilità di una situazione. Al contempo, in quanto limiti, essi sono anche, sempre, l’al di là di quella cosa, l’altro rispetto al mondo che tratteggiano, l’esteriorità rispetto alla situazione che definiscono. Un limite, infatti, per essere davvero tale, deve anche essere, sempre e necessariamente, l’esperienza dell’ambito disomogeneo in cui la cosa non è più se stessa, in cui un mondo perde la sua consistenza, in cui una situazione si rovescia nell’altro di sé stessa.

Il carcere, questa regione estrema della realtà descritta da Torchio con scientifica accuratezza e autentica adesione esistenziale, è in qualche modo il limite del mondo e della vita. E a sua volta l’isolamento, ovvero la condizione nella quale si trova la voce narrante, è il carcere del carcere e, dunque, in quanto suo limite estremo, il punto di vista che rende osservabile e descrivibile, nella sua specifica consistenza, il carcere stesso.

Come se il mondo fosse sempre e solo osservabile dal luogo in cui esso smette di essere ciò che è.

Le carceri, dice il protagonista, “sono le viscere del mondo” (118).

E come i limiti, come i bordi, come i confini, anche le viscere del mondo, per quanto facciano decisamente parte del mondo, non sono visibili al mondo. Anzi, svolgono la funzione che svolgono proprio in quanto invisibili, in quanto sottratti allo sguardo del mondo. Le carceri sono quel luogo nel quale il mondo lascia marcire i propri resti; una sorta di anti-mondo che, nella sua assoluta chiusura e oscurità, svolge una funzione insieme rassicurante e minacciosa. Un anti-mondo che, proprio per la sua intima e peculiare specularità rispetto alla forma di vita a cui si trova contrapposto, si costituisce come una sorta di universo parallelo. Il carcere è in questo senso uno spazio retto e governato da una sua specifica, assurda e insieme ferrea e folle, regolarità, un mondo nel quale si vengono a produrre peculiari dinamiche di potere e sottomissione, grammatiche vitali e sintassi sociali irriducibili a quelle del mondo di fuori e, al contempo, speculari ad esse e rivelative di esse.

Ciò che è al centro della scrittura di Torchio è qui, in questa sorta di romanzo esistenziale, quella che verrebbe da chiamare la logica della reclusione. Una logica che coinvolge e costringe carcerati e carcerieri: tanto il direttore del carcere (Comandante), che si trova immischiato e ricattato da una storia d’amore tra un carcerato e una donna che vive di una vita normale (Martini e la Professoressa), quanto i famigliari dei reclusi, le mogli e i figli (dolorosissime e potenti le pagine che descrivono le visite in carcere dei bimbi e delle donne), quanto anche gli agenti. Una logica nella quale ognuno è solo con se stesso e insieme trova il proprio senso solo negli altri, in quelli che vivono fuori, i quali, anche nell’assenza, determinano il modo d’essere dei reclusi; una logica insieme assolutamente primitiva e rigorosamente coerente, che si regge tutta sulla violenza e sulla minaccia della morte. Una logica che, come di riflesso, svela, la realtà stessa dell’esistenza.

Una logica nella quale solo la privazione, la mancanza e l’assenza sembrano in grado di rendere la vita consapevole di se stessa. Non nel senso che la privazione redima, salvi e trasfiguri. Per quanto lontanissimo dal tono della denuncia sociologistica sull’invivibilità della condizione carceraria, Torchio, in questa sua scrittura che non giudica delle vite perché è piuttosto come un’anatomia della vita, mette in evidenza l’assoluta assenza di una qualsiasi visione salvifica nella reclusione:

“il carcere non serve a restituire al mondo” – dice il protagonista; il carcere “è fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. Può chiudere in modo sporco e caotico, oppure sterile e giusto” (178), ma è evidente che il carcere è fatto per mettere da parte e per togliere, non per includere e restituire.

Quando il carcere ti dà qualcosa è per farti sapere che può togliertelo: “Per farti provare la sensazione di cadere, ti sollevano ogni tanto. Altrimenti dopo un po’ arrivi al centro della terra, e da lì non vai più da nessuna parte” (11).

Anzi l’annientamento non deve mai essere integrale: anche se non esiste la speranza di uscire, il carcere “ti costringe a continuare a pensare al dopo” (167): di questo pensiero ne ha bisogno in realtà in primis il carcere stesso: per potersi reggere e per potersi giustificare; perché solo il desiderio di una vita diversa è la condizione di esistenza del carcere, ciò che ne giustifica la specifica meccanica: “dev’esserci sempre qualcosa da togliere, altrimenti tutto si ferma. A volte ti danno delle cose perché ti venga paura di perderle” (11).

Resistere, nel carcere, significa non chiedere quello che ti serve. Perché nel momento in cui ti viene dato ciò che ti serve, sanno anche che te lo possono togliere: “A me hanno spaccato tutti i denti, ma la dentiera non l’ho chiesta (…) La dentiera è un’arma nelle mani dell’amministrazione” (29).

E non a caso nel carcere i reclusi, dice il protagonista, osservandoli dall’isolamento in cui si trova e che nella sua orribile invivibilità appare talvolta addirittura come una assurda dimensione di privilegio, impazziscono per i regalini: “In carcere ho visto rivolte sventate distribuendo caramelle. Giuro: caramelle. Da prigioniero hai gli sbalzi di umore dei bambini, perché qualsiasi cosa, anche la più piccola, ti occupa subito tutto il campo visivo” (59).

Il racconto di Torchio rende tangibile in modo davvero straordinario questa sorta di movimento incessante che caratterizza l’esistenza nel tentativo di costruirsi assurdi, eppure decisivi, coaguli di senso anche là dove il senso è totalmente annullato, questa sorta di bisogno primario di produrre briciole di significato anche dentro la sua più radicale disintegrazione. Un movimento che si ripete e si riproduce indefinitamente anche nella più disumana delle condizioni, anche nel dolore estremo e nella povertà assoluta. Come se qui, dentro questo mondo dove una logica folle e stringente arriva a giustificare l’illogico stesso, ci fosse la possibilità di guardare e toccare nella sua nudità e semplicità, quel conatus in existentia perseverandi che è la vita stessa, che è l’origine e la scaturigine del respiro stesso che segna la fatica del tenersi in vita.

Al di là di qualsiasi impossibile redenzione, al di là di qualsiasi sillogistica consequenzialità; al di là, appunto, di qualsiasi senso.

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