Michiko Kakutani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michiko-kakutani/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Jan 2019 21:59:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michiko Kakutani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/michiko-kakutani/ 32 32 Salinger, “Hapworth” e il mistero del racconto mai pubblicato https://minimaetmoralia.it/narrativa/salinger-hapworth-mistero-del-racconto-mai-pubblicato/ https://minimaetmoralia.it/narrativa/salinger-hapworth-mistero-del-racconto-mai-pubblicato/#comments Mon, 14 Jan 2019 06:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39193 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

di Leonardo G. Luccone

Hapworth 16, 1924 è l’ultima pubblicazione di Salinger. È un racconto controverso, oggetto di culto e derisione; l’hanno letto in pochi, meno di coloro che hanno chiesto di pubblicarlo in volume. Occupa quasi tutto il New Yorker del 19 giugno 1965. Insieme a Seymour. Introduzione è la sua unica opera a essere accettata senza riserve. Per ottanta pagine Seymour Glass, anni sette, nel purgatorio dell’infermeria di un campeggio, «specula su Dio», chiosa il Time, «sulla reincarnazione, su Proust, Balzac, sul baseball e sulle grazie della moglie del direttore del campeggio (“un commovente patrimonio di gambe e caviglie perfette, seni sfacciati, e un sedere grazioso e sodo”)». Seymour stesso lo definisce «una lunghissima e noiosa lettera, piena fino all’orlo di un mare di parole e pensieri artificiosi».

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

di Leonardo G. Luccone

Hapworth 16, 1924 è l’ultima pubblicazione di Salinger. È un racconto controverso, oggetto di culto e derisione; l’hanno letto in pochi, meno di coloro che hanno chiesto di pubblicarlo in volume. Occupa quasi tutto il New Yorker del 19 giugno 1965. Insieme a Seymour. Introduzione è la sua unica opera a essere accettata senza riserve. Per ottanta pagine Seymour Glass, anni sette, nel purgatorio dell’infermeria di un campeggio, «specula su Dio», chiosa il Time, «sulla reincarnazione, su Proust, Balzac, sul baseball e sulle grazie della moglie del direttore del campeggio (“un commovente patrimonio di gambe e caviglie perfette, seni sfacciati, e un sedere grazioso e sodo”)». Seymour stesso lo definisce «una lunghissima e noiosa lettera, piena fino all’orlo di un mare di parole e pensieri artificiosi».

L’accoglienza è un silenzio che trasuda sconcerto. Le fragili pagine del New Yorker devono essere sembrate interminabili ai lettori: l’autore – isolato da quasi quindici anni nel «bunker» di Cornish – pretende una conoscenza impeccabile delle sue opere precedenti. Seymour è Salinger, solo che non si è sparato un colpo alla tempia.

Nel 1996 cominciarono a circolare voci sul ritorno di Salinger in libreria, dopo trent’anni. La Orchises Press, un minuscolo editore di Alexandria, Virginia, pubblicherà Hapworth. È una storia bella e triste, di amore e squallore, Salinger ne ricaverebbe un racconto magnifico.Un giorno Roger Lathbury, professore di letteratura inglese e editore per passione, scrive a Salinger. Sulla busta riporta solo: «A J.D. Salinger, Cornish, New Hampshire». È il 1988, la Orchises Press vanta un catalogo di una cinquantina di titoli e una distribuzione precaria.

Non passano due settimane che arriva un biglietto firmato JDS: «Sto valutando la sua proposta». Deve averci pensato parecchio Salinger perché il segnale successivo arriva dopo otto anni, tramite la Harold Ober Associates, la sua agenzia letteraria. Richiedono il catalogo e i libri più rappresentativi.

Ancora qualche mese e sempre dalla Ober giunge una lettera che inizia così: «È bene che si sieda prima di andare avanti nella lettura». Salinger accettava l’offerta di pubblicare con la Orchises a patto che venissero rispettate alcune condizioni:la copertina doveva essere in buckram blu con titolo e autore impressi solo sul dorso, l’interlinea del testo abbondante («in modo che Seymour possa respirare»); che fossero stampate poche migliaia di copie, che – tassativo – il prezzo fosse calmierato per evitare una diffusione eccessiva; e, naturalmente, che la pubblicità fosse ridotta a poco più di zero. A questa segue una telefonata di Salinger in cui chiedeva di incontrarsi a pranzo presso la National Gallery of Art di Washington.

Cosa deve aver pensato Lathbury quando si è seduto al tavolo con questo settantasettenne arzillo, giusto un po’ sordo, che a un certo punto gli dice di chiamarlo Jerry?

Salinger previene le sue ovvie preoccupazioni: non vuole alcun anticipo, anzi si spende affinché il piccolo editore possa ricavare un margine soddisfacente. I due si accordano su tutto, si stabilisce una bella complicità, che prosegue nei successivi scambi. Poi il disastro: un giornalista del «Washington Business Journal» si accorge del libro su Amazon (che nel 1997 è agli inizi) e chiama Lathbury. «Mi ha chiesto come avevo convinto Salinger, quante copie avrei stampato, cose così». Qualcuno al Washington Post nota l’articolo e boom, tutto, compreso l’incontro con Salinger, finisce in prima pagina. Il gran recluso sta per tornare. Gli ordini schizzano alle stelle, le catene librarie alzano il prezzo: tutti vogliono Hapworth; tutti tranne Salinger, che ancora una volta si sente tradito da un editore.

Il libro non esiste ancora ma piovono stroncature. Michiko Kakutani è lapidaria: «Un racconto acerbo, implausibile e, triste a dirsi, completamente privo di fascino». Accusa Salinger di «regalare ai suoi lettori una parodia di quello che crede si aspettino da lui».

Lathbury si assume tutte le colpe; Salinger – comprensibilmente furioso – non dà più segnali, e scadono i termini per la pubblicazione. Qualcuno sostiene che queste stroncature abbiano esacerbato il suo già non indifferente distacco dal mondo: non è così. Sappiamo che aveva in mente di pubblicare due romanzi già conclusi e che nei mesi seguenti ha sottoposto almeno un altro racconto al New Yorker; sappiamoche non ha mai smesso di scrivere, ma che a un certo punto ha rinunciato a pubblicare da vivo.

Cosa ci ha lasciato Salinger? I pochi che sono riusciti a entrare nel suo studio descrivono una scena simile a quella di Beautiful Mind: migliaia di fogli, schemi e appunti che pendono dalle pareti, e al centro un genio avvolto dalla sua stessa opera, confuso con essa.

Nel 2008, per non correre rischi, Salinger ha dato vita a un trusta cui ha intestato i diritti di tutte le sue opere. Anche in questo caso poche regole, chiarissime: mai un film sul Giovane Holden, mai paratesti e immagini sulle copertine, e il fantomatico cronoprogramma delle uscite.

Quanti manoscritti ci sono nella cassaforte? La figlia Margaret ci dà qualche indizio: parecchi, e predisposti con cura; i documenti contrassegnati in rosso «possono essere pubblicati così come sono dopo la sua morte»; quelli con un distintivo verde hanno bisogno di un po’ di editing.

Secondo i beninformati le uscite inizieranno entro il 2020 e il primo volume raccoglierà tutte le storie della famiglia Glass, con vari inediti, soprattutto su Seymour (compreso un racconto sulla sua vita dopo la morte). Seguiranno in ordine non noto: un libro sulla famiglia Caulfield; un manuale di vedānta; una storia d’amore piuttosto autobiografica ambientata durante la Seconda guerra mondiale; una novella narrata in prima persona da un agente del controspionaggio (anche qui biografia a gogo). Un’altra fonte – più scoraggiante – inchioda al 2050 l’inizio delle pubblicazioni.

La verità è che Salinger continua a prenderci per la gola, lui che già ai tempi di Holden aveva sentenziato: «Si vive in una pace meravigliosa senza pubblicare. Mi piace scrivere, è la cosa che amo di più, ma mi piace scrivere per me stesso, per il mio piacere».

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Il canone (americano) di Harold Bloom https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/#comments Sat, 09 Apr 2016 05:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30489 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Due giorni dopo su Book Riot, sito letterario molto popolare e antiaccademico, si è scatenata la blogger Rachel Cordasco che, dichiarando candidamente di non aver letto il libro di Bloom, ha comunque stracciato la Lista dei Dodici proponendone una sua, più contemporanea, multiculturale e bazzicata dalle donne. Inutile dire che si sono presto aggiunte molte altre controliste politicamente correttissime. Quasi in tutte ricorreva il nome di Toni Morrison, autrice che, secondo Bloom, scrive roba da supermercato e ha ricevuto il Nobel senza meritarlo. D’altra parte, con la giuria del Nobel il critico è in frequente disaccordo: è arrivato a dire che premia idioti di quinta categoria.

Quando gli ricordi queste cose Bloom, che va per gli 86 e combatte con parecchi acciacchi, non spreca il fiato. Sussurra: garbage, cioè spazzatura. In questa intervista, la parola – riferita a libri inutili, autori esangui, accademici in declino, critici infedeli alla loro missione e recensori incapaci – ricorre con la stessa frequenza di Toni Morrison nelle liste di Book Riot. L’hanno definito sprezzante e certo lo era, ma adesso è dimagrito troppo, la baldanza sembra affievolita e garbage assume quasi un significato di autodifesa, la formula per liquidare gli assalti della bruttura: «Sono forse l’ultimo critico barricato sul fronte del Sublime letterario».

Seduto più modestamente al tavolo del soggiorno con un gilet di piumino bordeaux e la cuffia di lana in tinta, ha piuttosto l’aspetto di un bambino montanaro. Soprattutto quando le guance gli si accendono mentre recita (inaspettatamente) La figlia che piange del poco amato T. S. Eliot. «Tutta la mia avversione per la misoginia, l’antisemitismo e la sessuofobia di Eliot si sgretola davanti a questa poesia». Questo per dire che ideologia e letteratura non andrebbero mescolate, anche se per Bloom con Eliot non è facile.

Oggi The Daemon Knows esce in Italia per Rizzoli con il titolo Il canone americano, che lascia perdere il daimon, ovvero il genio creativo, per strizzare l’occhio a Il canone occidentale, l’opera di Bloom più conosciuta (non necessariamente più letta), che alla sua uscita nel 1994 suscitò parecchi disaccordi. Li suscitò perché nella selezione dei 26 autori che hanno edificato la grande tradizione letteraria dell’Occidente (da Dante a Shakespeare, da Montaigne a Milton, da Cervantes a Borges, da Molière a Proust, da Freud a Virginia Woolf, fino a Beckett) non c’era un vivente.

Non che Bloom detestasse tutti gli scrittori vivi o quelli morti da poco, ma a suo parere nuotavano, alcuni molto bene, in acque già solcate dagli augusti precursori. (Lui poi sostiene che la profezia canonica va messa alla prova per due generazioni dopo la morte di uno scrittore).

Nelle intenzioni di Bloom Il canone americano non è un canone, ma non ha fatto tante storie con la Rizzoli su quel titolo furbetto. Per scoraggiare fraintendimenti, polemiche e giochi della torre anche in Italia, conviene dargli spazio, molto spazio, per raccontare come è nato e che cosa è il suo nuovo libro.

«Sei anni fa provo a fare uno spettacolo su Walt Whitman, ma dopo un po’ mi arrendo: più lo conosco come poeta, più lo perdo come persona. Credo che Whitman si sia cancellato deliberatamente. Allora decido di scrivere un libro sulla sua poesia e, di lì a poco, mi chiedo: cosa c’è di altrettanto titanico nella letteratura americana? Moby Dick. Ecco quindi la prima sezione Whitman-Melville. Ma Whitman deriva da Ralph Waldo Emerson che, mezzo secolo fa, mi ha folgorato e mi è stato di grande aiuto in un periodo di profonda crisi. Nella seconda sezione metto quindi Emerson e con lui Emily Dickinson, perché è la più importante poetessa americana dopo Whitman. Passo alla narrativa, declinata dai nostri grandi sul romance: il maestro del genere è Nathaniel Hawthorne, che ha avuto una potente influenza sull’ottimo Henry James. E siamo alla terza.

Nella quarta decido di inserire due autori che, a differenza dei precedenti, hanno avuto un grande pubblico e un considerevole potere letterario in vita: Mark Twain e il poeta Robert Frost. Quindi comincio a pensare ai poeti che mi sono piaciuti di più: Wallace Stevens e Hart Crane. Stevens ha vissuto un agone continuo con Eliot, così ai duellanti spetta la quinta sezione. Nella sesta mi concentro sugli autori americani più ambiziosi, William Faulkner e Crane, che è la mia passione da quando avevo dieci anni. È libro complesso, una sfida forse troppo difficile, ma penso sia migliore del Canone occidentale».

Nota a margine. A dieci anni, il piccolo Harold figlio di immigrati ebrei che parlano solo yiddish, si innamora di un poeta ostico come Crane e si interroga sul perché Melville non abbia inserito in Moby Dick alcune citazioni del Libro di Giona: ma che bambino era? «Molto sensibile, la poesia mi consolava, forse per questo ne ho imparate così tante che recito ancora, di notte, bisbigliando per non svegliare mia moglie. La scuola ebraica ha sviluppato la predisposizione per l’esegesi. E forse i geni di un bisnonno rabbino influiscono».

Bloom ammette di essere «un critico empirico e personalizzante»; nel libro, che è impegnativo quanto fascinoso, ci si può interrogare sull’attendibilità delle visioni o di qualche elucubrazione. Prendiamo pagina 279, dove si parla di La lettera scarlatta e in particolare dell’eroina: «Hester costringe Hawthorne a uscire dall’ambito del romance per entrare in quello del romanzo psicologico, il che è un segno della sua relativa libertà e della curiosa schiavitù del suo autore, della incapacità di quest’ultimo di rendere conforme alle proprie aspettative morali il suo personaggio più poderoso. Hester inganna gli altri, e per un po’ anche se stessa, ma non permette a Hawthorne di illudersi. Lui forse avrebbe preferito vederla come una dark woman».

Una protagonista che spadroneggia sulla trama è una bella invenzione, ma quanto dimostrabile? Insomma, il più autorevole critico vivente si è mai accorto, a posteriori, di averla sparata grossa? «Certo: bisogna sbagliare. Nietzsche diceva che gli errori nella vita sono necessari alla vita e, nella lettura, alla lettura. Hai visto cosa hai fatto e fai meglio. E Beckett suggeriva di sbagliare, sbagliare di nuovo e sbagliare meglio».

È a Yale dal 1951 Harold Bloom. Ha insegnato in molte altre università, anche italiane, ma questa è la sua casa madre, non senza contrasti. Nel 1976 ha mollato il Dipartimento di Inglese: «Quando ho visto che prendeva il sopravvento la School of Resentment». La definizione, coniata da lui stesso, si riferisce a quegli accademici risentiti che nella critica letteraria antepongono, o accompagnano, ai valori estetici quelli ideologici: marxismo, multiculturalismo, femminismo, poststrutturalismo eccetera.

Continua a insegnare, è Sterling professor – la carica più prestigiosa conferita a Yale – di Studi umanistici. Tiene lezione nel suo soggiorno a una dozzina di giovani studenti: quelli della specializzazione o dei master non li vuole «perché li hanno già rovinati». Le materie sono due suoi cavalli di battaglia: Shakespeare il martedì e influenza poetica (ovvero il conflittuale debito d’ispirazione che gli autori hanno con i loro precursori) il giovedì.

A questi studenti, che cita spesso nel libro, il professor Bloom non teme di insegnare cose sbagliate? «Quello che insegno non è sbagliato, alla mia età è come acciaio temperato. Insegno dal dentro al fuori, non al contrario. Parlo da dove è la poesia, dal cuore della visione. Questa conoscenza è stata raggiunta in una lunga vita trascorsa leggendo bene e profondamente, meditando su cos’è la scrittura e restando in contatto con una manciata di critici occidentali che fanno la differenza».

I critici, appunto. Una volta ho chiesto a Philip Roth notizie su Michiko Kakutani, la critica del New York Times che lo stroncava sempre: mi ha risposto che non era importante. Era solo una giornalista che redigeva recensioni, mentre i veri critici come il suo amico Harold Bloom non perdono tempo con le recensioni: pensano ai libri, ci scrivono i saggi. In realtà il caro amico Harold prima le scriveva anche, le recensioni, e proprio sulla Book Review del NYT, poi un articolo pubblicato dal giornale per il ventennale del Canone occidentale l’ha così irritato da fargli troncare ogni rapporto di lettura o collaborazione con la testata. Ma se il vero critico non si abbassa a recensire la produzione corrente il povero lettore a chi si rivolge?

La risposta di Bloom è un po’ irritante. «C’è poco tempo: perché sprecarlo con questa spazzatura invece di rileggere la Divina Commedia? Il mio compito è insegnare e scrivere i miei libri, non leggere questa spazzatura per comunicare al pubblico che è spazzatura. Il mio precursore Samuel Johnson, la figura che ho emulato, diceva che la funzione della vera critica è trasmutare le opinioni in conoscenza. Questo è il mio lavoro». Qui ci vuole un correlativo oggettivo: le note maestose e canoniche emesse dalla filodiffusione (col volume che non si riesce ad abbassare) sottolineano a dovere la gravità di Bloom.

Nel Canone americano si parla di religione americana. Una religione in cui Whitman si vede come un sole che irradia e il capitano Achab è pronto a colpirlo, il sole, se l’astro ha la malaugurata idea di offenderlo. «Dei miei Dodici solo uno è cristiano, anzi, neocristiano, Eliot; per il resto sono trascendalisti. Il nuovo americano è un dio-uomo che si è creato da solo e, se Dio o Gesù viene a lui, gli accade solo quando è in perfetta solitudine e libertà».

Ecco, la solitudine: nel Novecento americano, anche nel secondo dopoguerra, ci sono scrittori, comunque defunti, che hanno raccontato la solitudine. Snocciolo un rapido elenco: Hemingway, Fitzgerald, Salinger, Carver, Cheever («Chi? Ah, un brav’uomo, giusto uno scrittore di storie»), Richard Yates («Revolutionary Road era buono, ma niente»), Nathanael West. Responso finale: bravi o bravini, per carità, ma nessuno è canonico.

Inutile citare i viventi o i morti recenti, che parlino di solitudine o meno. Il critico promuove, e non per tutta l’opera, solo Roth, DeLillo, Pynchon, Cormac McCarthy e John Ashbery tra i poeti. Scrittrici, niente. Stephen King è il male assoluto, provo a paragonarlo a Balzac, solo in termini di iperproduttività. Nessuna risposta pervenuta, ma basta lo sguardo quasi offeso di Bloom che, nel libro, tra un Sublime e l’altro dà una stoccata pure a Franzen e Wallace: «Ci troviamo di fronte a una crisi di vasta entità quando le opere contemporanee non sono in grado di realizzare le proprie ambizioni (Infinite Jest di David Foster Wallace, Libertà di Jonathan Franzen)».

È scontato ipotizzare che a un ottantaseienne il presente faccia un po’ schifo (anche se ha in programma un nuovo libro, Possessed by Memory, excursus tra poesie e prose molto amate e immagazzinate nella sua poderosa memoria), ma è altrettanto scontato affermare che la letteratura americana non produce capolavori, al momento. Comunque il Sublime è dichiarato ufficialmente morto.

«È finito con Faulkner e Crane. È una situazione molto triste: il declino culturale, l’avvitamento della speranza, la morte della democrazia. Ormai gli Stati Uniti sono una plutocrazia, un’oligarchia. Guardi a cosa ha portato la reazione alle controculture: a questa orribile involuzione fascista dei repubblicani. La School of Resentment ha vinto nelle università, ormai in totale decadenza, è riuscita a demolire gli studi umanistici mettendo sullo stesso piano i fumetti e i sonetti, gli standard sono collassati, la scrittura cattiva passa per buona. Ho sprecato anni a denunciarli. Basta. Hanno vinto. Pace. Tanto Dante sarà sempre Dante e Shakespeare sempre Shakespeare. E magari in futuro tornerà un po’ di ragione. Intanto resiste un’élite, non riconosciuta dalla società corrotta né dall’accademia degradata. Siamo migliaia, in Cina, Perù, Australia, Slovenia, tutti in contatto. Mi scrivono, io non rispondo, ma mi commuovo: c’è ancora qualcuno che non vuole spazzatura».

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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/#comments Thu, 28 May 2015 16:36:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27054 Questo pezzo è uscito su Reset

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Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

Scartabellare la lista delle sue letture per avere un quadro dell’uomo Osama bin Laden ci restituisce un quadro forse utile, ma tutto sommato prevedibile e rassicurante nella sua prevedibilità. Studiare le lettere che inviava ai suoi seguaci, le indicazioni su ciò che in linea di principio era loro permesso e ciò era vietato, ci dice molto sulla natura organizzativa di al Qaeda. E come vedremo anche sulle ragioni per cui, più che gli epigoni di al Qaeda, dovremmo temere i membri dell’organizzazione rivale, lo Stato islamico.

Prima di vedere dove ci portano le due letture, un paio di premesse. I documenti resi pubblici mercoledì sono soltanto una parte di quelli trovati nel rifugio di Abbottabad nel maggio 2011, una vera e propria piccola biblioteca universitaria secondo i funzionari americani. Non sappiamo con quali criteri siano stati selezionati e scelti per la pubblicazione, né quali siano gli altri documenti ancora segretati. Non sappiamo se la pubblicazione faccia parte – come qualcuno sospetta – di una “damage control propaganda” per esorcizzare le domande poste dal giornalista Seymour Hersh sulla veridicità del racconto dell’amministrazione Obama sull’uccisione di Osama bin Laden. Secondo uno dei portavoce della Cia, Jeffrey S. Anchukaitis, l’analisi dei documenti da pubblicare è iniziata nel maggio 2014, proseguirà per tutta l’estate e ha avuto un’improvvisa accelerazione perché la Casa Bianca ha deciso di assecondare “il crescente interesse del pubblico”. Bontà loro.

Molti documenti pubblicati mercoledì erano disponibili dal 2012, ha ricordato Jason Burke dalle pagine del Guardian. D’altronde già nel 2006 il Combating Terrorism Center dell’accademia militare di West Point ha cominciato a declassificare per la prima volta, nell’ambito del progetto Harmony, alcuni documenti del gruppo fondato da Osama bin Laden nel 1998.

La lettura a volo d’uccello

Ma veniamo alle due letture. La prima, a volo d’uccello, ci restituisce l’immagine complessiva un uomo che, a dispetto dei problemi di comunicazione e dell’isolamento coatto, cerca di restare aggrappato al mondo esterno, di comprenderne i cambiamenti, e di veder confermati i propri pregiudizi sul grande Satana.

Bin Laden vive nel compound di Abbottabad con una famiglia numerosa. Tre mogli, diversi figli, una dozzina di nipoti. Sente forte la mancanza degli altri figli e della moglie Khayriyah, che dal 2001 vive agli arresti domiciliari in Iran. Dà loro consigli (“attenzione alle brutte compagnie, soprattutto femminili”, manda a dire ai figli). Non riesce a comunicare quanto vorrebbe anche perché è ossessionato dalla sicurezza. Sa che le tecniche di spionaggio degli americani sono sofisticate. Che ogni piccolo dettaglio potrebbe condurre alla cattura. O alla morte. In una lettera del 7 agosto 2010 scrive a un suo uomo: “il nemico può facilmente monitorare tutto il traffico email […]. La computer science non è una nostra scienza e non l’abbiamo inventata noi. Credo che sia un grande rischio dipendere dalla criptazione per inviare messaggi segreti”.

A una delle mogli che torna da un viaggio all’estero consiglia di lasciare dietro di sé ogni cosa, inclusi i vestiti, perché le cimici potrebbero essere dovunque. La sua ossessione non è campata in aria. Secondo alcuni documenti forniti dal contractor della Nsa Edward Snowden e resi noti dal sito The Intercept, la National Security Agency avrebbe elaborato un piano – Medical Pattern of Life: Targeting High Value Individual #1 – per nascondere strumenti di spionaggio nelle apparecchiature mediche potenzialmente destinate a Bin Laden.

Mentre cerca di mantenere saldo il legame con il resto della famiglia, lo sceicco saudita coltiva i suoi interessi. Prova a interpretare il mondo e le sue trasformazioni. La sua biblioteca è ricca ed eclettica, ma tutto sommato scontata. Noam Chomsky (con Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance), pensatore della sinistra radical e contestatore delle politiche imperialiste americane, va bene. Un po’ meno Michel Chossudovsky, che nel suo America’s War on Terrorism finisce per trasformare Bin Laden in un fantoccio nelle mani degli americani. Bin Laden è ossessionato dall’occidente e dagli Stati Uniti, ha scritto la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani. Nella biblioteca ci sono testi recenti ma ormai classici come Obama’s Wars di Bob Woodward eThe Rise and Fall of the Great Power di Paul Kennedy.

Studia il nemico e vuole sapere quanto il nemico conosca la sua organizzazione. Legge e rilegge gli studi dei più accreditati think tank internazionali, inclusi quelli legati all’accademia militare di West Point, come Rand Corporation e Combating Terrorism Center. Legge Imperial Hubris di Michael Scheuer, l’ex funzionario della Cia che coordinava gli sforzi per catturarlo. Non si lascia ovviamente sfuggire il rapporto ufficiale della Commissione americana sugli attacchi dell’11 settembre, oltre che i rapporti del centro di ricerca del Congresso americano.

La politica, le relazioni internazionali, il cambiamento climatico, l’islamismo politico dei padri del jihadismo contemporaneo (Abdallah Azzam e Sayyd Qutb), l’economia francese degli anni Trenta, l’agricoltura delle palme, le analisi sul terrorismo. C’è un po’ di tutto nella lista dei libri di Bin Laden. Peccato che manchi un testo fondamentale come Le altissime torri, di Lawrence Wright. Perfino Osama avrebbero potuto imparare qualcosa su al Qaeda, la sua creatura.

La lettura operativa

Il grande errore di chi analizza i documenti di al Qaeda, sostiene Watts nell’articolo War on the Rocks già citato, è di concentrarsi eccessivamente sulle idee strategiche, piuttosto che sulle istruzioni operative. “Con i documenti di al Qaeda, preferisco concentrarmi su ciò che fanno, piuttosto che su ciò che dicono. I ragazzi di al Qaeda formulano sempre piani”. Quelle istruzioni operative non sono soltanto interessanti di per sé, dice Watts, ma risultano fondamentali, perché aprono una finestra su un mondo altrimenti inaccessibile: raccontano le motivazioni che si nascondono dietro al reclutamento di un jihadista, spiegano il funzionamento interno di un’organizzazione terroristica, anche nei particolari minori, apparentemente secondari.

Seguiamo allora i suoi consigli e puntiamo l’attenzione sui documenti operativi. Alcuni documenti rivelano aspetti quotidiani, di micro-gestione di una macchina economica e militare complessa. Altri illuminano la futura traiettoria di al Qaeda e spiegano, almeno in parte, il declino di al Qaeda come brand del jihadismo globale e il successo dello Stato islamico. Tra i primi ci sono per esempio alcuni fogli contabili relativi alle spese sostenute tra l’aprile e il dicembre 2009. Osama tiene i conti da vero burocrate. Ce lo immaginiamo nel suo camicione lungo, seduto alla scrivania, gli occhi stretti puntati sul quadernino degli appunti. Una delle mogli che dice “Osama, torna a letto. Si è fatto tardi”. Bin Laden si preoccupa delle spese. Nell’agosto del 2010 scrive a un suo sottoposto, dicendogli di non anticipare gli stipendi mensili agli agenti operativi di al Qaeda. “Potrebbero spenderli e tornare chiedendo un prestito”. Ogni azienda ha i suoi problemi.

Molti commentatori hanno trovato interessante la job application destinata agli aspiranti jihadisti: “Quanto Corano conosci a memoria?”, “Quali predicatori segui?”, “Qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici lavora per il governo?”, “Sei disposto al martirio?”. Domande semplici. Alle quali si prega di rispondere scrivendo “in modo chiaro e leggibile”, includendo soprannomi, hobby. E conoscenza delle lingue straniere. Che non fa mai male.

Queste sono alcune delle indicazioni operative, concrete, che emergono dalla lettura dei documenti resi pubblici mercoledì. Ma facciamo un passo ulteriore. Cerchiamo di capire cosa ci dicono tali documenti sull’organizzazione di Bin Laden, sulla sua parabola militare, sulle differenze rispetto allo Stato islamico. Grazie alle conoscenze ai piani alti del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, il giornalista Peter Bergen ha avuto accesso non solo ai documenti pubblicati mercoledì, ma a molti altri, ancora riservati. L’impressione che ne ha avuto è quella di un terrorista che continua a immaginare piani di attacco poco credibili agli Stati Uniti, mentre fatica a tenere le redini di un’organizzazione che si è espansa oltre i suoi propositi iniziali.

I luoghi dove tutto ha preso vita nel 1998, le montagne del Pakistan, non sono più sicuri come una volta. I droni americani colpiscono duro. I vari gruppi affiliati ad al Qaeda in giro per il mondo agiscono troppo di testa loro. Sono tre, in particolare, le questioni che non fanno dormire sonni tranquilli a Bin Laden. Le stesse che mostrano quanto al Qaeda sia diversa dallo Stato islamico.

Le vittime civili e l’unità della comunità islamica

Il 3 dicembre del 2010 Bin Laden scrive all’allora leader dei Talebani pakistani, Hakimullah Meshud. Gli intima di interrompere la campagna di attacchi contro le moschee e i mercati, che ha già causato centinaia di vittime civili. È una lettera dai contenuti molto simili a quella inviata nel 2007 in Somalia, affinché i “fratelli somali riducano il danno dei musulmani del mercato di Bakarah come risultato dell’attacco ai quartier generali delle forze africane”. “Siate compassionevoli con la popolazione”, suggerisce ai guerriglieri locali. Non uccidete i membri delle tribù locali, scrive invece a uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica, il gruppo con base nello Yemen. L’obiettivo è chiaro: non ripetere gli errori compiuti nell’Iraq occidentale.

Sul nome di al Qaeda pesa infatti un’ipoteca negativa. Quella guadagnata con la loro brutalità dai gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq. In qualche occasione bin Laden suggerisce di tenere nascosto il legame con la casa-madre: il 7 agosto del 2010 scrive a Mukhtar Abu al-Zubair, il leader della milizia al-Shabaab in Somalia. “Se ve lo chiedono, è meglio dire che c’è una relazione con al Qaeda, ma semplicemente una connessione islamica fraterna, niente di più”. Tenete la vostra affiliazione ad al Qaeda segreta. Attirerete meno attenzione. E riuscirete a guadagnarvi più facilmente i finanziamenti del mondo arabo. Dichiarare pubblicamente il legame con al Qaeda sarebbe controproducente per i ribelli somali. Così pensa e scrive Bin Laden.

Che arriva perfino a pensare di cambiare nome alla sua organizzazione, anche per ragioni di strategia comunicativa, ricorda Peter Bergen. In un memo interno scrive: “Obama dice ‘la nostra guerra non è contro l’Islam o contro i musulmani, ma contro l’organizzazione di al Qaeda’. Così, se la parola al Qaeda fosse derivata o avesse un legame più forte con la parola ‘Islam’ o ‘musulmani’, o se includesse il nome ‘Partito islamico’, sarebbe più difficile per Obama riuscire a dirlo”. Bin Laden suggerisce alcuni nomi alternativi rispetto all’ormai tradizionale al-Qaeda: “Gruppo del jihad e del monoteismo; Gruppo del monoteismo e della difesa dell’Islam; Gruppo per la Restaurazione del Califfato; Gruppo per l’unità islamica…”.

La questione dell’unità islamica è centrale, per comprendere le differenze tra al Qaeda e lo Stato islamico. Hassan Hassan, co-autore di un libro importante sull’ascesa dello Stato islamico (Isis. Inside the army of terror) recentemente ha ricordato che Bin Laden mirava a rendere popolare il jihad, voleva persuadere gli altri musulmani a unirsi alla lotta, creare un fronte comune. Il leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, che su questo eredita l’impostazione del suo predecessore Abu Musab al-Zarqawi, ritiene invece che sia essenziale combattere gli altri gruppi militanti sunniti che si oppongono al suo progetto, e ovviamente gli sciiti. La sua è innanzitutto una guerra interna al mondo musulmano. Portata avanti a colpi di “takfirismo”, la corrente dottrinaria che fa della scomunica degli altri musulmani, considerati eretici, apostati o complici dei miscredenti occidentali, il motore principale del jihad.

Entrambi i gruppi si ispirano al salafismo, la corrente teologica dell’Islam sunnita che punta alla purificazione della fede e che contrassegna ideologicamente gran parte del jihadismo contemporaneo. Ma c’è salafismo e salafismo (ce n’è perfino uno quietista). E come nota il ricercatore Cole Bunzel in un saggio per la Brookings Institution di Washington, al di là di un comune ricorso a un rigorismo testuale nell’interpretazione del Corano, ancorato a una tradizione teologica premoderna, le differenze tra i due gruppi sono più marcate di quanto non appaiano agli occhi dei profani. “Se dovessimo collocare il jihadismo lungo uno spettro politico – scrive Bunzel in From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State – al-Qaeda rappresenterebbe la sinistra, e lo Stato islamico la destra”.

Gli Stati Uniti, la destra e la sinistra jihadista

È vero dunque, come è stato scritto su Foreign Policy, che le lettere ritrovate nel rifugio di Bin Laden illustrano bene le differenze tra al Qaeda, la vecchia scuola del movimento jihadista, e le nuove leve, quelle dello Stato islamico. Sinistra e destra del jihadismo contemporaneo, al Qaeda e lo Stato islamico, differiscono profondamente su quali siano i nemici da combattere, su quali siano le strategie e le tattiche da adottare per sconfiggerli. Lo hanno spiegato in modo chiaro su The National Interest Daniel Byman e Jennifer Williams. Scopo ultimo di al-Qaeda è sì il rovesciamento dei regimi apostati e corrotti del Medio oriente e la loro sostituzione con governi ‘puramente’ islamici, ma l’obiettivo primario rimangono gli Stati Uniti, il “nemico lontano”. I documenti ritrovati nel covo di Abbottabad lo confermano.

“Dobbiamo estendere e sviluppare le nostre operazioni in America, senza limitarci a far saltare in aria gli aeroplani”, scrive Bin Laden al leader dei suoi affiliati in Yemen. Uccidere gli americani è prioritario, rispetto all’uccisione dei soldati o poliziotti yemeniti. In una lettera destinata ad Atiyah Abd al-Rahman, che sarebbe divenuto il capo delle operazioni di al Qaeda prima di essere ucciso con un raid nel 2012, Bin Laden suggerisce apertamente di informare i membri di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) di rinunciare alle operazioni contro le forze di sicurezza locali, “le fronde”, e di “concentrarsi sul tronco americano”.

Per Jason Burke, tra i documenti resi pubblici mercoledì, molti “sembrano tentativi di mantenere al Qaeda concentrata sulla ventennale strategia di colpire il ‘nemico lontano’, gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, piuttosto che lasciarsi invischiare in battaglie contro le autorità del mondo islamico”. L’ostacolo principale alla ribellione delle masse arabe, ne è convinto Bin Laden, è il sostegno economico, militare e politico degli Stati Uniti ai regimi arabi e mediorientali. Abu Bakr al-Baghdadi ritiene invece che il fronte principale del jihad sia quello “interno”, dei regimi arabi: il “nemico vicino”. E che per combattere la loro corruzione morale e materiale occorra innanzitutto purificare la comunità islamica, eliminare l’idolatria (shirk), affermare l’unicità di Dio (tawhid), attaccando gli sciiti e le altre minoranze religiose.

Per lo Stato islamico la violenza sanguinaria va dunque indirizzata, prima ancora che contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, contro il “nemico vicino”, gli sciiti e tutti quei musulmani sunniti compromessi con i regimi oppressivi del Medio Oriente e non solo. Bin Laden e i suoi seguaci hanno sempre avuto un atteggiamento più pragmatico: gli sciiti sono degli apostati, certo, ma attaccarli in modo esplicito sarebbe controproducente, sul breve e sul lungo termine. La rivoluzione di al-Qaeda vuole essere globale. Ha bisogno delle masse, e le masse musulmane faticano a comprendere la violenza contro gli sciiti, oltre a considerare secondarie le differenze dottrinali tra sciiti e sunniti. Al-Qaeda, da questo punto di vista, è un gruppo più orientato al pragmatismo politico: laddove conviene in termini strategici o tattici, segue le vie di mezzo, rinuncia alla purezza dottrinaria. Lo Stato islamico al contrario non accetta compromessi sulle questioni dottrinali, ricorda Cole Bunzel.

Il Califfato

Pragmatismo politico-militare versus purismo dottrinale. Semplificando, potremmo sintetizzare così la differenza tra al Qaeda e lo Stato islamico. Che si riflette anche sulla questione del Califfato. Nei documenti di Abbottabad emerge un Osama bin Laden molto preciso su questo punto: frena, dice di aspettare, nota che i tempi non sono maturi. Se non si sconfigge prima il grande nemico – gli Stati Uniti – ogni tentativo di istituire uno Stato islamico sarà destinato alla sconfitta, pensa. Lo ha dimostrato il rovesciamento nel 2001 dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il regime dei Talebani fatto fuori a colpi di B-52.

Osama invita i membri di al Qaeda nella penisola arabica a rinunciare a ogni possibile ambizione a dichiarare un Califfato islamico. I combattenti “per ora” devono “evitare di insistere sulla formazione di uno Stato islamico, e lavorare alla distruzione del potere del nostro grande nemico, attaccando le ambasciate americane nei paesi africani, come Sierra Leone, Togo, e soprattutto attaccando le compagnie petrolifere americane”. Non siate troppo ambiziosi, scrive agli affiliati yemeniti: “Il popolo yemenita non è ancora veramente pronto per un governo formato da al Qaeda”.

Con Atiyah Abd al-Rahman è ancora più preciso. “Dobbiamo enfatizzare l’importanza del tempo nell’instaurazione dello Stato islamico”, scrive in una lettera. “Dobbiamo essere consapevoli che la pianificazione per l’instaurazione dello Stato comincia con la sconfitta della grande potenza che ha rafforzato l’assedio sul governo di Hamas, e che ha spodestato l’Emirato islamico in Afghanistan e Iraq […] Dobbiamo tenere in mente che questa potenza ha ancora la capacità di mettere sotto assedio lo Stato islamico e che tale assedio potrebbe forzare la popolazione a spodestare il loro governi debitamente eletti”.

Osama bin Laden, nel 2011, prima di venire ucciso, è un veterano del jihad. Un politico navigato. Conosce l’importanza dei rapporti di forza, in guerra come in diplomazia. Ha rinunciato a sognare il grande Califfato. Il suo sogno sarebbe poi stato realizzato da Abu Bakr al-Baghdadi, il cui gruppo sin dall’inizio ha puntato, contrariamente ad al Qaeda, alla conquista territoriale, all’occupazione e al governo dei luoghi finiti sotto la propria influenza.

Eppure anche gli esponenti di al Qaeda hanno discusso a lungo l’opzione-Califfato. Lo nota Cole Bunzel nel saggio già citato. Tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, subito dopo la caduta dei Talebani, in Iran si incontrano Sayf-al’Adl e Abu Musab al-Zarqawi. Il primo è lo stratega militare di al Qaeda, il secondo è il militante giordano che avrebbe poi fondato al Qaeda in Iraq, dando la linea allo Stato islamico. Un’opportunità storica, la reputa Sayf-al’Adl.

Abu Musab al-Zarqawi comincia allora a coltivare l’idea. Nel 2005, l’anno successivo al suo giuramento di fedeltà ad al Qaeda, riceve tre lettere da esponenti della casa madre. Perfino Ayman al-Zawahiri, allora vice di Osama e attuale numero uno dell’organizzazione, scrive di sperare che la creazione di uno Stato islamico in Iraq possa “portare allo status di Califfato”. Poi le cose cambiano. I rapporti tra Zarqawi e la casa madre si fanno più tesi. Al Qaeda, pragmaticamente, rinuncia all’idea. Fino a quando Abu Bakr al-Baghdadi non dà vita al sogno mai realizzato di Osama bin Laden.

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Storia d’amore e disamore https://minimaetmoralia.it/libri/roth-scatenato-claudia-roth-pierpoint/ https://minimaetmoralia.it/libri/roth-scatenato-claudia-roth-pierpoint/#comments Thu, 19 Feb 2015 10:16:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25495 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

Così adesso Philip Roth, dopo vent’anni, se incontra qualcuno che la conosce chiede: “E Claire? Dimmi che è diventata brutta, dimmi che è orribile”. È quello che resta di un matrimonio (oltre a un’autobiografia e a un paio di romanzi), sono gli strascichi rancorosi ma sentimentali di un pezzo di vita insieme: lui che lavava i piatti dopo cena nella casa nel Connecticut, lei che gli chiedeva consiglio sui copioni, lui pazzo di lei dal 1952, quando vide Claire Bloom recitare in “Luci della ribalta” (così adesso Al Bano e Romina sul palco di Sanremo non si tengono per mano, il pubblico in estasi vuole almeno un bacio di riconciliazione e Al Bano va malvolentieri e rigido verso la guancia di Romina, non la sfiora, e davanti a mezzo paese ipnotizzato le dice: “Per anni mi hai fatto cantare in tribunale”).

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Così adesso Philip Roth, dopo vent’anni, se incontra qualcuno che la conosce chiede: “E Claire? Dimmi che è diventata brutta, dimmi che è orribile”. È quello che resta di un matrimonio (oltre a un’autobiografia e a un paio di romanzi), sono gli strascichi rancorosi ma sentimentali di un pezzo di vita insieme: lui che lavava i piatti dopo cena nella casa nel Connecticut, lei che gli chiedeva consiglio sui copioni, lui pazzo di lei dal 1952, quando vide Claire Bloom recitare in “Luci della ribalta” (così adesso Al Bano e Romina sul palco di Sanremo non si tengono per mano, il pubblico in estasi vuole almeno un bacio di riconciliazione e Al Bano va malvolentieri e rigido verso la guancia di Romina, non la sfiora, e davanti a mezzo paese ipnotizzato le dice: “Per anni mi hai fatto cantare in tribunale”).

Che cosa cambia quando finisce tutto, quando la persona con cui hai diviso il letto e la frenesia di un amore diventa il nemico, quando la Mia Farrow che dorme dentro molti di noi batte i pugni per uscire e per trasformarsi da grande sogno a peggior incubo? Che ne è del tempo perduto in cui ci si guardava negli occhi, non si finiva mai di parlare, di immaginare, di ridere degli altri?

L’amore offre sempre un mondo nuovo, e quando Philip Roth vide per strada a New York Claire Bloom, attrice inglese che aveva incontrato negli anni più volte (ma tutti e due stavano con altri), era libero, rabbioso e pronto a restare folgorato. Lei aveva quarantaquattro anni, due più di lui, era di una bellezza assoluta, aveva una figlia, due divorzi e conosceva più romanzi inglesi dell’Ottocento di chiunque, “al di fuori di un dipartimento di anglistica”, disse Roth. “Stare con lei mi piaceva da morire”.

Assisteva alle prove a teatro, tornava a prenderla, conobbe Harold Pinter, pranzavano tutti e tre insieme a Notting Hill, si infilava nelle librerie, scriveva “Il professore di desiderio” e preparava per la sua fidanzata Claire un adattamento televisivo di un racconto di Cechov (amava molto la frase: “Perché sorrido e dico bugie?”: Cechov era capace di raccontare tutto in cinque parole). Claire era pazza di lui, lo trovava bellissimo: nel capitolo “The writer” della sua autobiografia (quella su cui il Times titolò: “La rabbia di Claire quando ripensa a Philip” e il New York scrisse: “Matrimonio infernale”) racconta quell’incontro casuale, da commedia americana, sul marciapiede: lei camminava su per Madison Avenue per prendere un tè con il suo maestro di yoga, Philip stava andando nella direzione opposta, dal suo psicanalista, la baciò sulla guancia, la ascoltò fare battute sui mostri egomaniaci a cui si era accompagnata finora. La guardò serio, da sotto gli occhiali, e disse: “Non tutti gli uomini sono così”. Lei cercò di essere ancora più bella e brillante quando, pochi giorni dopo, andò a casa di Roth per un caffè.

Di questo si vive: di un incontro per strada che cambia tutto, di un tempo infinito davanti allo specchio provando i sorrisi e la voce prima di uscire, della sensazione che gli alberi e le automobili e i libri e il cielo siano più nitidi e benevoli, e che insieme saremo più forti, più al sicuro, più saldi. Nella biografia di Philip Roth, “Roth scatenato, uno scrittore e i suoi libri”, uscita da poco per Einaudi e scritta con precisione ossessiva da Claudia Roth Pierpont (traduzione di Anna Rusconi), questo matrimonio viene raccontato come un’esplosione di energia, creatività, unione, incomprensione e delusione profonda: Philip Roth e Claire Bloom si sposarono molti anni dopo l’innamoramento, nel 1990, divorziarono nel 1995 e presero l’ultimo caffè insieme (“Philip, perché vuoi che rimaniamo amici?”, “Oh, per perversione…”). Non si sono parlati mai più, certo non dopo che Claire Bloom ha scritto il memoir “Leaving a Doll’s House”, mai pubblicato in Italia, e definito da John Updike: biografia di Giuda.

La biografia di Giuda è un genere quasi letterario, piuttosto frequentato dagli ex coniugi, ed è la prova di un rancore incancellabile, di una ferita che chiede vendetta, rivelazione, messa in mostra davanti al mondo di una guerra combattuta e persa. Come in una canzone di Sanremo, che però resti per sempre e segni la fine, metta nelle pagine e sugli scaffali il dolore, il tradimento e l’abbaglio di avere creduto per un attimo o per molti anni che quella persona potesse davvero stare nella nostra parte di vita senza fare mai male. “Claire Bloom dimostra che nel corso del loro matrimonio, andato subito a rotoli, Philip Roth era nevrastenico al punto di dover essere ricoverato, un adultero egoista e insensibile, uno che si vendicava con i soldi”, scrisse John Updike (Roth gli tolse il saluto per sempre e non si capacitava di un tradimento simile, della voglia che hanno le persone, anche le più vicine, di credere subito a tutto il male, di tuffarsi con entusiasmo nel lato peggiore delle cose).

Claire Bloom e Philip Roth avevano fatto un accordo prematrimoniale, che l’avvocato di lei definì vessatorio: Claire alla fine di tutto ebbe centomila dollari (troppo pochi, disse): lui fece conteggiare il tempo che aveva perduto per leggere i copioni che lei riceveva e per consigliarla, lei si vendicò consegnando agli odiatori di Roth molti motivi in più per considerarlo uno stronzo, la prova che era davvero l’uomo che odiava le donne, insicuro e egotico al punto di chiederle di scegliere tra lui e la figlia Anna (praticamente le impose di sbatterla fuori di casa perché non la sopportava), incapace di fedeltà e di dolcezza, vittima di terribili esaurimenti nervosi che lo rendevano un uomo impossibile e crudele, “spettacolarmente manipolatorio”. Come si riesce a passare in modo così netto e feroce dalla sintonia assoluta all’odio totale? Come può non restare nemmeno un po’ di dolcezza, la bellezza di quello che è stato?

Un uomo una volta mi ha detto che quando ripensa al suo amore di un tempo gli tornano in mente gli scalini che faceva a quattro a quattro per salire da lei che stava all’ultimo piano, e che quegli scalini sono come una musica, l’accompagnamento di quegli anni, e nient’altro ha importanza: il tradimento, la disillusione, il senso di una fine, tutto il dolore è stato assorbito dal ricordo delle scale fatte di corsa. È la memoria dei giorni felici, che nel libro di Claire Bloom ha poco spazio, anche se lei ammette che lo amava, che non poteva fare a meno di lui, e che si sentì morire quando lesse “Inganno”: un brevissimo romanzo sull’adulterio scritto da Philip Roth in quel periodo, in cui la moglie tradita e isterica si chiamava Claire e il marito scrittore adultero e bugiardo Philip. Claire legge il taccuino di Philip e ci trova dentro un’altra donna: dialoghi, sesso, intimità prima e dopo aver fatto l’amore, lei che gli racconta che deve scappare a casa dal marito, lui che le dice: lascialo. “Tu l’ami più di quanto hai mai amato me”, urla Claire piangendo, dentro il romanzo. E dentro il romanzo Philip le spiega che è tutto immaginario: “Come potresti essere umiliata da qualcosa che non è reale? Tutto questo non sono io, è lontanissimo da come sono io, è un gioco, uno scherzo, un modo per impersonare me stesso! Sono io che faccio da ventriloquo a me stesso. O forse lo si capisce meglio rovesciando i termini: tutto qui è fasullo tranne me”.

C’era di che appassionarsi a un gioco fatto di sorrisi, bugie e autobiografie immaginarie, ma c’era di che diventare pazzi. Philip Roth aveva davvero una storia da anni con una vicina di casa nel Connecticut, non un prodotto della sua immaginazione, e Claire lo scoprì da quel romanzo: cominciò a non capire più qual era il suo spazio, dentro quella vita in cui si stava tutto il tempo in campagna a leggere e a urlarsi addosso sentendosi incompresi. Ma, con la tenacia e l’ostinazione che provoca il continuare a desiderare di stare lì e da nessun’altra parte, e di essere in carne e ossa e non solo dentro un libro, chiese a Philip Roth di sposarla, dopo quindici anni di vita insieme. Lui volle del tempo per pensarci. Non era un bel segno.

Ma tre settimane dopo lei ricevette a Londra, dove stava recitando a teatro, un biglietto scritto a macchina: “Carissima attrice, ti amo. Vuoi sposarmi? Un ammiratore”. Lei lo chiamò alle tre del mattino in Connecticut per dirgli: “Sì”. “Quel mattino resterà per sempre con me come di radiosa e assoluta felicità”, ha scritto Claire Bloom nel memoir di Giuda, dimostrando che il rancore vive dentro l’amore, e in fondo non può spegnerlo. Ci si dice cose terribili, pur di non smettere di amarsi, e si confonde lo strazio di perdersi con le colpe che ognuno ha da dare all’altro. Roth le disse: “Ho il terrore che tu mi abbandoni”, poco prima di abbandonarla, chiedere il divorzio, cominciare a scrivere un nuovo romanzo, colpevolizzarla per non essergli stata d’aiuto durante l’esaurimento nervoso del 1993 che lo portò in clinica psichiatrica: lei andò a trovarlo sempre, annota nel suo diario, e l’ultima sera ne fu così sconvolta (lui le gridava che aveva distrutto tutto, anche i progressi che lui aveva fatto in ospedale, la accusava di volerlo avvelenare) che dovette ricoverarsi anche lei per una notte. “Alla fine gli ho chiesto la ragione per cui, se mi odiava così tanto, mi aveva sposato tre anni prima. E chi lo sa?, ha ringhiato lui”.

È questo il punto esatto in cui un matrimonio si spezza e non si torna indietro, quando non si vuole più ricordare che cosa ha spinto uno verso l’altro e non c’è niente da salvare tranne la vendetta. Philip Roth, dopo il colpo al cuore e alla vanità del memoir di Claire Bloom, dopo che tutti quelli che lo odiavano come scrittore esultavano pensando a quanto se l’era meritato (citando Portnoy, naturalmente, come fosse una persona in carne e ossa e non un insieme di parole), triplicò la rabbia e scrisse “Ho sposato un comunista”, uno dei suoi libri preferiti (scrive la sua biografa), in cui sbeffeggia “il credo unificante della repubblica democratica più antica del mondo”.

Il credo è: in gossip we trust. Noi crediamo nel pettegolezzo. Un ex scaricatore di porto divenuto attore di successo sposa una bella attrice presuntuosa con una figlia insopportabile, “una figlia adulta che vive ancora in famiglia”, che quando il matrimonio fallisce si lascia convincere dai fanatici snob a scrivere un libro di scandalose rivelazioni intitolato appunto: “Ho sposato un comunista” (Michiko Kakutani, la temutissima critica letteraria del New York Times che aveva molto amato “Pastorale americana”, criticò i giochi di specchi e le guerriglie erotiche dell’autore. Il pezzo fu titolato: “Gigante mascolino contro zeloti e cospiratrici”).

Era letteratura, ma anche vita, rabbia, resa dei conti. Era la conseguenza della risposta a una delle domande del questionario all’inizio di “Inganno”: “In qualche modo, in qualche angolo del tuo cuore, culli ancora l’illusione che il matrimonio sia una storia d’amore? Se sì, potrebbero nascere un mucchio di guai”. Ecco i guai. L’impossibilità di non diventare nemici, ossessionati adesso dal disamore come prima dall’amore: i baci dati diventano umiliazioni ricevute, le storie raccontate, adesso, sono solo bugie. Tutto quello che c’era è capovolto. È come avere simultaneamente una vita reale e una vita immaginaria, e dentro quelle vite appropriarsi soltanto delle ragioni del disamore. Però poi da qualche parte, nella vita reale o in quella immaginaria, si accende la nostalgia. Per una frase, per il rumore di quegli scalini saliti a quattro a quattro e il tempo che rappresentano. Per lei che si tocca i capelli mentre sorride. Era la loro vita, era quello che avrebbe potuto essere, anche, ma è molto difficile comprenderla mentre accade.

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Le guerre di Salinger https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-guerre-di-salinger/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-guerre-di-salinger/#comments Mon, 16 Jun 2014 13:29:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21531 Questo articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo l'autore e la testata.

Chi ha avuto un’adolescenza se la ricorda, chi non l’ha avuta, beato lui. Chi l’ha avuta, a un certo punto, in uno di quei momenti che alterna la vergogna di stare al mondo al desiderio di potenza di distruggerlo, l’intelligenza e la noia dilapidate in giornate eccitate e storte, ha sentito le vene dei polsi ballare al suono elettrico della parola “ribellione”. Gratuita è la ribellione dell’adolescenza, e giusta insensata allegra, veloce velenosa e apatica. E a un certo punto, l’adolescenza e la sua ribellione sono diventate “schife” (“lousy” in inglese), come prosecuzione di un’infanzia altrettanto “schifa”. La comparsa di questo aggettivo, a differenza degli altri, è databile: luglio 1951 (1961 in Italia), mese di pubblicazione del Giovane Holden di J.D. Salinger. Da allora il romanzo ha venduto 65 milioni di copie ed è stato sfogliato da almeno il doppio delle persone: tanto che si può dire che sono pochi i lettori a non conoscere Holden Caulfield, e molto pochi gli adolescenti che non si sono riconosciuti nelle sue ribellioni.

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Questo articolo è uscito su Il Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto: Salinger e sua sorella Doris. Fonte)

Chi ha avuto un’adolescenza se la ricorda, chi non l’ha avuta, beato lui. Chi l’ha avuta, a un certo punto, in uno di quei momenti che alterna la vergogna di stare al mondo al desiderio di potenza di distruggerlo, l’intelligenza e la noia dilapidate in giornate eccitate e storte, ha sentito le vene dei polsi ballare al suono elettrico della parola “ribellione”. Gratuita è la ribellione dell’adolescenza, e giusta insensata allegra, veloce velenosa e apatica. E a un certo punto, l’adolescenza e la sua ribellione sono diventate “schife” (“lousy” in inglese), come prosecuzione di un’infanzia altrettanto “schifa”. La comparsa di questo aggettivo, a differenza degli altri, è databile: luglio 1951 (1961 in Italia), mese di pubblicazione del Giovane Holden di J.D. Salinger. Da allora il romanzo ha venduto 65 milioni di copie ed è stato sfogliato da almeno il doppio delle persone: tanto che si può dire che sono pochi i lettori a non conoscere Holden Caulfield, e molto pochi gli adolescenti che non si sono riconosciuti nelle sue ribellioni.

Senza sospettare che in realtà quelle fossero le guerre di un combattente sfinito ed esausto che ha lottato contro i tedeschi nella Seconda guerra mondiale; lotterà con le donne (e l’amore) per tutta la vita; e infine si batterà contro il mondo intero. La storia di questi conflitti, di cui Il giovane Holden è solo una maschera, la si legge in filigrana nel libro di David Shields e Shane Salerno Salinger. La guerra privata di uno scrittore (Isbn Edizioni, 762 pp., 49 euro).

Uno di quei libri che hanno il raro pregio di aiutare chi lo legge a fare i conti con la propria vita, leggendo quella degli altri; e chi scrive, a farlo senza menarla troppo con teorie e corsi glamourous e velleitari. Salerno e Shields ci hanno messo nove anni per finirlo. Hanno intervistato centinaia di persone; scovato documenti, racconti, foto e filmati mai visti (bello il documentario dello stesso Salerno, che Feltrinelli pubblicherà a settembre); elencato le patologie di una mente furiosa e depressa e geniale e assediata che a un certo punto si ritrovò il mondo ai propri piedi e per tutta risposta decise di girare i tacchi e vivere per quasi cinquant’anni da recluso a Cornish, nel New Hampshire.

Nato il primo gennaio 1919, venne al mondo per miracolo dopo una polmonite della madre, con un solo testicolo (deformazione che nella sua testa creerà un mostro di vergogna e inadeguatezza) e un cospicuo reddito. I Salinger si erano arricchiti con l’importazione di carne e formaggi dall’Europa, commercio che li avrebbe anche trascinati in tribunale in veste di criminali monopolizzatori del mercato. Il padre era ebreo, la madre cattolica, entrambi erano conservatori e a proprio agio nella borghesissima Park Avenue. Un ritratto che Jerry avrebbe cercato di guastare fin da piccolo. Racconta la sorella, Doris: “Ci mettemmo a litigare, e lui si arrabbiò così tanto che fece la valigia e scappò. Scappava sempre. Qualche ora dopo, quando la mamma tornò, lo trovò giù nell’androne. Disse: Mamma, scappo di casa. Ti ho aspettata qui per dirti addio. Erano molto legati. Il rapporto con papà era molto più distaccato”.

Tradotto significa che il padre non capiva perché diavolo suo figlio non volesse lavorare con lui, ereditarne mestiere e quattrini. Salinger ricambiava trasformandosi nell’incubo di ogni buon borghese: un figlio con velleità artistiche pronto a dilapidare la roba di famiglia. Voleva fare l’attore e collezionava pessimi voti, frequentava i club di jazz e poco la scuola, all’università si iscriveva con svogliatezza, dandy arrogante à la Fitzgerald. Desiderava solo diventare un grande scrittore e farsi pubblicare dal New Yorker, ovvero il bollettino di quella Park Avenue mondiale che tanto disprezzava. Un sogno immenso, che il padre riduceva all’osso: una cosa ridicola. Perciò spedì il figlio all’accademia militare Valley Forge. Un luogo fondamentale per la sua crescita: perché è lì che si dà una calmata ed è lì che inizia a scrivere.

I primi racconti glieli pubblica Whit Burnett (suo professore di scrittura alla Columbia University) sulla rivista Story (da cui sono passati Cheever, Saroyan e altri), Esquire e Collier’s lo coccolano, e ventenne riceve il primo sì dal New Yorker. La storia si intitola Slight rebellion off Madison e ha per protagonista il nevrotico Holden Caulfield che torna a casa per Natale a far casino con i coetanei dell’Upper East Side: Salinger ha 22 anni e sta già pensando al romanzo che gli avrebbe regalato il successo e l’inferno del successo, tanto da farglielo poi maledire ai diavoli. Ma in quegli stessi giorni Pearl Harbor viene bombardata, l’America sprofonda nell’isteria della guerra, e il New Yorker fa retromarcia, giudicando ora il racconto futile e fuori luogo.

Per Salinger è un bagno in una corrente gelata, che però gli fa realizzare di aver vissuto fino ad allora in piena cialtronaggine: “Ho la testa piena di cravattini neri. Appena li trovo cerco subito di buttarli fuori, ma ne rimarrà sempre qualcuno”. Aveva già questa idea della scrittura: che dovesse appiccare il fuoco tra le parole, e che questo fuoco dovesse ardere nel dolore. E perciò scelse di andarselo a cercare in guerra, questo dolore. Non sapeva che lì avrebbe trovato lo scrittore che andava cercando, ma avrebbe perso per sempre l’uomo che era e che poteva diventare.

Per gli americani la guerra sullo scacchiere europeo dura 337 giorni, per Salinger 299 e 5 campagne. Jerry ha 25 anni quando assieme ad altri 3.100 ragazzi del Dodicesimo reggimento fanteria sbarca a Utah Beach nel D-Day, il 6 giugno 1944. Venti giorni dopo ne rimangono in piedi appena mille. C’è un unico racconto mai pubblicato in cui Salinger rievoca direttamente la guerra, si intitola The magic foxhole e racconta il trauma di due soldati che assistono alla morte di un prete su una spiaggia della Normandia. Fa così: “Era l’unica cosa che si muoveva, e le granate da 88 millimetri gli scoppiavano tutt’intorno, e lui stava lì ad arrancare a quattro zampe cercando i suoi occhiali. Lo fecero fuori… ecco com’era la spiaggia quando arrivai io”.

Come Slight rebellion off Madison aveva abbozzato alcuni dei temi della scrittura salingeriana, l’adolescenza e la ribellione alla borghesia; così The magic foxhole delinea il personaggio del soldato devastato dall’abisso della guerra, protagonista anche di Un giorno ideale per i pescibanana e Per Esmè con amore e squallore. Tra i venti e i venticinque anni Salinger trova la sua voce, nervosa rotta curatissima, sempre esibita, e la trova nelle trincee, dove continua a scrivere furiosamente, facendo fermare i suoi compagni appena è possibile per completare un paragrafo. Si trascina in ogni buca branda e jeep i primi sei capitoli del Giovane Holden, il talismano che lo aiuta a sopravvivere.

Non ha molto altro a cui aggrapparsi. È un agente del controspionaggio, ma spara scappa e si rincuccia come gli altri, come può. Lo fa nella foresta di Hurtgen, nel bel mezzo di uno dei più sanguinosi massacri per gli americani, dove la conquista di ogni albero costa la vita a decine di uomini, e dove però riesce a incontrare uno dei suoi idoli di allora, Ernest Hemingway. Lungo tutta la guerra i due si conoscono e scrivono e rispettano. “Papa” è già lo spaccone che ha messo a soqquadro la letteratura mondiale, eppure ha parole affettuose per il suo giovane amico: “Caro Jerry, per prima cosa hai un ottimo orecchio e scrivi con amore e tenerezza ma senza smancerie. Spero di non sembrarti un tipo dall’elogio facile. Leggere i tuoi racconti mi rende davvero contento e penso che tu sia proprio un gran bravo scrittore”. I due si rincontrano nella Parigi liberata e durante l’offensiva delle Ardenne. Poi Salinger prosegue per l’ultimo suo appuntamento con l’orrore, quello nel campo di concentramento Kaufering IV, e questo è quello che vede: corpi umani in fiamme, morti accatastati, sopravvissuti le cui mani, ridotte alle sole ossa, applaudendo i liberatori producono un rumore sordo e osceno. Non sarebbe più uscito da quell’incubo. Tanto che decenni dopo, ripeteva: “Puoi vivere tutti gli anni che vuoi, ma non riuscirai mai a toglierti completamente dalle narici l’odore della carne carbonizzata”.

Dopo questa esperienza, crolla e si fa ricoverare per esaurimento nell’ospedale di Norimberga. Quando esce, però, decide di partecipare all’operazione di denazificazione della Germania, prendendo parte alla caccia al nazista travestito da civile. È durante questo periodo che conosce Sylvia. C’è chi sostiene che la ragazza tedesca fosse un’informatrice della Gestapo, e in quanto tale interrogata da Salinger; Shields e Salerno dicono che li abbia presentati la sorella, che faceva l’infermiera nell’ospedale dove Salinger aveva provato a rimettersi a posto la testa. Come che sia, ed è comunque una situazione ombrosa, Jerry di quella ragazza si innamora e decide di sposarla. Lo fa in segreto, per evitare sei mesi di carcere e la decurtazione di due terzi del salario. Lo fa il 18 ottobre 1945, unendo letteralmente in matrimonio vittima e carnefice, e portandosi questo cortocircuito in America. Ma bastano pochi giorni a New York perché le cose precipitino e lo spingano a rispedire Sylvia in Germania. Cosa abbia scoperto sul suo conto è un altro dei misteri della sua vita, ma sulla richiesta di divorzio si legge che lo sposo era stato ingannato. In una sua lettera, invece, si legge che i due si erano inferti “il genere più violento di infelicità”.

Il primo racconto che riesce a scrivere dopo questo naufragio è Un giorno ideale per i pescibanana e il suono è questo: “Il giovanotto guardò la ragazza addormentata su uno dei letti gemelli. Poi si avvicinò a una valigia, l’aprì, e di sotto a una pila di mutande e canottiere trasse una Ortgies automatica calibro 7,65. Fece scattare fuori il caricatore, lo guardò, tornò a infilarlo nell’arma. Tolse la sicura. Poi attraversò la stanza e sedette sul letto libero; guardò la ragazza, prese la mira e si sparò un colpo nella tempia destra”.

Quello di Sylvia non è il primo inganno che Salinger subisce sul campo di battaglia amoroso, assieme a quello della guerra, il più doloroso per lui. Prima di partire per l’Europa si era innamorato di Oona O’Neill, una di quelle ragazze incantevoli e perdute che segnarono gli anni Trenta. Figlia del Nobel Eugene O’Neill, a sedici le bastava bere latte allo Stork Club per far girare la testa a mezza New York, compresi Orson Welles e Salinger stesso. Jerry le aveva giurato di amarla, e dal fronte le scriveva ogni giorno. Non ricevette mai una risposta: Oona aveva conosciuto Charlie Chaplin e compiuti i 18 anni lo sposò.

Salinger ne fu sconvolto, per mesi la tartassò con insulti e disegnini osceni, fino a che non congelò tutto, i sedici anni l’amore e la purezza, e ne fece un Eden (e una guerra) che tentò di replicare per tutta la vita. Ci provò con la seconda moglie, Claire, di 15 anni più giovane di lui (modello per uno dei suoi racconti più belli, Franny); poi con Colleen, più piccola di 40 anni.

E con la figlia Margaret, adorata fino all’adolescenza, e poi disprezzata – lei ricambierà con un memoir in cui tra le altre cose scrive che il padre era un dittatore che beveva urina per salvarsi. E poi con tutta una serie di amori che accompagneranno i suoi anni d’esilio, dalla diciottenne scrittrice Joyce Maynard a attricette e starlette televisive, sedotte fermo posta da adolescenti e respinte non appena mature. La ferocia di questa ossessione suona in Per Esmé: con amore e squallore, a sua volta ispirato da Jean Miller, 14 anni, incontrata a Daytona Beach dopo la guerra: “Che cos’è l’inferno? Io affermo che è il tormento di non essere capaci d’amore”.

A questo tormento, cercò di rispondere con la scrittura, così come aveva fatto durante la guerra. Ma la scrittura, sebbene balsamo e salvezza, nascose la sua più grande condanna, quella del successo, e di conseguenza lo scoppio dell’ultima delle sue guerre, quella contro il mondo. Nel 1951 pubblicò Il giovane Holden, e contrariamente a quello che si può credere non fu semplice. Il New Yorker l’aveva rifiutato, nonostante avesse pubblicato i precedenti racconti, storie di cui non si faceva che parlare. Eugene Reynal della Harcourt, Brace & Co. giudicò Holden un pazzo – e Salinger quasi ne morì. Non poteva sopportare non tanto l’accusa di pazzia, ma l’idea che la gente ha dei matti, e cioè che non abbiano un cuore, e che se ce l’hanno è sprecato. Quando finalmente il romanzo fu stampato, ci volle poco perché si trasformasse in un caso planetario da milioni di copie vendute, cui si accompagnarono censure e persino quattro pazzi come Mark Chapman, John Hinckley, Robert Wickes e Robert Bardo che dissero di essersi ispirati a Holden quando spararono rispettivamente a John Lennon, Ronald Reagan, al preside e a uno studente di una scuola di Long Island, all’attrice Rebecca Schaeffer.

Dalla seconda edizione Salinger eliminò la sua foto dalla quarta di copertina. E così impose anche per i suoi futuri libri: Nove racconti (1953), Franny e Zooey (1961), Alzate l’architave, carpentieri e Seymour. Introduzione (1963). Le immagini di cui è ricca la biografia di Shields e Salerno sono tutte rubate, spedizioni vittoriose di fotografi e giornalisti nel bunker che Jerry si era fatto costruire accanto alla casa dove viveva con la sua (vera) famiglia a Cornish – dentro il bunker, una brandina, appunti dappertutto, un tavolaccio, c’era spazio solo per l’altra famiglia, quella immaginaria dei Glass. Da quel fortino dirigeva la sua guerra con astuzia: non appena il mondo si dimenticava di lui, alzava il telefono e rilasciava un’intervista per censurare le opere pirata che raccoglievano i suoi primi racconti (col risultato di far rientrare in classifica gli altri); scandalizzava Hollywood (Elia Kazan una volta bussò alla sua porta: “Signor Salinger, sono Elia Kazan”. “Buon per lei”, si sentì rispondere); lanciava strali contro Joyce Maynard e la figlia Margaret, colpevoli di averlo messo al centro delle loro autobiografie; malediceva Ian Hamilton, che riuscì a trascinarlo in tribunale per fargli dire che sì, stava ancora scrivendo, e perciò le lettere personali che aveva intenzione di usare nella sua biografia erano di sua proprietà intellettuale, gli potevano sempre tornare utili.

Queste offensive e controffensive andavano avanti fin dalla metà degli anni Sessanta, inframmezzate dalle rasoiate critiche di John Cheever (“maledetto scrittore di serie zeta”), Joan Didion (“prosa da manuale di autocoscienza”), Michiko Kakutani (“ridicole circonlocuzioni senza capo né coda”, disse di Hapworth 16, 1924, ultimo racconto pubblicato dal New Yorker nel 1965). Salinger non rispose mai, perché mai glielo avrebbe permesso il Vedanta, la fede che aveva abbracciato fin da ragazzo. Gli aveva insegnato a disprezzare l’oro e le donne, a rinunciare alla fama, e infine a fare proselitismo piuttosto che narrativa. I suoi ultimi vent’anni li modellò sulla fase finale del Vedanta: la rinuncia al mondo.

Morì in gennaio, era il 2010 e c’era il ghiaccio a Cornish così come nella sua New York. “Io abito a New York – si legge nella straordinaria nuova traduzione di Matteo Colombo del Giovane Holden – e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South. Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta”.

Ovunque se ne sia volato Salinger, nessuno meglio di lui ha tradotto in realtà questa frase di John Updike scritta in Sei ricco, Coniglio: “La grande verità sui morti è che lasciano spazio”. Nel suo caso, lo spazio da riempire è enorme, ciascuno ci mette dentro quello che vuole, opere inedite da pubblicare dal 2015 o dal 2060, un po’ di pettegolezzi, alcune delle pagine più belle della letteratura.

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di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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