metodo di scrittura Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/metodo-di-scrittura/ un blog di approfondimento culturale Mon, 04 Sep 2023 21:01:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg metodo di scrittura Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/metodo-di-scrittura/ 32 32 Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/#comments Thu, 29 Nov 2018 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38605 Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

"Scrittura", oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d'attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

L'articolo Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
magrelli

Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dato che sono diventato mio malgrado un bracconiere – anzi, un cacciatore-raccoglitore – della scrittura, non posso più prevedere nulla. Ne consegue che il mio lavoro è per lo più di postproduzione. Prendo gli appunti che riesco a prendere, accumulo in mucchietti materiali sparsi, poi riorganizzo. Anche per questo penso di tornare vieppiù alla poesia, maggiormente adatta a un tale approccio. Anzi, ancora meglio: all’alfabeto Morse.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cesellare, nelle condizioni in cui lavoro oggi, sarebbe impossibile. Per quantmagrelli2o il mio lubrificante sia l’ironia, e per quanto mi esprima per paradossi e secondo l’arte dell’esagerazione di Bernhard, io davvero mi sento calato nel clima spirituale di Ungaretti: queste continue aggressioni della burocrazia sono per me come vivere sotto le bombe. Ne consegue che non solo è cambiato il mio metodo di lavoro, ma anche ciò che produco: se l’unica cosa che conta è l’urgenza, il buttare sulla carta qualche sillaba, il piantare la bandierina, il rampone, almeno un po’ più in là, e poi accucciarsi in attesa della prossima tempesta di merda, non cambia solo come scrivi, ma anche cosa scrivi e come lo scrivi. Ci sono effetti di stile e contenuto, il che è certamente interessante: da giovane sono sempre stato circondato da marxisti, ed essendo un bastian contrario cercavo, pur all’interno della sinistra, di dar loro torto, contestandone il materialismo. Sbagliavo, mi dico oggi: poiché sono diventato io stesso un materialista, del tipo delirante. Conta solo la qualità della vita, mi ripeto, e ciò inevitabilmente esce anche sulla pagina.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, in generale mantengo una doppia pista di prosa e poesia, e ancor più da quando lavoro nel modo che ho detto. È appena uscito un mio fuori collana, polemico, contro i gialli, Il commissario Magrelli, che ho scritto in parallelo ad altro.

Carta o computer?

Addirittura telefono. Essenziale è per me oggi la app che traduce direttamente il parlato in testo: ci ho tradotto tutto Il tartufo di Molière, in metrica.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Lei. Dragon dictation. La app che trasforma la mia voce in testo – oggi, per me, la chiave di tutto.

Come hai esordito?

Scrivevo fin da quando ero ragazzino, credo dai dodici-tredici anni. Un giorno lessi sull’Espresso di un convegno di poesia di quattro giorni, che in chiusura avrebbe avuto un evento a iscrizione libera, del tipo “dilettanti allo sbaraglio”. Partecipai, assieme ad altri, e Elio Pagliarani, che era in sala, disse “Io quel gruppo lo pubblico tutto!” Avevo diciotto anni. Ricordo che uno del gruppo era Antonio De Rosa, un bravo musicista; un’altra era Chiara Scalesse, una poetessa che poi ho perso di vista; gli altri non li ricordo più. Pagliarani pubblicò quelle nostre poesie su rivista, io continuai a scrivere e frequentai anche un suo laboratorio, qualcosa di mio uscì anche su Nuovi Argomenti, ma per il libro ci vollero ancora diversi anni: un mio amico, che conosceva il direttore di Feltrinelli di allora, Aldo Tagliaferri, uomo di grande cultura, mi accompagnò a Milano e me lo fece conoscere. Tagliaferri disse che apprezzava il mio lavoro, e in effetti mi pubblicò, ma solo dopo altri tre anni. Così uscii nell’80: avevo ventitré anni, che per un esordiente sono pochi, è vero, ma è anche vero che ero stato in coda fuori dalla sala per cinque anni.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono cambiate le dimensioni vitali. Ho cominciato da ragazzo, un liceale che viveva in una tranquilla famiglia borghese, poi sono andato a vivere da solo, poi sono arrivati i figli, i viaggi… La scrittura è rimasta, adattandosi, ma credo di essere sempre stato segnato da un profondo senso di fatica. Scrisse Cardarelli: la mia fatica è mortale. Ne ho fatto il mio motto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi, su tutto il resto, le poesie di John Donne nella traduzione di Cristina Campo. Poi, quelle di Mandel’štam.

“Esisti” online?

Sono telematico a macchia di leopardo: come ho detto, lo smartphone e quella preziosa app oggi mi sono essenziali, inanello letteralmente doppi settenari nel telefonino; dall’altro lato però tutto il resto mi affatica molto: anche solo la posta elettronica. Per questo mi sono tenuto lontano dai social network. Credo sia un errore, specie riguardo la loro evidente utilità nel comunicare direttamente le cose nuove che escono, ma non avendo cominciato per tempo oggi è forse troppo tardi.

~

[28 – continua; le precedenti interviste: Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/feed/ 6
Discorsi sul metodo – 27: Michele Mari https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-27-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-27-michele-mari/#comments Mon, 05 Nov 2018 07:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38333 Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Il suo ultimo romanzo è Leggenda privata (Einaudi 2017) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Dipende: se non sto scrivendo un libro, cosa che può durare anche per un anno filato, la risposta è: zero ore; […]

L'articolo Discorsi sul metodo – 27: Michele Mari proviene da Minima et Moralia.

]]>
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Il suo ultimo romanzo è Leggenda privata (Einaudi 2017)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende: se non sto scrivendo un libro, cosa che può durare anche per un anno filato, la risposta è: zero ore; se invece sto scrivendo, la quantità di tempo va dalle due alle sei-sette ore al giorno. Le battute possono essere 5.000 come 25.000.

Dove scrivi?

Ovunque capiti, preferibilmente a letto o alla mia scrivania. La casa dove ho scritto di più, in biblioteca, è quella di Nasca.

Hai orari precisi?

L’unico dato certo è che non ho mai scritto dopo cena. In genere le mie ore migliori sono fra le 10:00 e le 12:00 e fra le 14:00 e le 16:00.
michele-mari

Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

“Giù prima tutto”: la condizione migliore è quando mi sembra di scrivere in trance, sotto dettatura.

Quante riscritture fai?

Propriamente nessuna, nel senso che rileggendo quello che ho scritto (di solito a libro finito, raramente in corso d’opera) mi limito a un’operazione di autoediting molto leggera, e più a togliere che ad aggiungere.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mai; anzi, a dire la verità quando scrivo un libro non riesco nemmeno a leggere.

Carta o computer?

Fino al 2000 lavoravo su carta (a penna), prima “in brutta” poi “in bella”, quindi seguiva trascrizione dattilografica; poi sono passato a penna e computer, e alla fine solo computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Fondamentale è l’assenza di estranei e di rumori; dopodiché la luce di una lampada a braccio ed eventualmente un po’ di musica.

Come hai esordito?

Dopo aver trascritto in bella copia il mio primo romanzo (Di bestia in bestia) nel 1982, l’ho “dimenticato” per quattro anni, nel senso che dopo averlo fatto leggere a non più di quattro-cinque persone (fra cui mamma e sorella) ho messo quel manoscritto nell’armado dove tenevo altri miei scritti e i miei disegni. Nell’86, su esortazione della mia prima moglie, lo copiai a macchina e spedii quattro fotocopie del dattiloscritto ad altrettanti piccoli editori; man mano che le copie tornavano indietro (cosa oggi impensabile) le rispedivo ad altri editori un po’ meno piccoli: nell’88, a sorpresa, ricevetti una telefonata di Mario Spagnol, interessato a pubblicare il libro, che uscì infatti nel 1989 da Longanesi.
Oggi sento che molti esordi sono procurati direttamente dagli agenti, e mi sembra proprio un altro mondo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non credo sia cambiato, a parte l’uso del computer.

“Esisti” online?

No.

~

[27 – continua; le precedenti interviste: Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 27: Michele Mari proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-27-michele-mari/feed/ 1
Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/#comments Thu, 18 Oct 2018 12:18:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38215 Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi? Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti […]

L'articolo Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini proviene da Minima et Moralia.

]]>
dacia maraini


Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi?

Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti  fino all’una. Poi stacco per pranzare, leggere i giornali, riposare mezz’ora e poi riprendo. Ma quando sono in viaggio le cose cambiano naturalmente, anche se scrivo lo stesso portandomi dietro l’iPad. Ma in viaggio non posso stare a orari fissi e tutto dipende dagli impegni che ho con il pubblico che vado a incontrare.

Dove scrivi?

Scrivo nel mio studio di Roma che sta all’ultimo piano e ho davanti una finestra che dà sui tetti e sul cielo spesso solcato da gabbiani e piccioni. Spesso però scrivo nello studio della mia casa di Pescasseroli, al centro del Parco nazionale abruzzese. Ci lavoro bene perché c’è silenzio, perché ho davanti a me solo cime di montagne e boschi centenari, perché ho molto meno impegni e distrazioni che a Roma.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende. Se scrivo un articolo, scelgo un tema e faccio un piccolo progetto mentale. Se scrivo un romanzo cambia tutto perché si tratta di un progetto a lunga scadenza e devo pensare in termini di anni. Mentre scrivo cambio prospettiva, cambio struttura, insomma lascio che la storia mi suggerisca i suoi caratteri.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio decine, a volte centinaia di riscritture. Ricomincio ogni volta da capo e riscrivo, riscrivo finché non mi sembra di avere raggiunto un grado di compiutezza accettabile. Ma potrei continuare all’infinito, perché ogni opera è in fieri e ha tante possibilità che ogni volta nascono dall’approfondimento del tema e possono essere modificate. Parlo sia dal punto di vista linguistico, che narrativo. Comunque per me la scrittura è un progetto musicale. E l’orecchio, mentre scrivo, segue un ritmo che non va mai tradito.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sempre un libro per volta. Posso scrivere un romanzo e un testo teatrale più o meno in contemporanea, gli articoli poi sono sempre in contemporanea. Come ho detto: per scrivere un romanzo non ci metto mai meno di due anni. In questi due anni può capitare che scriva un testo teatrale, una poesia, e certamente ogni quindici giorni il mio intervento sulla pagina delle Opinioni del Corriere della sera.

Carta o computer?

Computer. Uso molto i quaderni per gli appunti ma poi trasferisco tutto sul computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non li chiamerei tic ma necessità. Per me prima di tutto il silenzio e il tempo a disposizione. Mi disturba molto essere interrotta. Infatti di solito stacco il telefono quando scrivo.

Come hai esordito?

Ho la fortuna di venire da una famiglia di scrittori: Una mia bisnonna inglese, Cornelia Berkeley, scriveva libri per bambini; mia nonna Yoi Crosse scriveva romanzi di viaggio; mio padre, Fosco Maraini, antropologo, ha sempre scritto; l’altro mio nonno, Enrico Alliata, scriveva di teosofia, e di cucina vegetariana. Ho cominciato a scrivere a tredici anni per il giornale della scuola, il Garibaldi di Palermo. Da allora non ho mai smesso. Naturalmente sono stata precoce nello scrivere ma anche nel leggere. Ho sempre letto tantissimo. A volte facendomi ridere dietro, come quando mi portavo un libro sullo schilift e facevo delle cadute fenomenali, oppure camminando, e non parliamo dei tram, dei treni, degli aerei, su cui passo il tempo leggendo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Beh, prima usavo la macchina da scrivere. Ora uso il computer che è molto più comodo. Basterebbero quelle tre parolette – Salva con nome – per capire la novità del PC per chi è cresciuto con la macchina da scrivere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’esempio di mio padre: la sua tenacia, la sua disciplina. Ma poi ciascuno trova il suo equilibrio e i suoi ritmi. Ho imparato molto leggendo, e anche traducendo. Per esempio l’importanza della riscrittura, del seguire l’istinto creativo e musicale, ma senza masi compiacersi,  mantenendo uno sguardo critico sul proprio lavoro.

“Esisti” online?

No. Non mi piace il clima che si respira da quelle parti.

~

[25 – continua; le precedenti interviste: Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/feed/ 1
Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/#comments Mon, 02 Oct 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35143 Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

L'articolo Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard proviene da Minima et Moralia.

]]>
mathias

Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte anche le tredici. Se non ci sono problemi particolari faccio diverse pagine, senza preoccuparmi troppo del numero esatto. Al pomeriggio, poi, le revisiono.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa, e se sono in viaggio mi organizzo una stanza. Devo scrivere comunque e sempre nello stesso luogo: devo creare una stanza specifica dove tengo tutti i materiali e si forma l’impronta del libro. Come detto scrivo sempre al mattino.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio moltissimi schemi, disegni, dossier, prima di cominciare. E ricerca, ovviamente, visto il tipo di romanzi che scrivo. Prima di tutto in realtà ci sono le ricerche, anche se poi, quando scrivi, ci sono momenti in cui ti rendi conto che ti mancano dati che non avevi previsto e allora devi ripartire per raccoglierli. Ma a parte queste evenienze, una volta raccolto tutto ciò che mi occorre per il libro mi immergo in modo totalizzante. In effetti passo diversi mesi senza uscire dalla stanza in cui lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

In genere ci sono dalle tre alle cinque riletture, e quindi riscritture, della stessa pagina. Come detto scrivo di mattina e il pomeriggio torno a leggere quello che ho scritto, modificandolo. Poi quando ho finito il capitolo torno all’inizio e lo rileggo per intero, effettuando ulteriori modifiche. E poi faccio la stessa cosa, di nuovo, col libro, altre due tre volte.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai capitato, si potrebbe, magari lo farò, non vedo ostacoli particolari, ma per ora non mi è mai capitato.

Carta o computer?

Direttamente al computer.photo-1449770133-447716

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno, se non quella cosa della stanza e l’organizzarmi per avere molte ore libere davanti.

Come hai esordito?

È stato molto difficile, non conoscevo nessuno in ambito editoriale. Avevo vissuto dieci anni tra Siria e Iran e alla fine mi ero sistemato a Barcellona, ma in Francia non avevo contatti di alcun tipo. Quindi non sapevo bene cosa fare o a chi rivolgermi. Ragionandoci su, mi venne in mente la casa editrice Actes Sud, che mi piaceva molto da lettore, e che pubblicava autori arabi contemporanei. Quella che ho scritto, mi sono detto, è comunque una storia araba, quindi magari a loro può interessare. Gli ho scritto e mi hanno detto di inviare, aggiungendo che se non avrei ricevuto risposte dopo tre mesi il libro era da considerarsi rifiutato. Per paura che non venisse neanche letto ho cercato di mettere un nome sulla busta contenente il manoscritto, ho trovato quello che credevo essere il nome di un editor, ma mi sono sbagliato e ho mandato all’ufficio diritti. Un errore che però si è rivelato fortunato: dato che costui non riceveva mai manoscritti, si è incuriosito, lo ha letto e lo ha passato al direttore editoriale. Era iel 2002, il libro è quello che è poi uscito in Francia col titolo La Perfection du tir.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il metodo in sé non è cambiato molto. È sempre un processo lungo, difficile e faticoso. Quello che è cambiato è lo scrittore: sono molto più tranquillo e sicuro dei miei mezzi, quindi lavoro con meno ansia e con una certa consapevolezza del fatto che prima o poi da tutto quel lavorare uscirà qualcosa di compiuto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Roberto Bolaño: è stato questo quando ho letto I detective selvaggi che mi sono detto: io voglio scrivere, e voglio scrivere così. 
Non che prima non scrivessi: ma erano testi accademici o articoli. Ma mi ero stancato, volevo più libertà. La fiction me la poteva dare e quel romanzo mi ha indicato la direzione.

“Esisti” online?

Sono su Facebook ma giusto per dire due cazzate, niente di importante o che riguardi in modo rilevante il mio lavoro letterario.

~

[21 – continua; le precedenti interviste: Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/feed/ 2
Discorsi sul metodo – 20: Valeria Luiselli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-20-valeria-luiselli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-20-valeria-luiselli/#comments Mon, 18 Jul 2016 13:32:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31548 Valeria Luiselli è nata a Città del Messico nel 1983. Il suo ultimo libro edito in Italia è Volti nella folla (La Nuova Frontiera 2012)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Di solito sono contenta se faccio una pagina. Quindi circa duemila, duemilacinquecento battute, anche se non le conto così nel dettaglio. Dato che alla fine conta la qualità, a volte mi va bene anche fare sette righe, se sono buone. Poi ovviamente le attese cambiano a seconda di cosa si sta facendo. Ora sto scrivendo un romanzo per frammenti, e quindi la quantità diminuisce ulteriormente. L’importante è tenere un passo regolare, cercare di mettersi al tavolo tutti i giorni.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Comincio rigorosamente alle ventuno di sera e vado avanti fino alle tre o quattro di notte. A volte, se ho più energie o sono in mezzo a un momento particolamente importante, anche le cinque. Per scrivere ho bisogno di blocchi di ore considerevoli, ci metto molto a trovare il ritmo, a reinnescarmi. Se mi dai due ore non ci faccio niente, neanche comincio. Sei è il minimo per compicciare qualcosa.

L'articolo Discorsi sul metodo – 20: Valeria Luiselli proviene da Minima et Moralia.

]]>
13.-Valeria-Luiselli_author_photo

Valeria Luiselli è nata a Città del Messico nel 1983. Il suo ultimo libro edito in Italia è Volti nella folla (La Nuova Frontiera 2012)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Di solito sono contenta se faccio una pagina. Quindi circa duemila, duemilacinquecento battute, anche se non le conto così nel dettaglio. Dato che alla fine conta la qualità, a volte mi va bene anche fare sette righe, se sono buone. Poi ovviamente le attese cambiano a seconda di cosa si sta facendo. Ora sto scrivendo un romanzo per frammenti, e quindi la quantità diminuisce ulteriormente. L’importante è tenere un passo regolare, cercare di mettersi al tavolo tutti i giorni.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Comincio rigorosamente alle ventuno di sera e vado avanti fino alle tre o quattro di notte. A volte, se ho più energie o sono in mezzo a un momento particolamente importante, anche le cinque. Per scrivere ho bisogno di blocchi di ore considerevoli, ci metto molto a trovare il ritmo, a reinnescarmi. Se mi dai due ore non ci faccio niente, neanche comincio. Sei è il minimo per compicciare qualcosa.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione per molto tempo, anche un anno, prima di cominciare a scrivere un libro. Prendo dei piccoli appunti testuali, leggo libri adatti ai temi che penso di affrontare, e quando il momento di scrivere si avvicina faccio anche moltissimi schemi, sebbene poi non li rispetti: la loro funzione è quella di farmi pensare, di farmi vagliare delle ipotesi. Tutto questo però tende a inquadrare più le premesse e il primo sviluppo del libro che il finale o i temi centrali: se ‘‘sapessi’’ troppo del libro, mi passerebbe la voglia di scriverlo. Scrivere narrativa è un’attività che richiede molta forza di volontà, e quindi motivazione alla scoperta, altrimenti non ce la fai mica.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Per il libro che sto scrivendo, parlare di cesello sarebbe addirittura riduttivo. Riscrivo ogni parte mille volte, e mille volte ogni frase. È vero però che, per quanto la mia tendenza sia questa, le regole cambiano di libro in libro. Per un romanzo di frammenti è normale procedere così. Il precedente, Storia dei miei denti, l’ho scritto a puntate, come un feuilleton, nell’ambito di un progetto artistico finanziato da un’azienda di succhi di frutta… Sì, davvero: si chiama Zumex, ha una sua collezione d’arte per i dipendenti comprata con i profitti aziendali; uno dei loro curatori mi ha chiesto se potevo fare un testo per il catalogo di un’esposizione. Gli ho detto di no, ma mi sono offerta di scrivere un romanzo per i loro operai. All’inizio hanno fatto qualche resistenza di fronte a un’idea del genere, ma poi è passata: io scrivevo il romanzo a puntate, ogni puntata veniva stampata e distribuita a operai e dipendenti, che facevano un loro circolo di lettura, leggevano ad alta voce, commentavano e criticavano; il file mp3 mi veniva passato e lo ascoltavo prima di scrivere il passaggio successivo.
Mi piace fare in modo che ogni libro che scrivo sia un’esperienza completamente differente, perché trovo che la fase in cui devo impegnarmi per trovare il processo giusto possa concorrere in modo importante al risultato finale.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, non ci riesco, anche se a volte scrivo piccole cose, o saggi, collegati al romanzo a cui sto lavorando. Ad esempio adesso, visto che il mio prossimo romanzo avrà come protagonisti dei migranti, sto scrivendo anche un saggio lungo sull’immigrazione.

Carta o computer?

Entrambe, di solito prima carta e poi computer ma capita che si scambino – di nuovo, a seconda del tipo di libro che sto scrivendo.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?
Valeria-Luiselli
Una volta non ne avevo. Scrivevo sempre e comunque, ovunque. Ora sono diventata una maniaca. Devo essere per forza da sola e per forza di notte: bevò te’ verde macha, sia per stare più sveglia, che come antiossidante, visto che mentre scrivo fumo. Così tè e sigarette si bilanciano – almeno spero.

Come hai esordito?

Ho pubblicato il mio primo libro, Carte false, sette anni fa: non è che non credevo di pubblicarlo, non credevo proprio che sarei mai riuscita a finirlo. Quindi già finirlo mi ha tranquillizzato: se potevo finirlo, mi sono detta, forse potevo anche pubblicarlo. L’ho allora mandato in giro, come fanno tutti all’inizio. Ho beccato due rifiuti ma al terzo editore me lo hanno preso. Non un percorso troppo accidentato, dunque.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Completamente. Come ti dicevo, prima scrivevo ovunque: nei bar,  in giro fermandomi su una panchina, in treno… Ora ho bisogno di stare sola e concentrata, con molte ore davanti. Spero valga solo per questo romanzo e che poi possa ricominciare a rilassarmi un po’.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente La terra desolata, di T.S. Eliot. È il mio libro feticcio, torna sempre a galla in qualche modo, finisce sempre per collegarsi a quello che faccio… Poi direi anche Watermark di Iosif Brodskij, è un testo che quando ho iniziato a scrivere mi ha influenzata molto.

“Esisti” online?

Ho Twitter e mi piace, anche se non sono molto brava a usarlo.

[20 – continua; le precedenti interviste: Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 20: Valeria Luiselli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-20-valeria-luiselli/feed/ 1
Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/#respond Tue, 12 Jul 2016 13:19:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31540 Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

L'articolo Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún proviene da Minima et Moralia.

]]>
hasbun920x1240
Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
 Scrivi più libri in contemporanea?

Rivedo man mano che avanzo nella scrittura e poi, quando ho una prima versione, faccio molto lavoro di editing. Sento che solo in quel momento inizio a capire che libro volevo scrivere, ed è allora che prendo le decisioni più importanti. Con il mio ultimo romanzo, per esempio, ho fatto fatica a rendermi conto che avrei dovuto eliminare i primi due capitoli (che erano serviti a me, ma dei quali il lettore poteva fare a meno), e iniziare in quel nuovo punto ha trasformato completamente il libro. Quanto ai tempi, io direi che se ci metto sei mesi a scrivere una prima versione, di solito a rivederla ci metto tre o quattro volte tanto, soprattutto perché tra una rilettura e l’altra abbandono il manoscritto per un po’, lo lascio crescere da solo. Nel frattempo scrivo il mio diario o prendo appunti, ma non riesco a iniziare un nuovo libro senza aver terminato il precedente.Rodrigo-Hasbun-Foto-minuto30com_LRZIMA20150612_0105_11

Carta o computer?

Computer e poi carta, quando rivedo. Mi piace oscillare tra le due cose, mettere alla prova il testo a partire dalla diverse distanze che offrono, anche se credo, alla fin fine, di fidarmi più della carta. Su carta i problemi si individuano meglio, forse perché il testo si sente più estraneo, una cosa fatta da qualcun altro. Inoltre la carta mi aiuta a far sì che lo scrittore lasci spazio al lettore, un lettore che giudica senza compassione quello che gli è stato dato da leggere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Prima di sedermi a scrivere di solito faccio due cose: preparare il caffè (o ordinarlo se non sono a casa), e mettere il disco con le sessioni di Chet Baker e Bill Evans. Il mix di caffè e musica mi aiuta a perdermi più facilmente, a smettere di essere dove sono. Ovviamente, ho dimenticato di dire che nei periodi in cui scrivo, mi proibisco di utilizzare Internet durante il giorno. Non riesco a immaginare un nemico peggiore di quella distrazione costante sullo schermo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è uscito quando avevo venticinque anni. Già da qualche anno avevo iniziato a pubblicare racconti su riviste e giornali, e un amico di un editore ne aveva letti alcuni e gli erano piaciuti. Non ricordo chi dei due mi ha contattato, ma a partire da quel momento il mio primo libro (una piccola raccolta di racconti) ha iniziato a prendere forma senza difficoltà. Quindi ho avuto fortuna, anche se non è una storia del tutto inusuale, succede a molti scrittori boliviani. È più facile pubblicare in Bolivia che in altri paesi. Non ci sono un’industria e un mercato vere e proprie e le case editrici, che sono quasi tutte indipendenti, sono disposte a rischiare. Nel bene e nel male, tutto funziona a livello di rapporti interpersonali. Con quel primo libro io stesso andavo in giro per le librerie e i caffè che frequentavo a lasciare copie del libro, e i gestori mi davano una mano a venderle.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Credo di aver imparato adesso che un libro è fatto anche di tempo, che a volte è necessario lanciare il dardo centinaia di volte prima di fare centro anche solo una volta, che bisogna non perdere la pazienza, saper aspettare. E anche che la costanza è indispensabile. Senza non si ottiene nulla.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Adoravo leggere le interviste della Paris Review, stare attento a quello che dicevano gli scrittori, cercare di imitarli e imparare. Ma quello che mi è realmente servito a imparare qualcosa su questo mestiere è stato ritornare ai libri che mi hanno commosso o entusiasmato quando li ho letti per la prima volta (diciamo quelli di Coetzee e Rulfo, o quelli di Agota Kristof e Onetti): per me questo mestiere si definisce soprattutto a partire dalle decisioni che bisogna prendere in continuazione scrivendo – dove taglio e perché, in che momento cambio punto di vista e perché, quando lascio che i personaggi tacciano e perché. In questo senso, gli scrittori che ammiro sono quelli delle cui decisioni mi fido, e quelle decisioni sono sempre più facili da notare quando si rilegge, quando si presta meno attenzione al destino dei personaggi e ci si concentra in quelle altre cose di cui in verità sono fatti i libri.

“Esisti” online?

No, in quell’altra realtà non esisto.

(traduzione di Giulia Zavagna)

[19 – continua; le precedenti interviste: Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/feed/ 0
Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/#comments Thu, 23 Jun 2016 13:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31375 Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

L'articolo Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li proviene da Minima et Moralia.

]]>
OAKLAND, CA - SEPTEMBER 21: Fiction writer Yiyun Li is photographed at her home in Oakland, CA for the MacArthur Foundation Awards. (Photo by Don Feria/Getty Images for The MacArthur Foundation Awards)

Yiyun Li è nata a Beijing nel 1972. Il suo ultimo libro edito in Italia è Più gentile della solitudine (Einaudi 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

La mia regola base, quando ho iniziato a scrivere seriamente, è sempre stata quella di scrivere sei ore al giorno, tutti i giorni. Avevo anche degli standard minimi a livello quantitativo, ogni giorno mi aspettavo di fare diverse pagine. Da quando ho figli e insegno è diventato tutto più complesso, riesco a fare sei ore solo nei giorni davvero eccellenti, ma spesso è già buono se ne faccio due o tre. In questo momento mi accontanto di dieci pagine la settimana. Non è molto, ma se le fai veramente, ogni settimana, sono comunque un passo accettabile.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho uno studio ma la verità è che non lo uso mai perché tanto i bambini vengono a chiamarmi e riesco a farli star buoni più facilmente se sto direttamente lì con loro. Quindi scrivo in cucina.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio preproduzione ma tutta mentale. Per diversi mesi, anche sei o sette, lavoro mentalmente alla struttura del romanzo, mi immagino le parti, le funzioni dei vari personaggi, l’arco temporale, le scene chiave. Solo quando sento di avere un’idea chiara di tutto, allora mi metto a scrivere. 
Per quanto riguarda la ricerca, è qualcosa che riesco a fare solo a lavori in corso. Quando comincio a scrivere, allora comincio anche a raccogliere materiali.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Sono una cesellatrice. È difficile non volere una pagina perfetta, anche se non ci si riesce mai veramente. Di solito quando comincio a scrivere riparto dalle pagine precedenti e cerco di migliorarle, quindi quando arrivo alla bozza finale di solito non è malaccio perché sono ripassata molte volte su ogni pagina.


Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, scrivo sempre due libri in contemporanea. Un romanzo e una raccolta di racconti. Con tempistiche sfalsate però. Il romanzo è come una maratona, devi essere allenato e avere il fiato. I racconti sono come una serie di scatti, o sollevamenti, o esercizi di ginnastica. Quindi si possono fare in contemporanea, basta stare attente a non sovrapporre le fasi chiave, ideazione e revisione. Quando sono oltre metà di un romanzo avvio la raccolta di racconti, e mentre la finisco comincio a raccogliere le idee per il prossimo romanzo. Questi cambi di passo mi aiutano anzi a ripulire la mente senza dover staccare o andare in vacanza.

Carta o computer?

Una volta usavo solo il computer, ora scrivo sempre più con carta e penna, per riflettere maggiormente sulle singole frasi. Il computer è ottimo quando sei nel pieno dei lavori, per fare botte di molte pagine, ma se c’è da stare attente, quando sei sui passaggi importanti, in cui ogni parola pesa, è meglio la carta, tanto più che poi, trascrivendo su computer, fai anche un altro giro di revisione. Invecchiando, ho finito per usare sempre più i quaderni, probabilmente perché mi interessa meno finire prima, e molto di più cercare di far meglio possibile.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Evitare Internet. Non me la sento di staccarlo proprio, sarebbe troppo e la sua assenza mi distrarrebbe ancora di più, inoltre dovrei riaccenderlo ogni volta che mi viene in mente di controllare qualcosa, perdendo altro tempo. Così tutto il mio lavoro di scrittura è in realtà una lotta continua contro la tentazione di andare online.

Come hai esordito?yun_due

È una storia bizzarra, perché è molto molto fortunata, e so quanto sia rara la fortuna sfacciata in questo mestiere. La mia carriera è cominciata infatti facilmente, quasi troppo facilmente. Ho scritto un racconto. L’ho mandato alla Paris Review. Grazie a quel racconto mi ha contattata un’agente. L’agente mi ha trovato da scrivere un racconto per il New Yorker. Grazie a quel racconto ho avuto un contratto a busta chiusa con Random House per due romanzi. Così, tutto di fila. 
E ti dirò, non mi sono neanche spaventata di fronte all’idea di scriverli, così senza preparazione, perché al momento del contratto mi era appena nato un bambino e quando sei una madre con un bimbo in braccio pensi solo al fatto che gli devi dare da mangiare, vedi qualunque cosa come una possibilità per nutrire la prole, non c’è spazio per l’ego, l’ansia o le paranoie.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato davo molto attenzione alla vicenda, ai personaggi, agli snodi. E alla quantità. Macinavo pagine su pagine tenendo sempre a mente l’asse narrativo. Ora sono più lenta, ma soprattutto mi interessa più il pensiero, farlo riverberare, rendere nuovi i pensieri a cui mi ispiro, trovare le parole giuste per articolare quelli dei personggi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cambiano sempre. Se scrivi seriamente, è normale innamorarsi continuamente di qualcosa di nuovo. In questo momento rileggo Guerra e pace, lo avevo letto da ragazzina ma ora mi fa un effetto completamente diverso – mi interessa, e mi influenza, il modo in cui Tolstoj guarda al mondo. 
Da giovane sicuramente sono stati decisivi nella mia formazione Ernest Hemingway e William Trevor, che come me sono indifferentemente raccontisti e romanzieri.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma è una cosa abbastanza inutile, una specie di biglietto da visita online. Ho fatto un esperimento di due anni con Facebook e Twitter, sono divertenti ma rubano così tanto tempo, e io sono avida di tempo, se hai da leggere e scrivere il tempo non basta mai… Ho letto da qualche parte che la maggior parte della gente passa su Facebook un’ora al giorno. Se fai il conto sulle ore libere da sonno e cibo, viene quasi un mese l’anno – un mese di lavoro – bruciato là sopra. Devono essere pazzi.

[18 – continua; le precedenti intervisteCărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 18: Yiyun Li proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-18-yiyun-li/feed/ 2
Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/#comments Thu, 21 Jan 2016 14:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29677 Mircea Cărtărescu è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell'acquaio (Nottetempo 2015).

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire 'professionale': si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.

L'articolo Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu proviene da Minima et Moralia.

]]>
carta__uno
Mircea Cărtărescu
è nato a Bucarest nel 1956. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono
Abbacinante – Il corpo (Voland 2015) e Il poema dell’acquaio (nottetempo 2015).

* * *


Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Scrivo due ore al giorno, sempre la mattina, sembra poco ma in realtà quando mi metto a scrivere le utilizzo in modo integrale, senza pause o distrazioni, è un lavoro molto intenso, devono uscire, ed escono, due-tre pagine a mano, scritte fitte. La disciplina è essenziale, ma ancora più essenziale è essere predisposti a ricevere un messaggio. Mi spiego: credo che in letteratura esistano vari livelli. Il primo livello, ovviamente dopo il dilettantismo, che è il livello zero, è quello che potremmo definire ‘professionale’: si ha il dominio di un set di tecniche e si riesce a lavorare con regolarità; a questo livello fare un libro è come fare una scarpa, ci sono un sacco di romanzieri, non solo di genere, che stanno a questo livello e non hanno altre ambizioni, sanno scrivere romanzi, scrivono romanzi: si tratta di gente che svolge un mestiere.
Il livello ulteriore, che è quello artistico, non ha ha niente a che fare con l’artigianato, anche se ovviamente prevede il dominio delle tecniche di primo livello: un artigiano fa sempre la stessa scarpa e sempre la farà; un artista può, anzi deve, prendere direzioni inaspettate, o anche smettere di scrivere per un po’ onde trovare tali nuove direzioni.
C’è poi un terzo livello, a cui non è detto si possa arrivare ma a cui è necessario aspirare: pochi lo hanno veramente raggiunto, ed è un livello che trascende completamente la tecnica – se contasse solo la tecnica, del resto, un Nabokov sarebbe lo scrittore più importante di tutti i tempi e Dostoevskij un autore secondario; a tale terzo livello è necessaria una fede totale, come se fosse una sorta di divinità, nel potenziale che ha l’arte di portarci a un livello finora sconosciuto della realtà. Alcuni di quelli che sono riusciti ad arrivare a questo livello possono non essere grandi artigiani come i primi o grandi artisti come i secondi – Kafka, per esempio, neanche si pensava come uno scrittore – ma chi ha una vera fede nella letteratura ha sempre almeno una possibilità di inseguire la visione profonda, e dunque ha il dovere farlo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Posso scrivere ovunque ma devo avere il caffè e la porta chiusa dietro di me. devo essere solo, col caffè, penna e quaderno. A quel punto posso essere a Honolulu come a Bucarest, non cambia molto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio documentazione, ma navigando a vista. Leggo molti testi di altre discipline, specialmente scientifiche. Quando comincio a scrivere un libro e ho inquadrato i suoi possibili temi, mi circondo di altri libri che hanno a che fare con quei temi.
Non faccio invece documentazione sulle location: vado a memoria o invento direttamente. Non voglio andare nei posti che racconto, del resto anche Pynchon mica è stato nei luoghi che descrive, credo che in un certo tipo di letteratura si possa ricostruire la realtà anche meglio lavorando così, senza farsi vincolare da un’osservazione troppo vicina al momento della scrittura.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Giunto a questa età e a questo livello di esperienza, non riscrivo e non edito. Scrivo lentamente ma quello che scrivo deve essere definitivo. Non dico che sia la cosa migliore da fare, e conosco i limiti di questo metodo: può capitare infatti di fare dieci, venti, a volte anche cinquanta pagine, capire di aver preso una linea sbagliata e dover buttare via tutto. È il prezzo da pagare per questo approccio. Il lato positivo è invece che quando trovo il flusso giusto, allora posso seguirlo in scioltezza, dando fiducia alla mia mente, e ritrovarmi con il libro finito prima del previsto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai successo e non credo possa succedere, proprio perché il mio metodo ormai si basa sul seguire questa linea mentale. Se si lavora senza appunti, senza schemi, senza riscritture, è essenziale che la mente sia sempre aderentissima a quello a cui si sta lavorando, altrimenti ci si perde.
Pensandoci, devo dire anche che non mi interesserebbe farlo perccarta_duehé non penso minimamente alla pubblicazione, o anche solo alla mia bibliografia: la pubblicazione è una fase necessaria del libro ma a cui si deve pensare solo dopo, io scrivo per creare ambiti in cui esistere, quindi mentre scrivo vivo dentro al quaderno anche più che nella realtà, i miei libri sono come matrimoni, si crea un mondo e ci si vive dentro mentre lo si porta avanti. Anche se a libro finito divorzio e mi risposo, non tradisco certo la moglie durante il matrimonio.

Carta o computer?

Carta. Credo influenzi il mio stile, essendo un medium più lento hai più tempo per ‘ricevere’.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Una volta ho scritto un racconto, L’oggetto che mi ispira, dove però non dico mai quale sia. In realtà, a parte quanto già detto – il caffè, lo scrivere a mano, il non editare – non ho particolari riti o feticci.

Come hai esordito?

Sono stato abbastanza fortunato, prima della nostra generazione pubblicare sotto il regime era difficilissimo, ma negli anni ’80 la Romania volle darsi un’immagine di nazione aperta alle arti. Ovviamente era tutto fasullo, pura propaganda, ma si aprì un piccolo spiraglio che permise a molti autori della mia generazione, i cosiddetti ‘Ottantisti’, di arrivare a pubblicare qualcosa. Tra costoro c’ero anch’io.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Se dovessi riscrivere Nostalgia, il mio primo libro, ovviamente lo riscriverei meglio, sono molto critico sui miei primi libri, sono pieni di mancanze, odio quella insopportabile negligenza nello stile. Spero e penso che i miei ultimi libri siano migliori. Qualcosa in questi anni ho imparato, sia nel concepimento che nello stile che nella forma. E meno male. Si potrebbe dire che nella vita di ogni autore ci sono i books of innocence e i books of experience, ma anche per questo non si può non notare che a volte l’ingenuità, pur nei suoi errori, può avere alcuni tratti affascinanti, che sono impossibili da ricreare deliberatamente.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’Ulisse è il primo titolo che mi viene, da lì ho imparato tutto a livello di costruzione strutturale. Anche V. di Pynchon (la cui struttura comunque possiamo dire che viene a sua volta da Joyce). Tutto il lavoro di Thomas Pynchon in effetti è fondamentale. E ovviamente è fondamentale Kafka, mi pare quasi inutile rimarcarlo. Sono libri che aprono la mente alle possibilità di nuove direzioni, e sono i libri che hanno dato forma alla mia scrittura.

“Esisti” online?

Ho sempre pensato che Facebook, Twitter e gli altri social media fossero qualcosa di frivolo e privo di valore. Poi però la primavera di due anni fa ho avuto una profonda depressione, ero arrivato al punto di pensare che sarei morto, ma non volevo prendere farmaci, così mi son detto, proviamo questo Facebook. Mi ha curato. Gli sono grato. In dieci giorni stavo bene. La verità è che avevo un bisogno disperato di connessione umana, ero completamente solo, non parlavo con nessuno, così ritrovarmi in un flusso, anche se in parte irreale, di informazioni, di conoscenti, di dialoghi, per quanto effimeri, mi ha aiutato moltissimo. Sono molto attivo sui social, posto materiali sui miei libri ma anche riflessioni sociali e politiche, mi dà l’impressione immediata che la la mia voce sia ascoltata, e anche questo è importante, anche quando ci si esprime attraverso libri di molte pagine. Ogni giorno sto due o tre ore su Facebook e mi fa molto bene.

[17 – continua; le precedenti interviste: Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 17: Mircea Cărtărescu proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-17-mircea-cartarescu/feed/ 3
Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-13-guadalupe-nettel/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-13-guadalupe-nettel/#comments Wed, 01 Jul 2015 14:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27621 Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

L'articolo Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel proviene da Minima et Moralia.

]]>
guada.right
Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

* * *


Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio molti schemi, soprattutto per i romanzi, meno per i racconti. Devo avere una struttura, un piano, che mi diriga. Però è importante notare che tali schemi cambiano e vengono rinnovati via via che il processo di scrittura va avanti. Quando finisco un romanzo, non segue più minimamente la struttura iniziale.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Come scrittrice ho a ogni effetto due personalità, che si innestano tra loro in determinati momenti e alimentano il mio lavoro: la prima bozza è selvaggia, deve avere avere una forma naturale ed essere scritta di getto seguendo le prime idee strutturali che ho avuto, e soprattutto deve essere scritta nella totale assenza di un ‘giudice dello stile’ interno che intervenga, che dica cose come ‘riscrivi questa frase, è orribile’. Nella fase iniziale mi interessano solo la storia, le scene, il contenuto – non lo stile. Anche se mentre vado avanti rileggo, e magari cambio pure lo schema del romanzo, a livello stilistico non intervengo neanche in rilettura. Neanche alla rilettura della bozza completa. A quel punto cambio solo i fatti, o gli elementi tematici o strutturali. Così, dopo tale lavoro, arrivo alla seconda bozza. A quel punto, sì, quando giungo a rileggere la seconda attivo il Torquemada interiore. Comincio con tantissimi tagli, cercando anzitutto semplicità e trasparenza, poi passo a correggere e migliorare lo stile. Questa è anche la fase in cui comincio a lavorare pensando al lettore – prima di questo momento non penso assolutamente ad alcun lettore, vado solo a dritto seguendo l’istinto – e cerco di mettermi nella condizione di chi lavora a una lettera segreta, che debba cogliere l’opportunità di scriverla con la maggiore sincerità possibile. Agisco quindi con questa dualità, prima il libero sfogo alla creatività – Cortázar diceva di togliersi la cravatta prima di scrivere, ecco io mi metto pure in pigiama – e poi la rigida disciplina, ma non le applico mai, o non so applicarle, contemporaneamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Mi è capitato, ma non in parallelo. A volte quando scrivevo un libro lungo ho interrotto i lavori per seguire un’idea, ne ho abbozzato un altro che avrei poi ripreso dopo, e poi mi sono rimessa sul primo. guadalupe_nettel500(1)

Carta o computer?

Parto sempre con la carta, ma solo all’inizio, le prime poche decine di pagine, per trovare un primo barlume di registro interiore. Quando mi sembra che possano essere effettivamente l’inizio di qualcosa di buono, allora le copio al computer e da lì continuo a scrivere con quello.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Le storie non mi vengono davanti al computer, ma neanche davanti alla carta se mi metto a tavolino da zero. Le storie mi vengono per strada, camminando, ascoltando la gente… Allora mi porto sempre un taccuino e a volte mi metto a scrivere se arriva l’idea, ho questa ansia di farmi trovare pronta quando arriva un buon gancio, e so che se non lo appunto subito lo perdo, l’idea si dissolve… Quindi taccuino, sempre.

Come hai esordito?

Il mio primo libro lo mandai a tutte le case editrici messicane e non lo volle nessuna di esse. Poi riuscii ad affidarlo a un agente letterario. Lui lo rimandò a tutte, e solo una casa editrice rispose, solo una, ma era quella che consideravo migliore – anzi, quella che sognavo quando fantasticavo di fare la scrittrice – e finalmente lo prese. Quindi diciamo che ho esordito con qualche difficoltà iniziale ma in modo più fortunato rispetto ad altri.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto. Quello che è cambiato è l’orario più ristretto per scrivere. Quando entro nel vivo del romanzo sono più efficiente e prolifica di un tempo, ma l’avvio più o meno è lo stesso.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Cortázar è colui che considero il mio grande maestro come narratore di racconti. Poi un libro che mi ha influenzata molto è stato L’uccello che girava le viti del mondo, che ormai ha vent’anni… È il mio preferito di Murakami e rimasi folgorata dal modo in cui tratta il fantastico nella vita quotidiana. Amo molto anche Suicidi Esemplari di Villa-Matas, e tra le cose che ho letto più recentemente mi ha impressionata Vite che non sono la mia di Carrére.

“Esisti” online?

Sì, ho i social… Non è che faccia troppa promozione con Twitter e Facebook, ma è sempre bello poter ricevere messaggi diretti di lettori. Poi, come tutti, li uso anche per osservare la gente, gli scrittori sono come animali da preda, rubano l’esistenza degli altri… A volte mi scopro a pensare già come usare la storia di qualcuno mentre me la sta raccontando o la sto leggendo… È quasi immorale, a pensarci.

[13 – continua; le precedenti interviste: Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-13-guadalupe-nettel/feed/ 1
Discorsi sul metodo – 11: Vladimir Sorokin https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-11-vladimir-sorokin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-11-vladimir-sorokin/#comments Wed, 10 Jun 2015 17:06:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27248 Torna il Premio Von Rezzori e tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. Si riparte con Vladimir Sorokin. Nato a Bykovo nel 1955 e considerato tra i maggiori scrittori russi contemporanei, il suo ultimo libro edito in Italia è La giornata di un opričnik (Atmosphere libri 2014) * * * Quante ore lavori al giorno […]

L'articolo Discorsi sul metodo – 11: Vladimir Sorokin proviene da Minima et Moralia.

]]>
Sorokin

Torna il Premio Von Rezzori e tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. Si riparte con Vladimir Sorokin. Nato a Bykovo nel 1955 e considerato tra i maggiori scrittori russi contemporanei, il suo ultimo libro edito in Italia è La giornata di un opričnik (Atmosphere libri 2014)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Se sto scrivendo un romanzo comincio al mattino presto e lavoro senza sosta fino all’ora di pranzo. Dopo cerco di staccare. Ma attenzione: lavoro ogni giorno. Ogni singolo giorno. Mi aspetto da me stesso una o due pagine, duemila, tremila battute, ma buone. Non di più.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Come ho detto, lavoro al mattino. Non ho un luogo fisso, lavoro bene anche in viaggio, è sufficiente che abbia un posto tranquillo e nessuno a tiro che possa disturbarmi.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Idea e struttura sono tutto. Realizzo uno scheletro del mostro, molto preciso, e solo dopo lo riempio con la carne. Ogni giorno aggiungo più carne, poi sangue, lacrime, sperma, finché non prende vita. Quando è vivo, ho finito. Ma tutto questo può avvenire solo se si progetta prima nel dettaglio lo scheletro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Scrivo pulito perché scrivo senza fretta. Direi che il 95% del testo esce già pulito, già come deve essere. Non mi capita mai di cancellare o buttare via delle parti o anche solo delle frasi, ma in realtà è una questione di esperienza. Oggi, quando mi metto a scrivere, so quello che voglio: ho l’idea e la voce e lo scheletro, e solo a quel punto scrivo. Dunque, quando scrivo, scrivo pulito. Perché se c’è l’invenzione, tutto quello che segue è pura e semplice realizzazione.

Scrivi più libri in contemporanea?

No. Non sono Dostoesvskij. Grazie a Dio. Non mi sono mai messo addosso una furia esistenziale di concludere la mia ‘opera complessiva’. Al contrario, per me è importante fare pause tra i romanzi. Ora sono in mezzo a una pausa di due anni.0-vladimir-sorokin

Carta o computer?

Normalmente uso il laptop, ma se scrivo poesie uso la carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Credo in Dio ma non nei riti. Niente, quindi. Anche se in realtà qualcosa c’è. Reputo molto importante distribuire le forze. Non bisogna mai disperdere le forze. Mai. Uno scacchista deve controllare tutte e sessantaquattro le caselle, sempre. Dunque per bilanciare bene i lavori di un romanzo, per avere sempre sotto controllo ogni aspetto, è essenziale capire il tipo di sforzo richiesto da ognuno di essi e saperlo distribuire all’interno del tempo di lavoro. Non è esattamente un rituale, ma non è neanche solo metodo. È una disciplina interiore. Infatti quando poi scrivo, anche se vengo da una pausa molto lunga, scrivo ogni giorno, assolutamente ogni giorno, senza intervalli.

Come hai esordito?

La Coda,
il mio primo libro, fu pubblicato da una casa editrice di russi emigrati a Parigi. Avevo ventotto anni e il libro era stato scritto nell’83, in epoca sovietica, in un periodo peraltro difficilissimo. Un romanzo del genere era impossibile da pubblicare in patria. Inoltre il manoscritto non doveva cadere nelle mani del KGB. Volle il fato che una slavista che conoscevo fotocopiasse la mia unica copia e la desse a questo editore tramite l’ambasciata francese. Il romanzo capitò in mano alla segretaria di Sinjavskij, e quando lo lessero lui e sua moglia Maria Rosanova, decisero di pubblicarlo. Sia lodato il Signore: mai ho dovuto proporre personalmente un mio testo a una casa editrice, o peggio ancora perorarne la causa. So che si tratta di una evenienza molto fortunata.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il mio modo di lavorare cambia completamente a ogni mio libro. Quando si parla di stile la cosa fondamentale per me è che ogni nuova opera ricominci dalla pagina bianca. Non deve tanto parlarsi con le precedenti, ma corrispondere a ciò che sarà il proprio contenuto. Forma e contenuto. Forse per questo i critici conservatori dichiarano che non ho uno stile: in realtà cambio stile deliberatamente perché ogni idea deve avere la propria intonazione. Faccio pause tra un romanzo e l’altro anche perché prima di mettermi a scrivere devo cogliere questa intonazione, questa melodia stilistica e formale e mettermi completamente al suo servizio. Posso paragonarmi a un serpente che esce dalla vecchia pelle e se la lascia dietro per generarne una nuova a ogni libro. Per questo oggi scrivo in modo diverso non solo da allora, ma dai periodi in cui ho scritto ogni altro mio libro.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Tutte e nessuna. Non c’è un libro sopra gli altri. Nel mio studio tutti i grandi classici della letteratura russa sono alle mie spalle e ogni tanto inclino la sedia e ci appoggio le spalle sopra, per riposare.

“Esisti” online?

Internet è solo uno strumento di lavoro, non di identità. Lo uso sempre, ormai sarebbe ipocrita dire che non è uno strumento cruciale per qualunque scrittore. Ma lo uso esclusivamente per la ricerca.

[11 – continua; le precedenti interviste: Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

L'articolo Discorsi sul metodo – 11: Vladimir Sorokin proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-11-vladimir-sorokin/feed/ 4
Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-3-emmanuel-carrere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-3-emmanuel-carrere/#comments Mon, 16 Jun 2014 19:16:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21554 Torna il Premio Gregor Von Rezzori, che ogni giugno porta a Firenze alcuni dei più bei nomi della letteratura mondiale, e con esso tornano i Discorsi sul metodo di Vanni Santoni. La serie di interviste di quest'anno comincia con Emmanuel Carrère, a cui seguiranno Jonathan Lethem, Georgi Gospinodov e Vendela Vida, e poi ancora Tom McCarthy, Dave Eggers, Maylis de Kerangal e Leopoldo Brizuela.

(Le precedenti interviste, a Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín, Vásquez, Egan, McGrath e Greer, possono essere lette qui e qui).

* * *

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è La settimana bianca (Adelphi 2014, apparso in Francia nel 1995).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho quantità fisse di battute o parole, dato che sia il tempo che la produttività dipendono molto, anzi completamente, dalla fase dei lavori in cui mi trovo.
Quando sono all’inizio di un libro, è tutto molto difficile e poco produttivo, devo letteralmente forzarmi per scrivere o anche solo mettermi alla scrivania, e anche quando ci riesco vado lentissimo e non riesco neanche a fare sessioni lunghe, faccio massimo tre o quattro ore, e producendo pochissimo.

L'articolo Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère proviene da Minima et Moralia.

]]>
4sepia
(Le precedenti interviste, a Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín, Vásquez, Egan, McGrath e Greer, possono essere lette qui e qui).

* * *

Emmanuel Carrère è nato a Parigi nel 1957. Il suo ultimo libro edito in Italia è La settimana bianca (Adelphi 2014, apparso in Francia nel 1995).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho quantità fisse di battute o parole, dato che sia il tempo che la produttività dipendono molto, anzi completamente, dalla fase dei lavori in cui mi trovo.
Quando sono all’inizio di un libro, è tutto molto difficile e poco produttivo, devo letteralmente forzarmi per scrivere o anche solo mettermi alla scrivania, e anche quando ci riesco vado lentissimo e non riesco neanche a fare sessioni lunghe, faccio massimo tre o quattro ore, e producendo pochissimo.
Quando però invece il romanzo inizia a girare, cambia tutto, da lì in poi posso fare, e faccio, anche sessioni lunghissime, cerco di isolarmi, se c’è la possibilità me ne vado pure da Parigi, ho una casetta in Grecia dove vado a scrivere, oppure vado da un mio amico che ha una casa in un villaggio della Svizzera, e lì lavoro a tempo pieno, completamente isolato, tutto il giorno, con sessioni di scrittura ininterrotta anche di otto ore, ma è una cosa che posso fare solo quando il lavoro è in una fase molto avanzata – solo dopo, diciamo, due terzi del da farsi, entro in questo stato di esaltazione e totale fiducia che mi permette di buttarmi a corpo morto nella scrittura.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nelle fasi preparatorie a casa mia, in genere o mattina o pomeriggio, senza troppa rigidità. Nelle fasi di chiusura, in uno dei miei posti isolati, e per tutto il tempo possibile.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere quando ho un’idea che mi sembra buona comincio subito a scrivere. Tendo a non fare diagrammi o schemi prima di cominciare a scrivere dato che in genere scopro la vera forma del libro mentre lo scrivo, a volte capita anche quando mi sembrava di essere parecchio avanti.
La parte più fastidiosa per me è la lavorazione della prima bozza, ci metto sempre molto, e con molta fatica, ad arrivare a qualcosa che mi “mostri” dove può effettivamente andare il libro. Giunto a quel punto, poi, sì, faccio anche schemi, e da lì anzi comincia la parte della scrittura che veramente mi piace: amo molto editare, manipolare, spostare parti di testo, tagliare o aggiungere. Quando ho molto materiale su cui lavorare mi diverto, mentre la parte puramente generativa è sempre più dolorosa, mi sembra di essere un cieco che avanza a tentoni e non mi piace per niente.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

No, per le ragioni suddette cerco di arrivare a una bozza di qualche genere prima possibile, anche se rozza, anche se relativamente priva di una vera direzione, e solo a quel punto lavoro di precisione.
L’unica concessione che faccio a questo modus operandi è il rileggere le ultime pagine fatte il giorno prima, a  volte anche ritoccandole, ma è un processo che serve più che altro per ritrovare fiducia, per ricordarmi che, ehi, sì, ho fatto, sto facendo qualcosa di sensato.
220px-Emmanuel_Carrère_2
Scrivi più libri in contemporanea?

In generale direi di no, ho sempre cercato di lavorare a un libro alla volta, ma le cose pian piano sono cambiate. Di fatto, a ripensarci, tutti gli ultimi libri che ho scritto sono partiti da una bozza o da un mucchietto di pagine che avevo abbandonato e lasciato da parte per fare altro o perché mi ero scoraggiato. Adesso che sono più vecchio e questo tipo di materiali si stanno accumulando, finisce per andare sempre a questo modo, e dunque si può dire che abbia sempre più libri in lavorazione in contemporanea: è diventato quasi un involontario metodo, quello di aprire nuovi fronti, portarli avanti per un po’, poi mollarli per qualche mese o anno e infine riprenderli, e farne finalmente libri compiuti.

Carta o computer?

Assolutamentre solo computer. Al massimo prendo appunti o faccio qualche schema su un quaderno, ma è davvero una cosa marginale. Pensa infatti che neanche stampo mai – in effetti non possiedo proprio una stampante – mi piace, e mi è utile, pensare il materiale come completamente manipolabile fino all’ultimo momento.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Più che un rito è una costante: tutti i giorni, da sempre, mi è difficile cominciare. Succede ogni volta, mi metto al tavolo e non ho nessuna voglia di cominciare a scrivere, così passo qualche minuto lì fermo, lottando con questa difficoltà e cercando di trovare il coraggio e la voglia per mettermi sotto.

Come hai esordito?

Il primo libro che scrissi era un raccolta di racconti e venne rifiutato da tutti gli editori a cui lo mandai. È rimasto inedito, e se allora la cosa mi diede molto fastidio, oggi invece dico meno male, dato che me ne vergognerei tantissimo.
Dopo quei racconti scrissi il primo romanzo, e anche pubblicare quello non fu proprio facile, presi la mia quantità di rifiuti e ci volle un po’, ma dato che poi uscì mi posso considerare abbastanza fortunato in tal senso.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono un po’ più sicuro di me e dunque mi dispero meno quando vedo che prendo un vicolo cieco. A quei tempi, e durante tutti i miei primi anni di carriera, pensavo continuamente che non ce l’avrei fatta, mi sentivo continuamente finito come scrittore ogni volta che sbagliavo qualcosa, ogni volta che iniziavo un progetto che non portava a niente. Adesso sono più tranquillo, perché l’esperienza mi ha insegnato che ci si può sempre riprendere, che si possono sempre trovare nuove direzioni.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi su tutto A sangue freddo di Truman Capote, un libro decisivo, che mi colpì enormemente. Poi anche i romanzi di Stevenson, in particolare direi Il signore di Ballantrae… Ora, a pensarci bene non è propriamente un modello di costruzione, di struttura, ma ciò non toglie che sia una costruzione che amo.

“Esisti” online?

No, non ho spazi online di alcun genere.

[III – continua]

L'articolo Discorsi sul metodo – 3: Emmanuel Carrère proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-3-emmanuel-carrere/feed/ 5
Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/#comments Mon, 01 Jul 2013 08:50:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14823 Continuano i “discorsi sul metodo” di Vanni Santoni con gli ospiti del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.
Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

L'articolo Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer proviene da Minima et Moralia.

]]>
template_metodo_II
Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.

* * *

Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho bisogno di posti privatissimi ma posso scrivere ovunque nel mondo se sono in una stanza silenziosa, non c’è nessuno in giro e ho il caffè. Di solito scrivo di mattina, mi sembra che la notte sia adatta a scrittori più “astratti” di me, che non badano troppo alla struttura o almeno che non la mettono al centro della loro poetica. Per me la struttura è tutto, sono ossessionato dall’architettura interna, e quindi ho bisogno della massima lucidità possibile.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio grafici o schemi, ma faccio molta preproduzione nel senso di ricerca giornalistica, che poi è indispensabile per il tipo di romanzi che scrivo. Faccio interviste e molta osservazione dei luoghi dell’ambientazione, per trovare un “senso del luogo”.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Come dicevo tendo a riscrivere poco, ogni giorno faccio solo le mie due pagine ma cerco di farle nel modo più compiuto possibile. Quindi cesello da subito. Anzi, lo faccio così tanto che a differenza di molti scrittori, che in revisione tagliano, io aggiungo. Per me la revisione è un momento per aggiungere pagine e frasi e dare più respiro alle parti troppo serrate e cesellate.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro per volta, ma ho molti progetti in testa. In genere un progetto per un futuro romanzo ci mette qualche anno, a volte anche cinque o sei, per coagularsi; a quel punto faccio le mie ricerche e mi metto a scriverlo.

Carta o computer?

Scrivo direttamente su computer. Solo a volte, se sono incagliatissimo su un passaggio, su una frase, “risolvo” su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

“Accordo” ogni libro tenendo sul tavolo un altro paio di libri, di solito molto diversi ma col “tono” che voglio ottenere: li tengo lì, li sfoglio, ne leggo parti a caso. Per l’ultimo libro che ho scritto, ho usato come diapason Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e La vita breve di Juan Carlos Onetti.

Come hai esordito?

Ho esordito presto, a ventitré anni, ma il libro ebbe diversi rifiuti prima di trovare un editore. All’inizio è facile scrivere e difficile pubblicare. Poi via via che procedi con la carriera, pubblicare diventa facile, ma scrivere qualcosa che ti sembri effettivamente degno della pubblicazione diventa sempre più difficile.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato seguivo i consigli di Vargas Llosa secondo cui devi sapere tutto quello che succede nel libro prima di scrivere. Andando avanti però ho capito che questo metodo non corrisponde al mio temperamento: in realtà l’ideale per me quando comincio un romanzo è avere idee precise sulla struttura interna, ma non sui personaggi e sui fatti, che preferisco sviluppare via via.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

I romanzi di Joseph Conrad su tutto e tutti. Poi Mario Vargas Llosa, Philip Roth, John Banville, Marcel Proust.

“Esisti” online?

Ho una rubrica settimanale su un giornale online, ma non ho Twitter né Facebook. Non è che non mi piacciono, è che ho paura del tempo che possono consumare.

* * *

Jennifer Egan è nata a Chicago nel 1962. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Guardami (minimum fax 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando alla prima bozza o sto facendo revisione. Quando scrivo difficilmente faccio più di un’ora e mezza di scrittura al giorno. Quando invece edito, allora lavoro per periodi molto più lunghi, in genere sei o sette ore al giorno. Non mi piace spremermi troppo perché poi anche se a volte ottieni una giornata favolosa, poi il giorno successivo ti ritrovi a fare molto meno. C’è anche il fatto che ho due bambini e quindi in pratica lavoro part-time. In genere non lavoro nel fine settimana a parte quei casi in cui so che avrò un’oretta completamente “pura”, e allora la sfrutto.
Per quanto riguarda la quantità, cinque pagine – scrivendo a mano su carta sono più o meno quattromila battute – al giorno è il minimo assoluto. Ovviamente se ne faccio di più sono felice, ma cerco di non andare mai oltre le diecimila, o sento che rovinerei il giorno successivo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa e preferibilmente al mattino, meglio ancora subito dopo essermi alzata da letto, se comincio a pensare alle cose pratiche sono rovinata. Periodicamente penso che sarebbe bello alzarsi alle 5:30 e fare due ore subito, ma in realtà non l’ho mai fatto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto. Faccio schemi e diagrammi da dopo la prima bozza, a quel punto ne faccio tantissimi, ma la prima bozza la butto giù senza programmare niente, non è granché ma la finisco, solo a quel punto si pongono questioni di struttura e geometria interna. Anche dopo la seconda bozza c’è un’altra fase di schemi piuttosto importante, da lì in poi raggiungo un certo equilibrio e lavoro per lo più sullo stile.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Direi in media quattro “bozzoni” davvero molto diversi tra loro, anche se poi capita di fare riscritture aggiuntive e separate per i capitoli che funzionano meno. Se contiamo anche le stesure con piccoli cambiamenti, o quelle che rifaccio dopo un giro di riletture abbiamo una trentina di versioni; se contiamo come versioni diverse anche quelle in cui cambia solo un capitolo perché ha avuto riscritture aggiuntive, una settantina.
La prima bozza è tutta istintiva, butto giù tutto senza neanche sapere cosa sarà, il giorno dopo rileggo e mi “accorgo” di cosa stavo scrivendo, a volte cambiano pure i nomi dei personaggi perché ai primi giri di scrittura non li ricordo mai.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente no, anche se ora lo sto facendo perché sono due anni che faccio solo presentazioni e sono indietro con la scrittura. Mi sento una venditrice e voglio tornare a essere una scrittrice. Va detto però che magari riesco a farlo solo perché uno è un romanzo e l’altro è un libro di nonfiction.

Carta o computer?

Scrivo su carta e faccio su carta anche le riscritture. Se vedo il testo scritto con caratteri di stampa, come avviene sullo schermo di un computer, mi sembra finito, mentre le bozza deve essere solo su carta – le sorprese, le svolte, mi vengono solo così.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Mi piace la luce naturale, posso farne a meno ma è molto meglio se c’è, poi  ovviamente il silenzio. Prima bevevo molto caffè, ora meno (a parte quando sono in Italia) perché mi rende incazzosa e mi ritrovavo a fare sfuriate ingiuste ai miei figli, così ho smesso. I gatti pure mi aiutano a concentrarmi, dato che sono presenti e senzienti ma hanno il pregio di non parlare.

Come hai esordito?

Il primo romanzo che ho scritto era orrendo, dunque è normale, credo, che sia stato difficilissimo anche solo farlo leggere a qualcuno. Poi lo riscrissi completamente, tenendo solo le idee portanti, e dopo qualche anno riuscii a pubblicarlo; in ogni caso è stato un debutto modesto, ci sono scrittori che partono forte ma non è stato il mio caso.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Come dicevo, il primo libro che ho provato a scrivere era pessimo, e lo era soprattutto perché lo scrissi senza editarlo minimamente e lo inviai subito in giro: ero ingenua e non mi rendevo conto che per fare un libro ci possono volere anche anni di lavoro, non importa quanto velocemente hai buttato giù la prima bozza. Il cambiamento sta tutto lì: ho realizzato quanto sono importanti le riscritture.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Innanzitutto Sfida senza paura di Ken Kesey, perché fa cose incredibili a livello di struttura; poi Underworld di Don DeLillo, quando l’ho letto scrivevo già, ma mi ha ricordato che razza di cose grandiose può fare un romanzo, o ancora Il taccuino d’oro di Doris Lessing, insomma tutti quei libri che hanno una storia buona e solida organizzata però in modo bizzarro. In questo senso anche il film Pulp fiction fu importantissimo per me, perché mi mostrò che  le linee temporali si possono usare anche per causare differenti effetti emotivi.

“Esisti” online?

Per niente, ho provato a twittare ma non mi ci trovavo: non mi piace leggere le recensioni o gli articoli su di me, figuriamoci autorappresentarmi. Ho un bel sito perché “legava” con Il tempo è un bastardo, ma a parte questo non mi trovo bene su Internet, la rappresentazione “real time” non mi piace, magari un domani se voglio parlare di me stessa o rappresentarmi in qualche modo mi metto a scrivere  un memoir, ma deve essere mediato, l’autorappresentazione in tempo reale non è divertente.

* * *

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il suo ultimo libro edito in Italia è L’estranea (Bompiani 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho limiti di tempo, ma ho una regola fissa. Devo fare mille parole, quindi scrivendo in inglese cinquemila battute. Solo se arrivo a mille parole mi sento uno che ha fatto il suo dovere. A volte ci vuole un’ora, a volte tutto il giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo al mattino, il più presto possibile, devo essere a mente vuota. A casa ho una scrivania che cerco di tenere solo per la scrittura e non per il resto, non ci metto mai la posta, le bollette o i giornali.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio molta preproduzione, in genere parto da una singola immagine o scena, e la ricerca la faccio mentre vado avanti. Faccio anche schemi e grafici, ma sempre durante i lavori, mai prima.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Decine, a volte centinaia. Tengo in parallelo moltissimi file, butto via centinaia di pagine, a volte riscrivo intere parti.
Tendenzialmente cerco di andare subito verso la chiusura, di getto scrivo subito almeno un centinaio di pagine. Quando sento che è abbastanza mi fermo, leggo quello che ho fatto e vedo se andare avanti oppure cambiare tutto e ripartire, sempre con l’obiettivo di chiudere la bozza. Solo a quel punto passo alla revisione.

Scrivi più libri in contemporanea?

Solitamente scrivo un solo romanzo alla volta.

Carta o computer?

Scrivo a mano su carta, poi la copio al computer e mentre lo faccio opero una prima revisione. Da lì in poi, tutte le riscritture le faccio su file.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non credo nella scaramanzia, sto a sedere e scrivo. Anzi a pensarci bene qualcosa faccio, per ogni romanzo compro un quaderno nuovo e dei lapis nuovi, e ripulisco completamente la scrivania dalle tracce del libro precedente. Poi mi metto sotto.

Come hai esordito?

Il mio primo libro era una raccolta di racconti ed esordire fu molto difficile perché nel mondo anglosassone per farlo devi trovare un agente – se non arrivano da un’agenzia letteraria le case editrici difficilmente leggono i manoscritti – e non è una cosa semplice.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono più lento. L’approccio al testo non è cambiato molto ma sono più lento, perché scrivere è diventato più difficile. Quando cominciai a scrivere avevo tantissime idee per romanzi, pensavo che sarei stato occupato tutta la vita con quelle idee, invece è andata a finire che le ho usate tutte da tempo e ora quindi è più difficile trovarne di nuove e buone, tocca scavare sempre più profondamente.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Daniel Martin di John Fowles. Quando l’ho letto, qualcosa nella natura di quel libro mi ha fatto scattare una molla dentro, per la prima volta ho pensato “questo libro avrei voluto averlo scritto io”, e allora ho deciso inderogabilmente che di mestiere avrei scritto libri.

“Esisti” online?

Non tanto, ma ci provo. Il fatto è che non sono pratico del medium e sono troppo pigro per imparare a usarlo in modo adeguato. Ho comprato il dominio però!

* * *

Andrew Sean Greer è nato a Washington D.C. nel 1970. Il suo ultimo libro edito in Italia è La storia di un matrimonio (Adelphi 2008)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine. Sono circa mille parole, in inglese cinquemila battute. Non faccio di più, ma se le faccio mi sento a posto, una persona per bene. La cosa curiosa è che se quel giorno ho impegni e sono a stretto coi tempi le faccio subito, se invece so di avere tutto il giorno, finisce sempre che per arrivare a tre pagine mi ci vogliono sette o otto ore.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nell’ultimo anno e mezzo ho viaggiato molto ed è andato tutto a puttane; prima la mia regola era fare una pagina prima di pranzo, una subito dopo pranzo e una nel tardo pomeriggio e se proprio ero ispirato una quarta pagina dopo cena. Ma anche ora che questi ritmi sono saltati, la regola delle tre pagine la rispetto rigorosamente.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende dai libri. In alcuni casi faccio tantissimi schemi e creo dei piccoli dossier, per il mio ultimo libro ho passato otto mesi in biblioteca prima di cominciare a scrivere, ora invece ho attaccato subito e vado a diritto per vedere cosa succede. Viene da pensare che c’entri il credere sempre di più nel mio istinto, ma è possibile che per qualche libro futuro torni a fare molta preproduzione.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime, anzi a dire il vero le cose buone escono tutte in revisione. Il lavoro sulla revisione è fondamentale, tengo anche varie bozze diverse in parallelo e lavoro su più di esse, alla fine un mio libro “definitivo” non ha mai visto meno di venti riscritture, anche se quando mi metto a scrivere provo comunque a farlo bene, soprattutto per un discorso di autostima: se alla fine della giornata non ho scritto nulla che mi sembra buono, tutto diventa vuoto e  deprimente. Le gratificazioni sono importanti, non posso mica affidarmi solo a quella che si ha quando esce il libro, capita solo ogni tot anni, troppo di rado. Poi però il testo della prima bozza non è mai veramente buono, e infatti edito tutto e soprattutto taglio; in media ogni mio romanzo ammonta a un terzo del testo scritto originariamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente scrivo un libro per volta, ma in questo momento sto lavorando a due libri insieme, credo sia perché sono due lavori molto diversi, e devo dire che non è male perché quando mi spendo troppo dietro a uno e mi sento un po’ esaurito, mi butto sull’altro e ritrovo qualche energia. È la prima volta che lo faccio, vedremo se diventerà una prassi.

Carta o computer?

Mai su carta, solo su computer. Ho sempre scritto su computer e mi fa un effetto strano scrivere su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Bere? Seriamente: cerco di evitare i rituali perché danno dipendenza, la magia è micidiale, se ti affidi ai riti dopo se non li hai non ti concentri più. Di certo però ho bisogno del mio specifico computer e anche dei libri in giro, per ogni libro che scrivo mi tengo intorno alcuni testi, non necessariamente legati, che stanno lì a ispirarmi e confortarmi. A volte quando scrivo ascolto musica, ma deve essere solo musica, niente parole, l’elettronica va bene, se ci sono le parole poi mi metto a pensare a quello che dicono e mi distraggo. E poi ovviamente Internet è il nemico, e non ci deve essere gente in giro. La cosa peggiore di tutte è quando qualcuno ti dice che forse passa a trovarti: sto li a chiedermi se passerà o no e la giornata di lavoro è rovinata.

Come hai esordito?

Ho scritto un bel po’ di romanzi che hanno incontrato solo rifiuti e non sono mai stati pubblicati. Poi ho scritto un libro di racconti, a quel punto ero disperato e non avevo piu una lira e insomma questo libro dovevo trovare da pubblicarlo oppure mettermi a fare altro, e il destino mi ha sorriso. La cosa triste è che rispetto ad allora è diventato sempre più difficile scrivere, prima avevo mille idee, ora pondero molto di più.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare dai tempi del tuo primo libro?

Sono diventato molto molto più regolare, non sto dietro all’ispirazione, oggi voglio solo fare le mie tre pagine tutti i giorni. Da giovane andavo a Red Bull e facevo nottata, ma oggi trovo che sono più produttivo così.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Penso soprattutto a due libri: Le ore di Michael Cunningham – quando l’ho letto ho capito che puoi scrivere un libro (o volerlo leggere) anche solo per la bellezza della lingua, ed è stato molto rassicurante. E poi Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon, è un romanzo che parla di fumetti, l’ho letto e ho visto un autore a cui piaceva raccontare e non gli fregava niente di chiedersi se l’argomento era “degno” della letteratura o meno, e questo mi ha fatto pensare “Non ci sono regole! Bello!”

“Esisti” online?

Sì, ho sia Twitter che Facebook e ci scrivo continuamente, è bello vedere che la gente ti sta dietro: compensa quei momenti in cui ti sembra di non avere in mano niente.

 

[II – qui la prima parte]

L'articolo Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/feed/ 3
Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/#comments Thu, 27 Jun 2013 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14756 In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. * * * Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani […]

L'articolo Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín proviene da Minima et Moralia.

]]>
template_metodo

In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer.

* * *

Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani 2010).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non mi confronto con quanto scrivo ma con quante ore faccio. Scrivo minimo quattro ore al giorno e massimo sei; la quantità di pagine prodotte varia a seconda dei periodi. Capita che ci siano giorni molto improduttivi in termini di pagine scritte e non è mai bello, ma non voglio forzarmi a scrivere cose che non voglio. Dopo sei ore stacco anche se ho prodotto pochissimo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre e solo la mattina, devo passare dal sonno e dai sogni alla scrittura, immediatamente, mantenere il mio mondo mentale e le mie credenze più profonde e trasferirli in un mondo inventato. La mia scrittura sta tutta lì, se mi faccio troppe ore nel mondo reale e poi scrivo, mi ritrovo corrotto, a volte pure offensivo: devo necessariamente stare nel mio mondo di fantasia.
Scrivo sempre nel mio studio a New York, è un posticino che mi sono preso, a venti minuti dal mio appartamento: ogni mattina vado lì a timbrare il cartellino e mi sento come uno che ha un vero lavoro.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere parto con una singola idea, una scena, e poi la seguo, cerco di capire dove vuole andare e obbligo i personaggi a condurla. In effetti per me i personaggi sono come impiegati, il cui mestiere è portare in fondo la storia. Quindi lavoro molto su di loro e poi lascio che la storia proceda.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime riscritture, magari non nell’ordine delle centinaia, ma sicuramente delle svariate decine. Visto che invento via via che vado avanti, mi trovo sempre a dover riscrivere intere parti, ogni volta che un personaggio o una linea narrativa prendono un’altra forma. All’inizio è tutto un casino, poi via via che questa o quella cosa si coagula, porta con sé modifiche da fare anche su quanto è scritto in precedenza; allora torno indietro e riscrivo. Nonostante decida molte cose in corso d’opera, ogni tot pagine devo sentire che sto ottenendo risultati almeno decenti prima di poter andare avanti, quindi ogni tanto mi fermo, edito in modo profondo un blocco di cento o duecento pagine, rimetto tutto a posto e poi riparto con le cose nuove; se non lo facessi avrei la sensazione di costruire una baracca tutta storta.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro alla volta. Mi piacerebbe fare diversamente, ma non ci riesco.

Carta o computer?

Sempre e solo computer. È essenziale per me scrivere sul computer, finché esistono solo su schermo, le storie e i personaggi sono come sogni che ancora non si sono solidificati. Se vanno su carta per me è come se diventassero più veri, non potrei mai fare bozze su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Quando comincio a scrivere metto della musica per muovere l’aria dello studio, altrimenti è ferma e non mi ispira. Ma appena attacco a lavorare la spengo. Poi ho questo muro, di fronte al mio computer (la finestra sta sul lato): a ogni romanzo che scrivo ci appiccico foto, appunti, oggetti… Cose che mi causano associazioni mentali, anche abbastanza distanti. In questo momento per esempio ci sono un uccello imbalsamato su un ramo, un disegnino fatto da un mio amico e delle piume colorate.

Come hai esordito?

È stato difficilissimo, ci sono voluti anni, mi rifutavano tutto, romanzi, racconti, ci voleva una vita a ricevere una risposta e poi era sempre negativa. Poi finalmente mi accettarono un capitolo di un romanzo come racconto per il New Yorker e da lì è cominiciato tutto.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto, da sempre faccio le mie ore ogni mattino, sono disciplinato di natura e non ho problemi a trovare il tempo. Vengo da una famiglia interamente composta da gente molto disciplinata.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Madame Bovary e poi ancora Madame Bovary. E tutto Denis Johnson.

“Esisti” online?

Non molto, sono su Facebook ma è una pagina gestita da altri, preferisco non guardare me stesso attraverso questi filtri – perché poi è quello che accade sempre, sono sempre rappresentazioni di te –, credo sia meglio per la mia sanità mentale.

* * *

 
Etgar Keret
è nato a Ramat Gan nel 1967. Il suo ultimo libro edito in Italia è All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non scrivo tutti i giorni. A volte posso non scrivere anche per due mesi consecutivi. Quando scrivo, però, faccio circa dieci ore al giorno, senza stare dietro al numero di battute, anche perché se ragionassi in termini di quantità sarei sempre depresso, essendo tutto il mio lavoro composto di testi brevi o brevissimi.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Per tutta la vita ho scritto di notte, dal dopocena alle cinque di mattina, ma da quando è nata mia figlia, sette anni fa, lei ogni mattina si alza e mi sveglia – non sveglia sua madre, sveglia solo me – e se sei andato a letto da un paio d’ore è una cosa terribile, così ho dovuto cambiare metodo e cominciare a scrivere di pomeriggio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivendo quasi esclusivamente racconti brevi devo sapere esattamente come va la storia. La penso prima per intero, magari faccio qualche schema, dopodiché la scrivo di getto.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Faccio moltissime riscritture. Spesso scrivo una storia e poi la butto e la riscrivo per intero finché non trovo il passo e il tono giusto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Lavoro a tantissimi racconti in parallelo, che tendono a finire in libri diversi. È fondamentale per me fare così, perché se mi pianto su una cosa mi butto subito su un’altra e non smetto di scrivere.

Carta o computer?

Computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Posso scrivere ovunque, l’importante è che non ci sia nessuno in giro. Quando scrivo parlo da solo quindi non ci deve essere nessuno o vado in imbarazzo.

Come hai esordito?

È una storia strana, e fortunata: non ho mai proposto in giro i miei testi per farne un libro, furono altri a chiedermelo. Il libro ebbe buone recensioni ma vendette pochissimo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Scrivo molto meno. Sono molto più duro con me stesso quindi sottoproduco; prima scrivevo e via, ora mi chiedo sempre di più se quello che sto scrivendo sia buono, originale, sensato, e questo mi rallenta. Vorrei smettere di pormi questi problemi ma temo sia impossibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Lo scrittore che mi fece credere nella scrittura fu Kafka. La tradizione letteraria israeliana presenta sempre gli scrittori come profeti o insegnanti; Kafka invece mi mostrò che si può scrivere da una posizione di debolezza.

“Esisti” online?

Sono molto molto attivo su Facebook e ho un sito, anche se è un po’ morto. A volte pubblico contenuti originali online, ma sono sempre cose che normalmente non metterei in un libro, non proprio scarti ma comunque cose che possono interessare solo chi ti segue già molto.

* * *

Jeannette Winterson è nata a Manchester nel 1959. Il suo ultimo libro edito in Italia è Perché essere felice quando puoi essere normale? (Mondadori 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non c’è una media. A volte non scrivo niente, altre non mi stacco dal tavolo neanche per dormire. Quando faccio giornalismo sono rigorosa, rispetto i tempi e le consegne e vado avanti regolare col pezzo, ma per i romanzi divento più caotica, alterno giorni di appunti a caso ad altri in cui sto al computer anche dodici ore di fila.
Non ho limiti minimi o massimi di testo da scrivere, scrivo, butto via, a volte faccio tantissime pagine e poi le butto via o le metto da parte, se vieni nel mio studio vedrai pagine in giro ovunque, questo avviene perché non scrivo in sequenza, scrivo pagine sparse e solo dopo metto tutto insieme e trovo un ordine, dunque non avrebbe troppo senso darmi limiti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in uno studio che è di fatto una casupola a qualche decina di metri dalla mia casa, la quale è in mezzo al bosco. Fino a qualche anno fa scrivevo tutta la notte, ora invece tendo a svegliarmi presto, alzarmi e lavorare subito, poi mangiare, dormire un po’, e al pomeriggio e alla sera stare dietro alle mail e a tutto il resto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Nello studio ho una lavagna enorme, ci faccio diagrammi e schemi, a volte scrivo frasi o parole che mi ispirano, ma è più un sistema di evocazione e guida che una vera preproduzione – se domani morissi e un tizio guardasse quella lavagna non ci capirebbe niente, sono come frammenti di un linguaggio dei segni che è completamente privato.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Cambia molto da libro a libro, a volte nessuna, a volte centinaia. Se mi sembra che un testo funzioni lo lascio stare finché non arrivo in fondo, e magari va pure bene da subito. Altre volte è da rifare completamente, o da ricomporre, o da rileggere un paio di volte. Non c’è un metodo vero e proprio con cui stabilisco il livello di intervento necessario, è più una questione di intuizione. Dopo ventisette anni che scrivo dovrei saperlo spiegare ma non è così semplice, è una cosa che si “sente” e basta.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, anche se lavoro in modo sparso e non cronologico faccio sempre e solo un libro per volta.

Carta o computer?

Uso entrambi e in modo caotico; a volte, se ho bisogno di vedere un testo in modo più “fisico”, uso anche una macchina da scrivere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Vivo in Inghilterra e fa freddo. Quando comincio a scrivere accendo la stufa a legna. La accendo anche in estate. Poi mentre scrivo parlo ad alta voce. Dico anche cose che non c’entrano niente con quello che scrivo. E alla fine della giornata leggo ad alta voce quello che ho scritto. Credo che questo spieghi anche perché mi isolo per scrivere.

Come hai esordito?

È stato facilissimo, vendetti subito il romanzo e a partire solo da qualche pagina – a quei tempi poteva succedere.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato, è sempre sparso. Non cambia neanche a seconda di cosa scrivo: se è fiction, che siano romanzi o sceneggiature o racconti, è sempre il solito casino. Scrivo pagine sparse, pagine del finale, pagine dell’inizio, pagine centrali, e poi rimetto tutto in ordine.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

La Bibbia.

“Esisti” online?

Sono su Twitter. Ho anche un sito dove pubblico contenuti, ma solo cose già uscite altrove, con l’eccezione del Natale: ogni Natale scrivo una nuova storia di Natale e la pubblico sul sito.

* * *

Colm Tóibín è nato a Enniscorthy nel 1955. Il suo ultimo libro edito in Italia è La famiglia vuota (Bompiani 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

A volte non lavoro. Insegno, viaggio, organizzo eventi. Poi ogni tanto mi metto sotto e scrivo. Quando lo faccio, faccio solo quello, lavoro tutto il giorno, mai e poi mai meno di dodici ore. Lavoro durissimo, soffro come un cane, finisco il libro e poi per un altro periodo, anche lungo, non scrivo niente. A livello di battute, non saprei. Quando non scrivo, sempre zero, non sono tipo da appunti. Quando scrivo, invece, davvero tantissime, pacchi di pagine ogni giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho una casa sui Pirenei. Quando decido che scriverò, vado lì per un mese con una cassa di whisky e scrivo tutto il giorno, tutti i giorni.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Si può dire che faccia molta preproduzione, ma non posso provarlo dato che è solo mentale, è un lavoro mentale che prende diverse settimane, a volte anche mesi, prima di cominciare un libro.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Dato che quando scrivo vivo sempre la cosa come un’emergenza, tendo a cercare di fare subito il massimo anche a livello qualitativo, come se fosse l’ultima possibilità per farlo. Poi però mi trovo sempre a riscrivere, taglio e aggiungo moltissimo. Lo schema base è questo: scrivo sulla pagina destra di un quaderno. Quando il quaderno è finito, riscrivo tutto completamente sulla sinistra, facendo cambi anche radicali. Poi lo batto al computer e lì cambio di nuovo tutto. Dalla quarta versione passo a un editing più leggero, tutto su file, che comunque si protrae per una dozzina di riletture.

Scrivi più libri in contemporanea?

Spesso scrivo degli “inizi di qualcosa”, a volte anche lunghetti, e li mollo lì, salvo poi riprenderli – a volte anche dopo diversi anni. Quindi, sì, in qualunque momento ho molti libri “aperti”.

Carta o computer?

Carta e penna per le prime due versioni, computer dalla terza in poi.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

L’alcol aiuta moltissimo. A volte anche la musica. Per il resto non ho rituali particolari a parte le condizioni di totale isolamento da qualunque altra faccenda che mi impongo quando decido di mettermi al lavoro su un libro.

Come hai esordito?

Il mio primo romanzo non fu facile da pubblicare, gli ci vollero due anni e due mesi per trovare un editore, ma poteva andar peggio, poteva non trovarne.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni libro è una specie di emergenza, se non ti metti in testa che lo devi finire disperatamente non lo finisci mai, ti ritrovi a trascinarlo. È sempre più così. Sempre più devo dirmi “ok, devi farlo”, come se fosse qualcosa di terribile che mi devo togliere di dosso, e sempre più mi forzo a finirlo prima possibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Fiesta di Hemingway. Ritratto di signora di Henry James. Sta tutto lì.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma non metto mai testi lì, tengo tutto per i libri.

 

[I – continua]

L'articolo Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/feed/ 8