Mimmo Cuticchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mimmo-cuticchio/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Dec 2014 09:40:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mimmo Cuticchio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mimmo-cuticchio/ 32 32 La disinformazione. Per un’ontologia catanese https://minimaetmoralia.it/teatro/la-disinformazione-per-unontologia-catanese/ https://minimaetmoralia.it/teatro/la-disinformazione-per-unontologia-catanese/#comments Tue, 16 Dec 2014 09:40:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24761 di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

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pupi

di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

Si vedono all’aeroporto di Catania. Diversamente da come il professore prevedeva, le cose, in realtà, vanno come dovevano andare: discutono, provano a capire, a capirsi, si trovano (si ritrovano?). Condividono idee, impressioni, distanze: la politica, Berlusconi, ma soprattutto parlano di ciò che più sfugge: la Sicilia. Un luogo, pensano, dove tornano, ritornano ripetutamente, ma ogni volta sembra la prima volta. Questa estraneità li fa sentire curiosamente a casa. Senza alcuna fondata motivazione narrativa, visiva, economica, poetica, il regista, forse come omaggio alla partecipazione invisibile del professore nel suo film, alla loro possibile amicizia, decide di girare una sequenza del film – l’ultima in ordine di tempo – nella quale ricostruisce il loro incontro.

Il professore è oramai coinvolto nel progetto.

Vede il film. È un esperimento arduo. Una favola, forse. Si dice che almeno in Sicilia dovrebbero adottare questo progetto. Ovviamente non va in questo modo. Si vede soltanto a Palermo grazie alla determinazione di un giovane direttore di un Festival cinematografico. Da Catania, però, contattano la produzione francese del film, e invitano il professore a presentare il lavoro del regista francese.

Parte seconda: il doppio

«Che ci fai qui?». 28 novembre 2014. Palermo. Il professore ricordava questa antica conoscenza, sempre lui, quello che ha organizzato la prima visione di Orlando ferito in Sicilia, come una persona ospitale ma soprattutto cortese. «Che ci fai qui? E poi a quest’ora di sera: sono da poco passate le sette». Il professore balbetta: «Ho partecipato a un incontro e poi sono passato ai Cantieri per ascoltare…».

L’altro sorride: «Non ti sei accorto che dal maggio scorso, ogni sera a Catania, per giunta in anteprima, presenti l’Orlando ferito». «In anteprima? Lo dovevi dire; lo devi dire: almeno in Sicilia si è già visto a Palermo, in Italia a Roma. Forse intendono anteprima per Catania?».

Repubblica; sezione Palermo. Elenco dei cinematografi (tutti quelli della Sicilia entrano in una pagina): Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

La notizia la si può leggere anche oggi: 16 dicembre 2014. Ogni giorno la stessa informazione: Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

Divertente? La cosa forse non fa ridere il professore. Letteratura e cinema, arte alta e popolare, sono piene di trame di sdoppiamenti, doppie vite, fantasmi. Storie di vite non vissute eppure testimoniabili a partire da un’emorragia temporale.

Il professore prova un po’ di pena per il candore di questo eterno ritorno del diverso, nel quale, il suo doppio catanese, ogni sera si presenta diligentemente al suo posto; al cinema Alliata, a introdurre il film del regista francese. Ogni sera, anche con il caldo asfissiante d’agosto, con la luce ancora piena dell’estate, o in questi giorni prenatalizi; con l’umido, le luci fioche, il loro colore arancione metallico, il fantasma catanese pretende di parlare di cinema, di politica, della Sicilia. Ostinato a ripetere l’irripetibile: un’anteprima. Fa tenerezza. Il professore prova invidia verso la sua differenza catanese: ammira la sua costanza, solidità, perseveranza. Lui non diserta: la Repubblica ordina e lui risponde presente. Eppure è irritante: come se delegare al proprio doppio, impigliato a Catania, chissà per quanto tempo ancora, il dolore di un impegno, segnalasse una più ampia e indecifrabile deficienza verso tutti gli obblighi presi e fatalmente, inconsciamente persino, trascurati.

Se lui, l’ostinato cittadino di Catania, è persona seria, il professore no. Da quasi sette mesi, non va a un appuntamento che il giornale garantisce. Viene chiaramente meno a un impegno pubblico cui, capite bene, la REPUBBLICA (si può davvero pensare che si tratta solo di un giornale?), indifferente allo scorrere del tempo, si impone tutti i giorni.

Se il fantasma non manca mai di essere presente, l’incontro palermitano lascia vedere al professore una sconfinata irresponsabilità; l’indefinita mancanza per cui ogni giorno manchiamo un appuntamento – con chi? Dove? Quando? – che neanche sapevamo di avere contratto. Eppure manchiamo. Però: sarebbe più attraente avere un doppio più irrisolto; questo catanese è troppo ordinato, definito, la sua differenza si consuma tutta in un’identità assoluta. Fatale: il doppio, è un rovescio. Ma non è troppo ovvio? Dove sarebbe la sua doppiezza se si risolvesse soltanto in uno specchio?

Ma non è ancora tutto: la stringa di Repubblica provoca nel professore un leggero senso di colpa nei confronti di uno sconosciuto: Diavolo! Ci sarà pur stato qualcuno a Catania che in tutti questi mesi non dico volesse ascoltarlo ma almeno vedere il film –, sia pure una sola persona, una coppia, dei fans del regista, ragazzi appassionati di cinema, lettori di Repubblica, che ha espresso il desiderio di andare a vedere il film. Giunto all’Allata, trova il deserto: avrà chiesto spiegazioni. Si sarà domandato: almeno, il prof., dov’è? Almeno lui non può mancare; come può venire meno anche il presentatore. Che sia un professore fannullone? Quest’unico spettatore, ammettiamo, che so, il 17 agosto, decide, persino eroico, di andare al cinema e non trova nessuno. Se non l’altro dal professore tenacemente muto e invisibile. L’Allata, però, in teoria (in teoria o in pratica?) non ha una programmazione quotidiana; dunque, nessuno che può chiarire l’equivoco. Sarà poi ritornato, caparbio come il fantasma del professore, dopo la prima volta, lo spettatore solitario?

Il prof. inizia a pensare a questa sorta di eternità differita, differente e si vede catapultato in un’ontologia del sé non vissuta. Ben inteso, senza esagerare: un’ontologia regionale; o meglio: urbana, catanese. Il doppio ha preso dimora; non c’è verso di farlo traslocare. Fantasma sedentario. Ogni sera, da quasi sette mesi, si ostina a essere lì, con la sua assenza, a presentare un film che per quasi sette mesi nessuno può vedere perché non sarà proiettato. Però: “Lo ha detto la televisione”; “L’ho letto sul giornale”. La notizia di Repubblica è, a suo modo, vera. Non soltanto perché una semplice riflessione sull’autonomia ontologica della lingua senza referente esterno ci permette di dire che la Repubblica non mente (insisto: sarà poi semplicemente un quotidiano?); più banalmente ed empiricamente: chi può essere veramente certo, chi può garantire, leggendo il giornale la mattina, che effettivamente la sera, alle 19.30, a Catania, proprio quella sera, stasera ad esempio, non si proietti l’Orlando e quindi il prof., continuando a eludere l’appuntamento, con la stessa costanza con cui il suo doppio cartaceo è sempre presente con la sua assenza, non commetta un atto di scortesia intollerabile: non si prende neanche il disturbo di avvertire per la sua negligenza e indolenza. Come scusarsi; ma soprattutto: con chi? Forse con l’unico sempre presente: l’altro?

Questa vicenda consegna il professore all’isola; alla Sicilia vissuta da molti anni da eterno fuori sede. Come se l’essere fuori luogo tutti i giorni a Catania dal 21 maggio dovesse riparare a questa dislocazione; come se almeno il fantasma catanese, almeno lui, avesse trovato pace grazie a quell’appuntamento che non ammette deroghe, festività, eccezioni. Ma la Sicilia non è anche questo: un altrove permanente? Ma forse non è esattamente così: in Sicilia, le cose iniziano a diventare effettivamente complicate nel momento in cui sembrano diventare semplici.

Parte terza: l’anteprima

Gli ingredienti, come si dice, ci sarebbero tutti per un racconto. Abbiamo un protagonista introdotto nel variopinto mondo del cinema nel quale, però, è chiaramente un estraneo; abbiamo una drammaturgia collocata, a sua volta, tra la realtà e la finzione delle marionette; abbiamo il doppio, uno che visse non due ma molte volte; abbiamo un incontro rivelatore in grado di lasciarci vedere ciò che l’incauto ha tutti i giorni sotto gli occhi: un’altra vita che non sa, non può vedere. Ma soprattutto non manca né il mito né la pura astrazione concreta dell’arcano: la Sicilia.

Ma questo non è un racconto. È la vicenda, naturalmente, del professore Amato che incontra Vincent Dieutre, un regista francese che gira in Sicilia, l’Orlando ferito: Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. Amato V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

L’idea del film è di verificare, sulle tracce di un libro del filosofo francese, George Didi-Huberman, Come le lucciole (Francia, 2009; Italia, 2010), dedicato a una lettura del leggendario articolo di Pasolini del 1975 sulla scomparsa delle lucciole, se, invece, proprio in Sicilia, oggi, quando tutto sembra perduto, non sia possibile incrociare, ammorbidendo l’apocalissi pasoliniana, intermittenze, lampi, in grado di provocare l’occasione di “organizzare il pessimismo”. Il film è realizzato nell’arco di tre anni. Alcune interruzioni, tra una fase e l’altra delle riprese, sono lunghe. Ma probabilmente tutto ciò fa parte di quest’opera che si alimenta anche dei propri impedimenti, vicoli ciechi, assenze; tutto è sottoposto a sorprese, passi falsi, eventi imprevisti, nuove idee, ostruzioni, deragliamenti, intuizioni. Con lo stesso Dieutre, o meglio, il suo corpo, la Sicilia è il cuore del film: Palermo, Catania, la campagna attorno a Noto, Lampedusa. L’esplorazione della Sicilia e del libro di Didi-Huberman è infranta, alimentata, arricchita da un contro-canto drammaturgico di scene e dialoghi di Pupi allestito nel museo di Mimmo Cuticchio: Orlando, i suoi compagni, le disfatte. Il viaggio di Orlando, allo specchio di quello di Dieutre, diventa una meditazione politica, amara, sublime sul destino dell’Europa.

La sera dell’anteprima catanese, il 20 maggio, la proiezione di Orlando ferito non ci fu. Per una serie di problemi adesso irrilevanti, nessuno si presenta per vedere il film. In effetti, alle otto è chiaro che la proiezione salta per penuria incondizionata di materia prima: il pubblico. Non viene nessuno. A un certo punto ci sono solo il prof. Amato, e nessuno. Evidentemente una parte di me, quella meno disposta a tollerare defezioni, fallimenti, imbarazzi, a prendere le cose alla leggera, non ha assorbito questa delusione. E ha piantato le tende.

Tutta questa storia, persino commovente, restituisce una profonda fedeltà all’evento; in fondo, qualsiasi anteprima non può aver luogo; se avviene, si auto-inganna; si tradisce da sola. L’anteprima è un’origine infinita impossibile da abitare. Da quasi sette mesi, in realtà, non faccio altro che vivere la stessa anteprima dove il mio me catanese, alimentato dal desiderio di Repubblica che ci sia una première a ogni costo, e quello che ha preso le distanze da Catania, coincidono immancabilmente. Entrambi, infatti, non vivranno mai l’estasi che, bene o male, si sprigiona dopo la prima; è questa privazione che lega due personalità peraltro così diverse. Unite da una promessa impossibile: non abbandonare il luogo in cui non siamo mai stati. Prima della prima ci può essere solo la ripetizione; ossia la vita. Un’eterna ripetizione piena di diffrazioni. Quando finalmente la mia differenza catanese l’avrà fatta finita con la sua infinita anteprima, svanirà nel nulla; come a continuare Orlando. Lui, sì come una lucciola.

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Generazione Amleto https://minimaetmoralia.it/teatro/generazione-amleto/ https://minimaetmoralia.it/teatro/generazione-amleto/#comments Fri, 16 Nov 2012 14:26:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11321 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Roberto Herlitzka in Ex Amleto.)

L’Ex Amleto di Roberto Herlitzka è uno spettacolo di struggente bellezza. In scena nei giorni scorsi a Roma, al Teatro Lo Spazio, e dal 26 novembre al Teatro Franco Parenti a Milano, è un monologo adattato da Shakespeare in cui l’Amleto diventa Ex ed Herlitzka è sul palco da solo. Niente scenografie né costumi, solo una sedia, una spada, la cornice di uno specchio e un teschio. Che non prende in mano mai. Lo spettacolo dura un’ora e mezza, e in quell’ora e mezzo vedi anche la Danimarca. Così Herlitzka: “Mi sono inventato Ex Amleto perché l’Amleto in scena non sono mai riuscito a farlo. Almeno una volta, potrò dire tutte le sue battute di fila”.

AMLETO Hic et ubique? Proviamo a mutar luogo.
[Amleto, Atto I. Scena V]

Le ragioni che mi legano all’Amleto sono soprattutto sentimentali. Se vogliamo anche nostalgiche. Negli anni novanta a Palermo c’erano teatranti eccellenti: Mimmo Cuticchio con il suo teatrino dei pupi di via Bara all’Olivella, Franco Scaldati, Michele Perriera, con la sua scuola di teatro Teatès in cui si sarebbe formata egregiamente più di una generazione di attori e registi. C’erano spettacoli internazionali che passavano dalla città come comete, lasciando che i palermitani scoprissero il lavoro di Pina Bausch e di Bob Wilson, di Laurie Anderson o Peter Greenaway, di Twyla Tharp, di Tom Stoppard e di Harold Pinter.

C’erano spazi nuovi che i palermitani scoprivano anche se li avevano avuti sempre sotto gli occhi (lo Spasimo, i Cantieri Culturali alla Zisa, il Teatro Garibaldi), e spazi vecchi miracolosamente (ma non per molto) in mano a gente nuova, non collusa con la cattiva politica, rispettosa del lavoro e del talento. E poi c’era chi di tutto questo ne faceva strumento (politico, elettorale, lucrativo). Negli anni novanta Palermo era e non era un buon posto dove per esempio scrivere di cultura. S’imparava a essere vigili sul rispetto della legalità anche dentro le mura di un teatro senza per questo smettere di lasciarsi sedurre dalla bellezza di ogni spettacolo. Così ci si formava. Negli anni novanta Carlo Cecchi mise in scena l’Amleto al Teatro Garibaldi. Valerio Binasco era Amleto e di quello spettacolo andai a vedere tutte le repliche. Ogni giorno. Avevo ventiquattro anni e per la prima volta ero innamorata di Amleto. Era il 1996 e in quell’anno lì capitò che il quotidiano per cui lavoravo mi mandasse sul set della Lunga vita di Marianna Ucrìa a intervistare regista e attori. Nel cast c’era Philippe Noiret, c’era Laura Betti, e c’era Roberto Herlitzka. Li intervistai tutti, Herlitzka per ultimo. Herlitzka che già nel 1996 era il mio attore preferito. Non mi ricordo nulla di quello che ci dicemmo, a parte una risposta: “Volevo fare l’Amleto ma non ho più l’età”. Me ne sono ricordata nel 2007 leggendo che Herlitzka aveva riscritto l’Amleto e lo metteva in scena. Lì ho pensato: i desideri tornano sempre a galla.

POLONIO Non volete scendere un po’ più a terra, mio signore?
AMLETO Nella tomba?
[Amleto, Atto II. Scena II ]

Quando andavo all’università, tra gli esami obbligatori c’era sociologia del lavoro. La cosa che ti facevano studiare era che in Italia il tasso maggiore di disoccupazione era tra le giovani donne neolaureate del sud. Io studiavo a Palermo, per cui dopo la laurea sarei rientrata nella categoria. Mi preparavano a questo. E invece sono finita in una categoria peggiore. Mi sono laureata a ventitré anni. Adesso di anni ne ho quaranta, e nei diciassette anni di mezzo ho fatto tanti lavori precari e sottopagati. Alcuni belli, altri no. Disoccupata mai, inoccupata nemmeno, dal momento che se nessuno t’assume devi fare minimo cinque lavori. Se sei femmina e vuoi scrivere di cultura includi nel pacchetto i periodici femminili. Anche se la distinzione tra periodico maschile e femminile ti inquieta. È poco chiaro se sia una separazione molto sessista o molto femminista. È poco chiaro dove dovrei collocarmi io che non ho figli se i tre quarti dei giornali femminili sono per donne gravide, mamme o bambini. È poco chiaro perché giornali come L’Europeo o Il mondo siano maschili (così nel sito RCS alla pagina “periodici”, divisi zelantemente in “maschili” e “femminili”). È poco chiaro perché io debba scrivere su Dolce Attesa se è L’Europeo il giornale che leggo tutti i mesi. È poco chiaro perché dovrei desiderare figli se tutto quello che volevo fare nella vita era scrivere. È poco chiaro perché nei femminili debba sempre esserci qualcuno che a un certo punto della collaborazione ti chiama per dirti che il pezzo che hai scritto è troppo alto, e che dovresti abbassare un po’ il livello. Abbasso ancora un po’ e, come dice Amleto, sono nella tomba.

AMLETO Potrei vivere nel guscio di una noce e credermi re d’uno spazio infinito, se non fosse per certi cattivi sogni.
[Amleto, Atto II. Scena II]

Dice ancora Amleto: “Io da qualche tempo, ma non so come, ho smarrito tutta l’allegria, abbandonato ogni occupazione; mi sento così appesantito d’umore che persino la bella architettura della terra mi sembra una sterile forma”. Dico io: io da qualche tempo ogni volta che penso al mio futuro, per ritrovare la pace interiore ho bisogno di rileggere minimo tre tragedie di Shakespeare. Io da qualche tempo, come Amleto, ho smarrito tutta l’allegria, e se non ho abbandonato ogni occupazione è solo perché non sono nipote del re di Danimarca. E non è nemmeno questo ciò che mi preoccupa. Mi preoccupa che qualcuno decida al posto mio che dovrò essere Ofelia e non Amleto. Mi preoccupa chi ha smesso di vedere il marcio, e la Danimarca. Mi preoccupano gli adulti che si fanno sovrani negandomi un futuro che alla mia età dovrebbe essere un passato. Mi preoccupo così tanto che raramente riesco a dormire. E allora certe notti esco di casa, alzo gli occhi e guardo il cielo. Conto le stelle, ripenso alle mancanze e cito a memoria tutte le cose che volevo fare. E poi Herlitzka: “Non suono il flauto, non mi specchio il viso, non leggo il testo, non tiro di spada,
 non tocco il cranio, non muoio neppure,
 non ho trent’anni, e non faccio l’Amleto.
 Ma lui si fa da solo, anche da me”.

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