Michel Onfray Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michel-onfray/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Apr 2017 19:11:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michel Onfray Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michel-onfray/ 32 32 Michel Houellebecq: romanziere islamofobo o genio del marketing? https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/ https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/#comments Mon, 26 Jan 2015 10:05:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25182 di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l'editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un'uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell'uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell'autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l'uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell'ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

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di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l’editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un’uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell’uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell’autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l’uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell’ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

Non c’è dubbio, in effetti, che l’Islam non sia esattamente la passione di Houellebecq: nel 2001, in un’intervista al mensile Lire, l’aveva addirittura definita “la religione più stupida del mondo”; un’affermazione che gli costò un processo (vinto) e le solite minacce di morte. Così come non c’è dubbio che Sottomissione sia un romanzo sulla religione musulmana. Il titolo stesso – traduzione letterale della parola araba Islam – ne è la prova, tanto quanto è provato che agli islamisti radicali non piace che gli “occidentali” la utilizzino senza permesso, altrimenti non avrebbero ucciso il regista olandese Theo Van Gogh, autore di un lungometraggio omonimo. Ciò che resta da capire è come se ne parla, dell’Islam, in questo libro.

La recensione-tipo dei media d’Oltralpe è sempre la stessa. Siamo in Francia, nel 2022. Dopo un secondo mandato disastroso portato a termine dal Presidente socialista François Hollande, rieletto nel 2017, il candidato del neonato partito della Fratellanza Musulmana, Mohammed Ben Abbes, vince le elezioni presidenziali grazie all’appoggio sia del Partito Socialista che di quello di centro-dentra (l’UMP), uniti per impedire la vittoria del Front National, il partito xenofobo di Marine Le Pen, giunto al secondo turno. Ne consegue un’inquietante islamizzazione della Francia e un’inevitabile regressione sociale della nazione – le donne tornano a fare le casalinghe e la poligamia diventa la prassi. La Francia entra a far parte del progetto imperialista del leader musulmano, il cui obiettivo segreto – abilmente camuffato dietro la maschera della moderazione e del compromesso – è quello di unire la Turchia, l’Algeria, il Marocco, la Tunisia e l’Egitto all’Europa per farne un nuovo Impero romano (di stampo islamico). Fine della storia.

Basandosi su queste premesse essenziali, la maggior parte della stampa francese ha parlato di “romanzo islamofobo”, definendolo come la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una Francia dominata dal dibattito sempre più violento tra multiculturalisti e identitari. Hanno ragione a dire che il romanzo ha gettato benzina sul fuoco? Che fa il gioco di Marine Le Pen alimentando quella paura di essere conquistati dal diverso (il cosiddetto “Grand remplacement”) condivisa da Renaud Camus, Eric Zemmour e la maggior parte degli intellettuali conservatori francesi? O forse è solo una semplice strumentalizzazione politica di un’opera letteraria dai risvolti molto più ampi?

Come ammette candidamente l’inviato del Corriere della Sera Stefano Montefiori nella sua intervista allo scrittore francese, il libro sarebbe addirittura islamofilo. Come negarlo? Nella Francia di Ben Abbes descritta da Houellebecq non ci sono più scontri con la Polizia, il tasso di delinquenza cala drasticamente, così come quello della disoccupazione (visto che il nuovo regime vieta alle donne di lavorare) e la crisi viene sradicata a colpi di petrodollari grazie all’aiuto del Qatar e dell’Arabia Saudita. Cosa desiderare di più? La sottomissione alla religione musulmana situata all’interno di un quadro manicheo fatto di conquistatori e conquistati è solo una delle chiavi di lettura possibili. Quella che fa più comodo ai polemisti. Perché non definire “Sottomissione” un romanzo sulla letteratura, ad esempio, visto che il protagonista è un dottorando specializzato sullo scrittore francese Joris-Karl Huysmans, oppure un manifesto dell’antipolitica, visto come i politici sono ridicolizzati costantemente e senza pietà, o ancora un pamphlet satirico anticapitalista?

La verità è che tutti questi percorsi narrativi sono a servizio di un’unica ossessione. Sottomissione non è altro che l’ennesimo romanzo di Houellebecq sulla crisi del maschio occidentale contemporaneo, irrimediabilmente frustrato e disposto ad avallare qualunque sistema gli permetta di colmare le proprie mancanze: era accaduto con il turismo sessuale favorito dall’asse Nord-Sud in Piattaforma, con la clonazione in La possibilità di un’isola, mentre ora è il turno dell’Islam, un sistema ideologico in grado di riavvolgere il nastro della storia cancellando il tanto odiato ’68 e riportando al centro della società la famiglia patriarcale.

Ma non è tutto. In un’intervista rilasciata alla Paris Rewiew, Houellebecq ammette che il libro non doveva essere incentrato sull’Islam. Anzi. Inizialmente il progetto, intitolato La conversion (La conversione) era quello di raccontare, appunto, una conversione al cattolicesimo, proprio come era accaduto ad Huysmans, lo scrittore feticcio del protagonista del romanzo. L’intento letterario non era altro che il riflesso dell’artista ad una serie di tristi circostanze personali. Michel Houellebecq perde il padre e il suo amato cane nel giro di pochi mesi e le sue convinzioni agnostiche si incrinano. Così, decide di scriverne. Poi, inspiegabilmente, la crisi, come testimonia l’autore stesso in un carteggio con l’ex cantante dei Téléphone, Jean Louis Aubert, che nel suo ultimo album ha musicato le sue poesie; il libro, dopo le prime 50 pagine scritte di getto, non avanza e i mesi passano. Ed ecco che alla fine arriva il tomo di Houellebecq, confezionato ad hoc per mettere carne fresca sul fuoco di un dibattito identitario che ha lacerato la Francia negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’uscita del saggio record di vendite del polemista Eric Zemmour, “Il suicidio francese”. Come mai? “That must be my mass market side”, ha risposto alla Paris Review. A questo punto, quindi, la domanda sorge spontanea: Houellebecq è un fervente islamofobo o un abile uomo di marketing? Tutto farebbe propendere per la seconda ipotesi.

Già da tempo lo scrittore sembra aver imparato a diluire sapientemente la virulenza e l’impeto di autenticità dei suoi primi romanzi, da Estensione del dominio della lotta a Piattaforma. Il suo penultimo romanzo, La carta e il territorio, ha spinto più di un critico a pensare che fosse stato concepito appositamente per vincere il Prix Goncourt. E poi quella raccolta di poesie, Configuration du dernier rivage, con quei versi ripescati qua e là dalle vecchie carte e spacciati per inediti, che sembrava l’ennesimo best of di un vecchio gruppo rock. Per non parlare di quest’ultimo anno: la collaborazione con il sopra citato Jean Louis Aubert per un album di musica rock – con tanto di videoclip – e ben due film usciti in sala con l’autore nella veste del protagonista principale. I francesi considerano Michel Houellebecq come il perfetto continuatore dell’illustre schiera dei suoi poeti maledetti: gli occhi persi nel vuoto, i capelli lunghi e trascurati, la sigaretta stretta tra il medio e l’anulare ingialliti dal fumo. Un po’ Céline, un po’ Gainsbourg versione Gainsbarre (quello delle patetiche avances a Whitney Houston in tv), l’autore di Sottomissione somiglia piuttosto a Arthur Rimbaud, che da un momento all’altro ha abbandonato la vita sregolata di Parigi per riparare a Marsiglia e darsi al commercio sulle navi mercantili. Houellebecq sembra aver abbandonato la sua naturale vena pornografica, adattandola alle esigenze del mercato, diventando un perfetto imprenditore di se stesso, un abile venditore del proprio marchio. Sottomissione, introvabile nelle librerie fin dal primo giorno e mandato subito in ristampa, è il suo ultimo, magistrale colpo di mercato.

Perché i suoi lettori non glielo rinfacciano? Semplice, perché l’autore si comporta esattamente come i personaggi dei suoi romanzi, così tanto amati dagli appassionati: cinici, rassegnati, nichilisti, opportunisti, questi non sono altro che tanti alter ego dello scrittore. Lo stesso protagonista di Sottomissione, François, “è una caricatura del personaggio houellebequiano – scrive Nelly Kaprélian sul settimanale Les Inrockuptibles: – un single di 44 anni che vive in una torre del quartiere cinese di Parigi, che non ha amici, non versa una lacrima quando muoiono i suoi genitori, va a letto con le sue studentesse che finiscono tutte per lasciarlo, non riesce ad avere un’erezione per una donna della sua età (la cui carne si rammollisce), si scopa qualche prostituta senza piacere, in breve, si sente morire lentamente, solo e triste. Alla fine accetterà di convertirsi, non solo per ritrovare il suo posto di lavoro (pagato 10mila euro grazie ai fondi dei qatari), ma prima di tutto perché l’Islam lo autorizza ad avere una donna di 15 anni nel suo letto e una di 40 in cucina”. Abbasso le ipocrisie, insomma.

Non solo, quindi, le accuse di islamofobia non reggono, ma neanche quelle di essere uno scrittore cinico e opportunista: tutte le sue opere dimostrano che l’autore non ha mai negato di esserlo, senza falsi moralismi. A questo si aggiunge una scrittura sublime (il filosofo Michel Onfray ritiene che Sottomissione sia il suo miglior romanzo) e quell’ambiguità di fondo che lo rende inclassificabile, o meglio – come scrive nel libro – “non immediatamente corrispondente ad un profilo di consumatore esistente”.

“Sì, in teoria sei un maschilista, non c’è alcun dubbio – dice Myriam a François nel libro. – Ma hai dei gusti letterari raffinati: Mallarmé, Huysmans, di certo ciò ti allontana dal maschilista di base. A questo aggiungo una sensibilità femminile, anormale, per i tessuti di arredamento. Per contro, ti vesti sempre come un tamarro. un personaggio tipo macho grunge che potrebbe avere una certa credibilità; ma non ti piace ZZ Top, hai sempre preferito Nick Drake. Insomma, sei una personalità paradossale”. Quando la giornalista del Nouvel Observateur Aude Lancelin ha provato a chiedergli qual è il segreto che gli permette di provocare rendendosi nello stesso tempo inattaccabile, lui ha risposto: l’ironia. L’avreste mai detto guardandolo in faccia?

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Torna Aristippo, il filosofo del piacere https://minimaetmoralia.it/libri/torna-aristippo-il-filosofo-del-piacere/ https://minimaetmoralia.it/libri/torna-aristippo-il-filosofo-del-piacere/#comments Fri, 07 Nov 2014 13:22:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24045 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Per gli antichi greci più che la filosofia esisteva il filosofare. Un’azione, anzi una pratica, subito chiara nel significato originario del verbo: amare (philein) la sapienza, la saggezza (sophia). Il filosofo, dunque, non aveva nulla a che vedere con il tipo umano a cui siamo abituati. Come il medico, egli era dedito a una terapia, terapia non del corpo ma dell’anima. Soprattutto dopo la grandiosa riflessione filosofica tedesca dei secoli XVIII e XIX , noi identifichiamo il filosofo in un uomo immerso nella ricerca teoretica, chino sui libri, sempre alle prese con domande circa il senso dell’essere. Nell’antichità invece la pratica di chi era in cerca di saggezza possedeva un carattere immediatamente vitale, per nulla estraneo alla quotidianità. Il fine della conoscenza consisteva in qualcosa di molto semplice e comune a tutti gli esseri umani: raggiungere la felicità. Come vivere bene la nostra breve vita? Come essere felici?

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Per gli antichi greci più che la filosofia esisteva il filosofare. Un’azione, anzi una pratica, subito chiara nel significato originario del verbo: amare (philein) la sapienza, la saggezza (sophia). Il filosofo, dunque, non aveva nulla a che vedere con il tipo umano a cui siamo abituati. Come il medico, egli era dedito a una terapia, terapia non del corpo ma dell’anima. Soprattutto dopo la grandiosa riflessione filosofica tedesca dei secoli XVIII e XIX , noi identifichiamo il filosofo in un uomo immerso nella ricerca teoretica, chino sui libri, sempre alle prese con domande circa il senso dell’essere. Nell’antichità invece la pratica di chi era in cerca di saggezza possedeva un carattere immediatamente vitale, per nulla estraneo alla quotidianità. Il fine della conoscenza consisteva in qualcosa di molto semplice e comune a tutti gli esseri umani: raggiungere la felicità. Come vivere bene la nostra breve vita? Come essere felici?

I filosofi indagavano, aprivano scuole e spesso mettevano per scritto i risultati delle loro ricerche. Offrivano insomma una strada: la loro pratica coincideva con il “vivere bene” che si preoccupavano di insegnare, poiché essi erano innanzitutto educatori. Il più esemplare tipo umano di questo genere fu Socrate. Innumerevoli furono coloro che presero a seguirlo e che, dopo la sua morte, cercarono di proseguire sulla via che ritennero più giusta. Il principale lo conosciamo tutti. Si chiamava Aristocle e per le sue ampie spalle fu soprannominato Platone. La sua genialità oscurò gli altri amici (più che discepoli) di Socrate che infatti la storia ribattezzò con un epiteto poco affettuoso: “socratici minori”. Tra di essi, uno dei più dimenticati era nato a Cirene, nell’attuale Libia orientale, si chiamava Aristippo e fu noto al suo tempo poiché identificava la felicità nel piacere.

Ma che tipo piacere? – dobbiamo chiederci noi oggi. E in che senso la felicità può identificarsi con esso? Delle riflessioni di Aristippo è rimasto davvero poco e quel poco è stato oscurato a lungo. Una magnifica edizione italiana curata dal massimo esperto dell’argomento, Gabriele Giannantoni, fu pubblicata da Sansoni nel 1958 e ovviamente è introvabile. A essa però ha attinto a piene mani Michel Onfray, pubblicando un libro che è in sostanza un’edizione semplificata delle testimonianze su Aristippo di Cirene, opera importante per tutti gli appassionati e anche per chi semplicemente continua a credere che la ricerca della saggezza e la cura di se stessi sia il compito principale nell’arco di una vita.

Con L’invenzione del piacere. Aristippo e i cirenaici (Ponte alle Grazie, pp. 205, euro 12) possiamo tentare di penetrare i segreti di un uomo che lasciò presto la città dove nacque attorno al 430 a. C. per vivere fra l’altro a Corinto, Atene, Egina, Siracusa e che morì verso il 360. Benestante (Cirene era ricchissima, al tempo, grazie soprattutto al siflio, una pianta oggi scomparsa usata come condimento e medicinale), ottimo conversatore, attento alle situazioni, sapeva come comportarsi sia che si trovasse alla corte del potentissimo tiranno siracusano Dionisio il Giovane, sia che dovesse affrontare le ire di pensatori drastici e ostentatamente poveri come Diogene di Sinope, tra i precursori del Cinismo. I principi a cui s’ispirava erano la misura nel godere dei piaceri, l’assoluta indipendenza di pensiero, la predisposizione all’ascolto, ossia la curiosità sempre viva dell’intelligenza. Un insieme di propensioni che lo spinse a frequentare prima le lezioni dei Sofisti e più tardi i dialoghi in cui Socrate si lanciava giorno dopo giorno passeggiando per Atene.

Le fondamenta del suo modo di cercare la saggezza sono lì, tra i Sofisti e Socrate, messe assieme attraverso il suo carattere di misurato gaudente. Secondo Aristippo, la conoscenza è frutto della nostra percezione, percezione che è relativa a noi e alle circostanze. Quel che ci appare, però, deve essere organizzato armoniosamente nel nostro incontro con gli esseri umani, aprendoci al dialogo, sempre pronti a ridiscutere quel che troviamo giusto. È la lezione del V secolo, quando i commerci fecero incontrare tradizioni, usi e costumi diversi spingendo a mettere in discussione le verità rivelate. Aristippo però declinò questo atteggiamento culturale in base alle sue attitudini.

Da una parte dunque cercò di utilizzare le armi della conoscenza per individuare quel piacere che, nel momento esatto in cui si sta vivendo (fuori dal passato e dal futuro, fuori da ricordi e anticipazioni, portatori di dolori), può accompagnarci senza eccessi alla felicità. Dall’altra sottolineò la necessità di essere costantemente autonomi e padroni di se stessi mentre si segue questa strada. Così uno degli aneddoti più ricorrenti sul suo stile di vita racconta di una risposta sferzante a chi gli domandava della sua relazione con una famosa etera di nome Laide: “La posseggo, non ne sono posseduto” disse “Ottima cosa è vincere e non essere schiavi dei piaceri, più che il non goderne affatto”. Si deve godere, ma soltanto quando il piacere è in nostro possesso e non siamo noi a esserne schiavi. Il piacere non è dunque il fine ultimo ma il mezzo attraverso cui si raggiunge la felicità. Questo piacere è misura e moderazione.

Tutto il contrario di quel che ha raccontato una certa tradizione molto ostile verso Aristippo e verso la scuola che egli non fondò mai ma che più tardi s’immaginò fosse seguita al suo insegnamento e fu per questo ribattezzata “Scuola Cirenaica”. È in questa tradizione ostile che trova linfa vitale per la sua introduzione tutta ideologica Michel Onfray, scatenato difensore di Aristippo contro tutti i filosofi a lui contemporanei, quasi fossero nemici da combattere, colpevoli soltanto di aver prodotto una riflessione più ascoltata, seguita e duratura. Ormai famoso per l’ateismo, l’edonismo e la carica “rivoluzionaria” del suo pensiero, Onfray non si cura più di studiare con attenzione critica ciò di cui parla.

Le sue pagine introduttive al pensiero dei Cirenaici (come se fosse mai esistita una corrente filosofica unitaria di quel genere) sono l’unica parte del libro che il lettore può tranquillamente lasciar perdere. Troviamo caricature dei presunti avversari di Aristippo che non hanno nessun appiglio nella realtà: Pitagorici solo dediti ai numeri come fossero giochini, un Platone in pillole da manuale di scuole elementari che non ha nulla a che fare con la ricchezza del filosofo, e una costante battaglia contro tutti quei “nemici della felicità” che si sarebbero tanto dedicati a oscurare il pensiero di Aristippo. Come se gli altri filosofi greci non avessero cercato anch’essi la felicità, semmai percorrendo altre vie, certo non autopunitive come piacerebbe a Onfray, ma semplicemente più profonde e a volte più contraddittorie. Al punto che la storia, i lettori e i seguaci in generale hanno voluto attribuire a quelle strade un maggior credito che a quella piacevole, bonaria e di attenta intelligenza percorsa da Aristippo di Cirene.

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