Messico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/messico/ un blog di approfondimento culturale Thu, 20 Dec 2018 19:30:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Messico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/messico/ 32 32 Al cuore, Cuarón! Su Roma, con spoiler https://minimaetmoralia.it/cinema/cuaron-roma-film-premio/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cuaron-roma-film-premio/#comments Fri, 21 Dec 2018 06:28:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39015 Parte molto lento, Roma, soffermandosi a lungo sui fatterelli quotidiani di una famiglia borghese del quartiere Colonia Roma, Città del Messico, negli anni ’70. All’inizio seguiamo soprattutto le faccende di Adela e Cleo, domestiche indie della famiglia, e il rapporto tra le due: Adela è quella più esperta, Cleo invece sta ancora provando a farsi una vita fuori dal lavoro. Per il resto: attenta al cane Borras, lava a terra, cucina, occhio alle quattro pesti che gironzolano per casa, il tè per padron Antonio è pronto?, donna Sofia è rientrata?

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Parte molto lento, Roma, soffermandosi a lungo sui fatterelli quotidiani di una famiglia borghese del quartiere Colonia Roma, Città del Messico, negli anni ’70. All’inizio seguiamo soprattutto le faccende di Adela e Cleo, domestiche indie della famiglia, e il rapporto tra le due: Adela è quella più esperta, Cleo invece sta ancora provando a farsi una vita fuori dal lavoro. Per il resto: attenta al cane Borras, lava a terra, cucina, occhio alle quattro pesti che gironzolano per casa, il tè per padron Antonio è pronto?, donna Sofia è rientrata?

Per un’ora abbondante – sulle due e quindici complessive – Alfonso Cuarón gioca su una dimensione di visione pura, di antiracconto quasi documentaristico (intendendo qui il documentario di stampo classico). Lo fa con una tecnica notevole, mai preda del demone del virtuosismo: campi lunghi, piani sequenza, grande attenzione per la composizione di ogni singola inquadratura, del montaggio interno. Ma soprattutto la splendida fotografia in bianco e nero che cattura e fa entrare la luce, la profondità di campo e i rumori di fondo – complici l’assenza di musica extradiegetica e i dialoghi molto stringati – suggeriscono l’esistenza di un mondo vivo e brulicante sullo schermo, anche al di là delle vicende di Cleo e famiglia. Sembra quasi che stia a noi cercare il senso della visione, scegliendo cosa seguire all’interno dell’inquadratura (i passanti, le auto, gli sposini, i venditori, le frequenze radio disturbate, i tantissimi animali che zampettano qui e lì per tutto il film). Per almeno metà pellicola, insomma, tutto è piacevole e sonnecchiante: se qualcuno non gradisce e si addormenta non c’è da biasimarlo.

Poi qualcosa inizia piano a incrinarsi. Cleo, la dolce Cleo che si fa in quattro per la famiglia di donna Sofia e padron Antonio, sospetta di essere incinta. L’amante è un altro indio, Fermín, fissato con le arti marziali. Abbandonerà Cleo non appena saputo del guaio potenziale, al cinema[1], di punto in bianco. Da quell’episodio in poi Roma racconta la dolorosa discesa di Cleo dentro di sé, sconfessando al contempo l’idea di non possedere alcuna natura di racconto. La struttura narrativa inizia a manifestarsi attraverso dei presagi, e dunque dei simboli, che Cuarón dissemina a partire dalla scena del terremoto, all’incirca a metà del film. Cleo è all’ospedale per dei controlli: lasciata sola da donna Sofia, osserva i neonati al di là del vetro e pensa al bambino che – ne ha appena avuto conferma – porta in grembo. La terra inizia a tremare e lei resta lì, immobile e indecisa se accodarsi al fuggifuggi generale o acquattarsi in un angolo, finché non torna la calma. Oltre il vetro, dei calcinacci sono caduti sull’incubatrice: all’interno c’è un neonato.

Dopo questa scena i simboli e i presagi aumentano, accumulandosi uno sull’altro: le auto incidentate, le croci, il bicchiere rotto a Capodanno, l’incendio, le teste di cani impagliate e appese al muro… Senza dimenticare la stessa Cleo che fa da intermediario tra il regno dei vivi e quello dei morti, frequentando sia il mondo ricco e bianco della borghesia messicana che l’inframondo della servitù composto dai discendenti degli indios; senza dimenticare neppure il doppio di Cleo, donna Sofia, abbandonata anche lei, insieme ai quattro figli, dal marito Antonio.

La catabasi di Cleo coincide dunque con la nostra discesa verso il cuore di Roma. Realizziamo, anche noi per gradi, che Cuarón si è preso tutto il tempo necessario per iniziare a raccontare la sua storia, che ci ha tirato dentro con la tecnica per poter passare dal piacere della pura visione cinematografica a qualcosa di più intenso. Un intento che diventa chiaro quando Cleo si inoltra nella periferia di Città del Messico alla ricerca di Fermín, in una delle sequenze più buffe, grottesche e visivamente spettacolari del film; e ancor più nella scena del negozio di culle.

Qui Cuarón fa ricorso tanto al romanzesco quanto al pieno sfruttamento dello scenario, degli eventi storici in cui è immerso Roma. Cleo e l’anziana madre di donna Sofia raggiungono il negozio di culle per scegliere quella più adatta per il nascituro. Nel quartiere intanto esplodono gli scontri tra manifestanti e paramilitari: dopo le violenze per strada, vediamo questi ultimi fare irruzione nel negozio all’inseguimento di una coppia di dissidenti. Tra i paramilitari c’è anche Fermín: ecco l’intreccio, il romanzesco che sfocia nella coincidenza più assurda, quasi incredibile. Il giovane riconosce Cleo, le punta la pistola contro, osserva il pancione: forse sta pensando di spararle. Poi uno dei manifestanti viene ucciso a colpi di rivoltella dai camerati di Fermín, e così quest’ultimo, motore involontario di quanto accadrà in seguito, preferisce tagliare la corda. A Cleo, rimasta immobile in stato di shock accanto alla nonna, si rompono le acque. Lo sfondo di eventi storici – il Messico dei grandi cambiamenti politici degli anni ’70 – ha appena fatto irruzione con uno scoppio di violenza inaudita, ma senza alcuna forzatura, senza il minimo didascalismo.

La sequenza successiva è ancora più cruda e dolorosa. Cleo viene portata in ospedale tra le lacrime della nonna e la tensione dell’autista. Subito dopo il parto, l’inquadratura fissa ci restituisce il primo piano della domestica sofferente sul lettino, mentre la figura del pediatra che tenta di rianimare la bimba resta sfocata sullo sfondo. In questo caso la profondità di campo è abolita: la bimba, ormai morta, è a fuoco solo quando viene data in braccio a Cleo; la vediamo tornare oltre il velo del secondo piano sotto le gelide cure del pediatra: è quasi invisibile mentre il dottore la fascia con gesti meccanici, abituati alla morte bambina. Il contrasto col resto del film è forte, dal momento che per quasi un’ora e mezza ci eravamo abituati a esplorare liberamente qualsiasi oggetto o persona perfettamente a fuoco sullo schermo.

Proprio la crudezza di questo episodio prepara il campo alla scena madre – è il caso di dire – di Roma. Per superare il suo dolore per l’abbandono del marito e quello di Cleo per la perdita della bimba, donna Sofia propone una gita al mare alla domestica e ai ragazzi. Nel corso della vacanza annuncia ai figli che padron Antonio non tornerà più: ormai vive altrove (noi spettatori lo sappiamo già), e in quelle ore passerà da casa per raccogliere la sua roba. Il giorno successivo tre dei ragazzi, decisamente irrequieti, disobbediscono alla madre e si tuffano nell’oceano agitato. Un lungo piano sequenza ci mostra Cleo che si avvicina a riva per richiamarli. Se la scena del parto non fosse stata così dura, con tutta probabilità noi non staremmo dalla parte di Cleo, non staremmo col fiato sospeso quando lei – che non sa nuotare – si avventura in acqua per raggiungere i ragazzi che rischiano di affogare; non solo, se non fosse stato per quella scena, noi non staremmo col fiato sospeso per lo stesso film: se dovesse morire, se dovessimo perdere qualcun altro – la stessa Cleo o uno dei bambini – a quel punto Roma “spezzerebbe”, per dirla con Woody Allen[2]. Le cose però vanno diversamente.

Una volta riportati a riva i bambini, donna Sofia e il figlio rimasto sulla terraferma corrono verso Cleo e gli altri piccoli. “Non la volevo”, “Non la volevo”, non fa che ripetere Cleo in lacrime, stretta nell’abbraccio con Sofia e i ragazzi. La tensione accumulata nell’ultima ora di Roma rischiava di collassare nella perdita di un altro bambino o della stessa Cleo, ovvero nella perdita e nello scollamento di un film che sarebbe risultato troppo tragico per essere creduto; si risolve al contrario nello scioglimento dell’opera intera: l’abbraccio a cui assistiamo è lungo, bellissimo, commovente, e segna il riscatto e la fine della discesa di Cleo, che insieme a quella che è ormai la sua famiglia può superare l’umiliazione e il senso di colpa per essere rimasta incinta, da sola, e per giunta aver perduto la bimba. Col rischio di risultare zuccheroso o retorico potrei aggiungere che quell’abbraccio supera le differenze di classe e di etnia, coinvolgendo peraltro due donne rimaste sole in un’epoca e in un Paese che definire maschilisti è un eufemismo. È un rischio che mi prendo volentieri, ben consapevole che in compenso la pellicola non lo corre affatto: alla pari del Messico degli anni ’70 – come abbiamo visto mostrato attraverso le vite dei protagonisti, più che detto – in Roma è assente ogni didascalia, ogni direzione anche lontanamente prossima a uno slogan politico.

Nell’ultima sequenza, Cleo appare finalmente serena. Di sicuro è cresciuta: alle spalle adesso ha dei guai passati da riferire al calduccio di giorni più tranquilli, per citare Primo Levi, e infatti confida ad Adela di avere un sacco di cose da raccontarle. I titoli di coda scorrono in silenzio sulla terrazza della casa di donna Sofia. Un po’ storditi di fronte all’apparente ritorno alla quotidianità dell’inizio, invero profondamente mutata, realizziamo che Roma è un’opera sulla memoria privata che ha la forza di diventare racconto pubblico. Lo è grazie alla cura con cui questa memoria viene rimessa in circolo: la cura per i dettagli, quella per la tecnica che non è mai un vezzo quanto l’articolazione di una lingua che arriva a toccare il cuore degli spettatori più pazienti. La stessa scelta del bianco e nero, ha raccontato Cuarón in diverse interviste, era necessaria per ricordare soprattutto a lui che quel Messico non esiste più: il negozio di culle, ad esempio, oggi è una palestra. Dobbiamo credergli: non perché le vicende alla base di Roma siano vere – Cleo, interpretata dalla splendida non professionista Yalitza Aparicio, esiste ed è ancora viva, si chiama Libo e Cuarón l’ha riascoltata per scrivere la storia; dobbiamo credergli perché Roma è un film che chiede fiducia e pazienza, molta pazienza: ma poi ti ripaga. Con cosa? Con una moneta che non è la stessa richiesta all’ingresso, non solo cioè col cinema come piacere puramente estetico. No, Roma ti ripaga con la gioia, a patto di riuscire a sopportarla, se la gioia è un sentimento che necessita di dolore, della consapevolezza che qualcosa può sempre andare perduto, ogni tanto riguadagnato.

 


[1] In un’altra scena al cinema Cuarón si diverte a inserire un’autocitazione: i figli di donna Sofia sono in sala a guardare Abbandonati nello spazio (1969) di John Sturges, evidente riferimento per Gravity (2013) dello stesso Cuarón.

[2] “Se piega fa ridere, se spezza non fa ridere” dice grossomodo Woody Allen a proposito del comico. In questo caso di comico non c’è nulla, ma potremmo concludere che il tragico funziona allo stesso modo: se spezza, se è eccessivo, non fa il suo dovere, annaspando nel patetico o, peggio ancora, nella comicità involontaria.

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L’inframondo non salverà i 43 studenti, ovvero Perché la società messicana ha bisogno di un cambiamento radicale, nessuno escluso https://minimaetmoralia.it/interventi/linframondo-non-salvera-i-43-studenti-ovvero-perche-la-societa-messicana-ha-bisogno-di-un-cambiamento-radicale-nessuno-escluso/ https://minimaetmoralia.it/interventi/linframondo-non-salvera-i-43-studenti-ovvero-perche-la-societa-messicana-ha-bisogno-di-un-cambiamento-radicale-nessuno-escluso/#comments Sat, 08 Nov 2014 15:49:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24278 di Alessandro Raveggi Sotto l’antica città di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico e nel parco archeologico perimetrato dalle giganti Piramide del Sol e della Luna, gli archeologi dell’INAH (Istituto Nacional de Antropologia e Historia) hanno appena rivelato un tesoro strabiliante. Come un cimitero subacqueo, uno scrigno abissale che si apra all’improvviso, è […]

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di Alessandro Raveggi

Sotto l’antica città di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico e nel parco archeologico perimetrato dalle giganti Piramide del Sol e della Luna, gli archeologi dell’INAH (Istituto Nacional de Antropologia e Historia) hanno appena rivelato un tesoro strabiliante. Come un cimitero subacqueo, uno scrigno abissale che si apra all’improvviso, è emerso dalla terra un tunnel sotterraneo contenente oggetti votivi, ninnoli precolombiani, maschere di giaguaro, incensari teriomorfi, gioielli d’ossidiana, statuette di pietra e metallo, idoletti. Una galleria magica che possiamo usare per divinare il presente attraverso il magnetismo di oggetti e facce di un passato che torniamo a toccare nella tenebra, insospettiti o impauriti dal poterne essere sedotti. Gli archeologi l’hanno definito, questo ricettacolo di straordinarie offerte alla divinità, una rappresentazione dell’inframondo teotihuacano, passaggio per l’aldilà di una civiltà scomparsa di cui conosciamo poco o niente, sbranata dalla Storia e scavalcata molti anni dopo dagli imperialisti aztechi.
Ma cosa significa infra-mondo, qualcosa che non è terminale come l’inferno cristiano, né cristianamente purgatoriale, ma che sta semplicemente più in là, e allo stesso tempo tra, infra, forse tra i vivi e morti? A seguire molte delle civiltà precolombiane, e non qualche invasata saga fantasy o serie di licantropi dandy, l’Inframondo è sì il regno della Morte, ma non il regno del Diavolo, dell’ambiguità, è un regno che riflette al contrario quello della Terra. Ed anzi è chiamato spesso un ventre generativo: qualcosa che condanna all’analogia delle proprie colpe, e ne nutre di nuove.
In quel tunnel appena dissotterrato, ciò che più impressiona è quella ricostruita volta celeste fatta di pietre levigate e riflettenti al passaggio delle torce degli archeologi. Ed anche che il tunnel stesso si trovi costruito al fianco di torrenti sotterranei per meticolosa replica del fluire sovrastante. Nemmeno il più ardito scrittore latinoamericano avrebbe osato cotanto teatro, con questo specchio al contrario di stelle e fiumi, quest’emisfero nero nel quale i messicani possono leggere la loro storia recentissima: quella delle fosse comuni di questi mesi, e anni.

Anni, dico. Non è infatti d’un tratto, che sappiamo dell’arcaica violenza di questa nazione. Non ci svegliamo solo oggi, a seguito dei fatti di Iguala, dove 43 studenti di una Scuola rurale di preparazione per insegnanti di Ayotzinapa sono stati fatti sparire il 26 settembre sotto gli occhi di tutti. Studenti probabilmente trucidati e riversati nelle miriadi di fosse che piagano il Messico peggio dell’ex-Jugoslavia. Non è adesso che sappiamo del legame inscindibile tra società rigidamente piramidale, istituzioni offuscate e deportazione programmata. Della connivenza tra politici, cittadini e narcotrafficanti sempre più iperbolicamente sanguinari. I pezzi del puzzle sono noti. La politica messicana è solo meno abile di quella statunitense o brasiliana nell’essere propagandistica, cosmetica, delle sue problematiche. Poco abile ad esportarle e impacchettarle, a negarle in uno spazio neutro, ben sotterrato altrove.

Anche se molte sono le cose che è possibile costruire sopra una fossa comune, per occultarla sotto le fondamenta della propria casa e non pensarci più. Stavolta però pare che il rimorso da occultare in quelle stesse fondamenta-scantinato sopra le quali vive sovente la società messicana, sia caduto di mano, abbia pesato troppo: gli studenti, no, adesso è troppo!
Si sente questa bizzarra e dolente litania levarsi in questi giorni nelle manifestazioni finalmente multicolori, trasversali, non più appannaggio di una corporazione sindacale, di una comunità in estinzione o di un nucleo esiguo di ragioni e interessi. Il Messico si sveglia terra di fosse anonime da dissotterrare. Quante cose i messicani vi hanno costruito sopra? Magari un quartiere di Monterrey fatto di grattacieli dell’alta finanza scintillanti. O un appezzamento di case popolari, di viviendas tutte uniformi una all’altra, come batterie di auto sbeccate dopo pochi giorni d’inaugurazione istituzionale. Un notorio chiringuito sulla spiaggia, ci si potrebbe trovare sopra una fossa, gestito da un calabrese arrivato qui con le Tute Bianche italiane.
Un chiringuito dove ricordo ancora con orrore l’apologo di un canadese che si era recato a Huatulco, nello stato di Oaxaca, a cercare una ex moglie scomparsa: l’aveva ritrovata dopo molte indagini, a brani, sotterrata in una spiaggetta in voga tra i surfisti europei. Sopra una fossa, nell’intreccio delle oggi impotenti e farfallone diplomazie internazionali – Cosa fanno? Che pensano del Messico odierno? Quali e quanti rimorsi spostano? – ci puoi edificare la sede di un’ambasciata nel Paseo de Las Palmas a Città del Messico, con le loro belle convention di prodotti DOCG, le fiere della caciotta, della moda francese, del nigiri giapponese, del ventaglio spagnolo.
Oppure ancora, puoi edificarci un’università privata che niente ha da invidiare per installazioni a Princeton, come ad esempio l’Universidad Iberoamericana. Quell’università che due anni fa c’ha donato altri numeri, oltre a quel 43 scomparsi: i 131 studenti del movimento studentesco YoSoy132, nato nelle aule della Ibero per contestare l’imbarazzato-imbarazzante presidente Peña Nieto, e che oggi si riattivano in picchetti in tutto il Paese. Tanti sono così gli slanci e le macchinazioni di una nazione rampante e imprenditrice, su fondamenta però tetrissime.
O piene di migliaia di corpi ai quali ci sarebbe da aggiungere lo spazio doloroso conquistato da quei 22.322 desaparecidos, numero che ci è giunto aggiornato ad agosto 2014.

Penso alla multiforme realtà messicana, a quel primo inframondo segreto teotihuacano che ci replica, alle fosse dei narcos, ai desaparecidos tra i vivi e i morti come offerte mancate ad una divinità a cui non so dare nome (Ignavia? Odio? Disamore? Cupio dissolvi?), e mi tremano le fondamenta del rimorso.
Tutto il culto festoso della morte messicana non mi è più sufficiente, le sue dame scheletriche catrinas hanno veramente la cassa toracica sfondata dalla malattia. Non c’è più festa e colore nella morte messicana quest’anno, perché non c’è più morte che libera e trasforma, ma piuttosto oblio, fossa scura, apocalisse per deportazione del quotidiano: io stesso ho e ho avuto una fossa comune che mi spezza lo stomaco, me lo svasa, da ex-residente.
Quel rimorso nei confronti delle persone che ho incrociato nelle stazioni sgangherate degli autobus, spossate dalla povertà e dai campi inarabili, i campesinos che ho sfiorato senza retorica e senza disprezzo, in loro l’eleganza del santo e del più dignitoso animale. Oppure, perché oggi è importante fare un discorso finalmente trasversale e interclassista sul Messico: lo sguardo perso di un conoscente al ristorante, che mi racconta del sequestro di un parente vicino, la moglie di quello spezzata dalla paura, i figli già pronti a fuggire al gabacho (così chiamano gli Stati Uniti), un investigatore privato che dorme accucciato con loro da mesi per origliare le telefonate dei sequestratori e impegnarsi in nuovi calcolati riscatti.

Così i fatti relativi a quei 43 studenti desaparecidos a Iguala, sono solo il neon sfrigolante che accendo scendendo nel mio personale scantinato, dove per troppo tempo ho ammassato l’oblio necessario dei tempi messicani: i tempi moderni, delle agevolazioni, delle falcate voraci di un paese giovanissimo e a tratti spensierato – che è poi quello energico, esaltato delle manifestazioni studentesche di questi giorni.
Ed i tempi altrettanto moderni di totale assedio del quotidiano, negato ma che sempre riemerge, in cifre tonde, enumerazioni, conti alla rovescia e differenze. In quella ragioneria dei morti e dei vivi che da più di dieci anni minaccia questa nazione, portando alla ribalta città e pueblos prima di adesso sconosciuti internazionalmente. Acteal come Iguala come Ciudad Juarez, e per qualcuno come la Santa Teresa di Bolaño: visto che la più fedele indagine sociale degli ultimi anni in Messico per me rimane ancora, a conti fatti, l’anestetica Parte de los crímenes del suo romanzo 2666.

Niente di nuovo sotto il sole: cosa abbiamo, di nuovo, infatti, attorno alla ridda di quei 43 studenti scomparsi a Iguala? Un sindaco, José Luis Abarca, el alcalde corrotto, una faccia volpina e un nomen omen (abarcar significa in spagnolo comprendere, controllare, occuparsi di molte cose allo stesso tempo), l’emissario di killer drammaticamente ancora ipotetici contro i manifestanti studenti: già contemplato in molta letteratura latinoamericana classica, e in Daniel Sada recentemente. Una moglie, l’alcaldesa, Maria de Los Angeles Pineda, altrettanto potente e forse ancor di più del marito, ricca in budget, botox e parentele nel clan Beltrán Leyva, che si maschera dietro azioni caritevoli come fosse una Michelle Obama, e poi chiama la polizia a sgomberare con la violenza la scena di un meeting politico: già successo.
Polizia fino al collo collusa coi narcos oggi dagli epiteti guerreschi e improbabili – un clan si fa chiamare persino I Cavalieri Templari – un’altra ics notoria alla lista delle barbarie della provincia messicana. E poi quelle fosse comuni nelle montagne dello stato di Guerrero (ma non solo là, non solo), terra intossicata dalla corruzione fin da Acapulco, e giù giù nell’entroterra, fosse magicamente scoperte solo adesso, nelle quali si fruga senza pudore per cercare i corpi degli studenti. In territori non molto distanti dall’apparentemente corrazzata Città del Messico: oggi terra ribollente più di start up, innovazione sociale, materiali biodegradabili, supermarket gourmet, festival latinoamericani di freschissimo rock alternativo, come quello visto al recente Corona Capital, ispirato a gruppi come Café Tacuba, ai Caifanes, al bardo argentino Gustavo Cerati, dioscuro morto recentemente dopo anni di coma profondo.

“Separarse de la especie / por algo superior / no es soberbia es amor”, “Separarsi dalla specie / per qualcosa di superiore / non è superbia è amore”, diceva proprio quel bardo nella sua canzone Adios. E distaccarsi da questo Messico che si rivela nauseabondo sotto i riflettori internazionali fa male, ma non è un atto di superbia, ma di amorevole denuncia. E pare scorretto che oggi si rincorrano questi corpi solo perché sono corpi di studenti futuri maestri – normalistas e poverissimi, intenti ad acciuffare una formazione scolare sempre più grottesca – e in fondo dovremmo altrettanto indignarci per i migranti centroamericani desaparecidos, per gli indios desaparecidos, per i giornalisti e militanti dei social network, sui weblog, su Twitter, desaparecidos, o uccisi in questi anni – ne ha parlato ad ottobre anche Roberto Saviano, raccontando la storia di Maria del Rosario Fuentes Rubio, esposta morta sul suo proprio account.
Ma tutto sommato, se questo capro espiatorio degli studenti-maestri – con il ricattatorio “essere studenti” che tocca ognuno, basta essere padre o madre, al di là della classe sociale – servirà a scuotere finalmente tutte, e dico tutte, le coscienze dell’addormentata e divisa società messicana, sarà in fondo un successo.
Molti dei magazine internazionali parlano di un Messico che sta esplodendo in una rivolta senza precedenti. Se non si ricorrerà alle solite contrapposizioni e risentimenti da populismo di pseudo-sinistra (non a caso, la sinistra populista ha fallito tanto quanto la destra liberista, ed il sindaco Abarca era del PRD, partito di “sinistra” messicano), forse si troverà la via d’uscita brutale, in una società fondamentale desaparecida a se stessa.
Perché il Messico sparisce e si rafforza nella sua vacuità ogni volta che sparisce un suo studente, un suo maestro, un suo attivista, un suo giornalista. Ed ogni volta che qualcuno gira il collo per far finta di non pensarci, alza un muro e una recinzione, o usa la retorica per dividere la società in se stessa: di fosse e fossati c’è ne sono molti, non solo in profondità.

Tutti adesso sono collusi, tutti vivono nell’inframondo senza saperlo, i messicani e noi che ci viviamo o abbiamo vissuto. Un inframondo privo di ricchezze arcaiche, tuttavia. Abbiamo però ora rivisto grazie alla valente archeologia messicana quell’inframondo passato che parla dal passato alla anonima fossa comune del presente. Coincidenze su coincidenze, realtà e infra-realtà, epifanie: da poco si è festeggiato per le strade il Dia de Muertos, dove tra Ognissanti e il giorno dei defunti tutti, non solo in Messico, i messicani da Parigi a Pechino, da Dublino a Canberra, celebrano i propri cari defunti con rutilanti altari votivi composti di fiori intrecciati, marzapane, frutta, foto dei cari e teschi di zucchero.
In quegli altari sparsi per il mondo, si dice che i morti ritornino in spirito a cibarsi dei loro pasti prediletti, a onorare i vivi tra sorsi di café de olla con cannella e piloncillo e spicchi di mandarino dolcissimi. Saranno tornati anche quest’anno, i cari estinti? Avranno avuto piacere nel visitare il luogo così tormentato dai non-vivi o, per richiamare il best-seller dell’italiano in Messico Federico Mastrogiovanni, dai Ni vivos ni muertos, mezzi-vivi e mezzi-morti, studenti, giornalisti, cittadini e noi stessi?

In mezzo ai miei rimorsi che oggi difficilmente posso mascherare, vorrei immaginare che quest’anno invece i morti abbiano protestato contro l’ignavia della società messicana, e non si siano affatto presentati all’appuntamento coi famigliari. Oppure che abbiano trovato chiuso il passaggio, per troppa compulsiva violenza.

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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ https://minimaetmoralia.it/scuola/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/#comments Wed, 02 Apr 2014 22:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19773 [Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

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[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Carmilla e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

di Fabrizio Lorusso

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

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Tra Napoli e il Messico https://minimaetmoralia.it/libri/tra-napoli-e-il-messico/ https://minimaetmoralia.it/libri/tra-napoli-e-il-messico/#comments Wed, 07 Jul 2010 09:07:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2679 Abbandonare Napoli, per raccontarla nella distanza. Abbandonare il racconto di Napoli (con i suoi cliché, i suoi luoghi comuni, le sue strade abusate), per riavvicinarsi al cuore della città, e ai suoi fantasmi. Fin da subito, è stato questo l'obiettivo di Maurizio Braucci quando ha iniziato a scrivere il romanzo Per sé e per gli altri, ora edito da Mondadori nella collana Strade Blu.

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Abbandonare Napoli, per raccontarla nella distanza. Abbandonare il racconto di Napoli (con i suoi cliché, i suoi luoghi comuni, le sue strade abusate), per riavvicinarsi al cuore della città, e ai suoi fantasmi. Fin da subito, è stato questo l’obiettivo di Maurizio Braucci quando ha iniziato a scrivere il romanzo Per sé e per gli altri, ora edito da Mondadori nella collana Strade Blu.

Braucci, già autore del noir Un mare guasto (che presto verrà ripubblicato dalle edizioni e/o) e della raccolta di racconti Una barca di uomini perfetti, è stato uno degli sceneggiatori di Gomorra di Matteo Garrone. Il suo lavoro è stato decisivo nel lento passaggio dal romanzo di Roberto Saviano alla sceneggiatura, e da questa ai palazzoni di Scampia e alla pellicola. «Ma ora avevo bisogno di allontanarmi dal fenomeno-Gomorra», dice al telefono. «C’è il rischio che il filone-Gomorra diventi un modello, premiato nel cinema e nelle case editrici, al di là di quello che hanno fatto Saviano e Garrone. I modelli però si solidificano, e quello che rischia di rimanere sul campo è la voglia di tremendismo, di una Napoli sempre e soltanto maledetta, senza sfumature».

Per sé e per gli altri è sicuramente il lavoro letterario più maturo di Braucci. Ed è interessante ricostruire la genesi del romanzo, e la storia narrata, per capire i modi di questo allontanamento. Per sé e per gli altri racconta il viaggio di un giovane napoletano su e giù per il Messico (un paese che sta implodendo sotto la violenza del narcotraffico e la corruzione diffusissima) alla ricerca della memoria del padre morto in quella terra lontana, dopo che aveva abbandonato molti anni prima lui e la madre: il sarto.

Il sarto (un vero artista nel suo mestiere) era un sarto della camorra. Più precisamente un sarto di alta classe, venuto su dai vicoli ed elevatosi solo grazie al suo talento, che negli anni ottanta vestiva su misura i potenti della città. E quindi i politici, i soloni delle caste professionali… e anche i nuovi boss emergenti. A un certo punto, viene condannato a morte dalla camorra perché non è in grado di ripagare un mucchio di debiti, e solo grazie all’intercessione di un boss magnanimo dei casalesi gli viene concessa la possibilità di sparire e rifarsi una vita al di là dell’Atlantico. Ma senza moglie e figlio. Andato in Messico, il sarto si rimetterà in sesto e inizierà a vestire i potenti di là, ma si dimenticherà presto della sua famiglia italiana. Prenderà una nuova moglie e avrà nuovi figli.

Il romanzo prende il via due mesi dopo la morte del sarto, quando il ragazzo decide di andare nel paese americano per vedere la sua tomba. Scoperta di un nuovo continente, così vicino e così distante, ricerca della memoria del padre e del suo rapporto con l’anima nera di Napoli, viaggio di formazione, incontro con mondi altri… In Per sé e per gli altri, con una scrittura molto controllata e pacata, e un continuo lavorare di sottrazione, sembra esserci tutto, ma la cosa più interessante del libro è che molte delle cose narrate, per quanto incredibili, sono accadute davvero.

Il sarto è esistito davvero, e davvero è morto poco tempo fa. «Non era mio padre», dice Braucci, «ma un mio parente. Davvero, quando ero piccolo, mi è capitato di accompagnarlo nelle ville dei camorristi per consegnare i vestiti. Il sarto non era un camorrista. Non rappresenta la camorra, ma la zona grigia, spesso inafferrabile, con le sue storie minute, che gravita intorno alla camorra. E davvero si è rifatto una vita in Messico».

Braucci si è messo sulle tracce del sarto, e facendolo ha incontrato un paese devastato, in fiamme, in cui ha vissuto per parecchi mesi. «È un luogo in cui avverti costantemente la morte e la violenza. Stando lì, mi sono subito reso conto che il Messico è una metafora concretissima del nostro presente, dell’intreccio tra lecito e illecito, della corruzione di apparati deviati dello Stato, della zona grigia appunto. Il Messico è un posto estremo, proprio come la Napoli degli anni ottanta da cui è fuggito il sarto. Ma la corruzione e lo strapotere delle mafie sono una questione internazionale, riguardano anche quei paesi e quei luoghi meno estremi in cui si avverte meno la loro presenza».

Per Braucci, è la verosimiglianza la chiave della scrittura. Tutto quello di cui scrive (e chi legge ne ha immediata sensazione) è stato vissuto in prima persona da sé o dagli altri, e poi elaborato letterariamente. Poi certo, come nel finale, c’è anche una dose di finzione; ma quando, ad esempio, il protagonista del romanzo finisce quasi per caso a Ciudad Juárez e incontra le madri delle ragazze vittime del feminicidio, o nel Chiapas delle comunità zapatiste, sta ripercorrendo le orme dello stesso autore.

«Per me è importante raccontare le vittime, gli umili, chi subisce le cose, chi prova un immenso dolore, un dolore che in genere non ha parole», continua Braucci. Una delle parti più intense del romanzo è quella sul Chiapas. Benché non venga mai nominato, capiamo subito di essere nella regione dei ribelli e delle comunità di contadini indigeni, una delle quali ha accolto per un po’ di tempo Braucci (e nel romanzo il figlio del sarto). «I contadini sono davvero come i contadini di Silone. Gente poverissima, che viene da secoli di povertà immutabile, con una profonda dignità, quasi disarmante. Ma i capi, i piccoli capi dell’esercito zapatista, sono come i piccoli capi in tutto il mondo: saccenti, autoritari. I peggiori sono gli occidentali, quelli che militano nelle ong filo-zapatiste che ruotano intorno alla regione. Dogmatici, ideologici… Ma anche Marcos ha perso molto della sua influenza. Alle volte sembra un parolaio, di fronte a una miseria nera che rimane tale».

Ma torniamo al sarto. Se Per sé e per gli altri evita costantemente di diventare un tour turistico al di fuori dei giri turistici, è perché dall’inizio alla fine mantiene fermo il suo obiettivo “napoletano”: fare chiarezza sulla seconda vita del sarto, sui motivi della sua fuga improvvisa e definitiva. Alla fine, a spiegare al giovane protagonista come sono andate le cose è un vecchio boss della camorra prossimo alla morte. Pure lui si è rifatto una vita a Città del Messico, reinvestendo i suoi guadagni, mentre ufficialmente – in Italia – è stato dato per morto. Era amico del sarto, anzi era proprio lui il boss magnanimo che gli aveva salvato la vita negli anni ottanta. In molti intravederanno, nel suo ritratto, la vita del più “imprenditore” dei capi casalesi. Tuttavia quello che più conta, in questa ricerca di sé, del proprio padre, della propria terra, delle proprie origini, è la consapevolezza che la verità non può essere mai afferrata completamente. Per quanto ci si sforzi di capire, collegare, ipotizzare, ricercare, ci sono muri insormontabili, zone d’ombra che rimangono tali. La Napoli degli anni ottanta, così come la Napoli di oggi, o il Messico di oggi, con il loro cumulo di violenza e di corruzione possono essere inquadrate (e mai totalmente) solo di sbieco, o nella distanza. Anche correndo il rischio, che quella distanza – il più delle volte – ci lasci paradossalmente freddi di fronte alle cose, alle stesse verità che andavamo cercando.

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