Michael Jordan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michael-jordan/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:05:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michael Jordan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michael-jordan/ 32 32 Il Man Booker Prize a Paul Beatty https://minimaetmoralia.it/letteratura/lo-schiavista-paul-beatty/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lo-schiavista-paul-beatty/#respond Wed, 26 Oct 2016 10:20:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32216 Dopo aver ottenuto il National Book Critics Circle Award, Paul Beatty raddoppia con il Man Booker Prize, grazie al suo romanzo Lo schiavista, pubblicato in Italia da Fazi Editore. È la prima volta che questo riconoscimento va a uno scrittore americano. Di seguito riproponiamo un pezzo di Gabriele Santoro.

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be', io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.

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Dopo aver ottenuto il National Book Critics Circle Award, Paul Beatty raddoppia con il Man Booker Prize, grazie al suo romanzo Lo schiavista, pubblicato in Italia da Fazi Editore. È la prima volta che questo riconoscimento va a uno scrittore americano. Di seguito riproponiamo un pezzo di Gabriele Santoro.

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.

Che cos’è il post racial e la sua genesi è databile? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l’esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l’affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente:

«(…) Il capo degli zombie (Martin Luther King Jr., ndc) sembra sfinito a forza di venir resuscitato ogni volta che qualcuno vuole ribadire la propria idea su ciò che i neri dovrebbero o non dovrebbero fare, possono o non possono avere. Non sa di essere in onda, e confessa sottovoce che se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili. Prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi. Posa sul podio una lattina di Diet Coke. “Le cose vanno molto meglio con la Coca-Cola”».

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell’autore, che dieci anni fa ha curato l’edizione di Hokum: An Anthology of African American Humor, misurandosi col genere anche nei libri precedenti. Questo è il suo quarto romanzo, il secondo pubblicato in Italia, oltre a due raccolte di poesie.

Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell’opera), nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Anche l’incipit di Slumberland (Fazi, 2010) lasciava subito il segno: «Noi neri siamo diventati mediocri e banali come il resto della specie». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Ci dice che ha parcheggiato l’auto in divieto di sosta su Constitution Avenue, ha le mani ammanettate dietro la schiena ed è seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, come il suo paese, non è per nulla comoda a dispetto dell’apparenza. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, ed è cresciuto in una fattoria dentro a un quartiere degradato. Rinnega l’educazione impartita dal padre, sociologo controverso, l’uomo che sussurrava ai negri, dopo aver trascorso l’infanzia da soggetto per una serie di suoi studi psicologici pionieristici sulla razza. Un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca, uccide il padre che non lascia alcuna ricca eredità. Lui vuole portare via a mani nude il corpo dalla scena del delitto, quale gesto estremo di umanità, gli altri pensano alle foto denuncia col martire. Qui costruisce un dialogo immaginario col padre progressista afroamericano che l’ammonisce. Deve fare attenzione: «(…) Solo perché il razzismo è morto, non significa che non sparino più ai negri a vista».

A qualche anno di distanza il sobborgo scompare dalle mappe: «Quelle che un tempo erano graziose enclave operaie hanno conosciuto il dilagare delle tette finte, delle percentuali di laureati e dei tassi di criminalità truccati, dei trapianti di alberi e capelli, della lipo e della cholosuzione». Il boom immobiliare d’inizio secolo gonfiato dalla speculazione e la gentrification hanno cancellato Dickens. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie e abitante più famoso di Dickens, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo. Hominy non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus al bianco. In fondo, che cosa è cambiato dalle frustate alle perquisizioni senza motivo apparente?

Con una vagonata di vernice spray bianca e una macchina traccialinee ridisegnano il confine dell’identità sparita. Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens: «L’apartheid aveva unito i sudafricani: per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?». Dopotutto la scuola era già segregata dalla classe sociale, dal livello di preparazione individuale. Che cos’è Dickens: «Un flashback post nero, post razziale, post soul, se vogliamo, verso un’epoca di idealizzata ignoranza nera».

Beatty, che ha studiato scrittura creativa al Brooklyn College e psicologia alla Boston University, ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione. E più intimamente con l’assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all’insegna la legge è uguale per tutti: «Molti hanno combattuto e sono morti nel tentativo di ottenere quella uguaglianza di fronte alla legge sbandierata così allegramente all’esterno di questo edificio: ma, innocente o colpevole, nessun imputato arriva fino a quel grado di giudizio». In effetti l’esito del processo non è tra le priorità dell’autore.

Lo scrittore, acclamato dalla critica d’oltreoceano come uno degli autori più ambiziosi e originali, indaga il senso di colpa, se poi è davvero tale, che deriva ed è scavato nella coscienza dalla sottomissione. Me fuma marijuana nelle aule del giudizio e danza tra colpevolezza e innocenza. È sotto processo, rischia la galera e per la prima volta in vita sua non si sente colpevole: «L’onnipresente senso di colpa, nero come la torta di mele del fast food e il basket giocato in prigione, è finalmente scomparso, e mi sembra quasi di essere bianco nel non avvertire più il peso della vergogna razziale».

Sostiene paradossalmente di emanciparsi dalla dissonanza cognitiva di essere nero e innocente. Contempla con reverenza il Lincoln Memorial e si domanda cosa direbbe e farebbe Abe l’onesto «scoprendo che l’Unione da lui salvata si è trasformata in una plutocrazia disfunzionale, che il popolo da lui liberato è diventato schiavo del rap e dei prestiti predatori, e che al giorno d’oggi le sue capacità sarebbero più adatte a un campo di basket che alla Casa Bianca?».

È particolarmente interessante lo sviluppo dello scontro tra il narratore e Foy Cheshire, subentrato al padre alla guida del Dum Dum Donut Intellectuals. Quest’ultimo pretende di riscrivere e introdurre nelle scuole la sua edizione politicamente corretta dell’opera The Adventures of Huckleberry Finn. Un dibattito che ha segnato a lungo il sistema scolastico pubblico statunitense. «Perché incolpare Mark Twain del fatto che tu non hai pazienza e coraggio di spiegare ai tuoi bambini che la parola che comincia per N esiste, e che nel corso delle loro piccole vite protette potrebbe succedere un giorno di sentirsi dare del negro, o peggio ancora, di abbassarsi a dare del negro a qualcun altro», lo gela Me. Beatty utilizza Cheshire per uccidere il politicamente corretto. Bonbon descrive così Cheshire ed è geniale: «Solo in America si può andare in bancarotta e abitare in una villa di lusso», parola di Mike Tyson.

Me, a differenza del bambino che è stato, non crede più che i problemi dell’America nera possano risolversi indovinando il motto giusto. Non è lui, lo schiavista, il venduto, il guastafeste di una storia che sta procedendo bene. La penna acuta di Beatty tocca gli integrati con la pelle nera: Michael Jordan al soldo della Nike, Colin Powell che parla di un uranio che non esiste di fronte all’Assemblea Generale dell’Onu prima dell’invasione dell’Iraq, Condoleeza Rice che mente fuori dai denti: «Esempi di come l’odio per sé stessi possa spingere una persona a considerare l’accettazione da parte della maggioranza più importante del rispetto di sé e della morale».

Beatty non si considera uno scrittore satirico, e definisce a ragione l’etichetta come un limite per il romanzo: «Si tratta di una scorciatoia per deviare dal cuore e dai nodi del testo. È facile celarsi dietro l’umorismo». Sono fatto come un cavallo, dice Me, ma non abbastanza da non capire che la razza è un argomento di cui è difficile “parlare” perché è difficile parlarne. Dopo aver spalancato le porte col prologo, lo scrittore alza freneticamente il ritmo e si fatica quasi a stargli dietro, non fosse per la qualità della scrittura che mescola sapientemente i registri linguistici. Nella seconda parte rallenta indugiando sulla riflessione. Col potere della fantasia e dell’umorismo si emancipa dai lacci della classica denuncia sociale, andando ben più in profondità negli aspetti più violenti e assurdi del proprio paese, fra i quali nel libro spicca il vizio della sorveglianza: una nazione che si spia ma non riesce a parlarsi e ad amarsi.

Beatty, padre di tre figli, vive a New York. Leggendo Lo schiavista viene in mente la storia poco nota e straordinaria delle tantissime donne afroamericane e immigrate di origine caraibica che dall’inizio del Novecento hanno caratterizzato dal basso la vita politica democratica newyorchese. E faticosamente conquista, dopo conquista, dal suffragio femminile in avanti, hanno mostrato il coraggio di metterne in discussione gli esiti. Come scrive Beatty: «Ci piace pensare che la storia sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. È la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro».

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Los Angeles, 30 maggio 1991 https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/ https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/#respond Sun, 17 Apr 2016 07:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30601 Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l'autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro.

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Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro. Durante i quarantotto minuti effettivi di partita, io sono puro gioco. Forse perché per me non è mai stato un gioco. La pallacanestro è la sola speranza che mi è stata concessa da un corpo che durante la pubertà ha cominciato a crescere a dismisura e solo grazie a una costante sorveglianza dei livelli ormonali si è assestato sui 215 centimetri.

Non è stato facile convincere coach Rick Adelman e i compagni che nascondermi dietro l’asciugamano significa in realtà partecipare, tenere strette le energie buone. Anche giornalisti e tifosi, nei momenti difficili, mi hanno criticato aspramente per il mio apparente distacco. Chi è in panchina deve incitare, sostenere chi soffre sul parquet, saltare in piedi a ogni canestro. È giusto. Ma se il prezzo degli applausi è diluire il flusso nell’abbaglio del palazzo, non me lo posso permettere. La pallacanestro è uno sport di squadra spietatamente individuale, e io devo sempre essere pronto per entrare: giudicatemi per quello che faccio dopo aver sfilato il coprimaglia ed essermi passato i palmi delle mani sulle suole delle scarpe, quando divento l’ala grande dei Portland Trail Blazers, lo spilungone bianco numero 14, il primo italiano ad aver accettato la sfida della NBA.

Dal buio del mio posto so perfettamente cosa sta succedendo in campo. Una partita di basket è un corpo vivo e sinuoso, si può percepire anche senza l’ausilio della vista. Non hai bisogno della luce per riconoscere le forme nude della tua ragazza a letto. Le scarpe cinguettano negli scivolamenti laterali, i playmaker chiamano gli schemi, i difensori avvertono i compagni dei blocchi o invocano il loro aiuto se vengono battuti, la palla tambureggia e fa vibrare il fondo di legno, fende l’aria in volo, poi frusta la retina o viene respinta dal ferro. Il controcanto e il commento spettano ai polmoni del pubblico e ai fischietti degli arbitri. Ogni dettaglio è evidente.

Oltre la cortina del mio asciugamano tutto è giallo. Il cerchio di centrocampo è giallo, le aree dei tre secondi sono gialle, giallo è l’esterno del parquet, principalmente gialle sono anche le divise dei nostri avversari, le loro tute. Il secondo colore è il viola. Dal soffitto pendono le riproduzioni giganti delle casacche con i numeri ritirati dalla franchigia e gli stendardi di World Champion conquistati finora.

Gialle le casacche, gialli gli stendardi. L’unico oggetto che ignora il rigido canone cromatico sono le ginocchiere blu cobalto di Magic Johnson. I Los Angeles Lakers sono una squadra diventata leggenda in corso d’opera. Negli Stati Uniti non c’è bisogno della distanza storica per creare un mito, lo si brevetta nel tempo di un’intervista. Lo Showtime ora è finito, Kareem Abdul-Jabbar e Pat Riley non ci sono più, ma chi è rimasto e chi è arrivato intende alimentare l’aura finché c’è ossigeno.

Le nostre divise sono principalmente nere, con davanti una striscia rossa e bianca, e si intonano malissimo con il giallo dominante del Great Western Forum di Inglewood, Los Angeles, così battezzato perché all’esterno gli altissimi archi bianchi mimano le fattezze del Foro romano. Il Forum, il Fabulous Forum.

È un pomeriggio di fine maggio e ci stiamo giocando in trasferta la finale di Western Conference. I Lakers sono avanti 3-2 e se ci batteranno ancora raggiungeranno la finale assoluta. Se vinceremo noi, andremo a giocarci tutto in Gara 7, a Portland.

La partita è iniziata con una stoppata di Clyde Drexler, il nostro capitano e leader silenzioso, ai danni di Magic. Sembrava il migliore dei presagi, ma una volta spezzato il fiato i Lakers hanno preso il comando delle operazioni e hanno allungato nel punteggio. Ancora adesso, a metà terzo quarto, il nostro distacco oscilla tra i sei e i dieci punti.

Capisco di dover entrare quando la mano di coach Adelman mi preme la nuca verso il basso. Scatto in piedi, getto l’asciugamano e il coprimaglia sulla seggiola, mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe. Avvicinandomi al tavolo del cambio cerco Marta e Irene con lo sguardo, nelle prime file degli spalti, mimetizzate tra i tifosi losangelini.

Mia moglie e mia figlia stanno bevendo con la cannuccia un qualche frullato ipercalorico, probabilmente alla fragola, mentre sopra le loro teste vengono esposti cartelli di incoraggiamento che giocano con la sigla NBC, l’emittente che trasmette in diretta la partita. Next Beat Chicago. Now Bring on Chicago. Marta sente il richiamo dei miei occhi e mi guarda a sua volta. Irene succhia imperterrita, forse soffia per fare bolle. Nei momenti importanti ho bisogno di sapere che ci sono.

Poi gli arbitri fischiano un’infrazione in campo, la sirena al tavolo suona e penso soltanto che mancano sedici minuti complessivi, siamo sotto di sei punti e ho già quattro falli. Altri due e sarò fuori dalla partita.

Ritrovo la temperatura giusta quando Divac mi pianta per due azioni consecutive il gomito sullo stomaco e non sento dolore. Se i colpi non fanno più male posso giocare sul serio. Porto il serbo lontano da canestro, lo batto in partenza, mi arresto, finto un tiro, lui decolla in aria, e solo allora mi alzo davvero e appoggio al tabellone da tre metri.

Corro all’indietro allargando le braccia e sprono i miei compagni a mettere tutto ora. Lo dico in italiano: “Difesa cazzo! Difesa cazzo!”. È il mio terzo anno qui, e ormai ci capita con una certa frequenza di usare l’italiano come grido di battaglia. Incollandosi ai pantaloncini di Magic, Clyde Drexler rincara la dose: “Difensi casù! Difensi casù!”.

Il pubblico, per un attimo ammutolito, ritrova voce e respiro. Agito le braccia come un direttore d’orchestra. Ne chiedo ancora, di più: provoco, perché so cosa succederà. La reazione è istantanea. Diciassettemilacinquecento persone si alzano all’unisono per darmi addosso. L’odio sportivo è un odio sincero e potente, senza giustificazioni intellettuali. Viene dal cuore, come l’amore. Nessun tifoso di Los Angeles sa di farmi un piacere. La vita mi ha spesso consigliato di essere spietato per sopravvivere, ma ci riesco davvero solo per autodifesa.

Lo sforzo della squadra produce i suoi effetti. Nel corso dell’ultimo quarto agganciamo definitivamente i Lakers, e il finale di partita diventa un punto a punto di difesa dura e palloni che scottano. Al penultimo possesso i lunghi di Los Angeles pasticciano e non trovano un tiro in tempo utile. Rimessa per noi. Mancano dodici secondi, siamo sotto di un punto e coach Adelman chiama time-out. Raggiungo la panchina, mi piego sulle ginocchia, e ciò che vedo prendere corpo sulla sua lavagnetta è una novità assoluta. Coach Adelman sta disegnando uno schema per me. Vuole che sia io a decidere la partita.

Vedo i baffetti di Clyde fremere. Disapprova la scelta, è lui il leader, vuole quel tiro. Coach Adelman conosce la portata dell’azzardo e perde qualche secondo a spiegare: i Lakers ormai sanno come disinnescare le soluzioni delle nostre guardie, è preferibile il mio piazzato fronte a canestro da quattro metri, il tiro che in allenamento segno anche a occhi chiusi, piuttosto che una conclusione ad alto coefficiente magari con qualche mano fuori posto che gli arbitri si guarderebbero bene dal sanzionare.

È Buck il primo veterano ad avallare la soluzione, mi colpisce con un pugno sul petto. Lo stesso fanno Terry e Jerome. Allora si convince anche Clyde: l’ultimo pugno, il più deciso, è il suo. Avere il consenso di Drexler è una scossa. Siamo una squadra, esiste un bene superiore.

La sirena suona. Usciamo dal time-out con 0.12 da giocare e la certezza che la verità è adesso. Se vinciamo stasera i Lakers non riusciranno ad arginare il nostro entusiasmo e Gara 7 al Coliseum sarà un nostro lungo assolo. Butto un’occhiata veloce a Marta e Irene. Hanno ancora i bicchieroni tra le mani e stavolta mi stanno guardando entrambe. Marta, sono pronto. È una vita che aspetto di giocare questa palla. Irene, tesoro, guarda papà. Mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe e corro a prendere posto.

Tutti gli sport sono a loro modo metafore di vita. Il basket ha la sua specificità nello scorrere del tempo. Quando l’arbitro scocca per aria la prima palla a due sai quale sarà la durata della partita. Quarantotto minuti effettivi durano esattamente quarantotto minuti. Così come durante la veglia del 31 dicembre sappiamo quanto è durato l’anno solare appena trascorso: un anno solare.

Però i secondi e gli attimi che compongono una partita o un anno solare sono diversissimi tra loro. Il tempo non scorre lineare, non è un mucchietto di sabbia crescente sotto la fessura della clessidra. Ci sono molti secondi insignificanti, che ci scivolano tra le dita e dimentichiamo presto. E ci sono attimi dilatati, in cui il senso delle cose si blocca e continua a lavorarci dentro negli anni. Questi dodici secondi, segnalati dal maxischermo cubico pendente dal soffitto del Forum di Inglewood, sono uno di questi istanti di purezza. I quarantasette minuti e quarantotto secondi precedenti sono già scomparsi, così come il resto dei playoff e tutta la regular season.

Il pubblico è in piedi, qualcuno fischia noi, altri ritmano il coro “De-fense, de-fense” ai Lakers. Ci disponiamo nella metà campo avversaria riproducendo la posizione dei numeri sulla lavagnetta di coach Adelman. L’arbitro sulla linea dell’out fischia e consegna la palla a Cliff.

È questo il momento. Il momento esatto a cui ritornerei se avessi la possibilità di invertire la freccia del tempo e di riscrivere una pagina. Qui, al Forum di Los Angeles, il 30 maggio 1991, con la mia possibilità intatta e Marta che stringe i pugni e Irene che fa bolle alla fragola. Perché poi lo sappiamo tutti com’è andata. In finale ci sono andati i Lakers, non i Trail Blazers. Contro Michael Jordan ha giocato Magic Johnson, non Vittoriano Cicuttini. E niente, niente è stato più come prima.

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Essere Michael Jordan https://minimaetmoralia.it/libri/michael-jordan-la-vita-roland-lazenby/ https://minimaetmoralia.it/libri/michael-jordan-la-vita-roland-lazenby/#comments Fri, 07 Aug 2015 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28018 Quand'è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell'illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell'All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall'anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

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«Quando dice che “spiccò” il volo intende dire che scappò, vero? Fuggì?»

«No, intendo dire che volò via. Oh, sono tutte sciocchezze, sa, ma secondo la storia non scappò. Volò via. Solomon sapeva volare. Sa, come un uccello. Un giorno in cui era nei campi prese, corse in cima alla collina, fece un paio di giri su se stesso e si librò nell’aria. Tornò là da dove veniva. Lassù c’è un grande masso con due cocuzzoli che domina la vallata: porta il suo nome».

Canto di Salomone, Toni Morrison

Quand’è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell’illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell’All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall’anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

Il campo da basket è stato il rifugio della coscienza e dell’orizzonte di senso più alto di Jordan. S’innalzava dalla linea del tiro libero per disegnare con elegante supremazia atletica parabole mai osate. Non è una storia semplice. È una storia imperfetta, dunque viva. È una storia da ultimo tiro, che affonda le radici nell’ultimo decennio dell’Ottocento sulle sponde di un villaggio fluviale. Dalla schiavitù razzista alla costruzione di un impero sportivo, economico, che ha segnato in profondità la cultura popolare americana novecentesca.

Il giornalista e docente universitario Roland Lazenby, che da vent’anni scruta e interroga l’alfabeto del mito, restituisce la giusta misura di un’icona globale con il suggestivo, pregevole studio Michael Jordan, la vita (66thand2nd, 784 pagine, 23 euro, traduzione di Giulio Di Martino). L’autore non ha la presunzione della definitività. Esaudisce l’ambizione propria di una ricerca dettagliata, empatica, che non ha misteri da svelare. Questo libro, fondato su una bibliografia sostanziosa e moltissime interviste, non è un’intervista impossibile. Lazenby apre soprattutto uno squarcio interessante sulla formazione del campione, sull’adolescenza del più forte giocatore di pallacanestro di sempre. Non è la celebrazione di un supereroe.

In North Carolina il bisnonno Dawson sopravvisse alla selezione naturale di un mondo primordiale, in cui il padrone bianco credeva di poter continuare a praticare impunemente la sopraffazione. Le zattere assemblate da Dawson per il commercio del legname erano resistenti quanto il suo corpo e la sua anima. Imparò a leggere e a scrivere nello stanzone della “Scuola comune per gente di colore”, gettando il seme di una famiglia nuova. Michael, il bisnipote, lo ha ricordato spesso con commozione: «Era forte. Sì, lo era. Eccome». La fibra era la stessa. Phil Jackson, mente e guida dei Bulls sei volte campioni Nba, la sapeva lunga. Per Natale era solito regalare ai propri giocatori un libro. Non a caso il primo testo destinato a Jordan è stato Canto di Salomone di Toni Morrison. Milkman, il giovane protagonista, compie un viaggio alla conquista della propria identità, così ricca di spiritualità e sogni, che coincide con l’origine della storia afroamericana. Dalla piantagione lo schiavo Solomon aveva spezzato le catene, spiccando il volo verso la terra madre, l’Africa. Il “mito degli africani volanti”. Michael, a modo suo, ha risalito il corso del fiume. Anch’egli ha invertito la rotta della storia.

“Possano i padri alzarsi in volo. E i figli conoscere il proprio nome”.

Nel 1954 James Raymond Jordan e Deloris Peoples, ancora adolescenti, s’incontrarono a una partita di pallacanestro, dove si accese la scintilla. Cavalcarono l’onda dei movimenti per i diritti civili e il clima di una radicale trasformazione culturale. Il 17 febbraio 1963 Michael nacque, perdendo sangue dal naso, in una famiglia del ceto medio, che aveva già acquisito la solidità economica. Un nucleo, che assecondò l’ascesa del prodigio, per poi essere frantumato da sentimenti feroci, dalle denunce post datate di presunti abusi sessuali perpetrati dal padre sulla sorella Sis, da conflitti sulla gestione del patrimonio. Deloris, protettiva e determinatissima, ha avuto un ruolo strategico decisivo nel percorso del figlio minore. All’età di nove anni Michael, avviato al baseball, promise di rimediare alla sconfitta olimpica, in piena Guerra Fredda, degli Usa contro la Russia a Monaco ’72. Promise di impossessarsi della “zona” dell’ultimo tiro di Sergej Alexandrovic Belov. Due anni dopo James gli comprò la prima palla e allestì un campetto casalingo, teatro di interminabili uno contro uno con il fratello Larry, anch’egli cestista promettente.

Lazenby individua in questa competizione, e nella predilezione del padre per il primogenito, una delle fonti dell’inesauribile competitività e voglia di dominare di Michael. Nel cuore degli anni Settanta il ragazzino odiava i bianchi come sedimento di una rabbia e di un dolore antichi. Uno “sporco negro” di troppo provocò la reazione pagata con l’espulsione da scuola: «Mi consideravo un razzista. Mi volevo ribellare». Curò il rancore con l’amore per il gioco e la consapevolezza del talento. Il perdono è un’energia da coltivare lungo la propria strada, quanto la forza di amare. Love of the game, proprio così, fece chiamare una clausola al primo contratto professionistico. Lui, solo lui, avrebbe potuto rispettare la passione, giocando a pallacanestro ovunque. Al rischio di patire infortuni sarebbe potuto scendere in campo a sua discrezione.

L’attendibile cronista Lacy Banks sottolinea come neanche Muhammad Ali sprigionasse la medesima mostruosa quantità di energia di Jordan. Erano storie distanti con attenzioni diverse alla giustizia sociale e alla politica. Gelò chi gli propose di sostenere la candidatura del democratico afroamericano Harvey Gantt, in corsa per il seggio in Senato quale rappresentante del North Carolina: «Anche i repubblicani comprano scarpe. Non sono un politico». Trasversale in quanto libero dalle implicazioni politiche, interessato agli affari, alla carriera o indifferente alle cause sociali?

Non andò mai allo scontro frontale con le contraddizioni, le ipocrisie della società statunitense. Le fece esplodere nelle esultanze e riverenze di chi, magari il giorno successivo alla partita, riprendeva ad alimentare i propri razzismi quotidiani. Le fece implodere, appropriandosi del business della multinazionale che sull’intuizione del mercante visionario Sonny Vaccaro lo aveva reso un oggetto. Michael Jordan trascese la razza, come nessun altro atleta nero. Post racial per usare il termine del suo manager, deus ex machina, David Falk. L’estetica era rassicurante, il lessico mass-mediale ben educato, tanto da renderlo un’icona della cultura popolare di massa.

Accorgersi e valorizzare il talento è un esercizio necessario, che sfugge ai più. Le qualità, per quanto abbaglianti, spesso sfumano nell’indifferenza della moltitudine. Jordan ha ascoltato la propria fortuna: gli allenatori, o meglio i maestri, e i contesti di squadra che seppero decostruire l’egoismo del più forte, codificare per quanto possibile la sua indecifrabilità. «Il mio talento più grande era di essere pronto a imparare. Anche se pensavo che il coach si sbagliasse, provavo ad ascoltare e imparare».

Nell’autunno 1979 Pop Herring prese carta e penna per il suo liceale. Una lettera, un gesto inusuale, per attirare l’interesse di University of North Carolina su un ragazzo, che non aveva indossato ufficialmente la canotta della Laney High School, ma del quale aveva intuito l’attitudine. L’adolescente sognava Magic Johnson, mentre nella selezione della prima squadra venne tenuto fuori dai centimetri di Leroy Smith. Allora la disciplina ruotava intorno ai centri di gravità. Herring lo portava all’alba in palestra, prima della scuola. Spese il proprio impegno per la formazione di quella guardia dall’atletismo straripante, versatile, elegante, tremendamente efficace per gli equilibri difensivi. Lì scelse il numero 23, ma soprattutto apprese la matematica dei grandi incontri.

Herring creò le condizioni affinché Jordan partecipasse all’elitario camp estivo Five Star, una vetrina dove implementare la propria reputazione. Pensavano fosse acerbo, che sarebbe rimasto in panchina: «Saltava sopra alla gente e aveva quel tocco. Emergeva la sua natura competitiva», ricorda lo scout d’eccezione Tom Konchalski. Lì Michael capì che tutto era possibile.

Mike Krzyzewski intendeva inserirlo a qualsiasi costo nel suo mirabile progetto a Duke. Tuttavia il destino era North Carolina, che con l’assistente Bill Guthridge si era messa da tempo sulle sue tracce. Trovò una squadra pronta per vincere e un allenatore che non aveva vinto mai. «Se Michael non fosse stato allievo di Dean Smith non sarebbe diventato così bravo nel gioco di squadra», ricorda Tex Winter. C’era un sistema, un’alchimia, dove il talento si traduceva nella pietra angolare dell’altruismo. Mai più di ventiquattro tiri a serata nei tre anni a NC.

Jordan si adattò alla radicalità di Smith, consolidando il proprio bagaglio di fondamentali. Guadagnò lo spazio senza particolari timidezze. «Buttala dentro Michael!», mormorò alla matricola. Correva l’anno 1982 e Smith comprese che quella era la volta buona. Stavolta l’ultima curva non l’avrebbe tradito. Al Louisiana Superdome North Carolina e Georgetown diedero spettacolo. Si assegnava qualcosa di più del titolo Ncaa. Venne scritto l’incipit della rivoluzione. All’epilogo mancavano una manciata di secondi. Michael andò su con la lingua fuori, morbido il rilascio della palla e il fruscio della retina per la vittoria. Non aveva capito quell’ultimo schema, ma tant’è: «Era già tutto deciso. Dal momento in cui ho segnato quel tiro, qualsiasi altra cosa mi è piovuta tra le mani. Se quel tiro non fosse entrato, non credo che sarei arrivato dove mi trovo oggi».

Gli allenatori, i rispettivi assistenti, seppero trovare le parole, i gesti che valgono la fiducia nel compagno, perché la vittoria è anche una questione di solidarietà. «Michael, chi è libero?» Il serafico Jackson lo ripeté tre volte. Quella volta si era spazientito sul serio. In gara cinque, contro i Lakers di Magic Johnson, la posta in palio era grossa: il primo titolo Nba che aprì il varco all’epopea di Chicago. «Paxson!», rispose dopo un silenzio imbarazzato. «Bene. Allora dagli quella cazzo di palla». Dopo il time out piovvero assist per i cinque canestri decisivi di Paxson. Sette anni di sconfitte ai Bulls avevano composto un mosaico di significati, elaborato un linguaggio comune: «Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».

I can accept failure, everyone fails at something. But I can’t accept not trying.

In allenamento Jordan giocò buona parte della sua pallacanestro migliore. Dagli esordi all’immortalità sportiva, l’etica del lavoro in palestra è stata la sua arte della gioia e della creatività. Non era facile sostenere il suo grado di perfezione, stare al fianco delle sue urgenze motivazionali, della sua competitività. Non era facile accettare il trattamento riservato alle matricole e ai nuovi arrivati. «Era dura avere a che fare con un ragazzo che non volesse vincere a tutti i costi. Li torturavo per verificare la resistenza. Se si ribellavano, allora potevo fidarmi che ce l’avrebbero fatta in partita». Memorabile la scazzottata, senza evidenze di ragioni, con il malcapitato Steve Kerr, che saldò l’unione dei Bulls e ribadì la leadership per il secondo ciclo di tre titoli consecutivi. Memorabili le guerre psicologiche jacksoniane, la sfida mentale con Mike, quanto le sfide interne con l’alter ego Scottie Pippen, al quale instillò la fame per il successo.

«Il tempo dell’allenamento. Uno spazio per definire quello che eravamo come gruppo e persone. Michael, lontano dalla folla, costretto a rompere il suo guscio più esterno», dice Phil. L’intangibile di questa avventura era materia collettiva, qualcosa che apparteneva solo alla squadra. Già Dean Smith, proibendo a Sports Illustrated di sbattere in copertina una promessa che non aveva ancora disputato un minuto, aveva indicato un sentiero. L’impresa è far sentire tutti fondamentali.

«Ci piacerebbe che Jordan fosse alto 2.13, ma non lo è. Non c’era un centro disponibile. Cosa ci possiamo fare! Jordan non rivoluzionerà questa franchigia, né gli chiedo di farlo. È un ottimo giocatore offensivo, ma non è devastante». Quanto spesso Thorn, allora direttore generale dei Bulls, avrà rimuginato questa improvvida dichiarazione? Il 12 settembre 1984 Jordan, scelta numero 3 al Draft, firmò il contratto più sostanzioso mai offerto a un pari ruolo: sei milioni di dollari per sette anni. Il tempo di scatenare la rivalità con le stelle Nba affermate e incantare su scala mondiale alle Olimpiadi, per poi calarsi in un contesto complesso. Chicago annaspava nei bassifondi, ignorata anche dal palinsesto televisivo. L’agonismo dell’esordiente scosse il gruppo. Era fotogenico, affascinante, magnetico: per il solo debutto aveva creato un’atmosfera tale da far raddoppiare la presenza dei tifosi. Durante una lunga stagione di fede assoluta fece registrare cinquecento sold out consecutivi. Tutti sapevano ancora poco di lui.

Destò la meraviglia dei più forti. Loro, i Celtics, avevano un record casalingo di 50 vittorie e una sconfitta. Lui, Jordan, era reduce da un grave infortunio. Nell’autunno 1985 si era fratturato l’osso navicolare del tarso del piede sinistro. Una laurea e sessantaquattro partite guardate in televisione. Dalle partite segrete, proibite, per provare le sensazioni al rientro anticipato: sette minuti a tempo, non di più. Condusse i Bulls nello sprint playoff. Prima contro ottava, gara due. Due tempi supplementari, una sconfitta (135-131) sulla quale edificare i trionfi a venire. Ne segnò 63: record di tutti i tempi in una partita dei playoff nella Nba. Con Larry Bird e i Celtics sembrava avere un conto in sospeso, roba di uno sgarbo in un’amichevole di preparazione all’Olimpiade. «Quello era Dio travestito da Michael Jordan. (…) Pagheranno solo per vedere lui. Io gli metto una mano sul braccio, faccio fallo e lui segna lo stesso. Il tutto mentre era in aria», la benedizione di Bird.

The Legend, quando era un giocatore di Indiana State, apparve sulla copertina di SI con un paio di Nike in bella evidenza. E Vaccaro comprese che la semina di denari stava trasformandosi in raccolto. Lazenby dedica correttamente molte pagine a questo personaggio, fra i fautori della commercializzazione dello sport contemporaneo. La Nike, che aveva un fatturato da 25 milioni di dollari, gli affidò un budget da investire sul basket giovanile. Lui reclutava allenatori di spicco come testimonial, che consigliavano ai propri atleti le calzature della creatura di Philip Knight.

Vaccaro s’infatuò del carisma di Jordan, ideale per il marketing. Convinse la Nike ad agganciare il proprio sviluppo all’esistenza di quell’astro nascente. Un azzardo, investire tutte le proprie risorse su un ventunenne afroamericano, lungi dall’essere iconizzato: due milioni e mezzo di dollari per cinque anni, più il 25% su ogni scarpa venduta. Il factotum Falk il nome della linea l’aveva in tasca: Air Jordan. Deloris negoziò la vita che Michael avrebbe vissuto. Nel 1985 la Nike affermò sul mercato il primo modello di Air Jordan, rossonere, eludendo le regole Nba che prescrivevano il colore bianco. In un triennio quelle scarpette produssero ricavi del valore di 150 milioni di dollari.

Alla progressiva, martellante, presenza sotto i riflettori si accompagnò l’alienazione di una quotidianità apparentemente dorata, da rubare nelle stanze d’albergo, e l’invidia dei veterani messi sempre più nell’ombra. Le multinazionali si accapigliavano per il suo volto. La stessa Nike, che con la sua immagine espanse spaventosamente la propria influenza, era intimorita dal potere assunto da quell’ascesa così rapida e inarrestabile. Il campione diviene di per se stesso un marchio. Nessun atleta era stato mai commercializzato in quella maniera. Il 40% del merchandising ufficiale della Nba era legato ai Bulls. Il suo approdo stravolse il business della Lega: gli incassi annuali schizzarono dai 150 milioni di dollari del 1984 agli oltre 2 miliardi di metà anni Novanta. Paradossalmente il suo contratto sportivo era accessorio, novanta milioni di dollari complessivi: nel 2012 risultò ottantaseiesimo nella classifica dei guadagni di tutti i tempi. L’ultimo ingaggio con i Bulls sfiorò i 33 milioni di dollari. Scavò il solco per i contratti faraonici della nuova generazione. Fu un comparto dell’economia urbana di Chicago: «United Center, the building that MJ built».

L’autore riporta una statistica nota. L’80% dei giocatori ex Nba nell’arco di un decennio dalla conclusione dell’attività agonistica finiscono sul lastrico, dopo aver dilapidato gli ingenti ingaggi. Per l’impero Jordan potremmo adottare l’espressione Too big to fail. Le scommesse milionarie sul golf, il gioco d’azzardo e le carte, il divorzio milionario dall’amata Juanita Vanoy, le inchieste dalle quali venne sfiorato a causa dei debiti da gioco, gli investimenti errati del padre, le notti ai casinò di Atlantic City tra un’impresa sul campo e l’altra, gli spifferi dalla famiglia dei Bulls non hanno compromesso violentemente l’equilibrio tra persona e personaggio. E la ragione di ciò la troviamo nei suoi diciotto mesi senza pallacanestro, all’apice della gloria della prima sequenza di tre titoli vinti dai Bulls (1991-’93). La ritroviamo nell’amore per la radice del gioco.

Il 3 agosto 1993 la polizia collegò il ritrovamento di una macchina abbandonata a quello di un cadavere in avanzato stato di decomposizione in un torrente paludoso in South Carolina. Un proiettile, esploso in pieno petto, uccise James Raymond. Due teenager arrestati, una rapina andata male o chissà cos’altro: «Non mi capacito di chi sparge sale sulle mie ferite aperte, insinuando che i miei errori personali siano in qualche modo connessi alla sua morte». A trentuno anni suonati non c’era alcuna possibilità che potesse rientrare nella lista dei White Sox per la Major League.

Lasciò la pallacanestro per il baseball, per un legame paterno ormai tra terra e cielo. Si espose all’umano rischio del fallimento. Lo girarono ai Birmingham Barons. Ripartire dagli ultimi, da quelli che lottano per il posto dell’anima: «Negli ultimi nove anni ho vissuto con il mondo ai miei piedi. Ora sono solo uno dei tanti giocatori delle leghe minori che prova a entrare in quelle maggiori. Questi giocatori meritano il vostro rispetto autentico. All’inizio il baseball era un’idea di mio padre. “Hai talento”, diceva. Ripensavo a mio padre, a quanto amasse il baseball e a come ne parlassimo sempre. Sapevo che quella cosa lo faceva felice. Anch’io ero felice». L’abnegazione in allenamento fu una riscoperta esemplare, tuttavia la norma del tempo è ineludibile.

I am back.

Avevano ritirato la canotta 23. Era pronta una statua bronzea, The Spirit, antistante all’arena United Center. Il 10 marzo 1995, alla notizia dell’addio al diamante, il valore azionario delle aziende di cui era testimonial s’impennò di due miliardi di dollari. «Nel giro di pochi giorni era in divisa ad allenarsi con l’energia sufficiente a deviare una tempesta». Al Berto Center aveva già riabbracciato i Bulls. Dove ci eravamo lasciati? 

Più veloce di lui solo Wilt Chamberlain, che ventimila punti li aveva segnati in 499 partite. L’otto gennaio 1993 Jordan, al settimo anno di fila miglior realizzatore Nba, ne aveva disputate 620. In quegli anni, oltre a pregare, l’unica strategia adottabile dagli avversari per limitarlo consisteva nel costringerlo a giocare da solo. Oppure per dirla con il bostoniano Jerry Sichting avrebbero dovuto arruolare Clint Eastwood. Qualcuno aveva paventato già il paragone con Pete “Pistol” Maravich, che a dispetto di un talento immenso un titolo non lo vinse mai.

La differenza la possiamo comprendere in due partite indimenticabili sopracitate. In quella dei 63 punti contro i Celtics i canestri sono essenzialmente il prodotto di tanti palleggi, di uno contro uno e uno contro cinque pazzeschi, irripetibili. Una furia che ha il sapore della solitudine. Nella seconda, gara 5 della finale 1991, ammiriamo l’armonia di una difesa che toglie il fiato e anima un attacco collettivo, vincente, perché la palla circola in modo rapido. Il tiratore ha sempre lo spazio utile con un’alta possibilità di realizzazione, proporzionale alla qualità della costruzione. Una pallacanestro efficace e spettacolare. Il saggio Tex Winter, dopo l’ennesimo record (23 punti consecutivi contro Atlanta) consegnato agli albi, glielo disse con incisiva franchezza: «There’s no I in team». «Sì, ma nella vittoria l’Io c’è. Ho vinto». MJ prendeva un terzo dei tiri complessivi Bulls. Nei primi tre anni il bilancio ai playoff recitava nove sconfitte, una vittoria. 

Jordan, amarezza su amarezza, levigò gli scogli di regni progressivamente al tramonto: i Celtics di Bird, i Lakers di Johnson affetto dall’Hiv, i Pistons di Thomas e Dumars. Gliel’aveva giurata all’istrionico Isiah Thomas, a quel basket ruvido. La difesa dettò il tempo all’attacco con la crescente fiducia corroborata dalla striscia di trenta vittorie casalinghe. E nel 1991 alla terza Finale dell’Eastern Conference ebbero la meglio sui Detroit Pistons con un secco 4-0: «La gente che conosco è felice che tra poco non saranno più loro i campioni in carica. La gente vuole che il loro tipo di basket sparisca. Quando vinceva Boston, lo faceva giocando davvero. Hanno vinto e nessuno può togliergli le vittorie, ma non hanno giocato un basket pulito», aveva preannunciato. 

Uccisero gli dei col pensiero. Nella primavera del 1985 Jerry Reinsdorf, il proprietario dei Bulls, aveva riposizionato sul ponte di comando dirigenziale il plenipotenziario Jerry Krause. Quest’ultimo andò a ripescare Tex Winter, che credeva in un sistema, il Triangolo, di cui era il profeta e al quale aveva dedicato molti anni per il suo sviluppo. In attacco il disegno di un triangolo, formato dai giocatori, creava spaziature e scompaginava le difese, garantendo il bilanciamento difensivo, la copertura a rimbalzo e la pressione alta della squadra. L’80% del tempo l’attaccante giocava senza la palla in mano.

Negli anni a venire, con Jackson determinato a giocare con un attacco in cui la palla e gli uomini si muovessero continuamente, Winter assunse un potere rilevante in palestra per giungere alla piena applicazione della sua filosofia, che esigeva la lettura del comportamento delle difese, movimenti potenti e rapidi. Il triangolo esigeva che la palla fosse sempre passata all’uomo libero: bucare la difesa tramite i passaggi. Jordan, tra odio e amore, dialogò con quell’idea, quella struttura flessibile, che lo rendeva determinante anche in post medio e basso e stimolava l’interazione con i compagni. Il Triple Post Offense era nato per esaltare e non imbrigliare le qualità individuali in un senso di squadra.

Krause aveva inserito nello staff di allenatori, col mandato di osservatore delle squadre avversarie, anche l’assistente Phil Jackson, figlio di predicatori pentecostali, con un buon curriculum in Cba. Lui si presentò con la barba lunga, in sandali, sfoggiando un cappello di paglia. Figlio della controcultura anni Sessanta ammise di aver consumato droghe, LSD su tutte. Da giocatore ai Knicks, con i quali vinse un titolo, girava in bici e fumava marijuana. 

«È stato quello l’anno in cui abbiamo cominciato a costruire le cose», sintetizzò Krause.

Lazenby tratteggia con cura le figure degli assistenti allenatori, perlopiù disconosciuti alla nostra latitudine. Jordan legò con un altro assistente Johnny Bach, approdato nel 1986 al fianco del giovane ed emotivo capo allenatore Doug Collins. L’appassionavano i suoi racconti sulla Seconda guerra mondiale, ma in realtà amava la sua capacità di ascoltare e motivare. «Attacca il ferro Mike!» In quell’annata lo prese subito alla lettera: ventotto volte a segno con più di 40 punti, sei oltre quota 50. Collins mostrava una certa reticenza verso Winter e il suo Triangolo, lasciato nell’ombra. Il 6 luglio 1989 subì un esonero duro da digerire. Dopo quattordici anni di assenza i Bulls erano tornati in una finale di conference.

Phil Jackson stava pescando in Montana, quando Krause gli comunicò la promozione a primo allenatore. Difesa e Triangolo la ricetta. Già nel 1988 il direttore generale aveva messo la coppia Jackson-Winter alla guida della versione estiva dei Bulls. Tex avrebbe dovuto insegnare gli elementi del suo sistema a Phil. Organizzare la pressione difensiva da esercitare sulla palla, sugli avversari: dal primo ritiro di preparazione Jackson puntò tutto sulla difesa. Il mosaico andava componendosi con la scelta al Draft 1987 di Scottie Pippen: «Anche se il suo corpo ancora non c’era, potevi vedere dei segnali», secondo Michael. Diverrà un fratello minore. Pippen costituiva una coppia micidiale di ali con Horace Grant, mentre in post basso Bill Cartwright valse il sacrificio di Oakley. 

La dinastia di Chicago si resse sulla geometria di tre poteri, che Lazenby descrive magnificamente ed è un trattato di psicologia del lavoro. Krause, Jackson e Jordan tiravano la corda fra contrasti furibondi senza smarrire l’obiettivo comune. L’allenatore, con il suo approccio psicologico allo sport sui generis, non difese la bugia che tutti sono uguali. Pose Jordan al vertice della gerarchia interna, ben definita, e gli impose dei limiti. «Jackson, con i suoi rituali ispirati ai nativi americani, nutriva un grande amore per la propria squadra, senza mai cercare il suo affetto». Suonava il tamburo, per chiamare a raccolta prima della competizione, e proteggeva la squadra dalle potenzialità distruttive della sua stella e della sua esistenza mediatica. Occorreva demolire parte di quel mondo cresciuto intorno al campione e rafforzare l’identità di squadra: «La sua vita lo allontanava dai compagni. C’erano molte cose che potevamo fare per integrare meglio Michael nella squadra».

Gli ultimi cinque minuti del primo trionfo a Los Angeles rappresentano l’istantanea di un’idea che si fa corpo: «Non ho mai perso la speranza», Michael piangeva e abbracciava il padre.

L’anno seguente i Bulls contro la solida Portland di Drexler oltrepassarono il confine che distingue l’episodio dalla serie: «Vincere due campionati di fila è il marchio di una grande squadra». Con il mito dell’infanzia, Johnson, rinnovò l’appuntamento. Storie da Dream Team, anche a Barcellona la partita era interna, affacciati da una camera d’albergo sul mondo. In allenamento con Pippen, Ewing, Malone e Bird dalla sua parte Michael inflisse un’altra rimonta furiosa a Magic. Nella finale per l’oro la Croazia di Petrovic ottenne nella sconfitta lo scarto minore del torneo, meno 32.

Il giocattolo può rompersi? Nella stagione ’92-’93 il percorso è più accidentato, ma in campo gli ostacoli non sono tali dall’impedire la prima tripletta di titoli. La Phoenix di Barkley s’arrese ai 41 punti di media di MJ nelle finali, che infranse il record detenuto da Rick Barry dal lontano 1967.

Del gioco non bisognerebbe approfittarsene, sosteneva Michael. Il sentimento deve essere onesto. Onesta fu la sua scelta di rimettersi in discussione dopo l’evento del 6 ottobre 1993, quando annunciarono al mondo il suo ritiro. La ricerca della felicità per quasi due anni aveva imboccato una strada secondaria. Sulle spalle un numero diverso, il 45 di Larry alla Laney High School. Aleggiava la domanda: è finito il tempo del sovrano assoluto? L’ottima Orlando di Shaquille O’Neal, Grant, Hardaway e Anderson avvalorò la tesi.

L’estate del ’95 a Hollywood fu particolare. C’era un film da girare. Space Jam aggiunse un capitolo inedito al rapporto di massa di Michael con la società americana e la sua dimensione globale. Un incasso da quattrocento milioni di dollari e il campo d’allenamento, lì, nel bel mezzo degli Studios. Con Harper e Pippen gettarono le basi dell’annata perfetta della squadra più forte di tutti i tempi: il giocatore più forte, Pippen miglior giocatore stagionale e il miglior rimbalzista. Sì, nel frattempo aveva firmato Dennis Rodman, un pagliaccio con entusiasmo, muscoli ed energia da vendere. Il preparatore Tim Grover rimodellò il corpo e restituì l’efficienza di un atleta ormai trentatreenne. Il massacrante programma estivo fu protratto per l’anno intero. Michael debuttò con 42 punti e i Bulls inanellarono cinque vittorie consecutive: la migliore partenza nella storia del club. Chiusero con 72 vittorie e dieci sconfitte. La difesa del tostissimo Gary Payton l’unico argine sommerso con la forza del gruppo per il quarto anello.

Al Draft 1996 sbarcò sul pianeta Nba una nuova generazione di talenti straordinari: Allen Iverson, Kobe Bryant e Ray Allen. Be like Mike non lo vendeva solo la Gatorade. Riempiva le cronache, ma l’originale, la vecchia scuola e il cuore dei Bulls avevano appena ricominciato a pulsare in ritmo.

Flu game

Si presentò al campo con la consueta eleganza, ciondolando quasi a favore di telecamera. Sostennero che avesse vissuto una delle sue nottate. La versione ufficiale parlava di un malessere fisico. Non si reggeva in piedi. In quella gara cinque di finale bisognava ridimensionare l’intraprendenza dei Jazz, Stockton to Malone, dopo essere rimasti sugli standard dell’annata precedente con 69 vittorie. Utah scappò sul +16, salvo poi farsi riprendere a ogni strappo dall’influenzato. Spalmato sulla sedia, i time out sono utili a mettere la borsa del ghiaccio sul collo.

Non lo tengono proprio. Viaggio in lunetta; ne realizza uno su due. Il rimbalzo è di squadra a 40” dalla conclusione, 85-85. La circolazione perimetrale della palla è rapida. Michael è in punta, fuori dalla linea da tre punti. Pippen è in post basso, spalle a canestro. Dialogano con due passaggi. Poi lui si alza, 88-85. Dopo l’errore per il pareggio, i Jazz non riescono a bloccare il tempo col fallo sistematico, perché la palla fra i Bulls gira ancora velocissima. Pippen poi lo scorta in panchina. Lo solleva. Due pugni al cielo per Mike. Il sorriso composto e consapevole di Jackson. I Jazz cedono partita e nella successiva il quinto titolo.

«Non sono i giocatori a vincere i campionati, ma le società».

L’equilibrio dei poteri ormai s’era rotto. Jackson aveva eretto un muro tra giocatori e società, il mondo fuori, per tenere in un pugno la situazione. Krause reclamava il primato dirigenziale. Per Michael quella era una squadra senza tempo, che tanto ancora avrebbe potuto dare. Dovevano rinnovare il rapporto con Phil Jackson e adeguare lo stipendio di Pippen. Reinsdorf e Krause sull’altra riva volevano accelerare il ricambio. Mettersi alle spalle l’era Jordan, spietato nell’invettiva contro il suo dirigente, per favorire il rinnovamento. Sarebbe stata l’ultima volta insieme. Steve Kerr, oggi coach, fresco campione in carica con Golden State, rievoca uno di quei momenti destinati a restare nello spazio mistico dello spogliatoio. Alla fine della stagione regolare 1998 Jackson assegnò un compito ai propri giocatori: scrivere qualche riga sulla propria esperienza nella squadra. Michael scrisse una poesia, qualcosa che restasse nel vento. «Tra i tanti momenti potenti che Phil ci ha lasciato in eredità, quello è stato di gran lunga il più forte. Ci aveva fatto comunicare e unito in tanti modi diversi».

The Shot

L’ultimo atto per il sesto titolo ha un prologo, narrato dal protagonista nel discorso di introduzione alla Hall of fame. Nel 1994, a Chicago, non aveva alcuna intenzione di tornare sul parquet. L’ala dei Jazz Bryon Russell lo importunò imprudentemente: «Perché hai lasciato? Sapevi che ti avrei potuto marcare. Posso spegnerti». Nel 1996 quando lo rincontrò, al centro del campo, Michael lo invitò a mantenere il proposito. Correva l’anno 1998, gara 6 a Salt Lake City. Manca un passo solo. Malone in post basso è stretto nel raddoppio dei Bulls, palla recuperata da Jordan. Russell è in ritardo sullo scivolamento difensivo, una frazione che lo sbilancia e l’occasione si vanifica. Michael muove l’attacco a 8.6 secondi dalla fine: partenza in palleggio, passo indietro. Ha creato la solita giusta distanza. Russell è giù per terra, 87-86. Lui è stato elegante, pulito, nell’esecuzione, come la prima volta nel 1982. Con le mani urla che sono sei. Poi cerca Phil per l’abbraccio definitivo. 

Il resto è storia dell’oggi, del tempo da impiegare e delle sue rughe. È il proprietario dei Charlotte Hornets. Ogni occasione appare propizia per annunciare una qualche forma di ritorno sul proscenio, dove ha mimetizzato la gioia e i dolori più intensi. «Potreste alzare lo sguardo e vedermi giocare a cinquanta anni. Non ridete. Dico a voi, non ridete. Mai dire mai. I limiti, come la paura, sono spesso un’illusione». Che cosa pensi di me papà?

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Selma è tutti i giorni. L’elogio alla disobbedienza di Allen Iverson https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/#comments Fri, 15 May 2015 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26872 Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l'allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l'esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s'asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall'affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito.

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Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l’allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l’esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s’asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall’affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito. Al college Dean Berry gli illustrò le possibilità del crossover, una finta ad alto coefficiente di spettacolarità, che sembra offrire la palla alla difesa. La rapidità di esecuzione e il ritmo imposto da Iverson però è difficile da contrastare. L’elasticità delle caviglie di Jordan pagò dazio alla creatività della matricola. I Sixers cedettero ai Bulls con un superfluo 108-104, ma rimase impresso quel gesto, quel crossover che indicò una svolta generazionale.

Ann Iverson sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Abitare in via Jordan Drive dunque non fu una pura casualità. Un clan familiare di tredici persone stipate in due stanze: tante donne, pochi uomini, spesso alle prese con il carcere. A fine mese i conti non tornavano mai: le bollette o la spesa alimentare? Dagli angoli delle strade di Newport News risuonò presto il nome di un giocatore di football minuto, mai scalfito dalle botte, prodigio di velocità che non ha alcuna paura. All’età di otto anni scatta come un ossesso, come a dirci che una volta nato non puoi nasconderti. Ann sostiene di non essere stata penetrata. L’immacolata concezione di un figlio predestinato nella più complessa delle adolescenze. Lei e Allen Broughton avevano quindici anni, e per quel che è dato constatare s’amarono. Erano entrambi playmaker con le caratteristiche che avrebbero esaltato il primogenito.

La ricerca della paternità è una costante dell’esistenza di Allen. Spike Lee in He got game restituisce tracce biografiche degli Iverson. Una scena in particolare ricorda il rapporto con il padre acquisito Michael Freeman, più volte incriminato per spaccio di droga, motore della sopravvivenza economica in un’area colpita dalla deindustrializzazione e dagli effetti collaterali della Reaganomics. Al playground di Anderson Park trascorsero giornate sull’asfalto in forsennati uno contro uno. A dieci anni Allen comprese quanto la pallacanestro possa essere una questione di libertà, un’espressione artistica con la quale comunicare al mondo la propria essenza. E poi pronunciò la promessa in un colloquio dietro le sbarre: «Indosserò la canotta dei Sixers, la squadra del tuo idolo Julius Erving. Guadagnerò per occuparmi di tutti voi».

Come dentro a un romanzo di Toni Morrison, Allen costringe a non scordare il lato scomodo di una storia negata. Non dismette la propria negritudine. Non resterà mai orfano della propria identità. Il sorriso costruito, il linguaggio, l’acconciatura e l’abbigliamento di Michael Jordan erano ben più rassicuranti; riuscivano a far dimenticare la pelle nera alla middle class americana. Al diciottenne Kobe Bryant i nonni fecero studiare le conferenze stampa di MJ e i Robinson. Quando Iverson ottenne il riconoscimento di miglior esordiente dell’anno, l’Nba non diffuse le immagini della premiazione. All’organizzazione non piacquero la bandana bianca, i jeans larghi e soprattutto quella maglietta nera, dove fece stampare la lista delle vie più malfamate della propria periferia, Bad News Hood Check. La sua esistenza non perde l’autenticità quando il portafogli è gonfio.

Il denaro non è un valore, lo si può solo spendere per chiarire loro quanto sia ridicola la linea di confine che traccia. Lo spiegò a Lee, che lo voleva nel ruolo di protagonista in He got game: «Perdonami, ma non posso. È la prima estate con qualche soldo in tasca. Voglio divertirmi e devo fare qualcosa per Newport “Bad Newz”, where a lot of shit happens». E così scritturarono Ray Allen, l’acerrimo rivale di college. Iverson non si conforma, gli altri devono accostarsi alla sua cultura. Impone il punto di vista oscurato del ghetto, perché come ha scritto Teju Cole nel più puntuale intervento sull’anniversario della marcia: «Selma è uno specchio spaventoso dell’America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell’aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Iverson capì che aveva qualcosa di prezioso da preservare, quando in una sola estate vide morire otto amici in seguito a sparatorie. Lo ripeté a tutti che un giorno sarebbe approdato in Nba o Nfl. In lui rivediamo tratti dell’amore disperato per la vita di Gabourey Sidibe nella pellicola Precious. «Non sono uno svantaggiato. Non mi interessa l’assistenza. Vado alla mensa solo insieme a te», l’orgoglio brucia davanti all’insegna School’s Underprivileged Meals Program. Dennis Kozlowski, a lungo capo allenatore della squadra di football della Bethel High School, era preoccupato dalla denutrizione di quel talento imprendibile da salvaguardare, che al basket preferiva il football. Gli comprò divise e vestiti eleganti, che mai indossò: «Coach, li hanno rubati i fidanzati di mia madre». Il 7 giugno 1975 all’Hampton General Hospital, dalla culla sporsero due braccia lunghissime e Ann decise: pochi dubbi, sarà la pallacanestro a salvarci, urlò. Nient’altro che una questione di redenzione. But my hand was made strong/By the ‘and of the Almighty/We forward in this generation/ Triumphantly.

Larry Brown e Iverson s’incontrarono per la prima volta nella palestra dell’Università del Kansas. Durante un allenamento l’allora coach di college prese informazioni sul più esile e tosto in campo. Non scarseggiavano le controindicazioni e gli interrogativi: quali prospettive per un ragazzo che a fatica avrebbe superato il metro e ottanta centimetri di altezza e i settanta chilogrammi di peso? Sarà mai allenabile uno con quel passato? Un bel giocatore da playground, nulla più, dissero. Nell’estate del 1992 qualcuno iniziò a ricredersi. Nel corso della Boo Williams Summer League Iverson salì in cattedra a livello nazionale. «Uscito per raggiunto limite di penalità ho sperato che la partita non finisse al supplementare. Avrei odiato starmene seduto», chiosò. La giovane guardia della Bethel High School venne eletta miglior giocatore della manifestazione e ottenne lo stesso riconoscimento in altri eventi di rilievo. «Nel Paese non esiste un pari età di questa qualità. È fantastico», ammise Williams. «Sapevo di valere queste parole. Mi dicevano di guardare a Mike Evans. No, no, no, io posso raggiungere Mike. Mike Jordan», aggiunJerry Stackhousese AI. Nell’altra selezione finalista spiccò , un altro talento con cui ebbe una complessa convivenza tecnica nei futuri Sixers.

Il 31 luglio David Teel sul Daily Press offrì un resoconto lucido di un’estate di fede assoluta: «Quattro mesi fa abbiamo fatto una figuraccia nel sottovalutare Iverson nelle graduatorie nazionali. È il miglior prospetto dell’ultimo decennio, almeno. Incredibile la sua rapidità. Rende semplici le cose difficili. Fa tutto ciò che il ruolo richiede: un difensore di rottura che sopperisce alla taglia con l’anticipo, implacabile in contropiede e va marcato dai tre punti, salta in modo impressionante. Dovrebbe limitare il trash talking. È incline alla provocazione e ciò potrebbe far riflettere molti coach del college». In difesa, in post basso, minimizza gli svantaggi con la connaturata aggressività sulla palla. I video delle partite di quell’epoca catturano l’istantanea di un’energia vitale e disordinata. L’unico disagio sul campo è la canotta che veste sempre larga. Il numero tre attirò immediatamente la folla. Tawanna è lì senza sapere cosa sarà. A Bethel, dopo aver trascinato al titolo sia la squadra di football sia quella di basket, optò per la palla a spicchi.

L’impegno di sottrarre dai guai Iverson accomunò gli allenatori che l’hanno amato. Kozlowski fu il più esplicito, dopo essere stato allertato dalla polizia. Allen apparve in un video in cui acquistava una dose di sostanza stupefacente per la complessa Ann. «La prossima volta, qualora necessario, manda un tuo amico. Tu hai un sogno da tutelare», scongiurò Koz. Correva il San Valentino 1993, quando tutto sembrò andare in pezzi. «Piccolo negro», provocò il gigante bianco Steve Forrest, già noto alle autorità per possesso di cocaina. Allen pare che non oltrepassò l’invettiva verbale. Per la compagnia invece il passo verso la rissa fu breve. In qualche minuto la sala da bowling perse i propri connotati, divelta con numerosi feriti. Le telecamere non ripresero alcuna azione violenta di AI.

I testimoni del tempo lo definiscono il caso più vorticoso dall’assassinio di Martin Luther King. Con lo spettro dello scontro razziale il clima si avvelenò a Hampton e Newport News, non caratterizzate da uno squilibrio demografico fra neri e bianchi. La comitiva di Forrest proveniva da un distretto benestante e politicamente potente. Cinque giorni dopo essere stato nominato nell’All-American team delle high-school Iverson venne arrestato con cinque capi d’imputazione. Appena rilasciato in attesa del giudizio realizzò 42 punti contro la malcapitata Ferguson. La sorte del gioiello era nella sentenza del giudice Nelson Overton. Il 12 luglio ’93 emise una condanna durissima: cinque anni di reclusione. Stay strong, mormorò Ann. Iniziò a muoversi il reverendo Jesse Jackson. I muri adornati di graffiti: Free Iverson. È stato un detenuto modello. Sveglia alle cinque per fare il pane, poi due ore per tirare a un canestro scassato. Spike Lee gli recapitò i testi di Malcom X, Jordan e Bill Cosby contribuirono alle spese per farlo accedere al programma scolastico della privata Richard Milburn.

L’intrigo si sbrogliò nello studio degli avvocati Woodward e Shuttleworth, inseriti a un alto livello politico. L’attività lobbistica con il governatore della Virginia Doug Wilder produsse gli effetti sperati. Il primo governatore afroamericano negli Stati Uniti si convinse della sussistenza di numerosi dubbi e di un pregiudizio razziale che aveva condizionato il verdetto. La colpevolezza è tutt’altro che evidente, tanto da concedere un atto di clemenza: «Merita l’opportunità di non interrompere la sua formazione». La tutor Sue Lambiotte, personaggio centrale in un periodo delicatissimo, si sentiva morire all’idea che un ragazzo con tale energia mentale e talento artistico vedesse sfumare gli anni migliori in cella come troppi coetanei afroamericani. Nell’anno di studio one-to-one, senza sport, stimolò la sua coscienza critica, ponendo lo sguardo oltre la pallacanestro.

Chi scommetterà sul suo avvenire professionistico con questo fardello? Si domandava Ann. Il messaggio a John Thompson è stato diretto: «Aiuta mio figlio». Il coach, che d’abitudine ha allestito le proprie squadre attorno al pivot, mostrò curiosità per lo stile libero di Iverson, quale possibile centro di gravità della sua Georgetown. La valutazione del rappresentante accademico della prestigiosa università di Washington rese raggiante Lambiotte: «Abbiamo fra le mani un diamante grezzo». L’accesso al college era cosa fatta. Ascoltiamo il commentatore della prima partita Ncaa, trasmessa in diretta televisiva, bacchettare Iverson sulla gestione del ritmo. Neanche il tempo di concludere il concetto, che Allen scagliò nella retina due splendide triple di puro istinto, fuori schema. È sempre all’attacco. Thompson gli diede carta bianca, insegnando però l’arte della pazienza. «Pensate alla sua infanzia. L’ultima cosa di cui necessita è una sovrastruttura, nonostante sia recettivo in allenamento. Ha bisogno di volare. Georgetown correrà per una ragione: Iverson». Fra i due s’instaurò un rapporto paterno destinato a durare oltre il biennio universitario. Intanto, non ancora ventenne, Tawanna mise al mondo la primogenita Tiaura.

Per capire qualcosa di Iverson può essere utile guardare la conferenza stampa d’addio. Il nodo stretto in gola si percepisce in ogni dichiarazione. «Il momento più emozionante della mia carriera è stato la scelta al Draft. La mia non è la terra dell’abbondanza. Avere un’opportunità è tutto». Due anni al college, poi l’uomo di casa avrebbe risolto tutto col primo contratto Nba. Lo anticipò a Freeman in uno dei vari colloqui in carcere. Thompson non aveva perplessità sull’impatto culturale del ragazzino sul gioco al livello superiore. Semmai temeva per le ore lontane dal parquet. Per una volta le tessere del mosaico apparirono in armonia. Ai Sixers si era insediata una nuova proprietà. Pat Croce, figlio della working class arricchitosi intuendo il business del benessere, da fisioterapista dei vip aveva costruito una costellazione di palestre a Philadelphia.

Fra le sue mani passarono i muscoli di Charles Barkley e Julius Erving. Vendette tutto per il 10% della società e salì sul ponte di comando. Nel 1996 le alternative al Draft, appuntamento annuale in cui le squadre possono selezionare atleti perlopiù provenienti dal college, erano sovrabbondanti: fra gli altri si dichiararono eleggibili Steve Nash, Stephon Marbury, Marcus Camby, Ray Allen e Kobe Bryant (tredicesima scelta…). Croce volle però l’altro, quello capace di accendere l’immaginario collettivo della città della Dichiarazione d’Indipendenza. Il risultato dei test psicologici, ai quali Iverson fu sottoposto, è sintetizzabile nelle parole della leggenda Mike Krzyzewski: «Difficile scovarne uno così competitivo. Ha il cuore di un leone».

A Rutherford, nel New Jersey, in una notte di fine giugno il plenipotenziario dirigente dell’Nba David Stern pronunciò la frase: «With the first pick in the 1996 Nba Draft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson from Georgetown University». Tre anni di contratto, nove milioni di dollari, baci e abbracci con Ann, Tiaura, per poi andare dietro le quinte dai membri della propria indissolubile comitiva Cru Thick. Il giocatore più basso a diventare la prima scelta ciondolò fino al podio con il cappellino dei Sixers in testa. «I don’t wanna be Michael Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isaiah. I don’t wanna be any of those guys. When my career is over, I want to look in the mirror and say I did it my way». Con l’era Jordan al tramonto il sistema necessitava di un’altra icona. La serata del Draft al tavolo degli Iverson c’era un solo bianco, che applaudì compassato con un bacio sulla guancia ad Ann. David Falk, deus ex machina dell’industria jordaniana, divenne l’agente, immaginando un altro impero commerciale. Il rapporto culminò con un licenziamento in tronco. A Falk non piacciono i tatuaggi e le treccine da galeotto di Iverson. Anticorporate guy, lo definì. Tentò invano di piazzare il prodotto: niente sponsorizzazioni da McDonald’s, Coca-Cola, Gatorade e affini, che invece sposarono il precedente assistito. Reebok con una sponsorizzazione da 50 milioni di dollari si riposizionò sul mercato delle calzature sportive, all’epoca da 7 miliardi di dollari, controllato al 40% dalla Nike. Un mese dopo la firma della partnership gli investitori riacquistarono fiducia nella multinazionale, che grazie a Iverson intercettò su scala globale il costume della generazione suburbana sedotta dal linguaggio dell’hip-hop. Incise pure un disco rap, parzialmente censurato, col nome d’arte Jewelz.

«Pensa di essere Dio. Non rispetta nessuno, è egoista. Pensa che il campo sia la sua strada, il suo playground, e che possa fare e dire ciò che vuole», sbraitò Rodman. Lui inscalfibile conquistò il titolo di matricola dell’anno. Sceglie di comunicare col mondo anche mediante i tatuaggi con cui disegnò il corpo. Nessuno mai come lui da matricola: cinque gare consecutive sopra i 40 punti. Le sue giocate bizzarre, eccentriche, avventurose, che i commentatori della notte del Draft catalogarono quali debolezze del suo bagaglio, fanno tuttora impazzire l’America. The emotion of his game is a talent. Ai biografi la guardia del corpo narra di non averlo mai visto martoriarsi con infinite sedute di tiro. Il lavoro era cerebrale. Per dirla con Isaiah Thomas, che un po’ gli assomigliava: «L’aspetto più interessante del gioco è l’opportunità di esibire la propria creatività». I media s’accapigliarono sulla rottura col modello Jordan. L’equilibrio fra l’asfalto di Newport, terra natale anche di Ella Fitzgerald, e i valori della middle class da ossequiare è complesso.

Philly non era una squadra vincente (22 successi in 82 gare). Al secondo anno Croce rincorse un guru della panchina. Pitino pretese solo Boston. Jackson non lasciò Jordan. E infine bussò alla porta di Larry Brown, passionale e umorale quanto la stella con cui avrebbe dovuto convivere. Un maestro della vecchia scuola, che ha considerato a lungo Iverson un atleta straordinario, non un cestista. «Allen è una guardia. Non ha la mentalità del regista. Sembriamo un gruppo assemblato per una lega estiva in onda su Mtv. Non ci comportiamo da squadra», Brown, playmaker educato con la disciplina ferrea di Frank McGuire a North Carolina, lava in pubblico i panni sporchi. Dopo le nottate nei club, al casinò o in feste albeggianti, a ogni allenamento saltato, Croce deve ricomporre una frattura culturale e tecnica. Quest’ultima si rimarginò innanzitutto con la cessione di Stackhouse e l’arrivo di Ratliff e Mckie. Per l’altra ci volle più tempo. Sgravato dai compiti di regista, col supporto di Eric Snow, imperversò: ha chiuso la carriera con quattro titoli da miglior marcatore a 26.7 punti di media (722 partite, 28.879 minuti, 27.6 punti di media eguagliando record Sixers detenuto da Chamberlain). A Philadelphia hanno vinto campionati con Chamberlain ed Erving, ma il coraggio e l’onestà di Iverson sono entrate sottopelle. Il primo marzo 2014 la cerimonia per il ritiro della sua canotta è stata da brividi: «Ti amo Philadelphia per avermi accettato e per aver abbracciato i miei errori dai quali ho imparato. Anche alla fine dei miei giorni Philly resterà la mia casa».

Questa la premessa del conflitto con Brown: «Crede di potermi trattare come fosse un secondino bianco e io il carcerato». Un pensiero insopportabile per un liberale progressista qual è il coach di Brooklyn. Iverson sognò la sua sostituzione con Thompson da Georgetown. Dall’incomunicabilità è nata un’amicizia profonda, che commuove. Due solitudini che trovarono pace. In fondo ad accomunarli c’è la precoce assenza paterna. Impararono a fidarsi l’uno dell’altro. Larry stima Allen perché in campo non ha mai alzato bandiera bianca. Lui maturò senza snaturarsi. «Oggi in aeroporto mi riconoscono come l’allenatore di Iverson. Durante i 48 minuti lottava su ogni possesso. L’ho amato per questo. Nelle difficoltà non ha mai abbandonato i propri compagni, dando tutto per la vittoria. A volte non lo faceva nel modo giusto. Ma non ci sarà più nessuno come lui: the greatest competitor». È così, lui danza anche sul dolore: «Spesso non ho interpretato la sua idea di pallacanestro, tuttavia ha intuito e colto il mio amore per il gioco. The greatest coach to me, in my heart».

Riassumere in una partita la carriera Nba di Iverson non è una scorciatoia comoda. Dopo cocenti eliminazioni dai playoff per mano degli Indiana Pacers di Reggie Miller, nel 2000 i Sixers assecondarono le esigenze del proprio allenatore. Iverson lo seguiva. Avevano un’anima difensiva e fondamentali di squadra. Inaugurarono la stagione con dieci vittorie consecutive. Anche stavolta però le tensioni non mancarono. Trentasette punti di Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, rischiarono di far saltare il banco. Brown minacciò le dimissioni dopo un confronto pesante nello spogliatoio. L’ennesima mediazione di Croce ricucì lo strappo. I Sixers archiviarono al primo posto la stagione regolare (56 vittorie, 26 sconfitte) e ricevettero tutti gli allori: Iverson miglior giocatore dell’anno, Brown coach of the year, Mckie miglior sesto uomo e Mutombo defensive player of the year. In una notte playoff meravigliosa contro i Raptors di Vince Carter segnò 54 punti. Gli chiesero da dove avesse tratto l’energia: «Dalla povertà, dalla vita». In finale di conference con la schiena a pezzi, disobbedendo ai medici, castigò i Bucks di Ray Allen con il suo show on the stage: 46 punti in gara 6, 44 in quella senza ritorno per ottenere il traguardo intermedio.
Poi arrivò la partita.

I Lakers, che non perdevano da sessantasette giorni, rappresentavano l’ultimo ostacolo frapposto al titolo. Tutti pronosticarono un avverso 4-0. In gara uno allo Staples Center di Los Angeles andò in scena la personale resistenza di Iverson, perché là dentro c’era la sua terra promessa. L’avvio appare il preludio alla cavalcata losangelina. Fox è tarantolato. Il leader dei Sixers non trova la giusta distanza (0/6 al tiro), poi infila 38 punti in 29 minuti per un vantaggio insperato, 70-58. Guarda negli occhi il parterre dei ricchi, sorride e applaude. Le staffette difensive di Phil Jackson non funzionano. La leggenda s’aggrappa alla montagna Shaquille O’Neal (41 punti, 19 rimbalzi) per la rimonta. Tyronn Lue approfitta del fisiologico appannamento di Iverson (3 punti in 15′), sistematicamente raddoppiato. Si restringe lo spazio del volo, ma gli scudieri Mckie e Snow lo sorreggono. Col quinto fallo di Mutombo e il pareggio di Bryant è un giorno da rifare, 92-92. Il tempo è supplementare. È buio pesto, 92-99, quando Raja Bell inventa il piede perno di Dio.

È il momento del vogliamo tutto per Iverson (35.6 punti di media nelle cinque serate finali). Ottima apertura della transizione sul lato che concretizza con un viaggio in lunetta. Un pugno tenue sul cuore celebra una tripla in contropiede. Infine dall’angolo più stretto: partenza incrociata, passo indietro con palleggio in mezzo alle gambe e tiro in sospensione; Lue è giù per terra come i Lakers, 107-101 dts. Il composto ed elegante Larry Brown non ci sta più dentro ai confini dell’area tecnica. Gli altri si laureano campioni, ma di questa storia si ricorda soltanto la prima virgola.

Al Tribeca ha riscosso consensi un bel documentario biografico, Iverson, che è stato trasmesso in prime time da Showtime Sports, perché il personaggio parla ancora dei sogni e delle paure americane. Dall’apice del 2001 la discesa è stata abbastanza repentina. Uccisero il più caro degli amici della Cru Thick al culmine di una lite banale a Newport; la costante degli infortuni da cui rimbalzava; i problemi con la giustizia mediatizzata; l’abuso di alcool; il divorzio da Tawanna; la dissipazione del patrimonio economico. Il passo d’addio ufficiale alla pallacanestro lo raffigura come una tragedia. Oggi però fuori splende un bel sole e in qualche playground, in una qualunque periferia del mondo, c’è qualcuno che prova a far volare con la sua canotta la propria risposta alla domanda di senso più alta.

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L’America dei Maravich: non è facile essere Pistol Pete https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/ https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/#comments Tue, 13 Jan 2015 15:47:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24923 Sugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l'infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all'alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l'affrontò nell'esibizione di lusso Jugoslavia - Boston Celtics (torneo targato McDonald's, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich».

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Maravich Louisiana State UniversitySugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l’infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all’alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l’affrontò nell’esibizione di lusso Jugoslavia – Boston Celtics (torneo targato McDonald’s, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich». Il Muro di Berlino doveva ancora crollare, portando con sé la disgregazione balcanica. Era quasi estate a Zagabria. Le individualità della generazione d’oro dell’ultima Jugo, forgiata da Dušan Ivković, divennero corpo e anima della squadra campione d’Europa, e poi mondiale. Lo showtime non era una prerogativa americana. Vlade Divac, Dino Radja e Dražen Petrović lo illustrarono al mondo.

L’altra sponda dell’Atlantico non era mai stata così vicina. «È lunga la strada da Belgrado a Hollywood. L’America è la terra delle opportunità anche per questo pivot jugoslavo», disse il giornalista Craig Sager, qualche settimana dopo la consacrazione continentale a proposito dell’approdo di Divac ai Lakers. Agli albori del Novecento Vajo Maravich e Sarah Radulovich coprirono invece, come milioni di altri europei, la medesima distanza per la sopravvivenza. Partirono dal villaggio serbo di Drežnica direzione Pennsylvania, dove la vorace industria dell’acciaio e le miniere richiedevano masse di lavoratori instancabili.

Abitarono in una baracca ad Aliquippa, sobborgo industriale di Pittsburgh, che dalla collina s’affacciava sull’acciaieria. Il cielo, color arancio, dipinto dalle polveri sbuffate dalle ciminiere. Vajo non ancora quarantenne morì sulla via del loro progresso, vittima di un terribile incidente in fabbrica. A causa di un’epidemia influenzale devastante, dei dieci figli dati alla luce ne sopravvisse uno. Chiamarono Press l’energico Petar Maravich: un visionario, fra i padri rivoluzionari della meraviglia ideata da James Naismith. Non ne voleva sapere di suonare il banjo. Sbarcava il lunario come strillone: «Pittsburgh Press, Pittsburgh Press!», urlava. Convinse il presbitero ortodosso ad appendere un canestro sull’albero antistante la chiesa di riferimento dell’enclave di migranti. Fu nient’altro che il prologo della storia di una passione infantile, che si trasformò in emancipazione.

Il basket gli avrebbe consentito l’accesso altrimenti precluso al college. La guerra, servendo da aviatore l’esercito americano sullo scenario del Pacifico, gli sottrasse però gli anni della vigoria fisica. S’aprì un varco da maestro – allenatore innovativo. Teorizzò il moderno sistema di scouting dei cestisti con una pubblicazione scientifica sul tema. Il suo staff per il reclutamento contava già su uno psicologo e sul dietologo. «La componente decisiva del talento è il desiderio. Sono l’uomo del contropiede. Mi aspetto che Clemson mostri una pallacanestro interessante, capace di attirare la gente», spiegò. Quelle idee si sarebbero dovute incarnare nel figlio maschio, Pete Maravich.

Il 22 giugno 1947, in una stanza del Jewickley Valley Hospital, la giovane moglie Helena, sulla quale torneremo più avanti, partorì un essere speciale, che per tutta l’esistenza ricercò la felicità. «Milioni di persone s’interrogano sul senso profondo di un obiettivo. Sono fra loro. Con i trofei, i soldi e la fama non ho mai trovato la pace con la mia essenza». Un po’ come quella volta a Houston quando, dopo aver messo a referto 35 punti all’intervallo, Pete mandò in subbuglio tutti con la minaccia di non rientrare sul parquet. «Che cosa sto facendo qui?», arringò sovente davanti alle ipocrisie del gran carrozzone che lo stressava. È l’amata Jackie a riportarlo con i piedi sulla terra. Jackie che a notte fonda lo recuperava nei bar, dove con il fratello Ronnie scolavano bottiglie fino all’ultima goccia. Uno per distrarre l’ombra dei vuoti, l’altro, un reduce, per esteriorizzare l’orrore del Vietnam.

Dopo un dissidio in culla (lui voleva la trombetta, il padre gli diede un pallone) le due vite corsero in parallelo con frizioni fisiologiche per quell’ossessione. In età prescolare gli fece respirare l’aria dello spogliatoio e della palestra, dove palleggiare e dribblare ostacoli per giornate intere. La fantasia caratterizzò il metodo di allenamento dell’anticonformista Press. Il quaderno Homework Basketball conteneva quarantaquattro esercizi, quarantaquattro figure da creare con l’arancia in mano: ogni particella del talento di Pete andava coltivata con un’estenuante applicazione quotidiana.

Al più vincente dei coach della vecchia scuola, e non solo, non piacevano le invenzioni del ragazzino. «Qualunque fra i miei giocatori si azzarda a pensare un passaggio dietro la schiena, o immagini di schiacciare, si accomoda in panchina. Non intendo vedere quella roba», ammoniva John Wooden. «Lo sai, insegnandogli queste stravaganze, lo rovinerai. Sono principi contrari alla disciplina», così Wooden criticava l’ambizione dell’amico Press, verso cui però nutriva stima sincera. «Aspetta e vedrai. Sarà un professionista milionario», la risposta. Qualche anno dopo Red Auerbach sentenzierà: «Molti atleti sovvertono le leggi della gravità. Pete ruppe quelle della fisica».

L’America della segregazione razziale non contagiò Press, che mai deviò dai propri obiettivi. Negli anni Cinquanta, quando allenò all’High school (Aliquippa, Baldwin) la maggioranza degli atleti a cui impartire i fondamentali aveva la pelle nera. Li preferiva, poiché interpretavano l’utopia di una pallacanestro intensa che abbandonava la staticità. Il 28 agosto 1963 il reverendo King pronunciò la frase I have a dream. Giù, al Sud, nel 1966 si accese un bagliore di luce alla prestigiosa università di Vanderbilt. Immatricolarono Perry Wallace: il primo cestista afroamericano nella Southeastern Conference. Sfidò l’ostilità nei ginnasi del profondo sud per un trattamento egualitario nel campus, fino all’elezione quale studente più rappresentativo.

Al Civil Rights Act del 1964, l’NCAA reagì con la messa al bando delle schiacciate. Un tentativo vano di arginare il fiume in piena: l’epoca della modestia atletica di Bill Bradley della bianca Princeton era al tramonto. L’ultimo canestro della carriera al college del pioniere Wallace fu proprio una schiacciata liberatoria. Nel 1966 coach Don Haskins con un quintetto di afroamericani trascinò Texas Western Miners al trionfo nella finale NCAA contro i quotati “Wildcats” di Kentucky. Imporranno la rotta: «Eravamo la miglior difesa opposta all’attacco più prolifico. E prevalemmo. Il successo contribuì a velocizzare i tempi dell’integrazione scolastica senza barriere. Ciò mi inorgoglisce», dice Haskins. Press, durante la presentazione alla stampa in veste di capo allenatore, annunciò la volontà di arruolare, per gettare le fondamenta del nuovo progetto di Louisiana State University, diversi prospetti senza badare alla pelle. A stretto giro giunse la smentita del rettore: «È stato evidentemente frainteso».

Louisiana State University vendeva non più di quaranta abbonamenti per la stagione dei canestri. L’intuizione di Jim Corbett, direttore della divisione sportiva universitaria, fu lungimirante. Press Maravich, che a Clemson pur di compiere un salto di qualità professionale accettò un ingaggio da 96 dollari al mese, era intenzionato a monetizzare l’esperienza a North Carolina State nell’ACC, dove raccolse il testimone dall’icona Everett Case. Ma soprattutto intendeva riunire la famiglia, allenando direttamente il figlio ormai maggiorenne. LSU, monopolizzata dalla passione per il football, aveva già pianificato la costruzione di una nuova arena. Corbett accontentò le richieste esose (quinquennale al doppio dell’ingaggio di NC) a una condizione: Pete, di cui si parlava già molto, sarebbe dovuto divenire il perno del progetto. All’esordio Pete portò gli abbonamenti a quota quattromila.

Nell’estate del 1966 i Maravich si stabilirono dunque a Baton Rouge. Dopo una stagione interlocutoria per questioni d’anagrafe, nel 1967-’68 Pete si presentò con 48 punti nella retina di Tampa. «Lasciatelo tirare», ripeteva Press. Nei tre anni a Louisiana State combinerà ciò che su un campo di basket non si era mai visto. Era veloce. Fosse mano destra o sinistra maneggiava con assoluta padronanza la palla. L’impatto più eclatante che si ricordi in questo sport. Fece registrare il tutto esaurito in qualunque campo, mille autografi a sera da evadere. Dalle sneakers ai floppy socks si distingueva nell’abbigliamento. Un pomeriggio sprovvisto dei calzettoni, che diverranno una moda, li rubò dall’armadietto del compagno Bob Sandorf. Erano ampi, tanto da mitigare l’aspetto di quei piedi così lunghi, e poi divennero un fattore psicologico.

Resiste il suo record di 3667 punti (44.2 la media a serata nel triennio LSU); 28 partite oltre i 50. Solo Oscar Robertson e Larry Bird segneranno almeno 900 punti in ciascuna delle tre annate NCAA. Curiosità: l’8% dei tiri sarebbero stati da 3 punti (l’arco non era stato delineato). Quando gli avversari frustrati passavano alle cattive maniere, come nella caccia all’uomo di Oregon State, lui era perfetto dalla lunetta: 30 su 31 nell’occasione. Il 21 febbraio 1970, contro Kentucky, lo showtime penetrò nell’immaginario collettivo grazie alla trasmissione televisiva.

Per capire qualcosa di Maravich forse dobbiamo partire dalla fine. Dall’autopsia effettuata in seguito all’infarto che lo uccise a Pasadena nel 1988, all’età di quaranta anni. Il dottor Joseph H. Choi rivelò che l’arteria sinistra di un cuore apparentemente sano non si era mai formata, per colpa di una rarissima malformazione congenita complessa da diagnosticare. Nel dna dei Maravich è inscritto il dolore, quanto la capacità di reazione. L’organismo di Pete rispose alla malformazione vascolare, costituendo dall’arteria coronarica destra dei circoli collaterali particolarmente resistenti per il nutrimento e l’ossigenazione dell’area. Una neoangiogenesi in grado di sostenere incredibilmente vent’anni di sforzo fisico al livello massimo. In due occasioni gli riscontrarono delle anomalie cardiache. Evitò ulteriori indagini strumentali: lui e il gioco erano indivisibili.

Non sappiamo quanta gioia animasse la rincorsa alla perfezione tecnica ed estetica del gesto. La pallacanestro era un atto di esistenza e resistenza: «Smettere è stato come disintossicarsi dall’eroina». Il manifesto politico del ragazzo era chiaro: osare per inventare ciò che l’establishment politico sportivo allora temeva. Gliela fecero pagare con un’ingenerosa esclusione dalla squadra olimpica. I puristi impazzivano fin dal riscaldamento, quando li scherniva con gli appunti dello showtime. L’altra politica, i palazzinari e le televisioni fiutarono l’affare della prima rock star in canotta e calzoncini. Il presidente Nixon, in piena crisi di consenso soprattutto fra i giovani, si sperticò in elogi per la Great Hope bianca. Il governatore della Louisiana John McKeithen si scoprì tifoso fervente. E le pratiche burocratiche per la costruzione di un impianto in grado di soddisfare la Maravich mania viaggiarono su corsie preferenziali.

«Nei quattro anni trascorsi all’Università della Georgia ho assistito a una partita. Non ne capisco nulla, ma se c’è un’opportunità, voglio quel Pete», disse il proprietario Tom Cousins al management degli Atlanta Hawks. Per l’immobiliarista l’auditorium municipale, classe 1906, era un reperto archeologico, quanto insoddisfacenti gli ottomila posti a sedere del Georgia Tech’s Alexander Memorial Coliseum. Acquistò la squadra con un cantiere pronto a brulicare. Alla Cousins Properties Inc. l’amministrazione cittadina assegnò l’appalto da diciassette milioni di dollari per un’arena da oltre sedicimila posti. Come per l’Assembly Center di LSU e l’immenso Superdome di New Orleans, dove ritroveremo l’autostrada politica McKeithen, a riempirli di tifosi ci avrebbe pensato la star.

Ad Atlanta, terza scelta nel Draft Nba 1970, spiegò a coach Richie Guerin che era qualcosa di più di un «good business». Guerin avrebbe voluto piuttosto un centro dominante, di quelli che non vendono i biglietti, ma vincono i campionati. Appena ventitreenne si avverò la profezia di Press. Pete firmò il contratto (quinquennale da 1.5 milioni di dollari complessivi) sportivo professionistico più ricco dell’epoca. Dai produttori di calzini a quelli di gelati se lo contesero per gli spot pubblicitari. Pete rappresentò un investimento a lungo e breve termine: nell’anno da rookie i ricavi della franchigia schizzarono del 50%. L’emittente ABC, che nel 1971 quadruplicò il valore dell’accordo (17 milioni di dollari) sui diritti di trasmissione dell’Nba, si fiondò sul giovane fenomeno con un assegno da 75mila dollari per l’esclusiva del debutto con gli Hawks. La crescita del movimento era ormai intrinsecamente dipendente dall’evento televisivo. Dal 1965 al 1970, mentre l’Aba indebitata affogava, le squadre Nba aumentarono da 9 a 17.

Alla Daniel High School i compagni di tre, quattro anni più grandi lo tenevano ai margini. Quando gli regalò due vittorie con altrettanti canestri allo scadere, cambiarono opinione. Agli Hawks la situazione si ripropose. Stavolta il problema era razziale: come inserirlo, con uno stile così fuori regime, negli equilibri di una squadra all black con due stelle già rodate? Assaggiò tanta panchina: «Senza la palla le mani si raffreddano». Archiviò comunque l’annata da debuttante con 23 punti di media, 33 nell’ultimo mese.

Quattro anni dopo fu oggetto di uno scambio con New Orleans, landa inospitale per lo sport business: pochi spettatori e non appetibile per il mercato televisivo. Lì anche Pistol Pete suonò il jazz. Tanto quanto Petrović il suo movimento era musicale. Come al college eseguì uno spartito sconosciuto ai più: il faro in formazioni prive dell’adeguato cast di supporto. «Datemi Jabbar o Baylor. Qua manca la materia umana per vincere. Mi ferisce stare dal lato scuro della storia», incalzò il front office Jazz. «Onestamente, ora, che cosa importa in quale squadra militi o se vinca o perda Maravich? Lui si esibisce. È la ventunesima franchigia dell’Nba», chiosò il giornalista Curry Kirkpatrick.

Lo definirono un talento perdente e individualista. Oppure Peter Pan. Pat Riley e Jerry Colangelo, personaggi tutt’oggi influenti, lo bocciarono senza appello. L’ex Lakers: «Lo considero la star più sopravvalutata. Qualsiasi guardia dell’Nba lo manderebbe a prendere con una limousine all’aeroporto per affrontare la sua difesa morbida». Il secondo: «L’eccentricità nella gestione della palla distrae i compagni. È un attentato all’unità della squadra». Ci vengono in soccorso le statistiche Nba del perdente: 15.948 punti (24.2 di media), miglior marcatore nel 1976-’77 (31.1 a uscita, i Knicks rammentano i 68 del 25 febbraio 1977), davanti a Michael Jordan e Allen Iverson nella percentuale di vittorie consegnate alla propria squadra mettendo nel cesto più di 40 punti.

«Julius Erving è il più creativo. Con lui tutto è semplice. Devo disegnare un piccolo arcobaleno, e lo intuisce». Erving contraccambia: «Pete? Genius». Agli Hawks dialogarono col linguaggio comune ai fuoriclasse solo qualche settimana per beghe contrattuali e pastoie burocratiche avverse. Con Doctor J avrebbe zittito le penne avvelenate? Ai Jazz diede in solitudine il secondo miglior record vittorie/sconfitte per una franchigia esordiente, sopportando il macigno della morte della madre. Helena Gavor si sparò in testa. Da anni il sorriso della bella cheerleader, figlia di operai serbi, che nella primavera del 1946 ad Aliquippa incontrò Press al Bill Green’s Nightclub per poi sposarlo, era sfumato nella depressione e nell’alcool.

Il nome Maravich di per sé nobilitava l’impresa del padrone dei New Orleans Sam Battistone, titolare di una catena di fast food. I tifosi ululavano “French fries, French fries” al Superdome. Qualora i Jazz avessero raggiunto i 100 punti, il tagliando d’ingresso si sarebbe tramutato in uno sconto valido per il burger king. Immaginiamo lo sguardo e il conflitto interiore del vegetariano e poi vegano Pete, che accusò l’industria alimentare statunitense di essere la principale causa di malattia della popolazione. Sul web si può leggere la copia del contratto siglato il 19 dicembre 1975 con la Pepsi-Cola (Gulf South Beverages, Inc). Diecimila dollari per associare quella capigliatura rassicurante, da Beatles, al soft drink. Poi non lo rinnovò: «Le bevande gassate e zuccherate sono dannose per i bambini».

Sports Illustrated, che il 4 marzo 1968 lo promosse in copertina (Lsu’s Pistol Pete – The Hottest shot), dieci anni dopo (4 dicembre 1978) intonò il de profundis: «Per coloro che misurano il trascorrere del tempo con le icone della cultura pop, è difficile realizzare che Pete Maravich, quello dei floppy socks, dei tiri e dei passaggi oltraggiosi, l’uomo dei record, della gioia, colui che ha reso il basket divertentissimo per molti di noi, ha ormai compiuto trent’anni. E non si diverte più». Un grave incidente al ginocchio destro, per uno con quel primo passo e con quei cambi direzione, fa la differenza. Come nei bilanci dei Jazz che per l’infortunio registrarono un calo drastico dell’affluenza di tifosi.

Red Auerbach, che il senso per la vittoria lo ebbe sempre ben presente, lo volle ai Celtics per la coppia da sogno con l’astro nascente Larry Bird. Il 22 gennaio 1980 Pete ammise: «Da dieci anni provavo ad arrivare qui». Coach Fitch in quintetto gli preferì però Chris Ford. Maravich non può partire dalla panchina. Dopo i playoff le scarpette rimasero nello spogliatoio. Rinunciò all’agognato titolo e si congedò laconicamente dalla compagnia per telefono: «Ho tirato una volta di troppo a canestro, Red». Ritiratosi dall’agonismo si affidò alla fede, svelando a Jackie di aver udito la voce di Gesù Cristo: «Sii forte e innalza il tuo cuore». Numerose biografie (la prima addirittura stampata nel 1969) si sono soffermate sulla depressione, tradita dagli occhi, e sull’abuso di alcool. In campo, la sua patria vera, era il sole e obbediva a un istinto vitale. Lontano da esso spesso prevalse il buio. Dall’High School all’Nba l’amarono per la sfrontata coerenza di essere con il proprio stile la voce contro, dentro al sistema.

Press, stroncato dal cancro, non riuscì per poche settimane ad assistere all’ingresso del figlio nella Basketball Hall of Fame. Correva l’anno 1987. “Sweet-Lou” Hudson, a chi vinceva i campionati, sussurrava: «Tranquillo, non sarai mai abbastanza bravo quanto me». Da star designata degli Hawks convisse con lo scomodo ragazzo prodigio. Poi nella vita, oltre al jump shot, è riuscito anche in altro: nel 1993 è il primo afroamericano eletto nello Stato di Utah. Attingendo alla propria profonda umanità, forse è lui ad aver trovato le parole giuste: «Non è mai sembrato facile essere Pete Maravich».

Dedicato a Piero Santonastaso e a Joe Ryan.

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