Miller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miller/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Jun 2014 09:37:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Miller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miller/ 32 32 Fratello Ray, dove sei? https://minimaetmoralia.it/estratti/ray-charles/ https://minimaetmoralia.it/estratti/ray-charles/#respond Tue, 10 Jun 2014 12:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21388 Ray Charles moriva esattamente dieci anni fa, il 10 giugno 2004, a Beverly Hills, dopo una splendida vita. Lo vogliamo ricordare con un estratto dalla sua biografia, Brother Ray, pubblicata da minimum fax.

Il secondo anno a scuola fu tutta un’altra storia. Ero rilassato, perfino felice di essere lì. A quel punto mi ero fatto degli amici. Conoscevo tutti e tutti conoscevano me. Mi diedero un soprannome, Foots, “piedi”, anche se non ricordo precisamente da dove saltò fuori. Il secondo anno riuscii perfino a godermi le vacanze di Natale. Il personale della scuola fece una colletta e riuscì ad alzare grana a sufficienza per pagarmi il viaggio a casa più quello di ritorno. Pensai che dovevo stargli davvero simpatico.

La cosa più importante fu la mia educazione musicale. Per la prima volta ricevetti lezioni vere e proprie, con gli esercizietti e i pezzi classici. Mi ci applicai da subito. Una volta, però, venni quasi buttato fuori dalla scuola per una cosa che feci durante una di queste lezioni.

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Ray Charles moriva esattamente dieci anni fa, il 10 giugno 2004, a Beverly Hills, dopo una splendida vita. Lo vogliamo ricordare con un estratto dalla sua biografia, Brother Ray, pubblicata da minimum fax.

Il secondo anno a scuola fu tutta un’altra storia. Ero rilassato, perfino felice di essere lì. A quel punto mi ero fatto degli amici. Conoscevo tutti e tutti conoscevano me. Mi diedero un soprannome, Foots, “piedi”, anche se non ricordo precisamente da dove saltò fuori. Il secondo anno riuscii perfino a godermi le vacanze di Natale. Il personale della scuola fece una colletta e riuscì ad alzare grana a sufficienza per pagarmi il viaggio a casa più quello di ritorno. Pensai che dovevo stargli davvero simpatico.

La cosa più importante fu la mia educazione musicale. Per la prima volta ricevetti lezioni vere e proprie, con gli esercizietti e i pezzi classici. Mi ci applicai da subito. Una volta, però, venni quasi buttato fuori dalla scuola per una cosa che feci durante una di queste lezioni.

L’insegnante di musica, la signorina Mallard, mi chiese di eseguire il mio esercizio. Per non so per quale ragione, quel giorno non riuscivo a ricordarmi il pezzo per intero. Per cui pasticciai di brutto. Sapete, ci sono giorni in cui le dita non fanno quello che dovrebbero. Bene: la cosa fece imbestialire la signorina Mallard. Imbestialire sul serio. Feci qualche altro tentativo, ma non mi veniva. Alla fine si arrabbiò così tanto che mi schioccò il righello sulle dita.

Mi fece andare il sangue al cervello! Le saltai addosso e le diedi un pugno sul petto. Non so cosa mi aveva preso. Probabilmente stavo solo reagendo a una persona che aveva messo a repentaglio la parte più preziosa del mio corpo; sapevo che per suonare servivano le mani. Ed ero molto sensibile se qualcuno cercava di farmi qualcosa lì.

Sia come sia: l’avevo picchiata. Ed è una cosa che non si fa, soprattutto al Sud. Gli insegnanti non accettavano cazzate del genere. E lei non fece eccezioni. Lo disse al direttore. (Noi lo chiamavamo il Prof.) Lui lo disse all’amministratore capo della scuola, il dottor Settles, il quale per poco non mi rispedì da Mamma a calci in culo. Ero morto di paura. Se Mamma lo scopriva mi avrebbe ucciso. Quando la signorina Mallard capì che intenzioni aveva il dottor Settles, intervenne in mia difesa. Gli disse di tranquillizzarsi. Disse che secondo lei andavo frustato e basta e che espellermi sarebbe stata una punizione troppo severa. Buon per me. So che Mamma sarebbe stata dalla parte del direttore – non avrebbe neanche preteso spiegazioni. È così che funzionava all’epoca. I genitori non facevano domande agli insegnanti. Però vedete quant’era importante per me il pianoforte, perfino a otto anni.

Quando ero piccolo, non volevo diventare famoso o ricco, ma volevo essere un grande. Volevo essere un grande musicista e, molto presto, scoprii quali erano i grandi musicisti. Ascoltandoli. Fin dai primissimi tempi, quando ascoltavo il signor Pit giù a casa, quello che mi interessava era ottenere il rispetto dei musicisti veri. Mi ero fissato degli standard elevati. Sapevo cos’era una vera voce blues e cos’era il boogie-woogie. Sapevo cos’era il pianoforte jazz. Più crescevo più si acuiva la competizione. A livello musicale, mi formai in un’epoca dove non c’era compromesso: o il tuo strumento lo sapevi suonare, o non lo sapevi suonare. A scuola non mi era permesso suonare il boogie-woogie o il blues. Principalmente facevamo roba semplice di Chopin e piccoli valzer di Strauss. Magari per conto nostro ci ascoltavamo la musica più sporca che c’era, ma durante le lezioni non veniva tollerata.

Vi posso assicurare che nel profondo tutte e tre le mie insegnanti di scuola – la signorina Ryan, la signorina Mallard e la signora Lawrence – amavano il blues. Solo che non si pensava fosse opportuno insegnarlo. Il che mi fa pensare a una cosa che successe qualche anno dopo.

Una volta, ero già adulto, partecipai a una sontuosa cena della NAACP. Sul menù vidi che c’era una bistecca e chiesi alla responsabile perché mangiassimo cibo per bianchi. Non capivo, le dissi, perché non foglie di cavolo o zampone? Prelibatezze che secondo me tutti avrebbero preferito. “Tesoro”, mi rispose la donna, “se servissimo cibo casereccio del Sud anche qui, allora resterebbero tutti a mangiarselo a casa loro”.

Benché non ci fosse niente di casereccio nella musica che imparavo a scuola, tutta la musica mi affascinava. Ero felice ogni volta che potevo suonare dei motivi che ascoltavo per la prima volta. Imparavamo pezzi scemi come “Won’t You Come and Play with Me?”, e quando avevo undici o dodici anni entrai nel coro: ero il più giovane. Ogni volta che ne avevo l’occasione, imitavo gli ultimi successi.
A scuola avevamo una radio, e ovviamente la controllavano i ragazzi grandi: gente tipo James Kendrick, che era una vera potenza, Otis Mathews e James Young. Erano loro a decidere cosa avrebbero ascoltato tutti. E se provavi a girare una manopola, ti beccavi un ceffone sulla mano.

Ascoltavo quello che ascoltava tutta l’America: le big band. Imparai i pezzi di Glenn Miller e tutte quelle cose bellissime di Tommy Dorsey, Glen Gray e Benny Goodman. Mi piacevano tanto e mi interessava studiarne gli arrangiamenti e sentire come le diverse sezioni – ottoni, strumenti ad ance, percussioni – facevano ognuna la propria parte.

Be’, alla radio però non mandavano certo il blues fangoso del Mississippi. Quella musica la potevi trovare solamente sui cosiddetti race records, i “dischi di colore”. Ma i suoni veraci dei race records io li conoscevo già. Facevano parte di me al pari del mio naso, dei denti, dei capelli che avevo in testa. Questi altri pezzi delle big band invece erano nuovi, e mi piaceva prenderli e farli miei.

Un tizio in particolare mi faceva andare ai matti. Tutti dicevano che Goodman era un gran clarinettista, ma secondo me non era all’altezza del mio eroe: Artie Shaw. Quando ascoltai Artie Shaw in “Stardust” oppure, tempo dopo, in “Concerto for Clarinet”, persi veramente la testa. Adoravo la dolcezza del suo clarinetto, le sue linee melodiche purissime. Fu Artie Shaw a ispirarmi quando cominciai a suonare il clarinetto, più o meno a dieci anni, e gli Artie’s Gramercy Five furono uno dei primi gruppi al di là delle gigantesche big band a guadagnare il mio rispetto.

A scuola c’erano tre pianoforti: uno nell’aula esercizi delle ragazze, un altro in quella dei ragazzi, e l’ultimo, il migliore, nella cappella. (A proposito, in fondo alla cappella c’erano pure alcune file di banchi, per usarla come aula per le lezioni.) Anche a scuola c’era qualcuno che sapeva suonare come si deve.

Il migliore era Joe Lee Lawrence. Era uno dei ragazzi grandi e credete a me, il pianoforte lo sapeva suonare sul serio. Joe Lee era cieco, come pure suo fratello Ernest, che era un mio insegnante, anche lui pianista. (La signora Lawrence, mia insegnante di musica, era la moglie di Ernest.) Naturalmente Joe Lee non suonava proprio al livello di Art Tatum – e chi ci riusciva? – ma era comunque in grado di cimentarsi in quel pazzesco stile veloce e ragazzi, mi faceva veramente una grossa impressione. Chiunque sapesse suonare almeno un po’ come Art Tatum, io lo consideravo un grande. Per la mia generazione Art Tatum era il migliore in assoluto col pianoforte. Era l’eroe di tutti noi, e ancora oggi non ho mai sentito nessuno in grado di fare tutto quello che faceva lui con due mani sole.

Devo dire che perfino quando divenni piuttosto bravo al pianoforte, sapevo di non essere degno nemmeno di portargli un pitale pieno di merda, ad Art Tatum. Quell’uomo era solo in vetta e nessuno poteva avvicinarlo. Adoravo come suonava gli standard, e sapevo che era capace di suonare anche il blues veramente sporco, se voleva. Sapeva suonare qualunque cosa.

Negli anni, il mio rispetto per Art Tatum è cresciuto. Mi piacciono anche altri pianisti. Ammiro moltissimo Oscar Peterson. In effetti Oscar lo amo con tutto il cuore, ma lui sarebbe il primo a dirvi che non è al livello di Tatum. Già, Tatum era Dio. E se Dio entra dalla porta, ti alzi in piedi e gli presenti i tuoi omaggi.

Ogni volta che Joe Lee – il nostro Art Tatum – arrivava nel dormitorio, tutti i ragazzini si mettevano a urlare: “Wow! È Joe Lee! Facci sentire qualcosa di forte!” Appena metteva il piede oltre la porta bastava un attimo e già lo trovavi a strimpellare e cantare con la sua voce da contrabbasso: “Buum buum buum buum”. Sicuro, si metteva a inventare canzoni facendoci saltare tutti e ballare a oltranza come matti. Non molto tempo dopo mi trovai a fare la stessa cosa: a suonare “Honky Tonk Train” o “Beat Me Daddy” con i ragazzini tutti intorno a me. Tutto ciò, capirete, andava fatto dopo l’orario di scuola, di nascosto, nelle aule esercizi, senza insegnanti nei paraggi.

A quel punto a scuola ero parecchio socievole, anche se con chi non conoscevo ero timido. Ero uno dei pochi ragazzi ciechi in grado di comunicare con i sordi. Lo facevo perché mi andava di comunicare con loro. Imparai il linguaggio dei segni perché i ragazzi sordi potessero “parlare” con me tramite i palmi delle mie mani: mi tracciavano segni o lettere sulla pelle, con le dita. E ovviamente mi leggevano le labbra. Era divertente. Non che fossi proprio un buono. Tutt’altro. Direi che ero uno dei più irrequieti, tra i ragazzi, e avevo anche un lato cattivo. Se mi provocavano, quasi sempre rispondevo.

Mettiamo che qualcuno mi facesse uno sgarbo. Per esempio andare a fare la spia dai professori quando davo noia a una ragazzina in corridoio o quando sputavo pallottole di carta ciancicata. Una volta scoperto lo spione, e mi premuravo sempre di scoprirlo, mi vendicavo. Altroché.

Legavo un filo tra due panchine. Poi mi nascondevo e aspettavo fin quando il ragazzino in questione imboccava il marciapiede.
Ascoltarlo mentre cadeva di faccia mi dava un gran piacere. Sì, magari occorreva tempo, ma era un buon risarcimento per quel genere di debiti. E facevo sempre in modo da non rischiare di prenderle io. Lo scontro diretto non mi ha mai affascinato. Se sei in cerca di vendetta, ci sono modi migliori per riuscire a colpire qualcuno. Capitava ogni tanto che fossi costretto a fare a botte, e ricordo una volta di aver pestato la faccia a un compagno con un pezzo di carbone.

Mi mettevo anche in altri generi di casini. Se mi punivano, per dire, a tavola mettevano il mio piatto capovolto in modo che quando si serviva la cena non avrei avuto niente. Questa cosa a volte mi faceva perdere la testa, tanto che mi mettevo a scuotere il tavolo finché il cibo e i bicchieri pieni di tutti finivano per terra.

Il che ovviamente mi portava a beccarmi ulteriori punizioni. A questo punto diciamo che mi mandavano a lavare i piatti con le ragazzine per, mettiamo, tre o quattro giorni. Il che era un problema, perché tutti mi ridevano dietro come fossi la persona più idiota sulla terra. Non che mi desse fastidio stare con le ragazzine. Al contrario. Chiunque mi conosca, sa che amo le donne.

[…] Era un’epoca della mia vita in cui i miei orizzonti musicali si stavano espandendo. La musica da chiesa la conoscevo già: la cantavo da quando ero nato. Su disco ascoltai cantanti gospel come i Wings Over Jordan e il Golden Gate Quartet. A scuola cantavo nel coro, mi diedero anche una piccola uniforme, e con alcuni compagni mettemmo su un gruppetto vocale tutto nostro, informale, in cui eseguivamo lo stesso genere di musica gospel. (Ero il più piccolo del gruppo. Quando si trattava di musica, pareva che fossi sempre insieme a gente molto, molto più grande di me, sia cantanti che musicisti.)

Dovete poi tenere presente che nel Sud la musica country andava per la maggiore – la chiamavamo musica hillbilly – e non ricordo un solo sabato sera in cui non abbia ascoltato il “Grand Ole Opry” alla radio. Adoravo Grandpa Jones e tutti quegli altri personaggi. Capivo quello che facevano e apprezzavo il sentimento che ci stava dietro. Jimmy Rodgers, Roy Acuff, Hank Snow, Hank Williams e successivamente Eddie Arnold: erano cantanti che ascoltavo ogni giorno. Non ero un fanatico della loro musica, ma mi piaceva e la seguivo.

Allo stesso tempo non persi interesse nelle grandi big band dei bianchi: Dorsey, Miller, Goodman, Krupa, Shaw. E naturalmente conoscevo le big band dei neri: Jay McShann e Jimmie Lunceford, Lucky Millinder, Buddy Johnson, Basie, Ellington e dopo anche Billy Eckstine, la cui versione di “Blowing the Blues Away” è un pezzo che suono ancora. Al Hibbler che cantava con Duke, Ella con Chuck Webb o gli Ink Spots: era musica che mi colpiva al cuore. Conoscevo anche i cantanti bianchi dell’epoca: Bing Crosby, Dick Haymes, Vaughn Monroe, Tony Martin. Dei bianchi solo una mi faceva una grande impressione: Jo Stafford. La voce di quella donna aveva un tono soave che mi piaceva; c’era qualcosa di ammaliante nel suo stile.

Ascoltavo la hit parade alla radio, in quegli anni, e ascoltavo i primi dischi di Frank Sinatra, anche se credo che all’epoca fosse ancora lontano dal dare il meglio di sé, cosa che fece più avanti nella carriera; lui è uno di quelli la cui voce è migliorata e si è ammorbidita con l’età. Io il jazz lo conoscevo. Lo amavo, il jazz. Il jazz io lo sapevo suonare.

Art Tatum, come ho detto, era il Padre di tutti noi pianisti, ma avevo un grande rispetto anche per Earl “Fatha” Hines e Teddy Wilson. Non mi sfuggiva niente, ero sempre preso a imitare le nuove cose che uscivano, tanto per vedere se ce la facevo. E di solito ce la facevo. Ma fu un altro l’uomo che mi cambiò la vita col suo modo di cantare e suonare il pianoforte. Che mi influenzò più di tutti gli altri. Questo fratello fu tutto per me, non mi stancavo di ascoltarlo. In pratica lo seguii per quasi un intero decennio. A livello musicale seguii i suoi passi fino a quando non trovai un modo mio di camminare. Rubai tanti dei suoi trucchi al pianoforte. E mi ritagliai addosso alla perfezione il suo stile vocale. Era il mio idolo: sto parlando di Nat Cole. La gente si scorda che Nat Cole cominciò come pianista, e come pianista jazz. Sì, certo, suonava motivetti carini e melodie orecchiabili, ma se voleva, sapeva tirar fuori il blues più nero di tutti i tempi.

Quando più tardi, negli anni Quaranta, esplose il bop, sapeva suonare anche quello. Già, Nat Cole il pianoforte lo sapeva proprio suonare: punto e basta. E io me ne rendevo conto. Adoravo il suo modo di cantare, come scandiva le parole, la sua voce profonda, romantica, sensuale. Una ballata lui la accarezzava, ci si accoccolava dentro e la teneva accesa e calda fin dove bastava.

Nessuno sapeva accompagnarsi come Nat Cole: ecco un’altra sua caratteristica. Potreste credere che suonarsi da soli l’accompagnamento sia facile, ma sono qui a dirvi che non è così. Nossignore, quel le cosette di pianoforte con cui riempiva i vuoti improvvisando dietro la voce erano piccole gemme: sempre di gusto, sempre limpide, sempre mostruosamente originali. Ero anche consapevole di quanto Nat Cole fosse popolare negli anni Quaranta, del fatto che tutti lo amassero, e che suonando quel genere di musica stesse facendo i soldi veri.

Perciò il mio primo progetto fu questo: diventare un piccolo Nat Cole. Molti dei suoi primi pezzi, “All for You” o “Straighten Up and Fly Right”, entrarono presto a far parte del mio repertorio. Il suo stile non era il mio, il mio si sarebbe formato anni dopo, ma quello stile che aveva era una combinazione di molte delle cose che amavo: l’improvvisazione jazz, le belle melodie, i ritmi scatenati e di tanto in tanto un assaggio di blues.

Di quella scuola facevano parte altri pianisti e cantanti che mi influenzarono: per esempio Charles Brown, all’inizio della mia carriera, specialmente quando facevo la gavetta giù in Florida. Feci parecchi soldi grazie all’imitazione della sua “Drifting Blues”. Era un pezzo grandioso.

Ma credo che nessuno mi abbia influenzato come Nat Cole. Imparai velocemente che se ero in grado di rifare i suoi grandi successi potevo cominciare a ottenere io stesso degli apprezzamenti. Per cui, tra quello e il jazz che imparavo a scuola da Joe Lee Lawrence, la mia musica cominciava a prendere forma. Anche se non ero ancora nemmeno adolescente, la mia consapevolezza di musicista cominciava lentamente a formarsi.

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Ricordando Julio Cortázar https://minimaetmoralia.it/estratti/julio-cortazar/ https://minimaetmoralia.it/estratti/julio-cortazar/#comments Wed, 12 Feb 2014 15:49:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18447 Il 12 febbraio del 1984 si spegneva Julio Cortázar, all’età di settant’anni. Settant’anni dedicati alla letteratura, a studiarla, comprenderla e stravolgerla. In questa lettera del 1959 diretta a Juan Barnabé e tratta da Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (edizioni Sur), a parlare è uno scrittore in transizione: prima ancora di mutare il linguaggio letterario e il concetto di romanzo, la gestazione di Rayuela muta l’uomo. Traduzione di Giulia Zavagna.

A Jean Barnabé

Parigi, 27 giugno 1959

Mio caro Jean,

la sua lettera, quella lettera così bella, è arrivata a Parigi quando Aurora e io eravamo a Vienna. Un amico, a cui avevamo prestato l’appartamento, ce l’ha mandata subito, e ho avuto la grande gioia di ricevere vostre notizie proprio quando stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per un silenzio così lungo. A proposito di silenzio, però… sono già passati più di due mesi. Due mesi molto stupidi e assurdi per me, perché pochi giorni dopo aver ricevuto la sua lettera ho preso un colpo tremendo e mi sono rotto la testa dell’omero sinistro (in altre parole, mi sono fratturato un braccio). Una cosa da nulla, in realtà, ma un medico viennese, dimentico del fatto che esercitava la sua professione niente meno che nella città di Freud, ha fatto un’enorme stupidaggine, dicendomi che non valeva la pena di ingessarmi; mi ha tenuto tre settimane con il braccio appeso al collo, e quando mi hanno fatto la radiografia di controllo, quella che doveva essere una piccola frattura si era dilatata di più di due millimetri, e c’era il rischio che l’osso finisse per rompersi del tutto.

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Julio Cortazar - TM

Il 12 febbraio del 1984 si spegneva Julio Cortázar, all’età di settant’anni. Settant’anni dedicati alla letteratura, a studiarla, comprenderla e stravolgerla. In questa lettera del 1959 diretta a Juan Barnabé e tratta da Carta carbone. Lettere ad amici scrittori (edizioni Sur), a parlare è uno scrittore in transizione: prima ancora di mutare il linguaggio letterario e il concetto di romanzo, la gestazione di Rayuela muta l’uomo. Traduzione di Giulia Zavagna.

A Jean Barnabé

Parigi, 27 giugno 1959

Mio caro Jean,

la sua lettera, quella lettera così bella, è arrivata a Parigi quando Aurora e io eravamo a Vienna. Un amico, a cui avevamo prestato l’appartamento, ce l’ha mandata subito, e ho avuto la grande gioia di ricevere vostre notizie proprio quando stavo iniziando a preoccuparmi seriamente per un silenzio così lungo. A proposito di silenzio, però… sono già passati più di due mesi. Due mesi molto stupidi e assurdi per me, perché pochi giorni dopo aver ricevuto la sua lettera ho preso un colpo tremendo e mi sono rotto la testa dell’omero sinistro (in altre parole, mi sono fratturato un braccio). Una cosa da nulla, in realtà, ma un medico viennese, dimentico del fatto che esercitava la sua professione niente meno che nella città di Freud, ha fatto un’enorme stupidaggine, dicendomi che non valeva la pena di ingessarmi; mi ha tenuto tre settimane con il braccio appeso al collo, e quando mi hanno fatto la radiografia di controllo, quella che doveva essere una piccola frattura si era dilatata di più di due millimetri, e c’era il rischio che l’osso finisse per rompersi del tutto.

E tutto questo due giorni prima che finissi di lavorare a Vienna per poi partire per l’Italia dove con Aurora prevedevo di godermi il meritato riposo e scorrazzare per le strade delle campagne toscane e umbre che amo tanto. Si immaginerà quindi il malumore e la tristezza nel vedere i miei piani completamente scombussolati. Mi hanno ingessato il giorno stesso, dopo che ho detto al medico, nel mio migliore inglese, tutto ciò che pensavo di lui e di parte della sua famiglia, e siamo dovuti tornare a testa bassa a Parigi. Per fortuna, l’amico argentino che avrebbe dovuto raggiungerci a Venezia per godersi con noi il soggiorno italiano è venuto immediatamente a Vienna, ed è stato lui a pilotare Nicolás fino a Parigi.

Qui sono caduto nelle mani di una dottoressa e di una legione di benevole menadi, che si sono impossessate del mio povero braccio e quotidianamente lo sottomettono alle più straordinarie manovre, massaggi, correnti elettriche e altri sistemi di tortura, grazie ai quali posso già scriverle questa lettera usando entrambe le mani. Il viaggio per l’Italia è stato solo una partie remise, perché partiamo giovedì prossimo, e vi passeremo più di tre settimane. Devo ad Aurora queste vacanze, e faranno molto bene anche a me.

A parte gli incidenti osteopatici, che sono la mia specialità, siamo stati molto bene a Vienna. Io avevo un contratto di tre mesi presso l’Agenzia per l’Energia Atomica, e Aurora si è potuta dedicare al turismo e all’esplorazione minuziosa dei magnifici musei. Vienna per un mese è splendida, perché il barocco merita, e un museo che contiene sedici Brueghel e otto Velázquez non si trova dappertutto; ma dopo un mese, dopo esser stati all’Opera e aver assaporato le varie birre, si scopre che è una città piuttosto provinciale, che la barriera della lingua è quasi angosciante, e che quando si ha la fortuna di avere una casa a Parigi l’unica cosa intelligente da fare è passarci più tempo possibile.

La sua lettera mi ha reso felice e triste allo stesso tempo, perché leggo che per il momento non potrete venire in Francia, e mi dispiace moltissimo. Maledetti soldi e maledetto lavoro, come riescono sempre a complicare le cose. Noi, da parte nostra, siamo un po’ in sospeso. Siamo sempre intenzionati a partire per B.A. una volta terminata la conferenza di settembre/ottobre a Vienna, dove lavoreremo, ma d’altra parte non sappiamo ancora se avremo la possibilità di andare negli Usa e lavorare per l’Assemblea delle Nazioni Unite. In quest’ultimo caso, faremmo un viaggio triangolare, ma non arriveremmo in Argentina prima di febbraio del prossimo anno. È tutto molto vago e impreciso; in ogni caso, la faccenda si definirà nei prossimi due mesi, e la terrò al corrente.

Sono contentissimo che siate disposti a venire a B.A. per incontrarci. Lì o a Montevideo, a seconda di come venga meglio a entrambi sul momento, ci vedremo senz’altro. Passiamo così poco tempo insieme, e Aurora e io vi consideriamo amici così cari, che questi rari e brevi incontri ci sembrano, come a voi, un’ingiustizia. Mi parla dei suoi amici, tutti così lontani; anch’io ho lasciato i miei – due, forse tre – a Buenos Aires. Vedersi per pochi giorni non serve a molto, perché il tempo pian piano ci separa, e non è facile ristabilire immediatamente il contatto, l’intimità, quella meravigliosa armonia che in un momento dato si ricompone in ognuno di noi. E poi, proprio in quel momento, ci si deve salutare di nuovo…

Ho avuto quest’impressione quando abbiamo passato quei giorni insieme a Punta del Este, e l’avrò di nuovo quando ci incontreremo nuovamente. Siamo così complicati, noi, così pieni di risorse misteriose, di risonanze segrete, di alleanze e ostilità, di incontri e incontri mancati… Giochiamo una partita a scacchi quasi demoniaca, e meravigliosa. L’amicizia, quella che nasce solo tra pochi individui nel corso di tutta la vita, è una sorta di avventura spirituale piena di pericoli, di agguati, di rischi… Mi meravigliano sempre gli spagnoli, che si danno del tu dopo cinque minuti e si dichiarano intimi amici un quarto d’ora dopo essersi conosciuti… Ne sono convinti, e forse è davvero così. Ma quelle amicizie fatte di indifferenza reciproca, di pura superficialità, mi ricordano la relazione con una prostituta paragonata a un amore profondo.

Non che io sia contrario all’erotismo puro, svincolato dall’amore; anzi, credo che sia uno dei percorsi fondamentali nella ricerca di una realtà più completa; ma l’amicizia non è un semplice incontro in mezzo alla strada. Dalla simpatia all’amicizia c’è un lungo itinerario, che pochi sono in grado di percorrere fino alla fine. E per questo avremo sempre pochissimi amici, e li ameremo tanto. Lei, che ha già fatto allusione più di una volta al mio lato «segreto», e dice di volermi decifrare un po’ meglio leggendo il mio romanzo, mi conosce comunque molto meglio di tanta gente che crede di essere al corrente della mia vita e dei miei sentimenti e delle mie preferenze.

È vero che sono discreto, e che le persone estroverse mi danno fastidio (per questo mi infastidiscono gli spagnoli, come a lei, se non sbaglio). Ma in fondo, Jean, la verità è che in me non c’è molto di interessante, non c’è molto da mostrare né da raccontare. Non creda che cerchi di darmi un tono, o che pecchi di modestia. Ciò che scrivo è soprattutto invenzione, ed è invenzione perché non ho nulla da ricordare che valga la pena. Quindi, approfittando di un certo dono che la natura mi ha dato, invento, fabbrico, estraggo ex nihil. Persone come Miller, Hemingway, Malraux, Céline, hanno vissuto avventure personali straordinarie, e basta raccontarle nel modo giusto per assicurarsi l’ammirazione dei lettori. Io, invece, che mi rompa un braccio, visiti il Partenone o navighi lungo il Gange, sono sempre come all’interno di me stesso; i miei entusiasmi – per quanto grandi – non mi distolgono dall’estetismo o al massimo da un’ansia di carattere quasi mistico ma di qualità più che dubbia.

La mia vita da giovane fu ugualmente anodina; amori opachi, violente passioni quasi sempre ingiustificate e pertanto finite frettolosamente, attese, ribellioni senza grandi meriti… Si rende certo conto che non è un curriculum vitae interessante. È convinto che io possa un giorno arrivare a essere uno scrittore di romanzi. Mi manca, come mi dice, un peu de souffle pour aller jusqu’au bout. Ma qui, Jean, entrano in gioco altre ragioni, e queste di carattere strettamente intellettuale ed estetico. La verità, la triste o bella verità, è che i romanzi mi piacciono sempre meno, l’arte romanzesca così come si pratica di questi tempi. Ciò che sto scrivendo ora sarà (se mai lo finirò) qualcosa di più simile a un antiromanzo, il tentativo di rompere gli schemi in cui il genere è pietrificato. Credo che il romanzo «psicologico» si sia esaurito, e che se dobbiamo continuare a scrivere cose che valgano la pena di essere lette, occorre muoversi in un’altra direzione. Il surrealismo ha marcato a suo tempo alcuni percorsi possibili, ma si è fermato alla fase pittoresca. È ovvio che ormai non possiamo prescindere dalla psicologia, dall’esplorare minuziosamente i personaggi; ma la tecnica dei Michel Butor e delle Nathalie Sarraute mi annoia profondamente. Si limitano alla psicologia esteriore, sebbene credano di andare molto più a fondo.

La vera profondità di un uomo è l’uso che fa della propria libertà. Da lì si raggiungono l’azione e la visione, l’eroe e il mistico. Non voglio dire che il romanzo debba proporsi questo genere di personaggi, perché gli unici eroi e mistici interessanti sono quelli reali, non quelli inventati da uno scrittore. Credo però che la realtà quotidiana in cui viviamo non sia che il margine di una favolosa realtà che è possibile riconquistare, e che il romanzo – come la poesia, l’amore e l’azione – debba proporsi di penetrare tale realtà. Ora, il concetto fondamentale è questo: per rompere questo guscio fatto di abitudini e vita di tutti i giorni, gli strumenti letterari abituali non servono più. Pensi al linguaggio che dovette usare Rimbaud per farsi strada nella sua avventura spirituale. Pensi a certi versi delle Chimere di Nerval. Pensi ad alcuni capitoli dell’Ulisse. Come scrivere un romanzo quando prima occorrerebbe dis-scriversi, dis-impararsi, partire à neuf, da zero, da una condizione preadamitica, per così dire?

Il mio problema, a oggi, è un problema di scrittura, perché gli strumenti che ho usato per scrivere i miei racconti non mi servono per ciò che vorrei fare prima di morire. E per questo – è giusto che lei lo sappia fin da subito – molti lettori che apprezzano i miei racconti dovranno prepararsi a un’amara disillusione se mai riuscissi a finire e a pubblicare quello su cui sto lavorando. Un racconto è una struttura, ma ora ho bisogno di destrutturarmi per tentare di raggiungere, non so come, un’altra struttura più reale e veritiera; un racconto è un sistema chiuso e perfetto, un serpente che si morde la coda; e io voglio farla finita con i sistemi e i meccanismi di precisione per riuscire a addentrarmi nel laboratorio centrale e lavorare, se ne ho la forza, sulla radice che prescinde da ogni ordine e sistema.

Insomma, Jean, rinuncio a un mondo estetico per tentare di penetrare un mondo poetico. Mi faccio solo illusioni, finirò per scrivere un libro o vari libri che saranno sempre inesorabilmente miei, vale a dire con il mio tono, il mio stile, le mie invenzioni? Forse sì. Ma avrò giocato lealmente, e ciò che ne verrà fuori sarà così perché non sono in grado di fare altrimenti. Se oggi continuassi a scrivere racconti fantastici mi sentirei un perfetto truffatore; modestia a parte, mi viene già troppo facile, je tiens le système, come diceva Rimbaud.

Per questo «Il persecutore» è qualcosa di diverso, e senz’altro le sarà venuto in mente leggendo queste righe così confuse. Già lì stavo cercando un’altra porta. Ma è tutto così oscuro, e io faccio così fatica a spezzare abitudini tanto radicate, una tale comodità fisica e mentale, tanto mate alle quattro e cinema alle nove… Per salpare con la Santa María e a!rontare il mistero dritto in faccia occorre iniziare a eliminare le erbacce. E con questo terribile anacronismo chiudo questo capitolo che sono comunque contento di aver scritto per lei, lo consideri una sorta di confidenza e di annuncio. In queste settimane uscirà a Buenos Aires Le armi segrete. Non lo compri, gliene manderò una copia da qui non appena l’editore mi farà arrivare quelle che mi spettano. Mi dica che cosa gliene pare di quei racconti tutti insieme, e non abbia paura di criticarli a fondo; è ciò che mi aspetto da lei. Dica a Marta che Aurora e io la pensiamo sempre, e che siamo felici di avere buone notizie dei ragazzi. Mi scriverà a Parigi quando il lavoro glielo permette? (Un possidente, diciamolo, è un uomo molto occupato… Ma dove sono questi possedimenti, e che cosa ci fate?) Al mio ritorno dall’Italia avrò notizie più precise sui nostri piani, e non tarderò ad avvisarvi.

Un forte abbraccio dal suo amico

Julio

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