Michele Colucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-colucci/ un blog di approfondimento culturale Tue, 09 Jun 2020 08:06:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michele Colucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-colucci/ 32 32 Leonardo Zanier, sindacalista e poeta https://minimaetmoralia.it/ritratti/leonardo-zanier-sindacalista-poeta/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/leonardo-zanier-sindacalista-poeta/#comments Tue, 09 Jun 2020 08:06:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43510 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Michele Colucci al libro Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta di Paolo Barcella e Valerio Furneri, uscito per Carocci.

di Michele Colucci

La Carnia è una terra che si muove, dove i rischi sismici sono conosciuti e temuti. Non solo si muove, di continuo e incessantemente, ma è incastonata in un reticolo di confini e di frontiere che – anche loro – si sono spostati di frequente, generando molteplici conseguenze sui suoi abitanti. Chissà se anche la tendenza geologica alla mobilità e la prossimità ai confini hanno influito sulla straordinaria propensione degli abitanti della Carnia alle migrazioni. Quello che è certo è che l’impatto dell’emigrazione sulla regione, nelle tante stagioni in cui il fenomeno si è manifestato, è stato fortissimo, fino a plasmare in modo decisivo le culture, le vite, la terra, i rapporti politici e sociali.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Michele Colucci al libro Una vita migrante. Leonardo Zanier, sindacalista e poeta di Paolo Barcella e Valerio Furneri, uscito per Carocci.

di Michele Colucci

La Carnia è una terra che si muove, dove i rischi sismici sono conosciuti e temuti. Non solo si muove, di continuo e incessantemente, ma è incastonata in un reticolo di confini e di frontiere che – anche loro – si sono spostati di frequente, generando molteplici conseguenze sui suoi abitanti. Chissà se anche la tendenza geologica alla mobilità e la prossimità ai confini hanno influito sulla straordinaria propensione degli abitanti della Carnia alle migrazioni. Quello che è certo è che l’impatto dell’emigrazione sulla regione, nelle tante stagioni in cui il fenomeno si è manifestato, è stato fortissimo, fino a plasmare in modo decisivo le culture, le vite, la terra, i rapporti politici e sociali.

Leonardo Zanier ha vissuto direttamente e in prima persona tutte le stratificazioni locali, nazionali e internazionali dell’esperienza migratoria, tenendo sempre come baricentro e come punto di riferimento il territorio della Carnia, che non era per lui semplicemente una “zona di partenza” ma un luogo in cui tornare di continuo, uno stimolo culturale e linguistico, una sfida politicapiena di significati da svelare e da conquistare di volta in volta, usando gli strumenti della letteratura, quelli della ricerca o quelli della dialettica politica. Questa appartenenza così viscerale e così intensa alla sua regione non si può in alcun modo scindere da un’altra appartenenza, altrettanto forte e profonda: la militanza nelle organizzazioni del movimento operaio, la fiducia nella possibilità di trasformare le condizioni materiali di quell’esercito sterminato di lavoratori e lavoratrici che come lui dalla sua regione si erano messi in cammino alla ricerca di dignità e di riscatto. E a fianco all’appartenenza regionale e alla consapevolezza politica non dobbiamo dimenticare il rapporto continuo e strettissimo con la Svizzera, dove Zanier è sbarcato come lavoratore emigrato alla fine degli anni cinquanta iniziando un lento e inesorabile percorso di radicamento che lo ha visto passo dopo passo diventare uno dei punti di riferimento più importanti del variegato mondo dell’associazionismo italiano, all’interno di una stagione di conflitti durissima.

La biografia politica, professionale e intellettuale di Zanier qui meticolosamente ricostruita da Paolo Barcella e Valerio Furneri si può effettivamente ricondurre a questi tre poli: la Carnia, la Svizzera, la militanza sociale e politica. Il vastissimo spettro delle attività svolte da Zanierruota attorno a questi tre assi, che anno dopo anno vengono riempiti e innervati di nuovi percorsi: il lavoro, attorno a cui ruotano gran parte delle vicende che lo hanno visto protagonista, la scuola e la formazione, la scrittura, la poesia, le lotte combattute a fianco degli emigrati italiani, le battaglie intraprese in Friuli per riscattare un territorio abbandonato e sempre più spopolato.

Il ritorno alla biografia dei militanti politici rappresenta neipiù recenti sviluppidella storiografia una delle esercitazioni più ricche di stimoli e di prospettive, soprattutto per quanto riguarda il contesto italiano e gli anni riconducibili alla seconda metà del Novecento. Attraverso le biografie è infatti possibile entrare in profondità nelle pieghe delle organizzazioni, delle vertenze, delle cesure che compongono l’ossatura della storia italiana più recente, svelando le caratteristiche salienti non solo delle persone ma anche dei luoghi dove i militanti hanno agito. Le particolari condizioni storiche che hanno reso possibile il dipanarsi di biografie in cui vita e militanza si intrecciano e si confondono sono infatti strettamente collegate allo straordinario radicamento che i soggetti politici avevano nei luoghi in cui operavano. Si tratta di veri e propri “uomini-territorio”, che conoscevano palmo a palmo le città, i paesi, le regioni, i quartieri dove svolgevano le proprie attività politiche e sociali. Nel caso di Zanier il radicamento territoriale non è dentro un unico luogo ma opera in contesti diversificati, prima in Friuli e poi in Svizzera, mantenendo inalterata la capacità di incidere nella realtà partendo dalla sua conoscenza approfondita e meticolosa, anche in un contesto mobile per definizione come quello migratorio.Questo volume su Zanier viene pubblicato a pochi mesi di distanza da altri due libri, tra i tanti che si potrebbero ricordare, che hanno scelto di descrivere biografie di “uomini-territorio”: il volume su Aldo Natoli di Ella Baffoni e Peter Kammerer e quello su Pio La Torre curato da Tommaso Baris e Gregorio Sorgonà[1]. Sono soggetti lontanissimi geograficamente da Zanier: la vicenda di Natoli si sviluppa dentro la città di Roma e in particolare dentro i suoi quartieri di periferia mentre quella di La Torre ha come centro la Sicilia e in particolare la provincia di Palermo. Ma i punti di contatto tra le tre vicende non mancano: l’appartenenza alle organizzazioni di massa del movimento operaio, l’attenzione alla ricerca e all’inchiesta, l’importanza attribuita alla dimensione della pianificazione urbana e territoriale, la centralità del lavoro e in particolare del lavoro edile, la necessità di tenere insieme vertenzialità sindacale e prospettiva politica, la capacità di costruire alleanze andando oltre i blocchi sociali di riferimento, la tendenza a intercettare – cercando di anticiparle – le grandi trasformazioni economiche e sociali, le numerose conquiste strappate nelle rispettive stagioni di mobilitazione.

Paolo Barcella e Valerio Furneri hanno scelto di dividere in due parti il volume. La prima parte è dedicata alla ricostruzione del percorso biografico di Zanier (1935-2017), mentre nella seconda viene affrontata la sua produzione poetica. Entrambe le prospettive vengono elaborate a partire dalla consultazione di una mole davvero impressionante di fonti, che colpiscono per la loro articolazione e diversità: schedature della onnipresente polizia svizzera, appunti e riflessioni del protagonista, contributi di critica letteraria, programmi di lavoro nell’ambito dei progetti di formazione, articoli della stampa quotidiana, brani di poesia e di prosa, corrispondenze con intellettuali ed esponenti del sindacato, solo per citare alcune tipologie. I due autori hanno saputo valorizzare con grande maestria un materiale non facile da maneggiare, riuscendo a ricomporre in una narrazione avvincente e puntuale i tantissimi tasselli del mosaico-Zanier.

La sezione dedicata alla ricostruzione biografica muove dalla crescita e formazione del protagonista durante il fascismo, la guerra e il dopoguerra passando poi alle prime tappe migratorie in Marocco, il ritorno in Friuli e la precocissima esperienza come insegnante e coordinatore della scuola professionale di Comeglians, la nuova partenza per la Svizzera, le esperienze lavorative e sindacali, l’impegno nelle realtà associative dedicate alle comunità italiane.

Zanier vive intensamente e in prima persona le vicende durissime dell’emigrazione italiana nella Confederazione. La sorveglianza poliziesca, la repressione delle iniziative politiche e sindacali, le proibitive condizioni di lavoro, la rigidissima politica migratoria, la precarietà alloggiativa: la congiuntura del ventennio compreso tra la fine degli anni cinquanta e la fine degli anni settanta presenta i tratti di un sistema spietato, immaginato per estrarre al massimo le capacità lavorative della manodopera straniera riducendone al minimo i diritti e le aspettative. Pur movendosi in un contesto così apparentemente sfavorevole, Zanier grazie alla sua intelligenza politica e organizzativa riesce a incunearsi negli ingranaggi della macchina della politica migratoria, puntando a rovesciare tutti quegli elementi che portavano la manodopera italiana a perpetuare una condizione di perenne debolezza. La sua scelta è chiara fin dai primi anni sessanta: puntare sull’istruzione e la formazione, con lo scopo di migliorare la preparazione tecnica, avere più strumenti per potersi rapportare alle controparti imprenditoriali e politiche, fornire un punto di riferimento alle giovanissime generazioni figlie dell’immigrazione stagionale, combattere le discriminazioni. Zanier inizia quindi ad aver un ruolo di primissimo piano nelle Colonie libere (organizzazioni di mutuo soccorso legate alla sinistra attive da decenni nel paese), nelle strutture della Cgil sul territorio confederale e nel tessuto dell’associazionismo italiano. Il coronamento del suo sforzo di ricomposizione è rappresentato dalla nascita e dall’affermazione in Svizzera dell’Ecap, l’organismo di formazione della Cgil, che diventa un eccezionale strumento di emancipazione, prima per i lavoratori italiani e poi per generazioni di altre comunità straniere.

Anche grazie a Zanier le organizzazioni legate all’immigrazione straniera compiono nel 1970 un vero e proprio capolavoro politico. Quando in Svizzera l’ondata xenofoba trova nelle proposte di James Schwarzenbach un percorso politico e un consenso di massa si giunge a un contestatissimo referendum, previsto per il 7 giugno 1970. I cittadini sono chiamati a esprimersi sulla possibilità di irrigidire ancora di più le politiche migratorie arrivando a perseguire giganteschi rimpatri di massa. L’associazionismo italiano decide di giocarsi la partita fino in fondo e avvia una capillare campagna finalizzata a sconfiggere nelle urne referendarie la proposta. Campagne, montagne, villaggi, piccole e grandi città vengono attraversate dagli attivisti, che raccontano le proprie esperienze migratorie e cercano di disinnescare la bomba xenofoba. Complice anche lo scetticismo di una parte importante del mondo imprenditoriale (preoccupato di non poter più contare sugli immigrati), dopo una campagna elettorale durissima Schwarzenbach perde il referendum.

Il volume di iniziative pensate per sostenere l’immigrazione in Svizzera è davvero notevole e nel caso di Zanier va inquadrato alla luce dell’impegno parallelo per rivitalizzare le aree di partenza, quei territori friulani, la Carnia in particolare, che anche a causa dello spopolamento avevano perso coesione e potenzialità di sviluppo. L’azione di Zanier si concentra quindi anche sulla Carnia e conosce un rafforzamento improvviso a seguito del terremoto del 1976. Gli sforzi per rilanciare a livello economico e sociale il territorio vengono concepiti da Zanier dentro la medesima cornice con cui aveva avviato, in Svizzera, il lavoro a fianco al mondo dell’immigrazione: partire dalla formazione, dal saper fare, dalla valorizzazione del patrimonio umano e naturale. In questa ottica viene messo in piedi il progetto di un “albergo diffuso”, pionieristico percorso di turismo sociale immaginato per rilanciare l’economia puntando su un modello sostenibile, coinvolgendo anche coloro che in quanto emigranti avevano lasciato il territorio ma che potevano essere considerati veri e propri agenti di sviluppo. Ma l’azione di Zanier non si ferma alla Carnia, prosegue ancora con nuovi incarichi in Svizzera e, siamo già tra gli anni ottanta e novanta, coinvolge anche altre comunità straniere, allargando la base degli utenti dell’Ecap anche a tutto il resto dell’immigrazione, che intanto aveva cambiato di segno coinvolgendo non più prevalentemente i paesi dell’Europa meridionale come l’Italia ma anche i Balcani, il Nordafrica, il Medio oriente.

La seconda parte del volume è dedicata allo Zanier poeta. Come sottolineano più volte gli autori le scelte poetiche sono da leggere in strettissimo collegamento con le scelte politiche, a partire da quella che nell’Italia degli anni cinquanta-sessanta è una vera e propria scelta di rottura: l’uso del dialetto. Zanier pubblica la sua prima raccolta di poesie nel 1964. Il titolo del volume è già un programma, letterario e politico: Libers…di scugnîlâ. Letteralmente si può tradurre come “Liberi…di doverpartire”. Come sottolineano gli autori si tratta di un titolo solo apparentemente paradossale. La scelta dell’emigrazione per Zanier, raccontata e descritta nelle poesie, non è solo una scelta di costrizione ma è anche una scelta di riscatto. E lo stesso uso del dialettoè rivendicato dentro un percorso di emancipazione: si presenta infatti come uno strumento di riappropriazione, nell’ottica di poter raggiungere le corde più intime e più sensibili di coloro che come l’autore conoscevano il dialetto friulano e lo consideravano come un elemento decisivo della propria appartenenza culturale. Il dialetto in Zanier – proprio come l’emigrazione – viene concepito non dentro una cornice di ripiegamento nel privato, nella sfera della nostalgia e in fondo della rassegnazione ma viene scelto come strumento di liberazione: proprio per questo le sue poesie sono lette, apprezzate, imparate, diffuse negli strati più bassi della popolazione, non solo emigrata. In molti si accorgono di lui anche nel mondo delle lettere e della cultura più “alti”, citiamo tra tutti Tullio De Mauro. Ma per lungo tempo la sua scelta dialettale lo porterà a essere considerato come un autore minore, mentre la sua fama cresce e lo porta a pubblicare, dopo alcune ristampe della prima, una seconda raccolta nel 1976, Che Diaz… us al meriti, seguita nel 1981 da Sboradura e sanc, volume che compare nella collana “L’Italia della Italie” diretta proprio da Tullio De Mauro presso l’editore Nuova Guaraldi.

Zanier a partire dagli anni ottanta rafforza la sua produzione letteraria e alle prime tre raccolte seguono molti altri volumi: si impone in modo originale nel panorama letterario nazionale e internazionale. I suoi componimenti raccontano di partenze e ritorni, di viaggi, di montagne e pianure, di sogni e di speranze, di agricoltura e di allevamento, di paesaggi e di lavoro. Si tratta di una produzione sterminata: questa biografia potrà indubbiamente contribuire a farla apprezzare e conoscere ancora di più. E potrà sicuramente rafforzare uno sguardo nuovo verso le migrazioni, il territorio e il lavoro di cui oggi c’è un grande bisogno: uno sguardo non paternalista, attento a riconoscere la dignità delle persone e le infinite potenzialità della voglia di riscatto e di emancipazione. D’altronde “non c’è nessuna contraddizione tra il saperci tutti diversi e tutti fratelli”, come affermò proprio Zanier rispondendo a un’intervista nel 2010. “Nelle tue liriche – chiedeva l’intervistatore – si mescola un bisogno quasi radicale di andare oltre i limiti imposti dalla società capitalista,- che ci relega nel ruolo di stranieri-stagionali anche in patria -, con un legame quasi stifteriano con la tua terra d’origine, con la tua Heimat. Un bisogno di socialismo e di abbattimento delle barriere nazionali che però finisce per far cozzare il naso contro i confini eretti dagli odori degli alti pecci millenari. Come coniugare la libertà per tutti con i profumi di un luogo particolare?

“Ovunque ci sono pecci millenari – rispose Zanier. Se non sono pecci saranno ulivi o palme o baobab o filari di gelsi o filari di olivi, o campi di riso. I luoghi, e i profumi particolari credo siano miliardi, ognuno ne “possiede” almeno uno o se è fortunato, se ha girato il mondo, altri se ne aggiungono. Lo stesso luogo credo sia vissuto in modo particolare e diverso da ognuno che a quel luogo appartiene e si è insediato nei suoi neuroni. Occorrono manipolazioni formidabili per farli apparire identici. Non c’è nessuna contraddizione tra il saperci tutti diversi e tutti fratelli[2]”.

[1] E. Baffoni – P. Kammerer, Aldo Natoli. Un comunista senza partito, Edizioni dell’asino, Roma, 2019; T. Baris – G. Sorgonà, Pio La Torre. Dirigente del Pci, Istituto poligrafico europeo, Palermo, 2018.

[2]https://forumeditrice.it/percorsi/lingua-e-letteratura/furlanie/carnia-kosakenland-kazackaja-zemlja/leonardo-zanier-un-lirico-friulano-sopra-il-pelo-della-lingua/file

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Dalla parte di Baboucar https://minimaetmoralia.it/letteratura/baboucar-dozzini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/baboucar-dozzini/#respond Fri, 02 Nov 2018 06:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38510 Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell'attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all'inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l'autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l'aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

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Un gruppo di ragazzi nel centro Italia, tra Perugia e Falconara Marittima, colti in due giorni, nell’attesa che il loro destino di richiedenti asilo venga sciolto dai cosiddetti organismi preposti. Baboucar, uno dei ragazzi, è alla testa della banda, come scrive all’inizio di ogni capitolo Giovanni Dozzini, l’autore di E Baboucar guidava la fila (minimum fax), un romanzo di azioni e movimenti, di pensieri e di libertà nella giovinezza, mentre il territorio intorno a loro oscilla tra curiosità, diffidenza, ostilità nei loro riguardi.

Nella narrazione quotidiana contemporanea, come sappiamo, la questione dei migranti occupa uno spazio consistente. E non occorre riportare qui un campione di titoli di giornale o di servizi televisivi per sostenere come in queste narrazioni venga messo in luce, a stragrande maggioranza, l’aspetto di minaccia che gli stessi migranti rappresenterebbero per Gli Italiani. Di tutto il resto – delle vite, ad esempio – sembra importare davvero poco.

È uno degli scandali del nostro tempo. Senza cedimenti retorici e costruendo una storia fresca, calata nel presente ma priva del fiatone sociologico che appesantirebbe il romanzo, Dozzini ha ribaltato l’assunto dominante, entrando nell’ottica di Baboucar e dei suoi amici.

Nel tuo romanzo ci sono questi sei ragazzi che trascorrono un paio di giorni tra l’Umbria e le Marche – che poi, geograficamente, è il cuore dell’Italia. Sono arrivati da varie zone dell’Africa – chi dal Mali, dal Gambia o dalla Costa d’Avorio, eccetera – e fanno cose decisamente normali. Guardano la finale degli Europei, rimorchiano (o si fanno rimorchiare), vanno al mare, stanno su whatsapp. Leggendo E Baboucar guidava la fila, verrebbe da pensare, Ma che c’è di strano, di diverso in tutto questo?

Nulla. Non c’è nulla di strano in questo. La stranezza sta negli occhi di chi di solito li guarda, nel nostro modo di vederli e di pensarli. Le donne e gli uomini che arrivano in Italia dopo lunghi viaggi attraversando deserti e mari e terre sterminate lo fanno proprio perché una volta qui vorrebbero fare quel che fanno tutti gli altri. Se hanno vent’anni vogliono trovare una ragazza, vogliono vedere le partite di pallone, vogliono fare un bagno al mare. Vogliono lavorare, naturalmente, vogliono un lavoro dignitoso, una casa dignitosa, vogliono potersi  muovere liberamente. Vogliono una vita migliore rispetto a quella che facevano nel posto in cui sono cresciuti. Generalmente è così. La rappresentazione che se ne fa di solito è grossolana. E se da una parte è una follia pensare che tutte queste persone siano pericolose, brutte e sporche e cattive, dall’altra è assurdo pensare che una volta in Italia dovrebbero accontentarsi di fare una vita ridotta ai minimi termini. Anche i più benevoli a volte si scandalizzano di fronte alle loro piccole e comuni ambizioni: noi ti accogliamo, ma tu accontentati di fare una vita da straccione, di mangiare male, vestirti male, vivere male. Accontentati di essere un poveraccio. Esiste una retorica pietista e in fondo molto arrogante, per cui l’accoglienza nel nostro Paese è sotto sotto considerata una concessione e non il riconoscimento di un diritto. Su questo si può lavorare, è qualcosa che si può e si deve scardinare.

E Baboucar guidava la fila non è una storia morale, ed è come se i protagonisti si muovessero in un modo selvatico, procedendo a tentoni. Eppure intuiamo come non siano esattamente liberi. Ecco: qual è il grado di libertà di cui dispongono Baboucar e compagnia? Quella della libertà è una questione che avevi in mente, scrivendo?

Sì, l’idea che tutti abbiamo del concetto di libertà è uno dei cardini del romanzo. Si riallaccia al discorso di prima: fin dove può arrivare, dal nostro punto di vista, la loro libertà? Sono liberi di fare cosa, esattamente? Per molta gente, per fare l’esempio più banale, i richiedenti asilo non dovrebbero essere liberi di comprarsi e mantenersi uno smartphone. Per molti ritenere che sei richiedenti asilo possano volere fare un bagno in piscina, o andare al mare, è una provocazione bella e buona. Eppure le loro storie personali sono un inno alla libertà. Per arrivare a Perugia Baboucar, Ousman, Yaya e Robert hanno dovuto prendere decisioni difficili, hanno praticato con coraggio e determinazione la libertà di abbandonare la famiglia, la casa, la terra in cui sono nati e cresciuti, e di intraprendere un viaggio pieno di insidie e dalla meta finale in fondo incerta. Da un certo punto di vista non c’è nessuno più libero di loro, a guardarsi intorno. Allo stesso tempo nel momento in cui mettono piede sul suolo europeo delle leggi farraginose e per lo più ottuse li trasformano in soggetti a libertà limitata, limitatissima. Il bello è che loro non ci stanno. E quindi la loro libertà, in un modo o nell’altro, cercano di preservarla sempre e comunque.

La comitiva di cui racconti, in attesa per la richiesta d’asilo, viene fermata tra le pieghe dei controlli, per un biglietto sul treno, ad esempio. A un certo punto un carabiniere chiede a uno di loro: «Ma senti un po’, Ousman. In Gambia stavi molto peggio che qua?» È la domanda che aleggia nella testa di un sacco di italiani che hanno un approccio che definirei piuttosto superficiale alla migrazione.

Eppure è una domanda legittima. La maggior parte della popolazione non può che avere una conoscenza superficiale della questione delle migrazioni. È inevitabile, la vita è complicata per tutti, le priorità sono altre. Come per molti temi, quando si tratta di migrazioni la gente si affida alla rappresentazione che ne fanno i media, quelli classici e quelli nuovi, e a quella proposta dalla classe politica. E qui le responsabilità sono enormi. Se un ministro dell’Interno parla di “palestrati” che vengono in Italia a godersi “la pacchia” molta gente ritene di dovergli dar credito. È un ministro della Repubblica, se lo dice deve avere  buone ragioni per farlo. Il guaio è che si tratta di ragioni di propaganda. E i giornali, le televisioni, il web, quasi mai questa propaganda la chiamano per nome, quasi mai la contestano nel merito, quasi mai raccontano le storie di queste persone nel modo in cui la stampa dovrebbe farlo sempre, e cioè contestualizzando e andando a indagare le dinamiche che stanno dietro agli sbarchi sulle coste italiane. Il tratto di Mediterraneo tra la Libia e la Sicilia è quasi sempre solo l’ultimo e tutto sommato breve tratto di un percorso lunghissimo e difficilissimo. Dopodiché, a quella domanda pressoché qualsiasi africano risponderebbe di sì. In Gambia stavi molto peggio che qua? Sì. E in Senegal? Sì. E in Mali? Sì. In Africa tendenzialmente si sta molto peggio che qua, sì. Anche, anzi soprattutto, per colpa degli occidentali, anzi soprattutto per colpa degli europei.

Nell’Italia degli anni Dieci la questione legata ai migranti è definitivamente esplosa. Senza ripercorrere tutte le tappe: tra le date cerchiate in rosso c’è il giorno della sparatoria fascista di Macerata. Nel centro Italia, in un posto che tutti definivamo quantomeno «tranquillo», come si usa fare. Episodi simili, dopo, si sono ripetuti in varie zone d’Italia. È un senso di minaccia che riguarda anche Baboucar e il suo gruppo?

Bisogna stare molto attenti, certo. Lo sdoganamento c’è stato, a partire dal linguaggio. Non ci si vergogna più a esprimere in maniera esplicita le proprie idee razziste, e prima ancora non ci si vergogna più di possederle, certe idee. E in questo credo che grandi responsabilità vadano addebitate a chi ha governato prima di Salvini e Di Maio. Le politiche sui migranti del governo Gentiloni sono state criminali. Prendiamo la Libia. Gli accordi presi dal ministro Minniti con le bande locali, dai quali dipende il drastico calo degli sbarchi in Italia nell’ultimo periodo, l’hanno trasformata in un enorme campo di concentramento. Per non parlare degli interventi restrittivi sull’iter per la richiesta d’asilo dell’asse Minniti-Orlando. Il Pd al governo ha assecondato l’idea per cui quello dei migranti è innanzitutto un problema di sicurezza, e le persone comuni, anche quelle che si sono sempre professate o credute di sinistra, hanno afferrato alla perfezione il messaggio. Dando così sfogo a pulsioni criptorazziste che pensavano di non potersi permettere. Dopodiché, a quel punto, alle elezioni han votato e purtroppo almeno per un po’ continueranno a votare chi di essere razzista non si è mai vergognato. Tornando al punto: bisogna fare davvero attenzione. Baboucar e gli altri nel romanzo non incontrano persone ostili, in fondo, e l’unico pericolo che sentono di correre seriamente è quello di vedere compromessa la loro domanda di asilo. Ma è perché io volevo portare il lettore da un’altra parte. D’altronde basta la cronaca di tutti i giorni, da Macerata a Caserta e Forlì a molti altri posti, per capire che la questione è seria.

Il rischio di un libro come E Baboucar guidava la fila – da te schivato – è di stare al di là del confine tra narrativa e sociologia, un rischio non da poco per la riuscita di un romanzo; immagino ne fossi consapevole: cosa hai fatto per stare diciamo “dalla parte del racconto”?

Sì, era la mia paura maggiore. Quel che potevo fare, e che ho cercato di fare, è stato raccontare questa storia senza pensare al passato e al futuro dei miei personaggi. È un romanzo in presa diretta, fatto di presente, praticamente solo di presente. Il bagaglio personale, l’eredità delle esperienze di vita di ciascuno di loro si avverte, ma non si prende mai, o quasi mai, la scena. I quattro protagonisti hanno vent’anni o poco più, vivono in un Paese straniero, molto lontano da casa, e hanno voglia di vivere nel migliore dei modi, appieno. Non sono né buoni né cattivi, non devono affrontare vicissitudini epiche, anche se per loro le giornate, qui, sono un po’ più complicate che per gli altri. Ho provato a evitare qualsiasi eccesso di drammatizzazione, di scrivere senza retorica. Scegliendo di conseguenza di raccontare una storia senza una trama forte. Ma in cui spero emergano personaggi a loro modo forti, e un contesto storico forte, definito in modo eloquente.

Ah, volevo chiederti: perché hai scelto di raccontare questa storia? Ti ci sei imbattuto, o sei andato a cercarla?

È una storia che avevo in canna, perché ho avuto la fortuna di lavorare per qualche tempo a dei progetti di giornalismo partecipativo sull’integrazione a Perugia, la mia città. Ho conosciuto un po’ di richiedenti asilo africani, con alcuni di loro sono diventato amico. Almeno tre dei personaggi del romanzo si ispirano – non tanto nelle cose che fanno quanto nei modi di essere, nel carattere, nei gradi di padronanza dell’italiano – a ragazzi in carne e ossa. Dopodiché, l’idea del romanzo m’è venuta un giorno di luglio affacciandomi alla finestra del posto in cui lavoro. Era mezzogiorno, il sole picchiava forte, faceva caldo. Ho distolto lo sguardo dallo schermo del computer e ho visto quattro o cinque ragazzi neri che camminavano in fila indiana, con delle buste in mano e degli zaini in spalla, lungo una strada di periferia, in una zona industriale a pochi chilometri da Perugia. Mi sono chiesto dove se ne stessero andando, in quel posto e a quell’ora, e ho cominciato a scrivere per trovare una risposta possibile. Il romanzo è quella risposta.

Dovendo comporre una bibliografia di libri – romanzi o saggi – che affrontano l’argomento della migrazione in Italia, sia pure in modo diverso (nella forma romanzo, racconto, saggio, reportage, inchiesta); quali titoli includeresti?

Ne cito tre. Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri, di Michele Colucci, un saggio in cui si ripercorre con grande chiarezza ciò che è accaduto nel nostro Paese, in tema di migrazioni, dalla Seconda Guerra Mondiale in qua. Poi 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare), di Stefano Allievi, un libello semplice semplice in cui si spiegano efficacemente alcuni concetti chiave che io ho tenuto ben presenti nella stesura di Baboucar. Infine La frontiera, di Alessandro Leogrande, un libro semplicemente bellissimo, un reportage che è un romanzo che è un saggio in cui non manca nulla di ciò che avremmo bisogno di sapere per farci un’idea compiuta della questione delle migrazioni in Italia. Alessandro, come sappiamo tutti, a parlare di queste cose era il più bravo.

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Storia dell’immigrazione straniera in Italia: un estratto dal libro di Michele Colucci https://minimaetmoralia.it/attualita/storia-dellimmigrazione-straniera-italia-un-estratto-dal-libro-michele-colucci/ https://minimaetmoralia.it/attualita/storia-dellimmigrazione-straniera-italia-un-estratto-dal-libro-michele-colucci/#comments Tue, 09 Oct 2018 12:20:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38303 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri (Carocci), presentato questa mattina al CNR di Napoli.

di Michele Colucci

Aeroporto di Fiumicino, 21 marzo 1988. Da un volo proveniente dalla Nigeria sbarca un cittadino sudafricano. Immediatamente dichiara alle forze di polizia presenti allo scalo la volontà di richiedere l’asilo politico. La domanda viene accolta con scetticismo dai funzionari. Nel 1988 esiste in ancora Italia la cosiddetta “riserva geografica”, per cui a parte pochissime eccezioni solo i cittadini dell’Europa dell’est possono accedere al diritto d’asilo.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro Storia dell’immigrazione straniera in Italia. Dal 1945 ai giorni nostri (Carocci), presentato questa mattina al CNR di Napoli.

di Michele Colucci

Aeroporto di Fiumicino, 21 marzo 1988. Da un volo proveniente dalla Nigeria sbarca un cittadino sudafricano. Immediatamente dichiara alle forze di polizia presenti allo scalo la volontà di richiedere l’asilo politico. La domanda viene accolta con scetticismo dai funzionari. Nel 1988 esiste in ancora Italia la cosiddetta “riserva geografica”, per cui a parte pochissime eccezioni solo i cittadini dell’Europa dell’est possono accedere al diritto d’asilo.

L’uomo insiste per mettersi in contatto con Amnesty International, che raccoglie la sua testimonianza. È fuggito dal Sudafrica a seguito delle persecuzioni subite dal regime dell’apartheid, ha perso una figlia colpita da un proiettile durante una manifestazione: la sua è una richiesta del tutto legittima. Dopo due settimane trascorse in camera di sicurezza presso l’aeroporto, arriva l’esito della sua domanda: negativo.

Nonostante la mediazione dell’Acnur (Alto commissariato Nazioni unite per i rifugiati), la richiesta è bocciata. Dopo la fuga dal Sudafrica, il passaggio in Zimbabwe, l’arrivo in Zambia, un avventuroso viaggio per mare verso la Nigeria e la tappa in Italia le sue peripezie sembrano non finire.

Nel 1988 l’Italia non ha un protocollo omogeneo da seguire nei confronti di chi subisce il rigetto di una richiesta d’asilo. Per chi si trova in tale condizione si apre una stagione dai contorni indefiniti. Il trentenne sudafricano trova una sistemazione presso la Tenda di Abramo, centro di accoglienza gestito a Roma dalla comunità di S. Egidio. Continua attraverso l’Acnur a cercare di sbrogliare la matassa del suo caso giuridico: sembra possa esserci una opportunità di accoglienza da parte del Canada. Intanto, impara la lingua italiana e conosce la città di Roma. Inizia a svolgere lavori precari in edilizia e nei mercati, senza contratto perché privo del permesso di soggiorno.

All’arrivo dell’estate i soldi scarseggiano, il piccolo contributo versato dall’Acnur è davvero esiguo e come tanti suoi amici si spinge fino alla provincia di Caserta, a Villa Literno, per lavorare, senza contratto, come raccoglitore di pomodoro. Vive due mesi in una baracca, sottoposto a ritmi di lavoro e condizioni di vita piuttosto duri. Trascorre ancora un inverno e una primavera a Roma e nell’estate del 1989 si mette di nuovo in viaggio per Villa Literno. La situazione è peggiore rispetto all’anno precedente. I braccianti stranieri sono molti di più, rivendicano salari migliori e condizioni di alloggio più umane. Dall’altra parte trovano imprenditori e caporali che non ne vogliono sapere delle loro richieste. La tensione è alta per tutta l’estate: si susseguono episodi di intolleranza che provengono anche da una parte della popolazione locale.

Jerry Masslo, il protagonista di questa breve storia, viene ucciso nella sua baracca proprio alla fine della stagione di raccolta, in un tentativo di rapina, nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1989.

La sua morte è entrata nella storia dell’Italia contemporanea e sappiamo molto su ciò che avvenne dopo che fu ucciso: manifestazioni locali e nazionali, una nuova legge sull’immigrazione, la diffusione di una coscienza antirazzista. Il problema – paradossalmente – è che la vita di Jerry Masslo non è altrettanto nota. La sua vita, dal momento dell’arrivo in Italia, è stata condizionata dalla burocrazia, dalle scelte delle classi dirigenti, dalla congiuntura internazionale, dal ruolo dell’opinione pubblica, dalla posizione nel mercato del lavoro, dagli organismi assistenziali, dai conflitti sociali, dagli interventi delle forze dell’ordine: un intreccio che ne ha condizionato l’esito in modo determinante.

Tornando indietro nel tempo, ma andando anche molto oltre l’omicidio di Masslo, le pagine che leggerete cercheranno di fare luce non solo sulla sua vita e sui milioni di immigrati che hanno transitato e abitato l’Italia ma anche sulle dinamiche politiche ed economiche, soprattutto nazionali, che ne hanno influenzato i percorsi.

L’obiettivo è quello di ricostruire le linee essenziali di sviluppo del fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, in un periodo storico che va dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai giorni nostri.

L’Italia non è più un paese di “recente” immigrazione. Il fenomeno è presente in misura significativa già negli anni settanta del Novecento e gli arrivi di profughi, lavoratori, studenti dall’estero sono segnalati già alla fine degli anni quaranta e nel corso degli anni cinquanta e sessanta. Certamente la crescita esponenziale dell’immigrazione straniera è databile agli ultimi 25 anni, ma per comprenderla a fondo è bene non schiacciare sul presente tutte le sue caratteristiche e guardare alle tappe con cui si è manifestata. Continuare a considerare l’Italia come un paese di “recente” immigrazione è sbagliato, perché non ci permette di guardare alla dimensione strutturale che ha assunto il fenomeno già negli anni settanta-ottanta e perpetua quel senso di eccezione, di emergenza, di stupore rispetto alla realtà dell’immigrazione straniera che non era giustificabile già nel 1978, quando il Censis pubblica il primo rapporto organico sui lavoratori stranieri in Italia: un atteggiamento destinato a diventare ancora più imperdonabile col passare del tempo.

Il volume si apre con la ricostruzione del contesto post-bellico, durante il quale è soprattutto la presenza di profughi nel nostro paese a manifestarsi in forme visibili e particolarmente discusse a livello politico e istituzionale. Successivamente viene ricostruito l’andamento dei primi flussi di immigrazione dall’estero, nel corso degli anni sessanta e dei primi anni settanta: persone provenienti dalle ex colonie, studenti, lavoratori e lavoratrici provenienti dall’Africa settentrionale e non solo.

Il tema della crisi degli anni settanta, del suo impatto sul mercato del lavoro e delle trasformazioni che produce rispetto allo sviluppo di nuovi flussi di immigrazione è oggetto del terzo capitolo, dedicato agli anni settanta e agli anni ottanta, quando abbiamo le prime tracce di un interesse istituzionale e scientifico al fenomeno. Negli anni ottanta la presenza sul territorio si ramifica e si intensifica, soprattutto in alcune zone e in alcuni settori, al punto da determinare il varo della prima legge, che risale al 1986.

Al periodo 1989-1992 è dedicato il quarto capitolo. Sono effettivamente gli anni della “svolta”: cambiano i flussi dopo la caduta del muro di Berlino, si registrano le prime mobilitazioni antirazziste di massa, entra in vigore la legge Martelli, avvengono gli sbarchi dall’Albania che hanno un impatto molto forte sull’opinione pubblica, si moltiplicano gli arrivi di profughi, viene approvata la nuova legge sulla cittadinanza del 1992.  Nel corso degli anni novanta i flussi assumono una consistenza ancora più variegata, alcuni gruppi si stabilizzano in modo ormai duraturo, crescono i flussi per lavoro, la geografia della fuga dalle guerre cambia e si ramifica ulteriormente, a partire dalle guerre balcaniche e dal conflitto in Somalia. Nel 1998 abbiamo una nuova legge, ulteriormente modificata nel 2002.

Il 2001 è un altro anno-chiave: il censimento registra per la prima volta il superamento del milione di stranieri residenti e le elezioni politiche sono dominate per la prima volta dal tema dell’immigrazione, entrato ormai stabilmente nel dibattito pubblico. Gli ultimi anni sono caratterizzati da una successione eccezionale di eventi legati all’immigrazione, che il volume cerca sinteticamente di descrivere nel sesto e settimo capitolo. Ma soprattutto si registra un incremento quantitativo che in Europa è davvero un caso notevole: al 2017 i residenti stranieri sono più di cinque milioni, nel giro di 25 anni sono cresciuti di più di 4 milioni di unità.

È tutta la società italiana a confrontarsi col fenomeno: dalla scuola al mercato del lavoro, dalla sanità alla giustizia, dallo sport fino alla cultura possiamo leggerne la presenza in modi davvero diversi e molteplici. La crescita sembra terminare proprio a seguito della nuova crisi economica internazionale scoppiata nel 2007-2008, ma l’immigrazione non smette di incidere sull’assetto politico, sociale ed economico. E soprattutto si modifica ancora: aumentano i flussi di rifugiati, cresce la posizione di transito del nostro paese, si moltiplicano le acquisizioni di cittadinanza, mentre vecchie e nuove migrazioni si intrecciano, si accavallano e si avvicendano. Mentre questo libro va in stampa, la polemica politica sull’immigrazione in seguito all’insediamento del governo Conte ha raggiunto probabilmente il livello di tensione più alto nella storia dell’Italia repubblicana.

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Il fuoco a mare. Castellammare, la città-cantiere, il punto di vista del lavoro https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/#comments Fri, 02 Sep 2016 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31879 Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

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cantiere castellamare

Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

C’è stata anche una fase, molto recente – prima della grande crisi che ha perlomeno costretto qualcuno a rivedere certe profezie – in cui si parlava insistentemente di fine del lavoro e in cui chi aveva la sfrontatezza di parlare di lavoratori e lavoratrici veniva scambiato per pericoloso provocatore, in tutti gli ambienti politici e culturali progressisti, anche quelli di sinistra ed estrema sinistra.

Partiamo da qui, dal modo con cui l’autore ha scelto di collocare la dimensione del lavoro, per parlare del libro di Andrea Bottalico Il fuoco a mare. Ascesa e declino di una città-cantiere del Sud Italia (edizioni Napolimonitor, Napoli 2015). Il punto di vista che Bottalico ha scelto di privilegiare è infatti proprio il punto di vista del lavoro. Cosa significa declinare in questo modo un racconto su una città-fabbrica? Significa scegliere di far parlare innanzitutto il lavoro, nelle mille accezioni differenti che questo può significare: il suo rumore, il suo odore, il suo impatto sui corpi e sulle menti delle persone, la ricaduta sui luoghi, la sua dimensione produttiva e organizzativa, le forme della sua riproduzione nel corso del tempo, il rapporto con la natura, a partire dal mare, il modo con cui è stato assemblato e modulato, i conflitti che ha determinato, le coscienze che ha contribuito a trasformare, i lutti che ha provocato, le ricchezze che ha creato, i vuoti e i pieni che ha lasciato.

Il punto di vista del lavoro nel volume di Bottalico non è soltanto il punto di vista dei lavoratori ma è qualcosa di più ampio: è un modo di guardare allo sviluppo di un territorio e delle persone che lo hanno abitato partendo da quell’azione di intervento sulla materia e da tutto ciò che ne consegue che negli ultimi secoli abbiamo definito lavoro.

La città di Castellammare di Stabia è una terra di confine. È situata a Sud di Napoli e oggi fa parte a livello amministrativo della città metropolitana di Napoli. È allo stesso tempo situata in prossimità della penisola sorrentina, rispetto alla quale si colloca a Nord. Ha una lunghissima storia, che ha avuto una prima cesura drammatica nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. A partire dalla seconda metà del Settecento divenne uno dei centri più importanti del Regno di Napoli, conservando un ruolo economico strategico durante il Regno delle due Sicilie e ancora per molto tempo anche nello Stato italiano, fino almeno agli settanta del Novecento.

Nel 1783 i Borboni ne fecero la sede dei cantieri navali e da quel momento la città ha legato la sua identità e il suo destino alla cantieristica navale e più in generale all’industria, presente nella zona anche con altri stabilimenti, come ad esempio la Cirio.

Lo spazio della storia e la dimensione del tempo hanno un ruolo decisivo nella narrazione proposta da Bottalico. Ogni riferimento a una congiuntura economica, a una scelta industriale, allo sviluppo del cantiere e al suo impatto sulla città è accompagnato da un’analisi attenta delle rispettive radici storiche. D’altronde il libro è costruito attorno a una serie di incontri tra l’autore e gli operai che hanno lavorato nei cantieri navali e sono proprio gli operai a riportare puntualmente al centro del discorso il tema della storia dell’insediamento industriale e della memoria del lavoro loro e di chi li ha preceduti.

Gli operai, pur se appartenenti a generazioni diverse e con formazioni spesso anche lontane tra loro, sembrano condividere un approccio comune alla vita della fabbrica, un approccio che individua la fabbrica come un «continuum» storico che di generazione in generazione e di nave in nave conduce il lettore sempre a ritroso, a volte addirittura fino alla fine del Settecento.

Il libro nasce dalla crisi e dalla mobilitazione del 2011, quando di fronte all’ennesima, fatale, ristrutturazione, gli operai della città diedero vita a un ciclo molto duro di proteste. L’autore si recò più volte sul posto per documentare la protesta e le ragioni della mobilitazione ma l’impatto con la città-cantiere ha generato un tale fiume di incontri, di racconti,di domande che ha catturato la sua curiosità ed è nato un libro. Si tratta di un volume corposo, documentato e ben scritto, in cui capitolo dopo capitolo non viene tralasciato alcun dettaglio rispetto alle caratteristiche sociali, economiche e politiche della vita delle persone e dei luoghi legati al grande cantiere navale.

In tutti i capitoli del libro l’autore è accompagnato da un ex operaio, Totore, che lo porta a conoscere le persone, i quartieri, i paesi, le strade, la campagne, le spiagge, le montagne in qualche modo riconducibili alla storia del cantiere e di Castellammare. In ogni capitolo però, grazie ai dialoghi con singoli testimoni, viene approfondito partendo dalle loro storie un particolare aspetto del lavoro nel cantiere: saldatori, sabbiatori, carpentieri, motoristi congegnatori, elettricisti, calafati, tracciatori, falegnami, meccanici, molatori, gruisti e altri ancora.

Il libro, oltre a un prologo e a un epilogo, è suddiviso in due grandi parti: «dentro al Cantiere» e «fuori al Cantiere». Nella prima parte vengono ricostruite in modo volutamente disorganico sia alcune tappe storiche della vita della fabbrica sia alcuni mestieri e alcune fasi del processo produttivo indispensabili per capire di cosa si parla quando si parla di cantieri navali.

Nella seconda parte la narrazione è estesa al territorio, alla sua vita politica e sociale, alle lotte operaie, ai rapporti tra Castellammare e altre città, a partire da Trieste, la città che ha per lungo tempo dettato i tempi e le modalità del lavoro a Castellammare, perché dal 1966 il cantiere campano venne integrato nell’Italcantieri dell’Iri, con sede principale proprio a Trieste. Il rapporto con la committenza pubblica rappresenta un tema ricorrente, sia quando serve a spiegare le modalità e i processi decisionali con cui si procede alla costruzione di una nave sia quando diventa la chiave di lettura per descrivere le congiunture – positive o negative – che caratterizzano la produzione, con gli inevitabili riflessi economici e sociali sulla popolazione.

Il volume di Bottalico rappresenta per ora un unicum nella letteratura recente sull’industria italiana. Il libro riesce infatti a essere estremamente puntuale dal punto di vista della sociologia del lavoro, descrivendo minuziosamente i ritmi, l’organizzazione e la scansione del ciclo produttivo, non rinunciando a fornire una serie di informazioni utili anche in una prospettiva di storia economica e storia d’impresa. «La nave è un sistema complesso» scrive e tale complessità viene descritta punto per punto partendo proprio dalla costruzione e dall’assemblaggio.

Allo stesso tempo però la narrazione è costruita attorno alle storie e alle testimonianze degli operai. Le loro parole sono restituite in forma di racconto, non in forma di intervista. Bottalico ha indubbiamente corso un rischio: quello di scrivere una docufiction controllata da un io narrante pervasivo e accentratore. È riuscito a gestire questo rischio e a scrivere un’altra cosa perché a furia di proseguire nella sua immersione sul territorio a un certo punto evidentemente si è perso.

La sua centralità di narratore potenzialmente invadente si è frantumata. È stato catturato dalle persone e dagli eventi. Ha saputo però ritrovare subito la strada, perché le radici che lo hanno portato a intraprendere questo progetto sono radici solide e ben piantate: il rispetto per la fatica altrui, la voglia di credere in una prospettiva di riscatto e di emancipazione, la passione per la ricerca rigorosa e mai appiattita su risposte facili e ragionamenti oziosi, il richiamo esercitato da una terra e da un mare estremamente affascinanti.

Una delle caratteristiche che più ha colpito l’autore del volume è l’irriducibilità dei lavoratori del cantiere navale alla completa automazione e atomizzazione dell’attività operaia. Sono proprio le figure professionali richieste dalla cantieristica navale e il modo con cui si trovano a svolgere le rispettive funzioni nella macchina della produzione a determinare una situazione per certi versi sorprendente. Il singolo operaio mantiene infatti un certo margine di autonomia nell’applicazione delle direttive della produzione e questo margine permette di mantenere un po’ di controllo sui tempi di lavoro e sulla realizzazione delle opere.

Il lavoro finito e il varo della nave – descritto magistralmente in una delle pagine più emozionanti – restituiscono un senso di soddisfazione a chi ha messo mano alla costruzione: è un tema che ha affascinato notevolmente l’autore, che consapevolmente lo mette a fianco al dolore, alla fatica, alla sofferenza che ha avuto modo di conoscere. Anche per questo, di generazione in generazione si è trasmesso con così tanta tenacia un senso di orgoglio e di appartenenza che trasuda praticamente in ogni pagina. E la stessa passione politica che ha generato migliaia di quadri sindacali combattivi e determinati, così centrale nel volume, presenta legami e influenze con l’orgoglio dell’identità operaia.

Sono tanti e ben descritti i profili di militanti che Bottalico ha conosciuto direttamente e indirettamente: l’appartenenza politica ha rappresentato un elemento di tenuta e di riconoscimento reciproco fortissimo nella storia del cantiere.

Altri due libri vengono alla mente leggendo Il fuoco a mare. Il primo è Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012), scritto da Alberto Prunetti. Amianto narra attraverso il racconto di Alberto le vicende reali accadute al padre Renato. Operaio tubista specializzato, ha viaggiato in lungo e in largo per l’Italia mantenendo sempre un rapporto strettissimo con la Toscana costiera e il territorio circostante. Il contatto costante con l’amianto ha portato Renato Prunetti ad ammalarsi e a morire.

Il libro è però anche un libro in cui non mancano toni scanzonati, episodi comici, spaccati di una comunità operaia vivace e attiva, toni che d’altronde non mancano neanche ne Il fuoco a mare, costellato di piccoli e grandi eventi che strappano al lettore anche parecchie risate. Come nel libro di Bottalico, in Amianto si percepisce poi la medesima capacità di restituire quell’identità tra persone, lavoro e territorio che oggi sembra annidata in un tempo lontanissimo ma che è in realtà molto più vicina a noi di quanto potrebbe sembrare.

Probabilmente non è un caso se queste due narrazioni (Il fuoco a mare e Amianto) così profonde e calate sul territorio vengano da due realtà operaie apparentemente marginali rispetto ai grandi centri della siderurgia e della produzione cantieristica, quali ad esempio Taranto e Genova. Questi grandi centri sono stati recentemente al centro anche di grandi crisi e di un racconto che però ha seguito per lo più le strade della narrazione mediatica, nonostante siano presenti sul territorio realtà operaie anche molto combattive. Le malattie legate all’amianto sono tra l’altro molto presenti, come altre numerose malattie professionali, anche nel volume di Bottalico, dove sono descritti anche numerosi incidenti mortali, avvenuti dentro il cantiere.

L’altro libro che voglio ricordare è invece Minatori della Maremma, scritto da Carlo Cassola e da Luciano Bianciardi nel 1956 (Laterza). Il volume è il frutto di un lungo lavoro di documentazione effettuato tra il 1952 e il 1954 dagli autori nelle campagne e nella frazioni del grossetano, con l’obiettivo di raccontare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori. Il 4 maggio 1954 la miniera di Ribolla, al centro della ricerca di Cassola e Bianciardi, esplose e morirono 43 operai. Il volume di Bottalico ha molti punti in comune con Minatori sul piano dello stile e della metodologia.

Cassola e Bianciardi costruirono infatti la prima parte del libro attorno a statistiche, a indagini sociologiche, a ricostruzioni storiche relative alla nascita, all’insediamento e allo sviluppo delle attività minerarie, per poi soffermarsi sulle condizioni di lavoro, sulle malattie, sulle condizioni di vita dei minatori, includendo nella parte finale 17 interviste. La tensione tra l’attività scientifica e la narrazione letteraria produce un equilibrio che restituisce in modo impareggiabile il contesto descritto. Qualcosa di simile avviene, sessant’anni dopo, ne Il fuoco a mare. Come sembra simile anche la consapevolezza di raccontare un mondo in procinto di finire, ma ancora capace di stupire: il mondo minerario nella Maremma del dopoguerra, il mondo della città-cantiere nella Campania di oggi.

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“La mia classe” e il racconto dell’immigrazione https://minimaetmoralia.it/cinema/la-mia-classe-daniele-gaglianone/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-mia-classe-daniele-gaglianone/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:32:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18347 Questo pezzo è uscito su Napoli Monitor.

di Michele Colucci

Il film “La mia classe” di Daniele Gaglianone rappresenta una boccata d’ossigeno, destinata però a un certo punto a interrompersi. Fin dalle prime battute si capisce che quella del regista è una scelta nuova, capace di restituire parole, sguardi, immagini di persone che nella realtà e nella finzione scivolano via senza lasciare traccia, riempiendo solo le statistiche e la cronaca, o nella migliore delle ipotesi i pensieri e le preoccupazioni di qualche anima più gentile delle altre.

Negli anni della crisi la realtà dell’immigrazione straniera in Italia è lentamente slittata nel dibattito pubblico in uno spazio di indifferenza, senza neanche più quello scontro ideologico, insopportabile certo, esploso con forza prima e ancora di più dopo l’11 settembre del 2001. Anche tragedie immani quali i naufragi di Lampedusa e le stragi sul lavoro come quella di Prato restano a galla per pochissimo tempo, soppiantate da altri pensieri, altre priorità.

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Questo pezzo è uscito su Napoli Monitor.

di Michele Colucci

Il film “La mia classe” di Daniele Gaglianone rappresenta una boccata d’ossigeno, destinata però a un certo punto a interrompersi. Fin dalle prime battute si capisce che quella del regista è una scelta nuova, capace di restituire parole, sguardi, immagini di persone che nella realtà e nella finzione scivolano via senza lasciare traccia, riempiendo solo le statistiche e la cronaca, o nella migliore delle ipotesi i pensieri e le preoccupazioni di qualche anima più gentile delle altre.

Negli anni della crisi la realtà dell’immigrazione straniera in Italia è lentamente slittata nel dibattito pubblico in uno spazio di indifferenza, senza neanche più quello scontro ideologico, insopportabile certo, esploso con forza prima e ancora di più dopo l’11 settembre del 2001. Anche tragedie immani quali i naufragi di Lampedusa e le stragi sul lavoro come quella di Prato restano a galla per pochissimo tempo, soppiantate da altri pensieri, altre priorità.

“La mia classe” ci permette di tornare alla radice della vita, dei desideri e delle speranze delle persone, in una specie di “grado zero” in cui ognuno è quello che è, senza incrostazioni ideologiche e senza paternalismi. Entrare in modo così penetrante all’interno di una lezione di italiano con immigrati stranieri è un esperimento importante, realizzabile grazie all’eccezionale prestazione dell’insegnante, Valerio Mastrandrea, e del bel gruppo di studenti e studentesse, uomini e donne provenienti dagli angoli più diversi del pianeta ma con la stessa, fondamentale, esigenza: imparare la lingua. Per vivere meglio, per non farsi sfruttare sul lavoro, per sentirsi parte della nuova realtà dove si trovano ad abitare.

Bisognerebbe conoscerle meglio e farle conoscere meglio le scuole di italiano per stranieri, che da ormai un ventennio e più rappresentano un luogo straordinario di incontri, relazioni, scambi. Le prime e ancora oggi le più attive sul territorio sono scuole diverse da quella dove insegna Mastrandrea, che lavora presumibilmente in un Ctp, Centro territoriale permanente, dove hanno sede le scuole di italiano istituzionali. Sono invece nate nei centri sociali, nelle associazioni di quartiere, nelle parrocchie, nei magazzini delle case popolari e hanno indicato una strada, autogestita, che è stata poi ripresa in modalità e forme organizzative anche dalle istituzioni. Con la differenza (una tra le tante) che negli ambiti istituzionali chi è senza documenti non può seguire le lezioni, mentre altrove lo può fare, anche se non mancano eccezioni, come quella del film, dove l’insegnante permette di partecipare a un ragazzo che non è più in regola.

La prima parte del film ruota interamente attorno alla lezione di italiano, alle idee didattiche dell’insegnante e alle sperimentazioni fatte con gli studenti: si costruiscono frasi e racconti, si provano telefonate, si leggono gli annunci di lavoro, si ascoltano canzoni, si descrivono le proprie esperienze di vita, ci si racconta, si impara a organizzare in modo preciso una comunicazione. Un lavoro di continua messa alla prova dei protagonisti, in cui l’insegnante pur lasciando spazio agli studenti è inappuntabile nel sottolineare i loro errori e nel proporre le giuste soluzioni, che a volte arrivano da lui ma molto più spesso arrivano direttamente dalla classe. Una classe che non è un cosiddetto primo livello, ma un livello avanzato, in cui gli studenti hanno già dimestichezza con i rudimenti di base della lingua italiana. Questa prima parte del film è davvero preziosa, anche perché è rarissimo nel cinema italiano vedere la narrazione di una scuola (non per stranieri, della scuola in generale) in cui non ci sono canovacci di maniera e in cui si racconta lo spazio della classe come luogo di apprendimento proprio nel suo “farsi”, senza macchiette e senza altri fini se non quello di aprire la porta su un’aula e la sua vita.

A un certo punto però qualcosa cambia. La realtà irrompe nella finzione e il film cambia prospettiva. La forza, la grazia e la delicatezza della prima parte si perdono per lasciare spazio a un continuo rimbalzo tra il racconto del film e la vita reale degli attori, rimbalzo che però è restituito in modo confuso. Tutto nasce dal fatto che a uno di loro scade il permesso di soggiorno e quindi non può più partecipare alle riprese. La produzione fa il possibile per risolvere la questione, entra in campo e viene ripreso spesso anche il regista, si diffonde naturalmente un clima diverso nella classe. Però il caso non viene risolto. Nel film il ragazzo è prima congedato con una pacca sulla spalla e qualche soldo e infine catturato dalle forze dell’ordine, mentre nella realtà non sappiamo come va a finire.

Il regista evidentemente ha voluto esplicitare la condizione durissima che vivono i cittadini stranieri a causa delle leggi in vigore. Quando la questione si è posta sul set ha deciso di non lasciarla andare ma di farla entrare in tutta la sua drammaticità nel film. Si tratta di una scorrettezza. Se il caso di Issa era – secondo il regista e i produttori – davvero così grave, allora avrebbero dovuto bloccare il film, assumendosi fino in fondo la responsabilità di ciò che stava accadendo. Dalle immagini, sembra che Issa – amareggiato e imbufalito – riceva un po’ di rassicurazioni, ma alla fine viene di fatto allontanato dal set e smette di lavorare, mentre il film pur nella sua nuova veste va avanti. Era questa l’unica soluzione possibile? Forse no. Il regista e la produzione avrebbero potuto denunciare pubblicamente il caso, aprendo un dibattito e invitando alla mobilitazione per far riavere a Issa il permesso di soggiorno. Fantascienza? Niente affatto.

Quando nelle scuole italiane è capitato che venissero esclusi e discriminati alunni stranieri gli insegnanti, le famiglie, i loro amici si sono mobilitati in mille occasioni e hanno vinto: hanno ottenuto che i maggiorenni potessero fare gli esami di maturità anche senza essere in possesso dei documenti regolari, hanno ottenuto che genitori irregolari non ricevessero il decreto di espulsione e molte battaglie del genere. Lo stesso è accaduto nella sanità, negli ospedali, in molti luoghi di lavoro.

La storia degli ultimi vent’anni di leggi liberticide sull’immigrazione è stata per fortuna anche una storia di battaglie, che sono state in grado in molti casi di forzare tali leggi, di estendere i diritti, di dare dignità a persone che altrimenti avrebbero perso tutto. Se il film avesse deciso di proseguire ugualmente senza curarsi del permesso di soggiorno di Issa non staremmo qui a parlarne. Ma in questi casi le mezze misure sono le più dannose e ipocrite. E la scelta reca un danno notevole al film. La narrazione inizia a indugiare in atteggiamenti un po’ pietisti e vittimisti che nella prima parte erano assenti, in un corto circuito tra realtà e finzione in cui non sai più bene ciò che stai guardando e in cui non c’è la giusta delicatezza verso i protagonisti, schiacciati da tale corto circuito.

Alla fine resta una sensazione amara. Ci sono gli immigrati, costretti a vivere in una continua precarietà ed esposti alle oscillazioni di un destino fatto di leggi ingiuste, sfruttamento e soprusi. E ci sono tutti gli altri, che nella migliore delle ipotesi possono solo raccontare tutto ciò, senza andare fino in fondo nel tentativo di contestare tali meccanismi e provare a rovesciarli. C’è per fortuna un’altra strada, che tante scuole di italiano hanno provato a costruire, la strada della solidarietà e della lotta, che nel film purtroppo non compare, né come realtà e né come finzione. Ma che è la più preziosa da seguire, e non riguarda solo gli stranieri, ma come è evidente riguarda tutti. È necessario agire in prima persona e rischiare.

Proprio come fa il protagonista di un altro splendido film, La promesse, girato nel 1996 in Belgio dai fratelli Dardenne. Un film nel quale la rivolta non parte da un nero o da un immigrato ma dal biondissimo Igor, meccanico quindicenne che decide di ribellarsi ai traffici del padre, reclutatore di manodopera clandestina a basso costo nella periferia di Liegi. È un personaggio di finzione, ma ci auguriamo che nella realtà di Igor ce ne siano stati e ce ne siano ancora, non solo in Belgio. Il film di Gaglianone è una bella boccata d’ossigeno, ma non può bastare per poter davvero respirare tutti insieme.

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