Mikis Theodorakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mikis-theodorakis/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mikis Theodorakis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mikis-theodorakis/ 32 32 Cosa fanno il sabato pomeriggio gli Ateniesi? https://minimaetmoralia.it/reportage/cosa-fanno-il-sabato-pomeriggio-gli-ateniesi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cosa-fanno-il-sabato-pomeriggio-gli-ateniesi/#comments Fri, 11 Sep 2015 11:21:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28334 di Francesca Fornario Ad Atene ci sono venuta per vedere la crisi l’effetto che fa. Ci sono venuta pensando di fare un viaggio in un futuro distopico, con le code ai bancomat (che non ho visto) e i negozi chiusi. Che sì, li ho visti, ma quello che mi ha fatto più impressione è il […]

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di Francesca Fornario

Ad Atene ci sono venuta per vedere la crisi l’effetto che fa.

Ci sono venuta pensando di fare un viaggio in un futuro distopico, con le code ai bancomat (che non ho visto) e i negozi chiusi. Che sì, li ho visti, ma quello che mi ha fatto più impressione è il negozio di Zara. Chiuso – tenetevi forte – il sabato pomeriggio. Chiuso il sabato pomeriggio e la domenica come tutti i negozi, ad Atene, chiusi anche il lunedì e il mercoledì pomeriggio. Non per la crisi: è così per legge. E il viaggio nel futuro distopico si è trasformato in un viaggio nel passato, quando la domenica, a Roma, percorrevi in bicicletta le vie del centro senza sentire la voce di Madonna che canta la stessa canzone in cinquanta negozi, gli stessi – i negozi e la canzone – che trovi a Madrid, a Londra, a New York (prima o poi lo faccio. Prima o poi la fermo un’italiana che esce carica di buste dall’H&M di Covent Garden e le chiedo No, davvero, tu adesso mi spieghi perché. Che oltretutto su Ryan Air non te le fanno imbarcare e ti tocca viaggiare con tre felpe una sopra all’altra, le stesse che avresti potuto comprare a Roma).

Cosa fanno il sabato pomeriggio gli ateniesi?

Il sabato pomerigio, inerpicandosi per le strette vie pedonali di Exarchia, del Thisseio, di Psirri, tra i marciapiedi sfondati e le case sbreccate che friggono al sole a pochi passi dalla saracinesca abbassata di Zara, gli ateniesi di tutte le età affollano le strade e le piazze, seduti ai tavolini delle infinite taverne a conduzione familiare e delle ouzerie che servono spiedini di agnello e insalata di patate di giorno e di notte. Seduti, anche per bere il caffè. Ad Atene non è che te lo puoi bere al bancone o portare via, il caffè, in quei bicchieroni di plastica con il coperchio che si vedono nelle serie americane.

Suppongo che l’usanza abbia a che fare con la cultura del paese che ha inventato la logica. Aristotele contro Starbucks: «Ehi, ma dove corri con quel bicchiere pieno fino all’orlo di caffè bollente?! Ti cade! Perché corri? Ci pensi mai? Beh, pensaci adesso. Siediti, e bevi a piccoli sorsi.»

Ti portano anche l’acqua nei bar di Atene, tutti i bar e ristoranti di Atene. Gratis. Nei bicchieri di vetro con il ghiaccio. Prima ancora di chiederti che cosa vuoi ordinare (se vuoi ordinare). Presumono che tu abbia sete, o che la sete prima o poi ti assalga, mentre te ne stai seduto al sole. Gli ateniesi siedono ai tavolini delle osterie in coppia, in famiglia, o anche da soli. Cosa fanno, da soli? Per lo più leggono. C’è una libreria per ogni isolato, ad Atene, nei quartieri “degradati” di quel centro non abbastanza vicino all’Acropoli per essere frequentato dai turisti. Una libreria di libri nuovi o usati, tra una taverna che organizza le serate di stand up comedy, un teatro di quartiere e un cinema all’aperto. Ogni volta che mi imbatto in una libreria faccio mentalmente il conto di quelle che ho visto chiudere a Roma, negli anni della prosperità. Prima hanno chiuso le librerie indipendenti per lasciare il posto alle grandi catene. Poi, hanno chiuso anche le grandi catene, perché, se il libraio non ti conosce, tanto vale farsi consigliare un libro da Amazon.

Mi aspettavo un’infilata di negozi chiusi, ad Atene, non di librerie aperte anche ad Agosto. Librerie e negozi di musica. Ve li ricordate, i negozi di musica? Quando i dischi si pagavano, e con una certa soddisfazione. Oggi è più soddisfacente pagare le felpe e i caffè a portar via che ti macchiano le felpe che pazienza, te le ricompri, tanto con i saldi costano 9.99 euro e un momento, un momento: Come diavolo fanno a guadagnarci se le felpe prodotte in Cina te le vendono a 9.99 euro?! Siediti, e pensaci.

Qui ad Atene è pieno di negozi che vendono cd nuovi e usati. Li vendono o li scambiano. A Exarchia ne ho trovato uno che scambiava anche le cassette. E no, a giudicare dall’anziano proprietario che parla solo in greco ma in italiano sa dire «Mina!» non è un vezzo hipster, è che qui c’è chi non si è mai comprato un lettore cd perché ha quello delle cassette ancora funzionante. Immagino che funzioni ancora anche il mio, perso in chissà quale trasloco. Cercavo un album di The Boy, alter ego elettronico dell’attore e filmaker Alexander Voulgaris, classe 1981. La scena musicale greca – forse anche grazie al fatto che qui si vedono ancora i dischi – è popolata di band post rock (Your Hand in Mine, in omaggio a un brano degli Explosion in the sky), dream pop (Monsier Minimal) di cantautori satirici (Maraveyas Ilegal) e cantautrici indie (Irene Skylakaki). Perché qui si ascolta molta buona musica, non solo il Rebetiko e non certo il Sirtaki dei ristoranti turistici affollati di turisti che pensano che il Sirtaki sia una danza popolare della tradizione greca mentre è stata composta solo nel 1964 da Mikis Theodorakis, come colonna sonora del film Zorba il greco, quello con Anthony Quinn che balla a piedi nudi sulla spiaggia di Starvos.

Ad Atene, tra i negozi che resistono alla crisi, ci sono quelli di strumenti musicali. C’è sempre musica nei locali, nelle decine e decine di taverne, caffè, ristoranti dei quartieri popolari dove gli ateniesi si fermano a bere e a mangiare, si fermano a leggere, si fermano e basta e anche io mi fremo e talvolta mi affaccio soltanto per soddisfare una curiosità: voglio vedere se mi riesce di trovarne uno con la televisione accesa. Risultato: nessuno! Né ho mai sentito il suono della tv provenire da una finestra aperta. Penso a quando da noi i giornali profetizzavano la vittoria del “Sì” al referendum perché le tv greche, in mano ai pochi greci che guadagnano dalla stabilità borse, facevano propaganda per il sì.

In questo sterminato paesone di case basse appoggiate alle colline che si estendono per quaranta chilometri quadrati e ospitano 655mila abitanti (ma sono quattro milioni, un greco su tre, quelli che vivono nell’area urbana della cosiddetta “Grande Atene”, che include anche il Pireo) ci sono – ancora – negozi di abiti “Made in Grecia”. Li disegnano qui, spesso ispirandosi alle geometrie dei pepli delle “Korai” – le fanciulle della scultura arcaica – o ai ricami bizantini d’oro e di porpora che hanno rivoluzionato le linee severe della moda greca e romana. Pensavo mi sarebbe toccato insistere per avere lo scontrino e invece nei negozi te lo fanno sempre, come nei ristoranti e nei bar. Tutti esibiscono il cartello con scritto che Il cliente non è tenuto a pagare se l’esercente non consegna lo scontrino. L’evasione che colpisce la Grecia non pare essere quella dei piccoli commercianti, dunque, almeno ad Atene.

E ci sono ancora le mercerie, qui ad Atene. E i calzolai, i fabbri: il genere di negozi – e mestieri – che da noi stanno scomparendo, soffocati dalla concorrenza dei centri commerciali e dagli affitti troppo cari. Sorgono uno accanto all’altro: cinque mercerie, tre calzolai, due pellettieri. Da noi sono rimasti i nomi: Via dei Giubbonari, Via dei Baulari, via dei Cestari. Se però vuoi un cesto, te lo compri all’Ikea: il cestaio ora è un operaio in qualche fabbrica, se gli è andata bene.

Ha aperto anche qui ad Atene l’Ikea, come le altre multinazionali, e anche qui sta accadendo quello che è successo da noi. Il processo da tutti auspicato che ha reso le città identiche – tranne che per gli edifici delle “Archistar”: musei e auditorium che però potrebbero scambiarsi di posto da una città all’altra provocando lo stesso alienante straniamento rispetto al contesto dove insistono – e che qui subirà un’accelerazione con le riforme e con le privatizzazioni. Con meno vincoli per costruire e meno vincoli per licenziare, converrà investire, speculare, tirare su palazzi di venti piani al posto delle casette di due. A quel punto i negozi diventeranno appetibili, gli affitti insostenibili, e gli abitanti a basso reddito delle case del centro saranno costretti a trasferirsi in periferia, come già sta accadendo nel distretto post-industriale di Gazi, colonizzato dagli artisti e dagli architetti, e in quello, ancora misero ma in piena “gentrification”, di Metaxourgeio, costruito sull’antico cimitero degli ateniesi. In periferia apriranno i negozi di vinili che chiuderanno in centro. E in centro apriranno le banche al posto dei negozi di dischi e i take-away delle grandi catene al posto delle ouzerie con i tavolini all’aperto, che tanto bisogna allungare l’orario di lavoro e mangiare in fretta in pausa pranzo un panino che ha lo stesso sapore ad Atene e a New York per produrre di più e mettersi al passo con i paesi che dettano il passo.

Correre, correre! Così non ti resta il tempo di sederti in un caffè di Exarchia a leggere Marco Craviolatti che nel suo “E la borsa e la vita” (Eds) scrive che oggi lavoriamo più di un contadino del 1200 e di più di un minatore del 1700.

O di leggere l’ex presidente dell’Uruguai Pepe Mujica che ti spiega che lui non compra quasi mai niente, perché ogni volta che compra qualcosa non lo paga con il suo salario, lo paga con il suo tempo: il tempo in cui ha lavorato. E allora non compra quasi mai niente, perché non trova mai niente di più prezioso del suo tempo (José “Pepe” Mujica, la Felicità al Potere, a cura di Cristina Guarnieri e Massimo Sgroi, Eir).

Così non ti resta il tempo di passeggiare a piedi lungo i marciapiedi maleodoranti e alle saracinesche abbassate coperte di scritte e di pensare al decoro urbano – il decoro urbano! L’unico totem che da noi sembra in grado di suscitare qualche passione politica – e chiederti se è più indecoroso non igienizzare le strade per mancanza di fondi o comprare, nei negozi che aprono al posto delle librerie, le felpe che costano poco perché sono prodotte da lavoratori sottopagati e non tutelati che lavorano anche dieci ore al giorno e poi lamentarsi se abbiamo una disoccupazione giovanile del 44,2 per cento. Anzi, non lamentarsi nemmeno, tanto 9.99 euro per la felpa li rimedi e poi il problema della disoccupazione lo risolviamo agevolando i licenziamenti, no? Che è come dire che il problema della denutrizione lo risolvi mangiando di meno, farebbe notare Aristotele.

Per conto mio, sentite cosa ho letto, seduta al tavolino del caffè Floral, ad Exarchia, mentre sorseggiavo il mio espresso freddo: «La Grande depressione continuava, quindi la stazione e le vie adiacenti pullulavano di senzatetto, proprio come oggi. Le cronache erano piene di storie di operai licenziati, fattorie che andavano in malora, banche che fallivano, esattamente come oggi. Tutto quel che è cambiato è, a mio avviso, che, grazie alla televisione, riusciamo a tenerla nascosta, una Grande Depressione. Può anche darsi che si tenga nascosta una Terza Guerra Mondiale». Così parla il protagonista di Barbablù, 1987, uno dei rari romanzi di Kurt Vonnegut dove la fantascienza non c’entra ma che profetizza comunque un futuro: questo qui.

Ad Atene ci sono venuta per vedere la crisi l’effetto che fa. Torno a casa pensando che, anche se la televisione racconta il contrario, quelli in crisi siamo noi. Noi che ci siamo fatti fregare il tempo libero e l’ozio senza accorgerci che venivamo derubati. Che abbiamo accettato di buon grado non più di lavorare per vivere ma di vivere per lavorare, e consumare quel che ci invitano a consumare. E che però non abbiamo perso la capacità di indignarci. Perbacco! Ci indigniamo per le scritte sui muri e le buche per strada.

Contemplo la maestosità delle rovine dell’Acropoli, le colonne dei templi eretti per glorificare gli immortali Zeus, Apollo, Atena. Templi costruiti da generazioni di schiavi, per volontà di generazioni di ricchi signori. Mi viene da osservare che a duemila anni di distanza non trovi più un seguace di Zeus a pagarlo oro. Sono spariti! Nessuno, nemmeno il più fesso e svitato degli esseri umani crede più all’onnipotente Zeus, a Dioniso o a Poseidone. Sarebbe lieto di saperlo Anassagora, esiliato dall’Atene di Pericle – culla della democrazia – perché predicava che gli astri fossero pietre, e non divinità.

Tutte quelle imponenti colonne doriche, i fregi scolpiti nel marmo pentelico venato d’i giallo, i capretti sgozzati e le guerre combattute per compiacere gli dei! Era un’illusione: Poseidone era una bufala.

Mi domando che cosa penseranno tra duemila anni dell’austerity, dello spread, del capitalismo finanziario, di noi che ci crediamo e che, per alimentarlo, ci sacrifichiamo. Infilo gli auricolari e faccio partire The Boy, l’ateniese che qui canta in inglese la sua Cult of Smile. Incidentalmente, l’unico culto che pratico. E lo lascio sibilare, sulle sue chitarre elettriche dissonanti: «Jesus try to fuck meee…» ignorando le notifiche di Twitter.

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La Grecia nelle ballate di Katzantzakis https://minimaetmoralia.it/letteratura/nikos-katzantzakis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nikos-katzantzakis/#comments Mon, 10 Feb 2014 06:28:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18192 Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. L’impresa che il protagonista, uomo dalla vitalità irrefrenabile, ha tentato di realizzare per il suo padrone e amico inglese, si è appena conclusa in una vera e propria catastrofe, e tuttavia Alan Bates, l’inglese, non tradisce la delusione, si passa una mano sul vestito bianco e domanda a Zorba, uno strepitoso Anthony Quinn, di insegnargli a ballare. Risuonano le note del famoso sirtaki composto da Mikis Theodorakis. La catastrofe della produttività viene seppellita in un attimo dallo spirito trasfigurante e quasi nietzscheano in cui s’incarna Zorba, l’uomo della danza, l’uomo greco per eccellenza. Probabilmente, agli esponenti della troika, potrebbe bastare anche la proiezione di quei tre minuti di film. Ma gli editori italiani hanno intuito che le semplificazioni non bastano e dunque è piuttosto l’intera opera di Nikos Katzantzakis a meritare un posto sugli scaffali delle nostre librerie. Così di questo eccezionale autore, forse il più rappresentativo fra i narratori greci del Novecento, sono ricomparsi i tre libri più importanti.

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Zorba-le-Grec

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Foto: una scena di Zorba il greco di Michalis Cacoyannis)

“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. L’impresa che il protagonista, uomo dalla vitalità irrefrenabile, ha tentato di realizzare per il suo padrone e amico inglese, si è appena conclusa in una vera e propria catastrofe, e tuttavia Alan Bates, l’inglese, non tradisce la delusione, si passa una mano sul vestito bianco e domanda a Zorba, uno strepitoso Anthony Quinn, di insegnargli a ballare. Risuonano le note del famoso sirtaki composto da Mikis Theodorakis. La catastrofe della produttività viene seppellita in un attimo dallo spirito trasfigurante e quasi nietzscheano in cui s’incarna Zorba, l’uomo della danza, l’uomo greco per eccellenza. Probabilmente, agli esponenti della troika, potrebbe bastare anche la proiezione di quei tre minuti di film. Ma gli editori italiani hanno intuito che le semplificazioni non bastano e dunque è piuttosto l’intera opera di Nikos Katzantzakis a meritare un posto sugli scaffali delle nostre librerie. Così di questo eccezionale autore, forse il più rappresentativo fra i narratori greci del Novecento, sono ricomparsi i tre libri più importanti.

Innanzitutto Zorba il greco originalmente pubblicato nel 1946, di cui Nicola Crocetti (per Crocetti editore) ci ha regalato una magnifica traduzione dalla lingua originale (l’edizione precedente traduceva la versione inglese). Poi La seconda crocefissione di Cristo, (trad. M.Vitti, Castelvecchi) che uscì nel 1954 e fu portato sugli schermi tre anni dopo da Jules Dassin con il titolo Colui che deve morire. Infine, L’ultima tentazione di Cristo (trad. dal francese di M. Aboaf e B. Amato, Frassinelli) che fu pubblicato nel 1955 e trasposto in una versione cinematografica criticatissima da Martin Scorsese nel 1988. Tre libri decisivi per riscoprire un autore stranamente sottovalutato, che nel ‘57 mancò per un solo voto il Nobel assegnato ad Albert Camus.

Un autore dai mille interessi, eclettico, sempre in cerca di una risposta spirituale: mistico e politico, viaggiatore e studioso, traduttore, narratore e poeta (sui 33.333 versi della sua Odissea, è al lavoro Crocetti, e qualche stralcio è rintracciabile nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento). Un uomo, dunque, lacerato dal dilemma tra conoscenze libresche e azione, tra l’aspetto più teorico della riflessione filosofica e la ricerca pratica nel senso che i primi pensatori greci attribuivano al vivere filosofico. Quello stesso dilemma che ritroviamo nel ritratto autobiografico che Kazantzakis ci offre di sé attraverso il narratore del suo Zorba: lo studioso di origine cretese appassionato di Dante e di Buddha, nel film l’inglese, che nelle nebbie del Pireo trova in Zorba più che un aiutante un maestro.

Povero di ricchezze e di letture, ricchissimo di esperienze e istinto vitale, capace di massime da scolpire nella pietra, Zorba si rivela il paradigma dell’uomo greco, un paradigma metastorico, che ha a che fare con la sapienza presocratica e al tempo stesso con la sapienza assolutamente contemporanea esemplare in un altro famoso greco, quel poeta di nome Katsìmbalis, altrimenti ignoto se non per il romanzo di Henry Miller, Il Colosso di Maroussi. Ma di che genere di sapienza stiamo parlando? Una risposta unitaria è impossibile. La spinta sistematica della filosofia moderna non ha nulla a che fare con questo genere di ricerca. E tuttavia è proprio nella ricerca che dobbiamo andare a guardare. Nella perenne domanda, nello spirito critico. Zorba non accetta mai le risposte offerte dal senso comune. E cerca invece di liberarsi da ciò che impedisce il cammino di ogni uomo che vuole diventare se stesso.

È su questa strada che il narratore/Kazantzakis vuole essere iniziato. La strada che vede nel lavoro un passaggio verso l’ozio, nella sofferenza un passaggio verso la leggerezza, la via che spinge a cercare lo spirito nel corpo, rimuovendo gli ostacoli della riflessione per sollevarsi dalla terra al cielo. “È così che si libera l’uomo – gozzovigliando, non facendo il monaco. Come fai a liberarti del diavolo, se non diventi un diavolo e mezzo?” grida Zorba. Perché bisogna conoscere ciò che ci impedisce di danzare e bisogna essere legati alla terra per librarsi in cielo. “Il cervello è un droghiere che tiene i registri. È un bravo amministratore. Non taglia la fune. Ma se non tagli la fune mi dici che gusto ha la vita? Di camomilla, camomillina; non di rum!” La risposta a una civiltà in crisi, in questo romanzo capolavoro, è dunque un’indefessa lotta per la libertà. Qualcosa che la troika farebbe bene a tenere in mente. Quanto a Kazantzakis, la sua lotta durò fino alla fine. Sulla tomba fece incidere poche parole: “Non spero nulla. Non temo nulla. Sono libero”.

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Teach Me To Dance https://minimaetmoralia.it/reportage/teach-me-to-dance/ https://minimaetmoralia.it/reportage/teach-me-to-dance/#comments Tue, 28 Feb 2012 10:49:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6744 Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.

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Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.

I gesti sono tutto in Grecia. Quando si deve dire “no”, si chiudono gli occhi, si alza il capo verso l’alto e si sospira. Allo straniero inconsapevole pare un segno di sospensione del giudizio. Ma basta leggere Omero per scoprire che è lo stesso cenno che fa Zeus. Si porta appresso il dolore di negare qualcosa, tanto che il “no” linguistico, in greco, è curiosamente più lungo che ovunque, un sospiro bisillabico: “òchi”. Il gesto di Panagiotis però era tutta un’altra cosa, e non starò qui a descriverlo. Perché quel che importa di quel gesto è la difficoltà di interpretarlo per chi non conosca la Grecia. È stato allora che ho capito due cose: la guerra sarà lunga e chiunque la stia combattendo contro i Greci ne uscirà sconfitto.

Certo, si potrebbe sostenere che non si tratti affatto di una guerra, che questi anni di pressanti raccomandazioni e inviti a procedere al risanamento eccetera, siano passati all’insegna di una sorta di solidarietà con un Paese che naviga a vista e che non trova il modo di risollevarsi. Può darsi. Ma comunque stiano le cose, la questione rimane la stessa. Come non si può combattere contro un nemico che non si conosce, così non si può aiutare un amico che non si conosce. E in questi anni, l’Europa, i commentatori autorevoli, la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE), hanno manifestato costantemente una completa ignoranza delle cose greche. Si ha l’impressione che gli uomini deputati a decidere delle sorti di questo piccolo Paese così straordinariamente importante per l’Europa (senonaltro perché è qui che nacque il nome, il concetto, l’idea stessa di Europa) siano del tutto all’oscuro circa la storia della Grecia come del carattere dei Greci.

Eppure, basterebbe poco. Così poco per capire, per esempio, perché a Souflì, un piccolo paesino al confine con la Turchia, nella regione dell’Evros, ho sentito ripetere, già quasi un anno fa, che il pericolo per la Grecia non erano più i Turchi, eterno spauracchio, ma i tedeschi. Cadevo dalle nuvole. Cosa era capitato se addirittura lì si era arrivati a parlare in quel modo? Mi raccontarono quel che si leggeva su alcuni giornali americani. La concessione di una tranche di prestiti, legata a misure che l’allora governo Papandreou si era impegnato a prendere nonostante l’enorme opposizione interna, era stata rimandata di fronte al tentennamento greco nel procedere all’acquisto di sottomarini tedeschi. Chiesi conferma a un importante diplomatico. Mi disse, nello stile tipico di ogni diplomatico, che le cose stavano proprio così. Ora, non starò qui a dare numeri, cosa che in questi giorni tutti i quotidiani e riviste hanno fatto. Mi limito a ripetere che la spesa militare greca è la più alta, in relazione ovviamente al PIL, fra tutti i Paesi europei, eppure nessuno ha lasciato che i Greci procedessero a tagliarla. Si mescolano su questo fatto innumerevoli errori strategici, sia che i Greci li si voglia aiutare, sia che li si voglia combattere. Si ignora innanzitutto quanto grande, fino a oggi, sia stato il timore nei confronti dei turchi, un timore che è sfociato spesso nell’ossessione militare. Eppure basterebbe un Bignami di storia. La dominazione turca in Grecia è durata quattro secoli. L’indipendenza arrivò nel 1829. Meno di un secolo dopo, il Paese s’imbarcò in un sogno destinato al più tragico dei fallimenti: la cosiddetta “megali idea”, l’idea grandissima e tragica di riconquistare la terra su cui da secoli vivevano i coloni greci, innanzitutto l’Asia Minore. Sbaragliati dalle truppe di Ataturk, nel 1922 i greci persero tutto. Da lì in poi, le scaramucce con i turchi sono andate avanti costantemente (Cipro e un muro che ancora divide Nicosia ne sono un esempio lampante) e nei dintorni di Souflì addirittura i dodici chilometri di confine greco-turco non segnati dal fiume Evros sono stati disseminati per oltre trent’anni da venticinquemila mine greche. Nel frattempo l’unico altro invasore di fronte a cui i Greci hanno opposto la più fiera delle resistenze è stato Hitler. Possibile sottovalutare tutto questo? Pochi giorni fa la bandiera tedesca bruciava assieme alle svastiche. Possibile considerare questi fenomeni come semplici espressioni di populismo e folklore?

Una conoscenza adeguata dello spirito greco avrebbe spinto in questi mesi la troika a usare se non altri numeri almeno altre maniere. In una minuscola isola del golfo Saronico, Angistrì, ho sentito un pescatore che diceva “noi ci governiamo da soli”. Retorica anche quella? Demagogia? Davvero è difficile convincersene. C’è un carattere greco che non sfugge a chi abbia girato questo Paese di undici milioni di abitanti, con un debito pubblico che è un quinto del nostro. E dove accorgersene meglio che nel golfo in cui le navi Persiane arrivarono in blocco nel 480 a.C. per essere poi sbaragliate a Salamina? Erano gli anni in cui ad Atene nasceva l’idea stessa di democrazia. Democrazia diretta. Se il popolo greco, abituato alla dominazione, ha sviluppato un orgoglio e un’identità nazionale fortissimi, c’è un altro aspetto connaturato a questo che si sottovaluta: l’idea incisa nel dna greco che ci si debba governare da soli. Democrazia diretta e partecipazione non sono solo slogan, qui. Idee come il commissariamento, frasi come “la Grecia deve essere accompagnata” generano soltanto un rancore infinito. Gli scontri di piazza raccontano proprio questo. I greci vogliono essere artefici del loro destino.

Per lo straniero, del resto, basterebbe conoscere quello che è in fondo il carattere tipico di questo popolo, dalle origini a oggi. Quel che già in Omero era considerato alla stregua di un’istituzione: la “xenia”, ossia il rapporto di ospitalità. Patrick Fermor, straordinario scrittore inglese che viveva a Kardamili, Peloponneso, autore di uno dei più bei libri di viaggio mai scritti (Mani) lo ha spiegato meglio di chiunque. L’ospite, lo straniero (xenos) viene accolto come amico (xenos) ma se non rispetta i patti dell’ospitalità può diventare il peggior nemico (xenos). È così che oggi è visto, in Grecia, chi ha spezzato il patto. “Serve a poco discutere di numeri” mi raccontava Giannis, un ragazzo ateniese fuori da uno dei bar di Kolokotroni, a un passo da Monastiraki “Che la macchina statale fosse da riformare lo sapevamo tutti e finalmente lo si sta facendo. Quello è il cancro e adesso mi pare che abbiamo deciso di curarlo. Era meglio prevenire, ma tant’è. Però chi è che ha investito qui? Chi è che a braccetto con Karamanlis inneggiava al futuro della Grecia mentre quello truccava i conti? Chi è che ha puntato sulla Grecia delle magnifiche olimpiadi, futuro dell’Europa? Adesso tutti quelli che ci hanno regalato il credito vogliono strozzarci. Non c’è nessuna pietà nei confronti di chi t’inganna così”. Questa è la percezione che si ha in Grecia dei creditori. Amici un tempo, nemici mortali oggi.

Mentre la povertà aumenta, le strade si svuotano, giovani e vecchi raccattano nella mondezza, file interminabili si snodano dietro agli sportelli delle mense in due anni reduplicate, in queste macerie da dopoguerra, mentre la guerra è ancora in corso, mi chiedo di nuovo se, aldilà delle previsioni economiche, non ci sia qualcuno che si è domandato, in questi anni di fallimentari ricette, se non sia il caso di conoscerli, una buona volta, questi strani, vecchi greci. Pochi giorni fa, mentre Atene era di nuovo in fiamme e le tv ripetevano ossessivamente il ritornello su black bloc in azione, scrutavo il volto di Mikis Theodorakis, compositore ottantaseienne, con una benda sulla bocca per proteggersi dai lacrimogeni. Un blackbloc? Anche Mikis Theodorakis? Allora mi sono chiesto se perlomeno avessero visto Zorba il greco, questi politici che vogliono commissariare un Paese senza conoscerne la cultura. Almeno Zorba il greco. Almeno quello. Un film vincitore di tre Oscar, un film noto ovunque. Su youtube c’è per intero. È gratis. L’ho rivisto. Non ricordavo davvero l’epilogo. È straziante e spiega ogni cosa. Zorba e il suo fallimento, la distruzione del sogno costato denaro all’“investitore” inglese. Un terribile botto, il disastro. L’inglese si pulisce la polvere dal vesito bianco. Zorba lo guarda preoccupato. “Are you angry with me?” gli domanda nell’accento greco in cui Anthony Quinn è perfetto. Alan Bates scuote il capo, poi accenna un timido sorriso: “Teach me to dance. Will you?” “To dance?” grida Zorba in un vitalismo sfrenato. Parte il sirtaki finale. Insegnateci a ballare, vecchi greci. Insegnateci e perdonateci perché no, non c’è dubbio: nessuno della troika ha mai visto Zorba il greco.

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