Michele Emiliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-emiliano/ un blog di approfondimento culturale Mon, 27 Jan 2014 09:52:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michele Emiliano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-emiliano/ 32 32 Fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/#comments Fri, 19 Apr 2013 08:45:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14080 Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 - al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

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Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 – al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

«Scombussolati» o, se volete, «disorientati» rispetto alla tradizione della Puglia «porta d’Oriente», ci accorgemmo di essere diventati invece l’ultima spiaggia occidentale (o la prima) per centinaia di migliaia di persone in fuga dalle rovine economico-morali del comunismo. Mondo ex fu la felice definizione che lo scrittore Predrag Matvejevic adottò per il disgregarsi degli stati nazione non solo nei «suoi» Balcani. Ebbene, il «tempo del dopo» in Puglia trovava l’opportunità di un ricominciamento. Eravamo una terra promessa, una nuova America, anzi Lamerica, per dirla col titolo di un prezioso film di Gianni Amelio (1994).

In questi ultimi vent’anni le visioni della Puglia di frontiera si sono nutrite di contributi laici e cattolici, di saperi e di arti tesi – oltretutto – a sprovincializzare l’ine – dito protagonismo regionale, giacché metaforico di una condizione ben più larga, appunto, dell’ombra del campanile (sebbene non sempre vi siano riusciti). Come non ricordare, nei giorni del ventennale della morte, l’apporto di don Tonino Bello? Per il vescovo salentino l’idea della Puglia finis terrae s’incarna nel pacifismo operoso in ogni dove e nell’incontro con l’«altro», che davvero ricordano lo sguardo venuto dalla «fine del mondo» del papa Francesco. «Se noi non poggiamo la nostra vita sugli altri – diceva don Tonino – la facciamo cadere. L’unica condizione perché ci si mantenga in piedi è che il baricentro esca fuori di noi, che ci sia questo sbilanciamento». Inoltre, lungo gli anni Novanta e nei primi anni Zero, qui nacquero il «pensiero meridiano» del sociologo Franco Cassano, una serie di apporti originali in ambito culturale ed economico propiziati da un rinverdimento dell’impegno locale e non localistico di Casa Laterza (e di altri editori non solo pugliesi, da Donzelli a Dedalo), e talune forme di cittadinanza attiva precoci rispetto ai «girotondi» anti-berlusconiani di Nanni Moretti. E qui c’è stato un inedito fiorire della letteratura, del cinema e della musica, pregni di umori, suggestioni, idee mediterranei e frontalieri.

Sono esperienze per cui in Puglia a taluni parve addirittura lì lì per realizzarsi una variante della leggendaria «immaginazione al potere» invocata dai sessantottini parigini, nella stagione seguita alle prime vittorie elettorali del centro-sinistra di Michele Emiliano, due volte sindaco di Bari (2004 e 2009), e di Nichi Vendola, due volte presidente della Regione (2005 e 2010). La cosiddetta «primavera pugliese», nei promettenti anni d’esordio, irrompe su una scena regionale storicamente cauta e moderata, salvo l’infatuazione craxiana del capoluogo presaga di certi fatui decisionismi a venire.

L’affermarsi di un nuovo ceto politico corrisponde in realtà alla sua capacità di istituzionalizzare la brama ardente delle storie di frontiera. La Puglia in cui forse il genio di Ennio Flaiano si sarebbe specchiato, perché come lui «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole», ha sognato e fatto sognare. E ha realizzato dei progressi innegabili, del resto incorniciati negli ultimi due-tre anni da una sorta di «alleanza» strisciante fra centro-sinistra e centro-destra regionali, parimenti interessati a difendersi dagli eccessi di rigore del governo centrale e a farsi valere nella partita cruciale dei fondi europei. Ma oggi tutto ciò è ancora in corso? Lo scenario resta valido o è mutato? Senza che gli osservatori (gli intellettuali, i politici, l’opinione pubblica stessa) se ne accorgessero, oppure accorgendosene senza dirlo per viltà, ignavia, connivenza, siamo da tempo in un’altra stagione. Stavolta è la politica a offrire segnali che suonano come conferme: i recenti risultati elettorali pugliesi, certo, sfavorevoli a chi ha governato dal 2004-2005 in avanti; e la scelta simbolica di Bari per l’ultimo comizio di Silvio Berlusconi, che il sindaco Emiliano ha tentato probabilmente di esorcizzare col suo discusso striscione di benvenuto al Cavaliere. Né ha molto senso, riteniamo, meditare interventi di restauro della «primavera pugliese » o vagheggiarne una paradossale restaurazione.

Non risulta interessante – nel quadro che ci preme di più: l’identità della nostra terra – scrutare le imperscrutabili contingenze del ceto politico, il destino dei suoi personaggi e le relazioni fra loro. Intanto la Puglia che fu del cinema di frontiera degli Amelio, Olmi, Winspeare oggi sembra paga di se stessa. Le sue bellezze paesaggistiche fanno da sfondo, in questi giorni su Canale 5, ad alcune puntate della saga infinita di Beautiful, girate tra Polignano a Mare e Alberobello. Perfette locations, per carità, che è legittimo valorizzare. Ma eravamo partiti dalla «Vlora» e siamo arrivati ai matrimoni vip in masseria. C’era una volta Lamerica, qualcosa è cambiato. Vogliamo dircelo?

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Ancora su Patate Riso & Cozze! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/#comments Sat, 14 Apr 2012 09:46:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7452 Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul "Fatto Quotidiano" il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

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Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul “Fatto Quotidiano” il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

Nel frattempo è esploso il caso della Lega, Vendola ha ricevuto due avvisi di garanzia, Rosy Mauro si è candidata fuori tempo massimo per un ruolo da protagonista in un film di Ferreri, i faccendieri legati a CL son tornati a far parlare di sé, la Borsa milanese ha bruciato miliardi mentre lo spettro dell’Imu inizia ad allungarsi sulle briciole di chi ne ha poche. Chi non ha nemmeno quelle fronteggia una slot machine con l’ultimo euro rimasto, o si organizza, o si suicida, o cova pensieri omicidi, o legge Trakl, o rimpiange i sacchi di sabbia davanti alle finestre. Magari scopa in attesa della fine. E Masiello? E Calearo? E il professore indiano picchiato nella metro di Roma da una banda di coglioni di ritorno al grido di: “brutto straniero, tornatene a casa”? In questo gran troiaio di cui Tito Livio dava notizia descrivendo la Cloaca Maxima, un piccolo non esaustivo riassunto di ciò che è successo negli ultimi tempi in una parte della Puglia. Solo per amatori.

di Nicola Lagioia

Dal punto di vista politico, Bari assiste al fallimento del Pd. Ma il disastro politico rischia di rivelarsi lo specchio di una mentalità diffusa e dura a tramontare. Per comprenderlo, cioè per prevenirlo, non era necessario aspettare la magistratura. Bastava osservare la leggerezza spettacolare con cui le istituzioni cittadine affrontavamo una serie di questioni.

Estate 2009. Emiliano accoglie in pompa magna il texano Tim Barton, un fantomatico magnate del fotovoltaico che promette di acquistare la squadra di calcio e investire milioni per fare della città un polo internazionale dell’energia verde. Qualcuno su facebook ironizza sul fatto che digitando su google nome e cognome del miliardario si trova solo il quasi omonimo regista cinematografico. Autunno 2009: Tim Barton scompare nel nulla. Era un prestanome? Il protagonista di una burla mediatica? Un’operazione (come anche si vocifera) dei fratelli Matarrese per far capire che gli unici padroni della squadra di calcio sono loro? Nessuno lo sa. Ovviamente scompaiono anche i posti di lavoro che la città si illudeva di ottenere con il fotovoltaico. E forse il sindaco è stato un po’ leggero nel dare credito a un fantasma.

Estate 2009. Emiliano nomina assessore al decentramento la ventiseienne Annabella Degennaro, figlia del costruttore Vito, oggi indagato per gli appalti milionari. Qualcuno commenta: “neanche la dinastia dei Matarrese, quando comandava a Bari, si era sognata di mettere un familiare in giunta”. Le leggerezze non finiscono qua.

Marzo 2012. Emiliano propone di candidare Bari a Capitale europea della cultura per il 2019. Sembra di assistere a una versione in scala della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 caldeggiata dal Pdl. Il Petruzzelli è paralizzato, l’auditorium Nino Rota è chiuso da anni per lavori, idem il museo archeologico, il teatro Margherita non si sa a cosa verrà destinato e non esiste una biblioteca comunale (“io non sono mai andato in una biblioteca, e comunque a Bari una biblioteca comunale non serve”, questo l’indifendibile sillogismo di Emiliano). Soprattutto il sindaco dimentica di essersi dimenticato di nominare un assessore alla cultura. Dal che se ne ricava che la città, istituzionalmente parlando, confonde la cultura col consenso.

Dunque, ancora una volta, prima degli esiti delle inchieste, è una mentalità a essere sbagliata. E il consenso di cui Emiliano ha goduto fino a poco tempo fa dimostra che una parte della cittadinanza, in questa mentalità, non si rispecchiava poi così male.

Chi una piccola rivoluzione culturale ha cercato di farla è stato il Presidente della Regione. Vendola ha provato a scardinare vecchie mentalità ricordando ai pugliesi per primi che oltre il folkore delle sagre del polpo, la Puglia è la terra di Salvemini, di Di Vittorio, di Carmelo Bene, di don Tonino Bello, di Pino Pascali. Lo scandalo e soprattutto lo stato della sanità rimane una brutta macchia (all’oncologico molti pazienti raccontano ancora oggi scene dantesche), ma il progetto a grandi linee non era sbagliato. Non vorrei però che a un certo punto Vendola abbia creduto troppo a ciò che ad alcuni suoi fan faceva comodo vedere in lui: un uomo della provvidenza. Credere negli uomini della provvidenza vuol dire darsi l’alibi per non fare la propria parte. A propria volta, chi crede di esserlo, si assegna compiti impossibili e si preoccupa poco di chi verrà dopo. Vendola in questo momento eredi non ne ha. E abbandonare la Puglia anzitempo per puntare a palazzo Chigi rischia di interrompere un’esperienza che ha fatto più bene che male. Significa soprattutto portare l’orologio indietro di decenni riconsegnando la regione ai Fitto e ai D’Alema.

La Puglia è ancora molti passi avanti rispetto al grande sonno degli anni Ottanta. E molte realtà virtuose lo dimostrano. Ma pensare che la rondine di questi ultimi anni faccia una primavera stabile è una pia illusione. La mentalità levantina ha forse più luci che ombre. Ma per scacciare quelle ombre ci vuole molto tempo e molta pazienza.

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Se il vendolismo si limita agli applausi degli artisti https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/#comments Tue, 27 Mar 2012 08:50:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7183 Dopo l'intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un'ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

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Dopo l’intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un’ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

Qual era il maggior pregio della primavera pugliese? Aver sperimentato una rottura in una regione che era uno dei principali laboratori del berlusconismo meridionale. Come? Con un mix di buona amministrazione, effervescenza culturale, partecipazione allargata, efficace lavoro di alcuni tecnici. Una sorta di radical-riformismo amministrativo che ha dato il suo meglio, ad esempio, nell’affrontare i problemi di salute, povertà e immigrazione. Questo è stato oscurato dal «ciclone Tarantini», e dagli scandali recenti. Ma va difeso, non bruciato in una fuga in avanti nella politica nazionale.
Durante le primarie, nel 2010, il documento di sostegno a Vendola firmato a sinistra da tanti intellettuali e rappresentanti della società civile pugliese, da Franco Cassano a Mario Desiati, e nazionale, raggiunse in pochi giorni 10 mila firme. Ma ora Vendola intende lasciare la Puglia prima della scadenza del secondo mandato per correre alle politiche. Più che una svolta lideristica, già criticata da Cassano, c’è un errore «veltroniano», non nuovo a sinistra. Buttarsi nell’agone nazionale forte di un’esperienza locale che, però, rischia di venire lasciata a metà e senza eredità. Sarebbe un doppio fallimento: nazionale e locale.

Che fare? Se la legge elettorale pugliese fosse come quella lombarda, chiederei a Vendola di candidarsi per un terzo mandato e mettere da parte i giochi nazionali. Ma la legge pugliese non lo permette. E allora deve concludere il suo mandato. A maggior ragione, ora che lo scandalo «cozze pelose» ha azzoppato la candidatura di Emiliano alla Regione e aperto oggettivamente un enorme caos che il Pd non può ricomporre.

La domanda per Vendola, allora, oggi è questa: non abbiamo bisogno di rinnovare quell’intreccio locale tra buona amministrazione, intellettuali e tecnici, per riqualificare la politica? Non è meglio continuare su questa strada anziché criticare solo sul piano verbale il governo dei tecnici?
Pur non facendo parte della squadra di Vendola, e non avendo incarichi, ho potuto osservare da vicino la macchina regionale, soprattutto negli assessorati Welfare, Salute, Mediterraneo, e nell’impegno verso i non-garantiti. Da compagno di strada, ma con uno sguardo da fuori. C’è tanto lavoro anonimo che oggettivamente ha prodotto una rottura e oggi va «protetto». Uso convintamente questa parola. Se il vendolismo si slega da tutto ciò, rischia di rimanere solo narrazione che fluttua nell’aria. E può piacere ad artisti, registi e intellettuali mediaticamente più in vista, da Serena Dandini ad Antonio Scurati, che ne hanno sostenuto le ragioni, ma di certo non basta alla Puglia. E al centrosinistra.

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Patate riso e cozze:fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/interviste/patate-riso-e-cozze-fine-della-primavera-pugliese/#comments Sat, 24 Mar 2012 13:49:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7142 Al principio furono la D'Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d'ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l'intero meridione.

Qui intanto l'intervista di "Repubblica-Bari" a Nicola Lagioia

Cosa risponde all'sos Bari di Valentini? 

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Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

In questi giorni provo rabbia e delusione. Ma sono rabbia e delusione che covano da mesi. Parto da un punto di vista molto personale: è un po’ difficile, per quelli come me, dare credito a una città che alla resa dei conti rischia di averti tradito due volte. La prima è stata costringerti ad andare via per motivi di lavoro. Ma rimaniamo alla cultura. Una certa primavera pugliese, in ambito culturale, cominciò spontaneamente (senza cioè alcun ausilio istituzionale, anzi, nel sonno profondo delle istituzioni cittadine) in tempi non sospetti, cioè nel 1999, quando uscì Lacapagira dei fratelli Piva. Un film prodotto fuori Bari, che le istituzioni accolsero inizialmente in modo gelido, come Andreotti col neorelismo: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Poi il film esplose al festival Berlino e da Levante arrivò il retrofront: “contrordine concittadini”. Da lì in poi tutto un fiorire di scrittori e artisti e registi e musicisti, molti dei quali erano stati costretti a formarsi altrove, e che venivano celebrati forse anche troppo orgogliosamente dalla città come un frutto del proprio humus. Ogni tanto mi è venuto il sospetto che venissimo utilizzati un po’ come foglie di fico. Questo sospetto sarebbe stato felicemente smentito se nel frattempo Bari fosse diventata un laboratorio culturale di livello internazionale (visto che si voleva fare della città la capitale europea della cultura). Basta guardare invece al Petruzzelli – la massima istituzione culturale cittadina – per avere la risposta. Si rischia di buttare alle ortiche un’occasione che chissà quando si ripeterà.

Da città delle escort a città di un teatro appena rinato e sotto commissarimento, fino a una casta di palazzinari, i degennaro, che dettano legge nelle scelte urbanistiche del capoluogo Che ne dice?

Che non è evidentemente cambiato molto (in Italia innanzitutto, al sud in particolare, e ora anche a Bari) dai vecchi film di Francesco Rosi. E che quando, qualche mese fa, sul “Fatto Quotidiano”, scrissi un articolo in cui – a proposito dello scandalo delle escort – cercavo di spiegare come una certa alta borghesia barese covasse da decenni (almeno dai tempi del craxismo) nel proprio dna la propensione all’intrallazzo, a Bari molti mi diedero addosso. “Ma come si permette, questo, che è pure andato via, di parlare male della borghesia barese?” “Queste cose succedono ovunque: Lagioia parla con il risentimento dell’emigrato”. Dico quindi che la tesi “ovunque ladri nessuno ladro” non serve a migliorarsi. Per migliorarsi serve autocritica. E solo chi ama profondamente i propri luoghi d’origine può dolersene altrettanto profondamente. Pasolini, in questo, fu un maestro.

Bari è una città brutta sporca e cattiva? Lo è diventata, lo è sempre stata? 

Bari ha vantato, e vanta tuttora, dei pregi sconosciuti al meridione peggiore. Sobrietà. Laboriosità. Pragmatismo, nel senso migliore del termine. Ma condivide purtroppo con il resto d’Italia un vizio capitale: l’amore per il particulare, la convinzione che i beni comuni non valgano i propri. La cultura è un bene comune. La sanità è un bene comune. Ho un parente che in questi mesi si sta curando all’oncologico. Mi racconta scene dantesche: caos, disorganizzazione, file interminabili per ricevere una legittima terapia.

Ha fallito Emiliano? E in cosa?

Della vicenda giudiziaria non parlo. Non è mia competenza. Anche se mi sento male al pensiero che i giardinetti di p.zza Cesare Battisti, dove andavo a fumarmi una sigaretta tra una lezione e l’altra di diritto penale, si siano trasformati nel parcheggio dello scandalo.

Di Emiliano penso solo che un sindaco che vuole fare della propria città la capitale europea della cultura dimenticando di nominare un assessore alla cultura non va molto lontano. Neanche filologicamente. Me lo ricordo a un vecchio premio Bari, mentre incoronava lo scrittore vincitore: “io non ho tempo di leggere molti libri”, disse. I risultati si vedono. Ma Emiliano – sempre che la vicenda giudiziaria non si risolva a suo sfavore – può ancora riscattarsi. A ogni uomo è consentito un riscatto. Faccia di questa città una vera capitale della cultura e della modernità, e la città gliene renderà merito. Oppure si cosparga il capo di cenere e se ne vada.

Il fallimento del governo di Bari è anche fallimento della Puglia migliore, già fiaccata dagli scandali sulla malasanità in regione o fallimento del pd?

E’ il fallimento del Pd, non certo della Puglia migliore. La Puglia migliore è sempre lì. Penso a Franco Cassano, per esempio. L’ho letto sul giornale in questi giorni e capisco la sua delusione, il suo sconforto. Lui ci ha creduto veramente, nella primavera pugliese, e ha per così dire combattuto in prima linea, e ha per esempio (cosa rara, oggi, in Italia) cercato di intrecciare un dialogo intergenerazionale. Ma penso anche ai Laterza, ai presidi del Libro, alle esperienze di Bollenti Spiriti e Principi Attivi voluti inizialmente se non ricordo male da Minervini, a scrupolosi documentatori del presente come Alessandro Leogrande e a tutto ciò che in questi anni, di buono, è stato fatto. Riannodare il filo, valorizzare le cose migliori e ripartire da lì.

La Puglia politicamente peggiore invece non muore mai. Fitto non muore mai. D’Alema non muore mai. D’Alema. Un uomo che ha fallito praticamente su tutto. Sulla Bicamerale, sul conflitto d’interessi, sulle elezioni regionali. Eppure è sempre là, anche quando non c’è ne avverti la presenza, con questa smania di muovere i fili. La Volpe del Tavoliere. Io invece sto con Isaiah Berlin: “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

 

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