Merckx Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/merckx/ un blog di approfondimento culturale Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Merckx Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/merckx/ 32 32 Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Le ombre di Ocaña, il campione triste che sfidò Merckx e si arrese a se stesso https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-ocana/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-ocana/#respond Tue, 20 May 2014 13:23:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20808 Il 19 maggio 1994 moriva Luis Ocaña. Pubblichiamo un ricordo di Gianni Mura uscito su la Repubblica ringraziando l'autore e la testata.

Uno sparo all'ora di pranzo, nelle cantine della sua tenuta, a Caupenne d'Armagnac. È il 19 maggio del 1994. Luis Ocaña s'è sparato alla tempia sinistra. Strano, perché non è mancino. Alle 13.45 sua moglie Josiane chiama la gendermeria di Condom. Alle 16 all'ospedale di Mont de Marsan si accerta la morte cerebrale. Alle 17, l'ora dei toreri, il decesso. A Bordeaux, dopo l'autopsia, che rivela l'assorbimento di una forte dose d'alcool, il corpo sarà cremato. Funerale alla chiesa di Notre Dame des Cyclistes, a Labastide. Li celebra l'abate Massie, che nella stessa chiesa aveva unito in matrimonio la notte di Natale del ‘66 Luis Ocaña e Josiane Calède, figlia di un camionista, la biondina che aveva consegnato il mazzo di fiori al vincitore del criterium di St. Pierre du Mont. E il vincitore era Luis. Lasciamolo, lasciamoli su questa immagine.

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Il 19 maggio 1994 moriva Luis Ocaña. Pubblichiamo un ricordo di Gianni Mura uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Uno sparo all’ora di pranzo, nelle cantine della sua tenuta, a Caupenne d’Armagnac. È il 19 maggio del 1994. Luis Ocaña s’è sparato alla tempia sinistra. Strano, perché non è mancino. Alle 13.45 sua moglie Josiane chiama la gendermeria di Condom. Alle 16 all’ospedale di Mont de Marsan si accerta la morte cerebrale. Alle 17, l’ora dei toreri, il decesso. A Bordeaux, dopo l’autopsia, che rivela l’assorbimento di una forte dose d’alcool, il corpo sarà cremato. Funerale alla chiesa di Notre Dame des Cyclistes, a Labastide. Li celebra l’abate Massie, che nella stessa chiesa aveva unito in matrimonio la notte di Natale del ‘66 Luis Ocaña e Josiane Calède, figlia di un camionista, la biondina che aveva consegnato il mazzo di fiori al vincitore del criterium di St. Pierre du Mont. E il vincitore era Luis. Lasciamolo, lasciamoli su questa immagine.

Ocaña si sposa a 21 anni, in Francia è arrivato a 12, la bici l’ha scoperta a 15, andando a lavorare come ragazzo di bottega alla falegnameria di monsieur Ducros, a Aire-sur-Adour, 28 km tra andata e ritorno da Le Houga. Gli Ocaña ci sono arrivati a tappe, partendo nel 1951 da Priego, vicino a Cuenca. Il padre, Luis anche lui, è cardatore di lana. La miseria e il franchismo lo portano prima a Vila, in Val d’Aran, versante spagnolo del Portillon, muratore alla centrale idroelettrica («Con quello che guadagnava si comprava un chilo di pane», ricorderà il figlio), poi oltre frontiera, prima a Magnan (Luis padre fa il boscaiolo nelle pinete delle Lande) poi a Le Houga (contadino in una cooperativa). Luis è il primo di cinque fratelli.

Arriva in Francia a 12 anni e va a scuola senza sapere una parola di francese. Gli altri ragazzi lo trattano come una bestia rara, gli insulti peggiori in una lingua che non conosce, ma capisce dagli occhi, e sputi e sassate. Se ne ricorderà, non prenderà mai la cittadinanza francese. Moglie francese, figli francesi sì, e anche investimenti in Francia, quella vasta tenuta specializzata nella produzione di Armagnac, e anche il tifo dei francesi solo quando sembrava che potesse castigare Merckx, ma prima tiepidino, era pur sempre «l’espagnol de Mont de Marsan», e per gli spagnoli era uno che aveva scelto la Francia. Veramente lui alla Spagna era rimasto legato, sperava in una convocazione nelle rappresentative giovanili, da dilettante andava già forte. «Non vogliamo comunisti in squadra» gli fa sapere Luis Puig, presidente della federciclismo. «Io mi sento più spagnolo del Caudillo. Se in nome della Spagna avessi ucciso, mi convocherebbero. Ma sono solo un ciclista, e comandano loro », commenterà Ocaña. Veramente lui a Priego era rimasto legato, tanto da usare parte dei guadagni per riattare una torre sull’orlo di un precipizio, decorandola in modi che evocavano Gaudì e disegnando di persona tutti i mobili. Era o no un buon ebanista? Ma nella torre, ogni inverno, entravano i ladri, sistematicamente portavano via elettrodomestici e tutto quanto potesse essere facilmente smerciato. Finché Ocaña decise di vendere la torre e proprio lui, etichettato comunista fin dalla nascita, con parenti per parte di madre e di padre che avevano combattuto coi repubblicani nella Guerra civile, da ex campione divenne sostenitore di Le Pen, cioè dell’estrema destra, «cioè della sicurezza», puntualizzava lui. Una delle tante contraddizioni.

Era figlio ribelle di un padre molto autoritario (per correre la prima gara falsificò la sua firma, e arrivò decimo. La seconda la vinse) e diventò padre autoritario di un figlio ribelle: non gli andava bene quasi nulla di Jean-Louis, a cominciare dall’orecchino. E anche Sophie, la figlia, doveva proprio mettersi con un italiano così più anziano di lei, e per giunta anche lui con l’orecchino? Per un’altra delle tante contraddizioni, anche Ocaña s’innamorò di una ragazza molto più giovane di lui: Marie-Jo, figlia di un ex ciclista spagnolo che abitava dalle parti di Narbonne. E le aveva promesso che presto per lei avrebbe lasciato Josiane. Anche questa storia fa parte del colpo di pistola finale. Ma adesso si può tornare indietro, a differenza che nella vita. Luis Ocaña è un marito felice, un giovane campione e i suoi punti di riferimento sono l’abate Massie e Pierre Cescutti. Due persone singolari. Pio XII nel 1948 aveva proclamato la Madonna del Ghisallo patrona mondiale dei ciclisti. L’abate cerca di rilanciare la sua chiesetta del 1100, costruita sulle rovine di una fortezza dei Templari, e va in bici da Labastide al Vaticano, chiedendo una mano a Giovanni XXIII. Che non può ovviamente smentire il suo predecessore, ma concede all’abate il diritto di chiamare la chiesa Notre Dame des Cyclistes.

Pierre Cescutti, che ha fatto fortuna con un’impresa edile, ha radici friulane (Spilimbergo) ed è stato decorato come eroe di guerra dal generale De Gaulle. È stato anche uno dei primi a penetrare a Berlino nel bunker di Hitler. «C’era un sacco di bottiglie di vino pregiato. Quella sera ho preso la prima e unica sbronza della mia vita». Cescutti ha molti interessi, fino a 92 anni andava in giro per le scuole a raccontare la Resistenza. Gli piaceva disegnare, dipingere, e su quella strada aveva incoraggiato Ocaña. Cescutti è anche presidente del club ciclistico di Mont de Marsan, i cui colori veste Ocaña. «Correva come un cane arrabbiato. Un talento eccezionale e fragile», dirà Cescutti. Il cane resterà arrabbiato per sempre, ma dipingerà quadri delicati, nature morte, e un bellissimo ritratto del padre. Forse avevano fatto pace il giorno che Ocaña vinse a Munguia il titolo nazionale a cronometro, salì in auto e correndo come un pazzo, cioè come al solito, arrivò all’ospedale di Mont de Marsan, dove un tumore allo stomaco stava finendo di mangiarsi Luis padre, che non aveva ancora 50 anni. E gli mise sul letto la maglia coi colori della bandiera, giallo e rosso.

«La prima volta che vidi piangere mio padre, non so se per la gioia o per i dolori». Anche questo c’entra con lo sparo. Dopo due Tour dominati, Merckx è il Cannibale. El Puta lo chiama invece Ocaña. «Se lui sta bene, attacca. Giusto. Se lui non sta bene, nessuno lo attacca. Sbagliato. Solo i codardi si rassegnano prima di provarci e riprovarci ». Questo per dire come non avesse molti amici, in quel Tour 1971 che partiva al nord, toccava Roubaix, passava per il Belgio («las rutas del Puta») poi scendeva verso Alpi e Pirenei. «Luis ha più numeri di me», diceva Eddy, ma non era vero. Lui era di un filo migliore a cronometro, Ocaña in salita, ma in volata non c’era storia. «Se corresse con la testa vincerebbe molto di più», diceva Merckx, e questo era vero. Per Ocaña il ciclismo non era una partita a scacchi, una guerra di posizione. Era combattimento, era come sul ring, devi colpire l’avversario al minimo segno di debolezza, e poi ancora, e poi finirlo, se ci riesci. «Luis era una della vecchia guardia, per lui il ciclismo era soprattutto una questione di palle», diceva Delgado. Ocaña sonda il terreno sul Puy de Dome, stacca Merckx di pochi secondi. Aspetta le Alpi. In piazza, a Grenoble, fa caldo. Il sole forte è con Ocaña, Merckx lo patisce. Ocaña patisce pioggia e freddo. «Hoy o yo entierro a Merckx o el me entierra a mi», ci disse prima di partire. Ultimi 70 km da solo, a Orcières Merlette Merckx becca 9′. «L’empereur fusillé», titola l’Équipe. «Luis ci ha matati tutti, me per primo, come El Cordobes fa coi tori», dice l’imperatore deposto, che non si rassegna. Giorno di riposo e poi tuffo verso Marsiglia, 251 km in una fornace, 251 km di fuga di Merckx con un pugno di uomini, 45,351 di media, arrivo al Vieux Port con 90′ d’anticipo sulla tabella oraria più veloce.

Doveva essere una tappa tranquilla, di trasferimento. Ma con Merckx e Ocaña la tranquillità andava fuori corso e fuori corsa. Ocaña perde due minuti abbondanti, gliene restano più di 7. E arriva la tappa cruciale, sui Pirenei. Fuga di Fuente, ancora gran caldo, ma salendo verso la cima del Col de Menté tutto diventa buio, comincia a piovere, Merckx scatta e Ocaña gli va a ruota. In discesa, bomba d’acqua e poi chicchi di grandine come uova di piccione. Merckx sbanda, urta un muretto e resta in equilibrio. Ocaña urta lo stesso muretto e rimbalza a centro strada, che è solcata da rivoli di fango. Arriva Zoetemelk che non può frenare e lo centra in pieno, poi s’ammucchiano anche Agostinho e Lopez Carril. Ocaña è tutto un dolore, lo portano in elicottero all’ospedale di St. Gaudens. Sul Portillon Ocaña pensava di dare la stoccata definitiva e sul Portillon la Spagna aspetta il «suo» (adesso sì) Ocaña, ma dalla radio apprende che non è più in corsa e ne fa le spese Merckx: insulti e sputi, qualche pietrata. Merckx non vuole indossare la maglia gialla a Luchon. «Non la merito». Non la vuole nemmeno il giorno dopo, ma i regolamenti parlano chiaro e Albani e Driessens lo convincono: vuoi regalare il Tour a corridori che lo meritano meno di te? E Merckx riparte in giallo proprio da Mont de Marsan.

Senza la caduta avrebbe vinto Ocaña. Ma le cadute fanno parte della corsa, come la maledizione della bomba d’acqua, dopo un quarto d’ora era tornato il sereno. Non ci sarebbe stata rivincita, nel ‘72 Ocaña tornò a casa per una broncopolmonite, nel ‘73 vinse il Tour dominandolo (6 vittorie di tappa) ma Merckx non c’era. Era un’ombra, un’ossessione. Aveva un pastore tedesco, Rex, ma l’aveva ribattezzato Merckx. «Merckx vieni qui. Merckx fa cuccia. E ricordati che sono io il padrone», diceva Ocaña. L’ha raccontato la moglie. Come ha raccontato che in vita Luis aveva letto un libro solo, «Don Chisciotte». Il gusto della sfida gli era rimasto. Una sera, prima di una kermesse in Belgio, sfidò Merckx a chi reggeva di più l’alcol. «Una bottiglia di vodka e una di gin, pareggio, ma a lui l’hanno portato in camera i meccanici, io son salito con le mie gambe». Ma con le sue gambe, il giorno dopo, la kermesse l’avrebbe vinta Merckx. Il 19 maggio del ‘94 Ocaña telefona a Juan Hortelano, il suo più fedele amico. «Litigio tremendo con Josiane. La faccio finita ». E telefona a Marie-Jo per dirle addio. Al suicidio non credono né la madre di Ocaña né i suoi fratelli, che in luglio presentano una denuncia per omicidio contro ignoti. E nemmeno il figlio, Jean Louis, che arriverà a denunciare come sospetta d’omicidio sua madre, in un crescendo da tragedia greca. Ogni volta l’inchiesta conclude che fu suicidio. Chi dice per motivi economici (un paio di vendemmie andate male), chi per motivi di salute. In uno degli incidenti d’auto Ocaña aveva perso l’occhio sinistro e con le trasfusioni aveva contratto un’epatite C, ma temeva di avere lo stesso male di suo padre.

Josiane ha venduto la tenuta, saldato i debiti e vive a Pau. Non s’è risposata, è sempre la vedova Ocaña e partecipa ad ogni iniziativa che ricordi Luis, incluso un criterium a Pipriac, in Bretagna. Conserva un’urna con un pugno di ceneri. Un’altra sta a Priego, sotto a un piccolo monumento con pochi fiori. Il resto, corre voce sia stato sparso sulla linea di confine, sui Pirenei, ma forse è un tocco poetico. A Ocaña ho voluto bene per il coraggio, la coerenza, la sfrontatezza anche, e il suo essere contro. Contro Merckx, contro tutti, alla fine anche contro se stesso. La sua più dolorosa sconfitta è ricordata più delle 110 vittorie. «La cosa più bella del ciclismo è quando vedi il dubbio e poi la sconfitta negli occhi dell’avversario. Il resto è secondario, anche le vittorie, anche i quattrini, anche la gloria». Né spagnolo né francese, comunista e fascista, contadino e pittore, sole e buio, forse la sua patria vera era la strada. Invito chi voglia saperne di più e conosca lo spagnolo a leggere «Ocaña», circa 400 pagine scritte dal mio amico Carlos Arribas del Paìs (info@cultura-ciclista. com), libro uscito da pochi mesi. E ricordo Luis con le parole scritte da Antoine Blondin, poeta mascherato da suiveur, nume tutelare degli anziani suiveurs riciclati in précedeurs: «C’était un géant, c’était un seigneur, et c’était le soleil».

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