Messi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/messi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Oct 2025 07:48:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Messi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/messi/ 32 32 Francia ’98: l’ultimissimo Laudrup https://minimaetmoralia.it/ritratti/francia-98-lultimissimo-laudrup/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/francia-98-lultimissimo-laudrup/#comments Sun, 06 Jul 2014 05:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21816 Questo pezzo è uscito su Vice.

Il Brasile favoritissimo per la vittoria finale di Francia '98 era quello della famosa pubblicità Nike in aeroporto con Ronaldo, Roberto Carlos, Romario, Denilson e un tipo pelato che non sono mai stato in grado di riconoscere, che palleggiano tra i passeggeri inseguiti dalla polizia aeroportuale, calciano punizioni sulla pista e tagliano la strada agli aerei in arrivo e in partenza. C'è persino il cameo di Cantona seduto in attesa del decollo che guarda fuori dal finestrino e approva quell'idea di calcio come fondamentalmente gioco, cioè divertimento, ovvero intrattenimento, dato che stiamo parlando della sua commercializzazione.

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Il Brasile favoritissimo per la vittoria finale di Francia ’98 era quello della famosa pubblicità Nike in aeroporto con Ronaldo, Roberto Carlos, Romario, Denilson e un tipo pelato che non sono mai stato in grado di riconoscere, che palleggiano tra i passeggeri inseguiti dalla polizia aeroportuale, calciano punizioni sulla pista e tagliano la strada agli aerei in arrivo e in partenza. C’è persino il cameo di Cantona seduto in attesa del decollo che guarda fuori dal finestrino e approva quell’idea di calcio come fondamentalmente gioco, cioè divertimento, ovvero intrattenimento, dato che stiamo parlando della sua commercializzazione.

In realtà quel Brasile allenato dal sessantaseienne Zagallo, almeno per la durata del torneo, era una squadra poco divertente. Un 4-4-2 con le finte ali Rivaldo e Leonardo coperte da Cesar Sampaio e Dunga. Possesso palla prolungato e salida lavolpiana. Cafù e Roberto Carlos altissimi, Ronaldo e Bebeto velocissimi a correre alle spalle delle difese più statiche (a quei tempi quasi nessuno giocava con la difesa a tre). E Zagallo diceva: “Preferisco vincere giocando un brutto calcio che perdere giocandone uno affascinante. L’efficacia nel calcio è sinonimo di vittoria. Tutti vogliono vincere, io non faccio eccezione.” Il Brasile dava l’impressione di essere superiore tecnicamente e fisicamente ma davanti mancava proprio quella fantasia, quella gioia, quella spontaneità che in teoria era il loro brand.

Al liceo, in gita con la classe, tiravamo sempre fuori una palla da calcio e ci mettevamo a correre per l’aeroporto. Che ci crediate o no, non ci ha mai detto niente nessuno. È vero anche che per sicurezza non facevamo passaggi più lunghi di un paio di metri.

Il fraintendimento di fondo è che non c’è niente di leggero in quel tipo di superiorità. Ronaldo per i suoi avversari era un calciatore di un’epoca futura, che andava semplicemente oltre i loro limiti fisici e di immaginazione. Quella della pubblicità è un’idea di calcio brasiliano da cartolina: non tiene conto dell’umiliazione degli avversari sul piano tecnico come le cartoline vere non mostrano le favelas. Per questo è un’idea poco elegante.

L’eleganza non è una fuga dalla realtà. È crudele, ma in un certo senso sa farsi carico della sofferenza del mondo. Perché senza crudeltà il sogno che l’eleganza propone non ha valore. E questa idea di eleganza applicata al calcio non è il Brasile: è Michael Laudrup.

Ed è con gli occhi puntati su di lui che ho deciso di riguardare Brasile–Danimarca (quarti di finale).

La partita inizia con un’azione che potrebbe anche servire per illustrare i concetti di cui ho parlato sopra. Al secondo minuto di gioco (9.50 del video linkato) Moller se ne va sulla fascia a Junior Baiano sfruttando il buco lasciato da Cafù che faceva praticamente l’attaccante esterno, Dunga lo chiude al centro e Moller si lascia cadere appena entra in contatto al limite dell’area. Mentre le telecamere inquadrano Dunga che ha assunto un posa scocciata, Michael Laudrup batte velocemente, con la mano ancora sul pallone serve di piatto il fratello Brian, in verticale. Brian Laudrup arriva sul fondo, rasoterra all’indietro per Jorgensen che taglia sul primo palo e gol.

Non è il passaggio migliore della carriera di Laudrup, lo so. Questa è la sua ultima partita ufficiale, ha trentaquattro anni e viene dal campionato vinto all’Ajax. L’anno prima ancora aveva giocato nella serie B giapponese. Ma è un passaggio intelligente e astuto e venendo dai piedi di Laudrup rende l’idea del calcio inteso come sintesi di bellezza ed efficacia. Ed è importante perché nel nostro immaginario contemporaneo, costruito dalle multinazionali con pubblicità tipo quella in aeroporto, sono concetti separati. Secondo me Laudrup non palleggerebbe mai in un aeroporto. Senza avversari impotenti di fronte al suo talento a che servirebbe?

Probabilmente conoscete già il career arc di Michael Laudrup. Dalla Danimarca alla Juve a 19 anni, in prestito alla Lazio due stagioni (quella della retrocessione, ’84-’85, e quella prima) in attesa che uno tra Boniek e Platini vada via (per il limite a due stranieri in campo), poi alla Juve senza Boniek e Platini ma con Ian Rush: le cose non vanno benissimo e si trasferisce al Barcellona di Cruyff nel 1989. Con Koeman, Guardiola, Stoichkov, Bakero, forma il Dream Team che avrebbe vinto quattro campionati consecutivi e la prima Coppa dei Campioni della storia del Barcellona (in finale contro la Samp nel ’92).

Saprete che poi ha litigato con Cruyff, che lo aveva tenuto fuori nella finale di Coppa dei Campioni persa 0-4 con il Milan di Capello, ed è andato al Real Madrid. Secondo alcuni ha scelto la destinazione peggiore proprio per vendicarsi di Cruyff. A Madrid ha vinto il quinto campionato consecutivo, l’unico ad averlo fatto con due squadre diverse in Spagna. Un anno con la maglia del Barcellona ha battuto 5-0 il Real Madrid, l’anno dopo con quella del Real Madrid ha battuto 5-0 il Barcellona (una delle sue migliori prestazioni in assoluto). E nonostante il tradimento Laudrup è ricordato come uno dei più grandi giocatori della storia sia dai tifosi del Barcellona che da quelli del Real Madrid.

E magari saprete addirittura che il padre di Michael e Brian era il calciatore danese Finn Laudrup. Anche lui era un calciatore elegantemente crudele:

Il Brasile è più forte sia fisicamente che tecnicamente della Danimarca, che non riesce a sfuggire al pressing né a vincere i duelli difensivi. Ronaldo, Leonardo, Cafù, sono sempre un po’ isolati  ma la loro qualità è talmente superiore che la Danimarca gioca praticamente tutto il primo tempo nella propria metà campo. Bebeto pareggia al venticinquesimo (bel movimento nel buco creato da Ronaldo sceso tra le linee, e bello anche il saltello con cui Bebeto si fa scivolare la palla sotto continuando a correre, prima di calciare rasoterra dal limite dell’area, così preciso sul palo che neanche Schmeichel uscito di qualche passo riesce ad arrivarci). E pochi minuti dopo Rivaldo porta in vantaggio il Brasile (una palla persa ingenuamente da Thomas Helveg nella propria trequarti difensiva, e un bell’inserimento di Rivaldo sul lato debole che scavalca Schmeichel in uscita con un pallonetto che gli sfiora il costato).

Michael Laudrup si abbassa molto, a volte fino al limite della propria area per fare da play. Distribuisce benissimo, si vedono anche passaggi di esterno destro: uno dei suoi colpi di riconoscimento. Un esterno per niente vezzoso, secco come una frustata, che serve solo ad anticipare un tempo di gioco. Si vede che fatica ad alzarsi fino all’area di rigore avversaria, sbaglia addirittura uno stop (26.15), poi però fa una cosa incredibile (50.25: per sicurezza lo linko di nuovo qui: dovete guardarlo). Ovvero: riceve palla sulla fascia destra, è subito aggredito da Leonardo a cui fa quel cambio di piede destro-sinistro che è un altro dei suoi gesti di riconoscimento (diventato poi il gesto di riconoscimento di Iniesta con il nome croqueta).Poi Leonardo torna su di lui e affonda un secondo colpo, stavolta mirando direttamente alle gambe. Laudrup cade a terra, un compagno butta fuori la palla, l’arbitro si arrabbia e gli fa segno di alzarsi.

Nel secondo tempo entra Tofting per dare un po’ più di aggressività e dinamismo a metà campo. La mossa porta al pareggio di Brian Laudrup dopo cinque minuti, anche se nell’azione del gol pesa molto la rovesciata veramente senza senso con cui Roberto Carlos ha provato a liberare l’area da una palla che si era impennata dopo un rimpallo, finendo culo a terra con B. Laudrup solo davanti a Taffarel. La Danimarca sembra più in controllo della partita, gestisce il pallone più lontana dalla propria porta e difende raddoppiando su ogni pallone. A un certo punto si vede Laudrup triplicare la marcatura su Ronaldo in area e togliergli palla (1.18.30). Continua ad essere fondamentale nella distribuzione, quando lancia sulla fascia (1.19.50) la palla scende come un palloncino sgonfio sui piedi del fratello o di Jorgensen.

Magari ricordate Tofting per le radiocronache simpatiche della Gialappa’s Band, ma la sua è una delle storie in assoluto più tragiche tra quelle che ho letto su un numero interamente dedicato alle storie tragiche di So Foot: quando aveva tredici anni il padre ha ucciso la madre prima di suicidarsi, poi nel 2002, dopo aver giocato un altro Mondiale, ha fatto quattro mesi di prigione per una rissa e sul suo diario scriveva: “Ho appena parlato con Peter Schmeichel, ha giocato la sua partita d’addio. Un ultimo fischio e poi è tutto finito. Che carriera fantastica. Io faccio schifo.” Infine, nel 2003, ha perso il quarto figlio a un mese dalla nascita.

Altri esempi di quel cambio di piede e in generale della “magia” di Laudrup.

Proprio quando la Danimarca sembrava aver preso le misure, il Brasile passa di nuovo in vantaggio. Con un tiro di Rivaldo da parecchi metri fuori l’area di rigore, un rasoterra potente e preciso su cui Schmeichel, steso a terra in tutto il suo metro e 93, non arriva. La Danimarca poi prova a giocarsi il tutto per tutto, oltre a Brian Laudrup e Sand anche Jorgensen fa da attaccante aggiunto e il Brasile si accontenta di attaccare nello spazio una volta recuperata la palla. Zagallo in panchina fa segno con la mano di giocare con calma.

C’è poco Michael Laudrup nel finale di partita. Nei minuti di recupero Schmeichel sale nell’area di rigore del Brasile su un calcio d’angolo e sul contropiede è Michael Laudrup che, con la porta vuota, chiude Denilson in fallo laterale. La sua ultima azione è un’azione rilevante è un’azione difensiva.

Poco prima però aveva battuto velocemente una punizione (1.31.20), con il Brasile di nuovo distratto, alzando un campanile di esterno leggermente lungo per Jorgensen. Un colpo simile a quello con cui aveva realizzato l’assist per il gol di Sand nell’ottavo di finale vinto 4-1 contro la Nigeria. E forse è quello l’ultimo vero momento in cui la classe di Michael Laudrup ha brillato su un campo da calcio: un esterno in corsa senza guardare dove finirà la palla, non un esterno secco stavolta, ma una specie di cucchiaio morbido a scavalcare la difesa.

L’ultimissimo Michael Laudrup

Non ha fatto parte dello storico Europeo del 1992 vinto dalla Danimarca. Aveva litigato con l’allenatore ed era partito per le vacanze dopo aver fallito la qualificazione. Quando i danesi sono stati chiamati per sostituire la Yugoslavia, Michael ha pensato che non valesse la pena partecipare. Dopo la partita con il Brasile del ’98 ha dato l’annuncio: “Questa è stata la mia ultima partita. Ma è stata anche una delle migliori. Se non la migliore in assoluto.”

Sulla pagina Wikipedia in inglese di Michael Laudrup si trova una bella raccolta di citazioni che lo riguardano. “Il migliore con cui abbia mai giocato” (Raul). “Un elegante playmaker vecchia scuola, faceva cose che pochi calciatori sanno fare” (Hristo Stoichkov). “Dribblava come pochi. Sentiva quando la partita era pronta per essere decisa da un momento di brillantezza individuale” (Ronny Koeman). “Pelé è stato il migliore degli anni Sessanta, Cruyff dei Settanta, Maradona degli Ottanta e Laudrup dei Novanta” (Beckenbauer). “Quando dà l’80-90 percento è di gran lunga comunque il migliore il campo. Ma io voglio il 100 percento e lui lo dà raramente” (Cruyff). “Michael aveva tutto tranne una cosa: non era abbastanza egoista” (Platini). “Chi è il miglior giocatore della storia del calcio? Laudrup” (Iniesta).

Quella che mi sembra più adatta per una conclusione però è una citazione di Laudrup allenatore (è stato esonerato lo scorso febbraio dallo Swansea, via mail, dopo due anni di calcio totaleefficace a corrente alterna): “Non puoi chiedere ai tuoi calciatori di fare quello che fanno Cristiano Ronaldo e Messi, ma puoi chiedergli cose facili. Qualche volta il gesto più semplice nel calcio, un passaggio di cinque o otto metri, può essere il più efficace. E questo tipo di cose le può imparare chiunque.”

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“L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa”, parola di Sepp Blatter https://minimaetmoralia.it/ritratti/sepp-blatter/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/sepp-blatter/#comments Wed, 11 Jun 2014 16:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21402 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Raffaele Oriani apparso sul numero speciale di GQ dedicato ai Mondiali.

di Raffaele Oriani

In un mondo sempre più piccolo ha conquistato spazi sempre più grandi. Dalla faraonica reggia che si è fatto costruire sulle colline di Zurigo, Sepp Blatter domina su 300 milioni di sportivi, 209 federazioni nazionali, un miliardo di dollari di fatturato annuo. Il presidente della Fifa è il sovrano assoluto del calcio, appesantito da decenni di intrighi, inorgoglito da un impero su cui non tramonta mai il sole: “La sua ideologia è una sola” sintetizza un collaboratore. “Traghettare il calcio fuori dall’Europa, dentro il mondo globale”. Ce l’ha fatta, e ce la farà ancora: eletto nel 1998 già ultrasessantenne, aveva promesso che non sarebbe rimasto in carica più di otto anni. Ne sono passati sedici, e con un tweet ha già fatto sapere che “le voci che mi vogliono candidato anche per il 2015” sono perfettamente fondate.

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Raffaele Oriani apparso sul numero speciale di GQ dedicato ai Mondiali. (Fonte immagine)

di Raffaele Oriani

In un mondo sempre più piccolo ha conquistato spazi sempre più grandi. Dalla faraonica reggia che si è fatto costruire sulle colline di Zurigo, Sepp Blatter domina su 300 milioni di sportivi, 209 federazioni nazionali, un miliardo di dollari di fatturato annuo. Il presidente della Fifa è il sovrano assoluto del calcio, appesantito da decenni di intrighi, inorgoglito da un impero su cui non tramonta mai il sole: “La sua ideologia è una sola” sintetizza un collaboratore. “Traghettare il calcio fuori dall’Europa, dentro il mondo globale”. Ce l’ha fatta, e ce la farà ancora: eletto nel 1998 già ultrasessantenne, aveva promesso che non sarebbe rimasto in carica più di otto anni. Ne sono passati sedici, e con un tweet ha già fatto sapere che “le voci che mi vogliono candidato anche per il 2015” sono perfettamente fondate.

Lo svizzero Blatter ha portato i mondiali di calcio in Africa, in Russia, in Brasile, ma non ha mai trascurato il Sepp Blatter Turnier di Ulrichen, nel cantone vallese dove è nato e dove una scuola elementare è già intitolata a suo nome. Poveri piccoli, pensano in tanti. E non si sbagliano, perché l’impero è florido ma la corte è marcia: “Le casse della Fifa sono piene” dice Guido Tognoni, giurista e giornalista che con Blatter ha lavorato per un decennio come capoufficio stampa e consulente di marketing. “Ma nel salvadanaio morale non c’è nulla”. Blatter è una persona squisita: conversa in cinque lingue, canta, balla, ha un sorriso per tutti, preferisce la fantasia di Messi alla precisione di Cristiano Ronaldo. A chi gli chiede se si immagina di poter vivere senza la Fifa, risponde irridente “C’è vita dopo la morte”. Rintanato nel cuore del calcio, non ha nessuna intenzione di uscirne. Dice di essere un uomo di fede: “Credo in Dio e in me stesso”. Ma da vent’anni la Fifa è soprattutto il tempio scuro del potere: sul suo impero il sole non tramonta più anche perché ha smesso da tempo di sorgere.

Joseph detto Sepp Blatter, o JSP come gli piace farsi chiamare, non nasce comodo come un sovrano ma tenace come un bimbo povero e prematuro: “Ho dovuto lottare per sopravvivere, e quest’istinto non mi ha più abbandonato”. Il suo sorriso è l’altra faccia del ghigno, la sua bonomia soprattutto un marchio di resistenza. Ogni giorno si sveglia alle 6.00 e balla per un quarto d’ora con Michael Jackson e Sinatra; poi fa il suo ingresso a corte e non ce n’è per nessuno: “Chiunque parli con lui ha la sensazione di essere al centro del suo mondo” spiega Tognoni. “Ma se non gli servi più, ti liquida da un giorno all’altro per interposta persona”. Markus Siegler, altro capoufficio stampa “pentito”, lo accusa di essere divorato dalla vanità e di sentirsi ormai una sorta di “unto del Signore”. Vi ricorda qualcuno? Be’, uno studioso olandese ha parlato del “complesso di Napoleone” per cui il re del calcio compenserebbe con un’ambizione smisurata il rovello di una statura modesta.

Sepp Blatter nasce nel 1936 come Silvio Berlusconi: il giovane Cavaliere strimpella in crociera, il coetaneo Blatter si paga gli studi animando i matrimoni sulle Alpi. Silvio e Sepp condividono il sorriso stampato, il doppiopetto inamidato, lo stile del comando sempre in bilico tra Machiavelli e Macario, la disinvoltura nei rapporti con il denaro, le donne, il potere. Blatter in più ha quell’istinto da settimino da tempi di magra. Don Blatterone, come l’ha ribattezzato il settimanale tedesco “Spiegel”, cresce nel nome di un padre operaio che ai suoi figli augura di “non vestire mai una tuta blu”. Ancora adolescente condivide il letto con il fratello Peter, ma da quando è in cima al pallone gli alberghi del mondo non hanno abbastanza stelle per ospitarne le notti. Cosa sarebbe disposto a fare per non mollare la vetta? La risposta è semplice: tutto.

Uno pensa che siano luoghi comuni: Emergency di Gino Strada è buona, la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Uno pensa, poi scopre che è proprio così: la Fifa di Sepp Blatter è corrotta. Talmente opaca che l’unico interrogativo davvero intrigante è: “Ma come fa a essere ancora al suo posto?”. Nel maggio 2010 un giudice cantonale di Zugo attesta che l’ex presidente della Fifa Joao Havelange e il genero Ricardo Texeira, presidente della Federcalcio brasiliana, negli anni Novanta incassarono 20 milioni di euro dalla concessionaria dei diritti televisivi dei Mondiali. Una cifra incredibile, una storia che minerebbe alle fondamenta qualsiasi organizzazione. Di Havelange Sepp Blatter è stato l’onnipotente Segretario generale per diciassette anni: ammette di aver saputo delle mazzette, ma fa spallucce, sorride, e con agile paso doble dichiara che per la legge svizzera le “provvigioni” non sono reato.

A dicembre 2010 il corrotto Texeira e il fido Blatter sono quindi tra i magnifici 22 che assegnano i mondiali 2018 e 2022 a Russia e Qatar. Non sono gli unici voti al di sotto di ogni sospetto: pochi mesi dopo la Fifa stessa espellerà il qatariota Mohamed bin Hammam, presidente della Confederazione asiatica, e il caraibico Jack Warner, presidente del calcio nord e centramericano, per tentata corruzione nella corsa alla presidenza della Fifa. Un video surreale mostra Warner che invita i colleghi dei Caraibi ad accettare un milione di dollari “per il bene del calcio”. Il vecchio Warner è una delle figure più torbide del calcio mondiale: da sempre assicura i suoi pacchetti di voti a Blatter in cambio dei diritti televisivi dei Mondiali per Trinidad e Tobago. Come mai questa volta la Fifa usa la mano pesante e lo espelle con ignominia? Be’, molto semplicemente ha cambiato casacca promettendo i suoi voti al rivale di Blatter, Mohamed bin Hammam. Espulso anche quest’ultimo, il 1° giugno 2011 l’unto del Signore è rieletto per il suo quarto mandato: “Noi nati poveri facciamo fatica a salire” commenta il fratello Marco. “Ma una volta in cima non è facile ricacciarci a valle”.

Sepp Blatter entra in Fifa nel 1975: è il dodicesimo dipendente di un’associazione poco più che amatoriale. Niente soldi, magri stipendi, impegno all’insegna di quello che Blatter sprezzantemente definirà il “volontariato”. Seppur formalmente sia rimasta un’organizzazione no profit, quarant’anni dopo la Fifa ha 350 collaboratori, macina utili e si ritrova in cassa oltre un miliardo di dollari. Quello che era uno sport è diventato un credo planetario: “L’unica cosa simile alla Fifa è la Chiesa” dice Blatter. “Abbiamo entrambi una fede e un unico prodotto”. Conosciamo le fortune dei lupi di Wall Street, ma quanto guadagni il papa del calcio rimane un mistero gaudioso: “Tra stipendio e bonus ben più di dieci milioni di euro” assicura un ex manager Fifa. “Non lo so” ammette Alexandra Wrage, giurista canadese che fino alle dimissioni nell’aprile 2013 faceva parte della commissione di riforma voluta dalla Fifa. “Pubblicare i salari può essere imbarazzante, ma lo fanno le corporations e le grandi organizzazioni no profit. Blatter invece preferisce non rispondere a nessuno”.

Non è stato l’unico niet opposto dall’eterno Sepp ai singulti di riforma da lui stesso promossi: “Si è rifiutato di adottare un limite temporale alle cariche” continua Wrage. “E di fronte alla rosa di donne e uomini che avevamo proposto per le presidenze delle commissioni disciplinari ci ha fatto sapere che ‘una donna non sarebbe stata accettabile’”. L’uomo che ha lanciato il calcio oltre ogni confine, resta un vecchio signore del secolo scorso: “Blatter si vanta di essere l’unica persona al mondo ricevuta ovunque da capi di Stato” conclude Wrage. “Ma in fondo è solo un relitto di quando la Fifa era un piccolo club per soli uomini”.

Gli italiani non gli perdonano la mancata consegna della Coppa 2006, gli svizzeri hanno eletto la sua Ethik-kommission parola peggiore del 2010, gli inglesi gli rinfacciano di tutto. Sepp Blatter non gode di buona stampa. Ma per lui è quasi un vantaggio: la nuvola di sospetto che lo avvolge appanna lo sguardo e sfuma i particolari. E invece gli scandali della sua gestione sono tutt’altro che vaghi. Un esempio: la Fifa di Blatter nel 2006 licenzia il direttore del marketing per irregolarità nelle trattative con gli sponsor Mastercard e Visa. A sei mesi di distanza lo riassume, dopo che quelle stesse irregolarità le sono costate un accordo extragiudiziale da 100 milioni di dollari. Tra andata e ritorno l’aitante francese Jérôme Valcke da direttore marketing diventa Segretario generale, ovvero la mano destra e sinistra di Sepp.

Succede solo alla Fifa: un tracollo da 100 milioni mette le ali alla carriera. Com’è stato possibile? Ancora oggi, l’ufficio stampa Fifa a domanda non risponde. E nel silenzio ufficiale, è facile ricordare che la presidenza Blatter cominciò a prendere forma quando il nostro, da Segretario generale, scoprì e coprì i bonifici dell’allora presidente Havelange. Lo scorso gennaio Jérôme Valcke ha annunciato la sua candidatura a presidente per il 2015: sarebbe la Fifa di Blatter dopo Blatter, ma l’originale ha già fatto sapere che c’è tempo per lasciare spazio ai cloni.

Alla soglia degli ottant’anni, è incredibilmente ancora il suo turno. Il prossimo 12 giugno in Brasile prendono il via i Mondiali di calcio. Un altro colpo di Blatter, un altro passo verso il calcio a globalizzazione integrale. Non per nulla quattro Confederazioni su sei gli hanno già promesso il voto nel 2015. Oltre all’Oceania, manca solo l’Europa di Michel Platini, a lungo alleato e poi rivale del presidente Fifa. Ma Sepp se la ride: a Zurigo ha la reggia, ma la sua corte è da sempre accampata tra i Tropici e l’Equatore. Chiunque abbia assistito a Arsenal-Manchester o Real-Barcellona in un bar africano o in una Medina araba sa che ci ha visto giusto: il cuore dell’impero è lì. Per questo Blatter è ancora al suo posto. Tutto il resto sono (inguardabili) danni collaterali. Peccati veniali li chiama l’unica istituzione con cui don Blatterone ami paragonare la propria.

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Il paradosso Gourcuff https://minimaetmoralia.it/ritratti/yoann-gourcuff/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/yoann-gourcuff/#comments Wed, 29 Jan 2014 15:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17854 em>Questo pezzo è uscito su L'Ultimo Uomo.

Yoann Gourcuff ha ventisette anni, l’età migliore per affrontare il Mondiale brasiliano, e ne avrà ventinove quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, arrivato a Lione (per 22 milioni più bonus) quando il Lione ha cominciato il proprio declino dentro e fuori dai confini francesi, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Grenier a ventidue anni è capitano, organizza pizza party per la squadra nei periodi difficili e ha preso il suo posto in campo, al centro del gioco del Lione; Gourcuff, costretto spesso sulla fascia, è il giocatore con lo stipendio più alto della rosa che lo scorso anno ha totalizzato appena 18 presenze (e quello prima 13 presenze, di cui solo 10 da titolare; il che significa che nelle ultime due stagioni ha realizzato appena 5 gol e 4 assist). Sull’ultimo numero di France Football è rappresentato in una vignetta sulle spalle di Jean-Michel Aulas, presidente dell’OL che, a uno sportello del Tesoro, con la faccia rossa e sudata dalla fatica, chiede una riduzione delle tasse per «persone a carico». Nella vignetta YG ha un sorriso stupido e gira la testa in direzione di una farfalla.

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Questo pezzo è uscito su L’Ultimo Uomo. (Immagine: fotomontaggio di Teo Silvani)

Yoann Gourcuff ha ventisette anni, l’età migliore per affrontare il Mondiale brasiliano, e ne avrà ventinove quando la Francia ospiterà il prossimo Europeo, eppure le probabilità che partecipi a una di queste due competizioni sono prossime allo zero. Tormentato dagli infortuni, arrivato a Lione (per 22 milioni più bonus) quando il Lione ha cominciato il proprio declino dentro e fuori dai confini francesi, messo in ombra dall’esplosione recente della generazione di Alexandre Lacazette e Clément Grenier, prodotti del vivaio lionese. Grenier a ventidue anni è capitano, organizza pizza party per la squadra nei periodi difficili e ha preso il suo posto in campo, al centro del gioco del Lione; Gourcuff, costretto spesso sulla fascia, è il giocatore con lo stipendio più alto della rosa che lo scorso anno ha totalizzato appena 18 presenze (e quello prima 13 presenze, di cui solo 10 da titolare; il che significa che nelle ultime due stagioni ha realizzato appena 5 gol e 4 assist). Sull’ultimo numero di France Football è rappresentato in una vignetta sulle spalle di Jean-Michel Aulas, presidente dell’OL che, a uno sportello del Tesoro, con la faccia rossa e sudata dalla fatica, chiede una riduzione delle tasse per «persone a carico». Nella vignetta YG ha un sorriso stupido e gira la testa in direzione di una farfalla.

Se lasciasse il mondo del calcio di lui rimarrebbe un ricordo triste, quello di un talento espresso solo in parte, ma anche così è doloroso guardare i video del suo periodo d’oro e pensare: “Wow, sembra proprio Zidane”. Se lasciasse il mondo del calcio per fare, che ne so, l’attore, il modello di biancheria intima, almeno potremmo mettere le cose in prospettiva. Potremmo ragionare sulla differenza tra sembrare Zidane, muoversi come Zidane, fare la veronica come Zidane, guardare da sotto un paio di sopracciglia sporgenti come Zidane, e diventare davvero “il nuovo Zidane”. O sulla quantità di variabili che devono allinearsi positivamente perché un calciatore dotato in  maniera ridicola di tutto quello di cui si può avere bisogno per ambire ai traguardi maggiori abbia una carriera all’altezza o per lo meno decente.

Il primo gol di YG in Ligue 1 con la maglia del Rennes, stagione 2005-2006.

Invece capita, tra un infortunio e l’altro, tra una ricaduta e la ricaduta della ricaduta, che YG torni in campo e faccia qualcosa di così sorprendente che sembra davvero tutto ancora possibile. L’ultimo dei momenti Gourcuff (quei momenti in cui, appunto, non si può fare a meno di pensare: “Wow sembra proprio Zidane”) è di quest’estate, quando alla prima giornata di campionato ha realizzato due assist (entrambi, primo e secondo, notevoli) e un gol. Una punizione da trentadue metri, calciata forte e a giro, con una parabola alta a uncino che si piega all’ultimo sotto l’incrocio dei pali. YG ha preparato la punizione con i passettini divertenti che fa sempre prima dei calci da fermo, ha seguito la traiettoria della palla come il campione mondiale di bowling prima dell’ennesimo strike. Si è tolto qualcosa dal naso con una mano girando su se stesso in senso orario, non si capisce bene se per scrollarsi di dosso l’abbraccio dei compagni, con l’aria fiera ma anche a testa bassa.

La punizione perfetta. 

Il venerdì successivo YG ha segnato ancora contro il Sochaux e al giornalista dell’Equipe che gli ha chiesto come si sentisse a essere in testa alla loro classifica di rendimento ha risposto compiaciuto e pessimista: «Per me le statistiche contano meno che per voi. Io sono già contento di essere in campo». Libération gli ha dedicato una pagina intera, descrivendolo sia come: «Un utopista con le idee chiare, seguace di un gioco soave e collettivo mentre tutto intorno a lui è violenza e aggressività»; sia come «un tipo furbo, contento di sé, quasi provocatorio quando commenta le partite […] con un paio di stupidaggini tipo: “Quello che conta è il collettivo”, o ancora: “Mi concentro sulle mie sensazioni con il pallone”». Rémi Garde, allenatore dell’OL, ha persino detto di vedere «un giocatore liberato, contento di far parte del gruppo».

Poi nel giro di una settimana il Lione ha perso tre partite (facendosi eliminare dalla Real Sociedad in Champions League con un complessivo 0-4), Didier Deschamps ha deciso di non convocarlo in Nazionale per motivi di «concorrenza» (la fascia sinistra è di Ribery e al centro preferisce Valbuena o Grenier) e alla quarta giornata YG si è infortunato alla coscia uscendo dopo neanche un tempo. Era il 31 agosto e due mesi dopo non è ancora tornato in campo. Adesso forse si allena col gruppo e magari sarà presto disponibile ma quanto passerà prima del prossimo infortunio o, peggio, della prossima prestazione eccezionale che ci illuda di nuovo che Yoann Gourcuff sia sul serio uno dei migliori calciatori della sua generazione?

Il career high di YG risale alla stagione 2008/9, quando aveva ancora ventidue anni, al Bordeaux in prestito dal Milan, dove non ha trovato spazio e/o non è riuscito ad ambientarsi (Berlusconi diceva di confonderlo con Kakà guardando gli allenamenti, mentre Ancelotti nella sua autobiografia lo ricorderà come un ragazzo «strano, molto strano, egocentrico: pensava sopratutto a se stesso, aveva potenzialità pazzesche, però le teneva tutte per sé»). Si tratta di un unico e lungo momento Gourcuff composto da momenti Gourcuff più brevi, che si concluderà con la vittoria del campionato del Bordeaux dopo dieci anni di astinenza e la consegna a YG del premio come Miglior Giocatore del campionato. Come punto di inizio si potrebbe prendere l’11 ottobre 2008, giorno in cui YG in Romania, alla sua seconda presenza da titolare con la maglia della Nazionale, ha lasciato partire un tiro da lontanissimo, traversa-gol, che è valso il 2-2 finale. (Wow, sembra proprio Zidane: ZZ all’esordio in Nazionale nel 1994 ha segnato una doppietta contro la Repubblica Ceca, portando il risultato sul 2-2: e il primo dei due è un tiro da lontano di sinistro meno bello di quello di YG, ma ZZ prima aveva saltato un uomo con un elegantissimo doppio passo).

Il primo gol in Nazionale. Salvatore della patria.

Una settimana dopo, in campionato contro il Tolosa, si ritrova al limite dell’area di rigore con la palla tra i piedi in mezzo a due avversari, ma è di traverso rispetto alla direzione del gioco, fronte al fallo laterale, e senza lo spazio per girarsi si sposta la palla di suola all’indietro e, da dietro la gamba d’appoggio, se l’allunga di piatto oltre i difensori. Poi calcia con decisione anche se al centro e la palla entra. Intervistato da Liberation spiega: «Per due o tre secondi mi sono trovato in una situazione strana. La palla non era mia. Ma neanche del mio avversario diretto. In effetti non era di nessuno. Ambiguo». In quello stesso articolo si dice che YG era «un pelo ombroso, lo sguardo pesante, come fosse truccato», e che rispondesse controvoglia alle domande personali: «Non ho voglia di parlare di me. Non lo so fare. Richiede un sacco di energia. Tutto ciò che viene scritto e detto non può che disturbare il piano del gioco».

Tra i soprannomi che hanno dato a Yg il migliore è “GourCruyff”.

Non sembra un tipo affascinante ma è sicuramente bello (a quanto pare  ci sono ragazze che caricano su YouTube video di calciatori belli ripresi in istanti avulsi dal  gioco con sotto canzoni che le fanno sognare, per questo ci sono video di Gourcuff, che in bretone significa “homme doux”, con rallenti dei suoi sorrisi, dei suoi capelli bagnati, di magliette lucide di sudore appiccicate al suo plesso solare – quelle stesse ragazze curano anche tumblr e blog molto documentati e utili, probabilmente con la speranza di arrivare a conoscerlo e finire col gestire il suo sito ufficiale) e il 5 dicembre dopo la partita contro il Valenciennes resta in mutande in mezzo al campo. Grazie allo spogliarello viene eletto “Bomba del mese” da Tetu, magazine LGBT. Contemporaneamente i giornali e i lettori bretoni lo scelgono come “Bretone dell’anno”, davanti a JM Le Clézio che proprio quell’anno aveva vinto il Nobel per la letteratura.

Al culmine di un periodo simile, l’11 gennaio 2009, YG segna quello che è il suo gol più bello di sempre (e uno dei più belli che io abbia mai visto) contro il PSG. Quando riceve palla è al limite dell’area, spalle alla porta e alla linea difensiva avversaria. Prima si gira con una veronica, evitando un difensore in arrivo da sinistra. Poi, fronte a un altro difensore, lo salta con un cambio di piede destro-sinistro (non so dirlo meglio di così, in Spagna per Iniesta usano il termine “croqueta”). Infine, per evitare un terzo dribbling su un difensore in arrivo, calcia di esterno destro sul secondo palo. Parlando della veronica sul canale del Bordeaux dice che «lo scopo è l’efficacia, non lo faccio solo per la bellezza del gesto». Che lui crede nella predisposizione naturale ma che «poi bisogna lavorare quotidianamente, ripetere i gesti».

I tifosi allo stadio esultano una seconda volta quando viene mostrato il replay.

YG fa un altro gol memorabile contro il Le Havre controllando un pallone di tacco, cioè di piatto ma sempre dietro la gamba d’appoggio («Pensavo che il difensore riuscisse a spazzare l’area, mi ha un po’ sorpreso») e il Bordeaux vince il campionato interrompendo il dominio del Lione che durava da sette anni (quindi YG ha cominciato quel declino dell’OL che poi finirà per simbolizzare). In tutto ha realizzato 12 gol e 10 assist e vince meritatamente il premio come Miglior Giocatore che gli consegna proprio Zidane. Una specie di passaggio di consegne. YG, con una camicia bianca a maniche corte e una cravatta disegnata sopra, lo chiama «Monsieur Zidane». Nel 2008 ZZ aveva detto: «Io sono stato paragonato a Platini. La prima volta fa piacere. Poi la seconda… meglio passare ad altro. Gourcuff è Gourcuff, punto e basta». Adesso mostrano in parallelo i loro movimenti e chiedono a ZZ se gli secca che YG gli abbia rubato la veronica: «Be’ no. Perché anch’io l’ho rubata senz’altro a qualcuno». Ma è vero che stiamo seguendo un po’ la stessa traiettoria (…) Poi voilà, c’è del talento, si vede, sono contento per lui perché, voilà, è un bravo ragazzo». Qualche mese dopo (nelle prime tre giornate della stagione 2009/10 realizza due doppiette e due assist) Michel Platini dirà che Yoann Gourcuff si muove come Zinedine Zidane ma «ha un maggiore senso del gol». YG arriva ventesimo al pallone d’oro con sei voti (Ribéry, ventottesimo, ne prende uno solo).

YG e Chamak prossimi alla telepatia.

Prima di passare al career low c’è un video fondamentale di cui tenere conto. È più o meno del marzo 2009, quindi esattamente in mezzo al periodo d’oro di YG. La Nazionale francese è in ritiro a Clairefontaine e sono stati chiamati dei campioni di ping pong a dare una dimostrazione e scambiare qualche palla con i giocatori. Prima si vede Thierry Henry letteralmente bombardato di palline. Titi si diverte, prova a prenderle tutte e i compagni che guardano lo incitano, sono con lui. Poi si vede YG nella stessa situazione, si muove rigido da destra a sinistra scivolando sul parquet del salone, si sta impegnando per fare del suo meglio, è concentrato e questo lo rende ridicolo e scatena le risate dei compagni, non sono con lui. Quando lo scambio finisce lascia la racchetta sul tavolo e torna al suo posto ingobbito, con un sorriso timido e le braccia incrociate. In un momento successivo si vedono sia Henry che Gallas schiacciare appena possono con tutta la loro forza, si sente la stanza fare «Olééé», Evra si diverte moltissimo e dà il cinque a Benzema. Persino Domenech ride. Poi vediamo di nuovo YG. Chiude uno scambio che si svolge nel silenzio quasi assoluto con un rovescio bello e impostato, da tennista, con un angolo stretto. I suoi compagni reagiscono con un «Ehhhh» di ammirazione. È questa differenza tra un «Olééé» e un «Ehhhh» a sembrarmi importante per capire Yoann Gourcuff.

Pressione.

Career low. YG arriva al Mondiale 2010 con un carico di aspettative ben rappresentato dalla pubblicità Adidas con Zidane dal barbiere. La voce fuori campo comincia: «Un playmaker di talento ha le speranze di una Nazione intera sulle sue spalle». YG è sullo stesso piano di Kakà e Messi: «Ogni squadra ha bisogno del suo creatore, ma chi sarà a portare la propria alla vittoria?». Ma il suo stato di forma non è quello dell’anno prima: i primi infortuni, il calo del Bordeaux che getta nove punti di vantaggio in campionato e si fa soffiare il titolo dall’Olympique Marsiglia, con cui perde anche in finale di Coppa di Lega, poco prima di farsi eliminare dal Lione agli ottavi di Champions League. Già a febbraio 2010 France Football si chiedeva a proposito di YG: «Il suo calcio è meno seducente dello scorso anno? Perché influisce meno sul gioco?». (Non che siano mancati momenti Gourcuff come la punizione incredibile più o meno voluta contro l’Olympiakos). Il preparatore fisico del Bordeaux sostiene che il problema non sono le troppe partite: «Ha bisogno di correre, è fisiologico: lui recupera correndo. Ha un volume di gioco straordinario e delle capacità aerobiche fuori dal comune, recupera correndo a 16 Km/h e non a 10 Km/h come gli altri calciatori. Però è un perfezionista che vuole fare sempre tutto bene: tecnicamente, tatticamente, e su questo dobbiamo contenerlo. (…) Deve imparare a relativizzare e a capire che non giocherà sempre il tipo di calcio che desidera».

La Nazionale francese si qualifica al Mondiale solo grazie al doppio spareggio con l’Irlanda e il tocco di mano di Henry nei tempi supplementari (YG era uscito tra i fischi dello Stade de France due minuti prima del novantesimo). Il pubblico francese non si riconosce più nella Nazionale e se è vero, come dice Christian Gourcuff, padre di Yoann e allenatore da più di dieci anni del Lorient, che «dopo la vittoria del Mondiale del ’98 la Francia ha iniziato ad appassionarsi al calcio senza che ci fosse veramente una cultura calcistica», la Nazionale del 2010 è la nemesi di quella black blanc beur simbolo d’integrazione. Contro l’Uruguay, all’esordio, finisce 0-0. YG gioca dietro ad Anelka, con Ribéry e Gouvu sulle fasce, ma qualcosa non funziona. Anche se per YG il problema è «collettivo», Domenech decide di tenerlo fuori per la seconda partita.

Tutti i tocchi di YG contro l’Uruguay.

Contro il Messico, con Malouda a sinistra e Ribéry spostato al centro, e YG che non gioca neanche un minuto, la Francia perde 2-0. Anelka sostituito a fine primo tempo offende Domenech e viene cacciato dal ritiro. Evra e Ribéry in conferenza stampa parlano di un traditore e la squadra rifiuta di allenarsi. YG c’entra poco con quello che forse è il momento più drammatico della storia del calcio francese, se volete questo è l’aspetto tragico della faccenda, ma la stampa lo dipinge come il bravo ragazzo con una bella faccia vittima di un gruppo di coatti di periferia (senza mai esplicitarlo ne fanno il simbolo della Francia bianca, anche se i bretoni da molti francesi sono considerati quasi come degli immigrati). Secondo l’Equipe quando YG incontra Ribéry (che oltre ad essere un burino è anche convertito all’Islam) evita di incrociare il suo sguardo e si incolla al muro: «Come il primo della classe si sposta davanti al capetto per paura di prendere un schiaffo». Si dice addirittura che la sua esclusione nella seconda partita sia stata voluta da Zidane.

Contro il Sud Africa, YG torna titolare. Se la Francia vince passa il turno, nonostante tutto, ma dopo venti minuti sono già sotto 1-0. Cinque minuti dopo su una palla contesa nell’area di rigore  sudafricana YG salta per colpire di testa, anticipa di molto il suo avversario diretto che finisce contro il suo gomito a squadra e l’arbitro pensando a una gomitata volontaria non ci pensa due volte e lo espelle. «Il pallone stava arrivando e ho preso lo slancio, allargando le braccia. La sua testa ha sbattuto sul mio avambraccio… mi sono stupito. È stata dura».

Wow, sembra proprio Zidane che esce dopo la testata a Materazzi! 

La Francia perde 2-1 e il Mondiale finisce con Henry a colloquio da Sarkozy, allora Presidente della Repubblica, le dimissioni del presidente della FFF, Domenech che viene sostituito da Laurent Blanc, Evra e Ribéry (e Toulalan) sospesi per poche partite per il ruolo tenuto durante lo “sciopero di Kinshasha”, quando la squadra ha rifiutato di allenarsi. Una volta tornato in Nazionale, Ribéry assicura che non ci sono mai stati problemi con YG. In conferenza stampa pronuncia male il suo nome, come se al posto della G iniziale e dalla C in mezzo ci fossero due K: «Non so dove la siete andata a pescare questa cosa tra me e Yoann Kourkuff. Non ho mai avuto problemi con Yoann Kourkuff». (Mi sento un po’ in colpa a descrivere i difetti di pronuncia di Ribéry perché quello del francese parlato male è un argomento che l’élite francese usa per discreditare i calciatori milionari di umili origini). Ribéry continua: «La sola cosa che posso… non è che ce l’ho con Yoann… ma ho discusso con lui durante la Coppa del Mondo, non mi piaceva che mi facessero passare per il cattivo e lui per la vittima… e la cosa che mi aspettavo da lui, voglio dire a un certo punto avrei voluto facesse una smentita e che vi venisse a dire che non aveva problemi con me. Non l’ha fatto, ormai non fa niente, sono qui e non vi nascondo che dobbiamo chiarirci io e lui».

Ci sono altri due video extra-calcistici di YG significativi dei problemi calcistici di YG. Il primo è quello di YG intervistato da una bella donna (Cécile de Ménibus) su una barca a remi in mezzo a un laghetto come due innamorati. «Dicono che hai un carapace», fa lei. «Mi piacerebbe che mi lasciassero in pace, certo», risponde YG. Gli viene chiesto della Coppa del Mondo: «Mi ha dato un’altra visione del calcio. Una visione che non mi pia… che è lontana dalla mia. È vero che dopo ero un po’ nauseato». «Hai pensato di smettere?» «No. Perché comunque è la mia passione. È vero che ultimamente non riuscivo a divertirmi in campo». Poi la bella intervistatrice gli chiede: «Sennò il futuro come lo vedi?» «Faccia fatica a immaginarmi nel fu…» Ma lei lo interrompe: «Con me? No?»

Il secondo è il documentario di Canal Plus sul periodo passato da YG nel sud della Francia dopo l’infortunio al ginocchio del 2012 (con Tiburce Darou il fisioterapista dei giocatori francesi dell’Arsenal, un tipo anziano buffo e affascinante, che zoppica da una scena all’altra in tuta con i capelli lunghi bianchi spettinati). YG lavora con serietà e mette tutto se stesso negli esercizi. Recupera in anticipo sui tempi e una maratoneta che si allena con lui dice: «È mostruoso. Non ho mai visto un calciatore correre a medie di 19, 22 Km/h». YG è un ragazzo bellissimo e dolce (a proposito, questa è la sua ragazza) che indossa sciarpe anche all’interno, infilate nei maglioni di lana, e parla perfettamente francese. È gentile ed educato. Fatica a dire la parola «odio». Sorride anche. Sorride imbarazzato. Ma nelle poche situazioni pubbliche, quando gioca a basket su una carrozzina per allenare le braccia insieme a una squadra  di paraplegici (così come nelle molte foto coi fan che si trovano su internet) ha l’aria di uno che non vede l’ora di andarsene.

Ispirazione.  

Quello che mi sembra interessante è come alla base dei problemi di YG ci sia un’inconciliabilità di fondo tra le sue capacità tecniche e il suo tipo di carattere. Al di là degli infortuni che hanno caratterizzato i tre anni al Lione, tra momenti Gourcuff tipo un assist di petto per Gomis e alcune partite in cui è sembrato esplosivo anche se meno fluido, costante, capace di resistere al pressing e di tessere trame con grande qualità, facendo pensare che potesse tornare ai livelli del 2009, deludendo ogni volta questo genere di attese con altri infortuni o prestazioni mediocri (ma non sempre per colpa sua, come quando Laurent Blanc, suo allenatore al Bordeaux, ha deciso di escluderlo dall’Europeo del 2012).  Nel 2005, in un’intervista a Ouest France, YG non sa quale sia il suo peggior difetto: «Credo che la timidezza mi tiri dei brutti scherzi. La gente non mi vede per come sono davvero. Non sono freddo e chiuso. Sono piuttosto generoso». A dir la verità il giornale gli aveva chiesto quale fosse il suo peggior difetto e quale il miglior pregio, ma alla parte sul pregio YG non ha risposto. Nel 2009 il padre, suo consigliere tranne quelle due domenica all’anno che giocano contro («Quando ha la palla vorrei la perdesse, è semplice») spiega all’Equipe la personalità di YG: «Yoann è un’introverso che sa analizzare il contesto (…). Ci sono degli introversi che non sanno fare passi verso le altre persone, ma Yoann non è così».

Gourcuff in slow-motion è l’equivalente calcistico di Federer: un modello classico, la manifestazione terrena di un’armonia superiore tra uomo e gioco del calcio, un tutorial vivente di come si controlla e colpisce una palla. Ovviamente il fatto che sia bello aiuta, ma la sua bellezza sta anche nel fatto che in molti calciatori sanno fare una veronica ma pochi con quell’insieme di grazia e potenza. Per quanto però il paragone col tennis possa sembrare pertinente (a dodici anni Yoann era abbastanza bravo da  partecipare all’Open Super 12 di Auray, un torneo di livello internazionale a cui è uscito al primo turno e che quell’anno è stato vinto dal suo quasi coetaneo Rafael Nadal) nessun calciatore può permettersi quel tipo di solitudine. Gourcuff padre racconta di avergli fatto guardare videocassette del Brasile di Pelé fin da quando aveva cinque anni, che è stato questo a renderlo «sensibile ai gesti tecnici». Una sensibilità che YG ha faticato praticamente da sempre a comunicare se è vero (come ha scritto Liberation nel 2009) che già tra gli educatori del Rennes c’era chi gli rimproverava la lentezza con cui sembrava «scomporre i gesti come se lo si stesse guardando sotto la luce di uno stroboscopio».

YG palleggia da solo.

«Da solo in campo, non sono niente», ha spiegato YG all’Equipe. «Le mie qualità sono adatte al gioco di squadra, non sono il tipo di giocatore che prende palla e dribbla venticinque persone. Non lo so fare. Non sono Cristiano Ronaldo, non sono Franck Ribéry (…) Per me non dribblare è un segnale positivo. Significa che ci sono molte opzioni intorno, che si riesce a trovare l’uomo smarcato». O ancora, a Ouest France in tempi recenti: «Non mi considero come un creatore. Preferisco dire che sono un passatore. Ho bisogno di toccare molte palle. Non per tenerle, ma per farle circolare. Cerco di mettere le mie qualità individuali al servizio della squadra (…) Cerco sopratutto di giocare nel modo più semplice possibile, che è la cosa più difficile di tutte nel calcio. Riuscire a vedere la soluzione prima dell’avversario, trovare il compagno al momento giusto, o al posto giusto, e continuare l’azione, questo è il mio lavoro. Non faccio molti dribbling. I soli che faccio sono per tenere palla, non per andare in porta. Non ne avrei la velocità. Riesco a correre bene senza palla, ma con la palla tra i piedi no».

Quindi Yoann Gourcuff è un playmaker. Non per niente i suoi modelli sono Redondo, Zidane, Rivaldo, Seedorf, Pirlo, e tutti quei giocatori «che hanno qualcosa in più, a loro agio quando si tratta di tenere palla, che corrono con classe. Mi piacciono le sequenze controllo-passaggio pulite».

Il paradosso del playmaker è che pur essendo il ruolo interpretato, di solito, dal giocatore tecnicamente più dotato della squadra per giocare bene dipende dai suoi compagni e dal tipo di relazione instaurata con essi. Se il playmaker non riesce a rendere partecipe del proprio talento chi lo circonda in campo, se per qualsiasi motivo i compagni non si fidano di lui, non gli fanno giocare un numero sufficiente di palloni e non si muovono creando possibilità di attacco, la sua incidenza sulla gara e anche la sua creatività diminuiscono (una cosa simile, anche se più brutale, succede nel football americano quando la difesa decide di boicottare il quarterback). Ma non è il problema dell’uovo e la gallina, saper risolvere questo paradosso è parte delle caratteristiche di tutti i grandi play. Gourcuff pur non essendo un individualista, per caratteristiche di gioco e filosofia, non è riuscito a sciogliere la tensione tra individuo e collettivo. J-L Gasset, allenatore in seconda di Blanc, racconta che anche se a volte avrebbe voluto dirgli di mostrare chi è veramente quando ha la palla tra i piedi, sapeva che YG avrebbe risposto una cosa del tipo: «Come faccio se i miei compagni non me la passano, la palla?». In questo senso lo spostamento a sinistra subito negli ultimi anni è sintomatico del fallimento di YG come meneur de jeu. «Mi diverto poco in una posizione non mia», ha detto l’ultima volta che è stato chiamato in Nazionale per sostituire Ribéry a sinistra. «Al centro posso influenzare il gioco, orientarlo, essere il fulcro del gioco collettivo. Ho bisogno di toccare molti palloni, di passare, di muovermi, di essere attivo per avere fiducia in me stesso e poter provare cose. Si ha più libertà di espressione al centro e si resta concentrati».

Quando YG era un bravo ragazzo ma di carattere.

YG è davvero un ragazzo troppo educato (come dimostra il video in cui l’allenatore del Saint-Etienne che, per non offendere i propri tifosi, rifiuta all’ultimo di stringergli la mano dopo il derby, e YG che fa addirittura un piccolo gesto di comprensione col braccio sinistro) per le pressioni del calcio di alto livello, ma il suo limite caratteriale è anche un problema tecnico. Abidal diceva di Zidane: «Avrei fatto di tutto perché fosse contento di me. Io che col destro non so che farci facevo finta di sapere giocare con entrambi i piedi» (qui al minuto 25.20). Al tempo stesso ZZ, non esattamente il massimo dell’espansività, dopo la vittoria della Francia con il Brasile nel 2006 grazie una delle sue migliori partite in assoluto, ha ballato sul tavolo dello spogliatoio pur sapendo di essere ridicolo per far ridere i compagni.

YG finora ha preferito difendersi dai messaggi che arrivavano dall’esterno e messo in difficoltà da un ambiente ostile si è rifugiato in un’idea solipsista di calcio: «Io resto me stesso. Mi concentro sul gioco. Vado rispettato con la mia personalità. Appena una volta non sorrido si dice di tutto e di più. Ma se non sorrido è perché sono totalmente concentrato sul mio lavoro e alla ricerca delle sensazioni giuste». Non è narcisismo: in questo modo YG pensa di non dipendere dal giudizio degli altri. Il problema però è che anche limitando il proprio gioco alle sensazioni interne, rinunciando a fare da fulcro, YG continua a fare i conti con la fiducia di compagni, dirigenti e tifosi e con il modo in cui tutto questo lo influenza. In un’intervista televisiva particolarmente crudele in cui gli mostrano il gol contro il PSG parlandogli del periodo in cui “camminava sull’acqua” dice che: «Cose di questo tipo si fanno quando si ha confidenza col pallone e autostima. Oggi come oggi il mio gioco ha perso spontaneità, rifletto di più, mi assumo meno rischi». Il presentatore gli chiede: «E come ci si libera?». «Non lo so. Provando a ritrovare piacere in campo. Provando di nuovo quel tipo di cose, anche a costo di sbagliare.»

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Arrigo Sacchi e l’arte del pallone https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/#comments Thu, 14 Nov 2013 08:12:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16356 Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell'sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall'argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo.

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:

E l’Argentina come giocava?

Giocava a zona, una zona pressing.

E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?

La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.

(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)

E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?

Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…

E invece l’Olanda giocava col pressing?

Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.

Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…

No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.

E chi scendeva dietro dal centrocampo?

Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…

Tonica.

Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.

Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…

No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…

(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)

…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…

Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)

“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”

Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)

Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.

Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…

Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.

Cosa scrivevano del suo gioco?

No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…

Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?

M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…

E invece il concetto di intensità lo usava già allora?

Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…

E quindi che dice delle squadre di Mourinho?

Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…

Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?

Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.

Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…

Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?

La Juventus è la squadra più armoniosa…

Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…

Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.

E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?

Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…

La richiesta di energie?

La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.

Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.

In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.

Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?

Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.

Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.

Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppia intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.

A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?

Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?

Guardiola che domande le faceva?

Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.

E lui che disse?

Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…

Allenare la nazionale è meno stressante?

La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA ’94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…

Attitudine a cosa?

Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.

E non le veniva di cambiare sistema?

Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.

(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)

Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppia dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

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Su Francesco Totti https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/ https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/#comments Mon, 30 Sep 2013 14:51:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15560 Questo pezzo è uscito sul blog l'Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

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FTotti

Questo pezzo è uscito sul blog l’Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Le sue azioni erano così in alto che si poteva permettere di essere scettico dicendo che se le cose fossero andate male avrebbero saputo con chi prendersela: «Hanno portato un vecchio, hanno portato quello che ha rovinato il gruppo».  Nel derby dell’otto aprile aveva realizzato il suo nono gol in totale alla Lazio, raggiungendo Marco Delvecchio e Dino Da Costa in cima alla classifica dei marcatori, sempre all time, della stracittadina: «Il mio record più bello». Lo aveva festeggiato a lungo e per un attimo sembrava si fosse fermato il tempo, anche se in realtà le lancette correvano e quello di Totti era il gol dell’1-1 di una partita che la Roma, proprio per quelle ambizioni non ancora sopite, avrebbe dovuto provare a vincere. Poco dopo il New York Times gli aveva dedicato un bel pezzo, in cui le dichiarazioni di Totti, secondo il quale solo Messi faceva cose che lui non immaginava di poter fare, venivano interpretate come mancanza di «false modesty» anziché, secondo la lettura italiana, semplice arroganza. Totti a quel punto voleva raggiungere il record di Piola (lontano quarantasette gol) ma non dipendeva solo da lui. Con un solo anno di contratto (scadenza giugno 2014) sarebbe stato difficile, anzi impossibile, ma lui si diceva fiducioso, sicuro di poter trovare un accordo con la società.

Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare. Ma anche la Roma capace di risorgere dalle sue ceneri e vincere lo scudetto nel 2001, il terzo della storia romanista, scucendolo direttamente dall’odiata maglia celeste. In quel periodo seguivo con così grandi speranze la Roma (speranze rafforzate dalla vittoria per 3-0 sulla Fiorentina in Supercoppa) e credevo così tanto che potesse diventare una delle migliori squadre europee, che sono andato allo stadio a vedere Roma-Real Madrid l’11 settembre (la mia prima partita di Champions League, la prima della Roma dopo la finale tremenda del 1984) e nonostante un tipo seduto affianco a me con in testa una bandana americana e il clima poco festoso, devo ammettere che mi sono emozionato. Per la cronaca: abbiamo perso 1-2, una punizione al bacio di Figo da trenta metri, un cross al bacio di Figo per la testa di Guti, poi Totti su rigore.

Nonostante quella sconfitta una parte di me pensava che ero stato fortunato a capitare nel momento storico in cui la Roma stava davvero per tornare grande, e in effetti la prima metà di stagione è stata strepitosa. Le mie speranze sono naufragate nel pareggio esterno con il Venezia già retrocesso (2-2), a cinque giornate dalla fine, in cui di fatto è diventato chiaro che non avremmo vinto il secondo scudetto consecutivo e che forse l’era Capello sarebbe stata meno interessante di quel che credevamo. Già qualche settimana prima, dopo il 5-1 sulla Lazio, la Roma aveva perso il primato in classifica perdendo a Milano con l’Inter lo scontro diretto, e alla fine è andata bene che siamo arrivati secondi grazie al 4-2 proprio della Lazio sull’Inter all’ultima giornata (quel famoso cinque maggio 2002). E le stagioni successive avrebbero confermato i timori più che le speranze.

Il campionato  2002-2003 della Roma è stato a dir poco mediocre (ottavo posto) e in Champions League, dopo aver preso tre gol in casa dal Real Madrid ed essersi rifatti al Santiago Bernabeu (gol di Totti)  la squadra di Capello è stata eliminata come ultima del secondo girone di qualificazione che avrebbe dato accesso ai quarti, vincendo una sola partita. Quella che era la migliore Roma da quasi due decenni, per due anni di seguito non è riuscita ad arrivare neanche ai quarti di Champions League. Come se non bastasse, nella doppia finale di Coppa Italia è stata battuta dal Milan 4-1 all’Olimpico, a cui è seguito un inutile 2-2 a San Siro (3 gol di Totti in due partite, tutti su punizione).

L’anno dopo (2003-2004), sembrava essere tornata la Roma migliore, capace di battere la Juventus 4-0 e 4-1 l’Inter, ma perdendo entrambi gli scontri diretti col Milan alla fine è arrivata di nuovo seconda. In Coppa Uefa si è fatta eliminare agli ottavi dal Villareal ma anche questo non sarebbe stato poi così grave se a fine stagione Capello (che ha portato la visione di gioco di Totti a un livello superiore con uno schema fisso che prevedeva che lanciasse in diagonale alle sue spalle, senza guardare, senza guardare ma con la solita precisione golfistica, per uno tra Del Vecchio e Batistuta, e che tuttavia gli diceva: «Francesco, hai il culo basso») non avesse fatto le valigie e lasciato Roma per Torino, la Roma per l’odiata Juventus, si dice di notte, per evitare incontri spiacevoli.

Ed è al termine di una delle più brutte stagioni che ricordi, quella 2004-2005, quella dei quattro allenatori (Prandelli → Voëller → Del Neri → Bruno Conti), di un altro mediocre ottavo posto in campionato, del girone di qualificazione di Champions League concluso senza neanche una vittoria e della sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter (0-2 in casa all’andata, 0-1 al ritorno a Milano), che Totti ha dovuto scegliere tra la sua Roma e il Real Madrid. Come sappiamo, Totti alla fine ha scelto di rinnovare: «Preferisco vincere uno scudetto qui che dieci altrove». Questa frase ai romanisti piace molto, ma poteva essere interpretata anche come mancanza di ambizione.

A ventotto anni (quasi ventinove) Totti aveva già battuto il record di Pruzzo (107 gol) diventando il più grande cannoniere della storia della Roma e, d’accordo, non era un mercenario, non era un calciatore moderno, ok, ma perché non potevamo vincerli noi dieci scudetti? Come andava preso quel rinnovo: era un contentino alla tifoseria arrabbiata, il parafulmine da ogni critica, o Totti avrebbe davvero riportato la Roma sulla strada del successo? Totti si stava accontentando? Aveva scelto di restare perché pensava davvero che avrebbe vinto qualcosa di importante o perché a Roma si poteva fare le magliette tipo quella Vi Ho Purgato Ancora?

Comunque già nel caso di quel quinquennale (10,5 milioni di euro lordi a stagione) del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” una volta terminata la sua carriera. Se non vi rendete conto di quanto è lontano il 2005 pensate che è l’anno di nascita di YouTube, dell’uragano Katrina, degli attentati alla metro di Londra e che appena smaltita la folla di fedeli al Vaticano per i funerali di Giovanni Paolo II, un mese dopo il rinnovo di cui sopra, Totti ha riempito di un tipo di fedeli diverso le scalinate di Santa Maria in Aracoeli sposando Ilary Blasi in diretta Sky, dando poi il ricavato in beneficenza al canile di Porta Portese.

Appena usciti gli sposi dalla chiesa è partito il coro «un capitano/ c’è solo un capitano», io passavo dalle parti di piazza Venezia e mi sono fermato a guardare, e questa è la cosa più simile a un matrimonio regale che possa avere Roma, visto che il Papa non si può sposare. (E non posso fare a meno di ricordare che pochi giorni dopo Del Piero, una delle nemesi con cui Totti è stato confrontato nel corso degli anni, si è fatto sposare da Don Ciotti in un paese sulle colline torinesi, in gran segreto, una cerimonia che il Corriere della Sera ha definito «sobria, molto intima», col capitano della Juve accompagnato da una «piccola comitiva», dodici invitati in tutto.)

Mentre scrivevo questo pezzo mi consultavo con un amico romanista, la persona che ho sentito parlare meglio di Totti in tutta la mia vita e che quindi adesso chiamerò il Mio Amico Tottiano. Gli ho chiesto secondo lui qual è stato il picco nella carriera di Totti. Il Mio Amico Tottiano ha risposto: «Nessuno. Ho visto tutte le partite della Roma all’Olimpico, tranne cinque o sei, dal 1997 a oggi, e nel 90% di esse Totti è stato il migliore in campo. Non il migliore della Roma, in generale, considerando anche gli avversari. Quindi direi un unico picco lungo sedici anni». Per il Mio Amico Tottiano la Roma viene comunque prima di Totti, ma sostiene che dal vivo non ha mai visto un giocatore migliore di Totti. Che gli è sembrato meglio Totti di Cristiano Ronaldo. Ho chiesto anche ad altri Amici Tottiani e ho riscontrato una certa difficoltà ad ammettere l’inferiorità del Capitano di fronte anche a grandissimi campioni come Cantona, Zidane, per non parlare dei rivali italiani R. Baggio e Del Piero. Per quanto sia sbagliato fare confronti è interessante la loro difficoltà ad ammettere: «Sì: ___________ è più forte di Totti e avrei preferito che la Roma avesse speso i suoi soldi per ___________ anziché per il Capitano».

Dopodiché, ci sono due ipotesi.

La prima è che il suo momento migliore corrisponda alla sequenza Europeo  2000/Scudetto 2001. A favore di questa tesi ci sono: il cucchiaio a van der Sar in semifinale, il premio come Man of The Match in finale e in generale l’idea che se fosse dipeso soltanto da lui quella partita forse l’avremmo vinta: non solo grazie al tacco con cui, dopo aver difeso palla e aspettato esattamente il momento giusto, manda Pessotto al cross per  il gol di Del Vecchio che ha portato l’Italia in vantaggio (al minuto 4.00 del video qui sotto col commento in giapponese e tutti i tocchi di Totti in quella partita) ma anche per un’occasione in cui ha messo Del Piero davanti alla porta per il possibile raddoppio (minuto 4.56: Del Piero incrocia malissimo di sinistro cadendo goffamente a terra) e un’altra di poco successiva in cui resiste a una carica a centrocampo con una specie di piroetta prima di lanciare in diagonale Del Vecchio che però calcia sull’esterno della rete (minuto 5.50).

Totti stesso ritiene che se l’Italia avesse vinto quella finale, magari gli avrebbero dato il Pallone d’Oro (lo ha detto sempre nell’intervista di Gazzetta del 29 marzo scorso, ma in realtà in quell’edizione 2000 Totti è arrivato quattordicesimo nella classifica di France Football e il suo miglior piazzamento è dell’anno successivo, quinto, probabilmente merito dello scudetto). Riguardo la finale con la Francia però va detto che i suoi critici più pignoli gli rimproverano di aver sprecato quello che sarebbe potuto essere l’ultimo pallone della partita, a pochi secondi dalla fine dei quattro minuti di recupero, con un lancio a Pessotto in fuorigioco che ha lasciato il tempo alla Francia per giocare l’azione del pareggio di Wiltord (nel video giapponese questo passaggio non c’è; ed è forse a partire da quel giorno che Totti diventa il miglior giocatore al mondo nel perdere tempo tenendo palla sulla bandierina del calcio d’angolo vicina alla porta avversaria, a volte anche a cinque minuti dalla fine della partita). Per quanto riguarda il periodo scudetto, c’è chi sostiene che Totti sia stato poco più di un comprimario, il protagonista di un film con molti protagonisti, gente come Batistuta, Samuel, Cafu, Emerson, Montella. Che se fosse dipeso veramente da lui, avremmo vinto molto di più in tutti questi anni. Un punto di vista comprensibile.

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Intervista a Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/#comments Mon, 01 Jul 2013 13:19:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14835 Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro - e dunque la grandezza da scrittore - è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Uno dei pezzi più geniali? Quello in cui Mura, subito dopo la vittoria al mundial di Spagna, piazza su una colonna quello che la stampa scriveva prima del trionfo, e su un’altra quello che ha scritto dopo: l’isteria, le urla, questo modo di fare che non ha mai abbandonato il calcio.  “Il titolo, in realtà, è anche vagamente iettatorio”, scherza Mura. “Piaceva all’editore perché lo trova scherzoso. Quando faccio una presentazione in pubblico però do subito uno scoop dicendo che non me ne vado affatto. Poi trasmette l’idea che io non sia in sintonia con il calcio degli ultimi anni. Be’, se assisto a una partita bellissima lo scrivo. È che c’è un tasso di broccaggine estremamente alto, e che in Serie A gioca della gente che trent’anni fa sarebbe rimasta in B. E magari guadagnano quanto Rivera. Questo mi dà leggermente fastidio”.

Come sei arrivato alla Gazzetta, giovanissimo?

Avevano una specie di accordo con uno dei due Licei classici più “reputati” di Milano, il Manzoni, che alla fine della maturità gli segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano… se adesso ti presenti dicendo “conosco più di duecento aggettivi” non ti assumono mai nella vita. Sei sospetto.

Che ricordi hai del primo pezzo scritto?

Alla Gazzetta mi assegnarono un articolo da scrivere dopo qualche tempo trascorso da ragazzo di bottega. Come dicevo, ero piovuto in una redazione direttamente dai banchi del Liceo Classico: non ero neanche sicuro che quello sarebbe stato il mio mestiere. Il primo pezzo che mi assegnarono fu un’intervista, due cartelle, a Germano, ala sinistra brasiliana del Milan. Però commisi un errore colossale: lo scrissi per dimostrare quanto ero bravo. Cosa ancora peggiore: lo scrissi come se fossi Brera, utilizzando frasi in dialetto, in tedesco, di tutto. Quando lo consegnai, il direttore Gualtiero Zanetti mi richiamò: “Questo pezzo puoi arrotolarlo e ficcartelo nel culo. Di Brera ne abbiamo già uno, basta e avanza quello vero. E poi ricorda che col tuo pezzo, dopo averlo letto, ci fa il cappello un muratore della Bovisa”. Uscii dall’ufficio di Zanetti con la coda tra le gambe, lo riscrissi come diceva lui e venne pubblicato senza una virgola cambiata. Da allora non ho più dovuto riscrivere un pezzo: la lezione mi fu molto utile.

Immagino però che negli anni il tuo stile si sia evoluto. Secondo quali influenze?

Non saprei. Se rileggo adesso cose scritte quarant’anni fa le trovo legate ai tempi, magari un po’ ingenue. Credo di aver migliorato la sensibilità nei confronti di quello che succede intorno, di non essermi concentrato solo sull’avvenimento agonistico. Questa probabilmente è una delle chiavi della mia popolarità, se vogliamo chiamarla così. In fondo lo sport è molto cambiato, rispetto ai miei inizi.

Ecco, cosa è cambiato rispetto ai tuoi esordi?

Soprattutto c’era molta meno televisione. Addirittura quasi nulla. E quindi il giornale doveva dare anche un’idea visiva di come era andata la partita. I pezzi erano molto più lunghi. Era anche molto diverso – e questo è il lato più spiacevole – il rapporto tra noi giornalisti e i calciatori. Erano più vicini, ed era facile parlare con loro. Agli inizi, quando andavo a Milanello o ad Appiano Gentile per fare i notiziari, parlavo senza problemi con Mazzola, Rivera o Facchetti. Bastava fargli un segno, e si fermavano al termine dell’allenamento. Oppure ti dicevano: “Devo scappare, ma mi trovi a casa tra le sei e le sette”. Non ha mai sgarrato nessuno. Certo, eravamo anche di meno noi giornalisti. A vedere l’Inter durante la settimana eravamo in cinque o sei, e questo ci permetteva di stabilire un rapporto più diretto con i calciatori.

Erano i tempi in cui Beppe Viola intervistava Gianni Rivera sul tram, a Milano.

Esatto. Quell’intervista dimostra due cose. Uno, il gran talento di Viola. Però quel tram, se si rivede la scena, non era noleggiato dalla Rai, con a bordo solo Rivera e Viola. Si intravedono i passeggeri che si sono visti salire sopra Rivera e Viola senza per questo piazzarsi dietro la telecamera per fare ciao ciao con la manina, o salutare a casa. Viola e Rivera erano due che stavano lavorando, e li hanno lasciati in pace. Bisogna pensare se questo sarebbe possibile oggi, con El Shaarawy o Milito.

Credo proprio di no.

Ecco, la risposta è automatica. Poi, tornando alle differenze con i miei tempi, c’è da dire  questo: più la televisione ha preso piede e più i direttori hanno iniziato a tagliare lo spazio dedicato alla partita, puntando su altro. Ogni volta che si parla di restyling su un giornale, si va a finire con foto e immagini più grandi e testi più piccoli. Io, che sono cresciuto leggendo Brera, posso dire che le sue partite duravano cinque-sei cartelle. Per la finale dei mondiali 2006 vinta dall’Italia ho scritto settantasei righe, mi pare.

Ma a parte il fatto che si gioca ancora con una palla, esistono fattori di continuità con il calcio di trent’anni fa?

Mah, direi che a parte il fatto che si gioca ancora con la palla c’è che noi cronisti non paghiamo ancora il biglietto. E credo che sarà così ancora per poco. È cambiato anche il modo di giocare. E non mi riferisco all’uomo, o alla zona. Me ne parlava Riva già durante le Olimpiadi dell’88. Non avendo altre entrate oltre agli stipendi, dovevano guadagnarsi tutto sul campo. Oggi, con tutti i contratti che girano, si pensa di più al fine carriera. Riva ha guadagnato in tutta la vita molto meno di una riserva della Roma o del Milan, e a fine carriera aveva un distributore di benzina con Tomasini.

Leggendo i pezzi di Non gioco più, me ne vado, sembrerebbe che i mondiali del Messico nel 1986 abbiano rappresentato una sorta di cesura.

Sì, quello fu come un inizio, in effetti. Era tutto un Televisa o Coca-Cola, una presenza di sponsor molto massiccia rispetto solo a quattro anni prima, in Spagna. E le squadre cominciarono anche a svolgere gli allenamenti a porte chiuse. Ma il vero delirio fu a Stati Uniti ’94. Non si poteva entrare con gli ombrelli negli stadi e persino i panini dovevano essere a norma, dovevano avere una certa misura.

E che ricordi hai invece dei mondiali italiani del 1990?

Ricordo soprattutto che c’era il problema degli Hooligans. A un certo punto scrissi una lettera aperta a Cossiga. Perché Brera stava sull’Italia, e io facevo le partite importanti fuori dal girone. E allora ero a Torino il martedì, e non si serviva il vino nei ristoranti. A Bari, di mercoledì, e ancora niente vino. Lo stesso a Cagliari il giovedì. Alla fine dicevo: guardate che per colpa di qualche testa di cazzo ci va di mezzo un patrimonio culturale dell’Italia. Se in ristorante uno si piglia un porcetto allo spiedo, avrà almeno il diritto di bere un bicchiere di vino rosso. Il problema me lo risolse un ristoratore di Cagliari. Mi fa: “Il solito tè, dottore?” E io: “Quale tè?” Ed è arrivato con una di quelle scodellone da caffèlatte.

Non era tè, immagino.

No, era Cannonau. Però la cosa divertente è che c’era un Prefetto, un generale dei carabinieri, a pochi metri. Se controllava potevano essere problemi.

Per fortuna non lo ha fatto. Dopo il Brasile, i prossimi mondiali saranno in Quatar e Russia…

Ormai è chiaro che contano i soldi, e non da oggi. Il successo di squadre come il Chelsea o il Manchester City, con magnati russi o arabi, lo prova. E i mondiali vanno lì, dove pagano meglio. Allo stesso modo come il Tour, che parte dall’Olanda o dalla Germania, e hanno anche un’idea di partire da Washington, il prossimo anno. È come la finale di Supercoppa a Tripoli, delle cose che trovo francamente ridicole. Non ho mai sentito di una finale di Coppa nazionale giocata fuori, vale per l’Inghilterra come per il Belgio.

Da cronista, è più difficile rendere un calcio di rigore o una fuga in montagna?

Te la cavi prima a scrivere di un calcio di rigore. Perché la fuga non si risolve in pochi secondi. Su un calcio di rigore un grande scrittore ci potrebbe scrivere un racconto.

In effetti lo ha fatto Osvaldo Soriano.

Già, anche se quello era il rigore più lungo del mondo. Una fuga in montagna offre il paesaggio, il pubblico, una quantità di protagonisti maggiore.

A quale dei protagonisti di cui hai scritto sei più legato, nel senso “affettivo”?

Direi Gianfranco Zola, Gigi Riva, Damiano Tommasi, Paolo Sollier, Osvaldo Bagnoli… per gli altri sport Josefa Idem, Felice Gimondi, e Merckx, una persona di grande civiltà.

Merckx è una delle icone del ciclismo, l’altro grande sport di cui ti sei occupato. Dopo quello che è successo a Lance Armstrong, con sette tour revocati, che credibilità ha il ciclismo?

È una cosa mostruosa. Di Armostrong penso questo: se è vero, come ha sostenuto la Wada (L’Agenzia mondiale anti-doping, ndr) che ha messo in piedi il più sofisticato ed efficace sistema di doping individuale e di squadra, allora non può aver fatto tutto da solo, ma deve avere avuto delle coperture fortissime da parte dell’Unione ciclistica internazionale, che poi ha allestito la ghigliottina in piazza. Però sicuramente per tutti quegli anni di trionfi deve aver avuto un ombrello sulla testa. Ancora su Armstrong, ma pensando anche a Pantani. Dopo Madonna di Campiglio (la tappa del Giro in cui Marco Pantani risultò positivo al doping, nel 1999, ndr), e ancor di più dopo la sua morte, credo di aver battuto il record di corrispondenza con i lettori. Il succo delle loro lettere era: ci hai insegnato ad amare Pantani, e adesso? Molto civilmente mi chiedevano: com’è possibile che in tutti questi anni non vi siete accorti di niente? Siete complici, o siete dei fessi?

E cosa rispondi a queste domande?

Ho anche pensato di smettere… il caso Pantani, per come si è sviluppato, mi ha toccato molto. Non posso dire che eravamo amici, ci avrò parlato a quattr’occhi cinque o sei volte in tutto. Che poi è già molto, visto che era molto isolato. Quando era di luna buona, però, anziché fermarsi dieci minuti si tratteneva per mezz’ora, anche di più. Per lui, come per Armstrong, vorrei però ricordare sommessamente che noi non facciamo analisi chimiche, né al sangue né alle urine. Non siamo neanche in grado di fare intercettazioni. Se un giornalista ha dei sospetti, il massimo che può scrivere è che “corrono voci”, eccetera.

Come hai appreso la notizia della morte di Marco Pantani?

Quando mancò Pantani ero in ferie, in un ristorante di Firenze con mia moglie. Mi telefonarono dal giornale dicendomi che Pantani era morto. Al mio collega dissi che non era il momento di fare scherzi del cazzo. Ho piantato la trippa che stavo mangiando e sono andato in albergo. Dopo un quarto d’ora ho dettato a braccio il mio pezzo.

Di sicuro è stato un colpo tremendo per tutti noi. Adesso vorrei proporti un po’ di botta e risposta vecchio stile. Cominciamo ancora dal ciclismo: Qual è la tappa più emozionante a cui hai assistito?

Ancora lui, Pantani. La tappa con l’arrivo a Les Deux Alpes nel ’98, quando dette otto minuti a Ulrich. Però anche alcune tappe, del Tour, penso alla caduta di Ocaña nella discesa del Col de Menté nel 1971. Merckx era secondo, andò a sbattere contro un muretto ma rimase in piedi. Adesso Armstrong è considerato un demone, ma ricordo il suo arrivo alla tappa di Limoges, nel Tour del ’95. Mi pare che pur essendo ateo sia stato il primo a indicare con due indici il cielo per ricordare il compagno morto, Fabio Casartelli.

La partita di calcio più bella? Intendo dal punto di vista del gioco.

Francia – Germania, semifinale dei mondiali dell’82, a Siviglia. Successe di tutto, finì ai calci di rigore. I tedeschi si stancarono così tanto che in finale contro l’Italia avevano il fiato corto. Vincevano 3-1, poi la Francia li riprese, perdendo però ai rigori.

Il calciatore più forte?

Maradona.

Resiste ancora all’assalto di Messi?

Maradona è decisamente meglio di Messi. Anche perché Messi è il terminale della sua squadra, mentre nel Napoli i gol li facevano Giordano, Careca, Carnevale. Maradona segnava anche tanto ma era soprattutto un suggeritore. Maradona, poi, al contrario di Messi, era un capitano, un condottiero. Era piccolo ma tosto, e gli andavano tutti dietro. Anche nel fuoco. Credo che Messi abbia un altro carattere. Maradona a Napoli trovò un matrimonio perfetto. All’epoca frequentavo Napoli abbastanza. Le scritte sui muri dicevano “Napoli campione in culo alla nazione”.

La nazionale italiana migliore?

Come forza complessiva direi quella dei mondiali in Argentina del 1978. In ogni caso non si esce dal ‘78-’82. Sono quelli gli anni d’oro.

Come hai vissuto il periodo del “sacchismo”?

In realtà bene. Con Sacchi ci andavo anche d’accordo. Mi aveva anche proposto di essere l’unico ad assistere agli allenamenti. Per lui era un grandissimo regalo, ma – probabilmente con scarso tatto – gli risposi che era come se Marchesi mi avesse invitato al mercato a comprar le carote. Io giudico i piatti… e il piatto è la partita della domenica.

Cosa ti piace di più del calcio?

Il gesto tecnico. Si va allo stadio per il dribbling, il tunnel, il colpo del campione. Per una punizione di Mario Corso. Devo ancora trovarne uno che mi dice: “Vado allo stadio per vedere una diagonale difensiva”. Saranno quelli di Sky che si eccitano per una diagonale difensiva.

Quali sono invece i momenti più bui a cui hai assistito?

Per me sono legati agli episodi di violenza, e purtroppo ce ne sono tanti. Dai morti accoltellati fino agli striscioni contro gli ebrei. Ci si deve chiedere perché questo sport debba essere più sporcato degli altri.

Che idea hai del mondo degli ultrà?

Lo trovo molto monotono. Son convinti di essere tutti diversi ma in realtà sono quasi tutti uguali. Hanno gli stessi cori e lo stesso abbigliamento, li distingue solo il colore della sciarpa. Detto questo, la curva non è necessariamente il settore peggiore dello stadio… credo che a livello di criminalità organizzata bisogna guardare alla tribuna d’onore.

Per concludere, torniamo al mestiere. Come se la passano oggi i giornalisti?

Sta prendendo sempre più corpo un’idea di informazione che non condivido, e che non intendo praticare… un’informazione liofilizzata, senza approfondimento o gusto del racconto. Twitter, sms, eccetera. Poi non si capisce che cazzo se ne fa la gente del tempo che guadagna. Credo proprio che il vero dramma di oggi sia non avere tempo libero, o averlo illusoriamente… Come se stare un’ora a leggere il giornale seduti su una panchina sia una cosa dell’altro mondo. Invece il mio sogno da pensionato è una bella panchina verde, con spalliera, due o tre giornali, un bar vicino per il caffè o il bianchino. Non è che si stesse meglio nell’800, però tutto quello che è accelerato, fast, mi spaventa. Mi preoccupa anche questo voler continuamente aggiornare giornali e siti. Non riesco a immaginare chi è quello che ogni quaranta minuti vuole un aggiornamento su un delitto. Dev’essere gente più compulsiva che altro. La mia tendenza è un’altra: l’unica tessera che ho io è quella di slow food. Io mi reputo un giornalista slow.

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Mario Balotelli: una visita guidata https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/ https://minimaetmoralia.it/sport/mario-balotelli-una-visita-guidata/#comments Thu, 14 Jun 2012 13:08:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8376 Tra poche ore l'Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell'antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore...»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

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Tra poche ore l’Italia giocherà la seconda partita degli Europei. Pubblichiamo un racconto di Francesco Pacifico, contenuto nell’antologia «Ogni maledetta domenica. Otto storie di calcio» uscita nel 2010, che decostruisce splendori e miserie del «caso Balotelli».

«L’infanzia difficile, il pallone come unica arma di riscatto sociale e un sogno nel cassetto: quello di diventare calciatore…»

Non gliela si fa ai giornalisti sportivi: hanno un cuore tenero e un armamentario di immagini retoriche per far sentire al lettore da bar – una nevicata di sfoglie di cornetto sulla pagina aperta – che leggere un quotidiano sportivo non è un’attività alienante. Questo giornale contiene valori!

«Se saltelli muore Balotelli», gridano alcuni dei lettori dei quotidiani sportivi quando, lasciato il giornale sul tavolino del bar, si ritrovano allo stadio per la partita – in questo caso Juve-Inter di campionato, primavera 2009.

Tra la favola collodiana e un rapporto terribile con i tifosi delle squadre avversarie, il giovane interista è una figura già leggendaria. Molti sanno che diventerà un campione e molti lo odiano; solo ieri mi è capitato di parlarne con qualcuno – un interista! – e per l’ennesima volta sentivo dire: «Quant’è stronzo, quello».

Ricordo nitidamente che la Sera della Linguaccia, un Inter-Roma a San Siro del marzo 2009, nel veder apparire la lingua beffarda di MB che irrideva noi poveri romanisti dopo averci fatto gol, io e due amici con cui guardavo la partita in tv sapevamo già che era antipatico e scorretto e andava odiato: come se lo odiassimo da sempre, come se MB facesse linguacce da sempre.

Pochissimo da sapere

È un italiano grosso, nero, fiero, dispettoso, con una storia complicata alle spalle, un talento che promette la quinta vittoria ai mondiali, una faccia da schiaffi. Nasce a Palermo da genitori ghanesi, cresce in provincia di Brescia da una coppia di italiani. È la favola calcistica di questi anni e perciò sembra un classico, una storia che si sa a memoria, pur non conoscendone praticamente i dettagli. Mettendomi a fare ricerche su di lui mi sono sorpreso a scoprire che è in serie a da nemmeno due anni, d’altronde è nato nel 1990, e lo odiamo tutti per un paio di episodi che sono colati sul fondo della nostra coscienza calcistica e sociale senza che nemmeno ce ne accorgessimo.

Diventa famoso il 30 gennaio del 2008 con una doppietta alla Juve in Coppa Italia. Quella sera, però, dà anche delle gran gomitate al difensore avversario Nicola Legrottaglie: saltando in anticipo sullo juventino, che gli sta alle spalle, per intercettare un rinvio lunghissimo del portiere interista, MB tira il gomito destro all’indietro in un modo che mi pare volontario, e lo colpisce in faccia, e immediatamente dopo sgancia un colpo con il gomito sinistro, centrando forte la nuca del difensore. È un gesto bello da vedere al replay, abbastanza complesso, diviso in quattro parti: salto, prima gomitata, seconda gomitata, atterraggio. Il replay lo fa sembrare lungo e meditato, ovviamente non può esserlo, ma è una di quelle occasioni in cui lo spettatore in panciolle si rende conto che in sostanza quegli omini in televisione sono persone che per farsi radicalmente aumentare lo stipendio devono dare spallate ad altre persone.

Dopo la doppia gomitata, MB cresce per un anno fra Primavera e prima squadra, segna in tutte le competizioni, si comincia a conoscere il suo nome, alcuni lo chiamano l’anti-Pato: perché è grosso mentre Pato, il coetaneo milanista, è un minuscolo papero; perché non esulta quando segna mentre Pato fa il gesto del cuore unendo pollici e indici.

A febbraio, dopo un contrasto con Cristiano Ronaldo in Manchester United-Inter, si mette l’indice sulla bocca come per azzittire l’avversario, che è peraltro il calciatore più antipatico in attività.

Poi, la vera gloria: il primo marzo, in campionato, per coincidenza proprio la Sera della Linguaccia. MB segna due gol alla Roma – una partita memorabile che la Roma conduce 3-1 fuori casa e riesce a pareggiare: è il giorno in cui si smantella l’impresa low cost di Spalletti, il giorno in cui si capisce che una squadra ricca poco ispirata può recuperare contro una Roma ispiratissima. MB segna due gol, uno dei quali su un rigore che lui stesso si procura, e lasciate che vi ricordi come…

La Roma è avanti 3-1. Entrando in area da sinistra, di lato, MB passa tra Motta e Taddei con un tocco d’esterno, uno d’interno e un terzo d’esterno meravigliosi, e dopo una cosiddetta hesitation, una sorta di anti-finta, di sospensione del controllo di palla, somministra altri due tocchi d’interno per non farla sfiorare a De Rossi, che invece sfiora MB – boh, forse, diciamo di sì… – il quale cade opportunamente a terra di faccia. Non proprio il rigore più lampante della storia, ma i cinque tocchi delicati dentro l’area sono un gran gesto, considerato il traffico in quella zona del campo.

Dopodiché lo stesso MB tira dagli undici metri con una mezza finta alla Figo, segna, e subito alza l’indice guantato Nike e se lo porta alla bocca per mettere a tacere gli ultras romanisti in trasferta. E questa cosa non si fa. Ancora peggio: tornando verso la sua metà campo, si volta per fare la linguaccia – agli avversari più che alla curva. Per linguaccia intendo: lingua di fuori e rituali occhi da pazzo, tipo wrestler americano, tipo Joker.

Un gesto veramente irritante, quasi disturbante. (Dopodiché alla Roma come al solito crollano i nervi e finisce 3-3.) È qui che io e i miei amici seduti davanti al televisore, all’oscuro delle gomitate a Legrottaglie e della provocazione a Cristiano Ronaldo, mediaticamente raccogliamo non so come dagli umori collettivi della nazione che MB è un giocatore antipatico e molesto, un antisportivo navigato: lo si sapeva.

Francesco Totti, che se la prende moltissimo, sosterrà poi che il gesto fosse rivolto a Panucci. I tifosi romanisti, a detta del Giornale, hanno cantato «non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni». Il procuratore federale deferirà Balotelli, per «avere rivolto gesti offensivi nei confronti di un calciatore avversario». Il 40% dei 47.000 partecipanti a un sondaggio di gazzetta.it decretano che i comportamenti di MB «non si giustificano in alcun modo da parte di chi ambisce ad essere un campione». Per il 9,7% «si giustificano solo se prima è stato provocato».

Un po’ di rispetto per gli sconfitti!

Di fronte al dito sulle labbra e alla linguaccia, Totti ha una reazione isterica. Il Capitano sostiene di far parte di un’altra generazione, e al Corriere dello Sport-Stadio spiega: «Se io a diciannove anni avessi avuto lo stesso atteggiamento di Balotelli, i miei compagni di squadra di allora, Cervone e Giannini, mi avrebbero preso a calci. Mazzone mi avrebbe dato due schiaffi e a casa avrei preso il resto dai miei genitori. Probabilmente oggi è un altro calcio, e c’è un’altra maniera di educare i giovani». (Ho praticamente la stessa età di Totti, so quale gusto si prova a ritrovarsi a parlare dei ventenni come di un’altra generazione, per giunta scostumata, quindi a queste dichiarazioni farei la tara.) «Ricordo che nella finale di Supercoppa, mentre si accingeva a battere un calcio d’angolo, l’ho sentito pronunciare la frase “romani di m…” Può capitare un momento di rabbia, ma offese come questa non si dovrebbero ripetere. Invece si sono puntualmente ripetute domenica, con l’aggiunta della linguaccia ai miei compagni che si sono risentiti e prendevano le difese dei 2500 tifosi che sono stati derisi». La conclusione di Totti è un po’ debole: «Magari stando a contatto con grandi uomini come Materazzi e Gattuso, se un giorno li incontrerà in Nazionale, potrà imparare tante cose, soprattutto come ci si comporta. In campo fanno della grinta e della forza la loro arma migliore ma sono sempre stati corretti in tutte le situazioni». Insultando la sorella di Zidane durante la finale di Germania 2006, Materazzi ha causato un finimondo (e ha tolto di mezzo il grande francese, Napoleone calcistico, espulso/esiliato dopo aver ripagato Materazzi con una capocciata sul plesso solare, permettendoci di trascinare la Francia in dieci uomini ai calci di rigore, dove abbiamo vinto perché la Fortuna ce ne doveva un paio post Francia ’98 e Stati Uniti ’94). «Mi ha dato fastidio», precisa Totti, «vedere Balotelli avere un comportamento irriguardoso con Panucci. Magari se Christian gli fa vedere tutti i trofei che ha vinto in carriera, Balotelli si potrebbe fare una foto ricordo […] Personalmente posso anche risultare antipatico con certi atteggiamenti, ma mi sono sempre attenuto a queste regole di vita importanti. Ricordo che quando mi sono infortunato nel 2006 mi sono arrivate tantissime telefonate, anche da avversari con i quali avevo avuto grandissimi scontri in campo. Uno per tutti Stanković, il quale mi ha testimoniato la sua vicinanza durante il mio infortunio […] In passato posso aver commesso tanti errori, sia nei confronti di avversari e anche di qualche tifoseria avversaria, ma ho sempre pagato e riconosciuto di aver sbagliato in prima persona».

Una cinquantina di giorni dopo, il 18 aprile del 2009, Juve-Inter finisce 1-1 e la curva juventina canta: «Se saltelli muore Balotelli!»

Risultato: per punizione la Juventus dovrà giocare a porte chiuse una partita di campionato. In realtà le autorità ci mettono un po’ a prendere provvedimenti; si vede che preferirebbero evitare. La Federcalcio non ha mai avuto un progetto estetico sul calcio italiano e non si è mai fermata davvero per correggere i comportamenti più antiestetici, come i cori razzisti e i falli tattici a centrocampo.

In realtà, a forza di polemiche e considerando che tutto sommato stavolta si tratta di un cittadino italiano, e un cittadino che giocherà quasi sicuramente nella Nazionale maggiore, e un cittadino che ha rinunciato alla chiamata della Nazionale ghanese per mantenersi calcisticamente vergine e ha sempre dichiarato il suo amore per la patria che l’ha cresciuto, che gli ha dato la salute e una famiglia amorevole, la vicenda di Torino ha portato alla modifica del regolamento della Federcalcio: in caso di atteggiamenti razzisti del pubblico, l’arbitro può decidere di sospendere la partita. (E invece quando a settembre 2009, in Cagliari-Inter, si ripete la scenetta razzista di cori colonial-gutturali rétro, contro MB ma pure contro il camerunense Eto’o, l’arbitro non sospende la partita. Il presidente del Cagliari segue la gara in tv dagli Stati Uniti e intervistato risponde di non essersi accorto di nulla dalla telecronaca: «Balotelli è un ragazzo frizzante, attira l’attenzione con qualche comportamento, direi di non ingigantire questi episodi».)

(Un semidio vendicativo)

Il corpo di MB dice qualcosa di forte, è un corpo elegante, sprezzante, fiero, il corpo di un campione naturale. Apporre in cima a quel corpo la firma di un dito che fa il gesto di star zitti, o la linguaccia, scatena il panico. La linguaccia dopo aver segnato è peggio che se Dio si affacciasse tra le nuvole durante un uragano e rombasse: Sì, sì, ce l’ho proprio con voi! Vi odio! (Non vincerete mai più lo scudetto!)

(La solita piega dei dibattiti di educazione civica quand’ero al liceo)

In Italia ogni tanto quando si discute di violenze sessuali qualcuno dice in forme variamente eufemistiche: certo però se le ragazze si vestono come mignotte con la minigonna e le scollature poi non si lamentino se qualcuno le violenta. Nel dibattito su MB, la linguaccia e il dito sulla bocca di MB sono come scollature e minigonne.

Gangsta

Comunque MB rimane all’altezza di questa fama campata in aria di giocatore poco sportivo. No, «poco sportivo» non spiega la situazione: MB, in campo, passa il tempo a imporre la propria personalità calcistica e non. Lo fa con le mezze rovesciate e i tiri potenti, lo fa con trovate da gradasso. È successo diverse volte che nella stessa partita segnasse un gran gol e facesse qualcosa di molto scorretto.

Durante l’estate del 2009, agli europei Under 21, viene espulso per un fallo di reazione nella stessa partita (Italia-Svezia) in cui segna un gol meraviglioso e poi festeggia facendo la sua faccia da duro, senza sorridere, la faccia da duro che fa morire di rabbia gli sconfitti: l’avversario che ci ha appena fatto gol non è impegnato a godere o gioire, ma ad attirare il tuo sguardo di sconfitto. Come dire: questa situazione è troppo seria per festeggiare; fermiamoci a riconoscere che tu, Panucci, hai appena subito un gol; tu stai nella squadra che non vince mai, io da quando sono qui non faccio che vincere scudetti.

La faccia da duro, in pieno controllo, la faccia gangsta, Jay-z, 50 Cent è finalmente arrivata anche in serie a. Il gangsta è quello che ti fa rabbia perché sa di farti rabbia: non lo puoi ammirare, vuole solamente essere invidiato e ottenere giustizia, ossia dominare e farti ammettere che ha vinto lui. Così i testi-invettive dei gangsta rapper, con l’elenco delle loro conquiste e la spiegazione del perché tu non vinci come loro. Ma il gangsta non vuole solo trionfare: facendo il duro nel momento del trionfo vuole farti sapere che lui è arrivato dove è arrivato a furia di ingoiare bocconi amari, e adesso che è arrivato farà calare la sua vendetta sopra di te!, come dice Jules Winfield in Pulp Fiction. (Mi sembra evidente che in fondo tale atteggiamento sia se non piacevole perlomeno comprensibile. Prendiamo «Bad News» di 50 Cent: Shit I been hated since the 5th grade… that’s why my best friend’s the trey pound, a ice pick, and a switch blade… I don’t like you, you don’t like me, it’s not likely that we’ll ever be friends, why pretend? Ossia, più o meno: Mi odiano da quando ho dieci anni… per questo il mio migliore amico è una pistola, un punteruolo, un serramanico… Non mi stai simpatico, non ti sto simpatico, è improbabile che diventeremo amici, allora perché fingere?)

Allo stesso atteggiamento si può attribuire l’espulsione che MB ha rimediato nel corso di quella stessa partita con l’Under 21: commette un fallo di reazione abbastanza evidente dopo aver subito un fallo sulla tre quarti, poi rimane seduto per terra dov’era caduto, come uno scout attorno al fuoco, le ginocchia alte raccolte fra le mani intrecciate, mentre l’arbitro gli compare accanto, si ferma impalato alla sua destra, con il cartellino rosso dietro la schiena, da mostrargli appena il giocatore vorrà alzarsi. MB però non si alza e guarda avanti a sé per qualche lungo momento. L’arbitro gli fa segno di darsi una mossa e lui annuisce e ancora non si alza. Quando lo fa, dà direttamente le spalle all’arbitro e si allontana. L’arbitro, dopo essere stato inquadrato di culo nella posa imbecille di uno che nasconde un cartellino rosso che mezzo stadio ha intravisto e i telespettatori hanno ammirato sullo sfondo color antracite della sua goffa divisa da arbitro, sfila il cartellino da dietro la schiena e glielo mostra. Al che MB si gira. Un gran momento un po’ Clint Eastwood. Rovinato dal fatto che il ragazzo di colpo appare sbalordito per l’espulsione e perde un po’ della sua ineffabile freddezza. Il che vorrebbe dire, se è vero stupore (e così pare), che MB è rimasto seduto a terra in quel modo spaccone aspettandosi solo un’ammonizione. Che a pensarci è ancora più strano: un’espulsione avrebbe magari giustificato tutto quel teatrino di starsene seduto. Il replay mostra in effetti che il fallo di reazione non era stato eccessivo e che l’avversario ha simulato buttandosi a terra come colpito da un raggio laser al primo sfioramento. Quindi MB poteva legittimamente aspettarsi solo un giallo. Diciamo che ha lisciato l’avversario pur cercandolo col piede. Diciamo che poteva aspettarsi solo un giallo: e ha fatto quella scenetta a terra per un giallo? Ha costretto l’arbitro al ridicolo di quella pausa teatrale per fargli pesare la decisione di ammonirlo? Vecchio come sono, vecchio quasi come Totti, in questo caso mi viene da dire: dove andremo a finire? Se tutte le prime donne si mettono a umiliare l’arbitro costringendolo a quella posa da maggiordomo, chi potrà più rispettarlo?

L’importante è che rispettino me

Nel novembre del 2007, MB rilasciava dichiarazioni da rapper. «Non mi viene spontaneo [esultare quando segno]. Fare gol è il mio dovere. Se non ci riesco è come se non facessi il mio compito». «Quando lasciai Lumezzane mi dissero che avrei giocato a San Siro nel giro di un anno. Ci sono riuscito». «Bisogna lavorare per confermarsi. Non dimentichiamo che tanti giocatori sono partiti come grandi talenti e poi scomparsi da un giorno all’altro». Su TuttoSport riferiscono: «È capace, come ha fatto, di andare da Moratti e dirgli: “Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo”. È capace, come ha fatto, di andare da Mancini e dirgli: “Mister, ma perché gioca Crespo se io segno di più?”»

Fuori dal saloon

Questo stile antipatico ha il suo apice simbolico nello screzio con il compagno di squadra Zlatan Ibrahimović del maggio 2009. L’Inter è già campione d’Italia con qualche giornata d’anticipo. Ibrahimović si gioca il titolo di capocannoniere del campionato con Di Vaio del Bologna e Milito del Genova. L’Inter non ha altri motivi per impegnarsi in campo che aiutare Ibra a segnare. Pare venga dato ordine ai compagni di farlo contento e passargli la palla; Mourinho dichiara che un titolo di capocannoniere per Ibra sarebbe una vittoria di tutta la squadra. Chiaramente il vero contenuto è: facciamolo contento così non prende e se ne va. All’epoca l’idea era che l’Inter dipendesse da Ibrahimović. Forse perché nella stagione precedente – 2007-08 – il suo infortunio provocò un crollo della squadra prima in classifica, con relativa risalita della Roma, unica vera inseguitrice, la quale finì con l’essere potenziale campione d’Italia per mezz’ora nell’ultima giornata, finché il personaggio Marvel Comics di Ibra non entrò in campo ancora convalescente e sbloccò lo 0-0 di Parma-Inter con due gol: fuori ritmo, senza il contributo dei compagni, come un supereroe.

Dunque, in una delle ultime partite della stagione 2008- 09, Inter-Siena, a San Siro, il giorno in cui si festeggia il titolo con i tifosi, MB riceve palla sulla tre quarti da Figo, un lungo lancio preciso che controlla benissimo, portandosi fino in area, superando con una finta il portiere, segnando a porta vuota. Ibra, che lo seguiva sulla destra aspettandosi di ricevere la palla benché fosse coperto da un avversario, si arrabbia per l’atto di lesa maestà. Pure Mourinho si arrabbia, tutti dicono che MB è davvero un ragazzino.

Ibra vincerà lo stesso la classifica cannonieri, e lo stesso lascerà l’Inter per andare a giocare nel Barcellona con Messi, Xavi, Iniesta e Henry, dopo aver dichiarato per tutta l’estate che sarebbe restato a Milano al novantanove per cento.

Ibrahimović non pensa alla squadra; MB non pensa alla squadra; Mourinho forse ci pensa, ma lui a suo tempo, quando allenava il Porto vincitore a sorpresa della Champions League 2004, la notte della finale si sottrasse all’ultimo, con gran senso del melodramma, alla foto di gruppo della squadra. Il lupo solitario, genio snob, stava per andare ad allenare il Chelsea, e voleva fare il gesto teatrale di lasciare il palcoscenico agli altri per ritirarsi nel sublime languore del proprio egocentrismo.

La repubblica delle banane

6 giugno 2009. MB è a Ponte Milvio per l’aperitivo in borghese con Criscito e Giovinco, in uno dei luoghi più affollati e cafoni per ricchi a Roma (Ponte Milvio è l’equivalente urbanistico-sociale di un’infradito). I tre sono in ritiro con l’Under 21 nella capitale per prepararsi agli europei. «Qualche mente “illuminata” pensa che sia il caso di vendicarsi per il rigore che Balotelli si guadagnò con mestiere e segnò con freddezza nell’ultimo Inter-Roma 3-3. Partono gli sfottò, qualche coro e qualche insulto. Balotelli è un armadio, ma certa gente, soprattutto se in gruppo, non ha paura neanche del diavolo. Il gruppo aumenta e si passa al gesto più odioso: un paio di banane lanciate verso il giocatore. Balotelli e compagni non reagiscono, si avvicinano a una macchina delle forze dell’ordine, la cui sola presenza fa disperdere i razzisti. Ai carabinieri della Compagnia Trionfale [il giocatore] spiega che si è trattato di un episodio “da nulla” e che non intende sporgere denuncia. Questa è l’immagine che Balotelli vuole che esca ufficialmente. Giusto così: meglio non dare spago a chi cerca una ribalta, per spregevole che sia».

Per la saggia reazione MB riceve i complimenti del ct Casiraghi e del presidente dell’Inter Massimo Moratti, che esprime «totale solidarietà e gli rivolge i complimenti più sinceri per aver minimizzato, con grande maturità, l’ennesimo bruttissimo episodio di intolleranza del quale il calciatore italiano è stato vittima».

L’articolo è corredato da una foto di MB in allenamento con l’Italia. Un’immagine forte: MB in ginocchio, proteso in avanti, guarda a ore dieci con un’espressione sospesa. Fronte aggrottata, labbra chiuse a un passo dal cruccio e due occhi difficili da interpretare. A me sembrano fieri e preoccupati contemporaneamente. È una foto che si può guardare per ore, è sul suo sito, nel pdf dell’articolo: guardatela e potrete risparmiarvi il resto di questo pezzo.

E ora qualcosa di completamente diverso

Una domenica pomeriggio della scorsa primavera, nel traffico di Boccea, ho avuto l’illuminazione.

Un tipo sullo scooterone taglia la strada a uno scooterone sulla corsia opposta per infilarsi in una via laterale. Ecco la dinamica: il tipo vede che ha un secondo di vantaggio sul suo avversario della corsia opposta e prendendo le misure con gli occhi, flettendo la schiena per seguire più dall’alto la manovra e avere una visione panoramica della strada, senza rallentare si piega elegantemente per imboccare la via laterale e taglia la strada all’altro scooterone, che inchioda e poi lo manda a cacare. Il tempo guadagnato per non aver fatto passare chi aveva davanti è di pochi secondi. Lo stress procurato al secondo scooterone è notevole.

La scioltezza della manovra mi ha confermato un’idea che mi sono fatto ultimamente: l’italiano ha uno spiccato senso estetico e per onorarlo segue una regola molto antisociale: non deve mai sembrare goffo. Se il tipo si fosse fermato per far passare l’altro scooterone, quel gesto di attenzione consistente nel frenare e sporgere magari il naso con poca grazia per capire le intenzioni dell’altro gli avrebbe fatto perdere lo smalto, il flow, lo swing stradale. Tagliando la strada conservava invece la sua classe di scaltro pilota provetto. Il tutto ovviamente senza mettere la freccia.

A Roma e sulla a1, ossia i luoghi in cui guido abitualmente la macchina, pochissima gente mette la freccia. Si imbocca una strada, si supera una macchina, si fa manovra o inversione a u, si parcheggia, si esce da un parcheggio o da un garage, senza mettere la freccia, senza segnalare le proprie intenzioni.

Ora, la società è un luogo che esiste dove c’è coordinazione tra individui secondo norme scritte e non scritte. Se passiamo tanto tempo nel traffico, il fatto che d’abitudine una buona parte di quanti guidano macchine motorini e scooteroni rinunci a segnalare agli altri le proprie intenzioni produce un’enorme quantità di stress: durante il tempo che passiamo fra la gente dobbiamo sempre indovinare cosa vuole quello e dove gira quell’altro, perché non ce lo annunciano chiaramente in anticipo. Dobbiamo stare sempre all’erta in situazioni che un’abitudine alla collaborazione renderebbe meno impegnative. Siamo nervosi per questo inutile sovrappiù di complessità dato dal fatto che lo stronzo davanti a noi può inchiodare da un momento all’altro, o cambiare corsia, o che mentre siamo sulla corsia sinistra dell’autostrada una macchina a destra può decidere di superare chi ha davanti mettendosi di colpo, senza segnalare, fra noi e il tratto di strada libera che abbiamo davanti. (Quest’estate ho guidato per le autostrade spagnole e mi sono rilassato moltissimo. Nessuno faceva sorpassi impulsivi senza segnalare.)

Non mettere la freccia vuol dire non ritenere necessario un minimo di collaborazione. Il discorso vale anche per i contesti competitivi: naturalmente spero di arrivare prima di te, sia nel traffico che in una partita di calcio. Ma proprio i contesti sociali in cui c’è in palio un vantaggio sono quelli in cui la meta-collaborazione diventa più importante: un vincitore non deve far soffrire troppo lo sconfitto; un pilota più veloce non deve far venire una crisi isterica a un pilota meno veloce spuntandogli davanti dalla corsia di destra senza battere ciglio.

Umiliare l’arbitro non accettando un cartellino, fare la linguaccia agli avversari, insultare i tifosi: questi sono gesti che hanno di irritante, anzi stressante, il fatto di essere antisociali, di sospendere quel tipo di collaborazione che rende più prevedibili e digeribili le situazioni della vita in cui ci si trova in presenza degli altri, in questo caso le situazioni tipo di una partita di calcio. Come un brusco sorpasso senza freccia. Esempio: se la Roma ha preso un gol, sta già soffrendo a sufficienza per la propria incapacità di rimanere in vantaggio. De Rossi si sta chiedendo per quale motivo si ostina a non farsi comprare dal Real Madrid; si chiede se vincerà mai un campionato in vita sua. La regola per cui non bisogna irridere gli avversari non ha una natura morale. Non stai facendo un favore a qualcuno se non lo umili. Questa regola di non irridere serve a tenere in movimento l’insieme di norme e interessi da regolare che è una partita di calcio, a evitare che scoppi d’ira e faide gratuite inceppino il meccanismo della partita, e che i partecipanti non trovino troppo sgradevole partecipare. Per dire: chi decide di andare in campo accetta l’idea di poter perdere; ma se per ogni sconfitta si dovesse fare un giro di campo nudi, chi vorrebbe più fare il calciatore?

Autorazzismo: finalmente gli italiani hanno cominciato a odiare se stessi

Gli italiani che fischiano MB credono di essere dei normali razzisti (non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni), ma stanno solo finalmente trovando pane per i loro denti: in MB odiano un italiano vero, uno che come noi ha messo il concetto di società alle spalle e non mette la freccia e fa solo di testa sua perché in realtà non si fida di nessuno e ha un altissimo concetto del proprio stile e vuole uscire da ogni situazione immacolato e vincente come James Bond.

Percepiscono, secondo me, la natura antisociale dei comportamenti di MB, e reagiscono in modo molto intenso perché anche loro sono così.

MB dice di amare l’Italia, e anche i tifosi razzisti la amano. Ma secondo me l’uno e gli altri odiano a morte gli italiani, perché gli italiani sono insopportabili. Gli juventini e i romanisti che hanno fischiato MB per i suoi comportamenti hanno fischiato per una volta, finalmente, se stessi e ciò che stanno diventando. La nuova epica italiana dell’individuo, dell’ineffabile movimento del singolo controvento, contro il vento della società, l’epica italiana con scooterone e bandana e occhiali da sole e X-Factor e io sono fatto così non mi scassate il cazzo, sarà buona davanti allo specchio, sarà utile a irrigare con un po’ di autostima i nervi tesi dei cittadini di un paese con poco futuro, ma è veramente stressante.

Intervallo

Nel resto della visita guidata parlerò delle cose buone che riguardano MB e i Balotelli: una famiglia non comune. Terrò presente, più di quanto abbia fatto finora, che MB non ha nemmeno vent’anni e passa le domeniche a farsi fischiare dai razzisti di ogni parte d’Italia. Racconterò qual è la storia di MB e quale il progetto dei Balotelli per fare di lui una persona in gamba.

MB

Mi dispiace dover scrivere MB invece che Mario Balotelli. Ma a forza di leggere articoli di giornale in cui lo chiamano Mario e SuperMario come se fossero andati all’oratorio con lui mi è passata la voglia di usare il nome. Quanto al cognome, la B sta sia per Barwuah che per Balotelli, e non volevo stare a precisare tutto il tempo se avevamo di fronte Mario Barwuah o Mario Balotelli.

Ricominciamo: la favola di MB

Partiamo da alcune parole ispirate di Candido Cannavò, direttore della Gazzetta scomparso nel febbraio del 2009. Cannavò era un cristiano devoto e so di prima mano che era pure una brava persona, quindi lascio introdurre a lui il punto centrale della favola di MB, ossia la scena in ospedale in cui la signora Balotelli osserva il piccolo, abbandonato lì dai genitori naturali: «Quel bambino l’ha incantata quando, a soli due anni, al primo approccio, ha preso per mano il marito e gli ha detto: «Andiamo». Il “dove” era affidato ai misteri della vita. Un pallone subito nel destino, ora è un gigante e promette di essere un campione».

Nasce nell’estate dei mondiali Italia ’90, a Palermo, da genitori ghanesi, i coniugi Barwuah, che poi si trasferiscono per lavoro a Brescia, e lì abbandonano il figlio malato in ospedale, dove si occupa di lui il personale finché, guarito, non viene affidato a Silvia e Franco Balotelli, una coppia di bresciani con figli, che lo crescono sano e forte. Lo inizia al calcio l’oratorio di Mompiano; nel 2001 entra nel settore giovanile del Lumezzane e il 2 aprile 2006 esordisce quindicenne in serie c1, con deroga speciale, diventando il più giovane esordiente della categoria. Nell’estate del 2006 fa un provino col Barcellona, che lo inserisce nella squadra di vivaio «Cadete B» per un torneo. Segna molti gol in una manciata di partite, ma «chi aveva accompagnato Balotelli a Barcellona chiese la luna al club catalano. Che rifletté a lungo e decise di non alterare lo schema finanziario del vivaio, consolidato da anni».

Giustamente, finisce all’Inter, che non ha schemi finanziari.

Moratti lo acquista in prestito con diritto di riscatto della comproprietà, nell’agosto del 2006. Fra i concorrenti interessati, oltre al Barcellona: Fiorentina, Chelsea, Liverpool e Tottenham. Vince il campionato con la Primavera, segnando il rigore decisivo in finale. Con la Primavera vince anche il Torneo di Viareggio segnando sette gol in sei partite. È il febbraio 2008. Ma a questo punto la Primavera conta poco: a dicembre ha esordito in serie a e segnato una doppietta in Coppa Italia contro la Reggina. Ancora meglio: il 30 gennaio del 2008 segna due gol alla Juve nei quarti di Coppa Italia. Vince l’Inter 3-2 a Torino, è la partita di ritorno. Segna il primo gol in serie a contro l’Atalanta ad aprile. Vince lo scudetto. Ad agosto 2008, pochi giorni dopo aver compiuto diciott’anni e aver quindi ottenuto la cittadinanza italiana, riceve la sua prima convocazione in Nazionale Under 21. Poi vince la Supercoppa italiana contro la Roma: segna il secondo gol dell’Inter e uno dei rigori. A novembre diventa il più giovane marcatore interista in Champions League. Il 1° marzo 2009, prima doppietta in serie a: sempre contro la Roma.

Tutto velocemente, tutto a conferma che i giornalisti saranno retorici ma la sua è davvero una favola.

La fata

Non si capisce quale sia la strega cattiva – se le leggi italiane o la famiglia d’origine – mentre è molto chiaro che in questa favola il ruolo della fata lo interpreta Silvia Balotelli. Su di lei Candido Cannavò si espone senza mezzi termini: «Se davvero si può nascere mamma, lei è un prototipo di questa benedizione. Ha rinunciato a una carriera paramedica di tecnica da sala operatoria per assolvere a questa missione». Silvia Balotelli è infermiera ma ha una passione per la famiglia e il volontariato: tre figli naturali; tre affidi, da famiglie in difficoltà che lasciano i figli a Silvia per alcune ore al giorno; in più, per sette anni ospita le tre figlie di suo fratello, rimasto vedovo. «Come si fa a dire di no dinanzi a certe situazioni e a certi sguardi che ti implorano? Ma, dopo quella triplice esperienza, ho detto basta. Cari assistenti sociali, vi prego, non chiamatemi più. Ho chiuso». «Poi, però, un assistente sociale nel ’92 mi chiamò perché vedessi un bimbo di colore di due anni», Mario Barwuah, che combatteva dalla nascita con una malformazione all’intestino e l’abbandono dei genitori in ospedale. «Eravamo scettici, ma non sapemmo dire di no. Entrammo in questa stanza con una tv, venti africani intorno e un morettino che non stava mai fermo. Mio marito aveva portato una macchinina e il bimbo lo prese per mano e gli disse: “Amigo, andiamo”. Facemmo una prova. Lo caricammo sulla nostra Uno. Mancava un letto, dormì su un tappetino». Cannavò: «La scena […] ti regala i brividi di una grazia celeste».

«Avevamo un corridoio molto ampio. Mario ne fece il suo campo da calcio. L’inizio della fine. Dalla palla di spugna non si sarebbe separato neanche a letto, giocava match interminabili contro avversari immaginari. Aveva l’argento vivo addosso. Scalava mobili e credenze, si arrampicava su un albero di fronte a casa e non c’era verso di tirarlo giù. “È la mia seconda casa”, mi spiegava. […] Ha imparato l’italiano in tre mesi, ma quando iniziò l’asilo fu subito chiaro che in classe non era gestibile. Ogni mattina, anche d’inverno, lo portavano a correre intorno all’edificio. Poi iniziò la scuola. Pagella ottima», e qui il redattore della Gazzetta dice che la signora ha tirato fuori la pagella come prova, «ma anche i primi problemi di integrazione per il colore della pelle. Veniva accettato senza problemi solo dagli scout e sul campo da calcio, per la sua bravura».

Nel nome del padre

Il nome sulla maglia, Balotelli, è una specie di provocazione. L’ha usato per tutta la carriera calcistica (o così pare da tutto ciò che ho letto di lui), e però MB fino al compimento dei diciott’anni è stato solo in affidamento e dunque si è chiamato Mario Barwuah. Io non amo prendere posizione su queste cose e non sono un giornalista investigativo, quindi dirò solo quel poco che so: per l’adozione di MB minorenne sarebbe stato necessario che i genitori naturali concedessero il permesso. Per mettere in moto la procedura di adozione MB ha dovuto aspettare il diciottesimo compleanno, il 12 agosto 2008. (Di questa adozione si parla molto nelle interviste del periodo minorenne. Ma dall’estate del 2008 in poi le notizie scarseggiano, non capisco se i Balotelli abbiano rinunciato all’adozione – in fondo al di là del valore simbolico a questo punto non sarebbe strettamente necessaria – oppure la procedura sia ancora in corso.)

Per forza di cose il ragazzo ha le idee chiare su questa vicenda, che tra l’altro gli ha impedito di giocare nelle rappresentative nazionali fino a diciott’anni. «Mio padre è Franco, mia madre Silvia: lo so io, lo sanno loro, lo sanno tutti. Ma per l’Italia, il paese in cui sono nato e vivo, non è così. Mi chiamo Balotelli, come i miei genitori: ma sulla carta d’identità non è questo il cognome che porto». «La legge prevede che, ancora minorenne, un ragazzo possa dire con chi e dove vuole vivere: io l’ho fatto, ma finora non è servito». Altrove si chiede come mai «nessuno abbia chiesto ai signori Barwuah, che oggi si fanno fotografare sui giornali con facce tristi e la mia foto con maglia dell’Inter in mano, [perché] una volta che sono guarito non hanno fatto domanda in tribunale per riprendermi? E perché per sedici anni, a parte qualche visita all’inizio, grazie alla pazienza di mamma e papà che mi portavano da loro (anche se parecchie volte non si facevano trovare a casa), hanno pensato bene di sparire salvo venire allo scoperto ora che sono diventato un giocatore di serie a? […] Penso che se non fossi diventato Mario Balotelli, di me ai signori Barwuah non gliene importerebbe nulla».

In ogni caso, MB non vuole che si tiri fuori il suo cognome ghanese. Il fratello Corrado, suo procuratore, dice: «Lui è Mario Balotelli e basta. Pensi che la rivista ufficiale dell’Inter gli ha dedicato un servizio di due pagine con tanto di gigantografia. Tutto bellissimo, peccato che campeggi la scritta Barwuah a lettere cubitali… Mario è italiano dentro, parla il dialetto bresciano, l’Africa non l’ha mai vista».

«Il giorno in cui questa storia finirà, più che una festa, sarà la fine di una battaglia che i miei genitori portano avanti da anni». «Coi miei genitori naturali non ho mai avuto un buon rapporto. Lei, Rose, non voleva tenermi. Sono nato con una malformazione intestinale, il megacolon. In più ero vivace, forse troppo: ma, a due anni, quale bambino non lo è? Fatto sta che mi hanno dato via. Ora li vedo due o tre volte all’anno, ma solo perché voglio incontrare i miei fratelli, due femmine e un maschio. A loro sì che sono affezionato. Dico sempre che ho sei fratelli: questi, e Corrado, Giovanni e Cristina, i figli di Franco e Silvia. Quando incontro i miei genitori biologici è come incrociare degli estranei».

I genitori ebbero l’«affido con decreto». Dice la signora Balotelli: «Non sarebbe stato il solito affido consensuale, ma ne serviva uno con decreto perché mancava la sponda della famiglia naturale. L’unico incontro in tribunale con i genitori avvenne quando Mario aveva quattro anni. Non si erano più fatti sentire. Mario era bloccato. Voleva la cittadinanza italiana, ma senza il loro consenso per noi era impossibile riconoscerlo e adottarlo. Fu chiamato dall’Under 14 e s’infuriò perché i suoi amici partivano e lui doveva restare, non avendo i documenti. Ogni due anni dovevo rinnovare permesso di soggiorno e tessera sanitaria».

«I miei m’hanno raccontato la mia storia quando avevo dodici-tredici anni. Prima sapevo il come e il perché fossi arrivato da loro, ma non così bene. Ho fatto mille domande, ogni giorno. Volevo essere rassicurato sul fatto che mamma e papà m’avevano voluto davvero e che mi avrebbero tenuto per sempre. No, non per paura che mi abbandonassero pure loro: solo, mi piaceva sentirmelo dire. Oggi ho smesso. Le uniche domande che faccio riguardano l’adozione: voglio sapere quando finalmente anche lo stato mi riconoscerà quale figlio loro».

Bisogna ricordare al lettore abituale di Gazzetta e Corriere dello Sport (ossia me) che i calciatori di solito non rispondono così in dettaglio a domande così serie. Anzi, sentite qui: «Io spero che la mia vicenda serva a tutti i bambini che sono nella situazione in cui ero io: uno rifiutato e poi accolto, che diventa qualcuno grazie a una famiglia. “Qualcuno” non nel senso di “famoso”: un individuo con una sua identità sociale e affettiva». Un individuo con una sua identità sociale e affettiva! S’è mai sentito un calciatore parlare così bene?

L’alfabetizzazione contro la fine della società civile.

La famiglia come ufficio stampa

Ho citato fin qui diffusamente, tra e più delle altre cose, un paginone della Gazzetta spartito fra Candido Cannavò e il redattore Luca Taidelli, tutto dedicato alla famiglia Balotelli. Ecco l’origine del paginone, e della mia gran voglia di citarlo: è la fine di un movimentato febbraio 2008, tutti stanno addosso alla giovane promessa dell’Inter, che si è fatto conoscere vincendo il Torneo di Viareggio con la Primavera dell’Inter e segnando e sgomitando contro la Juve. La «madre» e la «sorella» compiono un gesto significativo, singolare, affascinante: si mettono in contatto con Candido Cannavò per chiedere appuntamento in redazione. Vogliono raccontare la loro versione di MB: mettere in chiaro qual è la sua storia, il suo passato, la sua peculiare situazione, per poterlo tutelare di fronte alla folla alternatamente furiosa o adulante.

Cannavò accetta, anzi si incarica di lanciare la sfida narrativa, e per essere credibile presso i suoi lettori fa una premessa da quel gentilissimo catechista che è (era): «Spero [che Mario] si liberi subito di certi piccoli vizi, tipici di chi è arrivato di colpo sulla luna. L’altra sera contro la Roma un paio di cose non mi sono piaciute». (Ecco! Ecco perché la Sera della Linguaccia odiavamo già Balotelli. Un Inter-Roma con pareggio di Zanetti a fine partita, ricordo solo la rabbia e la delusione, ma non le scorrettezze di Balotelli, e ora facendo una ricerca non riesco a trovare niente di concreto. Niente gomitate né linguacce.) Fatta la premessa, riferisce della telefonata all’origine del paginone: uno squillo dalla sorella di MB, Cristina Balotelli, la quale – ed è insolito per l’entou­rage di un calciatore – fa la giornalista e lavora per Radio 24 – Il Sole 24 Ore: «Mi chiamo Cristina Balotelli, parlo a nome della mia famiglia che è anche la famiglia di Mario. Vorremmo che lei ascoltasse la storia del ragazzo dalla bocca di nostra madre. Capirà, la curiosità è grande, verità e invenzioni si incrociano, il momento è delicatissimo, Mario deve compiere ancora diciotto anni e scegliere, insieme al suo cognome definitivo, di essere italiano. Non vorremmo che questo ciclone di popolarità lo travolgesse. Lei ha esperienza e può aiutarci, lei ha scritto che Mario esprime la bellezza dell’integrazione nella società in cui viviamo. Sono i nostri concetti. Ecco perché le sto telefonando».

Come se Cannavò fosse il preside del liceo Calcio Italiano e ricevesse la madre di un alunno afro-italiano per chiarire meglio il contesto di una scazzottata in cortile a ricreazione. Solo che in questo affollato e scalcagnato liceo sono iscritti tutti gli italiani appassionati di calcio, e invece di un paio di bulli ci sono gli ultras della Juventus.

Cannavò comprende il senso della cosa e invita le due donne in redazione, poi scrive un pezzo e lascia l’intervista vera e propria a Luca Taidelli.

Qui evidentemente privato e pubblico si mischiano come ormai avviene spesso, ma la sensazione non è di aver di fronte il solito processo di realityizzazione del reale. Ma di ritorno al reale del reality: la signora Balotelli forse vede veramente il mondo come una scuola e pensa che di qualunque ordine di grandezza si parli è necessario comunicare da persone civili, meglio se con il preside. Un approccio interessante: tutto sommato all’epoca dell’intervista il suo ragazzo è ancora minorenne. Ed è un minorenne che deve ancora capire se riuscirà a mettere le mani sul Fondo Perpetuo che una carriera da grande calciatore gli assicurerebbe. Il ragazzo va tenuto con i piedi per terra, ed è meglio se non litiga con mezzo mondo.

Insisto sulla metafora del liceo, perché la madre nell’intervista dà molta importanza anche al problema del rendimento scolastico – il figlio non mi studia – come una buona mamma qualsiasi. (La sorella Cristina la appoggia: «Alle elementari e alle medie [Mario] era tra i migliori della classe, adorava la matematica e amava risolvere i problemi».) Di fronte al calciomercato e ai grandi interessi, la madre ancora non considera il figlio adulto e capace di difendersi da solo, quindi accorre in suo aiuto.

Lo scopo, mi pare di capire, è distogliere l’attenzione dal linguaggio del corpo di MB, dalla sua posa in campo, dai suoi lati gangsta, per far intravedere quale responsabile cittadino italiano potrebbe sbocciare nel giro di qualche anno. Non uno che si fa criticare dai campioni della sua squadra perché si allena meno della metà di loro. Non uno che umilia arbitri e avversari, ma un onesto bresciano tutto casa e bottega.

Sono i nostri concetti

La famiglia Balotelli non ha offerto la sua articolata versione dei fatti solo presentandosi dall’uomo di buona volontà a capo della Gazzetta. Un altro sistema, tipico dei tempi ma interpretato qui in chiave originale, è quello del sito internet personale. Su mariobalotelli.com la famiglia raccoglie una rassegna stampa ben selezionata per costruire il racconto dei veri problemi di MB e soprattutto dei veri valori in cui è stato cresciuto: un quadro preciso centrato su studio, severità, boyscout, wwf e soprattutto famiglia.

Qui di seguito ho sistemato un po’ di citazioni divise in tre parti: 1) famiglia, 2) educazione, 3) mondo del calcio. La Magna Charta della Repubblica dei Balotelli ha nella famiglia il principio fondamentale, nell’educazione l’unico vero sistema per la conservazione/trasmissione dei valori familiari, e nel calcio il campo da gioco in cui scendere armati fino ai denti di consapevolezza (e anche di retorica – usata a scopo difensivo).

È una mappa, questa, perciò la lascio alla fine della mia visita guidata. Credo che nelle dichiarazioni che seguono l’equilibrio fra la profonda convinzione e la retorica sia bilanciato. Non penso siano frottole da ufficio stampa.

1) La famiglia come punto di riferimento totale

Cominciamo dalla madre: «La prima cosa che mi viene in mente di lei sono proprio le sue sgridate. Aveva ragione, perché ne combinavo una al giorno. Ogni volta le dicevo: mamma, scusa, ti prometto che questa è l’ultima. La più grossa? Una volta, alle elementari, giocavamo a sgambettarci. Solo che gli altri facevano cadere i compagni mentre camminavano, io ho buttato giù uno che correva: si è spaccato due denti davanti. Me ne ha date, di punizioni, mamma. Una volta mi proibì di andare all’allenamento di pallone».

«A chi lo dico per primo, se sono innamorato? A Corrado e Giovanni [i fratelli, n.d.a.]: da uomo a uomo c’è più complicità, su certe questioni. Mi fanno raccomandazioni, ma sanno anche scherzare. Lo direi pure a papà, se non fossi sicuro che lo riferirebbe subito a mamma; quindi, loro vengono per ultimi insieme con Cristina, perché anche lei, come mamma, parla tanto e sta sempre lì a spiegarmi le cose […] Invece, se sono arrabbiato, triste o deluso, mamma è la prima con cui mi sfogo. Contro il Torino avevo giocato male: l’ho chiamata appena salito sul pullman…»

2) L’educazione, per portare fuori nel mondo i valori della famiglia

Qui un po’ di buffe parole sane da ragazzino beneducato: «Non bevo alcol. […] Preferisco cocktail di frutta analcolici». Sulle vacanze del 2008: «…in Sicilia, a un “campo avventura” del wwf. Ho trascorso dieci giorni insieme ad altri ragazzi della mia età, in mezzo alla natura. […] Non avevamo televisione, play-station e cellulare. […] Ma in gruppo, anche con poco, ci si diverte». «È un’esperienza che consiglierei a tutti i giovani della mia età. A me non importa dove vanno gli altri calciatori, io sono Mario e faccio le mie scelte». Il giornalista chiede affascinato se sia vero che al ritorno il futuro milionario ha disdetto l’aereo per tornare in treno con gli altri ragazzi. «L’esperienza ambientalista l’ha proprio segnata», dice il giornalista dimenticandosi incredibilmente che a diciott’anni in generale contano di più i propri pari che qualunque altra cosa (specialmente se nel gruppo ci sono ragazze idealiste sognatrici stile Jack Frusciante è uscito dal gruppo). MB risponde: «Vero, sono tornato in treno col gruppo. Certe esperienze bisogna viverle tutti insieme, fino alla fine. All’inizio magari sei un po’ timido, ma dopo l’affiatamento della squadra, proprio come in una squadra di calcio, è grande. Ed è allora che ci si diverte ancora di più». (Qui la squadra diventa una meravigliosa ipermetafora. Considerato che come giocatore sembra un solitario. Insomma, «gioco di squadra» quasi rimbomba, detto da lui.)

Il nodo centrale dell’educazione: la scuola, ossessione familiare. «Il “dramma” [della madre] è che il calcio distrae Mario dagli studi», scrive la Gazzetta sul paginone: «In terza media», spiega Silvia Balotelli, «inizia a faticare, si allenava due volte al giorno e giocava sabato e domenica. Costringo il Lumezzane, che non vuole perderlo, a pagargli un liceo privato. […] Dopo un provino a Barcellona, si fece avanti l’Inter. Soluzione ideale per la vicinanza e perché poteva frequentare l’Itc di Milano. Ma lui passò subito dagli Allievi, che si allenavano in città, alla Primavera, quindi ad Appiano Gentile. Altro ostacolo per gli studi, ma in una scuola privata poteva ancora farcela. Prima di questo mese maledetto speravo ancora che riuscisse a fare terza e quarta per terminare l’anno prossimo». Sublime: il mese maledetto è quello in cui il figlio è diventato famoso.

Il fratello procuratore Corrado: «All’Inter c’è un progetto serio, con il pulmino che viene a prenderlo sotto casa e il collegio che lo aiuterà a crescere come persona». E sui primi tempi di MB all’Inter, da minorenne, la stampa scriveva: «La sua famiglia non intende perderlo di vista e proprio per questo motivo lo costringe a fare il pendolare, malgrado avesse la possibilità di vivere nel pensionato con alcuni compagni di squadra. Infatti esige che Mario abbia a scuola la stessa attenzione che presta su un campo di calcio».

3) In campo consapevole

MB è stato educato a parlare di calcio in una certa maniera, facendo vincere i valori familiari sul resto. Le sue dichiarazioni sono candide e retoriche allo stesso tempo. Il calcio «per me è soprattutto divertimento, anche se sento la responsabilità di fare il mio dovere. Altrimenti il primo a non essere contento sono io». «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto. Le punizioni? Ho detto a Seba di tirarle lui. Le avrei tirate io se non se la fosse sentita». «Ho segnato il gol del 2-1 a fine primo tempo e nell’intervallo sono scoppiato a piangere dalla felicità. Credevo che fosse la rete decisiva. È normale che alla mia età si fatichi a gestire certi momenti». «Con questi campioni diventa tutto più facile. Loro mi aiutano e mi sgridano ma lo fanno per il mio bene». E d’altra parte la sera stessa del coro juventino «Se saltelli muore Balotelli» (coro che non smetto di ripetere perché ha l’originalità del male, e nell’associare l’atto elementare del saltellare a quello molto poco elementare della morte, del non essere, crea un cortocircuito da vertigini che ha il sapore di quei ragionamenti sulla violenza differita per cui premere un bottone che sgancia una bomba all’altro capo del mondo è più facile che sparare a qualcuno), intervistato in campo da Sky a fine partita, Mario Balotelli commenta l’episodio quasi con grazia: «Il mio carattere è così […] gli altri sanno che è una parte debole del mio carattere e mi provocano. Però devo migliorare, questo sì […] A volte succede che mi dimentico, che sono un attimo sbadato».

Mister Hyde

C’è un MB che dice: «La [mia] rovesciata sul cross di Motta? Bel gesto, ma tanto fumo e poco arrosto», e quest’altro MB: «Tranquillo, presidente, sarò io il nuovo Ronaldo». C’è un MB vittima stressata di una cultura calcistica squallida, labirinti burocratici e genitori maldisposti, e c’è un MB tardoadolescente che manca di rispetto ad arbitri e avversari. E poi: MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; MB offende la società con i suoi comportamenti antisociali; MB si difende dalla società grazie ai valori della sua famiglia; eccetera. È un circolo vizioso? I Balotelli devono difendersi, i giornalisti devono pontificare, MB deve imporsi sulla scena calcistica internazionale e levarsi pure i sassolini dalle scarpe, come fanno tutti. Con quale criterio posso separare l’MB che offende gli avversari dall’MB che si difende dagli italiani razzisti rispondendo con proprietà di linguaggio e di pensiero alle domande dei giornalisti? I comportamenti antisportivi di MB sono colpa dell’età o il futuro che ci aspetta è un calcio gangsta di inutili sbruffonate e umiliazioni dell’avversario? La sua vicenda significa qualcosa? Ha senso interrogarsi sul calcio italiano? È un corpo che ha vita?

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Stili di gioco: Zlatan vs Il Barça /1 https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-zlatan-vs-il-barca-1/ https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-zlatan-vs-il-barca-1/#comments Mon, 23 Jan 2012 13:32:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6283 Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, […]

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Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, quando c’è, la filosofia. Iniziamo quindi con il calcio totale del Barça di Guardiola e con la furia Ibrahimović.

di Daniele Manusia

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c’è un’idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l’intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall’altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista. La cosa mi sta così a cuore che avrò bisogno di parlarne in due parti: nella prima cercherò di descrivere in che  modo la battaglia personale di Ibrahimović  contro una tradizione di gioco più grande di lui fosse destinata a un insuccesso; nella seconda  cercherò invece, per così dire, di mostrare il punto di vista dello svedese, la sua tradizione calcistica e in che senso per lui fosse impossibile adattarsi a una realtà come quella di Barcellona.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia: Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: “Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come «sponda» finale dell’estrema distensione; dallo stesso Cruijff l’ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l’attenzione incessante alla verticalità. In questo collage – forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene ’94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan – ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi”.
Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all’interno un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre. Ora, se si prende l’albero genealogico di Guardiola si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare).
Come racconta lo stesso Ibrahimović nella sua autobiografia Io, Ibra, ai tempi in cui giocava nell’Ajax, Van Gaal ne era il direttore sportivo e durante un colloquio lo criticò perché non difendeva abbastanza. Dopo aver spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: “Hai afferrato? Le capisci queste cose?”. Ibrahimović allora, irritato, racconta di aver risposto: “Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. – Prego? – Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante”. Certo, una bella risposta (vedremo nella seconda parte come Ibrahimović nel tempo sia diventato un maestro in questo genere di battute) ma l’errore logico di Ibrahimović è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d’oro, d’accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006. Mentre Van Gaal non ha vinto niente come calciatore ma da allenatore ha al suo attivo 4 campionati olandesi, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 2 supercoppe europee, e 1 Intercontinentale. Non esattamente una nullità.
Una logica che tra l’altro lo lascia senza parole di fronte a Joahn Cruijff (mi raccomando, come per qualsiasi video di calcio su Youtube: togliete il suono), tre volte pallone d’oro come Van Basten che, più o meno nello stesso periodo, definisce Ibrahimović come “dotato di una buona tecnica per un giocatore mediocre e una tecnica mediocre per un giocatore bravo”. A lui risponde l’agente italo-olandese di Ibrahimović, Mino Raiola, mandandolo all’inferno e dandogli del vecchio. Oltre a criticarne anche lui la fase difensiva, Cruijff indica nella mentalità dello svedese il suo limite più grande. Si congratulerà con Ibrahimović solo al momento del suo passaggio dal Barcellona al Milan, per aver scelto di tornare in Serie A, un campionato più adatto a lui. Trattandolo in sostanza come un attaccante di peso qualsiasi, utile in un calcio in cui la maggior parte delle squadre giocano di catenaccio e lanci lunghi. Arrogante e provocatore di solito, bisogna ammettere che in questo caso i giudizi di Cruijff sono abbastanza equilibrati (anche se non concordo riguardo la mediocrità della tecnica di Ibrahimović: a mio avviso compensa con l’elasticità muscolare e l’immaginazione quello che gli manca in agilità e velocità).
Ad ogni modo si tratta di pareri non troppo diversi da quelli esternati da Arrigo Sacchi, in veste di opinionista, ai media spagnoli durante la parentesi dello svedese a Barcellona. Facendo di tutto una questione personale, Ibrahimović regola i conti con Sacchi alla prima occasione. Appena tornato in Italia, dopo Milan-Auxerre di Champions League, in diretta su Premium Calcio, Sacchi fa una battuta piuttosto innocua. Ibrahimović aveva segnato deviando un cross di punta e Sacchi disse che era tutto merito del suo 47 di piede. Lui fa finta di non capire e attacca: “Sacchi sembra geloso, perché sta parlando troppo. Deve parlare di meno in televisione e anche ai giornali. Se lui vuole qualcosa deve venire da me e parlare”. La battuta di Sacchi era sì innocua ma anche ingiusta, considerando che contro l’Auxerre il Milan aveva vinto grazie a una doppietta dello svedese, il primo di punta (grazie comunque a un taglio sul primo palo in velocità), il secondo con un tiro a giro rasoterra abbastanza bello. Resta il fatto che Ibrahimović stava parlando al più grande allenatore italiano vivente e, per i suoi stessi tifosi, il simbolo dell’epoca d’oro in cui era il Milan la squadra più forte del mondo.
Con Guardiola, bé, sappiamo tutti come è andata a finire con Guardiola. L’acquisto più costoso mai effettuato dal Barcellona svenduto l’anno successivo. L’allenatore più talentuoso, che considerando l’età potrebbe un giorno diventare il più vincente di sempre, incapace di gestire uno svedese coatto. Della sua autobiografia si è parlato, a torto, quasi solo di questo: Ibrahimović che dopo aver preso a calci un armadietto di metallo grida a Guardiola: “Tu non hai le palle!”.

Il paragrafo citato all’inizio, tratto dal libro di Sandro Modeo, arriva in realtà dopo centoventi pagine in cui l’autore si è sforzato di ricapitolare la storia di quella tradizione chiamata Calcio Totale. Cominciata da uomini nati nell’800 (Jack Reynolds) e tramandata attraverso squadre più o meno blasonate (Ajax, Liverpool, Barcellona, Milan ma anche Spartak Tranva e Dinamo Kiev), per Calcio Totale s’intende un’idea di gioco basata su possesso palla e movimenti organizzati, possibile solo con giocatori intelligenti e tecnici in grado di interpretare altrettanto bene le fasi di attacco e difesa e in cui le giocate dei singoli devono essere funzionali alla più generale cooperazione di squadra. Un calcio che non tollera lanci lunghi e cross dalla tre quarti e in cui persino i difensori sono chiamati a un virtuosismo di coordinazione difficile come il fuorigioco. In questo senso Sacchi, Van Gaal e sopratutto Cruijf (ideale di calciatore “totale” e in seguito esportatore di questo tipo di tradizione a Barcellona) vanno pensati come tanti filosofi della stessa scuola e Guardiola come l’allievo in grado di superare i propri maestri. Scolaro perfetto come centrocampista centrale e adesso professore e preside di un’accademia del calcio con una storia lunga e prestigiosa.
Una mentalità di gioco che influenza tutti gli aspetti della vita del calciatore fino a sfociare in una vera e propria pedagogia. Tutti conoscono l’importanza per il Barcellona della propria Masía (o Cantera che dir si voglia): vero e proprio college in cui far crescere insieme i ragazzi, facendoli allenare tutti i giorni ma solo dopo aver studiato, nel caso non dimostrino le qualità per diventare calciatori professionisti (perché, alla fine, questo è lo scopo). La Masía de Can Planas, con all’ingresso la scritta “Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano”, è stata sostituita lo scorso ottobre da un nuovo centro, Ciutat Esportiva Joan Gamper, grande dieci volte tanto e capace di ospitare ottanta bambini giorno e notte. In questo passaggio, dalla vecchia struttura al nuovo centro dove i bambini si alleneranno insieme a ottocento atleti di tutte le squadre della polisportiva, ci sono le due facce del Barça: agriturismo biologico catalano e Multinazionale, l’Oxford del calcio e la fabbrica di giocatori, l’Unicef e la Quatar Foundation.
Adesso, sentite come descrive il proprio impatto al Barcellona, Ibrahimović: “Nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi e io non ci capivo niente”. I primi tempi prova a mantenere un profilo basso ma sente che gli manca il “vecchio Zlatan” che lui tiene in grande considerazione. Più avanti, quando si tratta di tirare le somme dice: “Consideriamo il loro background. Xavi è arrivato al club quando aveva undici anni. Iniesta ne aveva dodici. Messi tredici. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient’altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi lì. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalità per la quale non sembrava esserci posto, nel piccolo mondo di Guardiola”.
Prima di arrivare al Barça, Messi era un bambino prodigio con problemi di crescita. Le cure di cui avrebbe necessitato per diventare professionista erano così costose che il River Plate, che per primo lo aveva notato, decise di lasciar perdere. Solo dopo lunghe riflessioni e calcoli il Barcellona decise di investire su di lui e portarlo in Spagna. Tre palloni d’oro dopo (oltre ai già citati Cruijff e Van Basten, ci sono riusciti solo lui e Platini, e nel caso ne vincesse un altro sarebbe l’unico) è a tutti gli effetti il simbolo della riuscita sportiva di quel sistema. Anche perché al di fuori di esso, con l’Argentina, non ha combinato molto. Modeo, in un discorso inteso a mettere in valore il sistema pedagogico del Barcellona, lo descrive così: “In lui colpisce l’irrisolta coesistenza di due stati: uno troppo infantile, con l’amore per il calcio e la Playstation fusi in una specie di vacanza permanente, come di chi rimandi all’indefinito l’assunzione di responsabilità; l’altro troppo adulto, con una condotta precocemente asciutta e sorvegliata, con un dominio emotivo fraintendibile per apatia disillusa, solo di rado interrotto da un sorriso estemporaneo per un gol proprio o di un compagno”. Persino lo staff della Masía lo trova introverso e poco ricettivo a scuola, ma Modeo sostiene che “quel deficit d’attenzione è facilmente spiegabile, perché la sua macchina biologica sembra concepita, in ogni cellula e tessuto, per il calcio”.
Secondo me il libro di Modeo andrebbe studiato nell’ora di educazione fisica, e in alcuni punti è la cosa più simile a un manuale del calcio che io abbia mai letto; ma su questo non concordo con lui. Nessuno di noi è fatto per una cosa sola e mi pare più comprensibile l’impressione avuta da Ibrahimović, e cioè che un contesto come quello descritto sopra sia spersonalizzante.
Ibrahimović al Barcellona non ci è solo arrivato da adulto, ma già campione. Non era stato educato a suo tempo e ormai era troppo tardi. La sua carriera (come vedremo nella seconda parte) è avanzata solo grazie alle sue qualità e alla sua capacità di migliorare proprio quando contava. Paradossalmente, persino grazie ai suoi difetti, all’individualismo, alla testardaggine, all’atteggiamento da coatto. Dal 2003, calciopoli permettendo, aveva vinto senza interruzione tutti i campionati in cui aveva giocato e si parlava di lui per la tecnica ma, ormai, anche per la mentalità. Si diceva fosse un vincente, un trascinatore. Se il Barcellona non aveva bisogno di tutto questo, anche lui non aveva bisogno del Barcellona.
Così un giorno decide di parlare a Guardiola. “Voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico”. E quando Guardiola dice: “Io credo tu possa farcela”, lui risponde: “No, allora è meglio che mi mettiate in panchina”.
L’orgoglio di  Ibrahimović sembra averci visto più lungo di Guardiola. Al d là di un eventuale dualismo con Messi (Ibrahimović ne fa anche una questione di gelosia dell’argentino relegato lontano dalla porta) il tentativo di includere un giocatore come lui all’interno di quelle dinamiche di gioco era probabilmente destinato a fallire comunque. Questo però significava la sua esclusione, non la messa in discussione del sistema stesso. E adesso che quel ruolo è coperto da Sanchez o Villa, giocatori “da profondità”, il meccanismo del Barça gira decisamente meglio. Anche Ibrahimović, in fondo, sembra più felice al Milan dove può allargarsi e puntare sull’uno contro uno i difensori avversari tutte le volte che vuole. Ma il Milan degli ultimi tempi è un parcheggio per auto di lusso e Ibrahimović sembra una limousine a nolo. Non ha ancora vinto la Champions, forse non la vincerà mai (così come il Pallone d’Oro), ed era andato al Barcellona per questo.

Con Guardiola, come con Van Gaal, Cruijff e Sacchi, Ibrahimović sbagliava pensando di discutere con degli individui. Per bocca loro parlava una filosofia calcistica che non prevede giocatori come lui, in grado di esaltarli magari come succede con Messi ma solo a patto che si sottomettano alle sue regole. Nelle parole di Modeo, il Calcio Totale finisce con l’assomigliare a qualcosa di più che uno stile di gioco. Diventa una specie di legge divina, una proporzione aurea: “Il calcio come sport e come spettacolo potrà un giorno svanire, travolto da dissesti economici, da un eccesso di corruzione, da una semplice consunzione storico-antropologica, magari sostituito da altri sport, in un paesaggio ora inimmaginabile. Il calcio totale, invece, non potrà svanire perché non è vincolato allo sport che lo veicola, ma è un’applicazione particolare di uno schema cognitivo, di un atteggiamento, di un’inclinazione naturale anche se in apparenza innaturale. Il principio che lo muove può configurarsi nel mondo subatomico, nei batteri, negli anticorpi, persino”.

Ecco, in questo senso, l’errore di Ibrahimović è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno “schema cognitivo”, un’idea platonica di calcio che non avrebbe neanche bisogno di essere applicata nel calcio. Al tempo stesso, come dargli torto? Chi di noi vorrebbe essere assimilato al mondo subatomico, ai batteri?

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