Miniature Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miniature/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 Sep 2018 08:44:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Miniature Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/miniature/ 32 32 Miniature https://minimaetmoralia.it/altro/miniature/ https://minimaetmoralia.it/altro/miniature/#comments Mon, 10 Sep 2018 08:44:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38023 di Emanuele Modigliani La tassa – L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi. – Una cucina inondata di sole di mattina, si preparano frittelle. Un pugno di giovani rappresenta qualcosa di oscuro, che non c’entra nulla o quasi con il mondo e che è lontano, che in fondo non si capisce, ma […]

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di Emanuele Modigliani

La tassa

– L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi. –
Una cucina inondata di sole di mattina, si preparano frittelle. Un pugno di giovani rappresenta qualcosa di oscuro, che non c’entra nulla o quasi con il mondo e che è lontano, che in fondo non si capisce, ma poi si capisce, ed è qualcosa che si oppone al giorno stesso e al passare semplice dei giorni e all’odore dei fiori estivi, e si oppone, inquinandolo, ad ogni angolo di esistenza.
Stravaccati e superbi, se ne stanno essi ebbri di una sapienza violenta che lascia fare il peggio ad altri, che i rischi li prendano altri, con una furbizia dirigenziale in embrione, un diabolico delegare a delegazioni che poi verranno a loro volta, nuovamente, delegate. Ed essi, lontanissimi, non più implicabili, a ridere.
Per lui una tassa. Un passaggio obbligato.
– Dovete lasciarmi andare adesso. Dovete. –
Ma il gesto, gravido di conseguenze è stato compiuto. Ci ha messo del suo, non ha potuto evitarlo.
Ha rubato e consegnato a costoro, si è macchiato, per sempre.
Un’arrendevole amarezza lo coglie adesso, passiva rassegnazione disperata, in quella sua forma di ragazzo timido adagiato con un’abnorme dolcezza di lineamenti sui quei divani storti di una casa sconosciuta.
Mangia senza gusto le frittelle. Ripete inutilmente ai presenti che ha fatto la sua parte, ha dato il suo, adesso devono lasciarlo stare.
Ma il danno è fatto e non sarà mai più lo stesso.

Una fermata

Sono poche parole. Sono forme in un maltrattato pomeriggio invernale.
Il tram non passa. Il filo di un discorso sfilacciato e rosicchiato dai troppi scantonamenti di tempo. È un rivolgersi ad un vuoto che è pieno, è il dialogo con una divinità malferma, ad una fermata cittadina di mondo in rovina.
Le scarpe sporche. La tasca interna strappata e la maglietta che stringe le braccia e il collo da sotto il maglione.
E c’è, la divinità, con la quale conversare (amabilmente?) in una del tutto inconsueta allegria, e acidissima perfidia e non misurabile forza.
Egli torna sui propri passi, in un ciclo mentale che si ripete, ma ci sono piccoli e decisivi cambiamenti, nei secoli. È fuoco di paglia davanti alla follia collettiva conclamata. Eppure, vie d’uscita in anfratti impensati, sorprese, squarci di insensata purissima, sì, purissima, felicità. Uscita? Fuga? Accesso?
Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie annuncia ben prima della vista l’arrivo del mezzo di trasporto pubblico.
– Lo prendiamo? –
– No, per me il prossimo. – Dice lei (la divinità) serafica, sbrigativa, mentre lui attacca il predellino rialzato e forza sulla gamba il passo che monta.
È successo, il poco si è fatto tutto. Ma non era già accaduto?
Sono poche parole. Sono attimi, di densa verità.

Il cappotto

Che poi è sudato e sporco e non risponde, è che ha tre anni o giù di lì, sa parlare? E poi ha preso un cappotto a qualcuno, una lana marrone con l’interno in pelliccia ed è inutile sgridarlo: dove hai preso questo cappotto? Di chi è?
Si è coperto. Ha trovato un modo.
Escono da una zona paludosa, radure di fango e sabbie giallo-verdi che inghiottono uomini, animali e piante acquatiche articolate in liane dalle forme più varie e fossi e stagni. Ha giocato con qualche compagnia di esseri primordiali, altri bambini sfacciati e rozzi, e poi si è procurato un cappotto, questo gli sta dicendo, senza le parole. Il bimbo lo sta apostrofando con un volto serio.
L’uomo lo afferra, rotondo che sembra un simulacro solido di un bonzo imperturbabile, pesa. Che poi dovrebbe essere suo figlio ma non gli somiglia.
Si avviano verso una casa. Non mangiano fino ad un’ora tarda dopo un crepuscolo lentissimo di sfumature viola e blu che li sorprende mentre attraversano un campo coltivato, in fondo c’è il villaggio.
Ed è davvero infangato e lurido il bimbo, ed è davvero tardi, ed è così buio ormai ed ogni aspetto di quel giorno sta morendo dietro l’orizzonte invisibile di un mondo vegetale bagnato e indomabile.
E nell’intimo della capanna la donna-madre del piccolo insieme all’uomo-padre dopo l’amore: ma dove ha preso quel cappotto?
L’ha rubato, preso in prestito, scambiato?
Non lo sapranno mai.

Al nord

Era comparsa una spiaggia fuori stagione di un paese freddo, battuto dai venti, con altri bagnanti fuori stagione, come loro, e si erano tuffate nel gelo di una porzione di mare nordico, tra balene e gabbiani assassini.
Urlavano, gioivano, e urlavano ancora. Corpi consumati dalle intemperie.
– Non possiamo fuggire per sempre. –
– Invece sì. Possiamo. –
L’amica aveva cambiato il nome e la voce, era riuscita a cambiare la voce, era rauca e lentissima a scandire le parole adesso, nel suo accento slavo, voleva ospitalità per la notte, c’era un uomo con lei, uno nuovo, diverso, garantiva al telefono, era diverso, garantito, diceva.
Risero, fumarono, bevvero alcolici. Le norme disgregate di quell’esistenza al confine settentrionale del tempo erano in evoluzione. Lei si lasciava invadere fino al delirio da slanci compositivi effetto dei narcotici.
– Mettiti lì, in fondo – disse all’uomo – e spogliati. –
Erano rientrati nell’appartamento dove viveva, bagnati di sale oceanico.
Il tipo era un gigante di carne e sangue rossi come i suoi capelli e la sua barba. Lo studiarono da lontano prima di avvicinarsi. Lo baciarono e leccarono in ogni parte di corpo e lo lasciarono esplodere quasi dolorante tra le loro bocche avide.
– Non sei gelosa vero? –
– No – sorrise l’amica – l’ho portato per te. –

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