Michele Sovente Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-sovente/ un blog di approfondimento culturale Tue, 25 Feb 2020 23:23:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michele Sovente Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michele-sovente/ 32 32 Michele Sovente, il poeta flegreo del sacro e del profano https://minimaetmoralia.it/libri/michele-sovente-poeta-flegreo-del-sacro-del-profano/ https://minimaetmoralia.it/libri/michele-sovente-poeta-flegreo-del-sacro-del-profano/#respond Wed, 26 Feb 2020 08:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42473 Photo by Valentin Salja on Unsplash

«A Cappella, in via petrara, io vivo/sempre qui ho vissuto in casa dei miei/dove respiro e tesso ombre di corvi che si intrecciano con leggende di famiglia».

Era il 2011 quando i miei occhi incontrarono questa poesia di Michele Sovente, tratta dalla sua raccolta “Carbones”, e, solo dopo tanti anni, ho compreso che questo grandissimo poeta, ai più sconosciuto, che spesso scriveva la stessa poesia in tre lingue diverse (italiano, latino e dialetto di Cappella), parlava anche il mio idioma.

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«A Cappella, in via petrara, io vivo/sempre qui ho vissuto in casa dei miei/dove respiro e tesso ombre di corvi che si intrecciano con leggende di famiglia».

Era il 2011 quando i miei occhi incontrarono questa poesia di Michele Sovente, tratta dalla sua raccolta “Carbones”, e, solo dopo tanti anni, ho compreso che questo grandissimo poeta, ai più sconosciuto, che spesso scriveva la stessa poesia in tre lingue diverse (italiano, latino e dialetto di Cappella), parlava anche il mio idioma.

Sovente ha presidiato le fasi più insidiose e importanti della mia vita con la sua presenza discreta e tutte le volte che leggo una sua poesia, o ammiro il teatro di Mimmo Borrelli, riesco a percepire il movimento tellurico della terra flegrea, le grida dei mercanti e le voci sovrannaturali che, come sottolinea Giuseppe Andrea Liberti nell’introduzione alla sua edizione critica e commentata di Cumae licenziata per Quodlibet, si sovrappongono da secoli.

Nel 1998, Cumae vinse il Premio Viareggio per la sezione Poesia e attirò l’attenzione di tutti perché era (ed è) un oggetto atipico nel panorama della poesia per via del trilinguismo ma soprattutto perché lingue, dai più considerate morte, come il latino e il dialetto tornano a confrontarsi e a dialogare tra loro.

A fare da sfondo c’è il paesaggio mitologico dei Campi Flegrei, luogo sulfureo dell’anima, che riecheggia nella metrica soventiana e si traduce in suono, urla, rumore. Quindi, da un lato, c’è la realtà riflessa, che potrebbe andare in frantumi da un momento all’altro, e dall’altro c’è la pratica sonora, dove la parola si riappropria della corporeità del suono creando disposizioni emotive, ritualità e una resistenza politica prima ancora che poetica.

Ne “Il sommo poeta del Petraro”, lo spettacolo che Mimmo Borrelli ed Ernesto Salemme hanno dedicato a Michele Sovente, i due raccontano che il poeta flegreo, spesso, affermava di parlare a casa sua, al primo piano, in cappellese con la madre, al secondo in italiano col nipote e al terzo in latino con se stesso e gli altri poeti. Il latino, secondo Sovente, «è il punto di tramite tra l’italiano e il dialetto» e, oltre ad agire, per dirla con le stesse parole di Liberti, come “memoria linguistica del territorio” è “dotato di una musicalità unica, impossibile da replicare”. Inoltre il latino ricorda al poeta gli anni trascorsi in seminario “in cui la preghiera e le funzioni erano ancora rigorosamente in lingua antiquorum”.

L’italiano di Sovente si basa, invece, su un vocabolario semplice, di uso quotidiano e, quando fa spazio ai tecnicismi, il poeta apre nuovi antri, fratture dove trovano posto ombre e fantasmi.

Col dialetto cappellese, infine, destruttura il napoletano, sia quello legato a Di Giacomo che quello di Viviani, e tenta una nuova linea espressionista con un dialetto ancora vitale, utilizzato nel quotidiano. A differenza, infatti, del dialetto utilizzato da Pasolini nelle Poesie a Casarsa o del dialetto di Tursi usato da Albino Pierro, il cappellese usato da Sovente è ancora adoperato a Cappella sia dai giovani che dagli anziani.

La lingua di Sovente diventa la Voce, può richiamare “creature oniriche e spettri arcaici” e portare in superficie immagini primordiali, esoteriche, che appartengono al territorio mitico flegreo. Può diventare Silenzio, ombra, malattia, entra tra le pieghe di un paesaggio non toccato dal degradamento della contemporaneità ma solo dal movimento tellurico che apre “varchi-cunicoli antichi”.

Ecco un esempio da Cumae:

e la polvere aggredisce
le nude pietre sfinisce
il suono di un’età sognata
che un coro di voci genera
per varchi-cunicoli antichi […]

(«Finge una linea di vento», CU, pp. 473-474, vv. 11-15)

che, in latino, rende come “trans cunicola antiqua”

atque pulvis percutit
nudas parietes excutit
passus vitae somniatae
voces vocesque gignentis
trans cunicula antiqua […]

(«Linea fingit ventosa», CU, p. 470, vv. 11-15)

E che, infine, in dialetto cappellese diventa rótte

[…] na póvere ’nfaccia
î mure sbatte na peràta
’i nu munno sunnato tanta voce
pe’ tanta rótte fùjeno […]

(«Na spanna ’i viénto sbaréa», CU, p.472, vv. 12-15)

Il merito del filologo Giuseppe Andrea Liberti sta nell’aver riportato alla luce un gioiello prezioso, dimenticato, in un’edizione critica e commentata che si rivela utile sia per lo studioso che per il lettore. Oltre all’introduzione e ad una ricca bibliografia, va posta particolare attenzione alle Note ai testi e al profilo descrittivo di Michele Sovente, importante strumento di consultazione per orientarsi nella vita di questo straordinario e trascurato autore.

Il lavoro di Liberti ha consentito il ritorno di Cumae nei circuiti editoriali dopo ventuno anni di assenza e si contraddistingue per completezza e capacità interpretativa. L’augurio è di poter vedere, un giorno, in libreria la riedizione dell’opera omnia di Sovente con un apparato critico degno di nota come quello offerto da Liberti.

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Napoli riletta: intervista a Toni Servillo https://minimaetmoralia.it/interviste/napoli-riletta-intervista-a-toni-servillo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/napoli-riletta-intervista-a-toni-servillo/#comments Sat, 16 Apr 2016 12:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30597 (fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

A chi non conosceva Napoli, Eduardo De Filippo la descriveva come un teatro che non chiude mai, per cui non si paga il biglietto e il cui palcoscenico sono le strade che la attraversano.

La città partenopea è stata una delle fucine più vitali del teatro e della cultura europea. La sua letteratura, la sua drammaturgia e la sua recitazione sono sempre state segnate da una forte ascendenza popolare che le ha rese alte senza perdere la genuinità.

Walter Benjamin fu profondamente colpito dal “linguaggio mimico” degli abitanti di questa città, di questo teatro senza attori che si svolge alla luce del sole. «A Napoli – scriveva – orecchie, naso, occhi, petto, spalle, sono mezzi espressivi di comunicazione, che vengono messi in relazione dalle dita. Questa suddivisione rientra anche nel loro erotismo sofisticatamente specializzato. Gesti servizievoli e toccatine impazienti sfuggono allo straniero con una regolarità che esclude il caso».

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di Matteo Cavezzali

A chi non conosceva Napoli, Eduardo De Filippo la descriveva come un teatro che non chiude mai, per cui non si paga il biglietto e il cui palcoscenico sono le strade che la attraversano.

La città partenopea è stata una delle fucine più vitali del teatro e della cultura europea. La sua letteratura, la sua drammaturgia e la sua recitazione sono sempre state segnate da una forte ascendenza popolare che le ha rese alte senza perdere la genuinità.

Walter Benjamin fu profondamente colpito dal “linguaggio mimico” degli abitanti di questa città, di questo teatro senza attori che si svolge alla luce del sole. «A Napoli – scriveva – orecchie, naso, occhi, petto, spalle, sono mezzi espressivi di comunicazione, che vengono messi in relazione dalle dita. Questa suddivisione rientra anche nel loro erotismo sofisticatamente specializzato. Gesti servizievoli e toccatine impazienti sfuggono allo straniero con una regolarità che esclude il caso».

Anche Thomas Mann descriveva i napoletani come una “razza di comici, pericolosi e spassosi”, Goethe coniò nel suo Viaggio in Italia la famosa definizione del “popolo napoletano” come “la più vivace e geniale industria, non per diventare ricchi, ma per vivere senza preoccupazioni”.

Abbiamo parlato di Napoli e del suo teatro con una delle voci più rappresentative della scena teatrale contemporanea: Toni Servillo. L’attore, nato ad Afragola, nell’entroterra napoletano, ha deciso di creare una sua personale antologia della letteratura partenopea in “Toni Servillo legge Napoli”, monologo in cui si intrecciano le parole di Salvatore Di Giacomo, Eduardo de Filippo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Mimmo Borrelli, Enzo Moscato, Maurizio De Giovanni, Giuseppe Montesano, Michele Sovente e del principe Antonio De Curtis ovvero Totò.

Napoli ha avuto un ruolo centrale nella cultura italiana, quale crede che sia la peculiarità della scrittura teatrale napoletana?

Innanzitutto la lingua, che di questa Città-Mondo è il segno più antico. Le mie radici sono ben ancorate al patrimonio di questa città che è stata ed è tuttora una capitale delle arti dello spettacolo in Europa e nel mondo.

Napoli è tra le poche metropoli che pur presentando un esperimento sociale tra il centro e la periferia degno delle grandi città del mondo, resta un luogo dove la modernità nei suoi aspetti deteriori non è arrivata del tutto, dove, quando si passeggia, si incontra l’uomo. E questo per chi fa teatro è fondamentale.

De Filippo è uno dei drammaturghi più importanti del ‘900, come ha saputo creare un teatro che fosse sia colto che popolare?

Eduardo è il più straordinario e forse l’ultimo rappresentante di una drammaturgia contemporanea popolare, dopo di lui il prevalere dell’aspetto formale ha allontanato sempre più il teatro da una dimensione autenticamente popolare.

È l’autore italiano che con maggior efficacia, all’interno del suo meccanismo drammaturgico, favorisce l’incontro e non la separazione tra testo e messa in scena. Affrontare le sue opere significa insinuarsi in quell’equilibrio instabile tra scrittura e oralità che rende ambiguo e sempre sorprendente il suo teatro. Il profondo spazio silenzioso che c’è fra il testo, gli interpreti ed il pubblico va riempito di senso sera per sera sul palcoscenico, replica dopo replica.

Viviani è considerato il più ruvido degli autori italiani: cos’era la strada per Viviani?

Per Viviani la strada coincide per il palcoscenico. Lo si può evincere anche da alcuni titoli della sua produzione drammatica. La strada si può considerare come un teatro all’aperto in cui il popolo forma un vero e proprio coro.

Lei è cresciuto respirando i classici del teatro partenopeo, come hanno influenzato la sua decisione di fare l’attore nella vita?

Sono cresciuto in una famiglia di spettatori e di grandi appassionati di teatro e di musica che mi hanno trasmesso questa passione. Ricordo con grande emozione le prime commedie di Eduardo De Filippo viste, con i miei genitori ed i miei fratelli, in teatro ed alla televisione. Ho cominciato nella seconda metà degli anni Settanta, ancora da studente , insieme ad altri coetanei, in una piccola città come Caserta, e non mi sono mai più fermato.

Ripeto spesso che per me il teatro è concretezza: costringe chi lo pratica a mettersi a nudo davanti a se stesso, a confrontarsi con i desideri e le frustrazioni, le ambizioni e le sconfitte. Un esercizio che ogni giorno porta la sua pena e la sua gioia.

Dei testi che ha scelto per questo spettacolo quale è quello a cui è più legato?

A tutti. Senza, per questo, esprimere una preferenza posso però rivelarle che recito Litoranea,  tagliente riflessione sulle contraddizioni e sul degrado di Napoli di Enzo Moscato, ininterrottamente dal 1991, quando costituiva il monologo finale di Rasoi, spettacolo-manifesto della prima fase di attività di Teatri Uniti, che ho diretto con Mario Martone.

Quale di questi autori deve, secondo lei, essere ancora pienamente riscoperto dal teatro contemporaneo?

Fra gli autori drammatici, al di là dei contemporanei il cui lavoro è ancora in corso, senz’altro Raffaele Viviani è ancora un mondo da esplorare. Fra i più interessanti motivi di questa serata c’è anche quello di diffondere l’opera di un poeta assolutamente poco conosciuto come Michele Sovente, con cui concludo la sequenza dei brani con una lirica, in napoletano e in italiano che esemplifica perfettamente il senso di “Toni Servillo legge Napoli”.

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