Michel Houllebecq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michel-houllebecq/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Mar 2016 11:50:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michel Houllebecq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michel-houllebecq/ 32 32 Considerazioni sul “geco” di Tiziano Scarpa https://minimaetmoralia.it/letteratura/considerazioni-sul-geco-di-tiziano-scarpa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/considerazioni-sul-geco-di-tiziano-scarpa/#comments Thu, 03 Mar 2016 08:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30167 Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con le due ossessioni di fondo del veneziano: le parole e il corpo.

Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

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Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il brevetto del geco (Einaudi, pp.321, 20 euro), presenta la consueta struttura binaria. La trama segue le vicende alternate di due personaggi, un uomo e una donna a cui sono dedicati nove capitoli ciascuno, più una prefazione, un lungo capitolo finale dove s’incontrano e infine l’epilogo. Ma la struttura binaria non ha a che fare con le due vite parallele, bensì con le due ossessioni di fondo del veneziano: le parole e il corpo.

Quella è la linea di basso pulsante che sostiene tutte le sue narrazioni da vent’anni a questa parte, e la maestria di Scarpa sta proprio in questo effetto combinato di riconoscibilità e sorpresa, nel saper raccontare storie sempre diverse adoperando gli stessi semplici elementi.

I due personaggi principali sono Federico Morpio, un artista di trentanove anni, e Adele Cassetti, un’impiegata di dieci anni più giovane. Entrambi vivono da soli in un piccolo appartamento a Milano e sono in crisi. Morpio si sente un fallito, non ha un soldo e il suo nome stenta a imporsi, mentre la crisi di Adele è spirituale, la sua vulnerabile solitudine “non aspettava altro che un indizio d’infinito passasse a prendersela, come un centauro vestito di cuoio nero che smarmitta sotto casa”.

Questo indizio d’infinito si manifesta una notte in casa di Adele con le sembianze di un geco, attirato lì dalle tignole della farina, delle farfalline che le infestavano i muri. La sua conversione al cristianesimo avviene per gradi. Il primo stadio è l’ammirazione per quell’animaletto capace di arrampicarsi ovunque, prova evidente di un disegno superiore, ma anche la gratitudine a Dio per aver donato all’uomo l’intelligenza per inventare il teflon, l’unica superficie che il geco non può scalare. Il secondo stadio sono le lunghe passeggiate nel Parco Agricolo Sud, un corridoio naturalistico in mezzo a capannoni e quartieri abitati.

Lì, in quella biomassa pullulante di animali e piante intrecciati alla città, Adele contempla la varietà della Creazione intessuta alla presenza umana. L’ultimo stadio avviene ad Abbiategrasso, alla fine di una delle sue escursioni nel parco, entrando nella chiesa illuminata dai neon policromi dell’artista americano Dan Flavin, come una specie di Vangelo cromatico che le indica il cammino e con chi intraprenderlo. Qui infatti incontra Ottavio Garella, un fedele inquieto e dubbioso come lei assieme al quale concepirà un piano audace e rivoluzionario denominato i Cristiani Sovversivi.

Adele vive insomma la nascita di una vocazione religiosa, mentre Morpio inizia a dubitare della sua vocazione artistica. Si chiede angosciosamente se i suoi videoritratti, appartenenti alla nobile tradizione della Vanitas, ingranditi fino a mostrare i vermi microscopici che vivono sulla faccia delle persone, non piacciono perché non ha talento o perché non ha gli agganci giusti. In ogni caso, il risultato è che a furia di stringere la cinghia s’è ridotto a mangiare a sbafo nei vernissage dei colleghi di successo, ed è stato pure lasciato dalla donna con cui conviveva da quattro anni.

Grazie all’eredità che riceve con la morte del padre, Morpio decide di cambiar vita e di rinunciare definitivamente ai suoi videoritratti, ma un’ultima occasione lo farà ancora sperare di realizzare la propria vocazione e di ottenere il riconoscimento ambito, portandolo a Venezia in occasione della Biennale Arte. Qui il suo destino s’intreccerà con quello di Adele, in una resa dei conti finale piena di colpi di scena.

Uno di questi è la rivelazione circa la natura de L’Interrotto, cioè dell’io narrante che sin dall’inizio ha contrappuntato tutta la narrazione, un’entità incorporea fatta di parole perché “noi parole ci mettiamo in fila e diamo corpo a chi corpo non ha”. Una sorta di voce dell’increato quindi, come un’omissione originaria, a ricordarci che la vera scrittura è sempre un atto compensatorio, e insieme la nostalgia di tutto ciò che non ha più cittadinanza nell’Essere, o che non l’ha mai avuta.

Se il finale tradisce delle risonanze moreschiane, l’incipit ricorda invece Houellebecq, con l’avvertenza che “la storia raccontata in questo libro è un preambolo o un prequel della Nuova Sovversione Cristiana e delle vicende che hanno occupato i media di tutto il mondo”.

In un’appassionata videorecensione, Jovanotti ha lodato “con fervore” la straordinaria capacità dell’autore di raccontare il mondo dell’arte, e in effetti quella è la parte più avvincente del libro. I riferimenti, veri e inventati, non si contano e sono uno più brillante dell’altro, soprattutto perché messi in bocca a un invidioso, che per ogni opera che vede trova sempre qualche precedente simile in grado di vanificarne il senso. È il caso della performance endoscopica di Micaela Maer, che Morpio liquida come epigonale paragonandola all’orazione funebre di Marco Antonio nel Giulio Cesare della Socìetas Raffaello Sanzio, “recitata da un laringectomizzato che inghiotte una microcamera fino alle corde vocali”.

Ma gli esempi che si potrebbero fare sono tantissimi. Personalmente sono rimasto incantato da uno dei più semplici, quello del foglio di cartoleria con i bollini rossi che si appongono sulle opere vendute (e si usano pure come indicazione di luogo, il “voi siete qui” a una fiera), ma che dire dell’idea di suicidarsi gettandosi dalla cima del Pirellone, aggrappato a 175 ombrellini colorati acquistati da un ambulante con gli ultimi risparmi? Dalle tragiche provocazioni di Cattelan all’analisi della Cena in Emmaus di Caravaggio a Brera, fino al “colpo del cosciotto” raccontato da Zola nei suoi Taccuini o alla “installazione” di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, l’intero romanzo brulica di una miriade di riferimenti artistici, vecchi e moderni, che a raccoglierli tutti in un indice dei nomi ne uscirebbe un saggio corposo.

E qui viene in mente il vecchio rimprovero di Berardinelli, secondo il quale Scarpa era miglior saggista che narratore, ma la verità è che oggi quella distinzione non ha più senso. Forse l’appunto poteva valere quando apparve Kamikaze d’Occidente, il diario erotico con le finestrelle di digressioni saggistiche (alcune anche di arte), ma nel Brevetto del geco la narrazione è talmente lineare e trascinante che è tutto fuso insieme, non si distinguono più i vari registri espressivi (narrazione, riflessione, poesia); e del resto questa unità stilistica se l’era posta come obiettivo già ai tempi di Verbale n.2847 (ed. Charta).

Non mancano i brani poetici e struggenti, come il racconto surreale e asciuttissimo della morte del padre di Morpio, risolto con una battuta messa in bocca al cane Gas; o i contatti notturni pudichi di Adele e Ottavio a forma di A; o ancora la loro lettura delle richieste di grazia disseminate fra i teschi di San Bernardino alle Ossa; o infine il sesso tra Federico e la collega Mariella, e le loro parole che si ripetono proiettate sul muro. Se c’è un banco di prova infallibile per un narratore, qualcosa di veramente difficile da dire in un modo non scontato, questo è proprio la classica scena di sesso. Si legga allora con che maestria e tatto Scarpa racconta la prima volta di Federico con Livia (pag.94), la curiosità del giovane che scopre il mondo attraverso l’intimità della sua ragazza (“la boccetta di collirio”).

In questo senso, i due protagonisti vivono l’esperienza dell’amore come qualcosa di opposto e inconciliabile, non a caso per Adele amare una persona significava riservargli in esclusiva il meglio di sé, mentre per Morpio, completamente assorbito da se stesso e dai suoi guai, era l’esatto contrario.

A leggere attentamente la prefazione de L’Interrotto, si noterà che a un certo punto espone un’intenzione precisa, raccontare la storia in modo “ambivalente: nel senso letterale del termine, qualcosa che vale doppio, che vale in entrambi i sensi”. Lo dice a proposito della mescolanza di verità e finzione, che preferisce non separare, ma a lettura finita viene il sospetto che si tratti di una vera e propria strategia di complicazione semantica, perché non solo i due protagonisti a volte sono portatori di concezioni diverse (come il significato di amare), ma tutta la storia abbonda di ossimori, paradossi e antinomie. Si vedano questi esempi, frutto di una selezione:

“diceva la sua faccia, senza dirlo” (pag.36);

“quella donna era indimenticabile, nell’essere impossibile da ricordare” (pag.42);

“la causa era il rimedio” (pag.52);

“piango senza lacrime, senza piangere” (pag.82);

“vorrei divertirmi anch’io vivendo la sua stessa noia” (pag.140);

“come si fa a ostentare qualcosa che consiste nella mancanza di segni di ostentazione?” (pag.183);

“l’unica regola che condividevano era la stessa che li contrapponeva: l’individualismo” (pag.223);

“se ti converti, le cose che prima pensavi ti convenissero, poi capisci che ti danneggiano” (pag.239);

“il vuoto è il segno della sua pienezza. La disperazione è l’accesso alla speranza” (pag.260);

eccetera eccetera.

L’impressione personale, insomma, è che l’ambivalenza elevata a sistema non fosse così necessaria, soprattutto se ottenuta con contrasti di significato a volte un po’ meccanici. Ma è pur vero che nel lungo capitolo finale ambientato a Venezia, dove confluiscono le due storie, Scarpa riannoda con estrema naturalezza tutti i fili sciolti fino a poco prima.

Venezia, Italia, 30 aprile 2015. Tiziano Scarpa, scrittore Italiano. Venice, Italy, April 2015. Tiziano Scarpa, Italian writer.
Tiziano Scarpa

Unde origo inde salus, nell’origine la salvezza, ci ricordava l’autore in Venezia è un pesce, la bellissima guida turistica sui generis che dedicò alla propria città. Chissà se è vero. In ogni caso, come diceva Walter Benjamin, si scrive e si viaggia soprattutto per conoscere la propria geografia. E questa geografia interna non sta mai ferma, ridisegna continuamente i suoi confini, ha percorsi sghembi e tortuosi, che fanno dei giri strani, partono dall’interno, poi si allontanano sempre più fin quasi a smarrirsi e a perdere ogni riferimento, a ritrovarsi in posti con dei nomi improbabili come Pasturago di Vernate, Merembate, Fossate sul Naviglio, Garambate, e infine, quando meno te lo aspetti, ritornano indietro al punto di partenza. Perché che parli di un’orfanella del Settecento o di uno studente che vende il suo sperma, di uno scrittore gigolo o di una coppia di cristiani sovversivi, la fantasia di Tiziano Scarpa è sempre la stessa, quella di un uomo che pur di non staccarsi dalla sua città natale preferisce usarla come sfondo per le maschere più diverse, alla luce di un eterno tramonto rosato intravisto per sempre quand’era piccolo, e da allora rimasto impresso nella memoria come una cornice splendente che racchiude tutti gli istanti e le storie del mondo.

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“Non sono abbastanza credente per essere ateo”. Intervista a Emmanuel Carrére https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-emmanuel-carrere-il-regno/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-emmanuel-carrere-il-regno/#comments Fri, 13 Mar 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25610 Questa intervista è uscita su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l'autrice. E vi segnaliamo che sabato 14 marzo Emmanuel Carrére sarà ospite di Libri Come a Roma alle 21 in una conversazione con Nicola Lagioia dal titolo "Come il regno". (Fonte immagine)

di Anaïs Ginori

PARIGI. "Non so". Quando la conversazione vira sulla strage di Charlie Hebdo e l'integralismo islamico, Emmanuel Carrère cita involontariamente le ultime parole del suo nuovo romanzo. Non ha mai voluto essere un maître-à-penser. "Solo uno scrittore", dice, ed è una professione di umiltà. "Davanti all'attualità mi limito a osservare, come fanno tutti. Diffido spesso da ciò che penso, faccio fatica a parlare del globale, ho bisogno di aggrapparmi a un piccolo brandello della realtà, e concentrarmi su quello per ottenere uno scorcio di verità. È così che ho raccontato la caduta dell'impero sovietico in Limonov o il problema dell'indebitamento in Vite che non sono la mia".

Adesso arriva Il Regno (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), ovvero il Vangelo secondo Carrère, un peplum erudito e divertente, che mischia come sempre il racconto personale  -  una crisi mistica quando aveva trent'anni  -  all'indagine storica su una "piccola setta di ebrei" che ha fondato il cristianesimo. Uno degli scrittori più popolari di Francia si lancia nella sua sfida letteraria più azzardata, un salto nel tempo, alle origini della nostra civiltà, ma sempre con il rigore usato nei precedenti libri, mai semplici romanzi. "Ho smesso di usare la parola romanzo da L'Avversario " ricorda. Nello studio quasi monacale del suo grande appartamento del decimo arrondissement entra all'improvviso uno dei personaggi de Il Regno, l'amico Hervé venuto per pranzo, che nel libro è compagno di camminate, meditazioni e altre escursioni intellettuali. Carrère si è avvicinato al Regno da agnostico ("Non sono abbastanza credente per essere ateo"), riuscendo a non urtare i lettori più religiosi: un piccolo miracolo, che lui attribuisce, scherzando, alla predestinazione racchiusa nel suo nome, che in ebraico significa "Dio è con noi".

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carrere buonaQuesta intervista è uscita su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice. E vi segnaliamo che sabato 14 marzo Emmanuel Carrére sarà ospite di Libri Come a Roma alle 21 in una conversazione con Nicola Lagioia dal titolo “Come il regno”. (Fonte immagine)

di Anaïs Ginori

PARIGI. “Non so”. Quando la conversazione vira sulla strage di Charlie Hebdo e l’integralismo islamico, Emmanuel Carrère cita involontariamente le ultime parole del suo nuovo romanzo. Non ha mai voluto essere un maître-à-penser. “Solo uno scrittore”, dice, ed è una professione di umiltà. “Davanti all’attualità mi limito a osservare, come fanno tutti. Diffido spesso da ciò che penso, faccio fatica a parlare del globale, ho bisogno di aggrapparmi a un piccolo brandello della realtà, e concentrarmi su quello per ottenere uno scorcio di verità. È così che ho raccontato la caduta dell’impero sovietico in Limonov o il problema dell’indebitamento in Vite che non sono la mia“.

Adesso arriva Il Regno (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), ovvero il Vangelo secondo Carrère, un peplum erudito e divertente, che mischia come sempre il racconto personale  –  una crisi mistica quando aveva trent’anni  –  all’indagine storica su una “piccola setta di ebrei” che ha fondato il cristianesimo. Uno degli scrittori più popolari di Francia si lancia nella sua sfida letteraria più azzardata, un salto nel tempo, alle origini della nostra civiltà, ma sempre con il rigore usato nei precedenti libri, mai semplici romanzi. “Ho smesso di usare la parola romanzo da L’Avversario ” ricorda. Nello studio quasi monacale del suo grande appartamento del decimo arrondissement entra all’improvviso uno dei personaggi de Il Regno, l’amico Hervé venuto per pranzo, che nel libro è compagno di camminate, meditazioni e altre escursioni intellettuali. Carrère si è avvicinato al Regno da agnostico (“Non sono abbastanza credente per essere ateo”), riuscendo a non urtare i lettori più religiosi: un piccolo miracolo, che lui attribuisce, scherzando, alla predestinazione racchiusa nel suo nome, che in ebraico significa “Dio è con noi”.

Perché incrociare un’improvvisa crisi personale con una ricostruzione storica sul Nuovo Testamento?

“È un lavoro di investigazione che si dirama su due piani, di diversa importanza: una ricerca sugli albori del cristianesimo e un’altra, più personale, su un periodo della mia vita in cui sono stato un fervente cristiano. Mi sembrava legittimo far dialogare questi due piani, anche perché permettono un approccio radicalmente diverso: una lettura del Nuovo Testamento da credente, che ascolta la parola di Dio, e poi quella di uno scettico, che cerca di ricostruire la verità storica dietro ai testi sacri”.

La sua temporanea conversione fu provocata da una crisi di ispirazione letteraria?

“Intorno ai trent’anni è cominciato un periodo orribile della mia vita. Non riuscivo più a scrivere, non sapevo amare. Ero diventato insopportabile a me stesso. Tutte le sovrastrutture mentali che mi avevano protetto, in particolare l’orgoglio di essere uno scrittore, erano all’improvviso crollate. Ho attraverso una crisi profonda, pensando che avevo sbagliato la mia esistenza, che forse sarei finito a fare il barelliere a Lourdes. La conversione è stata improvvisa, anche grazie alla mia madrina Jacqueline, una donna carismatica. Vedendo la depressione nella quale ero finito, mi ha regalato il Nuovo Testamento della Bibbia di Gerusalemme. Ho cominciato a interessarmi allora alla fede, anche se temevo che non fosse alla mia portata”.

Quanto è durata la sua crisi mistica?

“Non parlerei di misticismo, sarebbe dare un eccessivo valore a una crisi personale. Andavo a messa, pregavo, e soprattutto commentavo quasi ogni giorno il Vangelo secondo Giovanni. Per tre anni ho riempito di appunti interi quaderni, poi finiti dentro a cartoni dimenticati, fino a quando non ho cominciato a scrivere Il Regno. Ricordo bene il momento della conversione, meno l’uscita da questo periodo di pratica fervente. Non c’è stata una cesura netta, piuttosto un lento calo di intensità”.

Il ritorno alla scrittura ha in parte cancellato la devozione?

“Il mio agente mi ha suggerito di dedicarmi a una biografia. Ho pensato a Philip Dick, uno scrittore religioso, un mistico selvaggio. Tornando a scrivere, che è un altro modo di interrogarsi, sono uscito dalla fase dogmatica, ma l’inclinazione verso la fede mi ha accompagnato anche nella stesura de L’Avversario. A un certo punto è passata, e ho faticato a riprendere in mano appunti e lettere di quel periodo. Provavo un certo imbarazzo. Come se non fossi io”.

La sua ricostruzione ha una parte inevitabile di finzione?

“Per costruire un racconto bisogna riempire degli spazi bianchi, laddove non ci sono fonti. Ma volevo anche dare corpo a questi tipi che oggi immaginiamo con l’aureola, dei santi, eppure sono stati uomini, con fragilità, debolezze. Ho cercato però di non ingannare il lettore. Ho differenziato le ricostruzioni documentate da elaborati più controversi o personali”.

Avvicinarsi al Nuovo Testamento è anche un modo di risalire alle origini della letteratura?

“I Vangeli sono romanzi, con delle storie, dei personaggi, delle avventure. Certo, non sono soltanto questo. Ma nel Nuovo Testamento, che si può considerare un prodigioso bestseller, c’è un’efficace intuizione su come si deve raccontare una storia. Non sappiamo perché il cristianesimo sia così diffuso e se, in mancanza della conversione di Costantino o di un altro imperatore, non sarebbe rimasto una setta come tante altre, destinata all’estinzione. Sono convinto che nel successo di questa religione ci sia anche una ragione letteraria. Il solo poter leggere diversi Vangeli, con punti di vista molteplici, non fa altro che dare alla figura di Gesù una forza narrativa ancora più potente”.

Perché la scelta dell’apostolo Luca come protagonista de Il Regno?

“Luca è un autore nel senso moderno del termine. Nel suo Vangelo si ritrovano alcuni testi memorabili come il Buon Samaritano, il Figliol Prodigo, i Vangeli dell’Infanzia. Luca è anche uno storico, conduce una vera e propria inchiesta quarant’anni dopo la morte di Gesù. È insieme a Paolo, che gli fornisce una versione diretta degli eventi, e probabilmente raccoglie altre testimonianze per scrivere il suo Vangelo. Nel gruppo degli evangelisti, Luca è l’unico a non essere ebreo e a rivolgersi ai pagani. Infine, nei suoi scritti ho trovato una sorta di affinità umana: il rifiuto del settarismo, la ricerca del punto di vista altrui, la verità che non è mai da una parte sola. Insieme, Paolo e Luca, sono una formidabile coppia romanzesca, come Don Chisciotte e Sancho Panza, Sherlock Holmes e Watson”.

Lei e Houellebecq pubblicate, a pochi mesi di distanza, un libro che parla di religione. La stupisce questa coincidenza?

“Ha colpito anche me. Non so trarne conclusioni. Houellebecq parla dell’Islam, un tema contemporaneo e altamente polemico. Io mi dedico al cristianesimo, una religione più vecchia, forse più stanca, a mio parere relativamente inoffensiva. Scrivere di Islam, una religione di cui so pochissimo, oggi è infinitamente più pericoloso. Sono cresciuto dentro al cristianesimo e una delle domande che mi hanno spinto a scrivere questo libro è: quando si appartiene a una cultura cristiana e però non sei più credente, cosa resta?”.

A lei la risposta.

“C’è, dentro di me un nocciolo duro di valori cristiani, un retaggio del messaggio evangelico. Sono profondamente attaccato a quella folle inversione di valori predicata dal cristianesimo. Gli ultimi saranno i primi: è un’affermazione inverificabile ma non potrei rassegnarmi a vivere senza che fosse stata pronunciata. Ho passato sette anni a scrivere Il Regno. Stavo bene dentro a questo libro, ne conservo una profonda nostalgia. Per la prima volta da anni, non ho un altro libro in corso, da cominciare subito”.

È la chiusura di un ciclo?

“Credo di sì. Nel mio percorso letterario ci sono quindici anni in cui ho pubblicato libri di finzione. E poi altri quindici anni, dall’Avversario a questo libro, in cui ho scritto ispirandomi più direttamente dalla realtà. Ora non so bene verso cosa andrò. Non ho davvero niente nel cassetto”.

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