minari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minari/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 May 2021 06:15:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg minari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/minari/ 32 32 L’intelligenza di Minari https://minimaetmoralia.it/cinema/lintelligenza-di-minari/ https://minimaetmoralia.it/cinema/lintelligenza-di-minari/#respond Tue, 01 Jun 2021 12:01:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48791 Tra sogno americano, western ed emigrazione, "Minari" è un film intelligente, difficile da incasellare in una sola categoria. In questo sta la forza dell'ultima pellicola di Lee Isaac Chung, vincitrice del Golden Globe come miglior film straniero.

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Mentre ancora appaiono sullo schermo i titoli di testa, Minari racconta agli spettatori, che non possono sospettarlo, la storia intera: la prima inquadratura in assoluto è il primo piano di un bambino, seduto sul sedile posteriore di un’auto; dopo di lui ci viene mostrata la donna al volante, che ha una bambina al suo fianco e sta seguendo il furgone noleggiato e guidato dal marito per effettuare un trasloco ormai prossimo alla conclusione. Lui dunque fa strada, lei gli va dietro con decrescente fiducia. Lo sguardo della donna, lo vediamo riflesso nello specchietto retrovisore interno, si fa infatti sempre più perplesso man mano che, guardandosi intorno, si rende conto di quanto remota e isolata sia la loro destinazione. È una delle aperture più eleganti e belle viste negli ultimi anni, anche se è possibile accorgersene solo tornandoci col pensiero al termine della visione: il regista Lee Isaac Chung apre Minari con una scena che ha il potere sintetico, generalmente concesso solo ai grandi finali, di riassumere l’opera completa in pochi minuti e con pochissime immagini.

La prima inquadratura è per il figlio della coppia, David (Alan S. Kim), perché la vicenda sarà vista soprattutto attraverso i suoi occhi, che sono poi quelli del regista. Minari, pur non mirando a rappresentare con perfetta fedeltà i fatti realmente accaduti, è un film in parte autobiografico: David, proprio come Chung, nasce negli Stati Uniti da genitori coreani e all’età di sette anni cambia vita trasferendosi dalla città a una fattoria in Arkansas; ma se per lui e per la sorella Anne (Noel Cho) – il personaggio meno sviluppato del film, purtroppo – la campagna può essere un luogo di giochi, di libertà e di scoperte, per la madre Monica (Yeri Han) accettare il cambiamento risulta più difficile. Ha seguito il marito fin lì dalla California, ma non ha trovato ciò che lui le aveva promesso. Monica, come la Karin di Ingrid Bergman in Stromboli, sente di ritrovarsi all’improvviso in un luogo dove non dovrebbe stare. Nel corso del film vediamo la sua perplessità trasformarsi in delusione, poi in preoccupazione, in rassegnazione, in malessere, infine in propositi di fuga.

Il film di Rossellini è stato una fonte di ispirazione per Chung durante la scrittura di Minari, e lo possiamo notare in alcuni dettagli forse rivelatori: il tornado che potrebbe far prendere il volo alla casa – pericolo accennato in una sola circostanza e mai più ripreso – sarebbe allora per Monica l’equivalente della minaccia naturale rappresentata invece per Karin, ovviamente, dal vulcano. Per Monica l’isolamento comporta poi avere l’ospedale più vicino a un’ora di distanza, e anche questo non la rassicura, considerata la malformazione cardiaca del piccolo David, il cui cuore, secondo i medici, potrebbe fermarsi da un momento all’altro. La vita che si prospetta insomma è molto diversa da quella a cui era abituata in California, e i motivi per essere insoddisfatta della decisione del marito di certo non le mancano. La crisi tra i due è rappresentata senza bisogno di alcuna parola, sempre all’inizio del film, quando lui non riesce ad aiutarla – e lei non vuole farsi aiutare – a entrare nella loro nuova casa. Poco più tardi arrivano anche le parole, con un litigio a voce alta. La ricomposizione sembra lontana, perché lei è convinta che lui abbia messo l’ambizione personale davanti ai bisogni della famiglia.

Jacob (Steven Yeun, già indimenticabile nel ruolo di Ben in Burning di Lee Chang-dong) ha in effetti fatto suo il mito del self-made man. Stanco di lavorare come sessatore di pulcini in California, ha investito i risparmi in un pezzo di terra in Arkansas e ci ha portato la sua famiglia per inseguire la propria versione del sogno americano. L’idea potrebbe essere quella giusta: più di 30.000 coreani ogni anno emigrano negli Stati Uniti, spiega con ottimismo alla figlia. Coltivare le piante tipiche della cucina coreana, come il minari che dà nome al film, gli dovrebbe consentire di guadagnare bene con un’attività finalmente tutta sua. È il cibo, dunque, a legare gli emigrati alla loro terra d’origine; quando per accudire i bambini Monica fa venire dalla Corea sua madre Soonja (Youn Yuh-Jung), e si vede portare una quantità di prodotti tipici, la sua gioia è incontenibile. La religione, invece, rappresenta una possibile connessione con la terra di arrivo, come dimostrano il rapporto che si viene a creare sui campi tra Jacob e Paul (Will Patton), e la frequentazione della chiesa locale.

Il rapporto più intenso del film è comunque quello tra Soonja e il nipotino David, che deve ancora imparare a pensarsi coreano e americano nella stessa misura. L’impatto iniziale sarà di rifiuto: “non mi piace la nonna”, afferma rivolgendosi alla madre a un certo punto; in seguito il suo conflitto interiore si manifesterà in maniera più esplicita con un’altra protesta: “la nonna puzza di Corea”, dice non appena scopre di dover condividere con lei la sua stanza. Soonja svolge allora l’inconsapevole compito di ricordare a tutti da dove vengono, come quando sente una canzone in televisione e racconta ai nipoti di quanto i genitori diventassero romantici ascoltandola, anche se a Jacob e Monica quella musica non sembra più dire niente. Chung procede così a definire i suoi personaggi attraverso una sommatoria di piccoli momenti quotidiani, di sguardi, di frasi, di gesti comuni. Ha la rara capacità di voler bene ai suoi personaggi – si tratta del resto della sua famiglia – senza tuttavia sentire il bisogno di darne una rappresentazione pienamente positiva: unisce la dolcezza dell’affetto al sapore amaro dell’obiettività.

Jacob e Monica non sono né un padre e una madre orribili né genitori esemplari. Sono semplicemente due persone con sentimenti e convincimenti diversi e contraddittori, versioni più giovani dei propri genitori e più vecchie dei propri figli, calate nei tempi e negli episodi di vita unici delle loro esistenze. È difficile non capire le motivazioni di Jacob quando dice di volere che i suoi figli lo vedano riuscire in qualcosa; ma quando assicura alla moglie che, se la fattoria non dovesse andare bene, lei potrà andarsene e portare con sé i bambini, non sembra rivolgersi a una donna che ama, né ricordarsi della promessa matrimoniale di mutuo sostegno a cui invece farà appello in seguito. Anche Soonja, insegnando al nipotino a giocare a carte, imprecando e guardando gli incontri di lotta in televisione, non corrisponde in alcun modo all’idea di nonna che David poteva avere in mente.

Minari viene senz’altro attraversato da alcuni elementi simbolici – le fiamme fanno il loro maestoso e devastante ingresso in scena solo dopo molti liquidi, dall’acqua necessaria per l’irrigazione dei campi a quella che manca in casa, fino alla pipì che finisce in letti e bicchieri – ma non affida mai ai personaggi il compito di rappresentare qualcosa di diverso o di più grande o di più astratto rispetto a se stessi. In questo senso, appare necessario rifiutare ogni tentativo di incasellare il film all’interno di una categoria: è una storia che parla del sogno americano o dell’emigrazione coreana? Propone, al pari di Nomadland, l’unica forma di cinema western concepibile oggi? Forse ognuna di queste cose, forse nessuna. Di certo è sbagliato provare a forzare la lettura in una sola direzione, perché l’intelligenza del film sta proprio nel comprendere e nel far convivere i punti di vista, le ragioni, i torti e i limiti di tutti. La scelta di far concorrere Minari ai Golden Globe nella sezione dedicata ai migliori film in lingua straniera, in compagnia di sole produzioni estere, non solo pone spiacevoli interrogativi su chi possa sentirsi a casa oggi negli Stati Uniti, ma suggerisce quale debba essere la risposta a una domanda che nell’opera di Chung appare già superata. Il premio, comunque, Minari lo ha poi vinto.

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