Mel Gibson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mel-gibson/ un blog di approfondimento culturale Wed, 29 Apr 2015 13:54:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mel Gibson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mel-gibson/ 32 32 Emmanuel Carrère e la schiena della letteratura https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere-e-la-schiena-della-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere-e-la-schiena-della-letteratura/#comments Wed, 29 Apr 2015 17:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26295 di Leonardo Merlini

Lo scrittore del momento, visto di persona, è più alto di quanto immaginassi, il suo volto, benché chiaramente riconoscibile per via di alcuni tratti molto singolari, con il passare dei minuti, mentre ci guardiamo durante l’intervista, diventa più sfuggente, come succede ai visi delle persone care quando muoiono; in un modo difficile da spiegare il ricordo si sfoca, l’immagine si sfalda, e si moltiplica in una serie di alternative, tutte in qualche misura contraffatte.

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di Leonardo Merlini

Lo scrittore del momento, visto di persona, è più alto di quanto immaginassi, il suo volto, benché chiaramente riconoscibile per via di alcuni tratti molto singolari, con il passare dei minuti, mentre ci guardiamo durante l’intervista, diventa più sfuggente, come succede ai visi delle persone care quando muoiono; in un modo difficile da spiegare il ricordo si sfoca, l’immagine si sfalda, e si moltiplica in una serie di alternative, tutte in qualche misura contraffatte. Così lo scrittore del momento a volte somiglia terribilmente a Gary Oldman, poco dopo però prende le fattezze di un Tommy Lee Jones, oppure bordeggia l’idea di un Mel Gibson. Prima di tornare, senza preavviso nel bel mezzo di una delle molte pause di riflessione tra una parte di risposta e la successiva, a essere solo se stesso. Emmanuel Carrère mi sorprende in diversi modi: non porta la camicia dal collo un po’ liso e dal taglio regular che mi sarei aspettato da un intellettuale parigino, non è spigoloso nel relazionarsi con un estraneo come i suoi libri mi avevano fatto temere e, soprattutto, accetta di buon grado di parlare in inglese, lingua che maneggia senza francesismi da luogo comune (e proprio nello specchio dei luoghi comuni rivedo adesso con una certa vergogna riflesso il mio volto), anche se la parola literature, un paio di volte lo depista, ma lui, comunque, non si lascia intimorire. Il nostro incontro avviene al Circolo dei lettori di Milano, in una stanza che di primo acchito mi sembra assomigliare a molte altre, con tutti i crismi dell’antico palazzo meneghino, ma che poi, riguardando le foto scattate durante l’intervista, si rivela ricca di una serie impressionante di dettagli curatissimi, dal tappeto alla disposizione dei libri su alcuni tavolini, solo apparentemente marginali nel grande disegno dell’arredamento neoclassico.

Una volta, in una email che oggi non so dire se mi imbarazza o mi fa sentire fiero, ho scritto a Giuseppe Genna, di cui avevo amato moltissimo il romanzo Italia De Profundis, che non sapevo che cosa si dovrebbe dire a uno scrittore che si ammira per esprimere la propria passione per il suo lavoro senza sembrare un perfetto idiota o, come direbbe Kurt Vonnegut, un bambino di 6 anni [1]. Con il passare del tempo continuo a non sapere quale sia la risposta – certo, i complimenti fanno sempre piacere agli scrittori, normalmente attenti e premurosi nei confronti del proprio ego, ma non basta, soprattutto non basta a me – ma con il mestiere ho anche capito che se non puoi direttamente assaltare la Bastiglia, almeno puoi provare a girarci intorno, cercando una via meno battuta per fare breccia, nell’interlocutore, e soprattutto dentro di te. Dunque scelgo di mettermi un abito più istituzionale – del resto stiamo pur sempre parlando di un autore Adelphi – e comincio dall’ultimo libro, Il Regno, storia di una crisi mistica personale che poi diventa narrazione delle vicende dei primi cristiani, in particolare San Paolo e l’evangelista Luca. Parlo del ruolo dei libri, in questo caso si dovrebbe scrivere Libri con la maiuscola, che hanno sostenuto e sostengono le grandi religioni, e domando a Carrère – uno che ha avuto anche una certa vicinanza ad abissi che qualcuno definirebbe diabolici, come dimostra un libro come L’avversario – come si sia sentito affrontando con un libro (con la minuscola) una storia così poderosa e ponderosa. ”Non volevo competere con i testi sacri – mi ha risposto -. E’ stato un progetto ambizioso, ma è nato come qualcosa puramente narrativo, partendo dall’idea di una sceneggiatura per una serie tv. Ho iniziato leggendo e rileggendo gli Atti degli apostoli e le lettere di San Paolo, che sono i documenti fondamentali per questo tipo di lavoro. E non c’era un progetto teologico, l’ho concepito in un senso solo narrativo e drammatico”. Altro punto che depone a favore del fatto che, nonostante tutte le arie che mi posso dare, i miei stupori sono sempre un po’ provinciali: le parole “serie tv” ed “Emmanuel Carrère” non le avrei immaginate possibili nella stessa frase, e invece arrivano, con naturalezza, nell’inglese caldo dello scrittore, come se fossero semplicemente un fatto. Diceva Germano Celant di Piero Manzoni: “Non confida che il ragionamento possa raggiungere la verità. La verità è” [2]. Una posizione di fronte alla quale mi sembra che Carrère, autore per sua stessa definizione di (solo apparentemente) ossimorici “non fiction novels” [3], si possa sentire del tutto a suo agio [4] e che, ovviamente, gli consente di continuare a coltivare i propri dubbi (“Sono molto importanti anche nella religione”, mi dirà più tardi, confermandomi che in ogni caso è stato un credente, per quanto entusiasta per un certo periodo, sostanzialmente molto particolare e in fondo solitario. Condizione naturale per chi si sceglie il mestiere dello scrittore, direte voi, e avete ovviamente ragione).

Al centro della storia, oltre naturalmente a Carrère stesso, la figura di San Paolo, ma allo scrittore si capisce subito che piace di più quella di Luca. “L’evangelista – mi ha spiegato – è un personaggio molto umano e piacevole, ma è anche uno scrittore, io ho pensato, magari con una certa presunzione, che avrei potuto capire qualcosa su di lui attraverso la sua scrittura, in quanto era una sorta di collega”. Ma qual è il rapporto, e in un libro come Il Regno la domanda è quasi inevitabile, dato anche il parallelismo con l’autore di uno dei Vangeli, tra la Verità (maiuscola) e la letteratura (sempre minuscola, anche per i più grandi)? “Considerando la vasta questione della Verità – mi ha risposto – da un lato c’è Gesù che dice ‘Io sono la verità e la vita’, dall’altro c’è Pilato che dice ‘Che cos’è la verità?’, che è una posizione relativista che in un certo senso è la mia. C’è anche una terza via, che mi piace molto, ed è racchiusa in una frase di Kafka che ho citato nel libro, anche se non ho mai trovato esattamente la fonte di questa frase [5], che dice: ‘Io sono molto ignorante, ma questo non significa che la verità non esista’. Io sono d’accordo con lui, ci sono cose delle quali non so nulla, ma ciò non significa che queste cose non esistano”.
Quello che esiste, di certo, sono i libri di Carrère, il suo – sempre se crediamo alla Paris Review – “take-no-prisoners exhibitionism” che ha come bersaglio in primo luogo lui stesso o, meglio, il personaggio che nelle pagine di Limonov, L’avversario o Il Regno, dice “io” e si chiama Emmanuel Carrère. A un certo punto, dopo esserci annusati abbastanza a lungo, dopo aver sentito che di fronte a me c’era una persona che rispondeva, e non intendo alle domande ufficiali dell’intervista (prevedibilmente inserite in uno spettro piuttosto circoscritto e gestibile per ambo le parti senza troppa fatica), ma al gioco di suggestioni e di rilanci che alimenta la partita sotterranea di ogni intervista, quel confronto strategico tra chi (io) tenta di costruire un discorso che sia al tempo stesso ampio e particolareggiato (nella costante e infantile speranza di colpire il famoso scrittore, costringendolo a venire allo scoperto, abbandonando per qualche istante il ruolo sociale che il rituale giornalistico impone) e chi (lui) affronta con cortesia e disponibilità una cosa che è parte del lavoro, ma nella quale non conviene quasi mai esporsi troppo, soprattutto se sei lo scrittore del momento, dopo aver capito che era il momento di affondare, prendo in mano il coraggio e la sparo: chi è – gli chiedo – il personaggio Emmanuel Carrère, che percentuale di verità c’è in lui e quanta inevitabile finzione, dato che, indubitabilmente, si tratta comunque di un personaggio letterario [6] ?
Questa volta la pausa è lunga, Carrère si guarda intorno più volte. Io tengo duro, resto zitto, aspetto massaggiandomi piano la barba, incredibilmente resisto alla fretta di rimediare al suo silenzio e al mio panico sempre più forte all’idea di avere detto una enorme cazzata. Ma poi mi guarda con quegli occhi da attore camaleontico e triste, aspetta ancora un istante, quindi risponde: “Per prima cosa – e lo dice pensandoci molto, o almeno riuscendo a farmelo credere in modo convincente – io cerco di essere più sincero che posso, ma la sincerità non è abbastanza. Puoi mentire anche essendo sincero”. Bingo, nel mio cervello si stappa una bottiglia di chinotto (meglio non esagerare con l’autocelebrazione), ho un titolo, penso, e comincio a rilassarmi, errore imperdonabile, perché Carrère fiuta e rilancia sul tavolo della complessità. “Quello che tento di fare – aggiunge – è sia il ritratto del protagonista della storia, sia un autoritratto. Io ho bisogno di fare il ritratto di qualcun altro per arrivare a fare il mio autoritratto. E ho bisogno di fare un autoritratto per poter creare qualcun altro. C’è questo tipo di interazione”. Ha stravinto lui, altro che titolo, qui c’è sintetizzato tutto il metodo di lavoro degli ultimi libri, la strategia che lo ha reso grande e celebrato, un significante e un altro significante, che insieme, questo è il punto, fanno un Significato.
Poi, e ciò conferma che anche un grande scrittore sa essere premuroso nei confronti di chi gli sta di fronte, aggiunge, fingendo di cedermi i tre punti: “Lo so che non ho risposto alla domanda, ma perché in realtà non sono in grado di rispondere”. Noi però sappiamo che c’è gente che per una risposta così potrebbe offrire il proprio regno. Mica per un cavallo.

Doppi, specchi, depistaggi. La situazione, direbbe Roberto Bolaño, a questo punto si è decisamente complicata. E per i personaggi di questo racconto (perché quello è, lo sto scrivendo ora davanti a una tastiera, è notte, la birra è quasi finita e anche io fatico a definire chi è che dica io in questo pezzo, che non so sinceramente cosa sia) non ci sono più vie d’uscita: intervistatore e intervistato, cronista e Autore, destini segnati, immutabili. Non fosse che in mezzo a noi due, in quello spazio che serve alla mia videocamera per avere un respiro e un’inquadratura, in quella distanza che disperatamente tento tutte le volte di annullare (illudendomi ogni volta di esserci riuscito, quando invece è mantenerla il vero appiglio per il successo dell’impresa) si stende il fantasma multiforme della letteratura, quella che trasuda da tutti i non fiction novel di Emmanuel Carrère, quella che ci offre, imprevista e scontata, la via d’uscita, a me e a lui, per passare indenni ancora una volta attraverso questo rito scioccante che consiste nel cercare di scoprire qualcosa di un’altra persona attraverso le cose che ha scritto e quelle che io a mia volta scriverò, in un circolo infinito di riflessi potenzialmente portatori della peste della noia. Ma la letteratura arriva e, ancora una volta (mentre rinnova la condanna eterna per ciascuno di noi due – ma ognuno si sceglie la condanna che vuole nel mondo del libero capitalismo) ci salva la vita. “Il punto, quando si scrive letteratura, e il genere non conta niente, per me è che più sei libero, migliore sarà il risultato – sta dicendo adesso Carrère -. Se io sento che in quel contesto potrò essere libero allora sceglierò una cornice romanzesca. Ci sono per esempio dei libri di storia che sono molto più vicini alla mia idea di letteratura rispetto a tanti romanzi”. Bravo, fin qui, ma anche un po’ prevedibile, vagamente farisaico direbbe un sagace evangelista Luca. Poi però arriva il colpo di coda, che ancora una volta cambia le regole del gioco o, se preferite, la sintassi della lingua comune che, ciascuno straniero alla propria, stiamo parlando seduti composti sulle sedie confortevoli del Circolo dei lettori meneghini. “Personalmente – aggiunge lo scrittore – non credo che sia una cosa buona andare troppo in cerca della qualità letteraria, io credo che la letteratura compaia quando vuole lei e non dipenda da te. Puoi anche voltarle completamente le spalle e fare comunque della buona letteratura”.

Chiaramente abbiamo finito, io ho finito, è successo quello che speravo: mi sono perso nonostante avessi in mano la mappa esatta di ogni strada possibile, ossia un libro. Nella fattispecie di Emmanuel Carrère, ma a quest’ora è un dettaglio che perde almeno in parte il proprio significato esclusivo. Però, siccome il tarlo dell’invidia mi rode anche mentre mi sforzo di allontanarlo da me, mi gioco un’ultima domanda: ma tutto questo successo – gli chiedo – non ti spaventa? (e sto chiaramente parlando per me). “Ci sono due cose che sono in contraddizione risponde lui con un sorriso che mi sembra decisamente magnanimo – e con entrambe ti devi confrontare: la prima è che il successo è una cosa molto bella per l’ego, il che significa che non è molto positiva per il sé”. Uhm, buona, ma si può fare meglio, forza Emmanuel. “E’ una cosa molto pericolosa, devi essere molto molto cauto con il successo, perché ti può rendere decisamente stupido e pretenzioso. Questo è il lato negativo, il lato pericoloso”. Mi sto per addormentare, ma ecco la freccia che arriva, grazie al cielo.”D’altra parte – conclude lo scrittore – nel successo c’è per me anche un aspetto molto positivo, perché ti dà molta fiducia per fare cose coraggiose. Se vedi che i lettori ti hanno seguito in imprese anche molto strane e rischiose, andando ben oltre le tue aspettative, senti la sicurezza per provare qualcosa di più difficile”.
Adesso sono davvero esausto, volevo che Emmanuel Carrère, lo stesso tizio che ha fissato negli occhi l’avversario Jean-Claude Romand e ne ha cavato un libro meraviglioso e impossibile, lo stesso che adesso mi guarda con una serie di rughe sul viso che sembrano finte, dal tanto che sono curate, quello che ha provato a scrivere di nuovo un Vangelo e gli Atti degli apostoli, dicesse che ha voglia di fare ancora qualcosa di più difficile. Qui dovevamo arrivare. Pronti, naturalmente, per partire ancora verso chissà quale altra destinazione.
Wow [7].

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[1] Indimenticabile, in questo senso, la lettera che il miliardario buono e un po’ stupido Eliot Rosewater spedisce allo scrittore di fantascienza e reietto Kilgore Trout in Mattatoio n.5: “Lei dovrebbe essere presidente del mondo”, scrive, tra l’altro, Rosewater.

[2] Germano Celant, Su Piero Manzoni, Abscobdita

[3] Cfr. l’intervista di Emmanuel Carrère alla Paris Review, The Art of Nonfiction No. 5

[4] Così come, pur con altre sfumature, si sentirebbe a proprio agio un Philip K. Dick, di cui Carrère è stato anche biografo appassionato

[5] Qui non resisto e gli dico, quasi con certezza, che la citazione è tratta dai Quaderni in ottavo dello scrittore praghese. Mentre lo dico sento il leggero brivido dell’azzardo e capisco che, in una qualche misura anche tutt’altro che spettacolare, la letteratura (e la componente di invenzione che porta con sé, anche se in Carrère questa convergenza sembra meno immediata, e quindi più mediata) è il mio destino (con la minuscola, mai esagerare). Nei giorni successivi non sono mai andato a verificare se la mia risposta fosse quella giusta. Scrivo adesso che non lo farò mai.

[6] Mi rendo conto ora, giorni dopo l’evento reale dell’intervista con Carrère, che fare questa domanda nel corso di un incontro che aveva come tema un libro sui primi cristiani poteva portare con sé implicazioni ben più vaste dell’ombelico del giornalista e perfino di quello del grande scrittore. Implicazioni complesse che hanno a che fare con altri libri, nei quali, per esempio, un personaggio chiave è chiamato Gesù…

[7] Forse un francese direbbe “Superbe!”, ma sinceramente chissenefrega

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Intervista a Chuck Rosenthal https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-chuck-rosenthal/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-chuck-rosenthal/#respond Tue, 18 Mar 2014 16:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19390 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Le vie della letteratura sono infinite. E Chuck Rosenthal, 63 anni, prolifico scrittore outsider americano, da tempo percorre una strada personale, quella del “giornalismo magico”, che racconta la società contemporanea attraverso narrazioni metaforiche. Una strada che lo ha portato in Italia, dove finora era stato tradotto solo il suo Elena delle stelle (1997). È infatti uscito per l’editore Mattioli 1885 A ovest dell’Eden (West of Eden, trad. it. di Nicola Manuppelli, pp. 245, € 17,90), una storia travolgente, difficile da riassumere, che esplode in tante direzioni tra humour, tragedia e risate. Il protagonista è Shark Rosenthal, scrittore, personaggio in parte autobiografico, con una moglie poetessa, Diosa, e una figlia di nome Gesù convinta di essere davvero il figlio di Dio in versione femminile, il che crea problemi al padre Shark, che si muove tra Hollywood, Malibou, Topanga Canyon e guida il lettore nella Los Angeles del ventunesimo secolo, fra business del cinema e letterario, poeti e santoni, hippies e fanatici di Scientology, con attori in crisi di nervi che ricorrono alla New Age. Persone sconosciute e vip stile Robert Downey jr., Mel Gibson e Sting si rincorrono in (dis)avventure di ogni tipo, di cui l’aggettivo “surreali” esprime bene la follia.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Le vie della letteratura sono infinite. E Chuck Rosenthal, 63 anni, prolifico scrittore outsider americano, da tempo percorre una strada personale, quella del “giornalismo magico”, che racconta la società contemporanea attraverso narrazioni metaforiche. Una strada che lo ha portato in Italia, dove finora era stato tradotto solo il suo Elena delle stelle (1997). È infatti uscito per l’editore Mattioli 1885 A ovest dell’Eden (West of Eden, trad. it. di Nicola Manuppelli, pp. 245, € 17,90), una storia travolgente, difficile da riassumere, che esplode in tante direzioni tra humour, tragedia e risate. Il protagonista è Shark Rosenthal, scrittore, personaggio in parte autobiografico, con una moglie poetessa, Diosa, e una figlia di nome Gesù convinta di essere davvero il figlio di Dio in versione femminile, il che crea problemi al padre Shark, che si muove tra Hollywood, Malibou, Topanga Canyon e guida il lettore nella Los Angeles del ventunesimo secolo, fra business del cinema e letterario, poeti e santoni, hippies e fanatici di Scientology, con attori in crisi di nervi che ricorrono alla New Age. Persone sconosciute e vip stile Robert Downey jr., Mel Gibson e Sting si rincorrono in (dis)avventure di ogni tipo, di cui l’aggettivo “surreali” esprime bene la follia.

Chuck Rosenthal, partiamo dal titolo: West of Eden ricorda East of Eden di Steinbeck (La valle dell’Eden). È la sua negazione “postmoderna”?

Viene da pensarlo, sì. La letteratura postmoderna eleva fenomeni della cultura di massa a un livello letterario e distrugge le convenzioni narrative fino a fare dell’ambiguità del linguaggio uno strumento di ricerca della verità, come la poesia cerca di esprimere l’inesprimibile attraverso la lingua. Il postmoderno è eclettico e ha messo le sue radici anche da voi in Italia, penso alla moda, al design, all’architettura e, a essere sincero, tra le mie prime influenze postmoderne ci sono due scrittori italiani: Dino Buzzati e Italo Calvino, che per me sono al fianco di Borges, Márquez e Cortázar per gli autori sudamericani e William Gass per gli Stati Uniti. Potrei poi fare molti altri nomi di autori per me importanti, a partire da Jack Kerouac e Mark Twain, o di musicisti come Leonard Cohen, ma uno scrittore postmoderno vive di influenze, e le usa consapevolmente. Così West of Eden certamente va messo in relazione con East of Eden, ma non penso sia una negazione del realismo di Steinbeck, piuttosto un’allusione a cos’è l’ovest di Los Angeles, non geograficamente, ma metaforicamente: la California, la terra promessa, la fine di un continente, vai a ovest di tutto questo e arrivi all’est.

Un est che affronta con il “giornalismo magico”, che per lei indaga «la metafora della vita». Una vita immersa nei consumi e nella società dello spettacolo.

Spesso toccando questo argomento nascono metafore iperboliche, ma West of Eden non estremizza quelle del consumismo e dello show business. Nel mio precedente lavoro di “giornalismo magico”, Are We Not There Yet, ambientato sull’Himalaya, seguivo attraverso induismo, buddismo e culture islamiche il concetto del maya, cioè l’idea che il mondo sia illusorio. E, quando parli per metafore di illusione e falsità, si mescolano aspetti magici e di verità.

Cioè appunto il suo “giornalismo magico”, dove però tutto rischia di diventare fiction.

A dire il vero non dico che tutto diventi fiction. Sono un grande fan della realtà, ma ci sono problemi che potrei riassumere con un aforisma: “Puoi morire per un’idea ma un’idea non morirà mai per te”. Insomma, per dimostrare quanto la parola “verità” sia senza significato, o sia difficile dire cosa sia, basta andare in un tribunale per un processo. Diciamo che sono affascinato dal potere e dalla bellezza della lingua, ma non ho fiducia in lei.  Quando provi a raccontare la realtà con le parole, come fai? Io provo a scrivere un libro diverso ogni volta, mescolo generi e tradizioni letterarie perché mi permette di portare in primo piano il linguaggio in maniera sempre differente, e voglio che ogni frase sia una sorpresa, se possibile. Se no, mi annoio. Poi certo, amo leggere i giornali, riconosco il valore del giornalismo tradizionale, del new journalism e del gonzo journalism, e leggo volentieri anche la fiction realistica, se ha un buon ritmo e porta in primo piano linguaggio e metafore, ma sinceramente preferisco la narrativa fiabesca.

“Narrativa fiabesca” echeggia il “realismo magico” della letteratura sudamericana. Nel suo saggio Che cosa è il giornalismo magico?, che chiude il libro, non lo cita.

Non lo cito perché con quel saggio voglio affrontare come oggetto il giornalismo, e quindi parlo di new e gonzo, creative non-fiction, ma non posso negare che il realismo magico abbia avuto una grande influenza su di me. In particolare, appunto, l’uso che ne fa Márquez, nelle cui mani diventa davvero un realismo sociale in senso marxista, una critica alla cultura borghese.

Il giornalismo magico è quindi una forma di denuncia?

Vorrei rispondere “sì”. Ma Whitman dice: “Do I contradict myself? Very well then, I contradict myself.  I am large.  I contain multitudes.”  Abbandono la ricerca di una verità semplice, ammesso che la verità possa essere semplice, e ne cerco una più profonda, nell’assurdo e nel miracoloso. Sì, si tratta di una specie di denuncia, ma mi diverto a farla.

E cosa vuole denunciare della società americana?

Sono un membro della cultura di massa, non posso separarmene, così West of Eden è un’immersione, un’operazione di autocoscienza.  Penso che il problema principale in America sia il consolidamento della ricchezza contro la crescente schiera di poveri. Constatarlo, o criticarlo, non risolve il problema. E sinceramente non condivido le narrazioni che raccontano di stanze dei bottoni o cospirazioni, penso anzi che queste metafore, come provocazioni, siano fallimentari. Il cinismo diventa lo strumento che protegge questa scissione. E a ben vedere, qui a Hollywood – città-impresa dell’industria dell’intrattenimento – siamo dominati dal cinismo, dall’interiorizzazione della distanza dalle cose, una condizione talmente introiettata da essere vissuta senza nemmeno averne coscienza. E non penso si conosca davvero il significato della parola “cinismo”.

Quindi l’ironia dei suoi personaggi è un’arma di difesa o l’accettazione della finzione?

Per quanto possa essere giocoso e divertente West of Eden, penso che la narrativa sia una ricerca dell’autenticità. Se i miei personaggi usano l’ironia come arma, è di difesa contro il cinismo. E la sincerità, l’espressione diretta, in fondo può essere letta come un’implicita, magari inconsapevole, forma di cinismo.

Però quando parla del dramma dei Desaparecidos, di persecuzioni, prigionie e torture, non fa ironia. Anche questo è “magic journalism”?

Sì, penso che i capitoli sui desaparecidos siano giornalismo magico. Anche se sono basati sulla storia di carissimi amici, fuggiti dall’Argentina e ora residenti a Los Angeles. E, anche se sono lontani dalla cultura hollywoodiana, provo a raccontarli in scene con loro seduti attorno a un tavolo di vetro o nella Death Valley (un’affascinante metafora essa stessa), o a Vasquez Rocks dove sono girati dozzine di show e film sci-fi hollywoodiani, per compensare sia la cupezza, la gioia e il dolore della loro fuga, sia l’aver vissuto al confine della morte e tra le ombre di così tanti parenti, amici, compagni morti.

A proposito di cinema, nel libro racconta anche di come stia fagocitando la letteratura.

Per gli editori, tra i criteri di selezione dei romanzi c’è anche la possibilità della loro trasposizione filmica. Era inevitabile che il cinema fagocitasse la letteratura, perché fin dal principio tutti gli animali, uomini inclusi, hanno pensato per icone, per immagini. Che noi viviamo soltanto in un universo linguistico è illusorio, e le sequenze d’immagini sono più profondamente radicate nella nostra psiche che quelle di parole. Si possono fare molti esempi, basti pensare al cambiamento in atto nell’uso dei devices simili all’iphone: da un lato sono spedite sempre meno parole via sms, servizi di messaggeria scritta o twitter, dall’altro aumentano le fotografie scattate e spedite (valgono più di mille parole?).

E allora perché sta scrivendo The Last Book of Everything, un libro che sembra essere infinto. Viene in mente Proust. Cerca di fare una sorta di catalogo della memoria fluida del suo tempo?

Anche in questo caso vorrei rispondere solo “sì”. The Last Book of Everything, da cui è stato tratto un docufilm che dovrebbe uscire nell’estate 2014, è un libro di 800 pagine, e incompiuto. Non ho la precisione e l’interiorità di Proust, ma sì, provo a raccogliere la memoria fluida dei miei tempi, ma allo stesso tempo provo, se possibile più radicalmente di Virginia Woolf, e imparando da lei, a distruggere la convenzione narrativa del “tempo”. Così non è proprio un catalogo, ed è anche magico, favolistico e non realista. Ospita dozzine di narrazioni, mini-racconti, novelle, trattamenti, e in teoria dovresti essere in grado di iniziarlo dove vuoi per poi tornare a quel punto, o leggerlo random. Comunque, ho smesso di scriverlo.

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