Mauro Maraschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mauro-maraschi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 14 May 2022 07:35:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mauro Maraschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mauro-maraschi/ 32 32 “Per una vita più semplice”, la prefazione di Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/estratti/per-una-vita-piu-semplice-la-prefazione-di-mauro-maraschi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/per-una-vita-piu-semplice-la-prefazione-di-mauro-maraschi/#respond Wed, 18 May 2022 06:20:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50457 Pubblichiamo la prefazione di Mauro Maraschi a “Per una vita più semplice” di Edward Carpenter, pubblicato da Piano B e a cura dello stesso Maraschi. * di Mauro Maraschi Edward Carpenter è stato una figura fondamentale nel panorama culturale dell’Inghilterra tra il XIX e il XX secolo. Considerato da alcuni il “Thoreau britannico”, al pari […]

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Pubblichiamo la prefazione di Mauro Maraschi a “Per una vita più semplice” di Edward Carpenter, pubblicato da Piano B e a cura dello stesso Maraschi.

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di Mauro Maraschi

Edward Carpenter è stato una figura fondamentale nel panorama culturale dell’Inghilterra tra il XIX e il XX secolo. Considerato da alcuni il “Thoreau britannico”, al pari del filosofo di Concord fu un personaggio sfaccettato quanto tenace. Conferenziere, riformatore, apertamente omosessuale e pioniere della lotta per i diritti lgbt, sostenitore del suffragio femminile e oppositore della violenza sugli animali, nonché vegetariano, per quarant’anni Carpenter non smise mai di promuovere – con i suoi scritti e dando l’esempio attraverso la gestione di una piccola fattoria – gli ideali di una vita «semplificata» e di una società più giusta, sempre in dialogo con le grandi menti dell’epoca ma anche a stretto contatto con la gente del popolo, i lavoratori manuali, che per lui erano «il cuore pulsante» e la «spina dorsale» di una nazione. Fu amico di Rabindranath Tagore e di Walt Whitman, di Henry S. Salt (autore di una fondamentale biografia di Thoreau) e dello scrittore E. M. Forster, che si ispirò alla sua longeva relazione per quello che può essere considerato il primo romanzo moderno a tema omosessuale, Maurice (1914, pubblicato postumo nel 1971). Ebbe scambi epistolari con Gandhi, Jack London e John Ruskin. Tolstoj, al quale veniva paragonato, lo definì «un degno erede di Carlyle e Ruskin». E Aldous Huxley ne consigliò il pamphlet Civilization: Its Cause and Cure nel suo Scienza, libertà e pace. Saggio sulla grazia

Riconosciuto per decenni come un pensatore coraggioso e persuasivo, al termine della sua lunga esistenza Carpenter era ormai più che famoso. Eppure, subito dopo la morte, la sua eterogenea produzione intellettuale fu presto accantonata e, nonostante il recupero negli anni Settanta, oggi in pochi lo conoscono, sia in Italia che altrove. Si può sostenere con forza che questo oblio non sia legato alla qualità e all’importanza della sua produzione (o di una parte di essa), qualità e importanza di per sé evidenti e rintracciabili da chiunque. Ma allora com’è possibile che a un autore acclamato spetti un tale destino? La risposta è complessa e stratificata, e per comprenderla, come sempre in questi casi, può rivelarsi proficuo un excursus sulla sua parabola personale e intellettuale.

Edward Carpenter nacque a Brighton il 29 agosto 1844 in una famiglia benestante, terzo figlio di Charles e Sophia. Fin da subito incline alla musica, a dieci anni dimostrò una notevole predisposizione per il pianoforte. Già ai tempi dell’università prese atto della propria omosessualità grazie all’amicizia con Edward Anthony Beck, poi troncata con non poca afflizione. Terminati gli studi, nel 1868, prese i voti «più per convenzione che per convinzione». Nel 1871 rifiutò l’invito a diventare il tutore del principe George Frederick (in seguito re Giorgio V). Nei tre anni successivi provò una crescente insofferenza nei confronti della propria vita e dell’ipocrisia della società vittoriana, finché nel 1874 non appese al chiodo l’abito talare, rinunciò ai privilegi di estrazione e si trasferì a Leeds, dove si mantenne tenendo conferenze e insegnando astronomia, storia e musica all’università. Quest’ultima esperienza fu una delusione: Carpenter sperava di poter istruire i giovani delle classi lavoratrici, e invece si rese conto che i suoi alunni, oltre a dimostrare scarso interesse per i suoi argomenti, provenivano tutti da famiglie facoltose. Insoddisfatto su tutti i versanti, trovava conforto soltanto nella lettura di Walt Whitman, da cui trasse l’energia per un «profondo cambiamento», a tal punto che nel 1877 decise di recarsi a Camden, nel New Jersey, per far visita al poeta americano. Al suo ritorno in Inghilterra iniziò anch’egli a dedicarsi alla poesia. Trasferitosi a Sheffield, prese l’abitudine di interagire con braccianti, manovali e, in generale, con chiunque si sporcasse le mani per lavorare. Nel 1883 pubblicò la prima parte di Verso la democrazia, saggio in versi, ispirato a Foglie d’erba e animato dal Bhagavad Gita, nel quale argomentava l’ideale di una società più libera e giusta. 

La sua vita subì una svolta alla morte del padre, nel 1882, quando, grazie a un’eredità di oltre 6.000 sterline, Carpenter poté interrompere l’attività di conferenziere, acquistare una fattoria a Millthorpe, nel Derbyshire, e concentrarsi sulla scrittura. Fu soltanto allora, a trentotto anni, che cominciò a vivere più apertamente la propria omosessualità, prima in una relazione con il fabbro George Hukin e poi insieme al riformista Cecil Reddie, affiancando quest’ultimo nella sua scuola progressista. Influenzato da Henry Hyndman, discepolo di Engels, divenne di idee sempre più radicali e prese parte alla neonata Socialist League. Affascinato dalla cultura induista, nel 1890 visitò l’India e l’isola di Sri Lanka (ai tempi Ceylon) e, dopo l’incontro con il guru Gnani Ramaswamy, si convinse che il socialismo avrebbe potuto rivoluzionare la coscienza collettiva ma anche l’impianto economico di una nazione.

Fu al ritorno da questi viaggi, nel 1891, che Carpenter conobbe l’uomo che gli sarebbe stato al fianco fino alla fine dei suoi giorni, e quindi per quasi quarant’anni. George Merrill era indigente e ineducato: figlio di un macchinista, era cresciuto nei sobborghi di Sheffield e della vita conosceva soltanto le competenze operaie. La distanza anagrafica era significativa: quarantasette anni Carpenter, venticinque Merrill. Eppure, a due anni dal loro incontro, Merrill smise di essere uno dei tanti frequentatori di Carpenter e ne divenne il partner fisso, anche se si trasferì a Millthorpe soltanto nel 1898. Sulle prime la loro relazione destò clamore: due uomini di classi sociali distanti che coabitavano in quanto coppia dichiarata – tutto ciò era qualcosa di inaudito per i tempi. Scriverà Carpenter ne Il sesso intermedio (1908): «Eros è un grande livellatore. Probabilmente la democrazia si trova, molto più saldamente che in qualsiasi altro luogo, in un sentimento che facilmente supera i limiti di classe e di casta e unisce negli affetti più stretti i livelli più distanti della società». Per almeno vent’anni i due vissero in armonia e nella natura, circondati da amici e corroborati dall’attività intellettuale di Carpenter. Quindi, nel 1922, si trasferirono a Guildford, nel Surrey, dove la propensione di Merrill per l’alcol si trasformò presto in una dipendenza, fino a causargli una morte quasi improvvisa nel gennaio di sei anni dopo. Carpenter, ormai ottantenne, ne fu devastato. Vendette la loro casa e per un po’ soggiornò in affitto, per poi stabilirsi in un bungalow noto come «Inglenook». A maggio dello stesso anno ebbe un infarto invalidante e tredici mesi dopo, il 28 giugno del 1929, morì all’età di ottantaquattro anni. Fu seppellito nella stessa tomba di Merrill, nel cimitero di Guildford, sulla cui lapide fu inciso un epitaffio scritto da lui stesso.

Per tutta la vita Carpenter fu considerato un pensatore brillante, innovatore e sopraffino, degno della stima di tanti tra politicanti e autori. Eppure dopo la morte venne rapidamente accantonato, e con lui i suoi libri, che smisero di essere ristampati. Come già detto, questa sorte non può essere addebitata alla sua opera, che, per quanto controversa nel suo insieme, contiene troppi tasselli preziosi per essere ignorata. Più verosimilmente, Carpenter ha scontato la colpa di aver vissuto liberamente e di aver anteposto, nella seconda fase del suo percorso, alcune cause ad altre, sempre più concentrato sull’amore omoerotico e sulla spiritualità a sfavore di quel socialismo per il quale si era fatto apprezzare, fin dai suoi esordi, con Verso la democrazia (1883). Ma soprattutto, a partire dal trasferimento a Millthorpe insieme a Merrill, e nell’arco dei successivi trent’anni – nei quali avrebbe vissuto della terra, prodotto sandali, elogiato il nudismo e ingaggiato battaglie precorritrici contro l’inquinamento e la vivisezione – complice la sua natura ossimorica di uomo «carismatico e modesto», Carpenter si trasformò suo malgrado in un guru per i tanti giovani che, ogni anno più numerosi, giungevano a fargli visita in una sorta di pellegrinaggio. Con il passare del tempo, assunse pose dandy e new age e, nello stesso periodo in cui Oscar Wilde scontava in carcere la propria condotta, sebbene mai altrettanto ostracizzato dalle autorità, Carpenter cominciò a essere malvisto da quei compagni di partito che ne trovavano sconveniente il personaggio pubblico. 

Va chiarito che stili di vita alternativi ed esperimenti comunitari, spesso ispirati dalla fascinazione per la cultura orientale, erano già abbastanza frequenti, nella seconda metà dell’Ottocento, quantomeno tra gli appartenenti a determinate élite culturali: si pensi alla Fruitland di Amos Bronson Alcott, fondata nel 1843 e alla quale Thoreau si rifiutò di aderire, oppure all’esperienza del Monte Verità, che a partire dal 1899 ospitò, tra gli altri, Jung, Hermann Hesse e Kafka. Resta il fatto che lo status di hippy ante litteram procurò a Carpenter anche le antipatie di alcuni intellettuali, una su tutte quella di George Orwell, che non perse mai occasione di screditarlo, e con sorprendente acrimonia, nelle proprie opere e corrispondenze. Orwell però non fu né il primo nell’ultimo: George Bernard Shaw biasimò l’insinuazione di una superiorità delle relazioni omosessuali, mentre lo stesso E.M. Forster, che pure gli era stato amico, definì contraddittorio il misticismo di chi, come lui, voleva «fondersi con il cosmo e mantenere l’identità», riferendosi a certi atteggiamenti bohemien tenuti al cospetto dei suoi ospiti. E così, nel corso di un secolo, nonostante il recupero negli anni Settanta da parte di storici come Jeffrey Weeks e Sheila Rowbotham, la ristampa a opera del «Gay Men’s Press» e la benedizione da parte delle comunità lgbt, Carpenter è sempre rimasto sul crinale di un’ingiusta svalutazione. Il risultato è che oggi viene ricordato “soltanto” come uno dei primi attivisti per i diritti degli omosessuali, una reductio ad iconam che non gli rende giustizia. Dotato di un’ammaliante ars oratoria e di una cultura profonda, Carpenter è stato in grado di infondere un brio orale anche alle argomentazioni su carta. I suoi moniti sono quelli del socialismo utopico, precursore di quello “scientifico”, a differenza del quale confida nel riformismo, piuttosto che nella rivoluzione, come strumento per costruire una società epurata dalle classi sociali e animata dalla fratellanza. Certo, una parte dei suoi ragionamenti può risultare idealista fino alla provocazione (lo era già ai tempi), ma se molti altri passaggi, e in particolare quelli più thoreauviani, sono di un’universalità a tratti disarmante, in generale si ha sempre l’impressione di trovarsi davanti a un autore completo, brillante e originale. 

Eppure, come ha osservato la sua biografa Sheila Rowbotham, Carpenter sembra condannato a essere recuperato e rinnegato all’infinito, e sempre mediante le stesse argomentazioni capziose. Forse, se non avesse vissuto così a lungo e il suo percorso si fosse interrotto prematuramente come quello di Thoreau, lasciando ai posteri soltanto la prima parte della sua produzione, Carpenter avrebbe avuto un destino diverso. E questo non perché gli scritti incentrati sull’omoerotismo e sulla cultura orientale possano considerarsi inferiori ai precedenti, ma perché richiedono un’analisi molto più complessa e storicizzata rispetto alla prima produzione. Se infatti circoscriviamo il discorso agli scritti compresi tra il 1883 e il 1889, e in particolare a Per una vita più semplice, che ne è l’apice, ci ritroviamo di fronte a un autore stimolante e sempre accogliente, nella cui prosa e nel cui idealismo i lettori di Thoreau non potranno che sentirsi a casa: lo stile di Carpenter è più semplice, svincolato dalla celebrazione olistica della natura, dalle similitudini criptiche e dall’ascetismo di Thoreau; Carpenter è (o finge di essere), più umile, meno apodittico, per certi versi più pratico; ma proprio per tutti questi motivi leggerlo è un’esperienza vicina a un dialogo vivace e ben ripartito. 

Per una vita più semplice, da lui stesso collazionato, raccoglie nove scritti compresi tra il 1883 e il 1887, un periodo nel quale Carpenter era nel pieno della propria esperienza di “ritorno alla terra”. Non era ancora stato in India e non aveva ancora conosciuto quella che sarebbe stata “la persona della sua vita”, per cui il lettore troverà qui un Carpenter non ancora mistico, né oltranzista della causa omosessuale come in The Intermediate Sex (1908). E sarebbe pertanto fuori luogo, in questa sede, cercare di tenere insieme una personalità e una produzione così complesse e multiformi: «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini!» scriveva Whitman, e ancora una volta le parole del poeta si attagliano all’essenza del nostro Carpenter. 

Il primo saggio di questo volume, intitolato Gli ideali di una nazione, si presta bene a manifesto per tutto il libro: dopo aver denunciato le terribili condizioni in cui versa il Paese, Carpenter insiste sull’urgenza di rendere consapevole la classe ricca del sopruso perpetrato a danno delle altre classi, senza mai evocare la lotta di classe ma – al contrario – sognando una riforma basata sulla reciproca comprensione, e chiude rivolgendo un appello alle classi lavoratrici affinché smettano di scambiare la ricchezza altrui per benessere e mirino alla cooperazione per sottrarre la Nazione al tracollo finanziario e morale. Il prestito di denaro e l’origine del profitto ci fa riflettere, con acume ed esempi ficcanti, sulla legittimità e sull’effettiva utilità (per l’investitore, per la società, per l’umanità tutta) delle speculazioni finanziarie e dell’accumulo di denaro che soggiacciono alla base di una realtà capitalistica e di una disuguaglianza quantomeno ridimensionabile; ma soprattutto, il testo ruota intorno a una domanda già cara a Marx e a tanti altri: quante ore di lavoro quotidiane sarebbero davvero necessarie a un individuo per condurre una vita sana e dignitosa se non fosse costretto a regalare parte della propria fatica al capitalista? Progresso sociale e impegno individuale, attraverso due similitudini eccellenti, relativizza l’idea stessa di Progresso e ci insegna che «non cambiare è morire», poiché «una sola forma non è sufficiente a esprimere il segreto della vita»; «L’obiettivo di ogni governo è di rendere accessorio il governo», ci dice Carpenter attraverso Fichte, e le leggi sono nate per servire gli uomini, non viceversa; e ancora: «chiunque senta dentro di sé che può esistere uno standard di vita migliore di quello dominato dalla frenesia del mercato, nonché un equilibrio più ragionevole tra gli stipendi, e una condizione per la quale le cose non meritano d’essere fatte soltanto se rendono bene – egli coltiva, dentro di sé, i semi di un nuovo ordine sociale». Ville da sogno è un intermezzo satirico sugli svantaggi dell’opulenza e sull’ideale ormai desueto della “signorilità”, intesa come eccessivo riguardo per lo status sociale a danno del benessere esistenziale, della comunità e dello spirito di fratellanza. Per una vita più semplice, il pezzo che dà il titolo alla raccolta, è un omaggio esplicito al Walden di Thoreau, la testimonianza dello stesso Carpenter, numeri alla mano, relativa alla sua attività agricola; ma è anche un elenco di ipotesi pratiche (oggi più o meno attuabili, e a tratti provocatorie) per ridurre al minimo i beni materiali e migliorarsi così l’esistenza. Anche Ne vale la pena? prende piede dall’esperienza dell’autore per dimostrare che una condotta migliore è possibile, uno stile di vita che non sia determinato dalla sudditanza agli imperativi dell’economia. Commercio è un altro ottimo esercizio di relativismo: qui Carpenter ci racconta com’è cambiato il suo punto di vista sul mercato dal momento in cui si è ritrovato dall’altra parte del banco, pretesto schietto ed efficace che si fa esemplare di una società corrotta da un interesse economico a dir poco ossessivo. Proprietà privata è una riflessione su cosa significhi davvero possedere qualcosa: «E penso che un cappotto sia proprietà, per un tempo limitato, soltanto di chi lo indossa con purezza di spirito ed è sempre pronto a cederlo a chi ne ha più bisogno». Chiude il volume Il boschetto incantato, un conciso appello ai benestanti affinché prendano atto dei propri errori e optino per un nuovo modello di vita fatto di condivisione, umanità e fratellanza.

A Carpenter si può rimproverare di tutto: un idealismo sfrontato, il desiderio di parlare tanto alle masse quanto ai privilegiati, un piglio bonariamente messianico, o ancora: di essere stato un individuo poco inquadrabile, libero fino al midollo e determinato a spingere il pensiero ai suoi limiti, forse non abbastanza attivo in politica ma talmente coerente a se stesso da apparire, nelle parole della sua biografa, «complicato, confuso e contraddittorio, per quanto coraggioso». Di certo in lui coesistono un amore viscerale per l’umanità e un alto livello di attenzione per se stesso, due afflati che, combinati tra loro e a un’esistenza longeva, hanno generato una produzione scrittoria vastissima e, per forza di cose, non inquadrabile in un’unica corrente. Ma, al di là della difficoltà di antologizzarlo, Carpenter non è soltanto una fonte inesauribile di spunti, ma si candida a diventare un nuovo prezioso amico, così come lo sono da tempo, per migliaia di lettori, un Montaigne o un Thoreau. Ben ritrovato, dunque, Edward Carpenter, con l’augurio che questo sia il primo passo per una definitiva consacrazione.

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Barracoon, racconto dall’ultima schiavitù https://minimaetmoralia.it/libri/barracoon-racconto-dallultima-schiavitu/ https://minimaetmoralia.it/libri/barracoon-racconto-dallultima-schiavitu/#respond Mon, 04 Mar 2019 07:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39651 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il volto di Cudjo Lewis si riga di lacrime, quando comincia a ricostruire con l’etnografa Zora Neale Hurston la storia della riduzione in stato di schiavitù. Nel luglio del 1927 Hurston e Cudjo s’incontrarono per la prima volta per un racconto destinato al Journal of Negro History. Zora entrò nella casa di Cudjo Lewis, raccogliendo la storia dalla voce di un testimone diretto in grado di descrivere l’odissea dell’ultimo carico di schiavi approdato negli Stati Uniti d’America.

«Il mio nome non è Cudjo Lewis. È Kossula. Quando sono venuto nella terra dell’America il signor Jim Meaher ha provato a dire il mio nome, ma siccome è troppo lungo, io gli ho chiesto: “Senti, io sono una cosa tua?”. Lui ha detto: “Sì”. E così io ho detto: “Allora chiamami Cudjo. È uguale”. Nella terra dell’Africa, però, mamma mi ha chiamato Kossula».

Barracoon (66thand2nd, 187 pagine, 15 euro, traduzione di Sara Antonelli e Mauro Maraschi) è una ferita esposta, che costringe gli stessi africani a guardarsi allo specchio: non soltanto come vittime ma corresponsabili del commercio di schiavi. È un pensiero documentato senza mediazioni. Pochi schiavi poterono raccontare la tratta e le soggettività sono state ridotte ai numeri della più grande migrazione forzata della storia del pianeta.

Col lavoro di Hurston la diaspora africana nelle Americhe si afferma come una risorsa culturale irrinunciabile. La prima stesura del libro risale al 1931, ma è stato pubblicato solo l’anno scorso negli Stati Uniti, riscuotendo l’interesse della critica e dei lettori. Barracoon è stato osteggiato a lungo dagli stessi intellettuali e politici neri per come narra le atrocità che gli africani hanno inflitto gli uni agli altri, consegnandosi all’incubo delle traversate transoceaniche e alle catene dell’uomo bianco in Occidente.

Nel maggio del 1859 i tre fratelli Meaher e Foster, capitano della nave veloce Clotilda, lunga ventisei metri e larga sette, salparono dalle coste statunitensi destinazione il porto schiavista del Dahomey, l’attuale Benin, con la ragione ufficiale di caricare olio di palma rosso. Tornarono con 130 prigionieri, divisi tra donne e uomini, ridotti a carico di bestiame, stipati e rattrappiti sulla Clotilda nei settanta giorni di navigazione dell’ultima nave negriera, poi data alle fiamme. Kossula la sottrasse all’oblio.

«Oddio, quanto ha sofferto, Cudjo, su quella nave! Il mare mi metteva così paura! Perché l’acqua faceva tanto rumore. Certe volte la nave saliva verso il cielo, poi scendeva giù verso il fondo del mare. Non siamo scesi a terra per settanta giorni», rievocò il testimone.

A Whydah le persone, ammassate in quantità impressionanti lungo la costa, pronte a essere esportate, potevano costare da cinquanta a sessanta dollari. Foster riempì rapidamente la nave. «Il re del Dahomey, sai, era diventato molto ricco perché catturava gli schiavi. Il suo esercito attaccava di continuo per fare prigioniere le persone e poi venderle», dice Cudjo che fu catturato dopo un assalto sanguinoso a Takkoi, il suo villaggio.

L’esodo dell’orrore, che non svanisce col tempo, di uomini liberi e integri, resi merce, con l’intermezzo della prigionia nel recinto del barracoon, si concluse nella proprietà dell’americano John Dabney. La parola baracoon deriva dallo spagnolo, rifugio o capanna, ed era la struttura usata per tenere i prigionieri da vendere in Europa o nelle Americhe. Una volta scesi dalla Clotilda, gli schiavi risalirono con un vaporetto il fiume Alabama fino alla piantagione: «Non ci lamentavamo per il peso del lavoro. Piangevamo perché eravamo schiavi. Di notte piangevamo perché eravamo nati e cresciuti liberi, e invece adesso eravamo schiavi. Non capivamo perché ci avevano portato via dal nostro paese».

L’Act Prohibiting the importation of Slaves del marzo 1807 dichiarò illegale qualsiasi partecipazione al traffico internazionale di schiavi e vietò la tratta di africani. Tra il 1860 e il 1861 i tre Meaher furono processati e multati per importazione illegale di schiavi. Nel 1866, dalle macerie del dominio dell’uomo sull’uomo, nacque un villaggio chiamato African Town, costruito dai sopravvissuti della Clotilda su un terreno dello schiavista. Oggi la città in Alabama si chiama Plateau.

Quasi dall’incipit, Cudjo ricorda all’autrice il dovere di sostenere la memoria degli antenati e di vivere nel frattempo la propria vita quotidiana nei diversi angoli del mondo in cui gli africani sono stati trascinati come schiavi. In ogni sua parola manifesta il legame primigenio e inscindibile con l’Africa, che non è stato reciso dalla schiavitù, dalla violenza e dall’assenza nei sessant’anni vissuti in America. La nostalgia non abbandona mai lo sguardo di un uomo che ha lottato per mantenere la propria umanità. E i suoi occhi sono accesi dal dono più alto della compassione.

La valenza di questo testo, che oltrepassa la semplice testimonianza, è almeno duplice. Ci sono la lingua e il vocabolario di chi produsse una rottura a fronte di un’oppressione plurisecolare. E c’è l’idea di osare inventare l’avvenire. Qual è stata la conquista essenziale? Non essere espulsi dalla storia, anzi credere di riuscire a determinarla con la propria dignità, sentendo intimamente qual è il prezzo che si è disposti a pagare per questa felicità. La felicità nello scoprire la libertà, nel partecipare alla creazione di una comunità, nel costruire la propria casa. La felicità di essere vivi nonostante tutto.

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Un’interpretazione di Synecdoche, New York https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/ https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comments Mon, 11 Dec 2017 11:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688 di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.

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di F. Fred Palakon; a cura di Mauro Maraschi

PREMESSA di M.M.

Quella che state per leggere non è una recensione di Synecdoche, New York, prima regia di Charlie Kaufman, già sceneggiatore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello, ma una delle possibili interpretazioni di un film “complesso”. L’autore si firma “F. Fred Palakon” (come un personaggio di Glamorama di B. E. Ellis), non è un critico né esprime un giudizio di valore: l’unico intento della sua analisi è quello di dimostrare una tesi attraverso una minuziosa ricerca di prove all’interno del testo cinematografico. Si tratta di una pratica tipica del fandom investigativo, quel comparto di fan che tende a creare “paratesti” non ufficiali quali video, fanfiction, pagine wiki dedicate e, appunto, lunghe analisi come quella che segue.

Ho avuto modo di approfondire l’argomento traducendo Complex TV di Jason Mittell (minimum fax, 2017), che spiega come e  perché sono cambiate le serie tv dai Soprano in poi (1999) e definisce complesse quelle serie che non raccontano gli eventi in ordine cronologico, presentano molti personaggi e, in generale, giocano a disorientare lo spettatore. Prodotti simili sono sempre esistiti, ma negli ultimi quindici anni la diffusione e l’evoluzione di Internet hanno permesso agli sceneggiatori di osare sempre di più, contando sulla presenza in rete di numerosi “paratesti” esplicativi. «Oggi, se gli spettatori non capiscono cosa sta succedendo, è un problema loro» ha dichiarato Matthew Weiner, ideatore di Mad Men: «E così, all’improvviso, per noi autori si è aperto un mondo». Si tratta quindi di una complessità specifica della nostra epoca, paragonabile a quella di alcuni prodotti del passato, ma concepita diversamente. Da un punto di vista accademico, questa complessità riguarda essenzialmente la “scrittura seriale”, ma se c’è un film cui si può attagliare quello è sicuramente Synecdoche, che accumula piani narrativi, elementi surreali e indizi subliminali dall’inizio alla fine, senza timore di disorientare lo spettatore, anzi, confidando in una seconda visione chiarificatrice. Forse anche per questo il film non è stato distribuito in Italia alla sua uscita, nel 2008, ma soltanto nel 2013, cinque mesi dopo la morte dell’attore protagonista, Philip Seymour Hoffman. Si è tentati di pensare che la sua complessità abbia spaventato i distributori italiani, ma le dinamiche di questo ritardo sono state di certo più articolate. All’uscita de Lo specchio, nel 1975, uno spettatore scriveva a Tarkovskij: «Noi, poveri spettatori, vediamo film belli, brutti, banali oppure originali, e di volta in volta possiamo capirli, entusiasmarci o criticarli. Ma questo?». Oggi, però, lo spettatore medio è preparato alla complessità, e non si spiega perché in Italia un film come Synecdoche sia stato così maltrattato, considerato anche il doppiaggio discutibile. Ho proposto questo testo a minima&moralia, al di là della tesi che veicola, per due motivi tra loro connessi: somiglia molto a quei “paratesti” non ufficiali creati dai fan di cui parla Mittell in Complex TV, e può costituire uno stimolo a leggere un testo fondamentale per capire com’è cambiato lo storytelling seriale degli ultimi vent’anni; spero inoltre che invogli qualcuno a scrivere un saggio su Synecdoche e su tutta l’opera di Kaufman, magari adattando alcuni degli strumenti analitici proposti da Mittell, altrimenti prima o poi dovrò farlo io. Buona lettura.

Un’interpretazione di Synecdoche, New York

di F. Fred Palakon

[Quest’articolo contiene SPOILER ed è comunque pensato per chi ha già visto il film.]

Synecdoche, New York racconta la storia di un regista teatrale che, dopo essere stato lasciato dalla moglie, riceve un prestigioso premio in denaro e decide di investirlo per realizzare una pièce sulla propria vita. La scrittura dell’opera, però, va avanti per anni, e con essa la costruzione del set, che si espande all’infinito fino a riprodurre interi quartieri della città. Ho letto diverse interpretazioni di questo film, in confronto alle quali la mia è incompleta, ma penso che ogni analisi debba focalizzarsi su un aspetto specifico dell’oggetto preso in esame, e le considerazioni che seguono partono da questo presupposto.

L’elemento chiave di Synecdoche, New York

La mia tesi è che il protagonista, Caden Cotard, si sia suicidato poco prima dell’inizio del film, e che sia morto nell’istante in cui vediamo la sua sveglia che passa dalle 7.44 alle 7.45.

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Per tutto il film, quindi, Caden si trova in una specie di purgatorio, e tutto ciò che vediamo fa parte di un mondo ricostruito mentalmente da Caden attraverso i ricordi di quand’era vivo. È da questo dettaglio che deriva il titolo del film: la sineddoche è una figura retorica che indica una parte per il tutto, e nel nostro caso ciò che vediamo è un insieme di elementi rappresentativi di una vita giunta al termine, ma ricreata ed espansa all’interno di una dimensione immaginaria e transitoria. È questa condizione a consentire buona parte delle sequenze surreali del film. Questa realtà delle cose viene suggerita in modo persino ovvio dai dialoghi e da alcuni elementi visivi. Forse il momento più esplicito è la scena in cui Cotard e la sua terapista, Madeline Gravis, parlano del libro Little Winky di Horace Azpiazu:

CADEN: Wow. Scritto da un bambino di quattro anni.
MADELINE: Be’, Azpiazu si è suicidato quando ne aveva cinque.
CADEN: Perché si è suicidato?
MADELINE: Non lo so. Tu perché l’hai fatto?
CADEN: Che cosa?
MADELINE: Ho detto: tu perché lo faresti?
CADEN: Oh, non lo so.

Si tratta di un’informazione fondamentale: Horace Azpiazu ha scritto il suo libro a quattro anni, ma quel libro ha continuato a espandersi per raccontarne la vita immaginaria successiva al suicidio. È ciò che succede a Cotard: tutto ciò che vediamo nel film è la sua vita immaginaria, innescatasi dopo il suicidio. Il parallelo tra Horace Azpiazu e Caden è sottolineato in modo ironicamente ovvio in questa scena:

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Nell’ultima parte del film il personaggio di Millicent Weems, che si rivelerà fondamentale, descrive così Caden Cotard: «Caden Cotard è un uomo già morto. Vive in un mondo sospeso, tra stasi e riluttanza. Il tempo è concentrato, la cronologia confusa. Eppure, fino a poco tempo fa, si è strenuamente battuto per dare un senso alla sua condizione. Ma adesso si è trasformato in pietra». La cronologia frammentaria cui Millicent fa riferimento si palesa fin dalle prime scene del film. Vediamo Caden che si sveglia, di mattina, nel suo letto. Una voce alla radio dice che è il 22 settembre, e subito dopo invita un ospite a leggere una poesia sull’autunno. Vediamo quindi Caden che si sposta in cucina per fare colazione, ma stando alla data del quotidiano è il 14 ottobre. E mentre vediamo la data sotto la testata, la radio dice che è già il 15 ottobre.

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Caden legge altre notizie e siamo già al 17 ottobre.

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Mentre Caden legge e sua moglie e sua figlia discutono in sottofondo, la radio augura «Happy Halloween»: è quindi il 31 ottobre. Caden volta pagina fino ai necrologi, e di punto in bianco è il 2 novembre.

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Ma prima di leggere i necrologi, Caden prende un tetrapak di latte dal frigo, già aperto. Lo odora e dice: «Il latte è scaduto». D’altronde la data di scadenza sulla confezione recita “20 ottobre”, e noi siamo già a novembre.

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Tre scene dopo, ritroviamo Caden da un medico. Immaginiamo che siano trascorsi pochi giorni dalla scena in cucina, ma in realtà, come si evince da un calendario alle sue spalle, siamo già al marzo del 2006:

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In una seconda scena in cucina, che sembra avvenire poche settimane dopo la prima, Caden odora nuovamente il latte e dice che è scaduto. Quindi prende il quotidiano e scopriamo che è trascorso quasi un anno dall’inizio del film: è il 25 maggio del 2006:

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Sembra che Caden riceva il suo MacArthur pochi mesi dopo l’inizio del film. Ma la lettera con il finanziamento arriva quattro anni dopo il 2005, l’anno in cui è cominciato il film.

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Il fatto che Caden abbia perso la cognizione del tempo diventa lampante in questo dialogo con Hazel.

CADEN: Adele è soltanto in vacanza.
HAZEL: Non ti ha più chiamato da quando è partita. È passato un anno.
CADEN: Ma no, una settimana.
HAZEL: Ti comprerò un calendario.

Ma anche in questa conversazione con Maria a proposito di Olive, la figlia di Caden:

CADEN: Ha quattro anni! È una bambina di quattro anni, cazzo!
MARIA: Veramente ne ha più di undici anni, ormai.

C’è un parallelo tra la dimensione costruita da Caden attraverso i suoi ricordi e la biografia di Adele nel pannello informativo della mostra:

Adele Lack è nata nel 1965 a Lawton, nel West Virginia. Ricordando la sua infanzia, dice: «Lawton è una città di minatori. L’unica cosa artistica che ricordo di averci visto erano le tracce di carbone sulla maglietta di mio padre, ma bastarono perché rimanessi affascinata dall’idea di alcuni segni intrappolati su un tessuto, come tracce del mondo reale che  persistono sotto forma di ricordi».

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L’idea di una vita immaginaria ricostruita attraverso i ricordi si ripropone con il diario di Olive. Olive parte per Berlino quando ha quattro anni (la stessa età che aveva Horace Azpiazu quando scrisse Little Winky) dimenticando a casa il suo diario segreto. In qualche modo, però, le pagine di questo diario continuano a riempirsi col tempo, dando voce a Olive durante la sua crescita, fino all’adolescenza e poi oltre, nonché incarnando l’idea che Caden si è fatto di lei, quella di una ragazza che disprezza il padre. La prima pagina letta da Caden è scritta con una grafia incerta, infantile, e risale a prima che Olive partisse.

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Ma più si va avanti più il tono si fa maturo e quello che era un diario d’infanzia diventa altro, e ripercorre tutte le tappe della crescita di Olive.

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Caro Diario, quanto amo Maria! Lei è molto più del padre che Caden è mai stato, con il suo alcolismo, l’odore sgradevole del suo corpo e i suoi denti marci. Potevo solo detestarlo e forse compatirlo. Ma Maria!

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Caro Diario, oggi ho sentito del bagnato tra le gambe. Maria mi ha spiegato che ormai sono una donna. Ed essere una donna è meraviglioso, con Maria al mio fianco.

Il diario prosegue fino al giorno in cui Olive morirà:

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Caro Diario, ho paura di essere gravemente malata. Forse sono questi i momenti in cui si riflette sulle cose passate. Un vestito di quando ero piccola, un giacchetto verde. Una passeggiata con mio padre.

Qualcosa di simile, anche se meno esplicito, avviene con gli appunti lasciati da Adele nel suo nuovo appartamento, e che per decenni Caden immagina letti da lei e interrotti dai suoi colpi di tosse, quella stessa tosse persistente che Adele aveva all’inizio del film.

Un’altra prova che ci troviamo in una realtà immaginaria sono i cartoni animati che vengono mostrati in cucina e poi nella cantina. È significativo che Caden ne sia il protagonista. In uno di questi cartoni, vediamo Caden che si butta con un paracadute, finché il paracadute non si rompe e Caden finisce sott’acqua, dove viene prima corteggiato da tre sirene e poi ingoiato da un pesce. È plausibile che le tre sirene rappresentino le tre donne con cui Caden va a letto nell’arco del film: Claire, Hazel e Tammy.

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Anche il testo della canzoncina che accompagna il cartone è illuminante: «Non c’è davvero nulla da fare / Quando il paracadute non si apre / Cadi giù / Sempre più giù / Ti schianti / E muori / Forse qualcuno piangerà / Ma non la tua ex moglie». Un altro di questi cartoon mostra Caden seduto davanti a una carcassa in putrefazione, mentre uno sciacallo aspetta che muoia anche lui, un orologio fluttua nell’aria e Sammy Barnathan osserva la scena da dietro un albero, come d’altronde fa per buona parte del film.

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Anche qui, la strofa che accompagna la scena è didascalica: «Quando sei morto, non c’è più tempo. E il mondo è… ». In un altro cartone ancora, Caden e un agnello vengono guidati verso il recinto in cui il bestiame aspetta di essere macellato.

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Come sappiamo, l’agnello ha un forte valore simbolico nella tradizione cristiana, nella quale è il simbolo di dio o di un suo messaggero, ma è anche l’animale sacrificale per eccellenza. È un elemento che tornerà in seguito, con più significati.

Il film, in sostanza, parla di una “immagine residua”, di ciò che resta dei nostri ricordi dopo la morte, del modo in cui questi ricordi persistono e si espandono una volta in purgatorio, diventando tutt’altro e lasciando una traccia sempre più labile dell’evento che li ha originati. Una metafora dell’immagine residua potrebbe essere quel tenue dipinto evanescente che si vede sulla parete della cucina, e che ipotizziamo sia un bozzetto di Adele. È l’immagine di un uomo di spalle, con le mani dietro la schiena, che guarda davanti a sé, con un cane al suo fianco.

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Poco dopo, però, quest’immagine scompare (tra le due scene, apparentemente vicine, sono d’altronde trascorsi alcuni mesi).

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Il secondo agnello appare in modo simile: è dipinto su una parete della stanzetta di Olive, e lo vediamo mentre Caden legge il diario di sua figlia:

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Ecco un altro dettaglio che potrebbe provare la morte di Caden. La sua famiglia è composta da tre persone, Caden, Adele e Olive, e in tutto il film ritroviamo spesso triadi nelle quali manca un elemento. Ad esempio, nelle scene iniziali, vediamo due sagome di gufo incollate a una parete in cucina, ma se guardiamo bene noteremo l’alone di una terza sagoma mancante:

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Oppure in un dialogo tra Caden e Hazel, a metà del film, a proposito delle rispettive famiglie. Hazel adesso ha un marito e tre figli, ma dice “twins” (“gemelli”), e non “triplets” (“gemelli da parto trigemino”): anche qui uno degli elementi di un trio è stato omesso.

CADEN: I bambini?
HAZEL: Sì, credevo che lo sapessi.
CADEN: Quanti anni hanno?
HAZEL: Cinque. Sono gemelli. Robert, Daniel e Alan.

Il suicidio di Caden, non menzionato dal film, ha però un corrispettivo nel mondo immaginario da lui creato: a suicidarsi, infatti, è proprio Sammy, l’alter ego ombra di Caden, che dopo averlo visto baciare Hazel decide di buttarsi da una terrazza del set. Questo suicidio riprende quello tentato da Caden dopo aver visto Hazel con la sua nuova famiglia e aver capito quanto ne è ancora innamorato. Possiamo immaginare che siano state circostanze simili ad aver spinto Caden a suicidarsi, prima che iniziasse il film: la depressione generata dalla perdita di una famiglia.

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Da notare ciò che dice Caden subito dopo la morte di Sammy: «Io non mi sono buttato, Sammy. Mi hanno salvato prima che mi buttassi. Alzati! Non mi sono buttato». Guardando questa scena, mi chiedo se Caden parli con Sammy o con sé stesso, per negare il modo in cui ha posto fine alla propria vita. Un’altra ipotesi è che Caden si sia ucciso in bagno, magari sparandosi alla testa: in tal caso quest’ultimo ricordo si materializzerebbe nel mondo immaginario di Caden sotto forma della ferita che si procura alla fronte durante la rasatura…

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… ma torna anche con il personaggio di Claire, che si ferisce alla fronte durante le prove di Morte di un commesso viaggiatore:

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I ricordi di questo suicidio in bagno danno vita ad altre stranezze. L’appartamento di Adele, ad esempio, ha una planimetria anomala, con una doccia al centro della casa. Quando Caden si ritrova nell’appartamento l’acqua della doccia è sempre aperta, anche se nessuno è in casa, come se fosse stata abbandonata all’improvviso:

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Allo stesso modo, quando Caden arriva per la prima volta a casa di Adele vediamo un caffè appena fatto, ancora fumante: è il ricordo del caffè che lo aspettava a colazione la mattina in cui è morto:

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E ancora. La madre di Caden è morta in casa, forse vittima di una colluttazione con dei ladri, ma quando Caden vede che la stanza è ancora sporca di sangue ripensa probabilmente alla sua stessa morte:

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E quando lui e Tammy si ritrovano davanti alla disturbante scena del decesso il loro dialogo si rivela illuminante:

CADEN: Credevo che qualcuno avesse ripulito.
TAMMY: Chi?
CADEN: Non lo so, qualcuno.

Non è un caso se, per tutto il film, Caden insegue la sua redenzione pulendo ogni cosa.

IL MODO IN CUI CADEN VEDE IL MONDO

Tutto ciò che vediamo in Synecdoche è una visione distorta del mondo, una soggettiva dello sguardo di Caden su ciò che ha fatto parte della sua vita passata. Dopo il matrimonio le cose con Adele sono andate sempre peggio e Caden sogna di ritrovare una versione ormai perduta della moglie, precedente all’inizio dei loro problemi. Di tutte le donne del film, sua moglie, interpretata da un’attrice bella e giovanile come Catherine Keener, è l’unica ad apparire trascurata e apatica (almeno all’inizio):

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Caden ha un rapporto conflittuale con la moglie. Da un lato, vorrebbero entrambi che Adele tornasse a essere quella di un tempo e rifiutano ciò che è diventata, una creatura stanca e avvilita. Dall’altro, attraverso il punto di vista di Caden, Adele ci appare rude e antipatica: non va alla prima dello spettacolo, quando vi assiste non si unisce alla standing ovation e infine lo commenta in modo spietato. Eppure, quando scompare, Caden soffre profondamente per la sua mancanza. Adele ci appare però sgargiante nelle foto dell’articolo che il magazine Elle le ha dedicato, e sicuramente più gentile attraverso la nota che lascia alla fine del film.

Durante la terapia di coppia Adele esprime un pensiero straziante. Dice: «Ho fantasticato sulla morte di Caden. Poter ricominciare da capo, senza sensi di colpa». Potrebbe davvero trattarsi di ciò che prova Adele, ma credo che sia un riflesso di un desiderio di Caden. Non a caso, quando Adele e la figlia partono per Berlino, Caden si rifà una famiglia con una moglie molto più giovane. Meno comprensibile è l’attrazione di Adele per Maria: durante il film ci risultano entrambe antipatiche, acide e crudeli, ma non si fatica a capire che le stiamo guardando attraverso la lente deformante del punto di vista di Caden. A confermarlo, tra i tantissimi elementi, è il fatto che nel corso del film Maria comincia a parlare con accento tedesco. Un altro elemento è il fatto che la poesia letta all’inizio è di Rainer Maria Rilke, il cui secondo nome è stato scelto da Caden per “creare” questo personaggio.

Ciò che succede a Olive è invece l’incubo di un genitore che ha perso la patria potestà di un figlio. Olive diventa una spogliarellista tatuata e l’amante della compagna dell’ex moglie. Anche questa somiglia molto più a una proiezione pessimistica di Caden che a un’ipotesi verosimile. Da notare che la voce femminile dall’accento tedesco che parla alla radio, all’inizio del film, è la stessa della Olive adulta.

E ancora: man mano che il film procede si nota un elemento ricorrente: quasi tutte le donne, prima o poi, mostrano il seno o le gambe. Anche in questo caso, si tratta di un’ossessione di Caden.

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Quando Hazel invecchia le subentra una sostituta più giovane, Tammy, con la quale Caden finisce per andare a letto. Il dialogo che nasce dai due sembra scritto da Caden, è palesemente un suo desiderio realizzato. Tammy non ha problemi a mostrarsi nuda, né ad andare a letto con un uomo molto più vecchio. Non ci vengono dati elementi che spieghino perché accetti le attenzioni di Caden (anche se poi Tammy sosterrà di aver bevuto troppo la sera prima): d’altronde si tratta soltanto di un evento desiderato da Caden nel suo mondo di fantasia.

TAMMY: Tu dove dormi?
CADEN: Sul divano in salotto.
TAMMY: Perché non vieni a letto con me? È solo sesso.
CADEN: Va bene. Se per te va bene.

Le uniche eccezioni a questa visione sessualizzata del mondo sono Adele, Claire, Millicent ed Ellen. Di Adele abbiamo già detto; Claire ci viene proposta come una seguace, devota a una causa quasi religiosa (lo spettacolo, o l’arte in generale). Per quanto riguarda i personaggi di Millicent ed Ellen, va detto che sono le uniche donne abbastanza in là con gli anni affinché Caden non le consideri delle potenziali amanti. Ma se di queste due donne viene enfatizzato negativamente l’aspetto fisico, in altri casi lo sguardo deformante di Caden rivela anche le controindicazioni della bella presenza. Ciò avviene con la psicoterapeuta Madeline Gravis, una donna dallo stile deciso e delle belle gambe: Madeline usa scarpe con i tacchi che ne valorizzano le gambe, le cui cinghie sono però così strette da provocarle irritazioni e papule; questo dettaglio sembra sminuirne la filosofia semplicistica, sottolineando che dietro l’aspetto professionale, sicuro e rilassato della donna si cela una certa dose di dolore fisico.

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Contraltare della visione di Caden è il lavoro artistico di Adele. Mentre la pièce di Caden si espande all’infinito e mira a includere il mondo intero, la pittura di Adele tende all’estremamente piccolo. Caden è imprigionato nel suo solipsismo, nella sua ricostruzione (ed espansione) del passato, mentre la realtà soggiacente ai suoi ricordi continua a sbiadire.

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Una nota finale sul modo in cui la rappresentazione di queste donne è strettamente legata al punto di vista di Caden: il nome dell’hotel in cui Caden prova a suicidarsi, riprodotto in seguito anche nel set, è “The tethered maiden hotel” (“L’hotel della fanciulla vincolata”), e dubito che si tratti di un nome casuale.

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HAZEL E CLAIRE

Il tema principale del film è senza dubbio la morte, ma quasi altrettanto importante è la comprensione delle figure femminili, e del modo in cui gli uomini si rapportano alle donne. A parte Caden e Sammy, tutti gli altri ruoli principali sono femminili. Dopo che Adele è partita per Berlino, Caden si divide inizialmente tra due amanti: Hazel, che lavora al box office del teatro, e Claire, una delle attrici del suo spettacolo. Hazel e Claire vengono presentate in forte contrasto l’una con l’altra, entrambe ben caratterizzate e in modi opposti.

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Hazel è semplice, seduttiva e percepita sia da Claire che da Caden come una donna un po’ gretta, che a trentasei anni lavora ancora al box office di un teatro e che ha sentito parlare del Processo di Kafka solo di recente. Caden non farebbe fatica a instaurare una relazione con lei, ma se ne allontana perché Hazel appartiene a una classe sociale diversa, e perché non rispetta il suo lato femminile. Come già detto, nel film le donne espongono il seno o le gambe in modo poco spontaneo, incoerente al proprio personaggio, rivelando che queste nudità sono in realtà il desiderio di Caden. Eppure, regolarmente, Caden si tira indietro davanti al contatto vero e proprio, e finisce per sposare Claire, la più casta, almeno in apparenza, tra le donne da cui è attratto.

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Prendiamo Claire. In francese clair significa chiaro, e Claire è pallida e vuota, una tabula rasa, che all’inizio vive quindi la condizione ideale per diventare un’attrice di successo. Usa espressioni delle quali nemmeno lei conosce il significato. Non che ci sia qualcosa di sbagliato, ci sono sempre delle cose che non sappiamo, ma se Hazel ammette di non aver mai sentito parlare del Processo, Claire nega di non conoscere il significato di lapsus freudiano:

CLAIRE: È stato bello conoscerti. Che cosa ho detto? “Conoscerti”? Scusa. Quanto sono scema.
CADEN: Un piccolo lapsus, tutto qua.
CLAIRE: Ah, certo, sì. Un lapsus freudiano, vero?
CADEN: Non so cosa ci sia di freudiano.
CLAIRE: “Conoscerti”, sai, ha anche… un altro senso…
CADEN: Oh.

Forse la qualità che Caden apprezza di più in lei è quel tipo di devozione che provano i seguaci dei leader politici o religiosi, quelli che si fidano ciecamente delle capacità del loro guru:

CLAIRE: È geniale. È tutto. Cioè, è Karamazov.
[…]
CLAIRE: Sono così elettrizzata!
CADEN: Davvero? Perché?
CLAIRE: Perché penso che sia coraggioso. E perché sento che farò parte di una rivoluzione. Continuo a pensare ad Artaud, all’Ultimo nastro di Krapp, e poi a Grotowski, cose così.
CADEN: Io non so che sto facendo.
CLAIRE: È questa la boccata d’aria fresca! Sapere di non sapere è il primo fondamentale passo per arrivare a sapere. Capisci?

La relazione tra Caden e Claire nasce da una sovrapposizione di interessi diversi, è la relazione tipica che si può instaurare tra un regista e una bella attrice. Lui le dà la possibilità di ottenere un ruolo ambito, lei lo fa sentire più sicuro di sé, ora che ha al fianco una donna attraente che approva tutte le sue decisioni. Incoraggiato da Claire a portare avanti il suo folle progetto introspettivo, che mira a creare una copia esatta della sua vita (e di quella di chiunque ne faccia parte), Caden finisce per allontanarsi da tutti. Ma per uscire da questa sorta di purgatorio Caden deve percorrere una strada opposta, che lo porterà ad astrarsi dal proprio ego, ad abbandonarlo e a trasformarsi in Ellen Bascomb, la donna delle pulizie di Adele. Quando Caden sta ancora percorrendo la strada dell’introspezione, il film ci suggerisce in modo abbastanza esplicito che si tratta del percorso sbagliato mostrandoci il tatuaggio demoniaco sulla schiena di Claire:

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Al contrario di Claire, Hazel viene proposta come la compagna ideale di Caden. Sappiamo che, anche quando Caden è nell’inquadratura, tutto ciò che vediamo è il suo punto di vista. Ma a questa regola fa eccezione Hazel, l’unico personaggio a essere seguito dalla macchina da presa, in alcuni brevi momenti, anche quando Caden è fuori dalla scena. Questa particolarità potrebbe spingerci a pensare che Hazel non sia una delle tante creazioni di Caden, bensì un’altra anima in attesa di una redenzione. Va notato che, all’inizio del film, Hazel si trasferisce in una casa perennemente in fiamme, simbolo di un luogo in cui attendere la morte. C’è una battuta del dialogo con l’agente immobiliare che, a mio parere, è degna di nota:

HAZEL: Sono solo un po’ preoccupata all’idea di morire tra le fiamme.
AGENTE IMMOBILIARE: Non è facile decidere come si preferisce morire.

La possibilità di scegliere come morire non ha a che fare con la morte naturale, ma è una prerogativa del suicidio. Dopo Adele, Hazel è la donna dalla quale Caden è maggiormente attratto, ma la loro unione fisica viene rimandata a lungo, sempre più lontana dallo slancio erotico della giovinezza, fino a trasformarsi in un incontro di anime. Proprio il mattino dopo che quest’unione si è finalmente consumata, però, Hazel muore e Caden intraprende la sua trasformazione in Ellen Bascomb.

LA POESIA ALL’INIZIO DEL FILM

La poesia letta alla radio è Un giorno d’autunno di Rainer Maria Rilke, e la ripropongo qui per intero, nella traduzione di Giaime Pintor:

Signore: è tempo. Grande era l’arsura.
Deponi l’ombra sulle meridiane, libera il vento sopra la pianura.
Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno di tepore,
che il frutto giunga a maturare,
e spremi nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi non ha casa adesso, non l’avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli scrivere,
e incerto sulle vie tornare
dove nell’aria fluttuano le foglie.

Nel film viene citata soltanto la terza parte, che si attaglia perfettamente all’esistenza di Caden. È possibile che Caden si sia suicidato per il dolore dopo aver perso la sua famiglia in seguito a un divorzio. Nel mondo ricreato da Caden sua moglie è la creatura malefica che l’ha lasciato, e sua figlia finisce per fare la spogliarellista (come se questo destino fosse una conseguenza della loro separazione). Caden vaga da solo per la strada, ha una fitta corrispondenza immaginaria con la moglie assente, si ritrova spesso nel nuovo appartamento di lei, sempre vuoto, e lo tiene pulito. E a un certo punto lo vediamo in TV, subito dopo la pubblicità del Flurostatin, mentre vaga da solo per strada, già anziano, avvolto da una desolante foschia, come nella poesia di Rilke. Si potrebbe dire che è ciò che Caden fa per tutto il film: vaga senza posa in una condizione limbica, costruendosi intorno l’illusione di essere ancora vivo.

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I MEDICI

Il film parla spesso dell’incomunicabilità tra i vari personaggi, concentrandosi sull’incapacità di Caden di guardare al di fuori di se stesso. I momenti più rappresentativi di questo tema sono gli incontri con i tre medici che visitano Caden, tutti glaciali, sgarbati e incapaci di empatia proprio nel momento in cui Caden ne ha più bisogno, convinto com’è di essere sempre gravemente malato. Le malattie di Caden cominciano a susseguirsi dopo la scena dell’incidente in bagno, che potrebbe essere una proiezione sostitutiva del momento del suicidio. Il declino che si avvia da quel momento in poi è una sorta di implacabile processo entropico, nel quale il mondo insopportabile creato da Caden vacilla e scricchiola sempre di più, manifestando la propria instabilità attraverso i sintomi fisici di Caden.

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CADEN: Resterà la cicatrice?
DOTTORE 1: È probabile. Sembra un parafango.
CADEN: Preferirei non avere una cicatrice.
DOTTORE 1: Mi dà i nervi quello lì. Viene qui ogni settimana, puntuale come un orologio.

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CADEN: Grazie per avermi ricevuto. È stata la botta in testa?
DOTTORE 2: No. Potrebbe, ma secondo me è meglio che la veda un neurologo.
CADEN: Un neurologo?
DOTTORE 2: Un esperto del cervello.
CADEN: Sì, lo so cos’è un neurologo.
DOTTORE 2: Dal modo in cui me l’ha chiesto ho pensato che…
CADEN: Credevo che avesse detto “urologo”. Perché dovrei andare da un neurologo?
DOTTORE 2: Ha bisogno di una visita. Gli occhi fanno parte del cervello, in fondo.
CADEN: Be’, questo non è vero, no?
DOTTORE 2: Perché glielo direi se non fosse vero?
CADEN: Cioè, non mi sembra corretto.
DOTTORE 2: Moralmente non corretto, o nel senso di inesatto?
CADEN: Non so. Inesatto, credo…
DOTTORE 2: Interessante.

Il fraintendimento di Caden rivela la sua convinzione che i consigli dei medici siano del tutto arbitrari, ma anche, di volta in volta, quella che Caden crede essere la vera origine dei suoi disturbi. Quando si ferisce alla testa e il primo medico gli dice di farsi vedere da un oftalmologo, Caden capisce “neurologo”, ma quando è l’oftalmologo a suggerirgli di consultare un neurologo Caden capisce “urologo”, sia per l’assonanza, sia perché per tutto il film, tra le altre cose, soffre di problemi intestinali.

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DOTTORE 3: Ha avuto un attacco convulsivo.
CADEN: E che vuol dire?
DOTTORE 3: Sembra una forma di deterioramento sinaptico, di origine fungina. Le funzioni autonome vanno fuori controllo. Perderà la capacità di salivare, piangere, eccetera.
CADEN: È una cosa grave?
DOTTORE 3: Non sappiamo quanto. Però sì. La inseriremo in un programma di bio-feedback. Forse potrà passare, diciamo, a un controllo manuale.

Anche in questo caso, si può riscontrare un parallelo tra il modo in cui i medici trattano Caden e quello in cui Caden dà indicazioni ai suoi attori, sfoggiando perentorietà in quello che sembra un progetto senza fine.

SAMMY BARNATHAN

Quando Caden esce di casa, nei primi minuti del film, per andare a controllare la cassetta della posta, Sammy Barntham compare per la prima volta sullo sfondo (la prima di parecchie apparizioni). Dobbiamo però aspettare quasi un’ora di film prima di sentirlo parlare, durante il provino per interpretare lo stesso Caden, che Sammy ha seguito e osservato per oltre due decenni. Ci sono due cose importanti da rilevare su questo personaggio. Innanzitutto, Sammy non invecchia. All’inizio del film vediamo chiaramente che è anziano, calvo e affaticato, e che cammina con un bastone. Ci si aspetterebbe che muoia di morte naturale durante il film, ma Sammy rimane identico a se stesso, anche quando sono trascorsi vent’anni e intanto Caden ha perso i capelli e cammina ormai con un bastone, proprio come Sammy già vent’anni prima.

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Inoltre, Sammy è un deserto privo di punti di riferimento. È completamente vuoto, né spiega mai in alcun modo la sua ossessione per Caden. È una tabula rasa come Claire, ma portato all’estremo. Sammy è, come gli elementi sessuali del film, una proiezione di Caden, il suo desiderio narcisistico di essere osservato da qualcuno: Sammy, in un certo senso, è un altro Caden. Se manifesta un qualsiasi sentimento, quel sentimento appartiene già a Caden, è un’imitazione di un sentimento di Caden; non a caso, ciò che lo porta a suicidarsi è l’amore per Hazel, un sentimento che Sammy ha appunto “preso in prestito” da Caden. Sammy anticipa ciò che farà Caden, e se a un certo punto Caden diventa Ellen, allo stesso modo Sammy diventa Caden. Credo che in Sammy, come in Millicent, ci sia una componente divina, e che entrambi abbiano il compito di guidare Caden al di fuori del purgatorio. Sammy, in particolare, ha due qualità soprannaturali: come già detto, non invecchia mai, ma è anche capace di essere ovunque, tant’è che lo ritroviamo accanto a Caden a prescindere dalla location, e notiamo che non si fa scrupoli a essere visto. Una volta scritturato, è Sammy a spingere Caden affinché intraprenda il cammino che lo porterà a diventare Ellen. È lui a dargli l’indirizzo di Adele, perché l’unico modo che Caden ha per lasciare il purgatorio è abbandonare il proprio ego attraverso la trasformazione in Ellen. Questo è il dialogo della scena in cui Sammy dà a Caden l’indirizzo di Adele:

CADEN: Perché me lo stai dando?
SAMMY: Voglio seguirti fino a casa sua e vedere quanto riesci a perdere ancora di più te stesso. Per ricerca… sai, per la parte. Socio.

È sempre Sammy a far sì che Claire lasci Caden. Ed è lui a innamorarsi di Hazel, alimentando così la gelosia di Caden e spingendolo a dire a Hazel quanto sia importante per lui. Al contempo, se Hazel frequenta Sammy è soltanto per ottenere l’attenzione di Caden, come ammette lei stessa: «Non sarei mai dovuta uscire con Sammy. Cercavo solo di arrivare a te».

Un attimo prima di suicidarsi Sammy sente il bisogno di chiarire alcune cose. Mette in chiaro le difficoltà di Caden. Mette in chiaro persino ciò che provano gli altri. Suicidandosi, Sammy conquista anche il ruolo di agnello sacrificale, lo stesso già presente sulla parete della stanza di Olive e nei cartoni animati in TV, un sacrificio necessario a spingere Caden verso il suo obiettivo, ma anche a ricordargli la morte orribile che ha già subito.

SAMMY: Ti osservo da sempre, Caden. Ma tu non hai mai guardato nessuno, a parte te stesso. Perciò guarda me. Guarda il mio cuore che si spezza. Io che mi butto. E imparo che dopo la morte non c’è niente. Niente da osservare, niente da seguire, niente amore. Di’ addio a Hazel da parte mia. E diglielo anche da parte tua.

MADELINE GRAVIS E MILLICENT WEEMS

In questo purgatorio, Caden è guidato da due figure femminili: la sua terapista, Madeline Gravis, e un’attrice, Millicent Weems.

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Gravis propone a Caden una terapia di self-help, nella quale però Caden si concentra su se stesso piuttosto che sugli altri o sul mondo circostante. Questo solipsismo è ben rappresentato dall’immensa sovrastruttura del teatro, che non smette mai di espandersi nell’esasperante tentativo di includere tutti i dettagli della vita di Caden, che però non sono statici, ma si evolvono e moltiplicano all’infinito. Ne risulta un set colossale che, nonostante qualsiasi tentativo maniacale di perfezione, non riesce mai a rappresentare la realtà né le relazioni. Caden rimane infatti distante dalla sua seconda moglie, Claire, e lo stesso vale per gli altri attori, che per anni e anni rimangono in attesa delle sue direttive su come far evolvere la pièce. Ma Caden ha orecchie soltanto per se stesso, e si limita a parlare davanti ai suoi attori ad alta voce, senza davvero dialogare con loro. Più diventa ossessionato dal suo progetto di introspezione più il suo mondo somiglia a una dittatura, nella quale i cieli sono pattugliati da dirigibili e dei clown costringono i cittadini, alcuni dei quali indossano della maschere antigas, a salire su pullman con la scritta “FUNLAND” (“terra del divertimento”).

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Il solipsismo di Caden è anche il nostro, quello tipico della cultura occidentale. Mentre Caden soffre e combatte le sue nevrosi, la sua ex moglie ottiene successo e lo ostenta nel modo tipico della nostra epoca, tutta incentrata sulla celebrità. Adele è una pittrice, ma sul magazine Elle le viene dedicato un servizio da diva, nel quale la pittura viene proposta come un qualcosa di glamour, elitario, lontano dalla massa. «Sono in quella fase della mia vita in cui voglio essere circondata soltanto da gente allegra e in buona salute» dichiara Adele. Si tratta di una perfida frecciata contro Caden, ma rispecchia anche i vacui stereotipi sull’esclusività nei quali ci si può imbattere in una magazine di moda. Qualsiasi arte richiede tecnica e dedizione, ma le dichiarazioni di Adele sfatano l’idea popolare per la quale l’arte ha bisogno di ispirazione e profondità: «Quando guardo, vedo. E quando vedo, dipingo. È molto semplice». Anche qui viene attaccata la maniacalità artistica di Caden, alla cui opera d’arte interminabile e faraonica si contrappone, in modo radicale, quella funzionale e microscopica di Adele.

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Caden scrittura Millicent perché interpreti Ellen Bascomb, la donna delle pulizie di Adele. Ma Millicent, in qualche modo, si rivelerà una specie di angelo custode, come ci suggerisce il nome della ditta per cui lavora, la Angelic Day Spa.

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Nel corso del film Caden non presta alcuna attenzione alla maggior parte dei personaggi. Non che sia cattivo o burbero, né che la sua indifferenza abbia un qualcosa di ostile: Caden è semplicemente neutrale, come d’altronde la maggior parte di quelli che lo circondano e come, per certi versi, anche noi spettatori. Caden non è in cattiva fede né particolarmente egoista: vuole davvero bene alla figlia. Il suo egocentrismo è soltanto una proiezione esasperata del nostro, di quello di chiunque. Una delle prime scene del film mostra i tre membri della famiglia, Caden, Adele e Olive, ognuno perso nel proprio mondo. Prima di raggiungere il nuovo appartamento di Adele, a Caden viene chiesto di tenere una porta aperta, ma si rifiuta e in seguito nega di averlo fatto. Nell’ultima parte del film, Caden smette di pensare soltanto a se stesso e si trasforma in un personaggio completamente diverso. Abbandona il ruolo di regista e passa le redini della pièce a Millicent Weems, diventando un semplice attore e recitando la parte di Ellen Bascomb (inizialmente affidata a Millicent), la donna delle pulizie. «Mi è sempre piaciuto pulire», dice. E infatti già a metà film aveva avuto l’impulso irrefrenabile di pulire lo scantinato della sua vecchia casa, dove Adele dipingeva, rendendolo bianco e luminoso quanto il nuovo appartamento dell’ex moglie.

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Da un lato quest’ossessione per la pulizia è metaforica, e rappresenta la ricerca della sostanza sotto l’apparenza, dall’altro è un atto di umiltà, il tentativo di Caden di ridimensionarsi, di trasformarsi in una persona qualunque, di confondersi con la massa e di smetterla di guardarla dall’alto. Caden riuscirà nell’impresa, immedesimandosi e trasformandosi nel personaggio che interpreta, così come succede a certi attori. Ci vengono così proposti degli scorci sulla vita privata di Ellen Bascomb, una donna infelicemente sposata che convive con il ricordo struggente della madre tanto amata. Il ricordo di questa madre era già stato visto nella prima parte del film sotto forma di un spot televisivo di un medicinale per la cura del cancro, il Flurostatin:

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Lo stesso ricordo di questo picnic ci viene mostrato verso la fine del film in quanto ricordo d’infanzia di Ellen/Caden:

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Va notato che nella pubblicità del Flurostatin compariva anche Caden:

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L’atmosfera eccessivamente solare di questa pubblicità, che rispecchia lo sconclusionato ottimismo televisivo, è in netto contrasto con il dolore inevitabile che chiunque dovrà affrontare nel corso della vita.

Alla fine, Caden riesce a trascendere, che è ciò che ha provato a fare per tutto il film attraverso la sua pièce, come sosteneva in un dialogo con Hazel: «È l’amore… in tutto il suo scompiglio. E io voglio che tutti noi, al tempo stesso spettatori e attori, ci immergiamo in questo bagno collettivo. Il Mikvah, come lo chiamano gli ebrei. Visto che siamo tutti sulla stessa barca, in fin dei conti. Immersi tutti in fiumi di sangue mestruale e polluzioni notturne». La fusione di due persone, l’intrecciarsi di due generi sessuali in uno che è proprio del rapporto sessuale, era stata anticipata da Sammy durante il provino per ottenere il ruolo di Caden: «Perché non ho mai provato per nessuno quello che provo per te. E voglio scoparti fino a fonderci in una chimera, una bestia mitologica con pene e vagina fusi insieme per l’eternità, due paia di occhi fissi gli uni negli altri, e labbra che sempre si sfiorano. E un’unica voce che sussurra a se stessa». La stessa unione avviene tra Caden ed Ellen, anche se non è un’unione carnale, né comporta l’intimità ipotizzata da Sammy. Questa fusione porta Caden a guardare il mondo attraverso gli occhi di Ellen.

Lo vediamo abbandonare la sala d’attesa dell’edificio. Mentre vaga per la città riceve un messaggio da Millicent, che gli dà indicazioni attraverso un auricolare su come interpretare Ellen Bascomb. La frase «ti rendi conto di non essere speciale» non è detta con cattiveria, ma è soltanto una costatazione della condizione di chiunque:

Quel futuro eccitante e misterioso che una volta si apriva davanti a te ora è alle tue spalle, vissuto, compreso, deludente. Ti rendi conto che non sei speciale. Con fatica hai vissuto la tua vita e ora scivoli via da lei in silenzio. È l’esperienza di tutti. Di ogni individuo. Le specificità quasi non contano. Ognuno è tutti. Così tu sei Adele. Hazel. Claire. Olive. Sei Ellen. Tutte le sue misere tristezze sono le tue. Tutta la sua solitudine. Le sue mani rosse e gonfie. I suoi capelli grigi e stoppacciosi sono i tuoi. È ora che tu lo capisca. Cammina. Così come le persone che ti adorano smettono di adorarti, così come muoiono, passano oltre, vengono respinte, così come lasci decadere la tua bellezza, la tua giovinezza, lascia che il mondo ti dimentichi. Mentre riconosci la tua caducità, mentre cominci a perdere le tue caratteristiche una per una, mentre impari che non c’è nessuno che ti osserva, e che non c’è mai stato. Tu pensi soltanto a guidare, senza qualcuno che ti aspetti, senza una destinazione. Guidi e basta. Contando il tempo. Ora sei qui. Sono le 7.43. Ora sei qui. 7.44. Ora sei… andato.

È importante notare l’orario. Si sposta lentamente verso il secondo in cui Caden si è suicidato, lo stesso della sveglia della prima scena, e infine lo supera. Adesso Caden è pronto per abbandonare questo limbo. Su una parete un orologio disegnato con un gessetto indica l’orario: le 7.45.

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Camminando verso la fine, Caden supera alcune copie dei libri della Gravis, abbandonate per strada (sulla cui copertina la terapista è stata ritoccata con Photoshop per apparire inverosimilmente gioiosa).

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Caden si siede su un divano accanto all’attrice che interpreta la madre di Ellen. Arrivati a questo punto Caden è diventato Ellen in tutto e per tutto, ed è in quanto Ellen che pronuncia questa frase: «Io volevo farlo quel picnic con mia figlia. Sento di averti delusa terribilmente». Quindi poggia la testa sulla spalla dell’attrice come farebbe una figlia in cerca di conforto. Quest’istante vissuto come un’altra persona, e per di più donna, dà a Caden un’intuizione su come portare avanti la rappresentazione. Ma quest’intuizione gli permette anche di porvi fine per sempre, perché a questo punto la pièce non ha più alcun senso.

CADEN: Finalmente so come farlo. Ho un’idea. Credo che, se tutti…MILLICENT (all’auricolare): Muori.

Tutto ciò si ricollega a una precedente intuizione di Caden su come far evolvere la pièce, confidata a Hazel durante il funerale di Sammy: «Finalmente so come farlo. Ci sono quasi tredici milioni di persone nel mondo. Un numero incredibile di persone. E nessuna di quelle persone è una comparsa. Ognuno è protagonista della sua storia. E questo gli va riconosciuto». Ed è trasformandosi in una di queste comparse, e nello specifico in Ellen Bascomb, che Caden riesce ad abbandonare il suo purgatorio. Nell’istante in cui capisce che ogni comparsa ha una vita non meno complessa della sua, il protagonista diventa un personaggio tra tanti, indistinguibile nei titoli di coda.

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I muscoli del capitano: avvistamenti https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muscoli-del-capitano-avvistamenti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muscoli-del-capitano-avvistamenti/#comments Thu, 21 Jul 2016 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31621 Gli studenti dell’ottava edizione del master Il lavoro editoriale, organizzato dalla Scuola del libro, hanno concluso il loro percorso formativo con la diffusione di una antologia di racconti di giovani autori, selezionati in rete. Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro, disponibile qui in formato elettronico.

Le navi hanno un loro linguaggio privato, condiviso con chi le abita e chi le avvista. Solo in seguito elargito, ma senza troppa confidenza, a chi le costruisce. O agli armatori da soggiorno, che le riproducono per infilarle in una bottiglia.

È un linguaggio intimo, di legno e sopravvivenza, pensato per definire nella confusione: le prime vele, tirate sull’asta di prua, si chiamano fiocco, contro fiocco, gran fiocco e trinchettina; l’albero Maestro ha invece un velaccio, un contro velaccio, una gabbia volante, una gabbia fissa e una vela Maestra, la più bassa.

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Gli studenti dell’ottava edizione del master Il lavoro editoriale, organizzato dalla Scuola del libro, hanno concluso il loro percorso formativo con la diffusione di una antologia di racconti di giovani autori, selezionati in rete. Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro, disponibile qui in formato elettronico.

Le navi hanno un loro linguaggio privato, condiviso con chi le abita e chi le avvista. Solo in seguito elargito, ma senza troppa confidenza, a chi le costruisce. O agli armatori da soggiorno, che le riproducono per infilarle in una bottiglia.

È un linguaggio intimo, di legno e sopravvivenza, pensato per definire nella confusione: le prime vele, tirate sull’asta di prua, si chiamano fiocco, contro fiocco, gran fiocco e trinchettina; l’albero Maestro ha invece un velaccio, un contro velaccio, una gabbia volante, una gabbia fissa e una vela Maestra, la più bassa.

Ecco, prendete l’immagine di un brigantino e indicate uno, due pezzi a caso: più sembrano uguali, due vele identiche, più si differenzieranno i loro nomi. Perché diversa è la loro funzione nel vento della traversata.

È questa la verità su cui fa presa ogni ancora, comprese quelle che svettano sui muscoli di un capitano: l’unica forza di chi solca i mari consiste nella varietà delle parole che usa. Nessun oggetto, che sia di plastica o metano, è sprovvisto di un nome. L’unica cosa che a bordo si indica, e a gran voce, è la terra.

Ogni terra è un avvistamento e una speranza. L’inizio e la fine dello stesso viaggio. Gridare Terra! significa terminare la traversata e cominciare l’esplorazione. A cui segue spesso una battaglia e, se tutto va bene, un insediamento. Poi la colonia, il tesoro, le prove tecniche di usurpazione. Lo sappiamo già. Ce lo hanno insegnato Stevenson e Golding, calcando la mano sul fatto che ogni avvistamento costa fatica e interminabili navigazioni, a cui seguono altra fatica e qualche tragedia formativa. Una buona sintesi della pesca editoriale. Di quando, cioè, ci si imbatte (non proprio casualmente) nella storia e nello stile di qualcuno, e quella storia e quello stile ti fioriscono dentro. Basta essere mohicani solitari, con ancora un’idea di letteratura.

Questa raccolta è un’antologia di avvistamenti. Per i lettori è un consiglio, un faro puntato sulla narrativa italiana di oggi, piantato tra le riviste e la rete. Per noi che l’abbiamo curata, è quel tratto di mare che separa la nave attraccata dalla terra raggiunta. La fine di un viaggio e l’inizio di un altro. Ci abbiamo lavorato in dodici più due: gli studenti del master Il lavoro editoriale 2016 della Scuola del libro insieme a Marco Di Marco e Federica Antonacci, ammiragli.

I nostri capitani, invece, sono nove, tanti quanti i modi di gridare Terra! Si tuffano per davvero, come in È successo sott’acqua di Mauro Maraschi o Il Battesimo di Chiara Zingariello. E ne escono, se ne escono, mutati. A volte costringono il lettore a un’immersione, come Nel bosco degli Apus apus di Mariasole Ariot. Altre volte, richiedono un salvataggio: Giampaolo, protagonista di La casa era vuota, di Lorenzo Iervolino, e Greta in Interno sei, di Piera Costantino. Gli ultimi sono capitani sventurati, costretti a scelte ardimentose, che evitano, o forse puntano, gli iceberg degli affetti: Grande Slam, di Giorgio Specioso, La scelta, di Simone Quadri, I feel looooooooove, di Elena Ghiretti, e Il cuore non è una chiatta, di Mirfet Piccolo.

Il nostro mare, invece, sono state le realtà culturali che si accostano, in rete, alle più classiche riviste: Colla, Nazione Indiana, ‘tina, Il Paradiso degli Orchi, Sundays Storytelling. Le abbiamo navigate con passione, avvistando spesso e attraccando raramente. Dando nomi alle molte vele e a qualche albero di troppo, su un’imbarcazione costruita in fretta, ma già degna di quei venti che non entrano nelle bottiglie. E consapevoli che le terre, pure impossibili da conquistare, vanno avvistate e festeggiate. Tutte.

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Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh https://minimaetmoralia.it/estratti/verso-plutone-giordano-meacci-racconta-clyde-tombaugh/ https://minimaetmoralia.it/estratti/verso-plutone-giordano-meacci-racconta-clyde-tombaugh/#comments Tue, 14 Jul 2015 05:59:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27797 Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte. Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio.

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Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

«[…] E fu proprio fidandosi delle intuizioni di Lowell che Clyde Tombaugh
scoprì il pianeta che avrebbe poi battezzato Plutone. Il 18 febbraio del 1930.
A soli ventiquattro anni; e a sei mesi dal suo arrivo all’Osservatorio di Flagstaff […]
J.A. O’Keats, Pluto, The Mythe, Boston NMD Press, 2010
(tr. it. T. Boni, Nel mito di Plutone, Siena, Cto ed., 2012 )

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997),  fascicolo #I.1.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio. O i bioccoli lanosi, che si staccano dalle barbe di filo dei cartocci: tutta questa pianura che gli si appiattisce lungo la camicia, segue la piega dei calzoni e gli sbandiera la stoffa fischiando attraverso il tessuto, sembra la voce in falsetto di una qualche terrapiatta lontanissima. Un contadino controcielo: è così che si pensa, mentre guarda. E intanto resta in attesa, l’indaco che s’aggruma assecondando lo sventolìo delle nuvole: e in tutto questo il vento, che insiste, e insiste. Un pensiero fisso che ora gl’impedisce di guardare, svirgola di elettricità i capelli tagliati a spazzola e rassomiglia la sua testa all’ordine angolare dei campi. Si struscia l’unghia del pollice destro sulla guancia, muove gli scarponi sciabattando sulle zolle scoperte. Gli occhi tornano fissi sull’erpice, come fossero mesmerizzati da una forza aristotelica e rugginosa abbarbicata alle lame.

1/13.

All’improvviso, con la coda dell’occhio – sta’ attento, sta’ attento alla signora, la signora grassa che non ti faceva passare, prima, in metropolitana – con la coda dell’occhio (un rettile, un serpente che sbuca all’improvviso da una cesta, un canestro nella testa, una testa di vìmini, la coda nell’occhio, il veleno ― o cosa? Se solo riuscisse a capirlo mentre accade, quello che accade), con la coda dell’occhio avverte la folla – non è una folla: più (ora guarda) una decina di persone. Dieci – le conta: sette poi la signora grassa, che ora cerca di attraversare il cerchio – è un cerchio, decisamente, sei sette persone più quell’altro, si avvicina sulla sinistra – è in ritardo più di quanto pensasse, la signora grassa strattona il bassotto a pelo lungo che la precede ― poi la segue, s’intreccia alle gambe, da sotto il ginocchio le due gambe spuntano dalla gonna marrone (sono rifiniture, si chiede, dorate? Sono piccoli ghirigori dorati quelli che accompagnano l’orlo della gonna ― ora che arrivano altre persone, accanto al cerchio, si chiede: sono dorati?). «L’abbiamo trovato già qui, così», dice la vigilessa, il cappellino d’ordinanza come la vecchia bustina di suo zio quando tornava dal militare, si diceva dal militare, allora, però più larga, sicuramente, di qualche misura più grande, lui adesso è lì, con la ventiquattr’ore di pelle morbida, la cintura che gli scava la spalla costringendo il trapezio a un formicolìo sospetto e rosso, gli sembra di indovinare il colore del formicolìo, rosso, e la cravatta jacquard che suda con lui, sotto il mento, ora che s’è fermato del tutto e fissa lo sciame, una pozzanghera orocupo che si slarga bisbigliando sul lastricato della piazza.

La massa brulicante delle api si muove sulle zampe girando in tondo, una danza minuscola che s’avvòltola su sé stessa e intanto vòrtica minuscoli, innumerevoli otto a forma di ape, una massa circolare che sembra pulsare ai bordi, altre api che stazionano in volo a pochi centimetri da terra, tutte ammassate e fluttuanti quasi fossero un unico corpo fatto di centinaia di cellule senzienti. Se morissero le api, si ricorda, se morissero le api, l’umanità avrebbe solo quattro anni.

I vigili allargano il nugolo di curiosi verso l’esterno: anche lui; e la donna grassa e il suo bassotto, che ora lo guarda negli occhi e gli sorride, deve avere qualcosa che non va ai capelli, ora che li nota sotto la veletta, sparsi appena più in basso delle tempie in ciocche grigionere ancora più sfoltite dal sudore. Com’era la domanda che gli toglieva il sonno, da bambino, quanti minuti – le api che delimitano il cerchio, ronzando, sembrano aeroplani millesimali alle prese con impossibilità infinite di atterraggio, sembrano tutte presidiare il fantasma inguardabile della loro regina morta – quanti minuti ci restano se si spegne il Sole? L’aveva letto, c’era stato un tempo – prima di questo ritardo inverosimile, prima di questa stazione senzasenso davanti a una pozzanghera di api in piazza di Spagna, c’era stato un tempo in cui sapeva, in via del tutto ipotetica, s’intende (lo studio della natura si avvale del fiato grosso e corto delle approssimazioni), per quanti minuti non ci saremmo accorti della fine del Sole, sapeva il tempo esatto in cui viaggia la luce dal Sole fino a terra. Fino al centro pigro delle api.

Sente lo snap inconfondibile della cintura che si sgancia strappandosi dall’anello di ferro, la ventiquattr’ore che cade a terra, la cintura che svirgola verso l’alto trasformandosi nell’asso di spade delle napoletane.

Vede l’anello rimbalzare a terra e ne sente il suono lucido rincorrere un qualche spazio inerziale mai conosciuto, fino a spegnersi, ellittico e ossessivo, a pochi centimetri dal cerchio. Non riesce a gettare via l’impressione di assedio che gli rimanda indietro la pozzanghera di api, ora che la fissa senza risolversi di recuperare l’anello.

2/13.

Resta così, padre Castelli, gli occhi irrisolti tra la pagina e il cielo sopra il lago. Le onde sbalzate delle colline, la finestra aperta e il balcone, a strapiombo sull’ovale d’acqua nera che scintilla. Se ne rende conto per un momento, un balenìo indistinto che illumina parti del cervello forse mai irrorate da anni, una cantina buia in cui sono nascoste le bottiglie di vino pregiate dell’immaginazione: la polvere a rinfrancarne i colli come perline di stelle lasciate fuoriluce per eoni di eternità invecchiate.

Appoggia la penna accanto al foglio e pensa davvero – eccolo il foro nell’orizzonte scuro e terso del buio, oltre le costole dei digradi vulcanici del lago, di là dai suoi cenni di memoria sfocata – riesce a pensare davvero che la natura umani partecipi semplicemente, della luce, ma è solo un attimo di blaterìo cosmico, una rivelazione persa ai punti che sùbito si sfilaccia e torna su, lontanissima. A nascondersi tra le pieghe orizzontali delle notti infinite delle ultime galassie. Si alza dalla scrivania, sgranchendo con piccoli ticchettii le sue ossa di quasi settantenne; sposta la sedia via da sé, s’affaccia sulla soglia della portafinestra avvolto per un attimo dai mantelli di stoffa delle tende, leggere e ineludibili come il vestito d’estate di un qualsiasi spiritosanto in agguato.

Un tempo riconoscevo Cassiopea. E Orione. Si dice. E si parla di quando era ancora in grado di leggere i punti nel cielo come tracce inequivoche. Di quando era bambino, e la notte arrivava con il sonno solo alla fine di una lunga veglia fumosa fatta di tempo e di condanne, l’idea inaccettabile dell’eternità e del tormento fuse insieme in un’agonia inesausta. E insopportabile.

Ma questo prima. Si dice. Prima del villaggio di Asham-phin e del Bambino. Prima della Tanzania e dell’isola di Mafia. Prima del suo incontro con tutte le forme di lontananza in grado di sradicarlo per sempre da qui e dal lago. Si accorge, padre Castelli, di quanto tempo è passato da quando le pagine sulla scrivania gli raccontavano davvero della notte sul lago: proprio ora, davanti a questa notte appesa sulle colline, e sull’Osservatorio, come fosse la carta stagnola arricciata di un presepe d’agosto.

Mi volgo con questo mio canto a trarre dall’universo le arti
arcane, le stelle conscie del destino che variano
i differenti casi degli uomini, attivo effetto della ragione
celeste, e a sollecitare per primo con parola inaudita
l’Elicona e le sue selve, trepide nelle verdi cime,
peregrine offerte non evocate innanzi da alcuno.
Manilio, Astronomica, I.1-6
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica),
a cura di S. Feraboli, E. Flores e R. Scarcia,
Mondadori-Lorenzo Valla, vol. I – Libri I-II, 1996;
vol. II – Libri III-IV, 2001)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.4.

Ancora non lo sa, ma la lettera è arrivata. Si lascia annegare di sole, sdraiato e a occhi chiusi nello spiazzo terroso dei McGill, a cinquanta metri dal finestrone sbarrato del silos. Gli piace sentire la vampata lucida del sole di agosto sulle guance, e sul collo, mentre il grammofono dei McGill lancia nell’aria secca del pomeriggio Keep the sunny side of Life. Gli strimpellìi a tempo arrotondano The Carter Family tutt’intorno, un doppio fuoco ellittico che gli si avvolge addosso come una stringa di chitarra, There’s a dark and a troubled side of life… There’s a bright and a sunny side, too… Though we meet with the darkness and strife… The sunny side we also may view… Canticchia mugugnando insieme con l’ekophon dei McGill, mentre suo padre e sua madre, a casa, aprono insieme la lettera che hanno tenuto nascosta per tutta la mattina. Viene dall’Arizona, dall’Osservatorio Lowell di Flagstaff. Mentre leggono, quasi la telepatia tra i Tombaugh si concentri sull’argento ottagonale della tromba, il loro unico figlio sta pensando proprio agli schizzi che ha spedito al dottor Vesto Melvin Slipher: precisamente la firma che il signore e la signora Tombaugh stanno compitando, lettera su lettera, nella cucina di casa, il cane addormentato sul patio come nei migliori incubi di Norman Rockwell, la firma che segue la lettera entusiasta in cui il dottor Slipher di Flagstaff, Arizona, ha molto apprezzato gli schizzi astronomici di loro figlio Clyde, e intanto Clyde sta annuendo, annuendo alla famiglia Carter che rimarca keep on the sunny side, always on the sunny side, mentre nella lettera il dottor Slipher lo invita a Flagstaff, a continuare i suoi lavori in Arizona, all’Osservatorio, il posto più vicino al cielo in tutti gli Stati Uniti, si dice Clyde.

Ci ha messo tre anni, tre anni prima, per perfezionare il telescopio: e ogni notte è come levitare nel buio, si dice, come se si lasciasse tutti i soli alle spalle per calcolarne la corsa segreta mentre non li guarda. Per un momento s’impossessa di lui il terrore che il dottor Slipher non lo prenda neanche in considerazione, mai: mai in questa vita, mentre sua madre ripiega la lettera da Flagstaff e guarda il signor Tombaugh con una paura mista a orgoglio di cui non saprebbe trovare una giustificazione conosciuta. Mentre Henry McGill rimette il disco per l’ennesima volta, dentro casa, Clyde ha il giusto tempo per rendersi conto che il mondo è bellissimo e luminoso, e che il futuro gli si prepara davanti lucente e fatato come i mattoni gialli nella Terra di Oz. E non solo a lui, è questo che lo allaga di sole, non solo a lui, a tutti, in quest’estate lunghissima e calda del 1929. C’è solo lui e il cielo del pomeriggio, a testimoniarne l’infinita bellezza: e potrebbe già bastare così.

3/13.

Senza per questo costringersi a confessarlo, Gaetano sa per certo che quello che sta facendo non è bene. Con tutta la gradazione di grigi che s’attorcigliano intorno ai concetti fumosi di bene e di male, naturalmente. Se solo fosse capace di formulare esattamente il pensiero, lo farebbe. Ma questo vorrebbe dire chiedere troppo ai suoi non-ancora sette anni. Di là dalle sue pretese di genialità furente, Gaetano Torrisi ha sei anni, otto mesi e un giorno. E solo di due giorni più vecchio è Stefano, davanti a lui.

Sul cornicione. Gaetano mette i piedi in fila indiana, tallone su punta e poi ancora tallone e punta e tallone, piano, costringendo l’arco dei malleoli a una curvatura stretta che gli tenga il corpo protetto dal bordo del cornicione. Stefano ogni tanto si volta per ridergli addosso: gli occhi gli s’incoronano di un brillòre scuro che sembra sudato, da quanto è intenso. Sudato, si dice Gaetano le poche volte che riesce a vincere il suo terrore per le vertigini e a seguire i sorrisi dell’amico. Sullo spigolo assoluto del palazzo – così Stefano gliel’ha indicato, da basso, quando gli ha proposto di rubare le chiavi del terrazzo, arrampicarsi sulla scaletta esterna arrugginita e percorrere il cornicione fino all’ultimo tratto possibile, fino allo spigolo assoluto del palazzo – Stefano si appoggia al muro scorticato del rinforzo. Si volta, aspetta gli ultimi cinque passi di Gaetano. Gaetano respira forte imponendosi di non guardare alla sua sinistra. Dopo l’ultimo schiaffo di gomma del tallone, Stefano lo ferma tenendolo per la maglietta. Con infinita cautela Gaetano gli si fa addosso: sempre tenuto e rincuorato dalla stretta del compagno sulla mezzamanica di cotone. A pochi centimetri dal suo naso, Stefano ride la sua vittoria momentanea e struggente, il fiato che gli sa di caramello e fragola, le mandibole che masticano a vuoto tutta la sorpresa indimenticabile dell’abisso. Gaetano prova a sbirciare oltre l’iperbole collo-spalla di Stefano, pensa a Stefano dal basso, l’indice puntato sullo spigolo assoluto.

«Perché?» gli ha chiesto Gaetano, mentre seguiva il tracciato del cornicione da un punto all’altro. «Per guardare giù».

4/13.

Anche perché quando lui le ha domandato, serio, «Allora… Che ne pensi dell’Ecclesiaste?» e lei ha allargato un po’ le narici, preparandosi, e… in qualche modo ha serrato le guance con una smorfia trattenuta ― sai come fa sempre, no?… e – lei gli ha risposto «Be’, nulla di nuovo sotto il Sole…», e lui l’ha guardata, sempre molto serio, come chi si aspetti una spiegazione, no?… quantomeno, che ne so, la prosecuzione di un qualche discorso articolato… è stato allora che lei ha capito.

Tu Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli
celesti dèi: ma nell’inferno per gli ministri del rigoroso et implacabile Plutone.
Giordano Bruno, Spaccio de la Bestia trionfante, III.1
(da Giordano Bruno, Opere italiane2, testi critici di G.Aquilecchia,
coordinamento generale di N. Ordine, Torino, Utet, 2002, p. 334)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.7.

Riesce a immaginarselo per un po’, ma non ci crede: e allora tutte le immagini sfumano, perdono senso come se si rifiutassero di essere guardate. Lui si accorge di capire davvero, per la prima volta, il racconto del pastore Johnson su san Tommaso, il gesto di un braccio che si avvicina e che gli ha tolto il sonno per mesi, da ragazzo, la necessità curiosa e instancabilmente umana di infilare il dito nel taglio sul palmo, e sul polso. È quello che fa da venti minuti, rischiando stimmate di acido tra l’indice e il medio della mano destra: continua a strusciare e a sottolineare d’aria le quattro figure in sequenza, incapace di rovinare le lastre appena sviluppate.

Non ci crede. È la quarta volta che confronta le due immagini, immobile per quel che può, le piante dei piedi infisse nel pavimento di marmo: non vuole lasciarsi suggestionare, l’ha già visto succedere anche troppe volte: si trova quello che non c’è per l’eccessivo desiderio di vedersi esauditi. Il fantasma che strizza gli occhi di fumo da dietro la tenda, il barbaglio di luce che ci regala una sagoma inesistente sulla parete, il rossore sotto l’ascella che s’è affievolito in rosa e sbiadisce il pericolo, il foro piccolissimo del proiettile prima di rovesciare il ferito sulla schiena: si recita un rosario di scenari possibili senza neppure nominarli: sono frammenti di libro, ricordi sgranati, tutte storie passate di altri che gli tagliano la testa in due e gliela riempiono di attesa. Qui no, qui sì. Qui non c’era. Adesso c’è. Esattamente dove Lowell pensava che fosse.

Fa il conto del tempo che è ospite dell’Osservatorio, e del dottor Slipher. Pensa che la sua nuova casa ha lo stesso nome dello spettro che gli ha preparato i compiti e gli ha suggerito la soluzione. Ma pensa anche che la soluzione era davanti e ci sono voluti i suoi, di occhi; e gli occhiali a forma di macchina che s’è inventato per fotografarla, la soluzione. Queste mani da contadino, si dice – e vede suo padre – che hanno forgiato e montato lente su lente per catturarla, la soluzione. Si sente come un ragazzino delle medie che si è appena accorto di aver trovato un errore sulla lavagna, proprio alla fine del gessetto del professore. E non ci crede. Ha paura di aver visto troppo presto l’inizio di quando dovrà cominciare a cavarsela da sé, davanti a tutti i rettangoli bui di tutte le lavagne del mondo.

5/13.

A una a una, le avrebbe uccise tutte. Per ora si limitava a riempire la vaschetta dell’acqua, lasciandole lamentarsi per la fame e il recinto asfittico del carcere. Anche se, probabilmente, nella loro percezione fame e carcere erano un’unica fine del mondo come lo conoscevano trasformata in dolore. Più di tutto lo affascinava il senso di presente assoluto con cui travestivano la sofferenza, l’incapacità animalesca di rendersi conto della durata del tempo che gli avrebbe portato via. Quello, e il profitto della caccia. La perizia con cui aveva disseminato le tagliole nei boschi appena sotto le colline di Piancaldo. Ognuna con una sua storia ferrosa e i racconti degl’incroci tra gli stradelli che gli aveva segnato suo padre, prima di morire in Russia. Sei tagliole preparate, cinque volpi. Una sola trovata morta dissanguata: ma questo per colpa della Lina che l’aveva costretto a stare a casa, la notte di martedì; e che anche per questo l’avrebbe pagata, a tempo débito: per non essersi tenuta un marito e per avergli fatto morire una delle volpi, la tagliola a incastrargli carne e sangue fino sotto il collo, uno dei cani dei Marenti che forse, se l’era solo immaginato ma non poteva chiederlo: non poteva andare dai Marenti a chiedergli: per questo pensava forse, uno dei cani dei Marenti ne aveva approfittato, per come l’aveva trovata, dietro al querceto di Villavecchia, appena sotto la fattoria di Antonio Marenti, il figlio del prete. E ora erano quattro, le volpi da guernàre. Quattro. Le avrebbe uccise tutte, una dopo l’altra, appena finita la raccolta, completate tutte le tagliole. Ora bastava tenerle affamate e non far parlare la Lina. Se lo dice e intanto si accorge del lucchetto, sul portoncino di grata, qualcuno deve aver smosso il lucchetto, si accorge.

6/13.

 Sto precipitando, no: non è proprio precipitare. Sono inghiottito dalla forza di gravità sempre più in fretta. Nemmeno. Cancella. Poi riscrive. Sento di avere bisogno di precipitare. L’accelerazione gravitazionale, quant’era? No. Di più.

Il cursore indietreggia lampeggiando portandosi via tutte le frasi fino a Sento. È da lì che riparte. Sento – corsivo – che sto per chiudermi in un cono d’ombra a precipizio. Com’era la questione del digradare verso il basso? Digradare e digredire (per quello che significa). Digradare e cadere. La caduta di Lucifero. Lucifero che cade e la terra indietreggia davanti a lui, un abisso nemmeno Lucifero fosse il cursore a ritroso del pianeta, un crollo verticale: altro che la Stella del Mattino – che detta così ormai sembra un biscotto, o una merendina. Lucifero apparirebbe magari brutale, e troppo violenta l’identificazione tra la colazione e il diavolo; e invece ‘stella del mattino’ dà l’idea di un’alba candita, di una qualche perfezione dolciastra e augurale. Cancella di nuovo fino a sento portandosi via il bàratro e il demonio. Poi gli s’impianta nella rètina di dentro un’immagine antica, inverosimilmente seppiata, di suo padre alla stazione, i vent’anni che non gli ha mai conosciuto. Una valigia rattoppata che sembra esplodere ai fianchi come una donna rancorosa nei film di Chaplin. È suo padre alla stazione Termini in un viaggio di parecchi anni prima che nascesse, quando i capelli di suo padre erano ancora neri, ed elettrici di futuro; quando ancora non c’erano baffi brizzolati, e una stempiatura evidente, e tutti i ricordi del ritorno. È suo padre prima che lo conoscesse, prima che conoscesse il mondo, suo padre che punta alle Alpi come a una scogliera del tempo, in un mattino che non l’ha mai previsto, un’alba antica che può solo immaginare, il cursore che lampeggia poggiato sullo schermo appena dopo sento. È indeciso se cancellare e ricominciare o se continuare dalla pausa dopo la –o.

Come la voce di chi parla viene meno e svanisce, quando si interrompe, così, se il Padre celeste si arrestasse nel proferire il suo Verbo, l’effetto del Verbo, cioè l’universo creato, non sussisterebbe. La fondazione e la conservazione dell’essere nell’universo creato è, dunque, la parola del Dio Padre, cioè l’eterna e immutabile generazione del Verbo.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni,
a cura di Marta Cristiani, Milano, Mondadori-Valla, 1987, p. 53)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.10.

Anche perché, se si metteva a pensare con il rigore che il ricordo e l’impaccio pretendevano, quelli erano i momenti in cui si rendeva conto di non essere mai davvero andato via da Streator. Sulla “Collina di Marte”, davanti alla tomba di Percival Lowell, la notte trapezoidale dell’Arizona a scavargli di buio le spalle e la schiena.

Signor Lowell l’abbiamo trovato, gli dice. Era proprio dove diceva lei, tra le grandinate di Nettuno: e sorride. Pensa a cosa potrebbe rispondergli, il dottor Lowell, dalla noia quieta e abissale della terra dei morti; e per sottrarsi al sorriso continua a parlargli. Il dottor Slipher sembrava quasi seccato, la sesta volta che abbiamo ricontrollato le lastre. Finché non ne è stato convinto del tutto, continuava a chiamarla per nome e a dire quanto sarebbe stato contento, dottor Lowell, di essere qui.

Struscia con la scarpa sulla terra pastosa intorno al marmo della lapide, è un colloquio timido e di sbieco, quello che sta venendo fuori. Il suo pianeta, dottor Lowell. Alla fine glielo dice. Io l’ho visto. Alla fine del sistema solare, dottor Lowell. È minuscolo. E bellissimo, mi pare. Si corregge, sentendosi stupido, e totalmente inadeguato – come quando ha scambiato un pennacchio di fumo dalla famiglia dei Richards in un cenno di uragano. C’era davvero, volevo dirglielo. L’ho visto.

Si accorge di tenere il cappello tra le mani come se fosse davvero a un funerale; o a una qualche veglia funebre in ritardo di anni, lui fermo sulla porta mentre i famigliari, dentro, invecchiati, gli spiegano sorpresi che no, il dottor Lowell non è più con noi, da – Da quando, Terry? Saranno quattordici anni, ormai. Volevo dirglielo di persona. Le luci dell’Osservatorio, più in basso, sfrigolano a intermittenza in una sorta di cifrario morse dislessico. Non dice al dottor Lowell che hanno pensato di chiamarlo Plutone, il pianeta minuscolo e bellissimo che ha visto. Che ci hanno pensato, lui e il dottor Slipher, attingendo al pozzo consonantico delle sue iniziali. Sarebbe indelicato, per lui che ormai ci vive, nella terra dei morti, spiegargli che hanno pensato alla fine del sistema solare, battezzandolo, a quel laggiù dove c’è l’inferno diffuso e ghiacciato del silenzio; dove la voce bianca di Dio fatica ad arrivare.

7/13.

«Rivoluzionarie non sono le parole, è il gesto». Così dirà, ne è sicuro.

La folla intorno rumoreggia come durante una partita di baseball, o di calcio. Curioso come non riesca a dare un’immagine certa al paragone che si cerca intorno. O non sarà meglio il contrario? Alza un braccio lasciando intravedere il cinturino di cuoio dell’orologio d’oro, le dita della mano si aprono e si chiudono in un segno balbettante che però amplifica, e diffonde, le grida irrefrenate delle migliaia di persone che infestano la piazza. Infestare è una parola che gli è venuta su direttamente dallo stomaco; e l’ha schizzato di succhi gastrici e fango proprio mentre cercava di ricacciarla indietro. Infestare riguarda i dèmoni alle prese con gli uomini, le case maledette nei racconti gotici dell’Ottocento: e invece questo è il suo popolo acclamante; e il suo mondo. Non sarà meglio il contrario? Gli sìbila ancora tra la nuca e l’orecchio un qualche fiato povero del cervello, un resto di dubbio che gli s’è aggrappato tra la gola e i denti, mentre sale le scale del palco, tutto un intero popolo – che è poi il suo e il suo stesso mondo – che scandisce il suo nome: e lo fa così tante volte da fargli perdere qualsiasi significato, non c’è più lui dietro quei suoni, e allora non sarà vero il contrario, «rivoluzionario non è il gesto, sono le parole», sorride dal palco e ancora non sa, neppure lui, cosa sentiranno le orecchie del suo popolo, cosa si sentirà dire. Forse è di questo che muoiono gli uomini; pensa alle ultime parole del suo nemico migliore, quando si è lasciato affondare sul cuscino, tra i lumi gialli delle flebo e il riverbero delle luci lampeggianti sui vetri affumicati, dietro le stecche rumorose delle veneziane.

Che se questo avvistamento non s’afferra con esattezza di calcolo,
crollano i capisaldi della scienza e non s’armonizza l’assieme;
erronei infatti i cardini, da cui ogni cosa dipende,
falsa il cielo la sua fisionomia né si delimita l’attimo natale
e variano le stelle, deviate dallo svariare della casa.
Manilio, Astronomica, III.206-10
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica), cit.)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.2

Adesso questo ruolo dell’uomo dei razzi proprio non mi riesce di… No, davvero. Forse sono gli anni, ma il comportamento di Slipher non… No, lasciami finire. Non è stato corretto, proprio no.

I fondi. Ti pare che al Lowell manchino i fondi?… … Di’ piuttosto che non mi vuole più là. Solo che ― Approfittare della guerra, dico. Della guerra… Per cacciarmi dal Lowell, dopo tutti questi anni. E ora… E lo so, non ridere… Lo so. Ora qui, a sparare razzi… A costruire archi e volte nell’aria per… Non me lo ricordare, ti prego. Proprio no.

8/13.

Sa quello che fa, sta spazzando le foglie secche accumulandole contro il marciapiede. Sa, quello che fa: e sa che adesso arriveranno Enrico e Maurizio con il furgoncino, lo aiuteranno a rimestare le foglie in un unico macero per poi raccoglierlo, brinoso e marcito com’è, in grandi sacchi neri da trasporto. Sa quello che fa, quando stamattina Letizia gli ha detto io davvero non lo so, gli ha detto, non sono sicura, gli ha detto, lui le ha sorriso prendendo tempo e intanto è esplosa una parte di lui che non è ancora riuscito a recuperare, avverte solo pezzi di sé che gli si sfaldano ancora addosso e che lui deve solo proteggere, deve solo prendere tempo e portarli con sé quel tanto che basta per riattaccarseli addosso, lui lo sa, come fossero un dito o una mano da tenere nel ghiaccio finché non si arriva all’ospedale. Lui sa quello che fa, gli ha detto, adesso si sta premurando di pressare le foglie, mentre le accatasta con il grosso rastrello a rebbi larghi, se è tuo, fa cenno a Enrico, mentre parcheggia il furgoncino sull’altro lato di via Sermonti. Sa quello che fa, anche stamattina quando lei gli ha detto, davvero non lo so, non sono sicura, lui adesso pressa le foglie lasciando che l’aria s’impregni di un odore rappreso che è lo stesso di un lontanissimo ottobre di tanti anni prima, lo stesso di tutti gli autunni, solo alle volte cambiato di segno, a seconda di come s’affaccino al tempo i cali di luce e le promesse di futuro. Lui sa quello che fa, anche ora, anche stamattina quando Letizia gli ha detto io davvero non lo so, io non sono sicura, lui fa un cenno a Maurizio, che gli tiene aperto il sacco, e lui sa come raccogliere il mucchio di foglie e rovesciarlo a strappi nel sacco, non sono sicura, gli ha detto Letizia.

9/13.

All’inizio è solo un ronzìo di vespa che assorda: come se un qualche dio delle colonne sonore centuplicasse a colpi di martello l’amplificatore del cielo, e l’aria intorno si riempisse di schiocchi sul cellophane a bolle fatto contemporaneamente da centinaia – ma che dico centinaia? – migliaia di bambine e di bambini… Poi è come trovarsi a pochi centimetri da un botto di capodanno, un petardo, un trìcchetràcche, come li chiamate? una castagnola, o più come lo scoppio del sacchetto dei cornetti quando si era alle elementari. Avete presente? Quando il bambino ancora con lo zucchero a velo del cornetto sulle labbra – e sulle guance: e sul grembiule, quando ancora c’era il grembiule e chi lo portava, sempre: alcuni bambini infilandoselo nei pantaloni per somigliare a Lone Ranger, o a John Wayne in Un dollaro d’onore, quando c’erano ancora Lone Ranger e John Wayne – e il bambino soffiava nel sacchetto senza che questo gesto venisse scambiato per un accenno di iperventilazione, ancora il referente cinematografico americano non era così specializzato e adulto, c’erano solo poliziotti e cowboy e le loro controparti affascinanti e impresentabili, e il bambino soffiava nel sacchetto e poi lo faceva esplodere a schiaffo all’orecchio della bambina davanti, e spesso quella bambina ero io… Ecco: è come sentire proprio quel tipo di scoppio e poi lasciarsi galleggiare per un tempo indefinito, con i timpani che lanciano un grido di dolore a forma di fischio e di silenzio: ma senza ordine, fischio e silenzio insieme… Poi non capisci perché sembra finirti il fiato, e le parole, e le persone intorno ti guardano diventando improvvisamente bianche come cenci: sì… come se la luce gli si atrofizzasse addosso, ecco, poi al petto senti un bruciore, ma lontano, abbassi gli occhi e in quel silenzio che continua a fischiare vedi il rosso che si slarga sulla camicia, un centro più scuro e un alone che si allarga e si intride di rosso… come se… si potessero guardare fissi tutti i soli di ogni giorno della nostra vita, per dire, e… si raggrumassero… i raggi si raggrumassero intorno al rosso… come se i raggi lasciassero tracce visibili, giorno dopo giorno, un dipinto che si continua, e alla fine puoi contare le mani di vernice rossa di cui sono fatti i raggi. Più o meno così.

L’intelletto di queste parole secondo l’ordine della natura è invece il seguente. Anche se non avesse peccato, la natura umana non avrebbe potuto risplendere con le sue proprie forze, poiché non è essa stessa luce per natura, ma per partecipazione alla luce.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni cit., p. 39)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.5.

Resta sempre l’impressione, addosso, dell’ultima frase… In tutti i discorsi come questi, dico… Solo che… l’ha detto, proprio, con quel sorriso da seminarista che si ritrova, anche ora che è invecchiato… siamo invecchiati, vìa, tutt’e due, in questi ultimi anni… Certo che me ne dimenticherò, dottor Slipher, ha detto… Io … Così, ha detto… Quando davvero io non so più come far durare il Lowell… Io , ha detto… Ma io non mi devo mica giustificare con lui, dopotutto… Appoggia il bastone con forza e fa perno sulla gamba buona, drizza verso la spiaggia, dopotutto, mmpf, rideva con uno sbuffo trattenuto ogni volta che ci pensava, ho arrossato io, le galassie… Dopotutto… Si distrae davanti a un bambino che raccoglie a palettate l’acqua del lago e la versa in un secchiello. Vesto Melvin Slipher vede che l’acqua straripa dal bordo del secchiello; e però il bambino continua a versarne dell’altra, in badilate sguazzanti e inutili. Dopotutto, pensa, incuriosito dalla concentrazione del bambino. Che si gira, senza smettere di versare l’acqua nell’acqua, lo vede. Per un istante di cirri in movimento alti sulla sua testa, al dottor Slipher sembra di dover rispondere a una domanda. Ma non ne è del tutto sicuro.

10/13.

“Ancora continui, con questa storia?”
“… … Ma non lo capisci che è l’unico modo? …”
“… … Sei serio?”
“…”
“… …”
“Mai stato così serio in vita mia.”
“… … Sai che questo… questo ― comporta tutta… tutta… Sai che mi costringi, eh? Questo lo capisci?”
“Quello che non capisco è perché tu ce l’abbia così tanto con il mio lavoro…”
“… … Non capisco se sei serio…”
“… Lo stesso lavoro… Di mio nonno. E di mio padre, prima di me…”
“Ma che razza di lavoro sarebbe, eh?”
“… Il Messia. Qualcuno lo deve pur fare. O preferiresti vedermi alla guida di uno Stato europeo?”
“…”
“…”
“Ma vuoi ragionare? … … E poi da quando in qua quello del Messia è un lavoro? Un lavoro pagato, intendo… …?”
“…”
“…”
“… Cos’altro potrei fare?… … Lo so anch’io… È che sono sulle spese…”

11/13.

“Si potrebbe trattare”, gli ha spiegato. “L’importante è che tu metta una firma qui…”. Ed è lì che si accorge della fine di tutto e si lascia andare, trent’anni di vita per un’eternità di fuoco, va bene: se è questo lo scambio, lo accetta, e firma. Ed è figlio dei suoi tempi, erede solare del mondo che ha trovato, trent’anni dopo, il diavolo che gli scuote sotto il mento un contratto arrotolato e lui lo contesta, e s’indigna, quando indica al diavolo la sua ignoranza del tutto, la sua incapacità di comprendere, quando fa notare che il sangue sotto il contratto è solo una croce qualsiasi. “Potrebbe averla tracciata chiunque”. E il sangue, il sangue! Grida Beelzebuth pieno di livore. “Di carne e di sangue son piene le messi del diavolo”, gli dice. E Beelzebuth resta incantato per un momento, e non sa che dire: appena prima di ricordarsi cosa fare.

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.8.

Adesso dovrei alzarmi dal letto e andare in bagno ma mi sembra tutto così… com’era quella parola? Quando mi chiesero alle elementari la parola che avrei voluto portare con me nella terra dei senzasuono… Le storie della maestra Johnson… La parola nella terra dei senzasuoni… Qual era? Remoto, mi pare. Mi sembra di aver detto remoto… E che non sapevo cosa voleva dire… Ecco… Curioso come le parole che impari, alla fine, ti tornino utili sempre, per lontano che vai… Sì… Dovrei alzarmi, trovare una qualche chiusa per la notte in arrivo, no? Non sono poi così rincretinito dagli anni per non rendermi conto di quello che sta succedendo… Solo, mi viene da ridere, ancora, come sempre, a pensare di non avere più tempo. Neppure per andare in bagno, mi sa. Forse qualcuno dovrebbe avere il buongusto di deciderle con parecchio anticipo, le ultime parole… Abbiamo avuto una vita per pensarci, alla fine…

«PRAGA. Plutone retrocede, diventa “pianeta nano” e va nella stessa categoria di Cerere, Caronte e 2003 UB313 (Xena): grandi asteroidi “promossi” nei giorni scorsi. Il sistema solare secondo gli astronomi della Iau (Unione astronomica internazionale) riuniti in questi giorni a Praga è ora formato da otto pianeti “classici”: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno in ordine di distanza dal Sole. Poi ci sono i 4 “nani”. […] Il declassamento di Plutone è stato dettato dalle sue dimensioni troppo piccole (il suo diametro medio è di circa 2306 chilometri). I miglioramenti nelle osservazioni spaziali stanno permettendo infatti agli scienziati di scoprire l’esistenza di molti altri corpi celesti della grandezza simile a quella dell’ex pianeta e da qui l’esigenza di introdurre la categoria dei
“pianeti nani”. […]»
(da Gli astronomi declassano Plutone – Solo otto i pianeti del Sistema Solare,
«La Repubblica», 24 agosto 2006)

 

12/13.

Ricorda che il Sancho Panza che s’era immaginato, quando aveva finito di leggere, era un eroe da fumetto successivo alla storia di Cervantes. Lo aveva pensato vecchio, e stanco, lontano dalla moglie e dai figli, l’ultimo rantolo di Don Chisciotte lasciato ai biografi, e lui ancora più grasso e sfatto di come chiunque se l’è reinventato negli ultimi secoli. Sancho Panza dietro a un cespuglio, alle prese con le crepe delle viscere, mentre sfila a piedi, sul sentiero di là dai rovi, la sua privatissima Dulcinea, la donna che ha sempre amato senza mai riconoscerla, i capelli neri come la notte dei suoi anni a venire, gli occhi scintillanti nel sole di mezzogiorno, e lui lì, fermato dalla biologia come un animale qualsiasi, preso in pieno dall’amore quand’era più indifeso, e inguardabile, alle prese con le proprie viscere in agonia, senza canzoni d’amore o fughe repentine a inseguirla, lui così vecchio e grasso e innamorato proprio mentre si nascondeva alla vista del mondo, inconsapevole come chi non s’aspetti più nessuno stupore, dal mondo che arriva – se lo rimprovera, lui che tanto ha visto anche senza capire – e per questo si mèrita, se lo mèrita proprio di essere ignorato, dallo stupore che arriva finalmente. Se l’è immaginato così, affannato e grottesco, asfissiato dalla vita e dalle troppe letture, senza neppure il segno di una canzone d’amore da lamentarsi addosso. “Che poi, chi le avrà inventate?” lascia dire ancora e ancora al Sancho Panza che s’è creato per sé, lui seduto in poltrona, l’abat-jour lasciata fissa e attenta come un qualche centurione dell’inconscio a presidiare una tanica di luce, “Chi sarà stato, il primo a inventarle, le canzoni d’amore?”, un Sancho Panza irrimediabilmente ferito, il carico grave dei suoi anni, l’amore che sfila, neppure un brutto verso d’amore da canticchiare per darsi forza. Si ricorda di esserselo immaginato esattamente così, per quel che vale un singolo ricordo.

13/13.

“Aria non ce n’è”, canticchia, “e neppure fuoco…”. Grida dalla finestra che l’umanità se lo meriterebbe, di precipitare tra le fiamme, se lo meriterebbe eccome. E che non è colpa sua, grida, se il pianeta è destinato a chiudersi nel suo stesso ghiaccio e finire come se non fosse mai esistito. È questo che grida, e vorrebbe spaventare tutti, ma nessuno ascolta il vecchio che grida e canta dalla finestra, nessuno lo capisce perché grida in italiano, e a Boston l’italiano non è certo la prima lingua.

“Mancano miliardi di anni, o milioni, ma non conta, anche fosse un secolo mi supererebbe, capite? La fine mi supererebbe…” Il vecchio grida e il proprietario dell’autosalone si affaccia sulla soglia per vedere da dove arrivano le urla che sente, in quell’improbabile ritmo che gli ricorda tanto la Little Italy della sua infanzia, ma di cui non saprebbe, anche volendo, ricostruire il senso. “Che sia tra dieci anni o cento che importanza ha?” grida il vecchio, passando dall’una all’altra delle finestre che danno su Beacon Street. “Non ha nessuna importanza!”

Un ragazzino sullo skate si ferma appena sotto il davanzale e lascia schioccare una gomma sulla lingua, poi gonfia un palloncino rosa e trasparente, una pellicola di gomma che sembrerebbe esplodergli in faccia da un momento all’altro, un appiccicaticcio rosa che faticherebbe non più di due secondi a togliersi dal mento, e dalle guance. Ma il palloncino semplicemente si sfiata e si rannicchia svuotato lungo il mento, una mongolfiera in scala all’ultimo atterraggio.

“Non ha nessuna importanza!”, grida il vecchio. Ancora indeciso se crederci o no.

«[…] E così, quando la sonda New Horizons― che … per così dire porta con sé un’urna con una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh… Dopo la sua missione plutoniana del 2015, più o meno
Quando uscirà dal Sistema Solare nello spazio profondo… Be’…
Clyde Tombaugh sarà il primo uomo a uscire dal Sistema, no?… […]»
(Da un’intervista televisiva a J. A. O’Keats, Chn 7, 13 ottobre 2012 – tr. di T. Boni)

Epilogo del Dopofine

Sarà che il nome Horizon presuppone una qualche distanza immaginaria, e il superamento di un confine che è poi il confine stesso ― Ma è proprio l’orizzonte che la sonda si sta lasciando alle spalle, è tutto quello che sta abbandonando a sé stesso in un fulgore incongruo di retta abbozzata. È una linea che esplode in un infinito orizzontale, in quest’istante di bagliori e di lance di luce che s’intuiscono soltanto: solo una luminescenza di ritorno che s’introna tra i rami d’iperbole dello scafo, ora che orizzontale e verticale decadono del loro valore di aggettivi come estremi miraggi di ultravioletti morenti ― mentre tutto intorno alla sonda piovigginano fate morgane di elettroni in fuga, ecco un sussulto senzasuono del piccolo canestro di alluminio – un rumore vuoto e abbacinante; antico, nella sua mancanza di musica: l’ultima sfera disarmonica e posticcia che scricchiola e stona dai confini del sistema solare. È quel movimento senza risposta – gli occhi pietrosi dei pianeti kuiperiani come una scorta ammutolita di fantasmi, schierati e attenti all’entrata di un qualche purgatorio minerale – È quel movimento senzarisposta il passaggio disincarnato delle ceneri di Clyde Tombaugh da una fine a un confine nuovo, buio e larghissimo come le paure curiose di quando si è bambini. Come il cielo stellato sopra Streator; prima che se ne colgano i limiti che poi rivedremo nei sogni tutta la vita. I nuovi orizzonti da rimodellare che i resti di Clyde Tombaugh si portano dietro, un’amnesia organica di quello che si è stati, la prima morte di uomo a scavalcare davvero i recinti imposti del sistema solare. La materia che, per una manciata di anni, uno spigolo di tempo infinitesimale – per quelli che segnano il tempo – è stata vita; e che adesso arriva dilà: un fruscìo senzasuono, una manciata di tempo e di ceneri che supera i cancelli del cielo lasciandone traccia e memoria davanti a sé.

L'articolo Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh proviene da Minima et Moralia.

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Jackson Pollock https://minimaetmoralia.it/fiction/jackson-pollock/ https://minimaetmoralia.it/fiction/jackson-pollock/#comments Sat, 10 May 2014 08:29:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20522 Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall'antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l'incontro Emergenti.

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»

«Sì, un libro».

«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».

«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.

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Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia ESC. Quando tutto finisce (Hacca) curata da Rossano Astremo e Mauro Maraschi. Stefano Sgambati oggi alle 21 sarà al Caffè letterario del Salone del Libro di Torino per presentare Gli eroi imperfetti durante l’incontro Emergenti.

 

Nessuno procede dun centimetro. Centinaia di veicoli ammassati,
centinaia di teste diverse: lo stesso rintocco di tragedia.
È così che noi saremo al termine dei giorni,
lapocalisse non già consistendo in fuochi e montagne e onde immani
che rovinano sullumanità, bensì nellesatta collocazione di ciascuno di noi
nel punto di una fila, senza mai più speranza di avanzare o retrocedere,
col motore acceso e la frizione premuta.

Francesco Fagioli, Un certo senso

«Perché siamo qui?»

«Non ho un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata».

Gli occhi di lei sulla tempia destra di lui.

«Un’altra citazione?»
«Sì, un libro».
«Quale?»

Lui si voltò verso il finestrino: non voleva guardarla, non si ricordava nemmeno com’era fatta.

«Non l’hai letto».
«Contento tu».

Sorrise. Il buio dell’abitacolo gli divorò i contorni delle labbra e il bianco, quell’inutile bianco dei suoi denti curati.

«Comunque è pazzesco. Qui dentro si potrebbe camminare!»
«E fare tante altre cose, volendo…»

Provò a risucchiare dentro quelle parole scontate, di ruolo. La donna era tornata a sedergli accanto, il vestito le era risalito oltre ogni soglia del lecito. Lei dovette avvertire il suo sguardo, perché strofinò le cosce tra loro, producendo un rumore tenue, di cosa morbida che rivendicava la propria consistenza. Chissà quante altre volte l’aveva già fatto. Ingranaggi di un automatismo industriale.

Smise di osservare quella carne di femmina. Il mondo esterno non gli appariva nitido, perché sul vetro c’erano i riverberi del mobile bar – etichette di bottiglie costose, distillati pregiati e champagne selezionati – ma quelle dovevano essere le Terme di Caracalla. Il naso gli formicolava e quando si passò sulle narici il dorso della mano la donna lo imitò, come uno sbadiglio che ne tira fuori un altro.

«Sei bionda?»
Lei si toccò i capelli.
«Cosa?»
«Sei bionda?»
«Mi chiamo Teresa».

La guardò interrogativo, ma invece di barattare il suo nome le strizzò un ginocchio con forza. Venti minuti più tardi bussò tre volte, con decisione, sul divisorio scorrevole, ansimando.

«Perché cazzo ci siamo fermati?»
«È tutto bloccato, signore».

***

Osservi Lungotevere Aventino dall’alto: di notte l’Isola Tiberina ha la forma di un grosso fegato adagiato sul letto di un fiume un tempo biondo, oggi marrone. Su Ponte Garibaldi scorgi piccole sagome, ne distingui almeno tre, uomini in costume da bagno che a turno prendono fiato e si lanciano con un grido, sprofondano in quella melma e poi tornano su e chi è rimasto a guardare emette strilli di giubilo e quand’è il suo turno si lancia nel vuoto e urla anche lui, fino a che non incontra l’acqua, o quel che è, e infine riemerge, con uno sbuffo, dice “vittoria” coi pugni, e via così.

Una lunga striscia di traffico nasconde l’asfalto e la segnaletica, imbruttisce le chiome degli alberi e impuzza l’aria. Alcune macchine danno l’idea di essere state abbandonate lì, di traverso sulla carreggiata, come spine di pesce incastrate in gola. Ma forse è l’impressione, forse hai gli occhi stanchi. Hai passato tutto il giorno al computer a rileggere le tue cose, a spulciare i vecchi file, perfino a buttare giù due righe nuove, cosa che si merita un brindisi con questa bottiglia, e che bottiglia: un Glenlivet Cellar Collection del 1964. La conservavi da una decina d’anni, una bottiglia di Glenlivet Cellar Collection del 1964, solo ottocento esemplari al mondo: a che cazzo pensavi che ti dovesse servire? Ma adesso sei contento di brindare a whisky (a Whisky) alla tua ultima notte: tutti in giro come i matti e tu a casa, da solo, con il tuo Glenlivet Cellar Collection del 1964.

Chi sei tu? Uno scrittore? No, non lo sei mai stato, non lo sarai mai, anche perché non ne avresti il tempo: sei un costruttore di bestseller, questo sì, bestseller con la data di scadenza, soprattutto l’ultimo, che nemmeno è uscito e già ne volevano fare un film: sarebbe stato il quinto estratto dalla tua bibliografia del cazzo.

Ti sembra di aver perso gli anni migliori della tua vita? Guardati intorno, non è così: hai presente dove vivi? Tutte quelle stronzate per ragazzini repressi non avranno migliorato la letteratura, ma guarda che casa, cazzo, guarda che casa. Brinda a te, brinda alle scelte che hai fatto: sei solo, hai scelto di essere solo e oggi ti godi i frutti. Nessuna lacrima, nessuno da salutare, nemmeno un’ultima puttana triste con cui spartire il silenzio. Sei l’uomo più fortunato della terra.

Puoi passeggiare per le stanze, frugare nei cassetti e negli armadi: calzini, pantaloni, completi di alta sartoria, certo, ma nessun ricordo, nessuna trappola, niente da stringere forte nei pugni. C’è il tuo computer acceso, ecco, è vero: anche tu hai un piccolo fantasma nell’armadio, ma in fondo sei umano, sei fatto di carne, altrimenti non dovresti morire: qualche vizio di forma ti è concesso. Il tuo nuovo romanzo, mai cominciato ma tutto in testa: che bravo, proprio oggi hai deciso di buttarlo giù e quanto hai scritto finora? Due righe. Hai in mente una storia discreta, forse un po’ ombelicale, derivativa, con una pretesa di originalità che fa a cazzotti con il tema che vuoi affrontare, la morte. Parlare di morte è un cazzo e tutt’uno, perché per quanta fantasia puoi vantare, la morte è qualcosa che non conosci. Perciò hai aspettato l’ultimo istante, o almeno così ti ripeti: hai aspettato di essere il più vicino possibile a qualcosa di cui tutti gli scrittori hanno scritto ma che nessuno ha mai raccontato davvero. Hai atteso di essere immerso in un liquido fino al collo prima di dire agli altri (quali altri?) l’effetto che fa. Forse è una scusa, ma almeno è una buona scusa, bravo: come scrittore è un esercizio interessante. Se non fosse che anziché scrivere ti stai ubriacando in terrazzo: questo come lo spieghi? Forse non c’è niente di così originale da dire a proposito della morte? Forse sta in questo il tuo romanzo più ambizioso? In questo non-dire? Be’, almeno è avanguardia. Forse.

È vero: non sei mai stato molto bravo neanche con la vita, ecco perché oggi sei un privilegiato. Tutta Roma ti invidia questo terrazzo e tu non ci hai mai organizzato nemmeno una grigliata. Le piante sono scheletri. E il tavolino arrugginito? Vogliamo parlarne? Te lo eri fatto portare da Cuba, nemmeno il salnitro dei Caraibi era riuscito a ridurlo come ha fatto la tua incuria: trenta o quarant’anni a Plaza de la Catedral senza un graffio e guardalo ora. Quanto avevi pagato per il trasporto? Ma tanto adesso non ha più importanza.

Sei un privilegiato e questo momento sta qui a dimostrarlo. La tua serenità, questa assoluta mancanza di condivisione: la solitudine. Non c’è nessuno meglio di te.

Il tuo problema adesso è uno soltanto, sempre lo stesso: davanti agli occhi lo spettacolo del Tevere, l’Isola Tiberina, Via dei Genovesi, Via della Renella, potresti soffermarti sulla bellezza del mosaico della Basilica di Santa Maria in Trastevere, e invece non riesci a staccare gli occhi dal solito traffico.

La gente. Le persone.

L’hai sempre pensato e oggi finalmente ti dai ragione: per un verso, almeno, domani sarà migliore.

***

Cascasse il mondo, io l’ultimo giorno della mia vita non lo voglio passare chiuso dentro a una Golf scassata. Il contentino del “mal comune mezzo gaudio” non mi basta: sono troppo scomodi questi sedili sformati dal culo di mio padre. Va bene, ci siamo scampati malattie e dolori, solitudini e rimpianti, perché una morte del genere prende tutti insieme e in un colpo solo, ma non mi piace lo stesso. Anzi, non mi piace proprio per questo: io non sono “tutti gli altri”.

Dove sarebbe la consolazione?

Davvero non si può fare meglio di così, soprattutto arrivati alla fine?

Ecco perché ho deciso di dare l’esempio, ecco perché da cinque minuti sto camminando. Sono uscito dall’auto, l’ho abbandonata, non senza un piacere liberatorio, ho lasciato la portiera aperta, e adesso sto camminando.

A me piace lasciare indietro la gente.

Lungotevere, Isola Tiberina, direzione Flaminio: non mi dispiacerebbe un panino, magari primosale, crema di olive e speck, il mio preferito. Nello zaino ho tutto il necessario tranne un panino come dico io. I panini come dico io li fanno a Piazza del Risorgimento: quante cose andranno perdute, se uno si mette a pensare. Pazienza: non si può ottenere tutto da questo brandello di vita che resta.

Comunque nello zaino ho tutto il necessario.

D’altra parte se non si cammina verso una destinazione, che si cammina a fare?

***

«E tu perché sei qui?»

La sagra delle domande inutili.

Sperò che Teresa sparisse, che non rispondesse, che non fosse mai nata, cercò di ricordarsi dove si fossero incontrati e perché fosse venuta via con lui, ma tutto quello che gli tornava in mente era il ristorante in zona Prati da cui era scappato, lasciando una tavolata immensa a guardarlo da dietro bottiglie magnum di Moët & Chandon. Come si chiamava il ristorante? Come si chiamava la via? Dove erano tutti adesso? Perché non riusciva a ricordarsi nemmeno un discorso? Teresa al suo fianco era una questione vaga, sfumata: odiava ritrovarsi a guardarle le gambe ogni volta che si voltava verso di lei, rimanere ancorato alle pretese medie dell’uomo. Avrebbe preferito restare da solo.

Teresa si toccò i capelli, perdendo interesse per le colonne di auto che si stavano accumulando sul Lungotevere. Si avvitò una ciocca intorno all’indice e tornò a guardarlo prima di rispondere.

Ora sorriderà con un solo lato della bocca, pensò lui un secondo prima che lei sorridesse con un solo lato della bocca.

«Sono stata l’unica a seguirti, quando sei fuggito da lì».
«Dove eravamo?»
«Cosa?»
«Dove eravamo? In che ristorante?»
«Ai Cavalieri dell’Hilton. Cos’hai, un’amnesia?»

Insisteva a essere seduttiva, ma non c’era bisogno di quell’esercizio retorico fatto di ghirigori sensuali, di tutti quei gesti barocchi di corteggiamento: il sesso c’era già stato.

La odiò.

«Allora, me lo dici come ti chiami?»

Fece segno di no con la testa, stringendosi le narici con pollice e indice. Voleva tenere per sé quell’ultima informazione: già si era pentito di esserle entrato dentro, di aver ceduto a quella coreografia di rito, già avrebbe voluto rimangiarsi quell’idiota ostentazione di sé che aveva messo in scena da quando le aveva aperto lo sportello, da quando l’aveva invitata a entrare – ora si ricordava – sottraendo la più bella del gruppo al resto della tavolata, mosso non tanto dal desiderio, quanto dal pensiero che proprio lei fosse la più desiderata: ciò che si era scopato, in quel loft su ruote, era l’ammirazione che gli altri dovevano aver provato, mentre affrontavano il lento lavorìo della masticazione, infierendo su aragoste e caviale, molluschi e tonno rosso, sushi e scampi cotti sottozero, tartare di ricciola, piramidi di olive taggiasche, prodotti di una qualità suprema per cui avevano pagato cifre irragionevoli e già un anno prima, perché se neppure Heinz Beck poteva scampare alla morte, anche lui aveva voluto godersi il presente che gli rimaneva.

Gli faceva male la testa. Si sentiva trascinato in una trama e non riusciva a svincolarsi.

«Quanto costa affittare una di queste?»
Stava sfiorando con le dita gli interni in pelle Frau.
«Non l’ho noleggiata. È mia».
«In che senso?»
«È mia».

***

Non sento clacson, non sento proteste: tutte le destinazioni hanno perso importanza e se qualcuno rimane in giro non è per andare o per tornare, ma solo per esserci. Un affollamento da concerto rock, un rito di partecipazione, l’adesione a un culto. Non sento clacson, ma gli sguardi degli altri sì, e sono tutti addosso a me, le teste negli abitacoli girate verso di me, mentre passo come un Cristo senza croce, perché la mia è già stata piantata; gli occhi puntati su di me, piccoli e bianchi come perle, negli specchietti retrovisori: mi osservano avvicinarmi senza saper dire perché.

Quanto amo essere una novità.

Quanto amo non essere loro.

Mi fermo per togliermi scarpe e calzini. La terra è ghiacciata come la pelle quando incontra la paura. Non sembra la fine di una festa, sembra l’inizio: sono tutti in ghingheri. Camicie, completi, gilet: tante minigonne, calze e tacchi altissimi. È un bel vedere, almeno questo. Ho addirittura superato una limousine.

È vero, sono abituato ad avere un pubblico, ma a tanto non ero ancora arrivato: non solo gli sguardi, adesso mi sto lasciando dietro anche uno stuolo di portiere che si aprono e che non si richiudono. È un rumore che fa paura, una sequenza di scatti che sa di responsabilità. Assomiglia all’applauso di un pubblico di plastica, come ogni pubblico.

Mi impongo di non pensare a quante persone mi stanno seguendo e proseguo: le piante dei piedi, nere, mi dicono che ho fatto già molta strada. L’orizzonte ha assunto contorni più chiari, vedo la sagoma di un ponte, quello laggiù è un semaforo. Forse ci siamo, forse non manca molto. Ogni volta che mi fermo per dare una scrollata allo zaino tutti si fermano con me, non mi volto a verificare, ma so che è così, me lo dice il silenzio.

Mi imitano perché io sono l’Artista e perché sarò il primo.

***

«Aspetta…»

Trattenne con rabbia un’eiaculazione che poteva anche essere l’ultima ma che non voleva sprecare con lei. Teresa aveva gli occhi chiusi e mostrava le palpebre dipinte di nero: per l’occasione si era truccata con cura, chissà quante ore c’aveva perso, ma d’altronde l’aveva fatto chiunque, tutti al loro meglio: non indossava forse, anche lui, un completo Hugo Boss e il suo miglior paio di Mont Blanc?

Si ritrasse, mettendole una mano sulla testa, sperando che non fosse tardi: il cazzo le scappò dalla bocca con uno schiocco ridicolo. Gli ci vollero alcuni secondi di contrazione addominale per trattenere l’orgasmo, ma alla fine ci riuscì. Teresa provò un paio di volte a riabboccare ma lui glielo impedì:

«Aspetta, ti prego…»

La guardò passarsi il dorso della mano sulle labbra, un gesto così cheap, così ancorato all’estetica porno che di nuovo gli venne voglia di uscire dalla macchina, di scappare via, di non farsi mai più trovare, tanto sarebbe stata una latitanza breve. Invece la guardò negli occhi, stavolta dischiusi:

«Mi chiamo Guido».
«Non hai l’aria di uno che si chiama Guido».
«Magari non mi chiamo così».
«Perché la stai facendo tanto lunga con questo fatto del nome?»
«Chiedimi invece perché sono così ricco».
«Dovrei?»
«Di sicuro vorresti. Ma prima rifletti: ti rendi conto che non lo potrai raccontare a nessuno?»

Teresa si allungò la gonna, che corta com’era non si allungò granché: lui fu contento di sentirla a disagio. Il suo cazzo si era rannicchiato nei pantaloni, ma in compenso l’eccitazione stava montando altrove. Continuò:

«Dimmi la verità, ti prego, almeno tu, almeno oggi. Ci avevi pensato?»
«A che cosa?»
«Al fatto che nessuno saprà di questa tua notte brava col miliardario famoso. Né i tuoi amici né soprattutto i tuoi nemici. Cosa te ne farai di questa esperienza? Perché è per questo che sei venuta, no? Non parli? Almeno guardami, cazzo! Ti sembro ancora così appetibile? Hai ancora voglia di scoparmi?»

Teresa incrociò le braccia e accavallò le gambe, ma per la prima volta da quando erano in quell’auto a lui non sembrò di scorgerci alcunché di provocatorio, di artefatto.

«Vuoi sapere che lavoro faccio? Vuoi sapere perché sono tanto ricco? Vuoi capire perché hai scelto me anziché qualsiasi altro?»
«Non me ne frega niente».
«Certo che non te ne frega niente! Non te ne frega niente perché non avrai nessuno a cui dirlo».
«Stai delirando…»
«Sono stato ospite a “Le Invasioni Barbariche”, l’anno scorso. Mi hai visto?»

Fece segno di no con la testa, ma troppo presto, anticipando il gesto con un rumore di deglutizione.

«Peccato. Mi hanno fatto un trucco e parrucco pazzeschi e avevo un completo Ermenegildo Zegna che mi hanno fatto i complimenti perfino i costumisti. Dice che gli ospiti li devono sempre rivestire da capo a piedi e che invece io andavo benissimo così».

Seguì un silenzio rotto a stento dai lievi rumori dei corpi.

«Teresa?»

Teresa lo guardò con occhi secchi e fermi. Avevano scopato, si erano interrotti, poi lei gli aveva fatto un pompino, lui aveva interrotto pure quello, sedevano in quella macchina da almeno quattro ore e si erano fatti un grammo a testa, eppure lei sembrava appena uscita da un’ora di massaggio thai. Perfetta, decorosa: un totem.

«Anche Daria Bignardi ce l’ha rasata, sai?»
«Smettila, cazzo…»
«Te lo giuro. Flirtava con me già durante l’intervista. Vatti a vedere il filmato su Youtube, è palese. Ah, già… Be’, dovrai fidarti. Abbiamo scopato nel suo camerino. Mi ha fatto venire a chiamare da un collaboratore, magari era l’addetto alle sue fregole: mi ha accompagnato fino alla porta ed è andato via. Ho bussato, mi sembrava tutto talmente ovvio. La Bignardi ha dei piedi meravigliosi, glieli ho leccati tutti, mentre lei si masturbava seduta sulla scrivania. Urlava, nemmeno si preoccupava di farsi sentire. Quando siamo usciti da lì l’autista incaricato dalla Rete se n’era andato, perciò mi ha pagato il taxi. Lei. Capito? Si è fatta scopare in camerino e poi mi ha pagato il taxi. È stato bellissimo, ma ammetto che non sarebbe stato tanto bello se non avessi potuto raccontarlo in giro. Ormai lo sanno tutti, penso anche suo marito. Vedi, lo sto raccontando pure a te e anche se fai finta di niente so che stai impazzendo dalla voglia di sapere altro, di sapere chi sono, di sapere perché ero lì ospite in trasmissione. Teresa, dimmi la verità. Perché non dici la verità? È la tua ultima occasione per essere veramente chi sei, qualunque cosa tu sia».
«Non me ne frega un cazzo di sapere chi sei».
Lui rise. Batté le mani.
«Né di sapere chi sei tu, a quanto pare».
«Non me ne frega un cazzo di niente».
«Perché sei qui?»
«Perché sei un figo, perché ti sei alzato da quel tavolo che tutto il ristorante ti guardava. Perché c’era una limousine che ti aspettava e perché mi hai fissato tutta la sera».
«Not too bad…»

Entrambi si voltarono verso la fila di finestrini alle loro spalle. Un uomo aveva appoggiato la mano sul tetto della limo: lo osservarono compiere dei piccoli gesti familiari.

«Che cosa sta…?»
«Si sta togliendo le scarpe».

***

“L’ultimo giorno” ha titolato «la Repubblica»: non lo leggerai, ma lo compri comunque, sorridendo insieme all’edicolante dello scarso senso che quelle due monete hanno prodotto passando da una mano all’altra. La consuetudine dei gesti, le abitudini, creature che non si possono uccidere, figuriamoci dimenticare, arginare.

A domani dotto.

“L’ultimo giorno”, e un ultimo numero di oltre centocinquanta pagine, con una tiratura di trenta milioni di copie pro bono; la più approfondita serie di gallery fotografiche mai organizzata, tutte riportate anche online. Peccato che oggi Internet sia fuori servizio, troppa densità di traffico a quanto pare, soprattutto di mail, la gente si manda le mail quando sta per crepare; Facebook è saltato alle tre di pomeriggio e da ore c’è una pagina bianca con un logo che si scusa per il disservizio: davvero un tecnico dall’altra parte del mondo si prenderà la briga di fare qualcosa?

Tutte le meraviglie dell’umanità, i capolavori, tutto quello che è stato fatto nel mondo, e che è rimasto e che non rimarrà, una gallery infinita, quasi mille foto sul cartaceo e oltre undicimila online – specie di animali, grandi attori, morti e morituri, canzoni, frasi storiche, monumenti, citazioni, il fondo di Scalfari sul paradosso della morte globale senza funerale, senza sepoltura o ricordo: la morte della morte.

Una volta un tuo fan su Facebook aveva commentato una foto notando che non esisteva uno scatto che ti ritraesse in compagnia. Gli avevi risposto che c’era un album intero di foto tue coi fan, ma il tipo aveva replicato che non era quello che intendeva dire, al che gli avevi messo un “mi piace” senza aggiungere altro.

L’amore è una truffa e se non lo sai tu che ci hai fatto i milioni. Non invidi chi in questo momento sta facendo l’amore, baciando o abbracciando qualcuno, né chi semplicemente sta parlando: già l’idea che non potrai mai più bere un whisky del genere ti rende la dipartita fastidiosissima, figuriamoci il resto.

Tu sì che sei un uomo fortunato: vatti a staccare dallo sguardo di qualcuno che ami per l’ultima volta, vallo a fare, se hai il coraggio! Alla maggior parte di quelli lì fuori non riesce di farlo alla stazione: tentennano perfino salutandosi al telefono e si dicono “chiudi tu”, “no prima tu”, figuriamoci adesso, quando non c’è mai stata una creatura mitologica tanto paurosa, in giro, un ibrido metà “per sempre” e metà “mai”, che si nutre del tempo residuo.

Sei il più fortunato degli uomini.

Goditi la presenza esclusiva del tuo sguardo che glassa questo terrazzo meraviglioso: se domani non fosse il giorno che è, potresti schioccare le dita e ritrovarti tutte le stanze piene di gente. Sai che è così e proprio perché così è hai scelto la solitudine.

Il gorgoglio del liquido ambrato nella gola: oltre la ringhiera Roma, il Tevere. Ti ricordi quando sono venuti quelli di “Architectural Digest”? Gli americani in persona in casa tua a fare le foto: c’era anche l’interprete. Hai appeso la rivista alla parete, sta ancora lì: in bella vista le cose belle diventano più belle. Ma per la vista di chi? Godere di qualcosa per il solo fatto che è tua: non hai mai sentito il bisogno di condividere niente. A differenza di tanti tuoi colleghi non ti è mai servita la claque per goderti i successi.

Forse perché avevi previsto tutto?

Te lo potevi giocare alla Snai, allora; oppure infilarlo in un libro, tanto per variare un po’ il refrain.

E invece.

La verità è che in questo preciso istante non senti alcun bisogno, meno che mai. Stai per tornare di là a scrivere il tuo romanzo di morte, ma una delle tue chaise longue di Le Corbusier ti distrae: hai dimenticato il motivo per cui le hai comprate. Non ricordi se sono comode e quanto. Non ricordi nulla, a parte il fatto che non sono mai state occupate tutte e due contemporaneamente.

Ti sei goduto tutti i guadagni, ma hai sempre odiato questo tuo galleggiare tra ricchezza e impotenza, perciò per molti anni hai speso a caso: in cucina hai un set di coltelli da ottomila euro, ma a che serve essere il più ricco di tutti i tuoi coetanei se non potrai comunque permetterti un Jackson Pollock originale?

Tiri un sospiro profondo perché questo sì che è un argomento tabù.

Crepare osservando un autentico No. 5.

Altro che amore.

***

Sono Rocky che corre per allenarsi e tutti gli vanno dietro e gli urlano dài campione, forza Rocky, spaccagli il culo ad Apollo. Solo che qui nessuno dice niente, tutto avviene a livello inconscio, nessuno osa superarmi, se mi fermo si fermano, vedo i nostri riflessi nella teca dell’Ara Pacis mi ricordo che qui sono stato felice, qui all’Ara Pacis, qui ho avuto modo di sentirmi arrivato, almeno per un momento, e poi capisco che una scena così non si vedeva dai tempi di Cesare e che tutti mi stanno seguendo solo perché sono stato il primo e solo perché si illudono che io ne sappia più di loro, che sappia dove portarli: insomma, mi seguono per egoismo, mica per altro. Il problema è che non sono Rocky, non sono niente, ma come glielo dico? Come faccio a girarmi e a disperderli? Soprattutto, lo voglio? Toglierei il sapore di una speranza a mille e il gusto del controllo assoluto a uno soltanto, cioè il sottoscritto? Non ho gli strumenti per fare così male a nessuno, né il coraggio per farlo a me. Già mi sembra troppo sentire i loro suoni corporei, avvertirne l’odore, sapere che siamo tutti ancora pesantemente vivi, fare due conti e ricordare a me stesso che durante un dicembre di tre anni fa io qui sono stato felice. Qui all’Ara Pacis.

Dove mi sono sentito arrivato e dove adesso sono arrivato di nuovo.

Anche allora avevo paura, anche allora ero guardato da tutti, ma in quel caso gli sguardi si erano presto spostati da me ai miei dipinti, e perciò era stato più facile. Oggi è diverso. L’autore di un’opera, per quanto grosso possa essere il suo ego, è sempre subordinato all’opera stessa e io non faccio eccezione: forse se tirassi fuori un mio quadro, da questo zaino, anziché la corda con cui tra poco mi impiccherò, qualcuno mi riconoscerebbe. Il fatto che la mia figura umana passi inosservata significa che sono un bravo pittore: l’opera d’arte si deve bastare da sola, il suo autore è un’appendice necessaria e al contempo sacrificabile.

Qui sono stato felice: il più giovane artista italiano con una personale al Museo dell’Ara Pacis. Qui sono stato fermo, saziato. È durato pochissimo ma è stato.

“Il Jackson Pollock italiano”, aveva titolato il «Corsera Magazine», col richiamo all’intervista di Giancarlo Dotto. Se la gente sapesse quanto mi sono vergognato di quell’appellativo: io non c’entro niente con l’indisciplina di Pollock, coi suoi tormenti. Il mio agente ha anche chiamato la redazione per avere chiarimenti, ma ci hanno detto che l’informazione oggi è solo così che arriva, con dei paragoni, con dei confronti. La gente ha bisogno di sapere a chi assomigli, non chi sei.

A qualcosa assomiglierò anche adesso, mentre sulla cima di questo muretto, vicino al posto dove sono stato più felice, sto legando una corda al ramo perfetto; forse non a qualcuno, ma di sicuro a qualcosa assomiglio, forse a una statua, a un dipinto (non uno dei miei, va bene, “un’accozzaglia variopinta di insostenibile casualità”, per citare uno dei miei detrattori più accesi, che così si pronunciò su «l’Espresso»), a una pianta, a un atteggiamento, a un cibo, a un piatto, devono pur pensare a qualcosa i miei spettatori mentre mi guardano, senza nemmeno fingere di volermi fermare, devono per forza avere in mente un pensiero, anche miserrimo, che gli dia conforto, che gli dia una spiegazione, o forse davvero credono che io sia una specie di Cristo che non tra tre giorni, perché non c’è tempo, ma tra due ore risorgerà per iniziarli ancora a un nuovo percorso?

***

«La vita è una stronzata».
«Facile dirlo adesso…»
«Se dire le cose adesso è facile, confessami tu qualcosa».
«Che cosa ti dovrei confessare?»
Le prese il mento con due dita. La guardò negli occhi ma non aleggiava un bacio, né niente, nell’atmosfera, nell’imminenza delle cose. Non più. Era uno sguardo definitivo, che non presupponeva altro.
«Confessami qualcosa».
«Ma che senso ha?»
«Scoprire quanto siamo banali. Spararci addosso i nostri luoghi comuni…»
«Non ho nulla da…»
«Sono quindici anni che non pago le tasse».
«Capirai…»
«Perfino lui è in nero».
Indicò il divisorio davanti a loro.
«Sei un uomo d’affari?»
«Perché un uomo d’affari dovrebbe andare dalla Bignardi?»
«Hai inventato qualcosa di pazzesco?»
«Niente che possa salvarci».
«E allora?»
«E allora che importa?»
«Non lo so. Sei tu che sembri tutto preso dalla voglia di dirmelo».
«Siamo fermi nel traffico. Facciamo finta che sia un traffico normale. Un traffico di tutti i giorni. Di cosa parleremmo?»
«Peggio del traffico c’è solo ritrovarsi in macchina in compagnia di qualcuno con cui non sai cosa dire».
«Bella massima… E tu di cosa ti occupi?»
«Pubblicità».
«Pubblicità? Cioè lavori nel marketing o qualcosa del genere?»
«Poso per le pubblicità. Cartelloni, riviste, un po’ di tutto».
«Ecco dove ti avevo già visto».
«Forse».
«Cosa hai fatto ultimamente?»
«La Conad, Banca Generali e Ikea».
«Roba grossa».
«Pagavano bene».
«Capisco».
«E tu, invece? Sei un politico?»
«Acqua».
«Uno scrittore?»
«Mai scritto una parola in vita mia».
«Parli tanto di confessarci questo e quello e poi fai il misterioso».
«Va bene, senti…»
«Cosa?»
«Ho qualcosa nel bagagliaio che dovresti vedere».

***

Non è proprio delusione: i gesti estetici totali non puoi mai dire come saranno accettati e se lo saranno. Però pensavo che almeno uno mi avrebbe fermato, vedendo la corda: in fondo sono stato io a portarli tutti quanti qui. Come la volta scorsa, solo che stavolta è gratis. Mai un po’ di gratitudine.

Doveste passare qui sopra, dall’alto, non so, caso mai foste uccelli: vedreste quest’uomo, che sono io, arrampicato su un muro, che lega un cappio a un ramo, che si lancerebbe di sotto già adesso, sul selciato della Passeggiata di Ripetta, se quest’altezza esigua non implicasse il rischio di sopravvivere. Vedreste nella mia mano destra una bottiglia di vodka che serve a darmi coraggio: è stata la seconda cosa che ho tirato fuori dallo zaino, subito dopo la corda.

Loro? Tutti fermi. La tribù dei piedi scalzi a naso in su verso il loro padrone cannibale. Silenziosi, sì, quasi tutti, e comunque chi parla non lo fa per commentare o per organizzare una spedizione di salvataggio. Mai visto tanta gente immobile in vita mia. Mai visto tanta gente inutile. Vedreste anche questo, caso mai passaste a volo d’angelo su questa scena: seguireste la scia lunghissima di auto abbandonate con le portiere aperte; percorrereste con lo sguardo le curve del Tevere fino a noi, osservereste i miei gesti sicuri fino a un attimo fa, adesso l’alcol è entrato in circolo e in qualche modo balbetto, pur senza parlare; mi riconoscereste, magari, forse eravate anche voi a quella mostra. Ne parlarono in tanti, anche se per la maggior parte furono critiche.

Dicevano che non avevo sostanza, qualcuno mi aveva definito il “Giovanni Allevi dell’espressionismo astratto”, non so se vi dice qualcosa. A me comunque importava farmi conoscere: chissà dove pensavo di andare? Al MoMA, alla Tate. C’ha esposto Yoko Ono al MoMA, perché lei sì e io no? Chissà se riconoscereste anche il famoso nodo dell’impiccato: io mi ci sono impratichito per forza di cose nelle ultime settimane. Resiste allo strappo, ha enormi doti di scorrevolezza ed è esteticamente meraviglioso con quelle spire perfette (il mio ne ha nove).

Se doveste passare, caso mai foste uccelli, fermatevi sopra alle chiome, non considerate tanto se questo è un uomo ma se lo siamo tutti, il sottoscritto col mento già appoggiato alla corda (pizzica), mille occhi più in basso che mi guardano e cinquecento bocche aperte. Godete anche voi di questo spettacolo patibolare, il secondo che offro da queste parti, forse migliore del primo, perché stavolta gli spettatori non sono compresi: ecco cosa scoprireste con me, se passaste qui sopra, scoprireste che nessuno contempla, nessuno fruisce di niente, che è attesa questa fissità, che ognuno sta solo aspettando il proprio turno.

Formano file ordinate, sembrano opliti, al massimo qualcuno spinge per guadagnare una posizione, come succede davanti ai musei. Non mi guardano, né hanno mai voluto fermarmi: anzi, se potessero mi spingerebbero, hanno capito che siamo arrivati e che la miglior risposta alla morte è la morte, cioè la volontà, ultima e irrevocabile.

Personalissima.

Così è l ’arte.

Si crea qualcosa – va bene anche la morte – e da lì il manierismo. Si daranno tutti un giro di corda, a questo ramo o a un altro. Le loro braccia mi cingeranno le gambe, adageranno il mio corpo per terra, invidiosi perché io avrò già dato, mi sarò tolto il pensiero, e altri cumuli saranno fatti dopo di me: si coordineranno e lavoreranno insieme per organizzare una fossa comune a cui daranno il mio nome.

Soltanto uno resterà appeso a dondolare da solo finché non sarà finita per tutti e mentre mi lancio nel vuoto sento che sono felice di non essere io.

***

«Me lo dici cos’hai lì dentro? Un cadavere?»
«Come no. Aldo Moro… No, niente di umano, qualcosa di molto più bello».
«Tanto non mi dirai mai cos’è».
«Giuro».
«Scommetto che è una roba costosa».
«Una cifra che non sapresti nemmeno scrivere».
«Quanto?»
«Tantissimo. La casa più grande e costosa del mondo non vale tanto».
«Mi prendi per il culo».
«Non oggi».
«Perché è nel tuo bagagliaio?»
«Ironia della sorte».
«Cioè?»
«Be’, diciamo che si tratta di un oggetto che una volta comprato non è così facile da ottenere».
«Ma se lo hai comprato… è tuo, no?»
«Sì, in linea di massima sì. Ma tra il comprare e l’avere c’è di mezzo un po’ di burocrazia».
«Perciò mi stai dicendo che tu l’hai acquistato tanto tempo fa ma che ti è arrivato solo oggi».
«Non l’ho proprio comprato. L’ho vinto».
«Vinto? Quindi non l’hai pagato».
«Fino all’ultimo centesimo».
«E allora come… ?»
«L’ho preso a un’asta».
«A un’asta».
«Sì».
«E adesso sta dentro al tuo bagagliaio».
«Sono andato a ritirarlo questa mattina».
«È un’arma?»
«No».
«È legale?»
«Legalissimo».
«Può fare male a qualcuno?»
«Si porta dietro il suo carico di morte, questo sì».
«Senti, mi arrendo. Non è aria».
«Se vuoi te lo faccio vedere».
«Tanto ormai…»
«Vieni fuori».
«Aspetta!»
«Sei pronta?»
«È un gioco che hai iniziato tu…»
«Lo sai chi è Jackson Pollock?»

***

E così hai finito il whisky, bravo. Una bottiglia intera di whisky non l’avevi mai bevuta, forse nella tua vita precedente quando eri una rockstar dell’Illinois, ma adesso?

Com’è casa tua? Non l’hai mai guardata tanto come stanotte. Ti sembra perfetta, ma non hai voglia di viverla nemmeno un secondo di più: va bene così, hai reso tutto facilissimo. Questo andare che ti aspetta tra poco, più che altro ti sembra un ritorno. Senti come se qualcuno fosse “là ” ad aspettarti e potessi finalmente raccontargli le cose, cos’hai fatto in tutti questi anni, cos’hai scoperto.

La chiamano “fine del mondo”, ma se fosse un inizio?

In terrazzo va meglio: l’aria è meravigliosa. Forse è l’aria la cosa che più ti dispiace lasciare, dovessi fare una lista. Di certo non è una persona.

Devi pisciare, ma non è facile dirigersi al cesso, perché ogni secondo che perdi adesso nel fare qualsiasi altra cosa è un secondo sprecato.

Osservi il gomito disegnato dal Tevere: finirete insieme, questo è sicuro, ma per il resto non vedi bene. Stringi gli occhi, hai dimenticato gli occhiali sulla scrivania, vicino al computer, dove il tuo romanzo aspetta di essere cominciato: ti sembra di individuare qualcosa, a mollo nell’acqua, ma forse è soltanto l’ennesimo fesso che nuota. Un grosso topo, un pezzo di legno, una frasca, semplicemente immondizia. Ti stai per girare, hai quasi deciso di dare retta all’uretra, ma è impossibile scegliere le priorità. Potresti andare a prendere gli occhiali, ma non vuoi perdere di vista l’oggetto che galleggia sul pelo dell’acqua. Ti sembra importante. Qualcosa ti dice che devi restare, che questo è un momento che aspettavi da tanto, ma forse è soltanto la solita melma che scorre: in fondo oggi è una specie di ultimo dell’anno, chissà a quanti sarà venuto in mente di liberarsi di oggetti lanciandoli altrove. Può darsi che pensino di salvarli, di liberarli, come ostaggi che hanno perduto il loro valore di scambio.

Vuoi rientrare in casa, ma lasciarti quella cosa alle spalle è difficile: galleggia a stento, è indecisa se affondare o resistere. Come tutti. Per un momento la luna ti viene in soccorso disegnandoci sopra un reticolato di luce che ti fa sporgere più del dovuto dalla ringhiera, come se sottrarre quei pochi centimetri alla distanza possa servire a qualcosa.

Non sapresti dire perché, ma sorridi e hai gli occhi pieni di lacrime.

***

«Allora, ti piace?»
«Non so, sì, mi piace. È bello, ma non ho…»
«Sì, immagino, non hai elementi per…»
«Comunque è bello. Tutti questi colori… È… allegro».
«Allegro? Allegro Pollock? Pollock è disperazione, tragedia. È morto guidando ubriaco, dipingeva con tutto il corpo, probabilmente tra questi schizzi ci sono tracce della sua merda e della sua urina, vallo a sapere. C’è la morte qui dentro e secondo te è allegro?»
«Per me è allegro, sì. Ho il tuo permesso?»
«“Ogni buon artista dipinge solo ciò che è”, l’ha detto lui».
«Stai sempre a citare qualcun altro…»
«Lo vuoi? Te lo regalo, è tuo».
«Utile».
«Non lo vuoi?»
«E che me ne faccio?»
«Sapere di avere posseduto il No. 5 di Pollock ti farà morire meglio, credimi».
«Ah ecco…»
«Ci hai pensato bene?»
«A cosa?»
«A questa possibilità? A morire meglio».
«Credi davvero in questa roba?»
«In Pollock?»
«Non lo so, in… tutto questo!»
«Credo in un sacco di cose, credo che dovremmo essere altrove, con altre persone, sia tu che io. Credo che morirò senza aver imparato dove mettere la mano quando qualcuno mi prende sottobraccio e che non ho mai avuto – dico mai!, con tutti i miei lussi – un bar sotto casa. Credo di aver sempre invidiato tutti, il che è assurdo detto da uno che tiene un Pollock nel bagagliaio, ma mi piace invidiare, mi piace la sensazione che mi dà, mi suggerisce che non è vero che ho tutto, che c’è sempre qualcosa di meglio da desiderare: per esempio io ho sempre invidiato le donne degli altri, anche se brutte. Quando le vedo baciate per strada mi viene voglia di afferrare per il gomito lui e di scansarlo e di prendere il suo posto, anche se in quello stesso momento sono anche io in compagnia di una donna, magari più bella. L’invidia è vita, sei morto se non invidi e infatti tra poco…»
«Perché mi stai dicendo queste cose?»
«Guardati intorno. Non c’è più nessuno nelle auto. Sono tutti andati avanti, da qualche parte, tranne noi».
«E allora?»
«Non lo so. Come si fa… voglio dire, come si fa a venire fuori da una cosa del genere? C’è un modo, secondo te? A me viene in mente solo di parlare. Parlare e parlare».
«Anche io ho qualcosa nel bagagliaio».
«Cioè?»
«O meglio, lo avevo».
«Ti avverto: io non giocherò agli indovinelli».
«Ho abortito un figlio di cinque mesi».
L’autista era venuto fuori dalla limo pure lui e se ne stava appoggiato al cofano a fumare, fermo.
«Quando?»
«Cinquanta giorni fa».
«Perché l ’hai fatto?»
«Me lo chiedi?»
«Be’, sarebbe… cioè, in un certo senso avresti dovuto abortire in ogni caso».
«Non…»
«Hai voluto essere tu a decidere…»
«Non è questo…»
«Se stai cercando consolazione da me…»
«Volevi una confessione? Te l ’ho data».
«Non mi sembra questa gran…»
«Volevo entrare nel vestito di stasera».
«Che cosa?»
«Volevo entrare in quest’abito. Intendo… senza pancia. Per questo ho abortito. Contento?»
«Be’, almeno è una motivazione».
«Credi?»
«Richiedimelo domani».
Sorrise solo lui.
«E il padre?»
«Il padre».
«Sì, avrà avuto un padre questo… bambino».
«Davvero tu hai usato preservativi negli ultimi mesi? Davvero hai amato qualcuno? Senza futuro a me è venuto a mancare tutto l’amore».

Vieni, le disse, e raggiunsero il marciapiede opposto, lui con il Pollock in mano, lei col vestito arrotolato sulle cosce, con il perizoma rosa in evidenza.

Tanta fatica per non indossarlo.

Intorno a loro era rimasto solo l’autista. Fumava, immobile, senza espressione, vecchio abbastanza da non avere rimpianti. L’ultimo pacchetto di sigarette della sua vita.

Lui prese Teresa per i fianchi e la aiutò a sedersi sul muretto: dieci metri più in basso c’era il Tevere. Quel gesto che pareva romantico si ruppe contro un opposto fatto del vuoto che il quadro di Pollock trovò subito dopo: zavorrata dalla cornice, la tela non volteggiò, ma planò sul pelo dell’acqua delicatamente e i suoi colori “allegri”, accesi dai barlumi di luna, produssero in effetti, sul verdastro del fiume, una fantasia contenta.

Guardàti dall’alto, senza un commento da parte dei due esseri umani, gli oggetti sembravano cose solide a contatto, il peso del dipinto non gravava sul liquido e questo si limitava a trasportarlo secondo una semplice logica di gravità e corrente.

«Ora siamo pari».

Teresa lo guardò, guardò lo sconosciuto che forse si chiamava Guido, e sentì una distanza incolmabile, abissale. Sentì anche dell’altro, il sapore rancido del suo cazzo, i capelli disordinati, le ciocche sconvolte dal sesso frugale. Si accorse di essere scalza. Anche lui lo era, ma aveva i calzini.

Sentì che quello era tutto. Che niente si poteva correggere.

Avrebbe voluto dirgli la verità, che aveva deciso di entrare nella macchina del più bello e ricco del locale non per vanteria ma per dare una motivazione a quel bambino mai nato, una conseguenza a quel gesto. Avrebbe voluto confessargli, visto che insisteva tanto, che scopare con quello che era il miglior uomo possibile in quel dato momento avrebbe riempito di significato un assassinio, quello di suo figlio, già grande abbastanza da avere palpebre e dita. Aveva scelto di essere magra e bella e appetibile per quella serata definitiva e non poteva permettere che un simile compromesso cadesse nel vuoto. Perciò l’aveva scelto. Perciò era andata con lui. Per rispetto del sacrificio di suo figlio.

In fondo era stato un gesto da madre.

Non le venne mai da piangere, nemmeno più tardi, ma non poté più resistere alla visione di quel cimitero di macchine. Quando si voltò nuovamente verso il Tevere Pollock si era già arreso al fiume.

***

Tornando in terrazzo non ti eri dimenticato gli occhiali: ce li hai sul naso. Non hai nemmeno tolto lo screen saver, una sequenza dei tuoi quadri preferiti, quasi nessuno figurativo: anche sulle tele, per quanto possibile, hai sempre preferito non scorgere sembianze umane.

La sbronza è calata e il fiume è tornato deserto. Potresti ricominciare ma non hai un altro whisky all’altezza e vuoi tenerti caro ciò che hai pensato di vedere per un momento: bere ancora potrebbe cancellare il ricordo già vago. Torni al computer: davvero vuoi riprovare a scrivere? Con la mano sul mouse osservi passare Kandinskij, Mondrian, Malevic, Delaunay, Kupka, il tuo Pollock e di nuovo non hai il coraggio di sconfiggere quella rassegna, non hai il coraggio di paragonarla al bianco della tua pagina. Assomiglia tanto alla parete dietro al divano, quel bianco, la parete che aspettava il quadro assoluto che non ti sei mai potuto permettere: provi a fissarne il vuoto, cercando di tracciarvi un centro geometrico, ma i fallimenti non si fanno inquadrare.

Non sai dire quanto altro tempo trascorra, ma quando senti un suono potente, assurdo, che ti squarcia le orecchie e ti cuce i polmoni, pensi ecco, è la Fine. La Fine è fatta così.

Invece sono io che sto suonando alla porta.

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