mercato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mercato/ un blog di approfondimento culturale Wed, 25 Sep 2013 13:50:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg mercato Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mercato/ 32 32 Alcune modeste proposte per le case editrici, a cominciare dalla mia https://minimaetmoralia.it/editoria/alcune-modeste-proposte-per-le-case-editrici-a-cominciare-dalla-mia/ https://minimaetmoralia.it/editoria/alcune-modeste-proposte-per-le-case-editrici-a-cominciare-dalla-mia/#comments Mon, 18 Jul 2011 14:47:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4701 di Marco Cassini

Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni:

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Negli ultimi anni, quando mi è capitato di parlare agli studenti del Master in Editoria dell’Università La Sapienza o agli allievi del corso di editoria di minimum fax degli aspetti commerciali di una casa editrice, ho più volte espresso un concetto (interiorizzato negli ultimi tre anni passati a fare il direttore commerciale, e della cui intuizione ero piuttosto fiero) che qui sintetizzo in brevi affermazioni: noi editori spesso sbagliamo perché abbiamo sempre in mente come nostri diretti referenti i lettori; pensiamo al pubblico di lettori che segue le nostre scelte da anni e ci chiediamo: “Cosa penseranno di questa scelta? Leggeranno anche questo libro? Apprezzeranno il titolo su cui stiamo lavorando ora?” Ma in realtà quello che dimentichiamo è che noi editori solo molto raramente abbiamo un contatto, un rapporto diretto coi nostri lettori. Prima di convincere i nostri lettori dobbiamo convincere una serie di soggetti intermedi: il responsabile della nostra rete promozionale; che a sua volta convincerà i singoli promotori o agenti di vendita; che a loro volta parleranno del nostro libro a centinaia di librai di ogni regione d’Italia, che infine – solo al termine di questo tortuoso percorso – proporranno il nostro libro all”‘utilizzatore finale”. Perché è così che funziona normalmente il sistema distributivo editoriale.

Ora, però, sbugiardando quel mio stesso ragionamento, credo sia giusto riconquistare proprio la centralità del rapporto (mediato o immediato che sia) fra l’editore e il lettore. Credo che noi editori abbiamo sbagliato, e sbagliamo, a lasciare che sia il mercato, e i suoi tortuosi percorsi, a regolare le nostre scelte, o anche solo le forme del rapporto fra noi e i lettori. Quello che il mercato vuole o impone a un editore che non voglia sparire dalla libreria è la crescita, è una produzione maggiore, la conquista di uno spazio nei negozi, che (invertendo il principio di causa-effetto) è sempre più limitato.
E così noi editori rischiamo di dimenticarci di parlare ai lettori, e parliamo invece al mercato. O quanto meno: cerchiamo di imparare (il più delle volte goffamente) alcune frasi idiomatiche che crediamo siano la lingua del mercato, nel tentativo di parlare al mercato che ci chiede di volta in volta di essere più aggressivi; di semplificare i materiali informativi perché il mercato non è un lettore colto; di usare paratesti sempre più simili al packaging di un prodotto da banco del supermercato; di confezionare i nostri libri con delle copertine che assomiglino ad altre copertine di successo; di promuoverli come qualcosa di riconoscibile non perché unico ma perché al contrario simile a qualcos’altro; di adottare strategie commerciali più facili come sconti, campagne promozionali, politiche di prezzo al ribasso. E così ci concentriamo più sul rapporto che la casa editrice ha o dovrebbe avere con gli agenti di vendita, con i buyer delle catene, con la grande distribuzione che sul rapporto con il lettore, l’unico che davvero conti, e rischiamo di trascurarlo, di non parlare più la sua lingua, che prima era la nostra lingua. E ci allontaniamo. Per un problema lessicale.

Abbiamo ceduto insomma, noi editori, al ricatto del mercato, abbiamo assecondato alcune sue richieste che se ci fermiamo a riflettere appena un istante riveleranno tutta la loro assurdità; abbiamo allentato la morsa del nostro codice deontologico e abbiamo finito col chiudere almeno un occhio quando ci guardiamo dentro (nello specchio dell’anima che è il nostro catalogo) e rischiamo adesso di non riconoscerci più, di non riconoscere più nella nostra proposta (magari non nel suo contenuto, che resta coerente, ma nel modo di veicolarlo, che però come sappiamo bene ne è parte integrante) qualcosa di coerente con quello che eravamo prima di cedere.
Si dirà: bisogna pur sopravvivere. Oppure: è la libreria, baby. O ancora: è tutta colpa del mercato. Ma non è vero, il mercato è fatto di lettori, e se sappiamo parlare ai nostri lettori uno a uno, alla fine avremo parlato anche al mercato. In fondo, lettori e mercato sono la stessa cosa, solo che paradossalmente agli uni sappiamo parlare (ma stiamo rischiando di dimenticare come farlo) e all’altro non sarebbe poi così necessario ma ci sforziamo continuamente di farlo.
Corriamo insomma il rischio di assomigliare a quei produttori di cattiva televisione che si dicono costretti a produrre programmi di così basso profilo per andare incontro ai gusti del pubblico mentre il pubblico (una porzione di pubblico) è molto più elevato di quella proposta, vorrebbe qualcosa di meglio, se solo ci fosse, e magari quando un raro prodotto di intrattenimento di qualità arriva in tv viene premiato. Ecco, quella porzione di pubblico spesso è già una quantità di lettori sufficiente, se siamo in grado di intercettarla, se sappiamo parlarle col cuore e con la qualità dei nostri prodotti e delle nostre idee che ci abbiamo messo dentro, e non con la lingua del mercato: una quantità che farebbe prosperare o quanto meno vivere dignitosamente le nostre case editrici.

D’altro canto, e non è un dato trascurabile, il mercato editoriale italiano è solo uno dei tanti aspetti in cui si manifesta l’anomalia del nostro paese. Stando alla sua definizione e alla sua dichiarazione di intenti, “L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, meglio nota come Antitrust (…) garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra  imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini”. Non dovrebbe quindi accettare o permettere che i principali distributori siano anche i soggetti che possiedono le più grandi catene di librerie, e addirittura siano a loro volta anche editori (e poi perfino grossisti, marchi di franchising, librerie online…) Nel nostro mercato editoriale, soggetti che in teoria dovrebbero avere interessi non coincidenti (librai, editori, distributori, grossisti) sono presenti in tutte le varie associazioni di categoria, e questo fa sì che si travesta da “accordo fra le parti” ciò che in realtà è solo l’esercizio di un potere dei pochi.

Allo stesso tempo più volte si è affacciata – proposta dal “mercato” sotto forma di consigli da parte di lettori librai promotori distributori, o suggerita implicitamente dai tabulati di vendita, dalle classifiche Nielsen, dalle ospitate al programma televisivo del momento, e così via – la possibilità di trovarci al bivio a cui ci affacciamo ogni giorno da anni ed essere tentati dalla via più battuta, dalla scorciatoia. E così magari ci è capitato di non limitarci a valutare un libro solo per le sue intrinseche qualità letterarie linguistiche contenutistiche formali ma anche immaginando le sue potenzialità di vendita. Anche qui si dirà: è il mercato, la casa editrice è un’azienda, deve far quadrare i conti. Eppure la storia di molte case editrici è fatta di goffi tentativi di andare “verso il mercato” senza averne la predisposizione capacità attitudine, e di successi di critica ma anche di vendite ottenuti proprio dai libri che “il mercato” (banalizzandolo e immaginandolo erroneamente come un enorme stomaco in grado di digerire solo best seller di scarsa qualità) apparentemente o teoricamente avrebbe dovuto rigettare. Il titolo di qualità che vende, l’autore letterario che vende (e ovviamente per vendita non parlo di giga-seller ma di numeri ancora dignitosamente, onestamente a quattro cifre) esistono.
Dobbiamo resistere alle tentazioni, alle richieste, alle regole che qualcuno vorrebbe far passare per le uniche leggi di mercato che valgano (iperproduzione, crescita, semplificazione, imitazione) e dimostrare che non è vero, che si riesce a restare sul mercato anche senza pubblicare solo le mode del momento, che un romanzo si vende anche senza la fascetta fosforescente o senza una donna ammiccante in copertina, che un libro ha il suo valore anche per la rilegatura e l’impaginazione che usa, per l’investimento che l’editore ha fatto nella traduzione o nell’editing, e nel numero di correzioni di bozze cui ha sottoposto il testo, per la strenua ricerca del nostro libro di essere difficilmente classificabile, di non assomigliare a niente se non a se stesso. Perché il lavoro di ognuno di noi, credo, in fondo vuole dimostrare un principio semplice: il mio libro non è ilmiolibro.

Concordo dunque con l’idea di una graduale decrescita editoriale (proposta recentemente da Simone Barillari (leggi l’articolo) nell’ambito di una discussione in seno al gruppo di lavoro TQ-editoria, ma assai ben praticata e comunicata a lettori, giornali e librai, già qualche anno fa, dall’editore Marcos y Marcos): produrre meno per affogare meno le librerie, dare tempo ai librai e ai lettori (ma anche ai critici letterari e alle pagine culturali) di “assorbire” con i giusti tempi la produzione delle case editrici.

Se dovessi proporre ai miei amici e colleghi editori un ipotetico codice deontologico, mi soffermerei innanzi tutto su questi punti:
1. Impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio, per dare tempo ai libri di vivere più a lungo prima e dopo la pubblicazione;
2. Impegnarsi a non cadere nella tentazione delle scorciatoie, della semplificazione, dell’imitazione;
3. Impegnarsi a resistere alle storture del mercato e a fare di tutto per cambiare le sue regole che non ci piacciono.
Il mercato in sé non è un’entità necessariamente brutta e cattiva, ma le regole che lo governano a volte sì. Fra le storture che regolano il mercato italiano oggi c’è quella di una legislazione fallace. Così come i Mulini a vento (un gruppo di editori di cui fanno parte Donzelli, Instar libri, Iperborea, minimum fax, La Nuova Frontiera, nottetempo, Voland) negli ultimi due anni si sono spesi per contribuire a porre un primo piccolo argine (altri bisognerà costruirne) alla stortura della legislazione in materia di prezzo del libro, forse oggi ci si potrebbe impegnare a proporre al garante per l’Antitrust di regolamentare il mercato per evitare che tutta la filiera editoriale sia in mano a pochi soggetti in posizione dominante.
Perché le regole del mercato non le fa il mercato ma le facciamo (e quindi possiamo anche modificarle) noi che il mercato lo alimentiamo e lo nutriamo con le nostre idee, le nostre proposte, le nostre battaglie.
E ancor più perché – ricordiamo le parole trascritte poco sopra – in ballo non è solo la sopravvivenza di una piccola libreria di quartiere o di un editore indipendente, ma “il benessere dei cittadini”. E il nostro benessere – cioè di noi editori, lettori, librai; di noi cittadini – passa in gran parte per le pagine dei nostri libri.

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L’antenato di Unabomber https://minimaetmoralia.it/interventi/lantenato-di-unabomber/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lantenato-di-unabomber/#comments Tue, 22 Mar 2011 09:28:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4025 di Tommaso Pincio

Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio».

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di Tommaso Pincio

Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio». Chissà se gli agenti dell’Fbi furono attraversati da pensieri dello stesso tenore quando nell’aprile del 1996 fecero irruzione in una capanna nel Montana e arrestarono Ted Kaczynski con l’accusa di essere l’infame «Unabomber», il terrorista che nel corso di quasi un ventennio spedì plichi esplosivi uccidendo tre persone e ferendone ventinove. La spartana dimora in cui egli si era ritirato per combattere una solitaria battaglia contro la società dell’industria tecnologica avrebbe potuto autorizzare simili paragoni e fu addirittura trasportata a Sacramento, sede del processo, affinché la giuria potesse prenderne visione quale prova inconfutabile che l’uomo era profondamente disturbato. La mitologia sorta intorno a quella capanna fu in buona parte costruita dai mezzi di informazione ma non è uno specchio fedele della realtà. Il luogo in cui era situata non era poi così isolato, tuttavia i giornalisti non esitarono a parlare di «wilderness», un termine che nell’immaginario americano evoca quanto di più distante ci possa essere dall’idea di civiltà. Sorvolando bellamente sul fatto che vivere a quattro miglia da una città è tutt’altro che insolito in uno stato come il Montana, la stampa fece della capanna il simbolo dello stile di vita di un individuo che parlava poco o niente, non portava orologio, non faceva sesso e girava in bicicletta in pieno inverno. «Eccentriche» abitudini che avrebbero dovuto attestare in termini inequivocabili uno stato di irrimediabile alienazione.
Dimostrare che Ted Kaczynski fosse pazzo era però impresa tutt’altro che agevole. Il rapporto psichiatrico con cui al dibattimento si pretese di dimostrare una volta per tutte che egli era malato di mente ruotava in sostanza attorno a due argomenti o, per essere più precisi, due convinzioni dell’imputato. Kazcynski credeva che la sua esistenza fosse controllata dalla tecnologia e che i genitori avessero commesso gravi errori. Ma quante persone pensano cose simili? «C’è un po’ di Unambomber in ognuno di noi» si lesse all’epoca sulle pagine del Times, un’affermazione che non parve affatto stonata, soprattutto se si prendeva in considerazione l’esperienza di coloro che a partire dalla fine degli anni Sessanta scelsero di abbandonare i centri abitati per fare ritorno alla natura. Certo, spedire plichi esplosivi non è da tutti ma a parte ciò, ridotta all’osso, la storia di quest’uomo non era poi così atipica: dopo essersi laureato in matematica a Harvard, nel 1969 Kaczynski lasciò un buon posto di insegnante presso l’università di Berkeley e se ne andò a vivere lontano da tutto come un eremita. Una storia a tal punto simile a quella di tanti hippy e ambientalisti che la destra americana se ne servì per dimostrare come le malsane idee degli ambientalisti e di chiunque osa criticare il progresso tecnologico siano destinate a sfociare in violenza e anarchia. Ci fu anche chi si spinse ben oltre, vedendo in Unabomber una sorta di gemello cattivo di Al Gore, vicepresidente durante l’amministrazione Clinton e autore di Earth in Balance, una riflessione dai toni certamente non estremisti su inquinamento e sfruttamento sconsiderato del pianeta. A rappresentare un problema erano le tesi esposte da Kaczynski nella Società industriale e il suo futuro, il cosiddetto «manifesto» pubblicato da New York Times e Washigton Post nel settembre del 1995 dietro suggerimento dello Fbi nella speranza che qualche lettore potesse riconoscere lo stile della scrittura e fornire elementi utili alla cattura del terrorista. Il nocciolo del prolisso pamphlet era che il progresso tecnologico porta con sé tali e tanti effetti negativi per cui si rende necessario arrestarlo affinché l’umanità possa far ritorno ad abitudini di vita più semplici e in armonia con la natura. Idee che somigliavano tremendamente a quelle degli attivisti di Earth First! e per giunta argomentate in modo razionale.
Alla fine degli anni Novanta lo psicoterapista Gary Greenberg intraprese un carteggio con Kaczynski al fine di chiedergli il permesso di scrivere una sua biografia. Il resoconto dello scambio epistolare è poi diventato oggetto di una sorta di racconto pubblicato nella rivista McSweeney’s. Nella prima lettera spedita a Unambomber presso il carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso, Greenberg scrive: «Come molti nostri coetanei, ho trascorso qualche anno in una capanna in mezzo ai boschi senza acqua corrente né elettricità, cercando di vivere solo dei prodotti della terra… Non dimenticherò mai come la gente che non riusciva a capire quello che stavo facendo mi considerasse con sospetto se non addirittura con ripugnanza… Non vorrei apparire presuntuoso, ma credo che la sua storia sia in parte anche la mia e nella sua decisione di adottare questo stile di vita riconosco una forma d’integrità per la quale nutro un profondo rispetto». L’intento dello psicoterapeuta era evidentemente quello di blandire. Egli diceva tuttavia qualcosa di molto vero affermando che la «visione del mondo che sottende e rende possibile l’invenzione di macchinari e apparecchiature… non tollera proteste radicali. Essa coopta l’opposizione o la estirpa, uccidendola senza mezzi termini oppure semplicemente screditandola». Bollare Kaczynski come un folle «prodotto degli anni Sessanta» non era infatti solo un modo per puntare l’indice contro hippy e ambientalisti, sottintendeva pure che mettere in discussione i fondamenti della società tecnologica è una eresia intollerabilmente pericolosa. Del resto, non stiamo di certo parlando del primo caso di strumentalizzazione. Si pensi per esempio al tragico massacro avvenuto nel 1969 nei sobborghi di Los Angeles in cui perse la vita la giovane attrice Sharon Tate. L’acceso dibattito che seguì l’arresto di Charles Manson e di alcuni appartenenti della sua comune asserragliata in una zona sperduta e desertica della Death Valley fu in buona parte teso a dimostrare a quali forme di abiezione e violenza potessero condurre le idee del Movimento. Lo stesso presidente di allora dichiarò pubblicamente colpevole Manson prima ancora che il processo fosse iniziato. Infischiandosene della presunzione d’innocenza, principio imprescindibile di uno Stato di diritto, Nixon condannò di fatto un’intera generazione di contestatori del sistema e pose le basi per un sano ritorno all’ordine costituito, a suo avviso di gran lunga preferibile e più sano di qualunque ritorno alla natura. Le ragioni per cui dovremmo accettare l’assunto che una civiltà tecnologicamente avanzata rappresenterebbe quanto di meglio si possa desiderare sono note. Le macchine offrono sicurezza, comodità e soprattutto incrementano la produzione di «cose» da consumare ovvero fanno bene all’economia di mercato, un bene che dovrebbe far passare in secondo piano tanti mali minori quali l’impatto ambientale o la considerazione che l’esistenza non è fatta solo di «cose» ma anche di amore, amicizia e – perché no? – dell’eventuale aspirazione a stili di vita meno utilitaristici e artificiali. Tali ragioni sono note da così tanto tempo che già all’epoca in cui la società industriale era ancora agli inizi uomini come Henry D. Thoreau lamentarono che in un mondo di macchine molta gente è costretta a vivere una vita di quieta disperazione. È una vecchia storia: gli argomenti di critica ai fondamenti del sistema vengono immancabilmente bollati come assurdi malgrado siano spesso più che ragionevoli. Non bisogna essere dei geni per capire che la vera assurdità è il raggiungimento del profitto a qualunque costo, eppure il principio che regola l’economia e condiziona drammaticamente la democrazia rimane comunque lo stesso: espansione, espansione e poi ancora espansione. Com’è possibile tutto ciò? Come si spiega una simile macroscopica contraddizione? Una risposta plausibile potrebbe essere cercata nell’avidità e in una lunga serie di altre e poco edificanti inclinazioni quali egoismo, ignavia e pigrizia. Mettendola in termini espliciti, quella parte di umanità che dispone del potere di cambiare le cose non vuole o non sa rinunciare a vivere nel più completo benessere. È però una spiegazione sufficiente? Senza dubbio dice molto, ma non proprio tutto. C’è infatti anche dell’altro. C’è per esempio la paradossale dinamica in base alla quale funziona l’economia di mercato, il motore che ha determinato il primato della tecnologia. Il sistema occidentale, quello americano in particolare, fa leva sull’individuo, lo esalta, lo colloca al centro di un universo il cui unico senso sembra essere il raggiungimento della felicità personale, e con ciò lo incita a fare di tutto pur di soddisfare i propri desideri. In realtà, nonostante gli sforzi, non tutti gli individui ottengono quel che gli viene promesso. Ma per il sistema una simile inadempienza rappresenta un peccato veniale in quanto il suo vero scopo non è il benessere dei singoli bensì quello del mercato nel suo complesso.
Fu proprio Henry Thoreau il primo a rendere evidente il contrasto tra la piena realizzazione di ogni individuo e una società tecnologicamente organizzata. Thoreau, il precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo un’economia della frugalità al consumismo forsennato. Mezzo secolo prima di Jack London egli avvertì il richiamo della foresta e nella primavera del 1845 si recò sulle rive del lago di Walden, a Concord, nel Massachusetts. Usando un’ascia presa a prestito abbatté alcuni pini bianchi per ricavarne legname con cui costruirsi un’austera dimora nella quale avrebbe vissuto per due anni, due mesi e due giorni. Si insediò stabilmente nella nuova casa il 4 luglio. Non a caso scelse il giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, perché proprio questo è ciò che egli voleva diventare: indipendente. Walden, resoconto del periodo trascorso nei boschi, non è soltanto un libro «con descrizioni di scoiattoli e nevicate». Come giustamente rileva ha Wu Ming 2 introducendo un’edizione di qualche tempo, il lato seducente dei passaggi prettamente naturalistici «non basta a se stesso». Walden è anche un trattato di economia dell’autosufficienza, l’esperimento di un uomo che rifiuta le regole di un sistema concepito per renderci schiavi di noi stessi. «Si parla della divinità dell’uomo!» scrive Thoreau. «Guardate il carrettiere sulla strada, che va al mercato di giorno e di notte; ci può essere una qualche divinità in lui? Il suo più alto dovere è dare foraggio e acqua ai suoi cavalli! Per lui, cosa può contare il proprio destino, paragonato agli interessi di trasporto? Quanto sarà divino, quanto sarà immortale? Vedete come si abbassa e striscia, come passa tutta la giornata vagamente impaurito, senza essere immortale né divino, ma schiavo e prigioniero dell’opinione che ha di se stesso, una fama guadagnata con le proprie azioni. L’opinione pubblica è un tiranno debole, se paragonato con la nostra opinione privata». Walden ha indicato la strada a intere generazioni di giovani ribelli diventando una pietra miliare dell’immaginario libertario americano. Quand’era ancora in vita Thoreau non godette però di un apprezzamento altrettanto unanime. Molti dei suoi contemporanei lo giudicavano una persona un po’ matta che sconvolgeva i valori del vivere comune. Gli agricoltori di Condord lo guardavano con sospetto perché nella sua vita quotidiana metteva in pratica una verità cui essi si abbandonavano soltanto nei giorni di festa. Perfino uno scrittore come Robert Louis Stevenson, che pure doveva molto all’opera di Thoreau, riscontrò in lui la vigliaccheria di chi non vuole prendersi alcuna responsabilità. Non aveva tutti i torti. Malgrado il suo profondo rigore morale e filosofico, sebbene avesse dimostrato di sapere fare anche l’imprenditore contribuendo a risollevare le sorti della fabbrica di matite del padre, Thoreau era un individualista per il quale non esistevano doveri se non quelli riconosciuti da lui stesso. Ma è forse possibile un’autentica pienezza di vita senza una certa dose di quell’egotismo che traspare in controluce anche nelle esperienze di chi, dai beat agli hippy, raccolse la sua eredità? Tornando alla mitologia artificiosamente costruita intorno alla capanna di Unambomber, qualcuno ha riscontrato alcune analogie tra la dimora di Kaczynski e quella di Thoreau. Nemmeno questa è una totale assurdità. Nessuna delle costruzioni era infatti davvero immersa nella wilderness; Thoreau si recava a piedi dal calzolaio per farsi riparare le scarpe. Inoltre, sia Thoreau che Kaczynski usavano il termine «esperimento» per definire le loro radicali scelte di vita. Entrambi erano poi considerati tipi eccentrici dai rispettivi contemporanei. Ovviamente è necessario ribadire che esiste una differenza tra chi uccide e chi, come Thoreau, si limita a rifiutarsi di pagare le tasse. Rimane tuttavia un dato essenziale: l’individuo che si isola dalla comunità per contestarne i valori rappresenta una minaccia e quindi deve essere fatto passare per pazzo.
Henry Miller vedeva in Thoreau «un genuino rappresentante dell’America» ma sosteneva pure che «chi, nel nostro paese osasse assumere l’atteggiamento di Thoreau di fronte a qualche problema cruciale del nostro tempo sarebbe senza dubbio condannato alla prigionia a vita». Questo perché egli «apparteneva a quella categoria di uomini che, se soltanto fossero più numerosi, provocherebbero la caduta naturale di ogni governo». Che dire allora di Manson e Kaczynski? Sono anche loro genuini rappresentanti dell’America? Indignarsi di fronte a una simile affermazione è troppo facile e offre il fianco a quei conservatori che non si fanno scrupolo di usare il percorso di alcuni criminali come strumento per screditare ogni forma di legittimo dissenso. La verità è che usando lo stesso metro logico si potrebbe smascherare l’imbroglio nascosto dietro il tanto decantato diritto della «ricerca della felicità» che sulla carta l’America garantisce a tutti ma nei fatti concede solo a chi è grado di stare nel mercato. Si potrebbe dire, cioè, che è il sistema fondato su un’esasperante individualismo a dar vita al dissenso e alle sue degenerazioni. Così il cerchio si chiuderebbe, ma sarebbe il classico cerchio del serpente che si morde la coda. Per giunta è un cerchio che non gioverebbe a nessuno, perché non possiamo far finta di dimenticare che quel serpente siamo noi e che nostra è quella coda. Ciò non toglie però che Thoreau avesse ragione a dire quel che una volta disse a Emerson. «Cosa ci fai lì dentro?» domandò Emerson che era andato a trovare l’amico in carcere. «E tu cosa ci fai là fuori?» rispose Thoreau che era stato arrestato per non aver voluto pagare una tassa destinata a finanziare una delle tante giuste guerre del governo americano.

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