Maus Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maus/ un blog di approfondimento culturale Mon, 27 Jan 2014 09:38:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maus Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maus/ 32 32 Chi rende il mondo un posto dove vale la pena ricordare https://minimaetmoralia.it/arte/chi-rende-il-mondo-un-posto-dove-vale-la-pena-ricordare/ https://minimaetmoralia.it/arte/chi-rende-il-mondo-un-posto-dove-vale-la-pena-ricordare/#comments Sun, 26 Jan 2014 22:29:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17933 Il 27 gennaio, Giorno della memoria. Prima cosa: rileggete Maus, di Art Spiegelman. E se non l'avete mai fatto, leggetelo per la prima volta. Maus non è solo un mirabile esempio di racconto autobiografico della Shoah. Non è soltanto l'opera di uno dei maggiori illustratori del nostro tempo. Quel che conta non è l'appartenenza a un genere, il fumetto “adulto”, e neppure la nobilitazione del genere in sé. Maus è semplicemente uno dei romanzi più belli del Novecento, e se Benigni lo avesse letto veramente bene si sarebbe limitato a farne una cover cinematografica abbastanza sublime, e in definitiva avrebbe fatto un lavoro migliore. I soggetti narrativi sono organismi complessi, e reagiscono ai trattamenti come è scritto nelle loro possibilità, e nella loro fortuna. Esiste una gerarchia istintiva e selettiva nei diversi modi in cui si può approcciare a un soggetto, e quando un soggetto è legato all'Olocausto è difficile fare meglio di Maus, nella categoria “grande arte popolare racconta Auschwitz”.

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Il 27 gennaio, Giorno della memoria. Prima cosa: rileggete Maus, di Art Spiegelman. E se non l’avete mai fatto, leggetelo per la prima volta. Maus non è solo un mirabile esempio di racconto autobiografico della Shoah. Non è soltanto l’opera di uno dei maggiori illustratori del nostro tempo. Quel che conta non è l’appartenenza a un genere, il fumetto “adulto”, e neppure la nobilitazione del genere in sé. Maus è semplicemente uno dei romanzi più belli del Novecento, e se Benigni lo avesse letto veramente bene si sarebbe limitato a farne una cover cinematografica abbastanza sublime, e in definitiva avrebbe fatto un lavoro migliore. I soggetti narrativi sono organismi complessi, e reagiscono ai trattamenti come è scritto nelle loro possibilità, e nella loro fortuna. Esiste una gerarchia istintiva e selettiva nei diversi modi in cui si può approcciare a un soggetto, e quando un soggetto è legato all’Olocausto è difficile fare meglio di Maus, nella categoria “grande arte popolare racconta Auschwitz”. Così negli occhi permane la nostalgia di un Benigni-topo che sfugge ai felini con la svastica, con il resto dell’umanità, i maiali, che sta a guardare con le zampe inevitabilmente sporche. Maus è uno dei testi più amati, studiati e chiosati degli ultimi anni è difficile trovare un lettore che non si sia ritrovato con una lacrima sull’orlo degli occhi, o una risata all’angolo della bocca. Ma non succede niente di simile a scoprire una risata nascosta in una lacrima, o il contrario perché a differenza di altri Spiegelman sa che non si confondono le cose, perché il tempo deve essere separato: un momento si piange, un momento dopo, distinto, si sorride, e nel mezzo si guarda incantatati un essere umano polacco, degli anni trenta, ebreo, impegnato principalmente a smettere di vivere, poi sopravvivere, poi riprendere a vivere: e infine a ricordare.
Il protagonista di Maus è il sopravvissuto Vladek Spiegelman, o meglio la storia della sua vita, raccontata attraverso una serie di flashback al figlio Art. Il presente è l’America degli anni Settanta, il figlio disegnatore, la seconda moglie, le sue nevrosi, le sue avarizie, le sue malattie, gli scontri con una generazione che non ha vissuto l’orrore. Il passato è lo scapolo pragmatico nella Polonia degli anni Trenta, il momento in cui incontra l’amore, che prende le sembianze di Anja, ereditiera intelligentissima e troppo fragile. Anja diventerà sua moglie e la madre di Art, e come lui verrà deportata dai nazisti, e come lui ne uscirà viva. Ma a differenza di Vladek non lo racconterà a nessuno, sceglierà il suicidio, lasciando il marito in preda ai suoi fantasmi. Una delle reazioni interessanti, di fronte a Maus, è fermarsi a capire cosa rende davvero necessaria una storia e in una vicenda di sopravvivenza, viene naturale chiedersi cosa fa svettare l’opera di Spiegelman all’altezza dei più grandi monumenti testimoniali del XX secolo. Provando a rispondere a questa domanda, si può inciampare in un catalogo parziale e azzardato delle qualità che deve avere una storia per sopravvivere e se la Shoah è il punto meno avvicinabile del precipizio storico, è anche un’ovvia dispensatrice di giustificazioni a esistere per qualsiasi narrazione, e Maus fa molto più di quanto era sufficiente a garantirsi una voce: mostra ambizioni impressionanti, e le mantiene una per una. Ecco come.
Maus è raccontato superbamente. Raccontare superbamente significa anche non fare errori strategici di fondo. Un errore strategico di fondo sarebbe stato esagerare con le esplosioni grafiche, il corredo stilistico, l’ipetrofia comunicativa tipica dei fumetti. In Maus la ghiandola del disegnatore e quella del narratore sono equilibrate in modo stupefacente, e non bisogna dimenticare che la maggior parte dei disegnatori si affida a sceneggiatori per raccontare, mentre qui Spiegelman fa tutto da solo (e c’è da immaginare cosa avrebbe fatto un Pazienza meno giovanilista, meno giovane, con questa trama in canna e più autocontrollo sulla punta delle matite). Raccontare superbamente significa annidare nelle sequenze della storia possibilità appena accennate di direzioni senza mai contrastare la direzione principale. Raccontare superbamente significa autocostringersi a selezionare con spietatezza, e possedere la delicatezza di mettere in esordio tre pagine di incipit che sono come dovrebbero essere tutti gli incipit: conseguenze anticipate con potenzialità avventurose insieme calcolabili e incalcolabili. Il lettore si trova in uno stato di incertezza, e muoverà implacabile in avanti. (Inizia così: Art adolescente pattina con i suoi amici lungo le strade di Brooklyn, a un certo punto si rompe un pattino, gli amici non si fermano e lo lasciano a terra, lui va da suo padre che sta aggiustando qualcosa in giardino e gli racconta tutto, e lui lo ammonisce senza possibilità di risposta: “Amici? Tuoi amici? Se chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana… Allora tu vedi cosa è Amici!…”)
Maus è un grande romanzo in perfetta coerenza con il canone occidentale anche perché possiede una lingua precisa, completamente intagliata sulle necessità dei personaggi, e nessuno può dimenticare la parlata di Vladek quando ricorda, il misto di americano con bassorilievi di polacco e incrinature yiddish. E la presenza fondamentale della parola è uno dei motivi che ha decretato l’apprezzamento critico abbastanza universale di Maus anche aldilà degli appassionati di fumetti, culminato nel 1992 con l’assegnazione del Premio Pulitzer.
Maus ha dei personaggi straordinari, e fra tutti naturalmente il più straordinario è Vladek. È furbo come un animaletto favolistico, calcolatore e avaro come la caricatura dell’ebreo nella propaganda antisemita, follemente e teneramente innamorato di Anja. E possiede la negazione appena accennata di tutte queste caratteristiche, così da non instillare mai l’impressione che si saprà esattamente cosa è sul punto di fare. La maggior parte della vicenda di Maus si svolge in prigionia, e si rimane ammirati dalla sua rapidità, dai suoi sbagli, dal suo corteggiamento egoistico di ogni singola chance. Al termine dell’incubo, quando, dopo aver vagato nell’insicurezza, incontra dei conoscenti ebrei e viene a sapere che anche Anja ce l’ha fatta, Spiegelman riporta la macchina da presa al presente, inquadra il vecchio padre in pigiama che racconta la scena al figlio, dicendo queste parole: “Anja è viva! Mio cuore ha saltato! Non potevo credere”. Ecco. Quello è il momento per piangere. Dopo aver finito di leggere Maus, fermatevi per un secondo e rendete grazie a ciò che vi pare per il fatto che questa persona sia esistita veramente, che sia stata impressa in modo così formidabile, che abbia attraversato la Storia con la sua grazia scaltra, e il suo pensiero lineare. Non c’è bisogno di nessuna arguzia yiddish per concludere che sono persone del genere a rendere il mondo un posto in cui vale la pena di ricordare.

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Alle origini della graphic novel: i taccuini di Spiegelman https://minimaetmoralia.it/libri/alle-origini-della-graphic-novel-i-taccuini-di-spiegelman/ https://minimaetmoralia.it/libri/alle-origini-della-graphic-novel-i-taccuini-di-spiegelman/#comments Fri, 03 Jun 2011 11:00:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4463 di Marco Pacioni

Tra gli anni settanta e ottanta Art Spiegelman lavora a Maus I e II, fumetto che ha per tema una storia famigliare polacca yiddish raccontata a New York e intrecciata con la Shoah. Nel fumetto gli ebrei sono rappresentati come topi, i tedeschi come gatti e i polacchi non ebrei come maiali per parodiare il modo in cui i nazisti definivano queste persone.

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Questo articolo è uscito per Il Riformista.

di Marco Pacioni

Tra gli anni settanta e ottanta Art Spiegelman lavora a Maus I e II, fumetto che ha per tema una storia famigliare polacca yiddish raccontata a New York e intrecciata con la Shoah. Nel fumetto gli ebrei sono rappresentati come topi, i tedeschi come gatti e i polacchi non ebrei come maiali per parodiare il modo in cui i nazisti definivano queste persone. Quest’opera, nella quale alcuni vedono uno dei primi esempi di quel genere che adesso si chiama graphic novel, ha faticato un po’ prima di essere recepita anche in Europa dove ha sempre pesato di più l’interdetto sulla rappresentazione del genocidio ebraico nella letteratura, nel cinema e ancora di più in una forma di espressione pop qual è quella del fumetto. In Italia, ad esempio, Maus è stato tradotto e pubblicato soltanto nel 2000 (Einaudi). Nel frattempo Spiegelman ha vinto il premio Pulizer (normalmente riservato a poeti e scrittori), è diventato famoso al livello internazionale proprio grazie al suo fumetto sulla Shoah che ne ha rilanciato la fama anche come illustratore del settimanale radical The New Yorker per il quale, fra le altre cose, ha realizzato la copertina dell’edizione del primo anniversario dell’11 settembre.
Spiegelman si è sempre definito un disegnatore rapsodico, incline ad assecondare il fremito per lo scarabocchio su un foglio di carta mentre è al telefono. Un artista che, tra le forme embrionali di abbozzo di disegno su occasionali scatole di fiammiferi e il lavoro finale, non riempie taccuini di schizzi con diligenza e continuità. Anzi, Spiegelman si dichiara atterrito dall’obbligo di tenere in ordine un quaderno che ha iniziato o addirittura di cominciarne uno nuovo. «M’innamoro regolarmente di quaderni nuovi e intonsi, dei loro differenti formati, delle rilegature e dei blocchi di carta che mi fanno cenni promettenti. Riempio una pagina. Se il risultato mi piace, ho paura di farne un’altra e rovinare tutto. Peggio ancora, se il disegno non mi piace metto il quaderno da parte per non imbrattarlo ulteriormente».
Per questi motivi, Spiegelman ha sempre declinato la richiesta di pubblicare suoi quaderni. Fanno eccezione ora i tre taccuini rispettivamente del 1979, 2007 e 1983 di Be A Nose! (trad. it, di Costanza Pinetti, con un opuscolo introduttivo, Einaudi, € 30,00) che finalmente ci offrono la possibilità di entrare dentro il laboratorio di animazioni e storie in tre momenti importanti della sua vita artistica. Il primo sketchbook del 1979 intitolato Be è un vero e proprio diario visivo che Spiegelman tiene quando decide di venire in Europa per fare ricerche in vista della stesura di Maus. Quello del 2007, A (che sta per Autophobia) è invece una sorta di esercizio al quale Spiegelman si sottopone per esorcizzare la sua «nevrotica autocoscienza» e la sua paura di disegnare maturata dall’obbligo periodico delle scadenze alle quali è sottoposto un disegnatore professionista famoso. Il taccuino del 1983, Nose!, fa riferimento al momento di entusiasmo collettivo per la partecipazione alla rivista a fumetti Raw che lo stesso Spiegelman insieme alla moglie Françoise aveva fondato negli anni settanta.
In tutti e tre questi taccuini, Spiegelman mostra di aver bisogno del là per accordare la sua mano. Il suo è un disegno che necessita di essere provocato. Le sue storie nascono come note a margine che si espandono, da commenti grafici a testi. Spiegelman parte da un segno già dato, da una traccia lasciata da altri. E già da qui si vede il suo forte legame con la cultura ebraica nella quale sono centrali la scrittura e il gesto rituale. Come si vede anche dai suoi lavori “finiti”, in questi taccuini Spiegelman si mostra essere un disegnatore che teme e rifiuta lo spazio predisposto del foglio bianco. L’autore di Maus ha bisogno di ritagliarsi una parte in un posto già occupato da altri segni e scritture per continuare un percorso o cambiarlo. In tal senso, Spiegelman non conosce mai il disegno che si isola sulla pagina e che non sia già intessuto della storia che vuole raccontare. Il suo è un modo di illustrare sociale, come quello di un William Hogarth della graphic novel in cui i personaggi vivono in sé lo stesso processo di mutazione che subiscono come vittime o carnefici nello spazio storico.

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