Michele Crescenzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-crescenzo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 28 Jun 2021 19:40:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michele Crescenzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-crescenzo/ 32 32 Paul Auster, lo scrittore simbolo di Brooklyn che insegue le coincidenze della vita https://minimaetmoralia.it/letteratura/paul-auster-lo-scrittore-simbolo-di-brooklyn-che-insegue-le-coincidenze-della-vita/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/paul-auster-lo-scrittore-simbolo-di-brooklyn-che-insegue-le-coincidenze-della-vita/#respond Tue, 01 Jun 2021 09:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48786 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. 1980, Brooklyn. Paul Auster è seduto alla scrivania sotto due lampade accese. Le tende delle finestre sono chiuse giorno e notte. Preferisce scrivere sulla sua Olympia accanto alle decorazioni sulle tele che al muro di mattoni davanti casa. […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

1980, Brooklyn. Paul Auster è seduto alla scrivania sotto due lampade accese. Le tende delle finestre sono chiuse giorno e notte. Preferisce scrivere sulla sua Olympia accanto alle decorazioni sulle tele che al muro di mattoni davanti casa. Sospira. Sono ormai diversi anni che è tornato dalla Francia e ha pubblicato solo una raccolta di poesie. In Europa ha lavorato con la scrittrice Lydia Davis come critico e traduttore, hanno avuto la convinzione che la loro povertà fosse romantica fino a quando la situazione non è diventata disperata. Sono tornati negli Stati Uniti con nove dollari ma questo non ha evitato di sposarsi nel 1974 e di divorziare nel 1977.

Squilla il telefono, la voce di un uomo con un forte accento spagnolo chiede se quella fosse l’agenzia Pinkerton. Paul Auster dice di no e attacca. Lo stesso uomo richiama il giorno dopo e chiede di nuovo della stessa agenzia investigativa. Lui ribadisce che ha sbagliato numero ma subito dopo inizia a immaginare cosa sarebbe successo se avesse impersonificato un investigatore privato e si fosse offerto di occuparsi di un caso. Inizia, così, a scrivere la storia di uno scrittore solitario di nome Quinn che, in tre notti diverse, riceve una telefonata da un uomo che cerca “Paul Auster. Dell’agenzia investigativa Auster”.

Le prime due volte, Quinn dice semplicemente all’uomo che ha composto il numero sbagliato, ma la terza notte finge di essere Paul Auster, investigatore privato. Quello che segue è “City of Glass” la prima parte di The New York Trilogy (La trilogia di New York, Rizzoli, 1987 – Einaudi, 1996 trad. di Massimo Bocchiola) una antologia di tre romanzi brevi pubblicati dal 1985 al 1986 che hanno fanno conoscere Auster come un autore originale che oscilla tra tradizione e innovazione.  Trilogia di New York è ambientato in una città allucinata, in cui tutto si confonde e sfuma. La prima parte, ‘City of Glass’, è un thriller poliziesco e psicologico. “Ghosts” – la seconda storia – è l’inquietante storia di un uomo costretto a pedinare sé stesso. La parte conclusiva, “The Locked Room”, è l’autobiografia di un autore letterario scomparso. Jan Kjærstad, scrittore e critico norvegese, l’ha descritto come un “cristallo che rifrange la luce in colori che raramente sono stati visti prima”. L’Enciclopedia Treccani ha definito l’opera come una parodia postmoderna del romanzo poliziesco, la trilogia scardina le convenzioni del genere, mescolando echi della grande tradizione americana (N. Hawthorne, H. D. Thoreau, E. A. Poe, H. Melville) a suggestioni del nouveau roman, per costruire un universo, sia narrativo sia urbano, dominato dal caso.

Il romanzo ebbe un successo europeo prima che statunitense. Quando uscì in Inghilterra nel novembre 1987, la prima tiratura di cinquemila copie andò esaurita in una settimana ed è stato subito osannato in Francia. È stato meno celebrato nel suo paese d’origine, anche se la situazione è cambiata quando, a metà degli anni novanta, ha realizzato, con Wayne Wang, il film “Smoke”. Si cominciò allora a prestare maggiore attenzione ai suoi delicati e ponderati lavori come The Music of Chance (La musica del caso, Guanda, 1990 – Einaudi, 2009, trad. di Massimo Birattari) Leviatano (Leviatano, Guanda, 1995 – Einaudi, 2003, trad. di Eva Kampmann) e Mr. Vertigo (Mr. Vertigo, 1994 trad. di Susanna Basso)

Con i suoi vestiti neri e la sua esperienza nella poesia francese, il suo amore per Samuel Beckett e le incursioni nel cinema indipendente, Auster è diventato presto un intellettuale elegante ma accessibile, un tipo di scrittore d’avanguardia che abbraccia un pubblico mainstream. Insieme a Lou Reed e Woody Allen, è oggi uno dei simboli di New York, così tanto che hanno proposto a lui e alla seconda moglie – la scrittrice di origini norvegesi Siri Hustvedt – di girare uno spot pubblicitario per Gap ma lui ha rifiutato. “Non mi piace la pubblicità”, ha spiegato al the Guardian.

“Il risultato del suo lavoro è quello di costruire un’architettura narrativa tradizionale con interni decisamente moderni” dice Don DeLillo, autore newyorkese e grande di Paul Auster, talmente tanto che quest’ultimo gli ha dedicato “Leviathan”. Tra i due c’è una reciproca influenza letteraria, in “Mao II“, ad esempio, uno scrittore solitario afferma “anni fa pensavo che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Ora i fabbricanti di bombe e gli uomini armati hanno conquistato quel territorio”; questa osservazione potrebbe essere il motto segreto di “Leviathan”, il libro inizia infatti con la notizia che un uomo di nome Benjamin Sachs, un romanziere, è stato fatto a pezzi da una bomba che stava assemblando.

Diversi sono i temi ricorrenti usati dall’autore americano (su wikipedia c’è perfino una lista) come l’ambientazione a Brooklyn, la presenza di uno scrittore ossessivo come personaggio centrale e l’assenza del padre ma quello più ricorrente nella sua vita come nelle sue opere è sicuramente “la coincidenza”. Questo tema è presente sia nei romanzi Moon Palace (Einaudi, 2007, trad. di Mario Biondi) The Music of Chance  e Leviathan che nella sua vita, tanto che Paul Auster ha raccolto nel libro Experiment In Truth (Esperimento di verità Einaudi, 2001, trad. di Massimo Bocchiola) e The Red Notebook (Il taccuino rosso, Einaudi 2013, trad. di Magiù Viardo) alcuni racconti dove il caso ha condizionato eventi realmente accaduti. Le storie riguardano incredibili coincidenze (avvenute sia all’autore che a suoi amici) che sbalordiscono il lettore. “Il caso fa parte della nostra realtà: siamo continuamente plasmati dalle forze della coincidenza, l’imprevisto si verifica con una regolarità quasi paralizzante in tutto le nostre vite” afferma Paul Auster in un’intervista su jstor.

Quando Paul Auster aveva cinquant’anni, e dopo aver sofferto alcuni periodi di cattiva salute, scrisse una serie di libri incentrati sul rapporto con la morte e i suoi fantasmi come Timbuktu (Einaudi, 1999, trad. di Massimo Bocchiola) The Book of Illusions, (Il libro delle illusioni, Einaudi, 2003, trad. di Massimo Bocchiola) e Oracle Night (La notte dell’oracolo, Einaudi, 2004, trad. di Massimo Bocchiola)

Durante i suoi sessanta anni, invece, Auster ha scritto del suo passato, sia nei suoi romanzi come Invisible (Einaudi, 2009, trad. di Massimo Bocchiola) che racconta la storia di uno studente della Columbia alla fine degli anni ’60 (Auster studiava lì propri in quel periodo) sia attraverso due saggi come Winter Journal (Diario d’inverno, Einaudi, 2012, trad. di Massimo Bocchiola) e Report from the Interior (Notizie dall’interno, Einaudi, 2013, trad. di Monica Pareschi) dove rievoca le sensazioni e gli avvenimenti della sua infanzia.

“Penso che quei due libri abbiano gettato le basi per il mio ultimo romanzo 4321(Einaudi, 2017, trad. di Cristiana Mennella)” dice al the Guardian e racconta nella stessa intervista che quando aveva invece quattordici anni, un ragazzo a pochi centimetri da lui fu ucciso colpito da un fulmine. “È qualcosa che non ho mai superato”, afferma “eravamo al campo estivo colti da una tempesta elettrica nel bosco. Qualcuno ha detto che dovevamo raggiungere una radura e dovevamo strisciare, in fila indiana, sotto una recinzione di filo spinato. Un fulmine colpì la recinzione mentre il ragazzo immediatamente avanti a me la stava oltrepassando. La mia testa era proprio vicino ai suoi piedi. Non mi resi conto che il ragazzo era morto sul colpo così l’ho trascinato nella radura”.

Se il fulmine fosse caduto solo pochi secondi dopo, sarebbe stato lui a morire. “Sono sempre stato ossessionato da quello che è successo, dalla sua totale casualità”, dice. “Penso che sia stato il giorno più importante della mia vita.” Un incidente simile si verifica nell’ultimo romanzo di Auster, 4321. Archie Ferguson, un tredicenne pieno di promesse, affascinato da The Catcher in the Rye di J.D. Salinger e dai suoi primi baci, corre sotto un albero durante una tempesta al campo estivo. Quando un fulmine lo colpisce e viene ucciso da un ramo che cade. Ma questo è il destino di solo uno dei quattro Archie Ferguson nel romanzo. La narrativa di Auster ha sempre esplorato i momenti in cui le vite, grazie al caso e alle circostanze, prendono direzioni diverse, e nel 4321 questa idea viene presentata nella sua forma più pura. Il romanzo inizia con la nascita di Ferguson il 3 marzo 1947 da Stanley, che gestisce un negozio di elettrodomestici a Newark, New Jersey, e Rose, che lavora per un fotografo. Quelle che seguono sono quattro versioni della storia di Ferguson. I quattro Archie hanno lo stesso punto di partenza (gli stessi genitori, gli stessi corpi e lo stesso materiale genetico) ma, mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza, prendono strade divergenti. Ogni Ferguson vive in una diversa città del New Jersey e ha una diversa configurazione di famiglia e amici. Man mano che le loro storie si svolgono in capitoli a rotazione, diventano persone sempre più distinte: si sente l’influenza del denaro, o la sua mancanza; divorzio; formazione scolastica; e tutti gli altri fattori che determinano le prime vite. Auster presenta quattro ritratti dettagliati dell’intensità della giovinezza – di imbarazzo e frustrazione, ma anche di passione per i libri, i film, lo sport, la politica e il sesso. Tutti gli Archie sono pieni di intelligenza e tutti sono aspiranti scrittori. Tutti si innamorano dell’accattivante Amy Schneiderman, anche se ogni relazione si svolge in modo diverso. Un Ferguson ha un incidente d’auto e perde le dita, uno è bisessuale, un altro ha un amico che muore improvvisamente.  Paul Auster lo descrive come il “romanzo più realistico che abbia scritto”. Ha iniziato a scrivere 4321 all’età di 66 anni, l’età in cui suo padre è morto improvvisamente. Il pensiero che anche lui potesse morire lo fece lavorare in fretta, finendo il romanzo di 866 pagine in tre anni e mezzo invece dei cinque previsti.

Paul Auster oggi ha pubblicato diciotto romanzi più diversi libri di poesia, saggistica e opere cinematografiche come SmokeBlue in the Face e Lulu on the Bridge. Vive in un bell’edificio in pietra calcarea di inizio secolo, il tipo di casa a schiera che rende Park Slope uno dei migliori quartieri di Brooklyn. L’appartamento è al terzo piano ed ha finiture in legno e soffitti alti. L’autore ama sedersi sulla sua poltrona a raccontare storie agli amici o parenti. Racconta spesso che ha iniziato a fare lo scrittore il giorno in cui, all’età di otto anni, incontrò il suo eroe del baseball Willie Mays a una partita dei New York Giants e, raccogliendo tutto il suo coraggio, gli chiese un autografo. Ma né suo padre né sua madre avevano una matita, e alla fine il giocatore scrollò le spalle e se ne andò. Auster era disperato e da quel giorno – così ha dichiarato al Columbia Magazine  – non uscì più di casa senza una matita: “Se hai una matita in tasca, c’è una buona probabilità che un giorno inizierai ad usarla.” Ma la storia che preferisce è su una chiamata avuta dopo il successo di Trilogia di New York, quando al telefono una voce con un forte accento spagnolo ha chiesto del signor Quinn. “Ho pensato che fosse una specie di scherzo” racconta al New York Times  “Niente affatto – l’uomo era serio. Così ho preso il mio taccuino. Poteva trasformarsi in una buona storia”

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Jennifer Egan voleva rubare un portafoglio a New York e invece ha scritto un Pulitzer https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/#comments Fri, 23 Apr 2021 12:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48442 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo.

New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È stanca e ha bisogno di una serata con lei per sfogarsi. Le racconta del suo ex Steve Jobs che ha un tumore al pancreas, delle difficoltà di pagare il mutuo della casa acquistata in Fort Greene Brooklyn nel 2000, della convivenza con il marito – il direttore teatrale David Herskovits – e i due figli Raoul (5 anni) e Manu (3), e soprattutto di quanta fatica facesse per scrivere un libro storico su New York (quello che sarebbe poi diventato Manhattan Beach). Aveva trascorso tutta la giornata in biblioteca e non era riuscita a ricavarne nulla; più faceva ricerche sul libro, più rimandava a scriverlo facendo nuove ricerche. Aveva una scaletta ben precisa, ma stava andando tutto a rotoli.

In una pausa va nel bagno delle donne dove rimane a fissare prima il suo volto stanco, poi nota un portafoglio che spunta dalla borsa di una donna. “Ho pensato che sarebbe stato facilissimo allungare la mano e prenderlo. Mi sono connessa con la prospettiva della persona che ruba”, spiega l’autrice su Entertainment Weekly “E ho pensato, domani inizierò a scrivere di questo e vediamo cosa succede”. Questa scena è diventata il primo capitolo di A Visit From the Goon Squad (Il tempo è un bastardo minimum fax, 2011 traduzione di Matteo Colombo) vincitore del Premio Pulitzer 2011, il libro ha vinto anche il National Book Critics Circle Award per la narrativa nel 2010, ha ricevuto recensioni positive dalla critica ed è apparso in molte liste dei migliori romanzi degli anni 2010.

La Egan aveva intenzione di scrivere solo un racconto su Sasha, una cleptomane che ha un appuntamento con un uomo di nome Alex, che è nuovo in città ed è stupito quando più tardi scopre che la ragazza ha una vasca da bagno nella sua cucina (come si usava a New York negli anni ‘70). Dopo aver scritto il racconto, ha iniziato a pensare a come potesse essere Bennie Salazar, il capo di Sasha e dirigente discografico e ha scritto anche una storia su di lui. E poi una terza storia e una quarta. Seguendo solo la sua curiosità ha scritto un romanzo di racconti intrecciati su Sasha, Benniee e altri personaggi, che, man mano che invecchiano, cambiano la loro vita in direzioni impreviste. Le storie si spostano avanti e indietro nel tempo dagli anni ‘70 al presente e al prossimo futuro (c’è un capitolo futurista creato solo come una presentazione in PowerPoint). Molte delle storie si svolgono a New York e dintorni, anche se altre ambientazioni includono San Francisco, Napoli e un safari in Kenya.

“Volevo evitare la centralità. Volevo la polifonia. Volevo una sensazione laterale, non una in avanti. Le mie regole di base erano: ogni pezzo deve essere molto diverso dagli altri e avere un punto di vista nuovo – racconta l’autrice su BOMB Magazine – Per me il tempo non è lineare. Una cosa che facilita questo tipo di viaggio nel tempo è la musica, ecco perché io penso che la musica abbia finito per essere una parte così importante del libro. Inoltre, stavo leggendo Proust. Lui cerca, con grande successo, di catturare il senso del tempo che passa, la qualità della coscienza e i modi per aggirare la linearità”.

Jennifer Egan è conosciuta soprattutto per la sua immaginazione (quasi preveggente) e per l’ingegnosità delle sue costruzioni letterarie fuori dagli schemi. Goon Squad è una meditazione proustiana sulla musica rock e sul tempo perduto che attraversa il passato, il presente e il futuro, cambiando protagonisti e voci a ogni capitolo. The Keep (La fortezza minimum fax, 2014 traduzione di Martina Testa ) è una favola neogotica di tecnologia e paranoia ambientata in un castello dell’Europa orientale. Black Box (Scatola nera minimum fax, 2013 traduzione di Matteo Colombo) è una spy story nata per essere pubblicata su Twitter, ossia scandita in singoli tweet (brevi porzioni di testo non più lunghe di 140 caratteri).

Delle volte è sembrato addirittura che Jennifer Egan fosse in grado di predire il futuro. Nell’ultimo capitolo di Goon Squad, che è stato pubblicato nell’era dell’iPhone, ma scritto principalmente prima che arrivasse sul mercato, ha introdotto lo Starfish, un telefono touch-screen per bambini (due genitori discutono su quando permettere alla figlia di usarne uno, forse la prima rappresentazione in letteratura di quella battaglia persa.) Per il suo secondo romanzo, Look at Me (Guardami minimum fax, 2012 traduzione di Matteo Colombo e Martina Testa), ha inventato una piattaforma di social-media dove persone normali si sottopongono alla sorveglianza continua della webcam (“survivor” era uscito l’anno precedente). Uno dei personaggi principali di Look at Me è Z., un terrorista libanese che insegna matematica al liceo nel Midwest mentre organizza un attacco contro gli Stati Uniti. Egan ha lavorato al libro per sei anni e mancava solo una settimana alla pubblicazione quando le torri del World Trade Center furono colpite. Gli agenti dell’F.B.I. consultati dalla scrittrice le avevano detto che il terrorista medio era giovane, insensibile, abbastanza inetto. Ma lei ha reso Z. un poliglotta ben istruito e sofisticato, integrato nella cultura che sogna di distruggere, proprio come, si è scoperto, i principali dirottatori dell’11 settembre.

Jennifer Egan ha replicato al The New Yorker che tutte quelle erano soltanto “facili previsioni dovute all’energia della logica” ( definizione di Jane Smiley che consiste di canalare il presente verso una serie di possibili futuri). Con Manhattan Beach (Mondadori, 2018 traduzione di Giovanna Granato) il suo ultimo romanzo – quello che stava scrivendo quando ha incontrato nel bagno del ristorante la donna con il portafoglio – l’autrice americana rovescia ogni aspettativa e presenta al lettore un romanzo storico dove la protagonista – la diciannovenne Anna –  cerca di scoprire la verità su suo padre all’interno di un mondo popolato da criminali, marinai, sommozzatori, banchieri aristocratici e uomini del sindacato. La National Book Foundation ha inserito il libro nella lista del National Book Award 2017 nella categoria Fiction. La rivista Time lo ha selezionato come uno dei suoi dieci migliori romanzi del 2017.

Jennifer Egan non ha sempre voluto fare la scrittrice. Quando era ragazza viveva a San Francisco e il suo obbiettivo di allora era solo quello di partire per un anno sabbatico in giro per l’Europa prima dell’università (immaginava di fare archeologia). Per recuperare i soldi per il viaggio lavorò in un bar e anche come modella. “Sapevo com’era stare di fronte a una telecamera, sapevo cosa significa essere mercificata – ha detto Egan – ed è uno strano mix tra la denigrazione e l’esaltazione”. In Europa però, in una stanza sterile di un ostello a Reims, ha avuto il primo di quelli che ora identifica come attacchi di panico, ma che all’epoca credeva fossero flashback dell’LSD. Li chiamava The Terror e pensava che stesse impazzendo. “Ero sola ed ero impaurita – ricorda – l’unica cosa che facevo era tenere un diario segreto, scrivere era l’unica cosa che mi faceva stare bene e in quel momento ho deciso che sarei stata una scrittrice”.

L’autrice tornò in America e studiò letteratura, innamorandosi di William Faulkner, Ken Kesey e John Fowles. A una cena a San Francisco, l’estate dopo il suo secondo anno, Egan ha avuto una conversazione con un uomo che le ha detto che lavorava ai computer Apple. “Continuavo a chiedergli: ‘Cosa fai esattamente?’ E lui rispondeva genericamente – ha detto l’autrice americana – poiché sembrava così giovane, ho pensato che stesse cercando di nascondere il fatto che aveva un lavoro precario o umile”.

Era Steve Jobs. Aveva ventotto anni ed era già famoso. “Steve era fondamentalmente una persona timida che era costantemente al centro dell’attenzione. Penso che gli piacessi perché non avevo idea di chi fosse”. I due sono usciti insieme per un anno. Facevano lunghe discussioni sulla presunta contraddizione di Steve tra la sua devozione alla filosofia buddista e il suo obbiettivo di convincere la gente a comprare computer. “È stato molto divertente averlo così innamorato di me – ha detto – Lo chiamavo nel suo ufficio dalla biblioteca e, qualunque cosa stesse facendo, veniva sempre al telefono. Ho trovato esilarante che avesse questa gigantesca azienda legata a lui. Sembrava incredibilmente travolgente, ma anche divertente”. Quando le disse che valeva centinaia di milioni di dollari, lei scoppiò a ridere. “Era pazzesco!”

La relazione finì quando Steve Jobs propose il matrimonio, una formalità, in un certo senso, poiché sapeva che lei avrebbe rifiutato. “Ammetto che ci sono stati momenti in cui mi sono sentita oscurata da lui”, ha detto la Egan. “Non dal fatto che fosse una specie di star, se vuoi. Ma di più quando parlava di andare alla Casa Bianca e di essere amichevole con le persone nell’amministrazione Reagan, e di avere conversazioni sul potere e sulla diplomazia. Mi sono sentita davvero sminuita da questo. Tipo, ho sentito, Oh, mio Dio, non sono niente. Niente di quello che faccio è importante”.

Dopo il college, Egan è andata a Cambridge con una borsa di studio in inglese. Un’amica del liceo l’aveva avvertita di evitare un suo orribile ex fidanzato, David Herskovits, che studiava classici in quella stessa scuola. Ma qualcosa nella descrizione dell’amica ha stuzzicato la sua curiosità così si è presentata all’improvviso nella stanza di Herskovits per il loro primo incontro. “Era mezzogiorno e si stava radendo, e c’erano ancora i resti di una cena – ha ricordato – Mi sono resa conto di averlo capito completamente già in quei primi quindici minuti: ama dormire fino a tardi, ama intrattenere, è un cuoco straordinario. È una persona così gioiosa, celebrativa, raffinata”.

Nell’autunno del 1987 i due si trasferirono nell’Upper West Side di New York e si sposarono nel 1994. L’anno dopo venne pubblicato il primo romanzo The Invisible Circus (La figlia dei fiori, Piemme, 2003 traduzione di Vincenzo D’Antonio) di Jennifer Egan che raccontava la storia di Phoebe, una diciottenne sensibile e smarrita che si imbarca in un viaggio in Europa per scoprire il motivo del suicidio della sua sorella maggiore (nel 2001 hanno tratto un film con Cameron Diaz).

L’autrice americana oggi vive a Clinton Hill in Brooklyn, lavora tutti i giorni scrivendo a mano seduta su una poltrona Ikea nel suo ufficio, o, quando il tempo è bello, su una poltrona reclinabile Zero Gravity che lei ha installato sotto l’albero di magnolia nel suo cortile. Immagina di avere ancora venti anni di buona scrittura e ha un piano per scrivere altri sette libri. Il prossimo utilizzerà le stesse idee strutturali di Goon Squad e alcuni dei personaggi. Poi vuole scrivere un romanzo tratto da Manhattan Beach, seguendo il figlio di Anna Kerrigan negli anni Sessanta. Ha una scaletta ben precisa, ma chissà se in un bagno o in qualunque altro luogo si soffermerà su un particolare per creare una storia completamente nuova.

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La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/#respond Wed, 05 Apr 2017 13:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34089 di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto "Drummond e figlio". Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato.

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(fonte immagine)

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato. Usare un foglio word è come scrivere giù nel vuoto, un vuoto smisurato[1].

Quando si sbaglia basta premere il tasto “Canc” per far ricomparire una riga bianca. Con la sua Olivetti Lettera 32 no. Con lei bisogna sfilare il foglio A4 e cancellare con la penna, scrivere appunti di lato, incurvare le parole per il poco spazio, evidenziandole, ricalcandole, ignorando gli errori ortografici e tutta quella roba che il computer esegue per noi, che è sia fastidioso che scostante[2].

Quando le annotazioni diventano troppe, prende un altro foglio e ricomincia da capo. Riscrivendo tutti i periodi, ripensando all’uso e al suono di quelle  parole.

Questo è il lungo e analitico lavoro di riscrittura di Charles D’Ambrosio che rende la sua prosa densa e precisa. Il Seattle Time l’ha definita fluida, addirittura insinuante. Una frase segue l’altra con un ritmo irrefrenabile che sembra imitare la logica alterata della follia, i piccoli passi e le svolte improvvise che portano la gente dai viali illuminati ai vicoli bui[3].

Charles, D’Ambrosio, cresciuto a Seattle ma che vive a Portland, scrive solo racconti. Quasi tutti apparsi in testate come The New Yorker, The Stranger, The Paris ReviewZoetrope All-StoryForse è perché nel racconto sento tutto dentro di me in una sola volta. Come una fiamma. Un romanzo ha bisogno di un respiro più ampio, di una strutturata mappatura della storia, un’analisi precisa. Io non sono così. A me piacciono i particolari, rincorro un’idea in senso concettuale, come un’immagine che galleggia fuori là all’orizzonte, non so cosa significhi ma io la inseguo, non avendo idea di cosa effettivamente succederà. Questo con un romanzo è impossibile.[4]

I personaggi dei suoi racconti sono falegnami sul set di un film porno, uno sceneggiatore di successo finito in un ospedale psichiatrico, un ragazzo malinconico che cuoce due patate al forno e le porta con sé in una notte di neve per condividerle, infine, con un perfetto sconosciuto. Tutti hanno una ferita, causata da amori finiti male, lutti prematuri, famiglie poco presenti, ma vengono raccontati quasi sempre quando è ormai cicatrizzata. Quando il dolore è consuetudine. In questo modo D’Ambrosio porta agli occhi del lettore storie di personaggi che si muovono ai bordi di un fallimento o di una sofferenza con un inconsueto equilibrio. Come un tavolo con tre gambe che non cade mai.

Nel 1995 è stata pubblicata, negli Stati Uniti, la sua prima raccolta, The Point. “La punta”, titolo di un racconto che mostra l’America ferita del dopo-Vietnam attraverso gli occhi di un tredicenne che ha l’inusuale compito di riaccompagnare a casa amici della madre, troppo ubriachi dopo le feste. A differenza dell’editore americano, minimum fax, nel 2008, ha deciso di intitolare questa raccolta “Il suo vero nome” , rendendo omaggio a un altro racconto, la storia di un viaggio tra due sconosciuti. Un amore inaspettato, intenso e tragico. Il New York Times ha affermato che il finale di questo racconto è uno dei più memorabili della narrativa recente.

Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la  seconda raccolta ” Il museo dei pesci morti”. Termine  usato da un personaggio del racconto omonimo per indicare la parola “frigorifero” perché, essendo un immigrato salvadoregno,  non riesce a pronunciare bene quella parola in inglese.

È questa l’America raccontata da Charles D’Ambrosio,  marginale e malconcia, che, per motivi diversi, chiama le cose con altri nomi, attribuendogli valori inaspettati. Amore, lavoro e famiglia acquisiscono nuovi significati, definizioni costruite dal loro contesto. Proprio come l’ Olivetti Lettera 32, per tanti rappresenta solo il residuo di un tempo passato, un oggetto lasciato a impolverarsi in qualche casa arredata in stile retrò, ma per l’autore è un insostituibile compagno di scrittura.

[1] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[2] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[3] http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/82

[4] http://www.bookslut.com/features/2006_07_009377.php

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