Mike Davis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mike-davis/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 10:38:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mike Davis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mike-davis/ 32 32 Reset Benedetto Croce: come liberarsi – o quasi – del filosofo di Pescasseroli e magari immaginarsi un diverso modo di fare scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/reset-benedetto-croce-come-liberarsi-o-quasi-del-filosofo-di-pescasseroli-e-magari-immaginarsi-un-diverso-modo-di-fare-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/reset-benedetto-croce-come-liberarsi-o-quasi-del-filosofo-di-pescasseroli-e-magari-immaginarsi-un-diverso-modo-di-fare-scuola/#comments Sun, 19 Aug 2012 10:07:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9067 Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d'ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D'Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo '900. Un mistero a tutt'oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 - Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d'ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall'inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

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Questo pezzo è uscito nella mirabile rassegna estiva del manifesto intitolata Cono d’ombra, una rassegna di intellettuali dimenticati o poco frequentati. Andate a ripescare in rete gli altri notevolissimi pezzi.

di Marco D’Eramo

Un mistero incombe sulla cultura europea del primo ‘900. Un mistero a tutt’oggi insoluto. E questo mistero ha nome e cognome, data di nascita e di morte: Benedetto Croce (Pescasseroli 1866 – Napoli 1952). Rispetto ai «Coni d’ombra», il problema non è capire come mai Croce sia finito nel dimenticatoio (relativamente parlando), quanto capire come non vi sia stato relegato fin dall’inizio. Sulla sua influenza non ci sono dubbi. Pur non essendosi mai laureato e professandosi, con Giordano Bruno, «accademico di nulla accademia», Croce ha esercitato per decenni una sorta di tirannia sulla vita accademica italiana: «Sulla sua estetica si sono formati letterati come Mario Fubini, Natalino Sapegno, Francesco Flora, Luigi Russo; alla sua concezione della storiografia hanno guardato storici come Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Walter Mauri, Arnaldo Momigliano, Rosario Romeo, Giuseppe Galasso» (Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del Novecento).

Uno stile avvocatizio

Impressionante è la grandezza di cui lo ammanta Antonio Gramsci (pur con molte critiche) che addirittura ne fa un «papa della cultura». In un paragrafo intitolato Il Croce uomo del Rinascimento, il fondatore del Pci scrive: «Si potrebbe dire che il Croce è l’ultimo uomo del Rinascimento e che esprime esigenze e rapporti internazionali e cosmopoliti (…) Il Croce è riuscito a ricreare nella sua personalità e nella sua posizione di leader mondiale della cultura quella funzione di intellettuale cosmopolita che è stata svolta quasi collegialmente dagli intellettuali italiani dal Medio Evo alla fine del ‘600. (…) La funzione del Croce si potrebbe paragonare a quella del papa cattolico e bisogna dire che il Croce, nell’ambito del suo influsso ha saputo condursi più abilmente del papa: nel suo concetto d’intellettuale, del resto, c’è qualcosa di ‘cattolico e clericale’» (in Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce). E ancora Gramsci ricorda che l’operetta poi diffusa come Aestetica in nuce era in origine la voce «Estetica» affidatagli dall’Enciclopedia Britannica nell’edizione del 1928 cui contribuirono, tra gli altri, Henri Bergson, Niels Bohr, Albert Einstein; e che il Breviario d’estetica era una serie di lezioni commissionategli nel 1912 da un’università americana, il Rice Institute di Houston,Texas. E Giuseppe Galasso, che dal 1989 amorevolmente cura la riedizione delle opere crociane per la sua Adelphi, ci rammenta che quel Breviario fu tradotto «in tedesco nel 1913; in portoghese nel 1914; ungherese nel 1917; in Inghilterra nel 1921; in rumeno nel 1922 e nel 1971; in francese nel 1923; in spagnolo nel 1923 e 1938; in olandese nel 1926; in ceco nel 1927; in svedese nel 1930; in Jugoslavia nel 1938. E poi in danese nel 1960; in polacco nel 1961; in norvegese nel 1961; in ebraico nel 1983. Ben oltre – come si vede – dopo la morte di Croce» (corsivo mio). Il catalogo dell’Università di Berkeley in California enumera 951 volumi riferiti a Croce, di cui più di 420 sono edizioni varie degli 80 e passa volumi di opere crociane e degli oltre 30 volumi del suo carteggio; mentre altri 430 sono libri dedicati a Croce o di cui Croce ha curato la prefazione (De Sanctis) o la traduzione (Basile) o per cui ha scritto contributi: altri 100 sono volumi in cui si parla anche di Croce. Certo se l’influenza di un autore, il suo peso nella cultura mondiale si misurasse dai chili di carta che ha scritto, Croce sarebbe l’intellettuale più influente della storia umana. Ma proprio queste nude cifre dovrebbero metterci la pulce nell’orecchio. Va bene una vita attiva e disciplinata, ma come si fa a scrivere quel che ha scritto Croce e a leggere quel che ha letto, oltre all’indefessa attività di organizzatore culturale? Non è possibile. Delle due l’una, o non ha letto tutto quel che pretendeva (e la sua lettura era «diagonale» per essere eufemisti), ma la sua erudizione era davvero stupefacente, o scriveva con una fluidità incredibile. Può darsi che siamo troppo influenzati da Wittgenstein, ma mi è sempre parso che la prolissità vada a scapito della profondità. Kant ha scritto probabilmente un cinquantesimo di quel che ha prodotto Croce, e il pur torrentizio Hegel avrà sfornato un decimo scarso del filosofo di Pescasseroli e persino Marx ed Engels, che ci si sono messi in due, saranno arrivati a produrre insieme la metà. A rileggerlo oggi, lo stile crociano, è insopportabilmente avvocatizio, da arringa, con frasi lunghe decine e decine di righe: l’impressione è netta che il periodare gli venisse fuori già bello e pronto, strutturato, bilanciato (oh quelle immancabili triadi di aggettivi!) e che i suoi manoscritti riportassero solo rarissimamente una traccia di ripensamento, di dubbio. E in effetti è sterminata la lista delle certezze crociane, l’elenco di tutto ciò su cui il Nostro non ha dubbi. Aborrisce Verlaine («che è mai codesta categoria dei poeti martiri o dei poètes maudits se non una goffa esaltazione adulatoria forgiata a sé medesimo dal tre volte falso Verlaine?»), Joyce, Kafka, Proust (che nella Recherche du temps perdu «si dimostrava più volte artista e poeta, ma altresì malato di quella raffinatezza odierna che scopre una strana parentela con quella ‘puerilità’, che l’Alfieri notava e sorvolava»), Rilke (il cui travaglio «si dimostra veramente un caso estremo e singolare… d’impotenza creativa, perché egli … non mai riuscì a pensare un concetto che avesse consistenza di concetto e che non fosse un falso e vecchio concetto che a lui pareva grande e originale scoperta di verità»), Musil, Mallarmé, Pirandello (la cui arte consiste «in alcuni spunti artistici, soffocati o sfigurati da un convulso inconcludente filosofare»). Non che a volte le sue stroncature non siano preveggenti: ecco Martin Heidegger «Scrittore di generiche sottigliezze, arieggiate a un Proust cattedratico, egli che nei suoi libri non ha mai dato segno di prendere alcun interesse o di avere alcuna conoscenza della storia, dell’etica, della politica, della poesia, dell’arte, della concreta vita spirituale (…) oggi si sprofonda di colpo nel gorgo del più falso storicismo, in quello, che la storia nega, per il quale il moto della storia viene rozzamente e materialisticamente concepito come asserzione di etnicismi e di razzismi, come celebrazione delle gesta di lupi e volpi, leoni e sciacalli, assente l’unico e vero attore, l’umanità (…) E così si appresta o si offre a rendere servigi filosofico-politici: che è esattamente un modo di prostituire la filosofia, senza con ciò recare nessun sussidio alla soda politica…» (La Critica, n. 32, 1934). Ma non parlategli di modernità, di scienza, d’industria. Facendo propria una definizione di Giambattista Vico, ecco Croce sostenere che i matematici sono «ingegni minuti» (Logica come scienza del concetto puro), che «gli uomini di scienza sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico» (La Critica n. 6, 1908). Secondo il nostro era assai improbabile che i nuovi congegni della logica matematica «offerti sul mercato» entrassero nell’uso e prevalessero, quando invece la logica matematica governa le nostre vite per mezzo dei computer e quando gli aborriti numeri danno perfino il nome alla nostra epoca: «l’era digitale» (digit in inglese vuol dire cifra). In realtà Croce non sa di cosa parla, non sospetta quanto sia essenziale la componente estetica nella creazione matematica, non immagina gli abissi di profondità dei problemi che i nuovi concetti della fisica dischiudono. La verità è che nessuno «può oltrepassare i limiti del proprio cervello sociale» (Marx), cioè nessuno può pensare in modo diverso da quel che la sua vita materiale, la sua condizione, il suo reddito, lo spingono a fare. E Croce era un agiatissimo possidente meridionale che per sua sfortuna non dovette guadagnarsi da vivere e quindi disprezzò sempre l’economicismo, e rimase sordo alla dimensione prometeica della rivoluzione moderna e industriale.

Odio contro il moderno

Croce ha sempre pensato che industrialismo e civiltà di massa fossero accidenti transitori della «storia dello spirito», come se – in un tipico esempio di periodare crociano – fossero mode già presenti «nelle stesse forze del mondo moderno, nella sua infaticabile attività d’imprese industriali e commerciali, di scoperte tecniche di macchine sempre più potenti, di esplorazioni geografiche, di colonizzamenti e sfruttamenti economici, nella sua tendenza a conferire il primato agli studi scientifici e pratici sugli speculativi e umanistici, nell’avviamento e nell’ampiamento conferito alle stesse ricreazioni e giuochi sociali, a quel che si chiamò lo sport, dalle biciclette alle automobili, dai canotti e dai yachts alle aeronavi, dalla boxe e dal foot ball allo sky (vorrà dire lo sci, n.d.r.), che tutti in vario modo cospirano a dare troppo larga parte nel costume e nell’interessamento al rigoglio e alla destrezza corporale, scapitandone al confronto le parti dell’intelligenza e del sentimento». (Storia d’Europa nel secolo decimonono, 1931). A proposito di quest’opera, va detto che se uno storico dell’anno 5.000 d. C. come unico materiale sul XIX secolo europeo disponesse della Storia di Croce, sarebbe fritto: della mondializzazione dell’Europa poco o niente, dell’industrializzazione, del dispotismo esercitato sulle colonie, della rivoluzione tecnologica non avrebbe il ben che minimo accenno (p. es. due righe in tutto sul Congresso di Berlino). Quanto diversa dalla storia di Eduard Fueter scritta all’incirca negli stessi anni! Quel futuro storico sarebbe però felice di sapere che l’800 europeo ha visto il trionfo della «religione della libertà» (leggerne la controprova negli Olocausti tardovittoriani di Mike Davis, trad. it. Feltrinelli). L’odio contro il moderno si accompagna a un’altra serie di idiosincrasie, contro l’illuminismo e poi contro il positivismo. Allergie mentali che ne sottintendono una ancora più profonda, ben messa in luce da Norberto Bobbio che nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano (1960) ci regala una serie di impressionanti citazioni crociane, tra cui questa: «Rifiutare allora d’iscriversi al gran partito positivista (…) era il medesimo che esser considerato cervello balzano dai benevoli e questurino travestito dai positivisti esaltati e spadroneggianti, i quali erano per giunta tutti repubblicani e democratici». (Cultura e vita morale). L’alterigia del possidente prorompe dalla critica contro la «mentalità massonica»: «La mentalità massonica semplifica tutto: la storia che è complicata, la filosofia che è difficile, la scienza che non si presta a conclusioni recise, la morale che è ricca di contrasti e di ansie (…) Cultura ottima per i commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli, perché cultura a buon mercato; ma perciò stesso pessima per chi deve approfondire i problemi dello spirito, delle società, della realtà». (La mentalità massonica, 1910). Cari «commercianti, piccoli professionisti, maestri elementari, avvocati, mediconzoli», non avete scampo. Non siete ancora l’aborrito volgo, ma poco ci manca. La plebe è fatta da quei «lazzari» su cui Croce ha scritto pagine sprezzanti (sulla natura controrivoluzionaria della masnada che da sempre denuncia i propri padroni) ed etimologie argute (raccolte da Galasso in Un paradiso abitato da diavoli) che fanno risalire i lazzaroni ai lebbrosi e ai «lazzaretti». Parlando delle Considerazioni di un impolitico (1918) di Thomas Mann, Croce scrive: «E certo bisogna pure protestare contro il volgo, definirlo, satireggiarlo, respingerlo da sé con violenza: giova sfogarsi; la pazienza ha i suoi limiti. Ma, fatto tutto ciò (e pochi lo hanno fatto così bene come il Mann), il volgo resta: resta, perché opera (a suo modo, ben s’intende), e adempie i suoi molteplici uffici, tra i quali anche di stimolare ed accrescere, nell’aristocrazia, la coscienza dell’aristocrazia».(Pagine sparse). Almeno il volgo selve a qualcosa! Sotto la patina del profondo pensatore cominciamo a scorgere un groviglio di stereotipi, di luoghi comuni ottocenteschi, di psicologia terra terra da feuilleton. Su nessun tema si vede così bene come sulla sua visione delle donne. Eppure, nota Gramsci, Croce dimostrò «di non curarsi di queste vanità mondane convivendo liberamente con una donna molto intelligente che manteneva vivacità nel suo salotto napoletano frequentato da scienziati italiani e stranieri e sapeva destare l’ammirazione di questi frequentatori; questa unione libera impedì al Croce di entrare nel Senato prima del 1912, quando la signora era morta e il Croce era ridiventato per Giolitti una persona rispettabile».

Una diagnosi su cui sorridere

Ma basta leggere come parla della poetessa Gaspara Stampa, «simpatica figura…, perché come non provare simpatia per una giovane donna, bella, adorna di cultura e d’ingegno, modesta, affettuosa, delicata e amante: amante perdutamente, senza ritegno; amante e abbandonata dall’uomo amato; vissuta ancora qualche anno tra i ricordi di questo amore e il disegnarsi di un nuovo affetto in quel cuore che aveva già provato la passione; e morta giovane?». Il problema della Stampa era un altro. È che: «Era donna; e, di solito, la donna, quando non scimmiotteggia l’uomo, si serve della poesia, sottomettendola ai suoi affetti, amando il suo amante o i suoi figli più della poesia, laddove nell’uomo accade il contrario. La tendenza pratica della donna si rivela in questa impotenza teoretica e contemplatrice. Donde, le sciatterie della forma, non idoleggiata e accarezzata; donde, il limite che si avverte anche nelle migliori liriche…» (La Critica, n. 7, 1909). Così che alla fine viene da ricambiare a Croce un po’ di quella condiscendenza che elargiva con tanta prodigalità e sorridere alla diagnosi secondo cui «il problema attuale dell’Estetica è la restaurazione e la difesa della classicità contro il romanticismo» (Aestetica in nuce). Il problema vero è che queste scempiaggini sono state egemoni per decenni nell’apparato scolastico italiano. Tutti noi, anche chi non ha mai letto una riga di Croce, siamo stati vittime del crocianesimo per cui i grandi poemi andavano letti a spizzichi, isolandone le parti che «sono poesia» da quelle «che non lo sono», cosicché quasi nessuno ha letto di seguito La commedia o l’Orlando furioso o il De rerum natura, non sapendo che si perde. Siamo tutti vittime della cultura del florilegio. E, più in generale, delle due culture. Il baratro che con Croce (e Giovanni Gentile) si è aperto in Italia tra cultura umanistica e cultura scientifica non è mai stato più colmato, anche se quasi nessuno legge più Croce, nonostante reiterati tentativi d’innescare una Croce Renaissance.

Secoli che svolazzano

Forse la migliore epigrafe al destino culturale di Benedetto Croce è la conclusione che nel 1869 (in Innocents Abroad) lo scrittore americano Mark Twain trasse dalle sue visite alle antichità italiane: «Dopo aver girellato tra le imponenti rovine di Roma e di Pompei, o dopo aver dato un’occhiata alle lunghe file di sfregiate e innominate teste imperiali che scandiscono i corridoi del Vaticano, una cosa mi ha colpito con una forza come mai prima: il carattere irrilevante, effimero della fama. Uomini avevano vissuto lunghe vite nel tempo antico e lottato febbrilmente sfacchinando come bestie nell’oratoria, nella strategia militare, o nella letteratura e poi si adagiavano e morivano, felici possessori di una storia durevole e di un nome immortale. Bene, venti piccoli secoli svolazzano via e che rimane? Un’astrusa iscrizione su un blocco di pietra su cui antiquari avidi si affannano, arzigogolano e non ne cavano nulla tranne un nudo nome (che storpiano) – niente storia, niente tradizione, niente poesia, niente che possa dare neppure un momentaneo interesse».

 

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Città di quarzo vs Los Angeles. Due visioni della Città degli Angeli https://minimaetmoralia.it/libri/citta-di-quarzo-vs-los-angeles-due-visioni-della-citta-degli-angeli/ https://minimaetmoralia.it/libri/citta-di-quarzo-vs-los-angeles-due-visioni-della-citta-degli-angeli/#comments Mon, 06 Aug 2012 09:16:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8821 Pubblichiamo un articolo di Nicola Bozzi sui libri che raccontano Los Angeles.

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Pubblichiamo un articolo di Nicola Bozzi sui libri che raccontano Los Angeles.

di Nicola Bozzi

Quando ero piccolo per me il cosiddetto “sogno americano” era indistinguibile dall’icona della Statua della Libertà e dalla skyline di Manhattan, con quei grattacieli così esotici, ma allo stesso tempo più veri del vero, che gli si affollano dietro. Rispetto all’ostentata verticalità di New York la sua controparte Los Angeles mi impressionava molto meno. Con i suoi edifici bassi e radi, e la strada larga e trafficata in mezzo a farla da padrone, mi ricordava il più familiare (ma decisamente meno celebrato) paesaggio calabrese in cui da sempre incontro i miei parenti di giù.

Crescendo ho iniziato ad associare al paesaggio californiano, se non strettamente a LA, anche un certo tipo di punk rock, lo skate, il porno e i film di Larry Clark (che poi sono un mix dei precedenti). Tutte cose reiterate e abbondantemente patinate da Mtv, al punto che se ci vedi uno skater si porta dietro come minimo una carovana di cinque hummer con dentro altrettante strapponcine made in Beverly Hills/Orange County (fermate obbligate nel mondo del lusso banalizzato). Del resto, a parte la strada, l’unica immagine che tutti conoscono della città è la scritta Hollywood, simbolo di sogni irraggiungibili e, quindi, un po’ stupidi.

Per farla breve, finché non ci sono stato personalmente a me Los Angeles interessava poco. Da quando sono tornato, però (saranno stati i burritos, o forse la spaziosità quasi metafisica delle strade della polverosa downtown) la Città degli Angeli ha avuto un posto diverso nel mio cuore e, di conseguenza, mi sono dovuto documentare.

Se volete leggere un libro su Los Angeles sicuramente ce ne sono tanti. Io ne ho letti due e, per motivi diversi, li consiglio entrambi. Il primo è Città di quarzo (manifestolibri, 2008), scritto nel 1990 da Mike Davis, mentre il secondo è Los Angeles, l’architettura di quattro ecologie (Einaudi, 2009), scritto invece nel 1971 dal critico di architettura Reyner Banham.

Partiamo da Città di quarzo. Davis è forse l’unico urbanista best-seller, forse perché scrive in modo gocciolante e trasversale, sia di testa che di panza. Città di quarzo parla di tutto ciò che è LA, mettendoci il colore necessario ma senza perdere di vista i rapporti di potere strutturali, mischiando toni giornalistici con approfondimenti più estetici e senza risparmiare commenti sardonici o giudizi diretti. In un certo senso, se vogliamo fare un esempio nostrano, lo possiamo paragonare stilisticamente a Roberto Saviano (per quanto decisamente marxista). In fin dei conti anche Davis ha un gusto per il dettaglio che convive con l’ossessione per gli aspetti economici degli argomenti che tratta, e pure lui è stato accusato di eccessiva drammaticità e di metterci troppo del suo.

Aldilà dello stile, Città di quarzo è uno sguardo quasi cubista su Los Angeles, che ne cattura lo spirito da diversi punti di vista contemporaneamente. In primo luogo ne traccia una storia cronologica, arricchendola man mano di digressioni e rifrazioni varie, approfondendone le politiche, la cultura e la conformazione architettonico-urbanistica. Davis svela la città misteriosa dei film noir, del cinema sperimentale, dell’occultismo vip e di Scientology, ma denuncia anche l’architettura ostile delle gated communities (sobborghi recintati per ricchi diffidenti, rifugiati sulle colline) e persino dell’architetto decostruttivista Frank Gehry. Da attivista incazzato, Davis ci parla anche di lavoratori scioperanti, dell’economia politica del crack e del ruolo delle gang, anticipando profeticamente le rivolte che sarebbero seguite un paio d’anni dopo la pubblicazione del libro. Aldilà della sua esaustività sul tema LA, e non solo, Città di quarzo è uno di quei libri che gasa e arricchisce, una lezione su come guardare le città in generale.

Passiamo a Los Angeles di Banham. A partire dall’autore, si tratta di un libro completamente diverso rispetto a quello di Davis. Banham è british, quindi europeo, quindi a prescindere affascinato dal mito degli spazi americani, a maggior ragione per il fatto che si occupa(va) di architettura. Al contrario però di chi nel vecchio continente snobbava l’urbanizzazione sregolata su scala poco umana della metropoli californiana, lui scrive un saggio che diventa una specie di manifesto celebrativo delle peculiarità losangelene, così ottimista da meritarsi una sarcastica pagina anche in Città di quarzo. Paradossalmente, l’approccio quasi etnografico da turista di Banham (del tipo “guarda che bello, allora è così che fanno le cose qui”) sembra essere più in linea con lo spirito marcatamente individualista della città rispetto a quello più radicato del nativo californiano Davis (che invece è più “le cose sono fatte così, ma dovrebbero essere fatte diversamente”).

Per riassumere il contributo del critico britannico alla ricerca urbanistica su Los Angeles, basta guardare alle quattro “ecologie” alle quali si accenna già nel titolo: Surfurbia, le colline pedemontane, le pianure di Id e (quella penso più caratteristica) Autopia. Al racconto di queste si inframmezzano descrizioni degli stili architettonici della zona (Banham celebra per esempio il contributo delle ville di Los Angeles al movimento modernista) o approfondimenti di aspetti particolari dei costumi locali (come l’uso dell’auto a tutti i costi). Piuttosto che farvi un bignamino di cos’è effettivamente ciascuna ecologia, spenderei qualche parola proprio sulla scelta del termine, “ecologie”. Che al nostro Reyner LA piaccia l’abbiamo capito, ma lui non è uno scemo qualsiasi che si fa impressionare a caso. Quello che il critico ammira maggiormente della città è la convivenza di mondi diversi che, nonostante l’apparente anti-praticità, mantengono ciascuno il proprio equilibrio interno. Così le comunità delle colline, che per Davis sono elitiste, praticano “l’arte dell’enclave”, mentre le infernali e depersonalizzanti corsie delle autostrade diventano un ambiente a sé, un posto dove trovarsi a proprio agio mentre il mondo ti scorre di fianco.

A parte l’ovvio contrasto pessimismo/ottimismo, c’è da dire che il libro di Davis è molto meno specifico di quello di Banham. Mentre Los Angeles parla più strettamente di architettura e urbanistica, a partire dal titolo Città di quarzo è una lettura più variegata e, tra virgolette, per tutti (ma sempre saggio è). Volendo consigliare una scaletta, insomma, penso vada letto prima Davis per poi sciacquarsi un po’ via il retrogusto apocalittico con la presa bene di Reyner, che anche a livello tattile ha una copertina più flessibile ed è più leggero, nonché scritto più arioso e meno fitto.

Quali che siano le vostre preferenze letterarie, però, un viaggio a Los Angeles se vi scappa di andare oltreoceano vi consiglio di farvelo. Che siate dei fan della strada o no, che vi piaccia Gehry o no, che vi piaccia il cibo messicano o no, la città degli angeli è così porosa e sgranata che, in quel vuoto sconfinato, si può trovare di tutto. E quindi anche quello che sognate voi.

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